Visualizzazione post con etichetta alberi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alberi. Mostra tutti i post

giovedì 17 settembre 2026

Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia - Michele Calamaio

  

Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali

Jacqueline è seduta a gambe incrociate su una piattaforma di legno, all’interno di una maloka asháninka appena illuminata. È la capanna cerimoniale indigena, carica dell’odore resinoso e dolciastro delle piante messe a macerare per il rituale.

Fuori, il Río Hirviente, ossia il “Fiume Bollente”, scorre in sottofondo. Dentro, la sua voce si alza in un’ícaro lungo e tremolante, un canto di potere, una formula viva che mette insieme preghiera, medicina e dichiarazione di identità. Per Jacqueline Flores ha una funzione precisa: ancorare sé stessa e chi la ascolta a qualcosa di più antico della memoria.

«Sono una studentessa delle piante», dice, «voglio aiutare l’umanità, tutte quelle persone che hanno bisogno di “guarire”».

In breve

·         Quando la cultura si indebolisce, la foresta diventa vulnerabile. Anche fattori di erosione culturale, come la perdita di lingua, di rituali e di governance comunitaria, possono aprire la strada alla deforestazione, alle coltivazioni di coca e alle occupazioni illegali

·         Allevamento, miniere d’oro e nuovi insediamenti avanzano lungo fiumi e corridoi all’interno della foresta amazzonica, con perdite di centinaia di migliaia di ettari all’anno

·         Le comunità indigene, spesso titolari di diritti per lo sfruttamento della foresta, diventano il bersaglio di trafficanti di legname che “riciclano” i loro permessi per tagliare illegalmente legname in aree protette

·         Dove le comunità indigene si incontrano col mondo esterno, come nella famosa area del Río Hirviente, una zona che attrae molto turismo, tanto i fenomeni di erosione culturale quanto di penetrazione criminale sono accelerati

·         All’interno di alcune comunità però, ci sono persone che lavorano per ricostruire i legami con la cultura ancestrale. Proprio nell’area del Río Hirviente, c’è chi cerca di rimettere in piedi pratiche tradizionali, recuperare la lingua e la responsabilità collettiva, per tutelare la foresta e riparare le fratture generazionali

Il suo percorso è iniziato molto presto, nella scuola informale di suo padre, Juan Flores Salazar, curandero della comunità di Mayantuyacu. Flores, oggi scomparso, è stato uno degli sciamani più rispettati della zona e il fondatore di un centro di medicina forestale diventato noto a livello internazionale per le sue acque termali e per gli insegnamenti sulle piante lungo il corso del Fiume Bollente.

La famiglia di Jacqueline in passato ha dovuto abbandonare il territorio asháninka della selva centrale per sfuggire alla violenza degli anni del terrorismo di Sendero Luminoso. «Molto è andato perduto», dice. Lo vede nella frammentazione delle comunità vicine, nelle divisioni interne, nella perdita di riferimenti condivisi.

Fai clic per accettare i cookie marketing e abilitare questo contenuto

Jacqueline Flores mentre canta una preghiera, un connubio tra medicina e dichiarazione di identità

Il lavoro che porta avanti oggi con il proprio centro di ritiro curativo, Pumayacu, rafforzando il legame con il territorio e recuperando la lingua madre andata persa negli anni, è la sua risposta a quella perdita.

Nell’Amazzonia peruviana, l’erosione culturale sta trasformando la foresta con la stessa forza di qualsiasi processo di globalizzazione. Le culture tradizionali si assottigliano, le lingue si perdono e le strutture di governo comunitario si frammentano. L’indebolimento della cultura, causato da pressioni economiche, istituzionali e sociali, sta anche rendendo la terra più facile da sottrarre.

«Le popolazioni indigene, se lasciate a sé stesse, mantengono le foreste intatte. Ma quando entra il capitalismo, il loro sistema ecologico e sociale collassa» e permette l’ingresso di economie illegali come il disboscamento, l’occupazione predatoria dei terreni e le coltivazioni di coca, spiega l’antropologo Glenn Shepard.

«L’erosione culturale genera deforestazione, e la deforestazione genera ulteriore erosione culturale», sintetizza Enrique Ortiz, Senior Program Director dell’Andes Amazon Fund. E mette in guardia dal romanticizzare le comunità come naturalmente protettive: «Non bisogna cadere nella visione ideologica dell’indigeno “puro”. Sono persone come noi».

Le comunità indigene non sono monoliti, né entità “eco-perfette” nate fuori dal tempo, né vivono in una bolla impermeabile alle stesse forze che attraversano ogni società. 

Fratture interne alle comunità indigene hanno portato alcuni apus, i leader eletti, a vendere terre, a firmare concessioni forestali fraudolente o a stringere accordi con taglialegna illegali e imprese estrattive. Decisioni spesso dettate da precarietà economica, pressione esterna e cooptazione politica.

La stessa logica si manifesta anche sul piano culturale: centri di cura gestiti da stranieri spingono spesso i curanderos, ossia i guaritori indigeni, a seguire copioni occidentali in cui pratiche ancestrali vengono rimodellate per adattarsi alle aspettative di chi arriva da fuori.

L’etnobotanico Mark Plotkin, presidente dell’Amazon Conservation Team, collega questa rottura culturale alla scomparsa degli anziani che «custodivano le storie, i protocolli e le conoscenze botaniche» capaci di mantenere in equilibrio sia la comunità che la foresta.

«Ogni volta che muore un anziano, brucia una biblioteca», dice, riprendendo una frase dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ. E quando queste biblioteche scompaiono, il sapere che dovrebbe passare alle nuove generazioni non arriva con la stessa forza. Il collasso ecologico della foresta diventa inseparabile dallo sgretolamento linguistico delle comunità che la abitano.

Il linguista Roberto Zariquiey ricostruisce la perdita linguistica a partire dalle pressioni sociali che molti giovani indigeni subiscono quando si trasferiscono nelle città, pressioni segnate soprattutto dal razzismo, dalla discriminazione e dalla necessità di “mimetizzarsi”.

Il risultato, spiega, sono comunità intere in cui «solo pochi anziani parlano ancora la lingua, mentre tutti gli altri non la usano più». L’impatto va ben oltre la grammatica: molte piante medicinali «non hanno un nome in spagnolo» e, senza i termini indigeni, «un bambino non dispone delle risorse lessicali per nominare quella pianta».

In questo quadro, i governi peruviani che sulla carta sostengono l’autogoverno indigeno, allo stesso tempo approvano megaprogetti realizzati senza consultazione previa e leggi pensate per limitare l’attivismo indigeno. Diversi report mostrano come comunità abbandonate o indebolite diventino punti di ingresso ideali per l’espansione della coca, per le reti di riciclaggio del legname e per schemi di frode fondiaria.

