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giovedì 20 novembre 2025

La distruzione definitiva della Palestina

 

Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” – Gisella Ruccia

“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803 su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.

Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura “talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione, osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”, cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi “divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.

Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel, lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.

Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente, non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese, dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.

Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.

da qui




L’Onu e la seconda Nakba dei palestinesi - Alberto Negri

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due Stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a una comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.

Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due Stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione. La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno Stato palestinese. La pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman – quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul – intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.

Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.

Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma, come oggi, nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.

Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione (articoli di Michele Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).

È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.

Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota.

da qui

Genocidio senza sanzione? - Domenico Gallo

Pubblichiamo alcuni stralci della introduzione di Domenico Gallo al libro dell’editore Edimedia dal titolo: “Genocidio, la verità dell’ONU su Gaza” (con la Convenzione e i rapporti dell’ONU sul genocidio):

1. Genocidio: la parola che non c’era

Le parole non sono solo dei segni che ci aiutano a orientarci nella mappa concettuale dei significati. La parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva.

Costituita dal prefisso greco genos (tribù, popolo) e dal suffisso latino caedo (l’atto di uccidere), la parola genocidio illustra la metodica e glaciale intenzionalità di cancellare un intero gruppo nazionale assieme alle condizioni basilari per la sua esistenza: cultura, religione, istituzioni, costumi, salute, dignità.

E’ stata proprio la parola “genocidio”, coniata mentre i campi di sterminio lavoravano a pieno regime, a consentirci di guardare dentro l’orrore per distinguere la specificità di questa tecnologia del massacro, che dispiega nella Storia umana la geometrica potenza delle energie distruttrici.

[…] il 6 agosto 1945, il tragico fungo atomico di Hiroshima annunziava che la notte di orrore dell’umanità non era passata e che la belva aveva ripreso a ruggire.

4. Da Auschwitz a Hiroshima, dal Tribunale di Norimberga alla Convenzione internazionale per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.

Ha scritto il premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “E’ Auschwitz che genererà Hiroshima, e se il genere umano scomparirà a causa della bomba atomica, questo sarà il castigo di Auschwitz, dove, nella cenere, si spensero le promesse dell’uomo.”[1]

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio è il capostipite dei Trattati internazionali sui diritti umani che saranno sviluppati in seguito nell’ambito dell’ONU. Infatti la Convenzione, in quanto primo strumento giuridicamente impegnativo, idoneo a limitare la potestà d’imperio degli Stati sui propri cittadini, ha aperto la strada all’elaborazione di tutta la successiva normativa pattizia sui diritti umani. Essa  fu approvata con voto unanime dall’Assemblea generale il 9 dicembre 1948, in stretto rapporto con la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo di cui costituisce un’appendice ideale. Entrambi questi documenti concorrono a delineare il quadro con cui la Comunità internazionale, appena uscita della Seconda guerra mondiale, promise alle generazioni future che quella barbarie che aveva sconvolto il mondo non sarebbe ritornata mai più. 

6. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

La Convenzione consta di un preambolo e XIX articoli. Nel preambolo le Alte Parti Contraenti prendono atto che “l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella Risoluzione 96/1. dell’11 dicembre 1946 ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile”. Pertanto: “riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”, si dichiarano convinte “che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso”.

La Convenzione conferma che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale, che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a punire, definisce la nozione di genocidio e identifica le condotte punibili che contribuiscono a realizzarlo o ad agevolarlo negli articoli II e III, che conviene riportare per intero.

Articolo II.

Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Articolo III.

Saranno puniti i seguenti atti:

a) il genocidio;

b) l’intesa mirante a commettere genocidio;

c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;

d) il tentativo di genocidio;

e) la complicità nel genocidio.

Nell’articolo IV sono previste le categorie degli autori dei reati che gli stati si impegnano a punire; non solo gli individui privati ma anche i governanti ed i pubblici funzionari.

Le norme successive riguardano le disposizioni relative alla repressione del genocidio: obbligo degli Stati contraenti di emanare delle norme interne necessarie a dare attuazione alla Convenzione (art.V); competenza a giudicare dei tribunali interni e del Tribunale penale internazionale (art. VI); esclusione del carattere politico del delitto di genocidio ai fini dell’estradizione (art. VII); garanzie internazionali della Convenzione (art. VIII e IX). Seguono poi le norme procedurali e finali.

La Convenzione è stata ratificata dall’Italia con la legge n. 153 dell’11 marzo 1952 ma la sua effettiva esecuzione in Italia è rimasta sospesa per 15 anni… Con la legge 9 ottobre 1967 n. 962 è stata data piena attuazione della Convenzione nel nostro ordinamento.

Il problema più arduo che la Convenzione ha dovuto superare è stato quello della punibilità del genocidio in concreto. Prevedere l’obbligo degli Stati parte di emanare una legislazione che assicurasse la punizione dei responsabili di atti di genocidio è un passaggio obbligato ma si tratta sostanzialmente di un’arma spuntata. Il genocidio può provenire soltanto da un’organizzazione statale ed implica necessariamente delle responsabilità governative; sarebbe ingenuo prevedere la responsabilità dei governanti e dei funzionari pubblici rimettendo esclusivamente agli organi nazionali la repressione dei relativi atti delittuosi.[2]

Con un atto di creatività giuridica e di lungimiranza la Convenzione ha previsto che il delitto di genocidio, in alternativa ai Tribunali nazionali, potesse essere giudicato da un Tribunale penale internazionale, che all’epoca non esisteva.

9. Il contrasto di USA e Israele alla Corte penale internazionale.

Il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo, firmato il 2 agosto 2002 dal Presidente George W. Bush, denominato: American Service members’  Protection Act (ASPA), che contiene disposizioni volte a impedire che militari statunitensi (e certe altre persone legate al governo USA) possano essere consegnati o giudicati dalla Corte Penale Internazionale.

Il provvedimento autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad usare “tutti i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito USA (o persone alleate) detenute per conto della Corte Pe nale Internazionale.  Per questo motivo è talvolta chiamato “Hague Invasion Act”.

Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei crimini di guerra commessi da tutte le parti in Afganistan, immediata è scattata la rappresaglia americana.

Nell’era del primo mandato di Trump sono partite le minacce e le sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgessero il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il 2 settembre 2020 il Segretario di Stato dell’epoca Mike Pompeo ha annunciato che gli USA avrebbero applicato delle sanzioni contro la Corte penale internazionale definita come “un’istituzione totalmente perduta e corrotta”.  Tutto questo sulla base dell’Ordine Esecutivo 13928, firmato da Donald Trump l’11 giugno 2020, intitolato “Blocking Property of Certain Persons Associated With the International Criminal Court”.  L’ordine dichiara che la CPI — con l’autorizzazione di indagini contro personale statunitense o personale di Paesi alleati senza consenso del governo USA — rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Le sanzioni erano dirette contro la Procuratrice dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Le agenzie ci informarono che l’ordine esecutivo emesso da Trump era stato concordato con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si congratulò con l’amico americano per la decisione di imporre sanzioni alla “corrotta e faziosa Corte penale internazionale”, da lui definita: “una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani “. Netanyahu accusò la Corte di aver inventato “accuse stravaganti”, come quella secondo cui “gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra”. Questa viscerale critica di Netanyahu ora come allora si fondava evidentemente sulla concezione che il territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina fosse stato assegnato direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha competenza in materia di diritto biblico, trae la sua legittimazione dalle fonti del diritto internazionale, fra cui  la terza Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta ad una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione nei territori occupati.

