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venerdì 4 settembre 2026

La guerra della NATO in Ucraina: la vera storia, raccontata da Glenn Diesen nel febbraio 2023. Basta con la storia falsa! - Glenn Diesen

(raccolto da A. Volpi)

Ci viene continuamente detto che l’invasione russa è stata non provocata e motivata esclusivamente dal desiderio di annettere territori. La conclusione, quindi, è che non sia possibile negoziare con Mosca e che il ruolo della NATO nella guerra consista esclusivamente nell’aiutare l’Ucraina a difendersi. Con una simile narrazione, siamo portati a credere che esista soltanto una soluzione militare e che la Norvegia abbia dovuto abbandonare la propria tradizione di non inviare armi nelle zone di guerra.

Ma se fosse stata la NATO a provocare la guerra e a sabotare tutti i tentativi di pace, allora le forniture di armi dovrebbero essere interpretate come un cinico utilizzo degli ucraini in una nuova Guerra fredda contro la Russia. Riconoscere il coinvolgimento della NATO in questa guerra è necessario per poter avviare negoziati e non deve essere confuso con un sostegno all’invasione russa dell’Ucraina.

Nel 1990 avevamo costruito una nuova Europa inclusiva con la Carta di Parigi per una nuova Europa. L’accordo si fondava sui principi della «sicurezza indivisibile» e dell’«uguaglianza sovrana», in un’Europa senza linee di divisione. Quattro anni dopo sviluppammo un’istituzione comune per la sicurezza con la Russia, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), fondata sugli stessi principi.

La decisione di espandere la NATO comportò l’abbandono di quei principi. Invece della «sicurezza indivisibile», la NATO accrebbe la propria sicurezza a spese di quella russa. Invece di un’Europa senza linee di divisione, ci troviamo oggi a combattere una nuova Guerra fredda per decidere dove tracciare le nuove linee di demarcazione. Ucraina, Georgia, Bielorussia e Moldova sono diventate così la nuova linea del fronte.

Nel 1994 persino il presidente Clinton avvertì che l’espansione della NATO avrebbe potuto destabilizzare l’Europa, perché la creazione di una nuova linea di separazione tra Est e Ovest avrebbe potuto trasformarsi in una profezia autoavverante di una futura contrapposizione. Quando Clinton cambiò posizione, il suo segretario alla Difesa, William Perry, prese in considerazione le dimissioni per protesta. Perry sostiene che coloro che spingevano per l’espansione della NATO sapessero che essa avrebbe distrutto la pace con la Russia, ma ritenessero che ciò non fosse importante perché la Russia era debole. Il loro atteggiamento, in sostanza, era: «Chi se ne importa di quello che pensano?» Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Unione Sovietica che aveva partecipato ai negoziati per porre fine alla Guerra fredda, condannò l’espansionismo della NATO come un tradimento nei confronti della Russia, che aveva distrutto le basi per una pace duratura. George Kennan, l’architetto della politica americana di contenimento dell’Unione Sovietica, predisse che l’espansione della NATO sarebbe stata una provocazione destinata a inaugurare una nuova Guerra fredda e che, se la Russia avesse reagito alle provocazioni, la NATO avrebbe erroneamente attribuito a Mosca tutta la responsabilità. Portare l’Ucraina dalla nostra parte della nuova linea di divisione europea era una ricetta per la guerra. William Burns, allora ambasciatore statunitense in Russia e oggi direttore della CIA, aveva avvertito nel 2008 che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe potuto provocare una guerra civile e che la Russia sarebbe probabilmente intervenuta a sostegno dell’Ucraina orientale, cosa che Mosca non avrebbe voluto essere costretta a fare.

Angela Merkel condivideva questa valutazione quando sostenne che concedere all’Ucraina un Membership Action Plan per l’ingresso nella NATO sarebbe stato interpretato da Mosca come «una dichiarazione di guerra». La NATO, tuttavia, continuò a spingere gli ucraini verso un’adesione che essi non desideravano. Nel 2011 la NATO pubblicò un rapporto nel quale sosteneva che la principale difficoltà nelle sue relazioni con l’Ucraina fosse proprio la forte impopolarità dell’adesione alla NATO: alcuni sondaggi mostravano un sostegno inferiore al 20% della popolazione. Nel 2014 la NATO sostenne una «rivoluzione democratica» che non godeva del sostegno della maggioranza degli ucraini e che violava la Costituzione. Telefonate intercettate e successivamente rese pubbliche mostrarono che gli Stati Uniti avevano scelto il nuovo gruppo dirigente già alcune settimane prima di contribuire alla rimozione dal potere del presidente democraticamente eletto. Dopo il colpo di Stato iniziò prevedibilmente la guerra civile e la Russia intervenne. Il conflitto sembrò essere risolto nel febbraio 2015 con gli Accordi di Minsk, ai quali si erano impegnate tutte le parti, compreso l’Occidente. Da allora abbiamo appreso che Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero sabotato l’accordo di pace per sette anni. Germania e Francia hanno successivamente sostenuto che l’accordo fosse stato creato soltanto per guadagnare tempo e consentire di armare «la loro» Ucraina. Nel 2019 Volodymyr Zelensky fu eletto con il 73% dei voti sulla base di un programma di pace. Aveva promesso di attuare gli Accordi di Minsk per raggiungere la pace con il Donbass e con la Russia. Ma successivamente fece una completa inversione di rotta dopo che nazionalisti finanziati e addestrati dagli Stati Uniti lo minacciarono di morte. Nel 2021 Mosca cercò di negoziare con la NATO per fermare l’aumento della presenza americana lungo i suoi confini, compresa la modernizzazione da parte della NATO di due porti ucraini che avrebbero potuto essere utilizzati dalle navi da guerra americane. L’ex responsabile dell’analisi sulla Russia presso la CIA sostenne nel dicembre 2021 che la Russia avrebbe potuto invadere l’Ucraina perché «il rischio dell’inazione» era diventato troppo grande. La Russia invase l’Ucraina nel febbraio 2022 con l’obiettivo di stabilire un nuovo status quo, dopo otto anni di guerra nel Donbass e il progressivo rafforzamento delle forze armate ucraine da parte della NATO. Tre giorni dopo l’invasione erano già iniziati i negoziati. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett svolse un ruolo di mediazione e sostiene che Russia e Ucraina volessero entrambe raggiungere un accordo in base al quale l’Ucraina sarebbe rimasta fuori dalla NATO in cambio del ritiro delle forze russe. Secondo Bennett, però, Stati Uniti e Gran Bretagna sabotarono l’accordo di pace perché volevano utilizzare contro la Russia l’esercito ucraino che avevano costruito. Anche il Ministro degli Esteri turco confermò che le due parti erano arrivate molto vicine a un accordo che prevedeva la neutralità dell’Ucraina in cambio del ritiro russo.

