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venerdì 5 giugno 2026

ISPETTORI ALL’ISTITUTO MATTEI. LA MONTAGNA HA PARTORITO UN TOPOLINO

 

Comunicato Cobas Scuola, Aprile 2026 – Leggi il Pdf

Che fine ha fatto l’ispezione voluta dal Ministro Valditara nella scuola di San Lazzaro in cui alcune classi avevano  partecipato al webinar con Francesca Albanese

Riepiloghiamo prima i fatti.

dicembre, su segnalazione  di un genitore, isolato, si erano subito attivati esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega chiedendo un intervento del Ministro affinché fossero accertate le  responsabilità di chi aveva consentito che la propaganda politica entrasse nelle scuole e fossero presi provvedimenti esemplari. I toni della canea mediatica, sulla scia di quanto avvenuto anche in alcune scuole toscane, si sono subito alzati ed è stata avviata l’ispezione.

Poche settimane prima il Ministro Valditara aveva diramato la nota dove richiamava le scuole a non consentire iniziative in cui non fosse garantita la pluralità dei punti di vista su questioni di interesse politico-sociale, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la propaganda politica nelle scuole e il malcelato intento di sottoporre a censura le iniziative sulla Palestina.

Oggi possiamo affermare che l’ispezione ordinata dall’Ufficio Scolastico Regionale si è rivelata un buco nell’acqua: non è stato trovato nessun elemento di rilievo che consentisse di contestare i contenuti del webinar e l’attività didattica svolta. Nessuna pistola fumante, ma solo la constatazione che la relatrice ONU ha presentato alcuni contenuti del suo libro Quando il mondo dorme, perfettamente integrati con la programmazione didattica ed educativa: origine, composizione e funzioni dell’ONU; l’infanzia a Gaza. 

Insomma dopo tutti i clamori suscitati dal caso, in un clima di caccia alle streghe, l’ispezione non ha portato né ad evidenziare contenuti inappropriati, né l’inadempienza al dettato delle circolari ministeriali, né la violazione di un presunto diritto all’informazione preventiva delle  famiglie: il webinar era del tutto coerente con la programmazione di educazione civica della scuola e con la programmazione disciplinare della docente coinvolta.

A conti fatti l’ispezione quindi legittima pienamente l’importante iniziativa di Docenti per Gaza che, come in altre occasioni, ha consentito di ampliare lo sguardo sulla contemporaneità e su Gaza in particolare. Il tentativo di arrivare a una vera e propria “criminalizzazione” di chi intende approfondire la storia dello stato di Israele, dell’occupazione coloniale, del sistema di apartheid e del genocidio è fallito.

Allo stesso modo il tentativo grottesco di negare la cittadinanza nelle scuole addirittura a una relatrice speciale dell’ONU sui temi di specifica competenza ha seguito la stessa sorte. Ciò rappresenta un segnale importante e rassicurante  per chi lavora a scuola. Da qui ripartiamo con la consapevolezza che si può e si deve parlare della contemporaneità, che il pluralismo e la libertà sono il cuore dell’ insegnamento e insieme l’antidoto alla propaganda e alla censura, che sono sempre state e rimangono  le pratiche di chi detiene il potere politico e non certo di singoli docenti. 

Una debacle così netta doveva tuttavia essere in qualche modo velata e attenuata.

Caduta la possibilità di procedere sulla sostanza dell’accusa, si è voluto tenere in vita la possibilità di aprire comunque una contestazione alla docente in merito alle irregolarità formali riscontrate dall’ispezione. La responsabilità della valutazione di questi elementi viene così scaricata al Dirigente scolastico poiché ritenuti troppo lievi per giustificare l’azione disciplinare dall’USR. Il Dirigente, che ha facoltà di irrogare solo le sanzioni meno gravi, ha deciso a questo punto di  produrre una contestazione di addebito alla docente sulle presunte irregolarità burocratico-procedurali segnalate nel verbale di ispezione e trasmesse dall’USR, consistenti nel fatto di non avere preventivamente informato la dirigenza stessa e il Consiglio di classe. 

Sono passati nel frattempo quasi quattro mesi, ben oltre i 30 giorni previsti dalle norme che regolano i procedimenti disciplinari. Il Dirigente scolastico, che a sua volta inevitabilmente è stato oggetto dell’accertamento ispettivo istituito dall’USR sui fatti accaduti, dovrà presumibilmente rendere conto allo stesso ufficio riguardo all’esito del procedimento. Ora cosa è possibile attendersi?