Dati e testimonianze: come le comunità indebolite percepiscono l’erosione culturale

Il pomeriggio di Jacqueline ha qualcosa di disarmante nella sua normalità. Rimprovera i figli perché hanno lasciato le infradito nel fango, sciacqua i piatti insieme a sua madre e poi torna a tagliare le verdure selvatiche per la cena. Nulla di lei richiama l’immagine da cartolina della “purezza ancestrale” che molti, da fuori, continuano ad aspettarsi.

A quell’aspettativa, Jacqueline reagisce con una risata. Per lei il cambiamento, spiega, deve cominciare da piccoli. I suoi figli partecipano già alle pratiche legate alle piante e crescono con un senso di responsabilità verso la terra e verso la comunità.

Lo stesso equilibrio lo pretende anche quando il sapere arriva dall’esterno. «Se è costruttivo, è un contributo», dice. A una condizione semplice: rispettare le regole, non snaturare le pratiche e non trasformare la cura ancestrale in uno spettacolo.

Jacqueline si immagina una comunità in cui la lingua si trasmette tra le generazioni; in cui i rituali contano davvero per la vita quotidiana e non per il turismo; in cui gli anziani insegnano con continuità; le assemblee prendono decisioni realmente determinanti; e i conflitti trovano un percorso possibile di ricomposizione.

Interviste raccolte da IrpiMedia con una dozzina di leader Shipibo-Conibo, Awajún, Asháninka e Kakataibo in contesti urbani e ancestrali rendono più chiara la realtà che Jacqueline tenta di difendere.

Tutti i partecipanti concordano su un punto: lingua e vita rituale devono essere trasmesse alle generazioni più giovani se la continuità culturale vuole sopravvivere. Sulla governance, invece, non emerge un modello unico: circa la metà descrive processi decisionali condivisi dall’intera comunità, mentre gli altri indicano un’autorità concentrata soprattutto nell’apu o in un consiglio ristretto.

Anche le definizioni di erosione culturale divergono. Alcuni la descrivono come la perdita del rispetto tra generazioni, altri come l’indebolimento del lavoro collettivo, mentre altri ancora come la scomparsa progressiva di pratiche culturali specifiche. Infine, quando si parla di attori esterni, la frattura si accentua.

Circa il quaranta per cento vede Ong, missionari o guaritori in visita come opportunità di apprendimento e di rafforzamento delle pratiche culturali, mentre il sessanta per cento li considera soltanto una fonte di rischio.

Come scompare la foresta

Per capire come l’erosione culturale si trasformi in criminalità forestale, bisogna partire dal protagonista più anonimo dell’Amazzonia: la burocrazia. Eduardo Nina Cruz, procuratore della Prima procura specializzata in materia ambientale (Fema) della regione di Ucayali, ha spiegato a IrpiMedia come il riciclaggio del legname inizi spesso da autorizzazioni forestali usate in modo fraudolento.

Infatti, ogni operazione di disboscamento autorizzata produce anche una Guida di trasporto forestale (Gtf), un documento che permette il trasporto legale di altrettanto legname.

In diversi casi però, racconta Nina Cruz, da successivi controlli si scopre che l’area autorizzata non era mai stata veramente disboscata, ma che i documenti per il trasporto di legname erano stati “rivenduti” a terze parti.

«Quella guida di trasporto vale moltissimo», spiega. «È come un assegno in bianco», che può servire da copertura per legname proveniente da aree protette, spiega il procuratore. 

Questo schema può innestarsi direttamente nei sistemi di governance delle comunità indigene.

Secondo documenti raccolti da IrpiMedia presso l’Organismo di supervisione delle risorse forestali e faunistiche (Osinfor), la Comunità nativa di Santa Rosa de Sarayacu, una comunità amazzonica legalmente riconosciuta e raggiungibile dopo circa otto ore di navigazione dal distretto di Contamana verso Loreto, era titolare di un piano di gestione forestale intermedio (Pmfi).

Sulla carta, la comunità stava gestendo la propria foresta. Nei fatti, il suo nome e il suo permesso venivano utilizzati come strumento di riciclaggio del legname.

Un’ispezione urgente dell’Osinfor condotta nel dicembre 2023 ha accertato che, nell’ambito di quel piano, erano stati dichiarati come estratti 635 tronchi e 500.047 metri cubi di legno di capinurí.

Quando l’Osinfor ha incrociato le Guide di trasporto forestale e le relative liste di carico con gli alberi effettivamente autorizzati, nessuno dei codici risultava corrispondente. Sul terreno, gli ispettori hanno riscontrato che solo due alberi di quella specie erano stati realmente abbattuti e trasportati.

Altri 15.609 metri cubi di capinurí risultavano registrati nel libro delle operazioni come “estratti” da alberi che erano ancora in piedi. Nel complesso, 515.656 metri cubi di legname sono stati considerati privi di giustificazione e classificati come estrazione non autorizzata, un “danno grave” su 8,6 ettari, che ha portato all’avvio di sanzioni alla comunità stessa.

Nina Cruz è diretto nel descrivere come avviene questo meccanismo. Le comunità titolari di permessi in regola spesso non tagliano legname affatto. I loro apu, i capi comunitari, finiscono invece per affittare o vendere i permessi, o addirittura singole Guide di trasporto forestale, a taglialegna esterni, che le usano per riciclare legname abbattuto illegalmente altrove.

I numeri della deforestazione

«A quei leader interessa una sola cosa: i soldi. Soldi facili», afferma Nina Cruz.

Secondo un funzionario dell’Osinfor che ha parlato con IrpiMedia, «fino all’80 per cento del legname estratto lo scorso anno all’interno di aree di gestione ufficiale era illegale».

Secondo l’agenzia peruviana, le comunità vengono trascinate in queste reti non tanto per avidità quanto per vulnerabilità strutturale: mancanza di accesso al credito, assenza di macchinari, nessun potere contrattuale. «Io ti do il 20 per cento e tengo l’80», è la formula che sintetizza molti degli accordi che finiscono per accettare.

Il punto “bollente” dell’Amazzonia

Pucallpa è il punto in cui l’Amazzonia incontra le macchine del mondo esterno. È un nodo migratorio e, più di Lima, l’epicentro di una particolare forma di distorsione culturale alimentata dai mestizos, persone di origine mista indigena e non indigena che si muovono con disinvoltura tra il potere urbano e le economie della foresta.

La strada a sud della città conduce a Honoria, porta d’accesso al Fiume Bollente, o Shanay Timpishka, che in lingua locale significa “bollito dal sole”.