Secondo la Turchia e l’ex comandante delle forze armate tedesche, anche questo accordo di pace sarebbe stato sabotato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che volevano combattere contro la Russia utilizzando gli ucraini.

La strategia di provocare un maggiore coinvolgimento russo in Ucraina era già stata indicata tra le raccomandazioni di un rapporto RAND del 2019, commissionato dall’esercito statunitense, su come indebolire la Russia.

Il segretario alla Difesa americano dichiarò che l’obiettivo della guerra era indebolire la Russia. Il senatore Mitch McConnell confermò che «i freddi, duri e concreti interessi americani» erano alla base della volontà di indebolire e sconfiggere la Russia. Il senatore Lindsey Graham spiegò che gli Stati Uniti stavano ottenendo un buon affare: inviavano armi mentre Zelensky prometteva che «avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo».

Se si fosse trattato di un’invasione non provocata e opportunistica, le forniture di armi avrebbero potuto indurre la Russia a ritirarsi, facendo aumentare i costi della guerra oltre i benefici. Ma se la Russia considera la NATO una minaccia esistenziale, le forniture di armi non faranno altro che intensificare il conflitto, spingendolo verso una guerra nucleare.

Invece di utilizzare l’Ucraina come pedina nella nuova Guerra fredda, dovremmo sostenere i negoziati per fornire a Mosca le garanzie di sicurezza che aveva richiesto un anno prima, basandoci sugli accordi esistenti degli anni Novanta che abbiamo abbandonato.

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lunedì 17 agosto 2026

Il Grande Fratello? Si chiama Palantir - Glauco Benigni

Controllo sociale occulto, costante, remoto, h. 24 L’Italia tra resistenza e sudditanza.

 

L'integrazione tra apparati d'intelligence e colossi tecnologici digitali ha dato vita, nell’ultimo quarto di secolo,  a una funzione inedita della Governance, che da sempre costituiva, per il Potere, “il sogno nel cassetto”: ovvero la realizzazione del controllo sociale occulto, costante e remoto H24 e dell’orientamento dei comportamenti di massa che può derivare dalla sua gestione.

A differenza dei totalitarismi, quali ad esempio nazismo, fascismo, franchismo e comunismo, del Novecento, che esercitavano sorveglianza e repressione fondate sulla presenza fisica di poliziotti e delatori, il controllo e la repressione contemporanei  si esercitano in modo silenzioso e non prevedono solo costi ma anche opportunità di business.

Oggi  grandi Corporation come Palantir, Google, Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft gestiscono data center e algoritmi che operano in tempo reale, 24 ore su 24 e raccolgono informazioni sensibili su “comunità utenti transnazionali”, misurabili in centinaia di milioni di individui, grazie sostanzialmente alla facoltà di monitoraggio-intrusione sulle comunicazioni via telefono cellulare, via messaggistica, via social network e sulle pratiche di e-commerce.

Il Patriot Act (USA, 2001) è la legge antiterrorismo post-11 settembre, voluta e ottenuta da George Bush Jr., che ha ampliato a dismisura i poteri di sorveglianza statale, autorizzando la raccolta e il monitoraggio massivo di Big Data privati, la loro elaborazione e uso per motivi di intelligence. Con le successive evoluzioni legislative — dal FISA Amendments Act (2008) allo USA Freedom Act (2015) — si è consolidato, attorno a Palantir, un complesso militare-digitale in cui lo Stato delega alle Corporation private l'architettura tecnica del monitoraggio e della raccolta dati e le Corporation utilizzano i finanziamenti pubblici per perfezionare le proprie tecnologie di tracciamento.

Oltre ovviamente gli USA, che sono stati la “sala operatoria” di questo aborto della democrazia, a quali altre Nazioni è stata "estesa" questa pratica che da qualche anno coinvolge anche la Guerra?

L'esportazione del modello di delega pubblico-privata della sorveglianza e dell'intelligence — fondato sull'integrazione di software analitico di data mining e intelligenza artificiale avanzata (come le piattaforme Gotham, Foundry e Maven) — ha seguito da vicino le direttrici delle alleanze geostrategiche statunitensi, in particolare quelle con l'asse Five Eyes (USA, UK, Australia, Nuova Zelanda e Canada), con il blocco dei Paesi NATO e l'alleanza di difesa con Israele.  Questa ragnatela di accordi, che vede Palantir quale soggetto centrale di partenariati Stato-privati, si è estesa con intensità variabile attraverso diversi Paesi che sono di fatto le strutture portanti dell’Occidente.

Israele: Integrazione tattica e di campo

Israele rappresenta il caso più emblematico di integrazione diretta in contesti di conflitto operativo. Nel gennaio 2024, Palantir ha siglato una partnership tecnologica e strategica formale con il Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di software e modelli AI a supporto di missioni di combattimento e intelligence militare. I sistemi vengono impiegati per la convergenza di dati multisensoriali, analisi dei bersagli e monitoraggio della popolazione di Gaza in tempo reale.

Regno Unito: il pilastro Five Eyes / NATO

Il Regno Unito costituisce il principale hub europeo del sistema Palantir. Il Ministero della Difesa britannico (MoD) ha stipulato accordi di lungo termine, tra cui contratti quadro del valore di centinaia di milioni di sterline, per integrare la piattaforma Maven Smart System nei sistemi di comando, controllo e supporto decisionale operativo. Il modello si è esteso ben oltre la difesa: dal Ministero degli Interni (Home Office) ai servizi d'intelligence (GCHQ), fino all'ambito civile con il National Health Service (NHS), dove Palantir gestisce l'architettura dei dati sanitari nazionali (Federated Data Platform).

La Struttura Centrale della NATO

A livello sovranazionale, l'Alleanza Atlantica ha formalizzato direttamente l'adozione di questo tipo di sorveglianza con l’Accordo NCIA / SHAPE.  L'Agenzia di Informazione e Comunicazione della NATO (NCIA) ha acquisito la versione dedicata MSS NATO (Maven Smart System NATO) per la fusione delle informazioni di intelligence, la consapevolezza dello spazio di battaglia e l'analisi predittiva dei comandi alleati. Nei Paesi della sponda europea della NATO la prassi si è affermata, ma incontra forti attriti normativi (legati al GDPR e alle leggi nazionali sulla protezione dei dati) e spinte verso la  "sovranità digitale":

In Germania alcune forze di polizia statali e federali (come la polizia della Assia e della Baviera) hanno adottato software basati sull’esperienza di Palantir (Hessendata, VeRA) per la prevenzione dei reati e per scopi di polizia predittiva. Tuttavia, l'uso ha generato accesi dibattiti giudiziari: nel 2023 la Corte Costituzionale tedesca ha posto rigidi limiti all'estrazione automatizzata dei dati non filtrati.