Sappiamo che a settembre, già solo al semplice invito alla prudenza espresso da esponenti dell’Ufficio Scolastico Provinciale, la quasi totalità dei dirigenti scolastici bolognesi si è allineata alle richieste impedendo la votazione nei Collegi dei docenti di un documento promosso dalla rete dei docenti per il rispetto dei diritti umani in Palestina. Non abbiamo motivi per credere che in questa circostanza possa accadere qualcosa di diverso, anche se saremmo felici di sbagliarci. 

[A proposito di Libertà di insegnamento]

Sull’accusa di non avere informato il dirigente scolastico riguardo all’attività programmata nelle proprie ore di lezione è doveroso ricordare che questo avviene quotidianamente in tutte le scuole ed è avvenuto anche per le centinaia di docenti che si sono collegati durante le proprie ore di lezione ai webinar di docenti per Gaza: si chiama libertà di insegnamento. Il fatto che l’attività fosse un webinar  e che per questo fosse assimilabile a un contratto con un esperto esterno necessitante l’autorizzazione del Dirigente come sembrerebbe risultare dal parere degli ispettori, appare una interpretazione capziosa e pretestuosa, in ogni caso dissonante con l’utilizzo ordinario degli strumenti informatici e dei collegamenti al web che sono stati massicciamente introdotti  nelle scuole senza che venisse mai emanato alcun regolamento inerente il loro utilizzo. 

Sarebbero davvero infiniti i presunti “contratti” stipulati illegittimamente dai docenti con testate giornalistiche, Raiplay, musei, istituzioni e associazioni varie, anche nella forma assimilabile al webinar. Tutte e tutti noi sappiamo, docenti e dirigenti, chenulla di tutto ciò sarebbe successo se il webinar non fosse stato con Francesca Albanese e sul tema della Palestina. Qui a essere in gioco non sono certo i vizi procedurali e si tratta di riconoscerlo almeno per onestà intellettuale.

Il punto più critico è tuttavia un altro.

Cosa avrebbe fatto il dirigente di fronte a tale eventuale comunicazione/richiesta preventiva? Sappiamo che in alcune scuole la dirigenza non ha  autorizzato la partecipazione al webinar di Albanese così come sappiamo che, in un’altra scuola bolognese, è stato impedito a diverse classi di partecipare all’incontro con due ragazzi israeliani obiettori di coscienza a causa di un atto unilaterale del dirigente. Il clima di paura si è diffuso a tal punto da rendere i dirigenti scolastici più realisti del re e a conformare i propri atti amministrativi alla più grigia obbedienza, fosse anche solo per autotutela, discostandosi profondamente dalle istanze formative espresse dal corpo docente.  

La scuola avrebbe bisogno anche di un po’ di coraggio talvolta. 

L’archiviazione del procedimento, cioè di quanto si vuole fare rimanere in piedi dopo un accertamento ispettivo sostanzialmente fallito nei suoi intenti, sarebbe un segnale in questo senso, una vittoria per chi lavora nella scuola e una boccata di aria fresca.

Comunque, a prescindere da come termini la vicenda, noi daremo sempre sostegno a chi diventa il bersaglio di turno delle pratiche disciplinari a sfondo ideologico e intimidatorio, qualsiasi sia il livello a cui avvengono, così come continueremo a praticare e a sostenere l’unica vera autonomia di cui la scuola ha davvero bisogno, quella dall’ingerenza dei politici di professione e delle famiglie, quell’autonomia, sancita dalla costituzione, che si chiama libertà di insegnamento.

https://www.cobasbologna.org/2026/04/ispettori-allistituto-mattei-la-montagna-ha-partorito-un-topolino/

sabato 11 aprile 2026

In merito al merito - Davide Miccione

 

Come “resilienza”, “valori”, “sostenibilità” e altre superparole utilizzate dal discorso del potere, anche “merito” è una parola-botola, una parola che serve per transitare inosservati da un punto all’altro del discorso o, se si vuole, una parola-cilindro, come quelli truccati dei vecchi maghi, adatti a far uscir fuori conigli e stupire lo spettatore distratto. Queste parole hanno la comune caratteristica di dare un apparente senso alle frasi, di prestarsi alla retorica tenendo lontano il parlante medio (e persino medio-alto) da ogni analisi sul significato e sul reale spazio di applicazione della parola stessa.