Netanyahu aveva ben motivo di dolersi dell’ingerenza della CPI nelle vicende del Medio-Oriente perché l’Autorità nazionale palestinese il 2 gennaio 2015 ha aderito allo Statuto della Corte penale internazionale. Il 5 febbraio 2021 la Pre-Trial Chamber, accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto».

Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali. «La Corte – ha commentato  – ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto (.) – aggiungendo che la decisione – va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze».

10. Il mandato di cattura a Netanyahu e Gallant e le sanzioni USA.

Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli imputati siano responsabili penalmente del crimine del ricorso alla fame come metodo di guerra; e dei crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani. Più specificamente la Corte ha ritenuto che Netanyahu e Gallant: “abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicinali e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità, almeno dall’8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024. Tale conclusione si basa sul ruolo svolto da Netanyahu e Gallant nell’impedire gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale umanitario e sulla loro incapacità di agevolare i soccorsi con tutti i mezzi a loro disposizione. La Corte ha rilevato che la loro condotta ha compromesso la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire cibo e altri beni essenziali alla popolazione bisognosa di Gaza. Le suddette restrizioni, unitamente all’interruzione dell’elettricità e alla riduzione della fornitura di carburante, hanno avuto un impatto significativo anche sulla disponibilità di acqua a Gaza e sulla capacità degli ospedali di fornire assistenza medica.”

Le reazioni di Netanyahu sono state immediate. In un video diffuso sui social, Netanyahu ha detto: “Oggi è un giorno oscuro nella storia dell’umanità(..) la Corte internazionale dell’Aia, che è stata inventata per proteggere l’umanità, è oggi divenuta il nemico dell’umanità.” Ha aggiunto che il mandato è un “passo antisemita” la cui funzione è intimidire Israele e impedirgli di difendersi.

Ciò ha provocato la reazione indispettita di Trump che ha accusato la Corte di lesa maestà per aver osato incriminare il suo alleato. La preoccupazione principale degli Stati Uniti è stata quella di spegnere la voce della giurisdizione internazionale per consentire ad Israele di portare avanti indisturbato il suo programma di massacri e pulizia etnica della popolazione palestinese. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald Trump. si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti e Israele affermando che la Corte ha abusato del proprio potere emettendo mandati di arresto infondati contro Netanyahu e Gallant. Secondo Trump la Corte penale internazionale non ha alcun motivo per indagare su USA e Israele perché «entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra». Proseguendo, Trump annuncia: «qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia. […] Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti». L’ordine esecutivo ha sanzionato direttamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, ma Trump non si ferma qui e ha delegato il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI. Dopo il Capo della Procura, sono stati sanzionati a cascata altri otto magistrati: il 5 giugno 2025 quattro giudici della CPI: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia); e il successivo 20 agosto due ulteriori giudici – Nicolas Guillou (Francia) e Kimberly Prost (Canada) – e due vice-procuratori – Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

Seguendo questo filone a Francesca Albanese sono state applicate, con un decreto di Marco Rubio del 9 luglio 2025, le medesime sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale  del Consiglio (ONU) dei Diritti umani sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati da Israele nel 1967: «ha manifestato uno sfacciato antisemitismo, ha espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di cattura contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant». Nel suo decreto Rubio lamenta, inoltre, che Albanese «di recente ha intensificato questa azione scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti». Quindi Rubio conclude: «Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale. Gli Stati Uniti continueranno a intraprendere tutte le azioni che riterranno necessarie […] per controllare e prevenire gli abusi di potere e gli abusi illegittimi della CPI e per proteggere la nostra sovranità e quella dei nostri alleati». Cosa significano queste sanzioni lo ha spiegato Francesca Albanese in una conferenza stampa il 4 settembre 2025.

Le sanzioni USA alla CPI hanno suscitato un’immediata ondata di indignazione a livello globale. In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma, il 7 febbraio 2025, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando il loro «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI» perché «la Corte rappresenta un pilastro fondamentale del sistema giudiziario internazionale, garantendo l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali più gravi e la giustizia per le vittime». La Dichiarazione è stata firmata da tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne l’Italia, la Repubblica ceca e l’Ungheria (che ha avviato la procedura per ritirarsi dalla CPI). Evidentemente l’insofferenza del Governo Meloni per la giurisdizione non si arresta alle frontiere nazionali e non esita a rovesciare le tradizioni costituzionali del nostro paese che è stato capofila dell’iniziativa diplomatica sfociata nella sottoscrizione a Roma, il 17 luglio 1998, dello Statuto della CPI.

La pretesa di bloccare l’operatività della Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia a un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità degli Stati si è data per cercare di rafforzare la debole trama del diritto internazionale dei diritti umani.   

11. Israele accusata di genocidio: il processo dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia

Il 28 dicembre 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia la richiesta di istituire un procedimento contro Israele.

Naturalmente, anche di fronte a questo atto Netanyahu ha reagito con rabbia definendo il processo innanzi alla CIG “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”, ma non ha potuto sottrarsi al procedimento perché la giurisdizione della Corte è obbligatoria per tutti gli Stati che abbiano sottoscritto la Convenzione

13. I segnali d’allarme provenienti dalla società israeliana.

E significativo registrare come anche in Israele si sono levate voci dalla società civile che hanno con coraggio denunciato i crimini commessi dal proprio paese e non hanno esitato a ricorrere al concetto di genocidio. L’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), Medici per i diritti umani-Israele, ha pubblicato il 2 luglio 2025 un documento intitolato “A Health Analysis of the Gaza Genocide” (una analisi sanitario del genocidio di Gaza). Questo documento esamina le azioni israeliane a Gaza negli ultimi 22 mesi, sostenendo che la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie e le condizioni di vita imposte alla popolazione costituiscono atti di genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.  Il rapporto documenta l’attacco a 33 dei 36 ospedali e cliniche di Gaza, l’evacuazione forzata di 22 ospedali nel nord e a Gaza City, e l’uccisione o detenzione di oltre 1.800 operatori sanitari. Il rapporto evidenzia, inoltre, le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di forniture mediche essenziali, come analgesici, disinfettanti, strumenti chirurgici e latte in polvere, che hanno contribuito a sofferenze e decessi evitabili. Sottolinea la creazione deliberata di condizioni di vita destinate a distruggere la popolazione palestinese, inclusi l’accesso limitato a cibo, acqua e assistenza sanitaria, e l’erosione dei determinanti sociali della salute. Secondo PHRI le azioni israeliane soddisfano almeno tre dei criteri stabiliti dall’Articolo II della Convenzione sul genocidio: a) uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo c) imporre deliberatamente condizioni di vita destinate a distruggere il gruppo. In conclusione, l’organizzazione invita la comunità internazionale a intraprendere le opportune azioni per fermare il genocidio e garantire la protezione dei diritti umani a Gaza.