In Francia l'agenzia d'intelligence interna (DGSI) ha fatto ricorso a Palantir dal 2016 (dopo gli attentati di Parigi) per far fronte alla mancanza di strumenti nazionali di analisi di grandi masse di dati. Nonostante i tentativi francesi di sviluppare alternative sovrane (come ChapsVision), i contratti di transizione e manutenzione continuano a essere rinnovati per evitare vuoti di capacità operativa.

L’Ucraina ha trasformato radicalmente la propria architettura di intelligence, integrando in modo pervasivo i software di Palantir. I dati satellitari, dei droni e delle comunicazioni vengono elaborati tramite l'IA per l'individuazione e la neutralizzazione dei bersagli in tempo reale.

In tutte queste nazioni si replica il medesimo circuito (in cui la proprietà di Piattaforma e Azienda di solito coincidono):

·         La Piattaforma Privata fornisce l'algoritmo e l'infrastruttura di analisi.

·         Lo Stato mette a disposizione Fondi Pubblici e enormi quantità di dati grezzi di sicurezza e intelligence .

·         L'Azienda affina i propri modelli di intelligenza artificiale su scenari reali e li riesporta in altri settori (dalla difesa, al controllo dei confini, alla finanza o alla sanità).

In questa scena come si comporta l’Italia ?

L'Italia si trova perfettamente dentro questo ingranaggio, pur occupando una posizione periferica e spesso subalterna rispetto all'asse anglofono (Five Eyes) o al modello d'integrazione tattica  israeliano. Nel Bel Paese questa penetrazione del modello pubblico-privato si sviluppa su tre livelli distinti: la Difesa, le Forze dell'Ordine/Intelligence e il nodo politico-strutturale.

Il livello Difesa e Militare (Secretato). L'Italia ha recepito l'architettura di controllo attraverso il canale della dottrina NATO. Il Ministero della Difesa e la direzione Teledife (Direzione Informatica, Telematica e Tecnologie Avanzate) hanno avviato e consolidato negli anni diversi contratti, spesso tramite "procedure negoziate" e secretate, con Palantir Italia S.r.l. per la fornitura della piattaforma Gotham e dei relativi servizi software.

Interoperabilità NATO. Come per l'integrazione del sistema Maven nell'alleanza, la Difesa italiana adegua le proprie piattaforme di fusione dati agli standard statunitensi per garantire che i comandi nazionali possano scambiare intelligence e quadri tattici in tempo reale con il Pentagono e con il comitato SHAPE.

Il vero salto di qualità per la trasformazione "domestica" si sta giocando sulle piattaforme della Pubblica Amministrazione e della Polizia di Stato:

Il dossier Viminale. E’ nota l'interlocuzione (ed una specifica proposta contrattuale quadriennale da 20 milioni di euro) per dotare la Direzione centrale della Polizia di prevenzione (Dcpp) — il braccio operativo che presiede il CASA (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo) — dei software di data-mining di Palantir.

Incrocio di banche dati sensibili. L'adozione di questi soft consentirebbe l'incrocio automatizzato con il S.D.I. (Sistema di Indagine) del Ministero dell'Interno, aggregando denunce, spostamenti, targhe e banche dati civili in un'unica interfaccia predittiva

Il nodo della "Sovranità Digitale" e i limiti del sistema Italia . A differenza di Francia o Germania, che hanno tentato di sviluppare le proprie alternative tecnologiche in casa (“national champions” tipo ChapsVision in Francia) o dove la Corte Costituzionale ha posto paletti al data-mining della polizia (in Germania), l'Italia presenta vulnerabilità specifiche.

Dipendenza tecnologica priva di alternative interne. L'Italia non possiede piattaforme nazionali in grado di gestire e sintetizzare masse di dati strutturati e destrutturati della complessità di Gotham o Foundry. Le poche realtà nazionali nel campo della Lawful Interception o della cyber-security (es. Cy4Gate) coprono nicchie diverse (intercettazioni, intrusioni), lasciando l'analisi di Big Data d'intelligence interamente ai colossi statunitensi.

Resistenza burocratica vs. Lobbismo diretto: l'ingresso di questa infrastruttura affronta costanti frizioni tra la prassi delle gare pubbliche europee (e i vincoli sulle garanzie del GDPR/Garante Privacy) e il lobbismo di alto livello — esemplificato dalle periodiche missioni romane dei vertici di Palantir, tra cui addirittura il N. 1 Peter Thiel, per trattare direttamente con la compagine di governo e l'intelligence di Palazzo Chigi.

Il "Dilemma del dato". L'Italia riproduce fedelmente il cortocircuito centrale di questo modello: lo Stato italiano concede in uso al fornitore privato l'accesso (o quantomeno la gestione tecnica) alle proprie banche dati nazionali riservate; l'azienda affina i propri modelli algoritmici sulle peculiarità del territorio/popolazione e consolida la dipendenza dell'infrastruttura pubblica dal suo software proprietario . In sintesi  l'Italia non guida il processo, ma ne è acquirente e territorio d'applicazione. Si allinea passivamente alle direttive NATO per la parte militare e progressivamente apre le porte dell'intelligence e della polizia alla gestione algoritmica privata americana, pagando la mancanza di una strategia autonoma sulla gestione e sovranità dei propri dati strategici.

Nonostante l'allineamento prevalente delle Istituzioni, in Italia l'avanzata di questo modello di delega e sorveglianza algoritmica ha incontrato anche qualche forma di resistenza e opposizione. I principali antagonisti del “controllo totale “ che hanno contrastato (o provato a frenare) questa deriva si individuano in quattro aree:

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP)

Il Garante della Privacy è stato lo scudo istituzionale più solido nel sollevare obiezioni formali e blocco preventivo contro l'uso indiscriminato di algoritmi e banche dati da parte dello Stato.