“Merito” circola da anni. Circola nei discorsi della destra finanziaria-radicaloide (Renzi, Calenda, magna pars del Pd ecc.), della destra finanziaria-imprenditoriale (Confindustria, i corrieristi ecc.) e ora ritorna nelle titolazioni ministeriali della destra tardo-valoriale. La sua riproposizione, come spesso capita alle parole-botola, causa un dibattito in cui mezze verità entrano in disputa con mezze bugie fino a causare la perdita dell’orientamento in chi assista al dibattito.

In questo caso le questioni discusse ruotano intorno al merito come realizzatore di una maggiore equità morale nella società e come garanzia di una mobilità sociale per le classi più povere. Due mezze verità appunto. È ovvio che una scuola capace di fornire cultura e preparazione di alto livello può essere un’occasione, per chi proviene dalle classi meno abbienti, di spostarsi dalla propria classe sociale ma è altrettanto ovvio che senza una forte politica d’incentivazione per le classi povere (provvidenze, borse di studio, classi numericamente più ridotte, doposcuola di potenziamento gratuiti offerti dalle scuole) la questione del merito si risolve in una pantomima che serve a confermare ciò che già si è preparato debba accadere: la scuola di livello legittima le classi più forti che in essa si muovono meglio al modico prezzo dei pochissimi intrusi poveri che riusciranno, a costo di enormi sacrifici, ad intrufolarsi tra loro.

Il merito inoltre, come certe erbe, è un parola infestante. C’è una questione merito per gli studi universitari (che mal si lega ad affitti, rette e costo dei libri in salita). C’è una questione merito per la selezione della classe docente a scuola e all’università. C’è infine una questione merito per la selezione della classe politica e soprattutto di governo; apparsa, quest’ultima questione, nella geremiade del governo dei migliori, quelli con il curriculum più lungo, splendente e internazionale.

In tutto ciò nessuna riflessione appare su cosa diavolo possa significare questa parola, quale sia la sua essenza (se ve ne è una), di cosa con esattezza si stia parlando. Al massimo qualcuno ricorderà, non a torto, come la tanto abusata parola meritocrazia sia in realtà un conio linguistico creato da Michael Young, nel saggio-romanzo distopico L’avvento della meritocrazia, per descrivere una realtà negativa e poi usato ben oltre i confini semantici e le intenzioni del suo creatore. A ben analizzarla il merito mostra una natura convenzionale e vuota. Si mostra forse più che una “parola botola” una “parola soufflé”, gonfiata fino all’inverosimile. Ad analizzarlo freddamente il merito si mostra per quello che è, una semplice procedura di legittimazione attraverso cui un sistema coopta le persone che possono assicurarne la riproduzione e/o le persone che appartengono già alle classi dominanti o le persone che, pur non appartenendovi, attraverso il superamento di un training “conformante”, non ne minaccino i valori né la leadership. Il sistema di cooptazione viene travestito da competizione basata su dati oggettivi in modo da fornire i titoli morali al cooptato di fronte al non cooptato, prevenirne le proteste e smorzarne il risentimento.