Ancora più perentoria risulta la conclusione del rapporto “il nostro genocidio” pubblicato Il 28 luglio 2025, da B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Con questo rapporto, B’Tselem documenta ciò che tutti i governi occidentali, a partire da quello italiano, fingono di non vedere: ovvero che da quasi due anni Israele sta portando avanti un genocidio a Gaza. Un genocidio deliberato e sistematico con uccisioni di massa, creando enormi danni fisici e mentali alla popolazione, usando la fame come arma di guerra e creando condizioni generali che impediscono ai palestinesi di continuare a vivere a Gaza. Israele sta pianificando e organizzando la pulizia etnica dei palestinesi. Per B’Tselem, il genocidio è stato sviluppato “cogliendo l’opportunità del 7 ottobre 2023” e, dopo oltre 21 mesi, continua a Gaza e, in forme specifiche, anche in Cisgiordania e all’interno di Israele. Ma non solo, fa parte della storia dello Stato israeliano, del patrimonio politico sionista. La politica dominante, di centro destra e di centro sinistra, in Europa, nel mondo occidentale, ma non solo (vedi i cosiddetti “Paesi fratelli” del mondo arabo e musulmano),non fa nulla di “reale” per fermare questo genocidio. Discute oziosamente di “eccessi”, di sanzioni contro Israele, parla di riconoscimento dello Stato di Israele quando per oltre 30 anni, dagli Accordi di Oslo, ha finto di non vedere che questi servivano ad aumentare l’oppressione e l’espropriazione territoriale dei palestinesi, rendendo impraticabile qualsiasi possibilità di “due popoli, due stati”. Intanto accordi militari, economici, politici, armi, materie prime e merci “dual use”, continuano a essere sottoscritti e a fluire verso Israele. Un genocidio dei palestinesi che avviene con l’attiva complicità dei paesi occidentali, ma anche con l’inesistente opposizione dei capitalismi russo e cinese, loro rivali nella spartizione del mondo.

15. L’accordo firmato in Egitto ferma il genocidio ma le sue conseguenze restano.

Il 10 ottobre finalmente si è giunti ad un cessate il fuoco, a seguito dell’accettazione da parte di Israele e di Hamas del piano di pace in 20 punti proposto da Donald Trump, il 29 settembre, con il supporto di Egitto, Qatar e Turchia. Il 13 ottobre, avvenuta la liberazione dei 25 ostaggi israeliani e di circa 2.000 detenuti palestinesi ostaggio di Israele, Trump è stato accolto trionfalmente alla Knesset dove ha celebrato il suo piano di pace come “l’Alba di un nuovo Medio Oriente”, annunciando che “Israele vivrà in pace per l’eternità”. 
Ma il genocidio rimane.
Ha scritto da Gaza la scrittrice Lina Ghassan Abu Zayed: “Quando le bombe smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace. Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un confronto con il vero dolore”.

Domenico Gallo


[1] Elie Wiesel, l’ebreo errante, Firenze, 1986

[2] Roberto Barsotti, voce Genocidio in Codice degli atti internazionali sui diritti dell’uomo, Giuffrè, 1981

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PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE - Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.

Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.

Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.

 

Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.

E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.

Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

 

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.

In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.

Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.

La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.

Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.

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L’omesso e il nascosto nella risoluzione Usa su Gaza all’Onu

«Il Consiglio di Sicurezza ha detto sì, ma ciò che resta sul tavolo somiglia più a un involucro che a un accordo di pace», introduce con efficacia il cattolico Avvenire. «La risoluzione americana su Gaza, approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Mosca e Pechino, segna certo un passaggio diplomatico rilevante, ma non offre alcun riferimento concreto all’unico sbocco riconosciuto dalla comunità internazionale come credibile: la soluzione a due Stati».

Assenza decisiva, lo Stato di Palestina

Dal premier Netanyahu l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese costretta dalla diplomazia. Senza ritegno il suo governo di estremisti. «La missione della mia vita è impedire la creazione di uno stato palestinese nel cuore della nostra terra», dichiara il ministro delle finanze Bezalel Smotrich. Peggio Itamar Ben Gvir, sottolinea il manifesto, che vorrebbe far fuori tutti i leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Se accelerano il riconoscimento dello stato palestinese, e l’Onu lo riconosce, dovrebbero essere ordinati omicidi mirati di alti funzionari dell’Anp». Per il 90enne  Abu Mazen, «C’è una cella di isolamento pronta per lui nella prigione di Ketziot», ha minacciato il suprematista ebraico. Un altro personaggio su cui la Corte penale dell’Aja continua ad essere distratta.

Ringhi elettorale ma di Stato Palestinese non c’è traccia

Ma Israele sa bene che nella risoluzione che gli Stati uniti hanno portato all’Onu non esiste un progetto chiaro per la nascita di uno stato palestinese. Il riferimento è stato inserito per volontà dei governi arabi, ma solo per non irritare l’alleato, e l’arzigogolo Trump: «percorso verso l’autodeterminazione». Il non dire per mai fare. Nella striscia intanto Israele continua a uccidere. Ad al-Daraj,sganciato un ordigno su una scuola-rifugio, ferendo 13 persone, tra cui diversi bambini. Almeno due palestinesi sono stati uccisi dai militari vicino alla ‘linea gialla. Nella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e automobili palestinesi vicino a Betlemme, mentre a Tzur Misgavi a centinaia hanno attaccato persino la polizia israeliana che tentava di sgomberare un avamposto illegale, denuncia Eliana Riva.

L’invenzione Onu

«Una forza internazionale sarà incaricata di stabilizzare la Striscia e disarmare Hamas. Donald Trump esulta, definendo il voto ‘storico’ e annunciando la creazione di un Board of Peace che guiderà personalmente». Oltre le sparate ormai caricaturali del personaggio che s’indora, i fatti purtroppo dicono altro.

Rigoroso Giulio Isola su Avvenire

«Un entusiasmo che stride con il contenuto del documento, nel quale la prospettiva della statualità palestinese viene solo evocata in forma condizionale e rinviata a un futuro indeterminato, subordinata a riforme dell’Autorità Palestinese e a un avanzamento della ricostruzione. Una formula di circostanza che non definisce tempi, garanzie né competenze».

Più diplomazia che contenuti

Russia e Cina, inizialmente pronte a mettere il veto, hanno scelto l’astensione, pur criticando l’opacità del processo. Mosca aveva depositato nei giorni scorsi una bozza alternativa: niente smilitarizzazione obbligatoria, nessun Board of Peace presieduto dallo stesso Trump, e una forza internazionale affidata alla supervisione del segretario generale dell’Onu, non a Washington. Posizioni condivise da Pechino e dall’Algeria, rimaste però isolate di fronte alla compatta pressione dei principali Paesi arabo-musulmani — Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Pakistan e Turchia — determinati a non rallentare la fase due del piano, dopo il cessate il fuoco, la liberazione dei prigionieri e il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia. L’Autorità Palestinese ha salutato con ‘soddisfazione’ il voto e chiesto una «attuazione immediata».