Si tratta di un’anomalia idrotermale a lungo considerata leggendaria. Dal punto di vista scientifico, questo tratto di foresta è unico. Le acque del fiume qui possono raggiungere i 99 gradi Celsius, rendendolo uno dei più grandi fiumi termali non vulcanici documentati al mondo. È una finestra unica sui processi geologici profondi della Terra, ha spiegato a IrpiMedia il geologo Andrés Ruzo.

Ma anche la realtà che lo circonda sta collassando rapidamente. La deforestazione ha avanzato a un ritmo tale che, avverte Ruzo, se l’area dovesse restare nelle condizioni attuali, trascurata e dimenticata, «potremmo raggiungere un punto di non ritorno nel giro di tre anni».

Per le comunità locali, il fiume è da sempre un centro antico di apprendimento sciamanico. Eppure le stesse forze che stanno trasformando la vita cerimoniale di Pucallpa, la pressione del turismo, l’emergere di sciamani “contemporanei” e la frammentazione delle comunità hanno iniziato a penetrare anche qui.

Il risultato è l’apertura di insediamenti senza regole, la speculazione fondiaria e il disboscamento illegale, che stanno erodendo sia il tessuto culturale che il sapere ancestrale che un tempo proteggevano la foresta attorno al fiume.

Sulla carta, il Fiume Bollente ricade all’interno di un mosaico di aree protette e spazi regolamentati. L’area rientra però nel Lotto 87 di PeruPetro, una concessione per idrocarburi attualmente in fase di valutazione da parte della società Upland Oil Co.

In superficie, ampie porzioni del territorio sono classificate come Foresta di produzione permanente (Bpp), una categoria che consente allo Stato di rilasciare concessioni quarantennali per l’agroforestazione su terreni che restano formalmente di proprietà pubblica e non dei concessionari.

All’interno di questo assetto frammentato si inseriscono anche porzioni di territorio titolate, appezzamenti acquistati legalmente da individui o comunità e detenuti a titolo permanente.

Ma nemmeno la terra titolata, la forma di proprietà più solida prevista dall’ordinamento peruviano, è al sicuro. Tutti i proprietari terrieri legali intervistati da IrpiMedia a Honoria hanno riferito la stessa cosa: se non si presidiano i confini, qualcun altro arriverà a occupare la tua terra e a sfruttarne le risorse.

Accanto ai terreni titolati e alle concessioni statali esiste infatti una terza categoria, quella delle “possessioni”. Si tratta di occupazioni di fatto, in cui coloni si insediano su terreni senza alcun diritto reale. Sono proprio queste occupazioni irregolari a diventare la porta d’ingresso per l’accaparramento illegale di terreni, l’espansione dell’allevamento bovino e le attività estrattive che operano fuori dai radar delle autorità.

Michel Douglas Rivera, uno dei quattro imprenditori locali che detengono legalmente una concessione ecoturistica e di conservazione nel corridoio del Fiume Bollente, ha osservato questo schema ripetersi sulle sue terre.

Secondo le prove esaminate da IrpiMedia, tra cui fascicoli della procura di Ucayali e verbali di ispezione dell’Atffs, la concessione di Rivera è stata ripetutamente presa di mira da occupanti abusivi guidati da una figura mestiza accusata di vendere terreni forestali statali a operatori di segherie senza contratti e di rilasciare falsi “certificati di residenza” all’interno della concessione di Rivera per consentire occupazioni illegali.

«Arrivano con documenti falsi, tagliano tutto ciò che possono vendere e lasciano il territorio devastato», racconta Rivera. «E poi siamo noi a dover lottare per mantenere la foresta in piedi».

Una volta aperta la breccia, le occupazioni si moltiplicano. «Quello che accade nella foresta segue spesso questa dinamica: coca, appezzamenti agricoli, disboscamento.

La causa principale della perdita di foresta è la povertà delle persone che vivono lì», osserva Franz Orlando Tang Jara, responsabile dell’ufficio forestale e faunistico regionale di Ucayali. E se queste occupazioni iniziano spesso in modo silenzioso, con il tempo si consolidano in sistemi paralleli e informali di pagamento. Sotto pressione economica, alcune comunità indigene finiscono per negoziare canoni annuali con coloni che non hanno alcun titolo legale.

«Pagano 5.000 o 10.000 soles all’anno», spiega Tang Jara, trasformando di fatto un’occupazione illegale in un mercato nero degli affitti. Indica il caso avvenuto nei pressi della comunità indigena Shipibo-Conibo di Caimito, dove gruppi mennoniti si sono insediati su terre che la comunità stava cercando di ottenere ufficialmente dallo Stato, sostenendo però di aver pagato le autorità indigene locali per poter rimanere nell’area stessa.

Questa dinamica ha raggiunto l’area del Fiume Bollente già da anni, rimodellando la foresta e, soprattutto, ridefinendo chi può rivendicare il controllo del territorio per il turismo ecologico e quello ancestrale.

È il caso di luoghi come il Santuario Huishtin, un centro di medicina delle piante gestito dal fondatore mestizo e maestro guaritore Enrique Paredes. Paredes afferma di operare in nome della conservazione e dell’ecoturismo, dopo aver lavorato come apprendista con il padre di Jacqueline e aver acquisito il terreno in modo legittimo.

Tuttavia, il procedimento che descrive ricalca da vicino le pratiche di compravendita illegale di terre all’interno delle Foreste di produzione permanente del Fiume Bollente. «Vai dal notaio, si preparano i documenti e sei a posto così», ha raccontato a IrpiMedia durante una visita al suo centro di conservazione. Si tratta però di una transazione privata che non ha alcun valore legale quando riguarda terreni forestali di proprietà dello Stato.

Infatti, dopo aver esaminato i registri pubblici delle concessioni disponibili presso l’agenzia governativa responsabile del disboscamento illegale, il Servizio nazionale forestale e faunistico del Perù (Serfor), e il registro ufficiale delle concessioni forestali dell’Osinfor, non risulta alcuna concessione intestata al Santuario Huishtin, nonostante Paredes sostenga di essere in fase di ottenimento dell’autorizzazione.

«Il Fiume Bollente sta diventando una terra di nessuno», dice Glen Larson Arriaga Silva, operatore turistico di Yanesha Tour che lavora da anni nell’area. Ha raccontato a IrpiMedia che a lui stesso è stato offerto «un appezzamento di dieci ettari nella zona del Fiume Bollente per 5.000 soles», nonostante «tutte le risorse naturali appartengano allo Stato».

Allo stesso tempo, il turismo legato all’ayahuasca si è progressivamente allontanato da qualsiasi presunta missione ecologica. «Lì non c’è più ecoturismo», dice. «Vendono un’immagine “verde”, ma non la praticano davvero».