Nel 2021, il Ministero dell'Interno intendeva attivare il sistema di riconoscimento facciale in tempo reale (SARI Real Time) per la Polizia di Stato. Il Garante si è opposto, contestando la mancanza di una base giuridica idonea e i rischi sproporzionati per le libertà fondamentali. Ciò non ostante il Governo ha deciso recentemente di velocizzare le operazioni su uno schema di decreto legislativo. Il decreto adegua la normativa nazionale ai sistemi e alle regole europee sull’uso dell'intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia. Tra i punti controversi del provvedimento c'è l'articolo 8, che disciplina l'uso di sistemi di IA per l'identificazione biometrica remota, in tempo reale, di persone in luoghi pubblici : ad esempio nelle piazze, allo stadio oppure durante i cortei.  

Giornalismo d'inchiesta e media indipendenti

In assenza di dibattiti parlamentari trasparenti, visto che molti dei contratti militari e di intelligence sono secretati o affidati a trattativa diretta, il ruolo di far emergere questi accordi è ricaduto su alcune “testate d'inchiesta”: tra queste Report, IRPI Media, Altreconomia, Il Fatto Quotidiano, hanno documentato i dettagli dei contratti tra la Difesa/Viminale e Palantir, rivelando i meeting riservati tra i vertici societari e gli esponenti governativi italiani.

Alcuni “online journal” hanno più volte tracciato l'attività di pressione esercitata non solo dalle piattaforme di data analytics, ma anche dai colossi del Cloud americano (Microsoft, Amazon AWS, Google) che gestiscono i server del Polo Strategico Nazionale (PSN).

Organizzazioni non governative e collettivi per i diritti digitali costituiscono il fronte di resistenza dal basso. Alcune coalizioni per i diritti digitali, per esempio Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, promuovono campagne contro la sorveglianza di massa, il riconoscimento facciale e l'uso opaco degli algoritmi nelle decisioni pubbliche.

Movimenti politici e attivismo territoriale. Movimenti contro il riarmo e la militarizzazione digitale organizzano sit-in e proteste mirate — ad esempio davanti al Ministero della Difesa o alle sedi istituzionali — denunciando l'intreccio tra apparato bellico, grande finanza e sorveglianza privata.

La Magistratura e il diritto europeo. A livello giurisprudenziale, il freno principale non è unicamente italiano, ma proviene dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE). Alcune sentenze storiche dell'UE sulla cancellazione del Privacy Shield (Schrems I e II) e le direttive sul trattamento dei dati nel settore di polizia (Law Enforcement Directive) hanno fornito ai giudici italiani le basi legali per disapplicare norme o prassi nazionali che prevedevano la conservazione di massa e indiscriminata dei dati telefonici o telematici. La debolezza di questa resistenza. Nonostante questi argini, l'opposizione in Italia sconta un limite strutturale: il Garante e le ONG agiscono ex-post o su specifici casi d'uso civili/di polizia mentre il settore della Difesa e dell'Intelligence rimane largamente schermato dal segreto di Stato e dai vincoli di interoperabilità NATO, permettendo all'architettura tecnologica privata di espandersi al riparo dal controllo pubblico e dal dibattito parlamentare.

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lunedì 10 agosto 2026

Raniero La Valle: “L’industria bellica americana ha ‘comprato’ la guerra in Ucraina spingendo per decenni la Nato verso Est” - Pino Nicotri

“Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato oltre 90 milioni di dollari per convincere il Congresso a tradire l’impegno della non espansione a Est dell'Alleanza

 

“Ormai ognuno si diverte a inventarsi la data entro la quale la Russia invaderà l’Europa, alimentando così paure totalmente immotivate, ma utili per foraggiare le industrie di armamenti. Le stesse industrie che, come ha scritto il New York Times il 16 maggio 2023 e io ripeto da anni, negli Usa hanno letteralmente comprato la linea politica che ha portato direttamente alla attuale guerra in Ucraina. Hanno cioè comprato questa guerra. Guerra che rischia di diventare la Terza Guerra Mondiale, trascinandovi in primis l’Europa. Ho 95 anni e spero di non vederla”. A parlare è l’intellettuale cattolico di sinistra Raniero La Valle, già direttore dei quotidiani Il Popolo e L’Avvenire d’Italia, senatore e assessore del Comune di Roma, fondatore del sito Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri.

Di recente, La Valle ha ripetuto la sua accusa sulla linea politica e sulla guerra, entrambe comprate. Di che si tratta esattamente? “Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo ed esperti soprattutto della sicurezza nazionale che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato a suo tempo una cinquantina di milioni di dollari, pari a oltre 90 milioni di dollari di oggi, per convincere i parlamentari del Congresso a tradire l’impegno preso non solo dalla presidenza Usa di non espandere la Nato ‘neppure di un pollice‘ a Est, cioè verso la Russia, in cambio della riunificazione della Germania. Per ottenere il tradimento in questione è stata fondata una apposita associazione, il cui nome indica esplicitamente e alla luce del sole l’obiettivo che voleva ottenere e che ha ottenuto: Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Sono riusciti a farla espandere con l’ingresso di ben 14 Paesi ex sovietici i cui governi e ministri non sono certo incorruttibili”.

La pagina del New York Times col lungo, dettagliato e molto interessante documento in questione, La Valle l’ha pubblicata in italiano sul suo sito, compresi i prestigiosi nomi dei 15 firmatari. Il passo che spiega e riassume quanto denunciato più volte è il seguente: “Perché gli Stati Uniti hanno persistito nell’espandere la Nato nonostante tali avvertimenti? Il profitto derivante dalla vendita di armi è stato un fattore importante. Di fronte all’opposizione all’estensione della Nato, un gruppo di neoconservatori e dei massimi dirigenti americani delle industrie degli armamenti costituirono il Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Tra il 1996 e il 1998, i maggiori produttori di armi hanno speso 51 milioni di dollari (94 milioni di dollari di oggi) in attività di lobbying e altri milioni in contributi elettorali. Con questa prodigalità, l’espansione della Nato divenne rapidamente un affare fatto, dopo il quale i produttori americani di armi hanno venduto miliardi di dollari di armi ai nuovi membri della Nato. Finora, gli Stati Uniti hanno inviato attrezzature militari e armi in Ucraina per un valore di 30 miliardi di dollari, con aiuti totali all’Ucraina superiori a 100 miliardi di dollari. La guerra, è stato detto, è un racket altamente redditizio per pochi eletti”.

