sabato 15 agosto 2026

Impatto della militarizzazione nei percorsi accademici: il caso delle Scienze Penitenziarie - Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

La militarizzazione delle università passa anche attraverso l’inseguimento da parte degli atenei, degli umori, tanto estemporanei quanto superficiali, del “mercato” della formazione accademica, pilotato ad arte, da un sistema politico che strumentalizza e deforma concetti quali sicurezza o difesa.

Da anni, per esempio, in un circolo perverso trascinato proprio da questa strumentalizzazione e parallelamente dal pullulare di serie TV di stampo criminologico e poliziottesco, si è fatto strada anche il filone degli studi sul crimine come ad esempio, tra i tanti, il master di E-campus, in Criminologia e scienze forensi dove si studiano i “reati con armi da fuoco“, la “balistica forense” e la cosiddetta “sicurezza operativa”.

D’altra parte, in un periodo storico in cui tutti i dati relativi a diverse fattispecie di crimini e di devianza sono in calo ormai da 30 anni, (dagli oltre tremila morti ammazzati dei primi anni ’90 ai poco più di 300 di questi ultimi anni), anche promuovere una laurea triennale (L-14) in Scienze penitenziarie, ad esempio, evidenzia in qualche modo un concetto di giustizia diametralmente opposto a quella “riparativa” ovvero potremmo dire tendenzialmente vendicativa o, nella migliore delle ipotesi, ispirata al concetto, anch’esso particolarmente strumentalizzato, di “certezza della pena”.

Con 53.600 detenuti nel 2021 passati in soli cinque anni a 62.400 ovvero, al di là del differenziale, oltre 16.000 in esubero se si considerano i posti effettivamente non disponibili  il sistema penitenziario italiano, anche dopo la sentenza-pilota Torreggiani del 2013, non ha fatto altro che collezionare, uno dopo l’altro, condanne per violazione dei diritti umani comminate dalla CEDU (Corte europea per i diritti dell’uomo).

Sul sito web di E-campus, una delle undici università telematiche riconosciute dal ministero, si legge che “il percorso di studi in Scienze Penitenziarie è destinato alla formazione dell’operatore penitenziario o di chi intende lavorare nell’ambito dell’esecuzione della pena, del recupero sociale e della rieducazione” . Recupero sociale e rieducazione, sono però concetti vuoti e retorici e che nessuno, nei piani alti della politica, da anni ha mai veramente avuto intenzione di perseguire.

I percorsi di esecuzione della pena alternativa al carcere, sempre secondo i dati dell’associazione Antigone, da anni dimostrano, pur nel disastro totale del sistema penitenziario italico che i tassi di recidiva per chi segue un percorso alternativo all’esecuzione penale in carcere, non superano il 15-20% mentre coloro che hanno seguito un percorso di inserimento lavorativo in carcere tornano a delinquere in una minima percentuale che oscilla tra il 20 e il 25% contro quasi 70% di chi non usufruisce di nessun percorso di riabilitazione sociale.

Scienze penitenziarie, però, è solo uno dei tanti “segni dei tempi” che stiamo vivendo, una sorta di trasposizione accademica di un’errata sovrapposizione o analogia, dei concetti di deterrenza e prevenzione. Sempre nell’ambito di un marketing dell’orientamento universitario che insegue un bisogno (indotto) di militarizzazione per presunte necessità di difesa da sempre nuovi nemici in agguato dietro l’angolo, vi è anche il percorso inverso: la cooptazione di giovani (o “giovani adulti/e”) ormai entrati/e nel circuito militare o della pubblica sicurezza, attraverso l’offerta di sconti speciali a loro destinati.

Così si va da dal connubio specifico Forze armate-Scienze motorie, proposto da Unipegaso, ad una scontistica generalizzata ai militari offerta da quasi tutti gli atenei, con quelli “telematici” in prima linea, peraltro coadiuvati da società di consulenza che si propongono online sui vari social, in veste di agenzie formative intermedie, amplificandone la promozione: lo sconto viene offerto grazie alla semplice appartenenza alle forze armate o dell’ordine, con una clausola che tra l’altro si estende anche ai familiari.

Questo può essere considerato anche un vero e proprio “premio sociale” a chi difende, con le armi, o in modo più elegante tramite “l’uso legittimo della forza”, la propria patria, de nemici esterni, o la pubblica sicurezza, per il nemico interno: va considerato infatti che su 100 diplomati nelle scuole secondarie superiori soltanto 35/40 ragazzi/e poi si matricolano all’università e di questi soltanto la metà raggiunge la meta finale ponendo l’Italia agli ultimi posti a livello europeo per tasso di istruzione.

Una delle cause principali di questa disfatta è soprattutto l’aspetto economico considerando rette universitarie che oscillano tra i 2.000 e i 3.000 euro di media (o anche oltre, per facoltà come medicina) senza contare le spese per i fuori sede, necessarie per chi intende inseguire un posto al sole nel mercato locale del lavoro o all’interno di atenei con una solida fama scientifico-accademica. Per chi indossa la divisa, quindi, il vantaggio è molteplice e va dall’alloggio gratuito, al vitto, fino, appunto, alla scontistica presso quasi tutti gli atenei italiani.

Senza scomodare Randall Collins, l’autore che probabilmente ha formulato in modo più sistematico, insieme a Pierre Bourdieu in Europa, la teoria sociologica dell’“inflazione dei titoli di studio”, possiamo sicuramente affermare che il mondo in divisa offre, per chi prosegue il proprio percorso fino alle accademie militari, una possibilità di collezionare in modo agevolato titoli accademici che sono sempre utili non solo in termini di carriera interna ma anche nell’eventualità di una riconversione in ambito civile, un “paracadute” socio-lavorativo che rappresenta, anch’esso, un benefit per chi sceglie una vita lavorativa con le stellette sulle spalle.

In conclusione va anche ricordato che le nuove guerre “ibride” necessitano, sempre più, non tanto di “carne da cannone” ma di intelligenze utili per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale ad uso bellico, un aspetto di quel dual-use meno appariscente che si sta tragicamente sottovalutando.

da qui

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