Fa notare che ai visitatori stranieri vengono chiesti fino a 80 dollari a notte per ritiri di dieci giorni, ma che «non esiste un vero lavoro di conservazione condivisa»: nessun reinvestimento in sentieri o ripristino degli habitat, mentre rituali e cerimonie sono sempre più mediati da organizzatori stranieri e sciamani non locali.

El Cóndor Pasa

All’inizio del 2025, il Fiume Bollente è stato inserito nell’inventario ufficiale delle risorse turistiche del ministero della Cultura. Compare inoltre sul sito turistico del governo regionale di Huánuco. Ma, al di là di questi riconoscimenti formali, il Fiume Bollente ha urgente bisogno di una reale protezione giuridica garantita dallo Stato, per impedire che la deforestazione continui ad avanzare.

Secondo Rafael Pino Solano, responsabile della Zona Riservata della Sierra del Divisor presso il Servizio nazionale delle aree naturali protette del Perù (Sernanp), una possibile strada sarebbe la designazione del Fiume Bollente come Area di conservazione regionale (Acr), una categoria di area naturale protetta che consente «l’uso e l’estrazione delle risorse naturali», purché tali attività non danneggino l’ecosistema.

E mentre le tutele istituzionali avanzano lentamente sulla carta, sul terreno sono persone come Jacqueline a portare avanti il lavoro lento e invisibile di tenere insieme e ricucire una linea culturale.

«L’obiettivo è creare un centro di guarigione ancestrale», spiega, «ma anche preservare la natura, lottare perché la deforestazione si fermi». «I miei figli devono imparare», aggiunge, «perché io non vivrò per sempre».

In questo percorso è sostenuta da Mercedes Karina García Ríos, insegnante indigena Shipibo-Konibo impegnata nella conservazione culturale presso la scuola Isa Weni.

Attraverso laboratori del fine settimana dedicati alla lingua shipibo, ai racconti, ai rituali, al ricamo e alle piante medicinali, García Ríos lavora per riportare i bambini indigeni verso la propria identità. «È per permettere ai bambini di riconnettersi con la loro cultura, per non dimenticare chi sono», spiega.

Anche alcune iniziative istituzionali nella capitale stanno contribuendo a questo sforzo.

La Mochila Forestal dell’Osinfor è uno strumento di formazione interculturale pensato per rafforzare la capacità delle comunità indigene e rurali di gestire le foreste in modo legale e sostenibile, intervenendo sui gravi vuoti informativi che alimentano l’estrazione non autorizzata.

Attraverso moduli partecipativi dedicati alla gestione forestale comunitaria, alla vigilanza contro la corruzione e alla tracciabilità del legname, il programma ha formato 9.460 persone in 11 regioni, di cui il 79 per cento appartenenti a comunità indigene, e ha creato 652 formatori comunitari.

In diversi casi, le valutazioni ufficiali mostrano un miglioramento misurabile, con comunità passate da livelli di conformità “insufficienti” a “buoni” dopo cicli ripetuti di formazione.

In un luogo in cui così tanto sta andando perduto, Jacqueline e altre persone come lei stanno ricostruendo una continuità fragile ma ostinata, quella che le nuove generazioni di giovani indigeni stanno iniziando a riconoscere di nuovo come propria. Non è una soluzione miracolosa, ma un «dovere culturale» che, come lei stessa dice, tiene aperta un’altra possibilità narrativa per questa terra.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Pulitzer Center. Michele Calamaio è il Pulitzer Center Post-Grad Reporting Fellow del 2025.

da qui

giovedì 3 settembre 2026

Meno auto, più alberi: come le città europee stanno ripensando lo spazio pubblico - Cecilia Cacciotto

Grenoble ha rimosso i cartelloni per piantare alberi. Parigi ha triplicato le biciclette. Le città europee stanno ridisegnando lo spazio pubblico – e la qualità dell'aria

Le città coprono il 4% del territorio del Vecchio Continente, eppure è qui che vive la maggior parte degli europei, si consuma oltre il 60% dell’energia globale e si produce circa il 75% delle emissioni di CO2. La crisi climatica non è un fenomeno lontano: si misura nell’aria che respiriamo, nell’acqua che non defluisce dopo un nubifragio, nel calore che si accumula tra il cemento d’agosto. Le città sono al tempo stesso le principali responsabili del problema e il luogo in cui il problema si può affrontare con più efficacia.

Eppure le città sono spesso sole. Le politiche di resilienza climatica dipendono quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei, e solo una su due ha una voce di bilancio dedicata. Questo dossier racconta le città che stanno già cambiando – le piste ciclabili di Parigi, le piazze-spugna di Copenaghen, i biodigestori di Milano, le superillas di Barcellona – non come esempi irraggiungibili, ma come prove che un’altra città è già in costruzione. Le città possibili, appunto.

«Le città del nostro Paese possono diventare un concreto campo d’azione del Clean Industrial Deal lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen all’inizio del suo secondo mandato. Possiamo diffondere tecnologie e prodotti innovativi per rendere concreta la decarbonizzazione dell’ecosistema urbano, ma dobbiamo crederci di più». Lo sottolinea Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, nella prefazione del rapporto 2025 sulla performance ambientale delle città.

In prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, i centri urbani si stanno attrezzando per affrontare la sfida. Ma la consapevolezza, pur diffusa, e strumenti ancora probabilmente insufficienti non bastano a spianare la strada. Paradossalmente, i centri urbani occupano una porzione ridotta del territorio continentale – il 4% in Europa (il 3% in Italia) – ma è qui che vive il 75% degli europei. Le città consumano oltre il 60% dell’energia globale e sono responsabili di circa il 75% delle emissioni di CO2.

La domanda, quindi, è inevitabile: come deve essere la città del futuro per vincere la sfida dei cambiamenti climatici? Già nel 1974 Fulco Pratesi dimostrava che non esiste una contrapposizione tra città e natura: una visione allora eretica, oggi diventata una necessità.

La missione europea per le città climaticamente neutrali entro il 2030

Il cuore della strategia urbana nell’Europa dei 27 è la missione “100 Climate-Neutral and Smart Cities”. Avviato cinque anni fa, è un programma della Commissione europea che ha selezionato cento città pilota – a cui si aggiungono altre dodici di Paesi associati – con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Le città partecipanti aderiscono ai Climate City Contracts, piani d’azione che riguardano energia, trasporti e rifiuti. Il primo traguardo è ottenere la EU Mission Label, che certifica la validità del percorso intrapreso. Le cento città fungono da apripista: se il modello funziona, il resto d’Europa sarà chiamato a seguirle. In Italia ne sono state selezionate nove.