Tra i firmatari c’è l’economista e docente Jeffrey Sachs, l’uomo che dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia è stato incaricato dalla Casa Bianca di traghettare la Polonia dal regime comunista al capitalismo. Quando però lo stesso Sachs ha proposto alla Casa Bianca di traghettare anche la Russia dal sistema comunista a quello capitalista, s’è visto opporre un rifiuto. Prova provata che di fatto il governo Usa perseguiva sempre e comunque non l’ammodernamento – anche capitalista – della Russia, ma il puro e semplice peggioramento del suo crollo economico. Crollo già provocato dall’essersi dovuta svenare per rincorrere la politica Usa di continuo aumento delle spese per la propria potenza militare. Sachs le accuse del documento pubblicato dal New York Times e da Raniero La Valle le ha ripetute con grande chiarezza anche nel Parlamento europeo quando il 19 febbraio 2025 vi è stata trattata la “geopolitica della pace”.

“È francamente scandaloso e stupefacente che nessuno parli di questa faccenda, nascondendo così deliberatamente i veri motivi della guerra russo ucraina”, fa notare La Valle. E aggiunge: “Hanno anche negato in perfetta malafede che a Michail Gorbaciov prima e a Boris Yeltsin dopo, gli ultimi due presidenti della Russia, sia stato promesso che la Nato non si sarebbe espansa verso est. Per fortuna però il giornale tedesco Der Spiegel ha pubblicato i documenti che sbugiardano i mentitori. Purtroppo Gorbaciov e Yeltsin, convinti di avere a che fare con politici seri e onesti, si sono accontentati degli impegni orali senza pretendere che fossero messi per iscritto”.

Un altro dato sorprendente, se non agghiacciante, è che questa brutta vicenda che sta trascinando l’Europa verso un’altra guerra contro la Russia (la quinta, dopo l’invasione polacco lituana del 1600, l’invasione svedese del 1700, quella francese di Napoleone nel 1800 e quella nazifascista di Germania e Italia nel 1900), pare proprio ricalcare la vicenda appurata negli Usa dalla commissione parlamentare Nye, istituita il 12 aprile 1934 e che prese il nome dal suo presidente senatore Gerald Nye. Il nome esatto era commissione speciale di Inchiesta sull’Industria delle Munizioni ed era nata per indagare sugli interessi industriali, finanziari e bancari che portarono gli Usa a intervenire nella Prima Guerra Mondiale pur senza averne nessun motivo, né territoriale né patriottico o simili. Le cose scoperte dalla Commissione Nye sono state il motivo che ha spinto il mondo politico e l’opinione pubblica statunitense alla neutralità nei primi tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La Commissione venne istituita perché nel decennio 1920-1930 una marea di libri e articoli di giornale avevano accusato i produttori di armi e munizioni di avere ingannato il Paese sui veri motivi dell’entrata in guerra. Tra i più decisi accusatori c’era il generale dei Marines Smedley Butler che nel ’35 arrivò a scrivere un libro pesantemente accusatorio fin dal titolo: La guerra è una mafia. Nel corso delle 93 udienze con oltre 200 testimoni venne appurato che le industrie delle armi e delle munizioni avevano realizzato profitti spropositati vendendo al governo le loro merci a caro prezzo. Venne anche appurato che le grandi banche per proteggere i loro prestiti ai Paesi belligeranti avevano esercitato forti pressioni sul presidente Thomas Woodrow Wilson perché entrasse in guerra. Tali banche avevano infatti concesso enormi prestiti ai Paesi che la guerra la stavano perdendo.

La Commissione Nye venne infine bloccata e sciolta dallo stesso Senato per impedirle di rendere noti i nomi delle industrie dei “mercanti di morte” e delle banche, vere cause della guerra. E per nascondere il fatto che il presidente Wilson aveva a lungo mentito al suo popolo sia sul perché dell’entrata in guerra, presentata con l’eterna retorica della lotta tra il bene (la democrazia) e il male (l’autocrazia), sia sul fatto che non sapeva nulla della diplomazia segreta dei Paesi della Triplice Intesa (Russia, Francia e Inghilterra), mentre invece ne era a perfetta conoscenza.

Il copione delle azioni, degli interessi e delle tresche del Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato, e annessi effetti tragici, ricordato sul Nyt sembra identico a quello appurato dalla Commissione Nye. Con una differenza: per impedire alla Commissione di rivelare la verità hanno dovuto scioglierla, nel caso recente basta l’impressionante omertà generale.

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lunedì 22 giugno 2026

La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino

 

 

Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.

 

Cronachette di un testimone sul campo

Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.

 

Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti

I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.

Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.

Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).

Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.

Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).

 

NATO a Merdare

Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.

Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.

Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.

L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.

Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.

Secondo la testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.

 

Il povero ‘Jamie Sceim’

Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.

“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.

Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.

Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja,  Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.

Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.

Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.

 

L’ambasciata cinese

Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.

Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000

 

«Errore della Cia» che non doveva comparire

Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

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lunedì 8 giugno 2026

L’Europa baltica al comando senza dircelo - Ennio Remondino

Ursula von der Leyen il 26 maggio a Vilnius, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania, la presidente ha dichiarato che i discussi ‘attacchi ibridi’ sui Paesi baltici sarebbero «una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche». Chi sa se mentiva sapendo di mentire. O se -forse peggio-, era a sua volta vittima di una ben organizzata disinformazione occidentale.

Von der Leyen d’assalto

La presidente Ue in veste di stratega, «Mosca sta fallendo e le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era». Ritrovata guerra fredda, sembra di capire. Ursula, ex ministra della difesa tedesca insiste: «questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche». Una ‘quasi’ dichiarazione di guerra. E Bruxelles garantisce ‘piena solidarietà a Estonia, Lettonia e Lituania, senza però precisare con quale esercito. Per Kubilius, il lituano ministro della difesa Ue, Putin sta cercando di influenzare le opinioni pubbliche e politiche europee, «perché inizino a esitare sul proseguimento del sostegno all’Ucraina». Fosse vero, ci sta riuscendo molto bene. Intanto, Lettonia, Estonia e Lituania riceveranno ulteriori 12 miliardi di euro dal programma europeo SAFE, avverte Von der Leyen, e 16 nuovi progetti nella difesa cibernetica e nei sistemi anti-drone dei tre Paesi da schiarare non si sa bene su quale fronte.

Cieli baltici invasi dai droni ucraini

In 20 maggio la prima ministra lituana, Inga Ruginiene, ha annunciato l’apertura 24 ore su 24 dei rifugi antiaerei del Paese. Allarme nazionale generale così segnalato lancio dell’ANSA: «provvedimento causato degli sconfinamenti di droni ucraini nel territorio lituano». Droni ucraini e non russi? Ma come? Von der Leyen che ci racconta? O greve inciampo o peggio. Sempre l’ANSA scrive che il ministero degli Esteri ucraino si è scusato con gli Stati baltici per i ripetuti sconfinamenti di droni e velivoli senza pilota nel loro spazio aereo. Ma spesso -scopriamo-, il ‘dettaglio’ viene omesso dalle cronache. Gli ucraini sostengono che i loro droni sconfinano nei cieli baltici deviati dalle contromisure russe mentre, secondo Mosca, le tre piccole repubbliche ex sovietiche hanno offerto il loro spazio aereo ai reparti di droni ucraini che hanno colpito recentemente installazioni petrolifere. Legittimo sospetto: molti indizi rendono credibile la presenza di basi segrete ucraine all’estero (ad esempio in Libia). Possibile che questo accada anche in qualche repubblica baltica (dove gli ucraini assemblano droni) a spiegare questa improvvisa presenza di tanti droni ucraini sul loro spazio aereo?