In questi casi però, per cogliere pienamente la natura illusoria del discorso è necessario osservare il procedimento più da presso. Bisogna infatti coglierne la circolarità perfetta che nei vari gangli della selezione (rectius cooptazione) si mette in opera. Ne apparirà allora la natura tautologica: meritevole è colui che viene giudicato avente merito da chi ha in mano la macchina selettiva e merito ciò che fa sì che qualcuno sia meritevole per la macchina selettiva. Per nascondere tutto ciò vanno implementati dei procedimenti che travestano di oggettività la vicenda. L’esempio migliore è quello accademico. Un tempo un docente universitario sceglieva qualcuno per “affiliarlo” a una cattedra e “crearlo” professore aiutandolo a farsi conoscere, suggerendogli linee di ricerca che potessero valorizzarlo, pubblicizzandone con amici e colleghi la persona e le opere e poi brigando affinché la facoltà gli bandisse un concorso. Il processo era apertamente cooptativo e le possibilità di riuscita dipendevano dall’abilità e potenza accademica del professore più che dalle qualità del candidato. La differenza la faceva qualcosa di difficilmente appurabile, cioè le motivazioni che portavano il docente a cooptare qualcuno. Motivazioni abiette, mediocri oppure utilitaristiche o perfino nobili e sublimi. Il candidato alla cooptazione poteva essere scelto per parentela con il docente, parentela con amici, parentela con persone importanti per la carriera del docente, comune appartenenza a gruppi religiosi, politici, massonici, sindacali, attrazione erotica o sentimentale, simpatia umana, compatibilità caratteriale, utilità al lavoro e all’opera del docente, utilità alla vita privata del docente, utilità al dipartimento o alla facoltà, valutazione delle sua capacità, scommessa sullo sviluppo scientifico del suo lavoro, riconoscimento del suo valore teoretico. Ovviamente alcune di queste motivazioni sono accettabili e altre no ma è l’atto della cooptazione in sé che viene oggi visto come immorale e inaccettabile. Il nostro tempo, si sarà capito, gradisce che l’ingiustizia strutturale sia rivestita con grande cura dalla correttezza formale (si veda la questione del politicamente corretto) e che le preferenze siano sostituite dall’ostensione (numerico-quantitativa perlopiù) delle differenze oggettive quando ci sono o dalla loro invenzione quando non ci sono.

Eppure il sistema, che camminava perlopiù sulle gambe e le teste dei singoli uomini, permetteva anche la perpetuazione di grandi scuole scientifiche e la scoperta di grandi geni. In filosofia, ad esempio, molti dei pensatori otto-novecenteschi che riteniamo costitutivi per la disciplina stessa sono stati scelti con metodi che oggi riterremmo degni di una certa attenzione da parte della magistratura. Candidati “imposti” da docenti che ritenevano di poterne con certezza assicurare la grandezza filosofica a volte (si pensi a Heidegger o a Wittgenstein e ai loro grandi sponsor) ancor prima che essi mostrassero le proprie capacità. Una scommessa sulla fiducia, per così dire. Nulla di dimostrabile, nulla di ostensibile, nulla di quantificabile. Oggi questo sistema è stato sostituito da un altro in cui è necessario procedere ad una “raccolta punti” che passa, più che dalla capacità individuale, dal grado di inserimento nel sistema stesso qui rappresentato da alcuni professori capaci di controllare la tonnara delle riviste di classe A, quelle che valgono di più nella raccolta accademica. Si noti come ciò che conta non è più l’articolo in sé ma la sua collocazione nella giusta rivista, dunque non ciò che riesce a fare il candidato ma in che misura la sua presenza è gradita da coloro che in quel momento il sistema lo incarnano. Non più dunque cooptazione da parte dei singoli ma meta-cooptazione in cui alcuni distribuiscono i punti che poi permetteranno di acquisire i titoli per entrare. La strozzatura sale più in alto, diventa più complessa e più difficile da vedersi per chi non se ne intende. Si evita così l’entrata sì di qualche amante ma soprattutto di qualche testa più libera. Come scriveva Sgalambro della scuola: “si impara a stare tutti appiccicati assieme”.

Sintetizzando: Un controllo su base politica (politica accademica, politica degli ordini, politica della cultura eccetera) decide quali sono i titoli che costituiscono il merito e che devono passare per oggettivi approfittando del fatto che nessuno si metterà ad analizzarli. Si attende poi che il sistema messo in atto selezioni progressivamente il tipo umano adatto: docile, capace di restare in cordata, sensibile ai mutamenti del potere, timoroso di perdere il proprio status, dotato di un tipo di intelligenza in grado di ottemperare alle richieste del sistema ma non di porlo in questione, intento ad una continua operazione di autosfruttamento (si veda sul tema il volume di Byung-Chul Han dedicato alla stanchezza). I curricula dei “migliori” sono fatti al 95% di cooptazione che si traveste da competizione, sarebbe ora di vederlo. Ciò non significa che non abbiano qualità me non significa neppure che l’abbiano. Significa che sono affidabili e adeguati al sistema. Nulla su cui sia il caso di costruire una grande macchina retorica come quella del merito.