A quattro anni dall’avvio, queste città hanno ottenuto un primo risultato: con il decreto 558 dello scorso dicembre sono stati stanziati 11,8 milioni di euro, che verranno suddivisi e destinati agli obiettivi della transizione. Una cifra limitata, ma comunque un risultato politico rilevante, come sottolinea Annalisa Boni, assessora alla Transizione ecologica del Comune di Bologna: «Il fatto che le nove città si siano presentate unite di fronte al governo ha permesso di non essere viste come singole realtà locali con piccole richieste, ma come un blocco strategico nazionale». L’auspicio è che il governo centrale riesca a sostenere la transizione verso la decarbonizzazione di tutti i centri urbani. «Ma è importante – aggiunge Boni – che si affermi il principio per cui la neutralità climatica non è un costo, ma un’opportunità di sviluppo economicamente vantaggiosa e socialmente equa».

Grenoble: meno pubblicità, più alberi e spazio pubblico

Un concetto chiarissimo a Grenoble. La svolta sostenibile qui inizia dodici anni fa, con le elezioni municipali del 2014, che portano alla guida della città una coalizione inedita tra ecologisti, sinistra radicale e collettivi civici. Si parte da interventi piccoli ma significativi: la rimozione dei cartelloni pubblicitari per fare spazio agli alberi, l’introduzione rigorosa delle zone a basse emissioni e il limite di 30 km/h su gran parte del territorio comunale, per favorire pedoni e ciclisti.

Parallelamente si investe sul trasporto pubblico, che diventa più capillare e accessibile, anche grazie all’introduzione di tariffe agevolate per le fasce più fragili. In questi stessi anni prende forma il progetto dell’eco-quartiere bioclimatico, basato sull’uso di materiali naturali. Il quartiere Flaubert è un esempio di rigenerazione urbana: qui gli edifici sono costruiti con legno e terra cruda, permettendo di ridurre i consumi energetici fino al 76% rispetto all’edilizia tradizionale.

La decisione di rimuovere 326 cartelloni pubblicitari – comprese le pensiline digitali ad alto consumo energetico – è costata al Comune circa 600mila euro di entrate annue. Una perdita che, spiega il vicesindaco Gilles Namur, è stata «in gran parte compensata da una riduzione delle spese di rappresentanza. La salute fisica e mentale dei cittadini e delle cittadine è per noi molto più importante. E gli alberi restano i migliori filtri per l’aria».

Qualità dell’aria nelle città italiane: oltre il 70% fuori norma

Piantare alberi aiuta, ma non basta. La qualità dell’aria resta la principale emergenza sanitaria nelle nostre città. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria (2024/2881) prevede il dimezzamento dei limiti di PM2.5 entro il 2030. Se fosse già in vigore oggi, oltre il 70% delle città italiane risulterebbe fuori norma.

Milano rappresenta un caso particolare, probabilmente il più complesso del Paese: la sua posizione geografica favorisce il ristagno degli inquinanti. Entro il 2040 Milano punta ad abbandonare il gas nel teleriscaldamento, sostituendolo con fonti alternative. Per decongestionare il traffico sono state istituite Ztl che, nell’ultimo decennio, hanno contribuito a una riduzione dei gas tossici tra il 15% e il 20%. Tuttavia, per centrare gli obiettivi del 2030, sarà necessario ridurre ulteriormente le emissioni nocive del 40-50%.

Ridurre le auto non basta: serve cambiare le abitudini di mobilità

A chi ritiene che la soluzione sia semplicemente il passaggio all’elettrico, Guido Lanzani di Arpa Lombardia ricorda che le polveri sottili «sono costituite da più componenti e comprendono anche il contributo dell’usura di freni e pneumatici e asfalto. È quindi necessario puntare, oltre che al rinnovo del parco circolante, alla riduzione dei chilometri percorsi in auto». Una sfida che richiede una trasformazione radicale, non solo della mobilità ma anche delle abitudini: «Il 70% degli italiani percorre meno di 10 km al giorno, il 68% lo fa in auto e il 60% di questi spostamenti avviene da soli», sottolinea Federico Del Prete, responsabile mobilità di Legambiente. «E la velocità media in una città come Milano è 18 km/h, molto al di sotto dei tanto criticati 30 km/h».

Secondo i dati più recenti, l’inquinamento a Milano costa circa 2.800 euro l’anno per cittadino. Si stima che il 14% dei decessi sia legato alle PM2.5. Rispettando i nuovi limiti europei, si potrebbero evitare oltre 1.500 morti all’anno nella sola area metropolitana. L’assessora all’Ambiente Elena Grandi ricorda ancora la posizione geografica sfavorevole della città: «Dal 2022 il Comune si è dotato del Piano aria e clima, un piano strategico di azioni integrate». I risultati non mancano, ma «Milano non può farcela da sola. L’inquinamento dell’aria non ha confini amministrativi: per questo le politiche di tutela devono essere sempre più incisive, integrate e soprattutto condivise a livello sovracomunale e regionale per essere efficaci».

Mobilità ciclabile: Parigi, Utrecht e Copenaghen come modelli europei

La transizione verso la mobilità dolce è una strada che permette di far respirare anche i bilanci pubblici delle città. Un esempio da seguire arriva ancora una volta dalla Francia, da Parigi. La città ha scommesso sulle due ruote. A favorire la capitale francese è anche la sua estensione relativamente contenuta per una metropoli, un fattore che ha dato slancio all’uso della bicicletta: un investimento di 250 milioni di euro ne ha letteralmente triplicato la diffusione. Oggi la Ville Lumière dispone di una flotta di bike sharing di oltre 42mila mezzi, tra pubblico e privato, in grado di ridurre le emissioni tossiche del 30%. Il 2026 è stato indicato come l’anno della svolta: Parigi punta a diventare una città ciclabile al 100%.