L’assenza di impegni chiari nel testo

La reazione dei diretti interessati denuncia la fragilità del tutto. Hamas ha respinto la risoluzione definendola un passo verso una tutela straniera su Gaza degli interessi israeliani, rifiutando ogni riferimento al disarmo. Netanyahu, stretto tra pressioni interne e la prospettiva di una governance internazionale della Striscia, ha ribadito che Israele «resta contrario allo Stato palestinese» e che la smilitarizzazione di Gaza sarà perseguita «con le buone o con le cattive». Sul terreno la tensione resta alta: gli scontri con i coloni nell’avamposto di Tzur Misgavi e le violenze a Jaba’a, vicino Betlemme, confermano che la Cisgiordania continua a essere un banco di prova instabile e infiammabile.

Russia e Cina astenuti ma arrabbiati

Da Mosca e Pechino, pur scegliendo l’astensione, molte critiche. Il rappresentante russo ha denunciato l’affrettatezza del processo e l’assenza di un impegno reale verso due Stati. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha parlato di un documento che «non riflette una visione adeguata per una soluzione politica complessiva» e che consegna agli Usa un ruolo dominante attraverso il Board of Peace e l’International Stabilization Force, di cui «non si conoscono né mandato né limiti».

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sabato 20 settembre 2025

Contro nemici e alleati, è la logica dello Stato-mafia - Alberto Negri

Israele Il cinismo di Netanyahu è totale: gli ostaggi da vivi sono un motivo per continuare il genocidio, da morti una ragione in più per la pulizia etnica dei palestinesi.

Siamo oltre l’estremismo sionista più radicale: Israele è ormai uno stato-mafia, uno stato terrorista. Prepara una trappola e agisce come un killer verso chiunque, finge di negoziare e poi uccide i negoziatori. Non ha e non riconosce limiti: il diritto internazionale ormai per Tel Aviv è una nota a piè di pagina da ignorare con fastidio. Ricordiamolo adesso, in ogni momento, con la Flotilla diretta verso la Palestina.
Trump rispetto a Netanyahu è sempre indietro di un passo e finora ha accettato senza replicare la sua agenda di sterminio, se non sostenendo proposte deliranti come Gaza Riviera. A quel tavolo negoziale in Qatar, ieri insanguinato, siedono anche gli inviati americani: gli Stati uniti sono d’accordo con Netanyahu in tutto e per tutto ma a Doha anche Washington e Trump hanno fatto una figura meschina e inaffidabile. Al premier Netanyahu non importa nulla degli ostaggi, altrimenti avrebbe già fatto un accordo, le vite stesse degli israeliani sono subordinate ai suoi obiettivi: restare al potere e sfuggire alla giustizia con una guerra infinita. In fondo lui è il principale agente dell’antisemitismo. Il suo cinismo è totale: gli ostaggi da vivi costituiscono un motivo per continuare il genocidio e l’annessione di territori, da morti diventano una ragione in più per completare la strage e la pulizia etnica dei palestinesi.
QUI, DAL FIUME al mare, scorre soltanto sangue. Violando ogni legge internazionale e umiliando anche i Paesi che un giorno dovrebbero entrare nel cosiddetto Patto di Abramo che altro non è che una resa senza condizioni delle monarchie arabe del Golfo e dei loro alleati. Soltanto degli sprovveduti o degli ipocriti potevano pensare che il genocidio di Gaza riguardasse soltanto i palestinesi: fa parte invece di un piano di controllo molto più ampio dello stesso Grande Israele territoriale. Si tratta di attuare quello che già aveva in mente Trump durante la sua prima presidenza, ovvero fare di Israele, con la sua schiacciante superiorità bellica e tecnologica – componente attiva dello stesso complesso militar-industriale americano – il poliziotto assoluto della regione, in grado di colpire chiunque con azioni militari massicce o omicidi mirati.
QUELLO CHE È avvenuto ieri in Qatar è già accaduto in questi due anni ovunque. Israele ha fatto fuori la leadershp di Hamas, quella di Hezbollah, alti esponenti iraniani, ha colpito in Yemen e in Siria dove Al Sharaa è nel mirino delle truppe israeliane in ogni momento. Questo ex militante di Al Qaeda è il caso, quasi unico, di un presidente che vive praticamente ai domiciliari perché Tel Aviv, che già occupa il sud del Paese, lo può fare fuori in ogni momento. Si può salvare soltanto se si fa complice del genocidio e della pulizia etnica di Gaza accettando, come si vocifera ogni tanto, l’esilio di migliaia di palestinesi, già presenti da decenni in Siria a centinaia di migliaia.
E qui arriviamo al punto. Cosa accade con l’evacuazione di Gaza City? Haaretz afferma che per i gazawi non c’è via di fuga e alternativa. Ma a cosa? Lo stesso esercito israeliano aveva indicato che l’unica soluzione è ammassarli in campi di concentramento dove ogni tentativo di uscirne verrà punito con la morte. È quella amministrazione militare che il capo di stato maggiore Eyal Zamir non vuole ma che di fatto ha accettato con l’operazione a Gaza City. Poi bisognerà trovare il modo di fare accettare almeno in parte il loro esodo. E la destra israeliana al potere vede come candidati gli stessi Paesi arabi del Golfo che per lo meno dovranno finanziarlo e trovare delle soluzioni. L’operazione di ieri in Qatar contro Hamas è un ammonimento ai capi arabi su quello che potrebbe succedere se non collaborano. Questa è la logica del ricatto dello stato mafioso-terrorista.
LA STESSA LOGICA mafiosa, per altro, che Israele applica all’Europa. Dopo 19 round di sanzioni alla Russia, l’Europa e l’Italia non riescono a vararne neppure una contro Israele. È evidente che sono ricattati da Israele e dagli Stati uniti. Il governo italiano trema come una foglia perché gli apparati di sicurezza israeliani e americani ne limitano la sovranità e hanno la chiave della nostra cybersecurity. Resta così l’opinione pubblica, lasciata sola a protestare da politici complici e senza alcuna dignità.
Davanti a quanto accade – genocidio, annessioni, apartheid – appare persino assurdo invocare, come fanno gli europei, la soluzione dei “due popoli due stati” come praticabile e ragionevole. Come scrive sul sito indipendente israeliano-palestinese +972mag il giornalista palestinese Alaa Salama, la soluzione dei due stati appare ormai una mistificazione, un modo per giustificare e far guadagnare tempo al governo di Netanyahu, per altro inseguito come Putin da una mandato di cattura della Corte penale internazionale. L’unica soluzione concreta è sanzionare i responsabili per isolarli e mettere fine al genocidio. Tutto il resto appare come un miserabile alibi. Ma come diceva Don Abbondio, uno il coraggio non se lo può dare.