Lo studio dei titoli e dei curricula mostrerà subito, a chi voglia applicarcisi un po’, questo lavoro di levigatura e sagomatura dei soggetti prescelti e illuminerà sulle vere attese del sistema nei confronti delle varie categorie. Il sistema quantitativo di citazioni in vigore in alcune discipline per i docenti universitari (più citazioni ricevi più sei bravo) ci mostrerà ad esempio come li si invogli a coltivare relazioni e a non prendere posizioni troppo originali o controverse (“allora vuoi proprio che non ti citi nessuno?” ammonirà, ognuno di loro, la voce della coscienza). Forse la cosa risulterà ancora più chiara concentrandosi sui docenti di scuola superiore. Che essi non debbano essere né preparati né colti (a volte lo sono ma sempre, in un certo senso, “contro” il sistema) lo mostra con chiarezza il fatto che né le loro pubblicazioni né gli eventuali incarichi universitari vengono mai presi in considerazione tra i titoli valutabili. La partecipazione a incresciosi master e corsetti a pagamento, spesso on-line e di imbarazzante livello viene invece considerata la via regia per l’ascesa all’interno delle varie graduatorie. Qualora non bastasse a capire, si pensi che il docente di fisica, di storia, di letteratura italiana si troverà sempre davanti a proposte d’aggiornamento che riguardano la didattica in generale o la digitalizzazione o la onnipresente inclusione e mai ai contenuti disciplinari della propria materia. Si ponga mente inoltre a come ogni ipotesi politica di bonus, scatti di carriera o quote premiali mai si riferisca alla preparazione dei docenti ma perlopiù alla loro disponibilità a partecipare a progetti di parasocializzazione o a svolgere uno dei numerosi ruoli paraburocratici che il ministero fa nascere come funghi negli istituti (mansioni solitamente da segretario didattico, da tutor o da animatore socioculturale: questa la appetitosa scelta).

Oppure si pensi alla costruzione dell’intellettuale pubblico italiano costretto a passare, per giungere alla ribalta nazionale, da poche agenzie (case editrici, giornali, emittenti televisive) in diminuzione e blindate alle incursioni dei liberi battitori. Molte grandi case editrici segnalano nei loro siti, apertis verbis, che non accettano che gli si inviino testi: sono autogene. Non ci sono così tanti conformisti per caso: sono il risultato di attente politiche di selezione. Tra essi vi sono anche intelletti di valore perché non è l’intelligenza che disturba il sistema ma l’uso che si intende farne. Non è la presenza del cervello il problema ma di altri vari altri organi più in basso collocati.

Per il resto la cooptazione è sempre stato il sistema principe della riproduzione delle classi dirigenti; inutile dir loro di sceglierli meglio ma ci si risparmi perlomeno la retorica.

da qui

martedì 4 novembre 2025

Il ministero dell’Istruzione e della Guerra senza vergogna

articoli di Cobasscuolapalermo e Alex Corlazzoli con video di Matteo Saudino e Giuliano Marrucci e la richiesta ai rettori italiani di dimissioni da Med-Or

Il MIM annulla il Corso «La Scuola non si arruola»

Di seguito la comunicazione agli oltre 1.000 iscritti/e al corso inviata dal Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali – CESTES, a cui esprimiamo la nostra vicinanza e completo sostegno.

Restano confermate tutte le mobilitazioni pomeridiane. QUI l’elenco in aggiornamento.

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Siamo desolati di comunicare che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha annullato il corso «4 novembre, la scuola non si arruola» che, infatti, non risulta più attivo sulla piattaforma Sofia. Pertanto non sarà possibile fruire del permesso per formazione che deve essere annullato da ognuno di voi.
Le motivazioni ufficiali sono che (si cita testualmente il decreto): «L’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016».

Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra.
I legali del CESTES stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente.
Riteniamo urgente questa prima comunicazione, per consentire a ognuno di ritirare il permesso per formazione già chiesto e non incorrere in conseguenze disciplinari. Forniremo maggiori informazioni e approfondimenti successivamente in altre sedi.
Siamo certi di potere confidare nel vostro sostegno.

