La militarizzazione delle università passa anche attraverso l’inseguimento da parte degli atenei, degli umori, tanto estemporanei quanto superficiali, del “mercato” della formazione accademica, pilotato ad arte, da un sistema politico che strumentalizza e deforma concetti quali sicurezza o difesa.
Da anni, per
esempio, in un circolo perverso trascinato proprio da questa
strumentalizzazione e parallelamente dal pullulare di serie TV di stampo
criminologico e poliziottesco, si è fatto strada anche il filone degli studi
sul crimine come ad esempio, tra i tanti, il master di E-campus, in
Criminologia e scienze forensi dove si studiano i “reati con armi da fuoco“, la
“balistica forense” e la cosiddetta “sicurezza operativa”.
D’altra
parte, in un periodo storico in cui tutti i dati relativi a diverse fattispecie
di crimini e di devianza sono in calo ormai da 30 anni, (dagli oltre tremila
morti ammazzati dei primi anni ’90 ai poco più di 300 di questi ultimi anni),
anche promuovere una laurea triennale (L-14) in Scienze penitenziarie, ad
esempio, evidenzia in qualche modo un concetto di giustizia diametralmente
opposto a quella “riparativa” ovvero potremmo dire tendenzialmente vendicativa
o, nella migliore delle ipotesi, ispirata al concetto, anch’esso
particolarmente strumentalizzato, di “certezza della pena”.
Con 53.600
detenuti nel 2021 passati in soli cinque anni a 62.400 ovvero, al di là del
differenziale, oltre 16.000 in esubero se si considerano i posti effettivamente
non disponibili il sistema penitenziario italiano, anche dopo la
sentenza-pilota Torreggiani del 2013, non ha fatto altro che collezionare, uno
dopo l’altro, condanne per violazione dei diritti umani comminate dalla CEDU
(Corte europea per i diritti dell’uomo).
Sul sito web
di E-campus, una delle undici università telematiche riconosciute dal
ministero, si legge che “il percorso di studi in Scienze Penitenziarie è
destinato alla formazione dell’operatore penitenziario o di chi intende
lavorare nell’ambito dell’esecuzione della pena, del recupero sociale e della
rieducazione” . Recupero sociale e rieducazione, sono però concetti vuoti e
retorici e che nessuno, nei piani alti della politica, da anni ha mai veramente
avuto intenzione di perseguire.
I percorsi
di esecuzione della pena alternativa al carcere, sempre secondo i dati
dell’associazione Antigone, da anni dimostrano, pur nel disastro totale del
sistema penitenziario italico che i tassi di recidiva per chi segue un percorso
alternativo all’esecuzione penale in carcere, non superano il 15-20% mentre
coloro che hanno seguito un percorso di inserimento lavorativo in carcere
tornano a delinquere in una minima percentuale che oscilla tra il 20 e il 25%
contro quasi 70% di chi non usufruisce di nessun percorso di riabilitazione
sociale.
Scienze
penitenziarie, però, è solo uno dei tanti “segni dei tempi” che stiamo vivendo,
una sorta di trasposizione accademica di un’errata sovrapposizione o analogia,
dei concetti di deterrenza e prevenzione. Sempre nell’ambito di un marketing
dell’orientamento universitario che insegue un bisogno (indotto) di militarizzazione
per presunte necessità di difesa da sempre nuovi nemici in agguato dietro
l’angolo, vi è anche il percorso inverso: la cooptazione di giovani (o “giovani
adulti/e”) ormai entrati/e nel circuito militare o della pubblica sicurezza,
attraverso l’offerta di sconti speciali a loro destinati.
Così si va
da dal connubio specifico Forze armate-Scienze motorie, proposto da Unipegaso,
ad una scontistica generalizzata ai militari offerta da quasi tutti gli atenei,
con quelli “telematici” in prima linea, peraltro coadiuvati da società di
consulenza che si propongono online sui vari social, in veste di agenzie
formative intermedie, amplificandone la promozione: lo sconto viene offerto
grazie alla semplice appartenenza alle forze armate o dell’ordine, con una
clausola che tra l’altro si estende anche ai familiari.
Questo può
essere considerato anche un vero e proprio “premio sociale” a chi difende, con
le armi, o in modo più elegante tramite “l’uso legittimo della forza”, la
propria patria, de nemici esterni, o la pubblica sicurezza, per il nemico
interno: va considerato infatti che su 100 diplomati nelle scuole secondarie
superiori soltanto 35/40 ragazzi/e poi si matricolano all’università e di
questi soltanto la metà raggiunge la meta finale ponendo l’Italia agli ultimi
posti a livello europeo per tasso di istruzione.
Una delle
cause principali di questa disfatta è soprattutto l’aspetto economico
considerando rette universitarie che oscillano tra i 2.000 e i 3.000 euro di
media (o anche oltre, per facoltà come medicina) senza contare le spese per i
fuori sede, necessarie per chi intende inseguire un posto al sole nel mercato
locale del lavoro o all’interno di atenei con una solida fama
scientifico-accademica. Per chi indossa la divisa, quindi, il vantaggio è molteplice
e va dall’alloggio gratuito, al vitto, fino, appunto, alla scontistica presso
quasi tutti gli atenei italiani.
Senza
scomodare Randall Collins, l’autore che probabilmente ha formulato in modo più
sistematico, insieme a Pierre Bourdieu in Europa, la teoria sociologica
dell’“inflazione dei titoli di studio”, possiamo sicuramente affermare che il
mondo in divisa offre, per chi prosegue il proprio percorso fino alle accademie
militari, una possibilità di collezionare in modo agevolato titoli accademici
che sono sempre utili non solo in termini di carriera interna ma anche
nell’eventualità di una riconversione in ambito civile, un “paracadute”
socio-lavorativo che rappresenta, anch’esso, un benefit per chi sceglie una
vita lavorativa con le stellette sulle spalle.
In
conclusione va anche ricordato che le nuove guerre “ibride” necessitano, sempre
più, non tanto di “carne da cannone” ma di intelligenze utili per
l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale ad uso bellico, un
aspetto di quel dual-use meno appariscente che si sta tragicamente
sottovalutando.
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