(da https://ilmanifesto.it/contro-nemici-e-alleati-e-la-logica-dello-stato-mafia)

 

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giovedì 7 agosto 2025

Riconoscere la Palestina non fermerà il genocidio a Gaza

 ma “lo faranno le sanzioni contro Israele”, dice Gideon Levy

Un dossier con articoli di Djarah Kan, Antonio Cipriani, Gideon Levy, Turi Comito, Enrico Campofreda, Ofer Cassif, Marwan Abdel-Al, Alberto Negri, Daniele Fiori, Appello dei giuristi contro il genocidio, Francesco Masala, e la campagna di “Terra e verità” in difesa del quotidiano Haaretz. Con video di Chris Hedges e Roger Waters, disegno di Mr Fish, foto di Ahmed al-Arini,

 

Il dito nella piaga – Antonio Cipriani

Mi ha incuriosito, ho letto tutto il testo in cui Djarah Kan parla del “mettere il dito nella piaga”, riferendosi all’episodio del Vangelo di Giovanni in cui San Tommaso, discepolo di Gesù, non crede al miracolo della resurrezione fin quando non tocca con mano, non mette il dito nella piaga del risorto.
Ecco, scrive la scrittrice: “Mettere le dita nella piaga di uno scrittore israeliano famoso in tutto il mondo al fine di essere sicuri di poter affermare che c’è un genocidio senza essere criticati o accusati di antisemitismo, è qualcosa di immensamente triste. La morte del pensiero critico e del coraggio. Coraggio che dovrebbe avere qualsiasi giornalista, filosofo o scrittore voglia fregiarsi di questo titolo. Quelli che oggi festeggiano ricondividendo la piaga di un intellettuale israeliano che deve arrendersi di fronte all’evidenza dei fatti, chiamando questo massacro con il suo legittimo nome, dovrebbero farsi venti giorni di vergogna, in un angolino dove fa sempre freddo e non batte mai il sole. Mentre la società civile vi implorava di mettere il dito nella piaga dei palestinesi, per conoscere e credere nella loro sofferenza oltre ogni irragionevole dubbio, voi sceglievate di non credere, di non informarvi, di non ascoltare i bollettini di guerra, le interviste dei giornalisti fatti saltare in aria. Tutto questo per la paura di perdere potere”.
“L’intellettuale che sceglie il caldo braccio del consenso culturale, non è un vero pensatore, ma un artigiano della propaganda pagato a cottimo, incapace sia di guardarsi dentro, che di guardare gli altri. Non c’era alcun bisogno di sentirsi moralmente protetti da un intellettuale israeliano per poter stare dalla parte di una popolazione disarmata di cui si sta progettando la totale cancellazione. Dicono che l’Occidente sia il luogo in cui sono depositate le più grandi riserve di libertà di pensiero del globo terrestre. Eppure avete dovuto aspettare che i proprietari ufficiali della parola genocidio vi slacciasse la museruola e allentassero il collare che fa di voi servi liberi di dire, ma contenti di servire”.

Parole dure? Beh, che altro dire nella patetica situazione italiana in cui i fascistelli eredi delle leggi razziali e della collaborazione attiva e criminale con le SS tedesche, antisemiti per costituzione, oggi possono accusare liberamente di antisemitismo chiunque non sia allineato e coperto con il governo genocida di Netanyahu? E che dire sui silenzi e le omissioni di personalità della cultura e del giornalismo che da anni fingono che sia tutto normale e titolano sui loro giornali “Guerra tra Israele e Hamas”, come se sparare in testa e ai testicoli di bambini affamati, inermi, in fila per un po’ di acqua e di farina non sia un crimine, ma guerra.

Beh, occorre far rumore. Con tutti i mezzi a disposizione, svegliare le coscienze, renderci conto che se non si pone un argine avanzerà l’efferatezza dei suprematisti, dei razzisti, dei padroni del mondo che fanno affari costruendo sempre più perfette macchine di morte da sperimentare, come fosse un videogioco osceno, sui corpi martoriati e indifesi dei palestinesi.

E prendere parte. Non genericamente, come certi profeti sgonfi di etica, per la pace per tutti. Ma per le vittime, per gli indifesi, per i bambini, per gli affamati, per chi è chiuso in un campo di concentramento. E contro il generone cultural-mediatico nazionale sempre pronto e mellifluo a scegliersi le battaglie comode, quelle sì urlate e super propagandate; quelle in cui, gira che ti rigira, non vengono intaccati gli interessi dei padroni del mondo… dei padroni in genere.

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Riconoscere la Palestina non fermerà il genocidio a Gaza: lo faranno le sanzioni contro Israele – Gideon Levy

Il riconoscimento europeo della Palestina è un gesto vuoto che lascia Israele impunito. Senza sanzioni per fermare il Massacro a Gaza, non si tratta di diplomazia, ma di Complicità.

Il riconoscimento internazionale di uno Stato Palestinese premia Israele, che dovrebbe ringraziare ogni singolo Paese che lo fa, poiché tale riconoscimento rappresenta un’alternativa fuorviante a ciò che dovrebbe essere effettivamente fatto: imporre sanzioni.

Il riconoscimento è un sostituto errato dei boicottaggi e delle misure punitive che dovrebbero essere adottate contro un Paese che perpetua il Genocidio. Il riconoscimento è un vuoto velo di approvazione che i governi europei, esitanti e deboli, stanno usando per dimostrare al loro pubblico infuriato che non hanno intenzione di tacere.

Riconoscere uno Stato Palestinese, che non esiste e non esisterà nel prossimo futuro, se mai esisterà, è un silenzio vergognoso. La gente di Gaza muore di fame e la reazione dell’Europa è riconoscere uno Stato Palestinese. Questo salverà gli abitanti di Gaza che muoiono di fame? Israele può ignorare queste dichiarazioni con il sostegno degli Stati Uniti.

Si parla di un “maremoto” diplomatico in Israele, nella consapevolezza che non raggiungerà le coste israeliane, finché il riconoscimento non sarà accompagnato dall’imposizione di un prezzo per il Genocidio.

A superare se stesso è stato il Primo Ministro britannico Keir Starmer, uno dei primi a riconoscere la Palestina nell’attuale ondata, dopo la Francia. Si è affrettato a presentare la sua decisione come una punizione (condizionale), adempiendo così al suo dovere. Se Israele si comporterà bene, ha promesso, il suo dito medio verrà ritirato.

Che tipo di punizione è questa, signor Primo Ministro? Se il riconoscimento della Palestina promuoverà una soluzione, secondo lei, perché presentarlo come una sanzione? E se è una misura punitiva, dov’è?

È così quando la paura di Donald Trump si abbatte sull’Europa e la paralizza, quando è chiaro che chiunque imponga sanzioni a Israele ne pagherà le conseguenze. Il mondo preferisce proclami verbali per ora. Le sanzioni sono una buona cosa quando si tratta di invasioni russe, non di quelle israeliane.

La mossa di Starmer ha portato molti altri a seguirne l’esempio, che viene presentato in Israele come una frana diplomatica, un maremoto. Questo non fermerà il Genocidio, che non sarà fermato senza misure concrete da parte della comunità internazionale. Queste sono insopportabilmente urgenti poiché le uccisioni e la fame intensa a Gaza continuano.