Cordiali saluti
Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali

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QUI la petizione da sottoscrivere

QUI il comunicato stampa unitario

QUI il comunicato del Movimento di Cooperazione Educativa – MCE

QUI l’articolo di Pasquale Almirante su Tecnica della Scuola

QUI l’articolo di Chiara Sgreccia su Domani

QUI l’articolo di Federico Rucco su Contropiano

da qui

 

“Non coerente con la formazione professionale”: il ministero boicotta il convegno anti riarmo dei prof. La protesta: “Limitata la nostra libertà” – Alex Corlazzoli

L’evento online era previsto per il 4 novembre: era stato organizzato dal Cestes (Centro studi trasformazioni economiche sociali, accreditato da viale Trastevere) in collaborazione con l’Osservatorio nazionale contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Più di mille insegnanti si erano già iscritti

“L’iniziativa ‘La scuola non si arruola‘ non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel Ccnl scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016”. Con queste quattro righe, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha messo il bavaglio al convegno organizzato online per il 4 novembre dal Cestes (Centro studi trasformazioni economiche sociali, accreditato da viale Trastevere) in collaborazione con l’Osservatorio nazionale contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Più di mille insegnanti che si erano iscritti, godendo com’è previsto dalla Legge di un permesso giornaliero per formazione ai sensi del’ articolo 36 del Ccnl 2019/2, dovranno rinunciare a partecipare all’iniziativa.

“Si tratta – spiega a ilfattoquotidiano.it Silvia Bisagna che ha seguito l’organizzazione – di una grave limitazione alla nostra libertà di formazione. A questo punto vien da pensare che i nostri docenti non possano più parlare di violenza, guerra, Palestina?”. Il convegno non dev’essere piaciuto ai piani alti del ministero. Il programma prevedeva gli interventi di Roberta Leoni, docente e presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sul tema della “Cultura della difesa e militarizzazione dell’istruzione”; Luciano Vasapollo, direttore Cestes dell’Università La Sapienza di Roma che avrebbe parlato di “Una politica culturale del sociale per il mondo multipolare della pace”. A seguire Antonio Mazzeo, docente e giornalista su “Rearm Europe e militarizzazione del sapere” e poi Marco Meotto, docente e ricercatore sugli “Sguardi coloniali. Il genocidio nella didattica della storia: dall’inizio del Novecento alla Palestina odierna”. Tra gli invitati anche Mjriam Abu Samra, ricercatrice e attivista italo-palestinese pronta a spiegare la “Critica decoloniale dell’accademia neoliberale”. Infine, Raffaele Spiga, di Bds Italia su “Boicottare il pensiero unico militare” e Tommaso Marcon, studente, Osa che aveva come tema “La militarizzazione della formazione, tra scuola gabbia e Valditara”.

Una giornata ricca di interventi che ora sarà probabilmente rinviata. Nei giorni scorsi il Cestes aveva già ricevuto dal ministero una diffida ove lamentava la presenza dell’Osservatorio tra gli organizzatori ma l’ente accreditato aveva fatto sapere che la regia era in mano loro. Inutile la risposta. Venerdì mattina alle otto è arrivato lo stop. Ora i legali del Cestes stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente. “Il ministero – spiega Michele Lucivero dell’Osservatorio – sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra”.

da qui




Un nuovo Convegno per il 4 novembre «La scuola non va alla guerra. L’educazione alla pace risponde alla repressione»

Dopo che il MIM ha annullato il corso di formazione e aggiornamento «La scuola non si arruola», che il CESTES-PROTEO [ente accreditato] aveva organizzato per il 4 novembre 2025, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha deciso di confermare ugualmente la data con un nuovo Convegno che – però – non ha l’accreditamento del MIM, per cui non è possibile chiedere un esonero per formazione per il personale scolastico.

Di seguito il programma e le indicazioni per seguire il Convegno:

La scuola non va alla guerra.
L’educazione alla pace risponde alla repressione

Convegno online 4 novembre, ore 9.00 – 13.00

Modera Serena Tusini

RELAZIONI

Militarizzazione e repressione nella scuola
Roberta Leoni, Presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Sguardi coloniali. Il genocidio nella didattica della storia
Marco Meotto, Docente e ricercatore

Genocidio crimine collettivo. Verso l’israelizzazione della società italiana?
Antonio Mazzeo, Insegnante e giornalista

Critica decoloniale dell’accademia neoliberale: La Conoscenza non marcia
Mjriam Abu Samra, Ricercatrice e attivista italopalestinese

La scuola per la Palestina: il racconto degli ultimi mesi di lotta
Caterina Donattini, BDS Italia

La libertà delle coscienze e il significato della disobbedienza
Don Andrea Bigalli,  Facoltà Teologica dell’Italia Centrale

La militarizzazione della formazione, tra scuola gabbia e Valditara
Tommaso Marcon, Studente OSA

L’Università ai tempi della crisi tra militarizzazione, repressione e riforme
Leonardo Cusmai, Studente universitario – Cambiare Rotta

Conclusioni: Roberta Leoni, Il 4 novembre non è la nostra festa!