Il parcheggio per biciclette più grande al mondo si trova invece a Utrecht, con 12.500 posti: un primato che ha contribuito a farle guadagnare il titolo di città più bicycle-friendly del mondo. A Copenaghen, il 52% degli spostamenti avviene già in bicicletta. E i benefici sono anche economici: per ogni chilometro pedalato la società guadagna circa 0,64 euro in termini di salute e produttività, mentre ogni chilometro percorso in auto costa alla collettività circa 0,71 euro. Copenaghen resta però un caso particolare: la sua espansione urbana segue ancora oggi l’impianto del piano urbanistico del 1947. A sostenerla ci sono anche investimenti importanti, tra i 40 e i 45 euro all’anno per abitante destinati alle infrastrutture ciclabili, tra i livelli più alti al mondo. Vivere la città, per i danesi, è una scelta che si traduce in politiche concrete.

da qui 

venerdì 13 maggio 2022

Tim Ingold: le provocazioni del grande antropologo - Gianfranco Marrone

 

La sociologia, secondo Tim Ingold, dovrebbe cominciare dallo studio degli alberi: dal modo in cui, in un bosco, essi vivono le loro forme di convivialità, si relazionano fra loro, quelli grandi che curano i più piccoli, le storie che si tramandano a vicenda, tutti che crescono insieme secondo ordini misteriosi, in barba agli incendi ricorrenti, alle deforestazioni brutali, all’uso massiccio e posticcio che ne fanno gli esseri umani sempre colmi di stupida hybris. Entrare in un bosco, continua l’antropologo scozzese, è come varcare la soglia di una biblioteca o di una cattedrale: i tronchi sfilano via come gli scaffali dei libri o le colonne delle chiese. “Ogni tronco – leggiamo in Corrispondenze, nuovo libro di Ingold appena pubblicato da Cortina (cura, traduzione e introduzione di Nicola Perullo, pp.  246, € 22) – ogni codex (come gli antichi chiamavano sia i tronchi sia i libri) custodisce la sua storia; non però fra le sue fodere, come per i libri, ma in alto, fra le volte a ventaglio del tetto della cattedrale o i ramificati decori delle sue vetrate. Per leggere questa storia dovete tendere il collo”. Del resto, gli uomini vanno e vengono, gli alberi restano: dopo gli incendi risorgono i boschi; meno probabile che rinasca invece, in seguito a questo grande suicidio di massa che stiamo vivendo, la società umana.

 

Ecco un tipico esempio di ciò che fa innervosire gli antropologi più tradizionali, e in generale tutti coloro che continuano pacificamente a ritenere che le scienze sociali debbano occuparsi unicamente dell’uomo e della sua storia, e non, come da parecchio tempo si mostra e dimostra (Descola, Latour, Viveiros, Kohn, Despret, Morizot…), dell’intero mondo comune, fatto di umani e non umani, viventi e minerali, eventi atmosferici, materiali, tecnologie, sogni e fantasmi. Dal punto di vista dei saperi più accademici, l’idea che il sociologo o l’antropologo possa – anzi, debba – occuparsi delle comunità di alberi, dei boschi, appare una provocazione, così come viene considerato a dir poco assurdo far parlare le pietre, rappresentare la saliva di un cavallo o ascoltare i suoni della neve, come Ingold fa in questo libro. Una tal specie di afflato poetico, di visionarietà, dà luogo peraltro a uno stile, se pure rigoroso, tutt’altro che ascetico e oggettivante, una maniera di scrivere che rimanderebbe più alla letteratura che non la scienza – separazione, diciamolo ancora, durissima a morire.

 

Da cui le forti resistenze che, non solo nel nostro Paese, si ergono a difesa dell’idea (che uno come Einstein, per esempio, ripeteva in continuazione) secondo cui tutte le scienze, esatte o umanistiche, in fondo non si occupano che dell’uomo: posizione antropocentrica i cui scricchiolii epistemologici sono già la spia della sua urgente rivedibilità. 

Concezione che il lavoro di ricerca di uno come Ingold, studioso serissimo delle culture artiche, considera non pertinente: non ci sono nature (sì, al plurale) se non umanizzate, impregnate del lavoro della specie umana; così come non ci sono culture se non in relazione agli altri esseri e cose naturali – o, sarebbe meglio dire, non umani. Le reti di parentela, per dirne una, non sono altro che esiti delle fittissime relazioni fra animali e piante, fatte di prede e predatori, cacce e fughe, alleanze e conflitti, dove ogni tanto, per caso o per necessità, emergono figure che, pavoneggiandosi, amano sentirsi troppo umane. E che lo sono fino a un certo punto, a determinate condizioni: se esistono leggi di natura, è perché il diritto è invenzione umana, un’umanità che, però, esiste solo in funzione di costrizioni che sono potenzialità, limitazioni che si trasformano in opportunità. 

 

Ed ecco, tornando ai boschi, un bell’esempio di ciò che questo studioso geniale e indisciplinato, scanzonato e insieme profondissimo, definisce, appunto, corrispondenze fra uomo e uomo, certo, ma soprattutto fra esseri viventi d’ogni tipo, o se si vuole d’ogni natura, umana e non umana, permanente o aleatoria, palpabile o meno. Corrispondere, come bene chiarisce Perullo nel suo saggio introduttivo, è un modo di vivere che, immergendosi nel tutto (Thoreau, Naess), ne trae spunti per intessere relazioni ulteriori e reinventare forme d’esistenza. Così, le strade che attraversano i boschi sono sempre, secondo Ingold, percorsi che puntano verso il nulla, le quali non hanno antropocentrici obiettivi, poiché sono sentieri perennemente interrotti (e il riferimento agli Holzwege non è affatto casuale) da altri innumerevoli esseri che, attraversandoli perpendicolarmente, li determinano e insieme li cancellano, in un gioco continuo, dai ritmi variabili, di echi reciproci, di spostamenti metaforici.

 

Dove ogni metafora, ogni costrutto retorico, va preso sul serio, ossia, fondamentalmente, alla lettera – in modo da filare la metafora, direbbero i semiologi. Così queste corrispondenze che costituiscono il libro in questione, ricordano, da un lato, quelle celeberrime di Baudelaire (autore chiave per Ingold), mentre, dall’altro, non sono altro che forme sensibili di comunicazione postale, come quando, scrivendo a mano, risulta difficile, e peraltro inutile, distinguere l’apporto del gesto fisico che impregna la carta di inchiostro da quello degli affetti che si prova a condividere, a corrispondere appunto. La corrispondenza, in questo senso, non è una forma di cultura che mira ad adeguare cose e intellezioni ma un esercizio mentale che prova a prendere in carico relazioni variegate fatte di generosità, apertura, confronto e, comunque, visione critica. Per questa ragione il sapere costruito da Ingold non può in alcun modo assumere le forme della conoscenza accademica (“tutta la conoscenza è merda, prodotto di scarto di una reazione metabolica”), adagiandosi piuttosto sulla philìa originaria della filosofia, su quel dilettantismo amatoriale che, inviso ai più, Ingold rivendica come basilare condizione di possibilità di ogni sguardo antropologico che è insieme poesia, arte, design, riflessione intellettuale.

Da questo punto di vista, chiarisce l’autore, dilettantismo non è rifiutare l’expertise in sé (grossa insidia) ma le sue conseguenze politiche, l’autoritarismo implicito che ogni specialismo finisce per comportare. Così, corrispondere non è interagire: nessuna interattività (grande mito d’oggi) nella proposta di Ingold; semmai, nota Perullo, corrispondere è provare a essere il più possibile saggi, saggi senza idee (Jullien) o immagini fisse, e proprio per questo tendenzialmente giusti, pregni di compiti da portare avanti, ma senza ostinazione, con una responsabilità sempre rivedibile, cangiante in funzione di nuove, future corrispondenze che non possono non oltrepassare ogni barriera specie-specifica (Haraway, Barad). 