Il riconoscimento non porterà alla creazione di uno Stato. Come ha detto una volta la rappresentante dei coloni Daniella Weiss, dopo una precedente ondata di riconoscimenti? “Apro la finestra e non vedo nessuno Stato Palestinese”. E non ne vedrà uno neanche a breve.

Nell’immediato, Israele trae beneficio da questa ondata di riconoscimenti perché sostituisce la punizione che merita. Nel lungo termine, potrebbe esserci qualche vantaggio nel riconoscere uno Stato immaginario, poiché solleva la necessità di trovare una soluzione.

Ma ci vuole una dose folle di ottimismo e ingenuità per credere che il riconoscimento sia ancora rilevante. Non c’è mai stato un momento peggiore; il riconoscimento ora è come fischiare nel buio. I palestinesi sono senza guida e i dirigenti israeliani hanno fatto tutto il possibile per ostacolare un simile Stato e ci sono riusciti.

È bello che il 10 di Downing Street (residenza del Primo Ministro britannico) voglia uno Stato Palestinese, ma finché Gerusalemme non lo farà, con l’insediamento estremista di Yitzhar impegnato a distruggere le proprietà palestinesi e sempre più forte con Washington che sostiene ciecamente Israele, questo non accadrà.

Quando la destra in Israele è all’apice del suo potere e il centro israeliano vota alla Knesset (Parlamento) per l’annessione e contro la creazione di uno Stato Palestinese, quando Hamas è l’entità politica più forte che i palestinesi hanno e i coloni e i loro sostenitori sono l’organizzazione più forte in Israele, di quale Stato Palestinese stiamo parlando? Dove sarebbe?

Una tempesta in un bicchier d’acqua. Il mondo adempie al suo dovere mentre Israele distrugge e affama. Il Piano di Pulizia Etnica sostenuto dal governo israeliano si sta realizzando prima a Gaza. Non si possono immaginare condizioni peggiori per coltivare sogni di statualità.

Dove verrebbe fondato? In un tunnel scavato tra Yitzhar e Itamar? Esiste una forza che potrebbe evacuare centinaia di migliaia di coloni? Quale? Esiste un campo politico disposto a lottare per questo?

Sarebbe meglio se prima si adottassero misure punitive concrete, costringendo Israele a porre fine alla guerra, l’Europa ne ha i mezzi, e poi si introducesse all’ordine del giorno l’unica soluzione rimasta: una democrazia tra il Mediterraneo e il fiume Giordano; una persona, un voto. Apartheid o democrazia. Con nostro orrore, non esiste più una terza via.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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Non c’è alcuna possibilità che esista uno stato palestinese – Turi Comito

In estrema sintesi: non c’è alcuna possibilità che esista uno stato palestinese. Neppure se gli USA decidessero, perché qualche dio gli illumina quel poco di cervello che hanno, che debba essercene uno.

È ormai letteralmente impossibile.

Perché la quasi totalità del territorio della Cisgiordania è in mano agli israeliani. Perché Gaza non esiste più. Perché quel che resta dei gazawi è una moltitudine di persone disarmate, piegate e piagate fisicamente e moralmente. Perché i palestinesi di Cisgiordania dipendono totalmente, per la loro sopravvivenza, da quel che decidono i coloni e l’ignobile esercito che li assiste.

Il riconoscimento dello stato di Palestina, in queste condizioni, è, nel migliore dei casi, un gesto di solidarietà per una popolazione annichilita e nel peggiore un ipocrita gesto politico. In entrambi i casi non produce nessun effetto pratico rilevante dal punto di vista della politica internazionale.

Nessuno.

Se così non fosse oggi i paesi che hanno riconosciuto lo stato di Palestina sarebbero in guerra con Israele o avrebbero rotto ogni rapporto diplomatico e economico con esso.

Vi risulta che la Russia o la Cina o la Svezia o chiunque altro sia in cattivi rapporti con Israele?

No. Non vi risulta perché tutti hanno rapporti diplomatici ed economici ottimi con Israele. Pur riconoscendo lo Stato di Palestina.

Cosa resta allora per i Palestinesi?

Poco.

Due cose, a mio parere.

Posto che non vi è più possibilità di creare uno stato, posto che è letteralmente impossibile deportare i palestinesi in qualche altro paese della regione o disperderli in giro per il mondo (sono troppi) in pochi mesi o nel giro di qualche anno, posto che sterminarli tutti, benché possibile, è tecnicamente una operazione lunghissima e carica di incognite e rischi, credo restino due sole ipotesi sul campo.

La prima.

Continuare a sfiancare i palestinesi con l’apartheid, con le angherie, con i bombardamenti, con ogni sorta di privazione di beni materiali, di diritti e di dignità. In questo modo è assai probabile che nel giro di una ventina di anni i palestinesi scompaiano, per morte o per migrazione, da quella terra.

Nel frattempo ci si indigna, si fa il tifo, si piange e si ride. Sempre che un imprevisto (chessò un Iran che impazzisce e lancia qualche bomba nucleare su Tel Aviv) non ci trascini tutti nel baratro.

La seconda.

I palestinesi sono oggi – tra gazawi (2 milioni) cisgiordani (3 milioni) e cittadini israeliani (2 milioni) – circa 7 milioni.

Gli israeliani all’incirca 8 milioni. Nessuna di queste due componenti può essere cancellata. Nessuno, se non costretto con forze immani, se ne andrà da dove sta. Se non è possibile evacuare i palestinesi che sono disarmati, figuriamoci gli israeliani che sono armati fino ai denti (questo lo dico per quelli convinti che dalla Palestina debbano andarsene gli ebrei).

Epperò questi numeri, questo sostanziale equilibrio, suggeriscono una ipotesi di lavoro, già ottanta anni fa presa in considerazione e poi – stupidamente e colpevolmente – scartata.

Uno stato unitario.

O multinazionale, chiamatelo come vi pare.

Laico, senza riferimenti a etnie e religioni se non nella misura in cui queste sono eguali giuridicamente di fronte allo Stato. Con istituzioni politiche (parlamento e governo in primis) che tengano conto della composizione demografica e quindi della storia, degli usi, delle lingue che caratterizzano l’insieme delle etnie che compongono la sua popolazione.

Con leggi che garantiscano libertà e diritti umani, civili, sociali a tutti.

Questo Stato, non nazionale e non etnico ma plurinazionale o plurietnico, non può essere Israele poiché esso è fondato sull’idea della esclusività.

Deve essere un’altra cosa.

Deve essere rifondato e per un certo tempo militarmente e amministrativamente controllato da forze esterne neutrali e non sospettabili di simpatie verso chicchessia. Fino a che il nuovo stato non sarà un grado di camminare con le sue gambe  dovesse, questo stato di cose, durare anche cinquanta anni.

 

È del tutto evidente che Israele, di sua sponte, non acconsentirà mai ad una ipotesi del genere ed essendo uno stato con armi nucleari è praticamente impossibile convincerlo con atti intimidatori di tipo militare.