Imbarazzante silenzio Ue ed Europa

Forse non abbiamo sottolineato adeguatamente il teatrino dell’assurdo. I vertici dell’UE che esprimono sostegno ai baltici contro la minaccia russa quando i droni che minano la sicurezza delle tre repubbliche sono ucraini. Incapacvi o collusi a Bruxelles, ma i singoli governi dei 27? Ancopra più avvilente che nessuna nazione europea denunci una simile politica prendendone le distanze. Il tema dei droni ucraini del resto ha provocato la caduta del governo lettone, dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Andris Spruds. La premier di centro-destra Evika Silina ha rassegnato le dimissioni sempre sulla scia di un drone, anzi due, e sempre ucraini, che avevano colpito degli impianti petroliferi del paese baltico. Il 23 maggio un altro incidente con protagonista un drone ucraino ha scosso la Lettonia. Il velivolo fuori controllo è esploso schiantandosi nel lago Dridza, a 15 chilometri dal confine con la Bielorussia.

Due pesi e due misure

In evidente imbarazzo, il ministro degli Esteri lettone, Baiba Braze, aveva affermato che i droni ucraini che hanno violato lo spazio aereo “non costituiscono un problema militare”. Bene. Ma perché Von der Leyen e Kubilius parlano di ‘grave minaccia russa’ se i droni sono ucraini, e ‘costituiscono un problema militare’? Eppure il drone russo caduto la notte scorsa su un edificio in Romania ha scatenato le proteste dei vertici UE, NATO. Strabismo politico o plateale disonestà? E la Nato. Il 10 maggio un jet F-16 rumeno schierato nelle Repubbliche Baltiche ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, si è “scusato con l’Estonia”. Il 20 maggio la violazione dello spazio aereo da parte di un drone ha portato alla sospensione del traffico presso l’aeroporto di Vilnius e la rete ferroviaria della capitale. Con i parlamentari fatti rifugiare in un bunker. Allarmismo a creare panico. L’incidente è durato circa un’ora e l’allerta aerea è stata successivamente revocata, con la ripresa del traffico aereo e ferroviario. Il drone proveniva dalla Lettonia, ha precisato il ministro della Difesa lituano, Robert Kaunas.

Europei strabici e politiche claudicanti

Con tempismo perfetto, la presidente del parlamento europeo, la maltese Metsola, il 20 maggio ha cercato di spingere il parlamento oltre le stesse posizioni della Commissione. «La nostra piena solidarietà a tutti in Lituania, Lettonia, Estonia e al nostro fianco orientale, che affrontano il pericolo rappresentato da attività di droni ostili legate alla Russia e alla Bielorussia», ed necco che i droni ritornano russi per magia.  Il presidente lituano Nauseda ora promette che la Lituania inizierà ad abbattere ogni tipo di aereo senza pilota che varcherà il suo spazio aereo nazionale con l’impiego di strumentazione di vario tipo, inclusi missili. «Il costo non è la cosa più importante». Anche perché parliamo di costose armi Ue e Nato. Poi l’immancabile Kaia Kallas, estone, commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, contraria di fatto a qualsiasi tentativo di aprire un dialogo tra Ue e Mosca. Per lei ‘Sanzioni a raffica’: «Troppi paesi continuano a far

Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha replicato in modo lapidario: «Io non discuto di dichiarazioni idiote». Noi a volte siamo invece costretti. Ponendoci per ora solo il dubbio: com’è possibile che, con tante istituzioni coinvolte nelle sue scelte (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo) e tante responsabilità, l’attuale Alto rappresentante esibisca credenziali così fragili nell’esperienza diplomatica e, più in generale, nella conoscenza della storia dell’Europa? Sulla difficile ricerca di un mediatore europeo tra Ucraina e Russia, l’esploit: «L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza». Un genio!

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venerdì 17 aprile 2026

Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo - Enrico Grazzini

L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente

Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.

In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.

Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran. Dovrebbero comprendere che gli Stati Uniti e la Cina sono e saranno rivali strategici dell’Europa, mentre la Russia, se l’Europa avesse coraggio e intelligenza strategica – che purtroppo allo stato attuale non ha –, potrebbe diventare il partner migliore per l’Europa. Da sola l’Europa non risalirà mai dal suo declino; ma, in prospettiva, con la Russia come partner economico e commerciale, potrebbe diventare prospera e indipendente. Purtroppo l’Europa procede ancora, con una pervicacia degna di miglior causa, in una direzione opposta al suo interesse.

Trump in rotta di collisione con l’Europa

È chiaro che l’amministrazione Trump è in rotta di collisione con l’Europa. Trump, il suprematista bianco, ha attaccato gli europei perché non hanno sostenuto la sua guerra a sorpresa contro l’Iran, una guerra che ha voluto iniziare innanzitutto per fare piacere al suo amico suprematista ebraico Benjamin Netanyahu: una guerra che sta perdendo e che sta gravemente danneggiando l’Europa, strozzandola sul piano energetico ed economico. Ormai gli interessi dell’Europa e quelli degli USA sono completamente disallineati: Trump stesso ha distrutto il sistema imperiale di alleanze costruito dall’America dopo la Seconda Guerra Mondiale. Trump vuole perfino conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, membro dell’UE e della Nato; il governo danese ha già minato le strade e le piste aeree del Paese artico per respingere un eventuale attacco americano. Trump ripudia l’Unione Europea nata, secondo lui, “per fregare l’America”, e vuole stringere accordi sull’Ucraina direttamente con la Russia di Putin; la UE, al contrario, vorrebbe sostenere il conflitto ucraino “fino alla vittoria” (??). Trump appoggia Israele nella sua guerra infinita contro i Paesi arabi e sostiene l’imperialismo sionista che vorrebbe espellere tutti i palestinesi dalle terre che l’ONU ha loro assegnato e in cui vivono da secoli per realizzare la biblica “Grande Israele”. Gli europei invece, almeno formalmente, puntano alla soluzione “due popoli, due Stati”.