Leggere questo libro straordinario, corrispondere con esso, è ovviamente il miglior modo per entrare nel merito di tali questioni, per capirle e, prima ancora, accettarle, condividerle, metterle in pratica e in gioco. Laddove Making, altro libro eccellente uscito un paio d’anni fa sempre da Cortina, costituiva il volet teorico del pensiero di Ingold, questo Corrispondenze ne fornisce piuttosto il volet, se non pratico, sicuramente più vicino alla vita quotidiana, al vissuto, all’esistenza in atto. 

Partendo da sollecitazioni di artisti, curatori di musei, attivisti, cineasti, scrittori o alpinisti, Ingold scrive lettere immaginarie al lettore raccontando di sue esperienze esemplari, come passeggiare sulla spiaggia di Aberdeen durante una terribile mareggiata, recarsi in aereo da Chicago a Londra, girovagare da turista o, inutile dirlo, immergersi nei boschi. In queste occasioni accade qualcosa di imprevisto, qualcosa che fa scattare una riflessione inedita, un approfondimento laterale della speculazione antropologico-filosofica, una piccola illuminazione che è anche, sempre, una messa in ombra. “Che cosa succede – si domanda l’autore – quando il preciso e cristallino reticolo delle nostre concezioni si scontra con l’esuberanza e la dismisura di un mondo fatto di vita e di morte, di crescita e decomposizione? Questi due aspetti possono rimanere sospesi come in equilibrio? E questo equilibrio è in grado di stabilire un senso di tranquillità in mezzo al tumulto degli elementi?”. A essere tirati in ballo, in queste missive, sono proprio gli elementi cosiddetti aristotelici, l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco e i loro infiniti possibili rapporti, le loro innumerevoli combinazioni, incontri e scontri.  

A un certo punto Ingold racconta la parabola di Apelle, pittore alla corte di Alessandro Magno, che non riesce a dipingere la saliva schiumosa di un cavallo e, infuriato, lancia verso il quadro la spugna con cui puliva i pennelli, ottenendo proprio l’effetto desiderato. È proprio quando si cede allo sconforto, commenterà secoli dopo Sesto Empirico per illustrare il senso del suo scetticismo, quando cioè si getta la spugna, che, spossati, si trovano nuove forze per ricominciare, facendo corrispondere felicemente le nostre concettualizzazioni con la furia degli elementi. Il caso e la necessità vanno a braccetto. Tutte le narrazioni di Ingold hanno quest’aura di parabola e conservano questa struttura, questa dinamica elementare (meglio: elementale). 

Ne basti, qui, una sola, quella della pietra che, dalle parti di Selinunte, parla, anzi scrive in prima persona una sua missiva al lettore, raccontando la propria vita, una vita che attraversa i secoli, i millenni, assistendo a una Storia che distrattamente la include. La storia degli uomini è anche sempre storia delle cose, dei materiali, degli oggetti: basta variare il punto di vista e allungare i tempi. Così la pietra racconta di come la roccia originaria si sia formata dai detriti di piccoli foraminiferi, alghe e coralli che si depositano sul fondale marino, poi prosciugatosi. Un minerale, dunque, come resurrezione di vecchie ossa di numerosi esseri viventi. Dalla roccia ripensata come cava, con inaudita violenza gli uomini estraggono una massa di forma cilindrica, la nostra pietra parlante che, insieme a tante altre, viene impilata a formare delle colonne. 

La sua pesantezza, il richiamo verso la terra, è garanzia di questo suo inedito sopravvivere per aria, in un tempio greco di eccezionale prestanza che si propone di esprimere, grazie all’opera dell’uomo, la grandezza degli dèi. La pietra è ora parte di un tutto, di una grande opera d’arte. La quale però, a un certo punto, viene giù, nel lavoro congiunto di un terremoto e delle guerre puniche. La pietra è di nuovo a terra, segno metonimico di quand’era colonna, ma adesso è puro blocco roccioso, levigato per venti secoli dall’aria e dall’acqua, su cui i turisti amano accomodarsi sospirando nostalgicamente per il bel tempo andato. Finché qualcuno, con del calcestruzzo (roccia artificiale), non prova a rimettere su le colonne, a progettare ricostruzioni sedicenti filologiche, a far rivivere alla pietra le sue inaudite vertigini. E la vicenda continuerà, irrimediabilmente, una vicenda dove la pietra ci sarà ancora, chissà in quale forma, mentre degli uomini che credevano d’averla inventata non resterà alcun ricordo. 

da qui

domenica 21 febbraio 2021

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO LE FORESTE INIZIANO A EMETTERE PIÙ CO2 CHE OSSIGENO. È UN DISASTRO - Silvia Granziero

 


La foresta amazzonica emette anidride carbonica. Per quanto assurda e contro intuitiva possa sembrare questa affermazione, vale per circa il 20% della sua estensione; che, da importante aiuto al rallentamento della crisi climatica, sta diventando un produttore di Co2. Questo avviene perché gli alberi quando muoiono rilasciano anidride carbonica nell’atmosfera, secondo un meccanismo già noto che si sta però verificando a un ritmo più elevato di quanto si pensasse. A portarlo alla luce è stato in particolare uno studio degli scienziati dell’Istituto Nazionale Brasiliano per la Ricerca Spaziale, che per dieci anni hanno misurato regolarmente i gas serra presenti in diverse aree del Pianeta, analizzando le modalità di crescita e morte di 300mila alberi in 500 aree di foresta pluviale in Africa e in Amazzonia. 

I vegetali producono biomassa legnosa, nella quale si accumula anno dopo anno il carbonio sottratto dall’atmosfera attraverso la fotosintesi clorofilliana: questo è solo uno dei meccanismi del carbon sink – l’assorbimento di Co2 – intensificato dalla rigenerazione del suolo, altro magazzino di carbonio, attuata dalle piante. Così, nel complesso, una foresta assorbe varie tonnellate di anidride per ettaro ogni anno. Ora siamo vicini al punto in cui i vegetali perdono la capacità di rinnovarsi, producendo più anidride carbonica di quanta non riescano a immagazzinarne. La notizia più allarmante di questo scenario – che rovescia l’immaginario che tutti abbiamo di piante e alberi come produttori benefici di ossigeno in grado di contrastare il surriscaldamento delle città e l’inquinamento atmosferico – è che tutto questo si verificherà prima del 2050. Già nel prossimo decennio, infatti, potremmo vederne gli effetti, come ha evidenziato lo studio brasiliano lo scorso anno. 

