Un tipo, nei giorni scorsi, non è voluto entrare nella
nostra libreria-avamposto culturale Vald’O perché in vetrina abbiamo il libro
di Maria Elena Delia, “Global Sumud Flotilla”.
Ha fatto bene: entrare in uno spazio del
dialogo, dichiaratamente dalla parte di chi cura e dei coraggiosi che vanno in
soccorso di chi soffre, può incutere spavento. Se poi quel posto è pieno di
libri pericolosamente indipendenti, peggio ancora. Meglio tenersi alla larga.
La conoscenza mette ansia, meglio quel sano conformismo rigido che si riempie
la bocca di grandi ideali vuoti e slogan tagliati con l’accetta di chi
preferisce ignorare.
Ha fatto
bene l’ignorante (dal
verbo latino ignoro, non conosco) a restare fuori dalla libreria. D’altra parte
dentro abbiamo anche testimonianze della nostra vicinanza con Emergency, libri
sulla Resistenza civile e armata nel nostro territorio, analisi sul
necro-capitalismo che ci sta trascinando alla catastrofe finale; ci sono i libri
di Simone Weil, di Hannah Arendt, di Bell Hooks, di Ilan Pappé. E poi Beppe
Fenoglio, i classici russi, la letteratura latina, Marc Bloch, gli scritti
corsari di Pasolini, e un sacco di opere che fanno bene al cuore, che aiutano a
mettersi in discussione, a cercare di pensare a un mondo migliore. Chi lo
preferisce peggiore che entra a fare?
D’altra
parte la cultura, a
differenza dall’intrattenimento culturale che rappresenta un vuoto a perdere,
serve a questo, ad attivare il pensiero critico, a capire quello che è davanti
ai nostri occhi e per conformismo o mancanza di informazioni non vediamo. O
fingiamo di non vedere per convenienza ottusa o per cattiveria. In ogni caso
entrare in una libreria indipendente, realmente indipendente, è sempre un bagno
di libertà.
Però,
rovesciando il discorso, è interessante che la copertina di libro che racconta l’ardito viaggio
dei coraggiosi della Global Sumud Flotilla, armati di amore per il prossimo
(che i cristiani ne tengano conto), di cibo e aiuti sanitari per chi soffre, di
corpi nudi a testimoniare che la solidarietà è possibile, a fronte di governi
pavidi e inermi, faccia questo effetto. Vuol dire che i palestinesi, i poveri,
gli sfruttati, i senza voce non hanno ancora perso le speranze. E che
l’attivismo vero (non lo sciocchezzaio social) serve eccome!
Nella
libreria abbiamo
anche una consigliatissima pubblicazione di John Berger, “Modi di vedere”. Tra
le pagine c’è il drammatico racconto di una settimana di incontri a Ramallah,
nel 2003, con intellettuali, artisti, poeti palestinesi. “Uno sguardo… dove
l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia è più evidente”, ha scritto Maria
Nadotti.
Anno 2003. Cioè ventitré anni fa.
Leggerlo oggi è avere un pugno sulla coscienza: come è possibile che
l’Occidente nelle sue declinazioni politiche di destra o sinistra sia stato
muto. E oggi lo sia ancora di più?
Che fare? Non farsi prendere dalle reti
infingarde dell’epoca, direbbe il barbiere anarchico rurale. Continueremo a
remare contro, ostinati e coerenti. Soprattutto ora che il mondo cade a pezzi e
i colpevoli sono lì in cattedra a spiegarci che cosa fare per renderlo sicuro
con le loro regole feroci. Con i loro adepti che preferiscono non vedere, non
sapere, non porsi domande.
Nessun commento:
Posta un commento