Resterebbe solo una cosa da fare. Convincerlo con altri mezzi. Sanzioni devastanti. Espulsione da qualunque consesso internazionale di cui è membro pieno o associato a vario titolo (ONU, WTO, Unione europea, ecc.), disconoscimento internazionale della sua esistenza. Insomma ogni mezzo pur di obbligarlo ad accettare una soluzione, l’unica ragionevole per quanto mi riguarda, e a consentire l’ingresso di forze di pace nel suo territorio e, se non il disarmo del suo esercito, almeno la sua subordinazione ad un comando internazionale.

 

Lo so. È una ipotesi inverosimile.

Ma lo è tanto quanto quella che prevede di restituire la Cisgiordania ai palestinesi da lì espulsi e vessati ogni giorno da ottanta anni, di unirla con una strada a quel che resta di Gaza, di denominare una entità senza indipendenza politica ed economica “Stato”, di creare altre barriere e frontiere che nessuno potrà mai sorvegliare perché tutte dentro lo stato di Israele.

Forse se di cominciasse a parlare – nei circoli intellettuali e politici e anche nelle sedi istituzionali a Parigi a Roma a Mosca a Pechino ad Amman a Ryad e perfino a New York dove è gentilmente ospitata dagli USA l’ONU – di un solo stato fatto di cittadini con eguali diritti e doveri, forse, molti israeliani e molti ebrei e molti palestinesi e molti arabi che pensano ad un futuro pacifico si unirebbero attorno ad una proposta simile. Forse perfino le parti più fanatiche e violente e quelle più violentate si arrenderebbero all’idea che è necessario trovare una via, anche difficile e dolorosa, ma pur sempre migliore di  quella che prevede il  continuare per altre tre o cinque o cinquanta generazioni a vivere una vita così miserabile fatta di aggressioni, di vendette, di faide, di soprusi e di odio.

 

In ogni caso, per quanto questa idea dello Stato unitario possa essere considerata stupida o intelligente resto di questa opinione: o si inventa qualcosa di diverso dalle solite scemenze (due stati due popoli), dal solito inutile temporeggiare, dalla solita vile ipocrisia oppure continueremo ad assistere a tentativi fallimentari di sterminio che, una volta esauriti, produrranno altre violenze, altri attentati, altre esplosioni di odio. In un circolo vizioso ostinato e senza fine, sempre più intollerabile e pieno di rischi di trascinare il mondo in un inferno peggiore di quello che vediamo oggi.”

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Il chiaroscuro della morte – Enrico Campofreda

Più della luce, in perfetto chiaroscuro caravaggesco, è il dramma assoluto quello che mostrano gli scatti di Ahmed al-Arini, il fotografo che dalla Striscia testimonia attraverso media e agenzie internazionali (France Presse, Bbc, Le Monde, Anadolu) la tortura per fame inflitta da Israele ai due milioni di gazawi. Fra loro, se non scheletrici come Muhammad Zakariya Ayyoub al-Motouq il figliolo ritratto in braccio alla madre, un quarto dei bambini è malnutrito, ha denunciato ancora oggi “Medici senza Frontiere”. Ma se tanti politici ascoltano e, a parole, si rammaricano, la perversa catena di morte non viene fermata. Da nessuno. A poco servono tardivi riconoscimenti d’una casa-Stato palestinese che non esiste più né nella Gaza rasa al suolo, né nella Cisgiordania stritolata da coloni sanguinari e militari loro protettori. La coppia del genocidio Netanyahu-Trump cammina dritta per ripulire la Striscia dai suoi abitanti e usa ogni misura: innanzitutto lo scorrere del tempo, che fa languire chi vive soffocato da tanta crudeltà criminale. Poi l’arma dell’estinzione indiretta per fame, e sempre ordigni e pallottole che quotidianamente mietono vittime anche fra chi s’affanna a recuperare una ciotola di cous-cous, una  manciata di farina, una scorta d’acqua potabile. Lo Stato d’Israele non recede dalla pratica che pure cinici militaristi dichiarano fuori da qualsiasi protocollo bellico. Ha l’alibi del nemico terrorista, che accusa di non voler restituire i prigionieri ancora sotto la sua giurisdizione (cinquantanove di cui forse la metà in vita), mentre Hamas con l’intermediazione di Egitto e Qatar per quella restituzione rilancia un accordo con cessate il fuoco duraturo e la liberazione di duecento prigionieri palestinesi. Per ora non c’è luce. E gli spiragli che s’intravvedono, da sotto le tende dove giacciono corpi martirizzati, baciano le membra emaciate di chi non sopravvive a una miseria incancrenita per ragione di guerra. Un realismo così crudo, un dolore così immenso, un tormento così profondo non compariva in nessuna tela scenografica e teatrale del Maestro del chiaroscuro barocco.  Quella precarietà esistenziale nella quale Caravaggio sceglieva umili, diseredati, reietti per trasferirli nei suoi dipinti a omaggiare santi o a incarnarne le figure, non riproducevano supplizi simili a quelli che abbiamo sotto gli occhi con questo sterminio.

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Ofer Cassif è stato allontanato con la forza dal podio del parlamento israeliano (vedi qui)

 