 

Dagli anni Novanta – quando è stato raggiunto il picco dell’assorbimento di anidride carbonica – la capacità delle foreste pluviali di assorbirne e stoccarne è diminuita di un terzo. Mentre fino a circa vent’anni fa le foreste riuscivano a catturare il 17% dell’anidride carbonica (circa 46 miliardi di tonnellate) prodotta dalle attività antropiche, ora siamo appena al 6% (25 miliardi di tonnellate). La causa di questo fenomeno è dovuta al rallentamento della crescita degli alberi e dalla loro mortalità, connessi all’aumento delle temperature medie mondiali e alla siccità, e quindi, come sottolinea l’ecologo Tom Crowther, a deforestazione e cambiamenti climatici. È un circolo vizioso che vede da un lato la crisi climatica, con temperature più calde e periodi siccitosi sempre più frequenti anche nelle regioni umide del Pianeta, e dall’altro l’intensificarsi di questi stessi fenomeni mano a mano che le foreste smettono di assorbire anidride e iniziano a rilasciarne. 

Il fenomeno non si sta verificando allo stesso ritmo in tutte le foreste pluviali del mondo: a essere più colpita sembra l’Amazzonia, perché più colpita da deforestazione e incendi. Il polmone verde del Pianeta si sta trasformando in una camera a gas, danneggiando il Brasile in primo luogo, ma anche – nonostante quanto sostiene il presidente Jair Bolsonaro, per il quale, parafrasando, “l’Amazzonia è nostra e quindi ne facciamo ciò che vogliamo” – tutto il resto del mondo. Proprio da quando Bolsonaro, che si segnala per il suo negazionismo climatico, è al governo, la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto il picco dai primi anni 2000. Le foreste africane, per ora, stanno meglio, perché meno soggette al disboscamento selvaggio promosso per fare spazio al “progresso” e perché in media sono situate a 200 metri sopra il livello del mare, quindi in aree più protette dall’aumento delle temperature. C’è poco da rallegrarsi, però, perché questo stesso fattore fa sì che anche la loro crescita sia più lenta. Inoltre, seppure meno drammatica che in Amazzonia, anche nelle grandi foreste dell’Africa tropicale la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica sta rallentando e si prevede che entro il 2030 diminuirà ancora del 14%, mentre in Brasile il picco pare essere già stato raggiunto tra il 2000 e il 2010. Così, già oggi, ogni anno le foreste producono più anidride di quanta ne emetta l’intero settore dei trasporti pubblici degli Stati Uniti e, se non interverremo con forza, dobbiamo aspettarci, entro il 2030, il sovvertimento dell’effetto benefico della fotosintesi.


In sostanza, dobbiamo prendere consapevolezza che per compensare le emissioni su larga scala non possiamo fare più tanto affidamento sulle foreste tropicali, fino a questo momento considerate i polmoni del Pianeta. Non se non iniziamo seriamente a proteggerle. Un motivo in più per salvaguardare boschi e foreste in tutti i continenti, Europa compresa, dove invece le foreste primitive sono prese di mira dai traffici, legali e non, dell’industria del legname. Se il patrimonio forestale fosse gestito in modo sostenibile – cioè applicando la silvicoltura a basso impatto ambientale e aumentando le aree protette – ogni anno le foreste europee potrebbero assorbire fino al doppio dell’anidride carbonica attuale, come sottolinea uno studio realizzato dall’istituto tedesco Naturwald Akademie per Greenpeace, per il quale sarebbe sufficiente ridurre di un terzo lo sfruttamento delle aree boschive del continente per portare la capacità di assorbimento dai 245 milioni di tonnellate di Co2 annui a 487 milioni di tonnellate. Allo stesso tempo contribuiremmo così all’adattamento e alla resilienza degli ecosistemi nei confronti dei cambiamenti climatici e al mantenimento della biodiversità. 

In Italia, fortunatamente, l’Ispra rileva un dato positivo: il carbonio immagazzinato dalle foreste italiane è​ aumentato negli ultimi anni grazie all’espansione delle superfici boschive, per lo più per effetto della riconversione di terre non più coltivate. La quantità di anidride assorbita dagli alberi nel nostro Paese varia tra 19 e 33 milioni di tonnellate a seconda della numerosità e dell’ampiezza degli incendi, che in Italia sono la maggior minaccia al contributo delle foreste all’assorbimento di anidride. Purtroppo, allargando lo sguardo ci si rende subito conto che altrove la situazione non è altrettanto rosea: come emerge dall’ultimo Global Forest Resources Assessment della Fao, dal 2010 nel mondo abbiamo perso circa 4,7 milioni di ettari di foreste ogni anno a causa della deforestazione, per una perdita complessiva di oltre 178 milioni di ettari dal 1990 a oggi, anche per i terreni convertiti ad altro uso. Non è un caso che l’impatto della deforestazione – che contribuisce a una quantità di emissioni carboniche compresa tra il 6 e il 20%, un range la cui ampiezza è legata alle variabili esistenti nelle varie regioni terrestri – colpisca in particolar modo Stati Uniti, Brasile, Cina e Indonesia, i leader mondiali delle grandi coltivazioni di monocolture.

 

È già noto che tutti gli sforzi per tagliare le emissioni, per quanto seri e coerenti possano essere, non sono sufficienti a risparmiarci la catastrofe climatica. Smettere di inquinare non basta: bisogna anche velocizzare e intensificare gli impegni per catturare Co2 dall’atmosfera, compito nel quale le foreste sono l’aiuto più efficiente ed economico. Eppure continuiamo a distruggerle e a non dar loro l’attenzione che meritano: le politiche di rimboschimento, come quella attuata dalla Cina, che pure sono necessarie, impiegheranno anni a sortire effetti tangibili, perché il maggiore aiuto nella lotta alla crisi climatica è fornito dai boschi più antichi, che continuano a essere vittima di deforestazione. Inseguendo l’obiettivo non delle “emissioni zero” – che non sarebbe abbastanza – ma delle “emissioni negative”, il problema rappresentato dalle foreste che, rischiano ora di soffocarci è serio e urgente. Le grandi estensioni boschive stanno iniziando a fare l’opposto di quello che ci aspettiamo da loro e iniziamo a esserne consapevoli, tanto che nel suo piano per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 la Commissione europea nel 2018 non le ha incluse tra i metodi per catturare Co2. Gli interrogativi e gli scenari che si aprono davanti al ribaltamento del ruolo delle foreste sono inquietanti e chiedono una risposta urgente. Una sfida che ancora una volta dimostra quanto sia necessario l’impegno concreto di tutta la comunità internazionale.

da qui