In questo contesto la Nato è già finita: gli europei non possono più delegare la loro difesa all’America. Del resto è estremamente improbabile che, se la Russia o qualsiasi altro Paese attaccasse un Paese europeo, l’America di Trump verrebbe in soccorso.

Le guerre illegali della Nato: l’Europa in cerca della sua autonomia

Trump vuole distanziarsi o uscire dalla Nato; ma allora dovremmo prendere la palla al balzo! Se le amministrazioni americane non vogliono più “difenderci”, bisogna impedire che, grazie alla Nato, continuino a determinare la politica estera europea e a procurarci guai a non finire. La Nato diretta dagli americani ha finora perseguito una strategia fallimentare, illegale e gravemente dannosa per gli interessi europei.

A causa dell’articolo 5 della Nato – che obbliga alla difesa comune nel caso che un membro venga attaccato – invocato dopo l’attacco alle Torri Gemelle da George W. Bush junior, i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere (e morire) contro il terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e il terrorismo si è diffuso in Africa e ha raggiunto pure l’Europa. Nel 1999 gli europei, seguendo le direttive Nato, hanno bombardato illegalmente la Serbia, separando inoltre la regione del Kosovo e riconoscendola come Stato; poi sono intervenuti militarmente, oltre che in Afghanistan, in Iraq, e poi ancora in Libia e in Siria, e infine hanno armato fino ai denti l’Ucraina. Le guerre della Nato hanno colpito soprattutto la popolazione civile, con decine di migliaia di morti innocenti; hanno provocato ondate di immigrazione selvaggia e la diffusione del terrorismo. Le guerre della Nato sono state tutte, o quasi, perdute e fallimentari, e non hanno portato vantaggi all’Europa ma l’hanno colpita. In questo contesto la Nato cambia completamente natura: serve ad affermare l’egemonia politica americana sul vecchio continente e come canale per la vendita delle armi statunitensi; oppure, peggio ancora, serve a dividere ancora di più l’Europa dalla Russia o a fare dei Paesi europei possibili bersagli per eventuali attacchi russi. Il problema consiste nel fatto che gli europei hanno finora combattuto al servizio degli americani contro il loro stesso interesse. L’esempio più recente è l’Ucraina.

La fine della neutralità militare è stata la rovina dell’Ucraina

La Nato ha scatenato la guerra in Ucraina aprendo le sue porte a Kiev e illudendo gli ucraini che sarebbero potuti entrare nell’Alleanza Atlantica: ma gli americani sapevano benissimo che Putin non avrebbe mai potuto accettare basi Nato alle sue frontiere. Infatti, in pochi secondi, i missili sparati dall’Ucraina arriverebbero a Mosca quasi senza difesa. Gli americani hanno perfino organizzato un colpo di Stato antirusso nel 2014, durante le manifestazioni di Euromaidan a Kiev, perché i governi ucraini aprissero le porte del loro Paese alle basi Nato. E così hanno colpevolmente e consapevolmente provocato l’illegale invasione russa.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, eletto nell’aprile 2019, si è illuso del sostegno americano e, abolendo la neutralità militare del suo Paese, ha trascinato alla rovina il suo popolo. Oggi l’Ucraina è distrutta, ha perso circa il 50% della popolazione e milioni di cittadini sono emigrati all’estero e difficilmente ritorneranno. Il Paese è da ricostruire in tutte le infrastrutture essenziali ed è sovraindebitato. Decine di migliaia di soldati ucraini sono morti, ma i russi, seppure con forti perdite, stanno vincendo la guerra. Comunque finirà questo conflitto, il Paese sarà sommerso dai debiti per la ricostruzione e dovrà lavorare sotto il comando dei creditori. Zelensky voleva la Nato nel suo Paese, ma il risultato delle sue politiche avventuriste è tragico. L’Ucraina non sarebbe stata aggredita dalla Russia se avesse mantenuto la neutralità militare che l’ha caratterizzata per oltre trent’anni, dal 1991, dalla sua indipendenza. La Russia infatti non ha mai attaccato la Finlandia e la Svezia, Paesi vicini neutrali. Purtroppo Zelensky, dimostrandosi un politico ucraino più vicino agli americani che agli interessi del suo popolo, ha insistito perché il suo Paese fosse accettato nell’Alleanza Atlantica – un’organizzazione militare d’attacco, come la storia ha ripetutamente dimostrato, nata proprio per contrastare la Russia –, e quindi ha inevitabilmente scatenato l’illegale invasione russa. Putin non poteva accettare che la Nato arrivasse ai suoi confini e inglobasse l’Ucraina, un Paese ex URSS, dove la Russia è nata, dove esistono numerose e folte minoranze russe e russofone, e dove ha sul Mar Nero la sua più importante base navale per l’accesso al Mediterraneo.

La guerra per procura in Ucraina, con l’accondiscendenza dell’Europa

Gli europei (che pure avevano già condannato l’invasione dell’Iraq, e che oggi condannano la guerra in Iran) hanno stupidamente seguito la Nato nell’avventura ucraina, armandola fino ai denti e alimentando una folle e inutile guerra contro la prima potenza atomica mondiale; una guerra che Kiev non avrebbe potuto e non potrà mai vincere. Gli ucraini sono stati sacrificati dagli americani ma anche dagli europei per combattere una guerra per procura. Una guerra che cinicamente gli europei vogliono continuare a sostenere con il sangue degli ucraini, anche se l’Ucraina non potrà mai vincere il conflitto con una potenza industriale molto più forte, e che dispone, tra l’altro, di quasi 5000 bombe atomiche. Sacrificando gli ucraini per i suoi interessi, l’Europa ha perso la sua coscienza morale.

L’Europa, seguendo la politica americana, ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma la guerra ha ormai rovinato l’Ucraina e ha trascinato tutto il continente europeo, Germania compresa, verso una grave recessione. L’America ha invece tratto vantaggio dal conflitto che ha alimentato. L’Europa è cornuta e mazziata.

USA e Cina sono rivali strategici dell’Europa, la Russia no!

Ora Trump vorrebbe colpirla nuovamente trascinandola nella guerra in Iran. L’Iran ha scoperto, grazie a Trump, di avere una nuova arma formidabile per contrastare l’aggressore americano e sconvolgere l’economia mondiale: la chiusura dello Stretto marino di Hormuz, dove via nave passa il 20% dei rifornimenti energetici e un terzo dei fertilizzanti. Mentre scriviamo (primi giorni di aprile 2026), l’avventura di Trump in Iran sta bloccando l’economia mondiale e sta alimentando l’inflazione in tutta Europa. Gas e petrolio scarseggiano, i prezzi aumentano rapidamente e molte aziende rischiano il fallimento, mentre gli speculatori brindano a champagne. I Paesi europei dovrebbero cominciare a comprare il petrolio russo per non rimanere strozzati dalle dilettantesche iniziative guerresche del loro “alleato” americano in Iran.