Link del convegno clicca qui
Per le piazze del 4 novembre clicca qui

Invitiamo tutti e tutte, personale della scuola e dell’università, studenti e studentesse, genitori e genitrici a seguire il convegno

Ricordiamo che il corso di formazione non è coperto dall’esonero per i/le docenti

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QUI la locandina del Convegno

da qui




Appello urgente ai Rettori italiani: richiesta di Dimissioni da Med-Or

Pubblichiamo la Lettera che come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo inviato agli/alle otto Rettori/Rettrici delle università pubbliche che siedono ancora nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Med-Or, legata a Leonardo SpA, azienda produttrice di armi esportate e vendute anche a Israele.

Con la presente desideriamo portare un contributo di riflessione rispetto alla Sua partecipazione al Comitato Scientifico della Fondazione Med-Or, in modo da consentirLe di valutare in modo più approfondito l’opportunità di tale scelta, sia individualmente che come rappresentante del Suo Ateneo.

Questo appello viene inviato in questi giorni anche agli altri Rettori delle Università statali presenti ad oggi nel Comitato di Med-Or (siete rimasti in otto dagli iniziali tredici) e, sull’onda delle imponenti proteste del 22 settembre e del 3 e 4 ottobre che hanno attraversato l’Italia, rinnoviamo l’appello alle dimissioni dalla Fondazione controllata da Leonardo, incriminata per complicità nel genocidio a Gaza.

Riteniamo sia indispensabile prendere le distanze, come singolo e come rappresentante del Suo Ateneo, da una realtà come Med-Or, che porta avanti attività di lobbying in Medio Oriente rispetto ad una serie di interessi legati direttamente all’economia del genocidio.

Nella primavera del 2024, sull’ondata delle proteste studentesche e delle oltre 5 mila firme raccolte nella ns. petizione (vedere link in fondo), avevamo scritto a tutti i Rettori ed a tutte le Rettrici per chiedere di rassegnare le dimissioni e soltanto alcuni hanno proceduto da allora.

Adesso, considerato come nel frattempo sia mutato il contesto dei conflitti in corso producendo una percezione più diffusa di gravità delle situazioni che evidenziavamo un anno fa, abbiamo deciso di ribadire la necessità di tale gesto e Le reiteriamo quindi la richiesta di dimettersi dal Comitato Scientifico di Med-Or per lanciare un segnale di dissociazione del mondo accademico dalle strategie e dalle logiche belliche che il Gruppo Leonardo SpA  porta avanti anche attraverso le sue Fondazioni, cercando di coprire le sue mani sporche di sangue indossando l’abito prestigioso e rispettabile del mondo accademico. Non si presti anche Lei al gioco di accreditare i mercanti di morte del settore bellico! Si dimetta da Med-Or e condivida nella CRUI con gli altri colleghi Rettori questa eventuale scelta.

Fiduciosi nella comprensione della situazione che Le rappresentiamo, restiamo in attesa di un Suo gesto o di una Sua gradita risposta.

Di seguito troverà alcuni link utili. Ci auguriamo che i nostri spunti siano occasione di una riflessione sulle dimissioni da Med.Or, che riteniamo sempre più urgenti.

Il Progetto MedOr rinsalda il legame tra Italia e Israele. Dalle armi al gas.
Leonardo e la militarizzazione della ricerca accademica | il manifesto.
Fuori le università dalla Fondazione Med-or/Leonardo, produttrice di armi e di morte. Change.org.
La Fondazione | Med-Or
Fondazione Med-Or: riunito il Consiglio di Amministrazione.
Responsabilità di Leonardo SpA davanti a Corte Penale Internazionale.

Ringraziandola in anticipo per la cortese attenzione, Le porgiamo i nostri distinti saluti

Roberta Leoni, Presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

da qui