La Russia non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa

Il crollo della Nato trumpiana dovrebbe suggerire agli europei di attuare un cambiamento radicale nella loro politica estera. I Paesi europei non hanno alcun interesse a scontrarsi con la Russia, così come la Russia non ha alcun interesse a scontrarsi con l’Europa. Solo una falsa ma martellante propaganda europea, condotta in prima persona dal capo della Nato Rutte e dalla capa dell’UE Ursula von der Leyen, continua a volerci fare credere che la Russia di Putin voglia conquistare tutta l’Europa e aggredire Londra, Parigi, Roma e Madrid. La Russia non ha alcun interesse territoriale sull’Europa ma ha invece molto interesse a fare affari con l’Europa. Solo la cecità masochistica dei governi europei fa sì che gli europei cerchino di continuare lo scontro con la Russia mentre Trump si sta mettendo d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina e altre risorse.

La Russia potrebbe diventare un partner indispensabile per l’Europa

Cerchiamo di allargare lo sguardo. La Russia di Putin è per l’Europa più affidabile dell’America di Trump, non perché sia più democratica o più “buona”, ma perché ha tutto l’interesse a commerciare pacificamente con i Paesi europei – come ha fatto senza problemi dalla caduta dell’URSS –, anche per sganciarsi dall’opprimente “fratellanza” con la Cina. La Russia non ha intenzione di attaccare l’Europa e la Nato, mentre Trump intende attaccare la Groenlandia. Inoltre la Russia ha un’economia assolutamente complementare a quella europea: è un fortissimo esportatore di energia e di materie prime, mentre è relativamente arretrata sul piano tecnologico e industriale.

In prospettiva, sul piano strategico, è lampante che gli USA e la Cina, le prime potenze mondiali, sono fortemente interessate a subordinare economicamente e tecnologicamente l’Europa, e hanno la forza di farlo. La Russia invece no. Per questi motivi Mosca potrebbe, in prospettiva, diventare un partner di fondamentale importanza per l’Europa, sia sul piano energetico e commerciale sia su quello geopolitico. In una prospettiva strategica, nello scacchiere mondiale, l’Europa non può e non potrà avere altri grandi partner se non la Russia.

La conseguenza è che è nell’interesse strategico dei governi europei, a meno che non siano ciechi e non vogliano suicidarsi – come purtroppo sembra che vogliano attualmente –, concludere quanto prima una pace dignitosa con i russi: una pace che garantisca la neutralità militare dell’Ucraina, che ne assicuri l’indipendenza dalla Russia e dalla Nato, e che preveda anche qualche forma di associazione di Kiev all’Unione Europea (senza però concedere a Kiev il diritto di voto prima di una decina d’anni, e prima che abbia dimostrato di essere uno Stato pacifico, uno Stato di diritto senza pretese revansciste).

La Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali

Se avesse un minimo di senso strategico – che purtroppo oggi non ha minimamente – l’Europa dovrebbe finalmente decidersi, senza la Nato e senza gli americani, non solo a trattare la pace in Ucraina con la Russia, ma ad avviare anche negoziati per un disarmo bilanciato, sia per quel che riguarda le armi convenzionali sia per quelle atomiche. In effetti Francia e Gran Bretagna, le due potenze atomiche continentali, non hanno mai voluto trattare direttamente con la Russia sul loro arsenale atomico.

In prospettiva conviene all’Europa riprendere con forza il progetto di costruire la Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali, proposto inizialmente dal presidente francese Charles de Gaulle negli anni ’60 e ripreso da Michail Gorbaciov. Se non vogliono essere spazzati via alle prossime elezioni, occorre che i governi europei e la UE abbandonino la politica di riarmo contro Mosca e propongano finalmente un cammino di deconflittualità, di pace e di cooperazione con la Russia. Occorre perseguire la realizzazione di una zona di libero scambio tra l’Europa e la Russia. Questo è l’unico progetto geoeconomico e geopolitico che può salvare l’Europa dal declino economico e dal disastro geopolitico.

È ormai chiaro che gli interessi delle nazioni europee non saranno mai convergenti con quelli americani o cinesi: America e Cina sono e saranno competitor dell’Europa, non suoi amici. L’unica possibilità per l’Europa di ricominciare a prosperare è fare la pace con la Russia, anche con il despota Putin, e promuovere una cooperazione economica e di sicurezza stretta con Mosca. La partnership euroasiatica è proprio ciò che le amministrazioni americane hanno sempre temuto fin dalla caduta dell’URSS, e ciò che le ha spinte a espandersi nell’Est Europa e a intervenire in Ucraina. Solo con la Russia l’Europa potrebbe finalmente diventare prospera e sicura.

Sanzionare il governo Netanyahu e riconoscere lo Stato palestinese

Detto questo, è oggi indispensabile che l’Europa riesca a distinguere i suoi interessi non solo da quelli americani, ma anche e soprattutto da quelli dei governi israeliani. Occorre sanzionare Israele come abbiamo sanzionato la Russia, e punirla per la sua politica guerrafondaia e criminale che danneggia enormemente gli interessi di tutti gli ebrei del mondo e dello Stato stesso di Israele. Sembra che il governo Netanyahu voglia fare la guerra a tutto il mondo islamico senza prevedere alcuna forma di compromesso e di diplomazia, e questo solo per mantenere il potere personale del premier, l’occupazione illegale delle terre palestinesi e l’egemonia e il dominio di tutta l’area mediorientale. Occorre dunque interrompere i rapporti politici e militari con il governo Netanyahu e procedere invece con coraggio e determinazione a costruire due Stati per i due popoli. La nuova Europa post-Nato dovrebbe realizzare in Medio Oriente una politica di pace sia con gli Stati arabi sia con l’Iran, anche in collaborazione con la Cina, che già nel marzo 2023 aveva fatto cessare le ostilità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Solo così l’Europa potrà garantirsi i rifornimenti energetici. Se invece i governi europei continueranno, come hanno fatto finora, a seguire la Nato, Washington e Tel Aviv e a giocare alla guerra con la Russia, o verranno cacciati dai loro cittadini alle prossime elezioni o riusciranno a mandare in rovina i loro Paesi.

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