Ofer è un deputato comunista israeliano, l’unico di religione ebraica tra i cinque parlamentari della lista Hadash-Taal, nata dall’alleanza di due partiti arabi di sinistra. Cassif è stato appena sospeso dalla Knesset, il Parlamento israeliano, per la terza volta dal 7 ottobre 2023, perché denuncia regolarmente il genocidio in corso a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e l’apatia della società israeliana di fronte ai crimini commessi.
Clothilde Mraffko: “Il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso di riconoscere lo Stato di Palestina durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre. Come valuta questo annuncio e come è stato accolto in Israele?”
Ofer Cassif: “Ovviamente, per quanto mi riguarda, lo apprezzo. Ma basta parole, è il momento di agire! Bisogna riconoscere lo Stato di Palestina ora, senza più rimandare! Il governo israeliano, e purtroppo gran parte dei leader dell’opposizione, contesta la decisione di Macron affermando che in questo modo Parigi premia il terrorismo. Ma non c’è da stupirsi, i criminali accusano gli altri di perseguitarli e di mentire… Per quanto riguarda l’opinione pubblica israeliana, non ci sono state reazioni particolari perché Macron ha già tenuto in passato dichiarazioni simili, che quindi non hanno più alcun effetto. Ora bisogna agire!”
CM: “Gli abitanti di Gaza non sono né morti né vivi, sono cadaveri ambulanti”, ha dichiarato Philippe Lazzarini, il commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA). Israele, che ha parzialmente levato il blocco all’ingresso degli aiuti a Gaza, imposto dal 2 marzo scorso, ha di fatto ridotto l’enclave palestinese alla fame. Come reagisce l’opinione pubblica israeliana?”
OC: “Purtroppo sembra che la maggioranza degli israeliani sia indifferente o neghi la realtà. Tanti sostengono che la crisi alimentare, se c’è, è una conseguenza della guerra e che quindi è colpa dei palestinesi o, più precisamente, di Hamas. Alcuni addirittura se ne rallegrano. E se altri si indignano, la maggioranza è semplicemente indifferente. A mio avviso, la responsabilità è dei politici. In primo luogo del governo, del primo ministro Benjamin Netanyahu e della sua coalizione, ma anche di una parte dell’opposizione che ha incitato all’odio contro i palestinesi e giustifica le atrocità commesse da Israele. Su 120 deputati, 52 sono all’opposizione, ma solo in cinque ci siamo opposti, e sin dall’inizio, sia ai massacri commessi da Hamas che a quelli perpetrati da Israele dal 7 ottobre. Finalmente il partito islamista Ra’am si è unito alla nostra condanna. Alcuni mesi fa, anche i laburisti hanno cominciato ad esprimersi su Gaza. Ma loro non parlano né di crimini di guerra né di genocidio. Parlano di “pregiudizi” causati a civili innocenti di Gaza. Il resto dell’opposizione, 38 deputati, chiede la liberazione degli ostaggi, ma in generale sostiene l’azione del governo. Quindi, in pratica, non c’è opposizione.”
CM: “Lei è stato sospeso più volte dal Parlamento per aver denunciato il genocidio a Gaza…”
OC: “La prima volta nell’ottobre 2023 per 45 giorni perché in un’intervista avevo affermato che il governo israeliano aveva utilizzato il massacro di Hamas come pretesto per giustificare l’attuazione del piano “decisivo” presentato nel 2017 da Bezalel Smotrich. Un piano genocida che si basa su tre principi: Israele deve annettere i territori palestinesi occupati senza accordare i diritti fondamentali ai palestinesi, instaurando, per definizione, un regime di apartheid; i palestinesi che si opporranno al piano saranno espulsi dalla loro terra natale; quelli che resisteranno al nuovo regime di apartheid saranno uccisi. All’inizio del 2024 hanno tentato di destituirmi, perché avevo firmato una petizione a sostegno della denuncia del Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Servivano 90 voti, ne sono stati raccolti 86. Sono stato poi sospeso per sei mesi dal comitato etico del Parlamento e ora sarò nuovamente sospeso per due mesi, da ottobre a dicembre, perché ho denunciato i crimini in una lettera alla Corte penale internazionale dell’Aia.”
CM: “Ogni settimana ci sono manifestazioni per chiedere il rilascio degli ostaggi, in particolare a Tel Aviv. Quale è la posizioni di questi oppositori?”
OC: “Loro dicono che è una “guerra”, dal mio punto di vista invece è un genocidio. Una guerra implica una sorta di simmetria, che in questo caso non c’è. La maggior parte dei manifestanti chiede la fine della guerra per portare in salvo gli ostaggi e evitare che muoiano altri soldati. La maggior parte non fa neanche riferimento ai palestinesi. Eppure qualche cambiamento c’è stato. Quelli che parlano delle sofferenze dei palestinesi sono sempre più numerosi. Non sono abbastanza ed in ogni caso è troppo tardi. Ma sempre più persone stanno cominciando a capire che non si può separare il destino degli ostaggi e dei soldati israeliani da quello dei palestinesi di Gaza. La situazione è così drammatica che non si può ignorare. I media sono in gran parte responsabili. A parte il quotidiano Haaretz, in pochi parlano di ciò che sta accadendo a Gaza e non si vedono immagini.
CM: “Alcuni sostengono che Israele sia “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Come descriverebbe il sistema politico del suo Paese?”
OC: “Dal mio punto di vista, Israele non è mai stata una democrazia. È una “etnocrazia”, perché costruita sulla supremazia etnica degli ebrei. Per decenni la supremazia è stata essenzialmente politica, ma negli ultimi anni, in particolare sotto Netanyahu, si è trasformata in supremazia razziale. D’altra parte, Israele non è mai stata neanche una vera dittatura. Ha un sistema non democratico con alcuni elementi democratici. E questi ultimi vengono progressivamente distrutti da questo governo. Dal 1967 Israele controlla, domina e governa milioni di palestinesi che non hanno alcun diritto politico, civile e sociale. Assomiglia più ad una tirannia che a una democrazia. È un’impostura, il classico esempio di colonialismo e dominio razziale.”
CM: “In che modo il genocidio e la politica del governo israeliano influenzano la società? Qual è il prezzo da pagare per chi, come lei, si oppone?”
OC: “Il 19 luglio io e il deputato Ayman Odeh, il nostro capolista, siamo stati quasi linciati durante una manifestazione. Oltre al genocidio a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania, esiste un vero e proprio fascismo violento all’interno dello stesso Stato di Israele, che include la legittimazione e la normalizzazione della violenza omicida contro i dissidenti, in particolare gli arabi. Ricevo minacce quotidianamente, soprattutto sui social. Sono stato aggredito mentre ero dal parrucchiere tre anni fa, e un’altra volta mentre facevo la spesa. Sono disposto a pagare questo prezzo perché la mia lotta è fondamentale. Al di là delle mie convinzioni socialiste, delle mie credenze umanistiche e del mio impegno per la democrazia, ho l’impressione che i miei antenati ebrei mi stiano chiamando dalle loro tombe chiedendomi di combattere contro il razzismo e il genocidio. Nella mia famiglia, in molti sono stati uccisi dai nazisti. Questo mi ha reso molto sensibile alle discriminazioni razziali e alle persecuzioni. Sul breve termine sono molto pessimista: anche quando questi crimini cesseranno – e un giorno cesseranno – ci saranno profonde ripercussioni sulla società israeliana. Il tasso di suicidi tra i soldati che hanno prestato servizio a Gaza per esempio è terribilmente alto. Devono essere puniti per i crimini che hanno commesso, ma il carnefice è a volte anche vittima. Alcuni soldati hanno visto cose atroci laggiù. Forse ne hanno anche fatte. Ne escono come minimo psicologicamente distrutti. Tra il 14 e il 21 luglio sono stati registrati quattro casi di suicidio. Sul lungo termine, invece, sono ottimista, perché credo che sempre più persone finiranno per ascoltarci. Le ferite della società cominceranno a cicatrizzare, ma ci vorrà molto tempo. La società israeliana ha bisogno di guarire. Ma per poter guarire l’occupazione deve finire e il popolo palestinese deve essere liberato. E questo accadrà, è inevitabile. Quando il genocidio a Gaza sarà finito, penso che anche la comunità internazionale e i governi che hanno sostenuto Israele dovranno fare i conti con la propria coscienza.”
Traduzione Luana De Micco
Da Il Fatto Quotidiano

 

 

Il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Marwan Abdel-Al a L’Humanité

La cosiddetta conferenza per la soluzione dei due Stati non è tanto un’iniziativa di pace quanto il riciclaggio di un’illusione politica che la realtà ha superato. La conferenza, per formato e tempistica, assomiglia a un funerale ufficiale per una soluzione che non esiste più se non nelle dichiarazioni diplomatiche. Ciò che viene presentato oggi sotto il titolo di “soluzione dei due Stati” non costituisce un progetto di liberazione, ma piuttosto una gestione permanente di una tragedia coloniale.

L’Europa, compresa la Francia, può ora teoricamente riconoscere uno Stato palestinese, ma in realtà finanzia progetti di coesistenza con l’occupazione, finanzia la guerra – che è la madre della bomba nucleare – ed evita qualsiasi misura reale contro gli insediamenti, l’assedio o la cessazione del genocidio.

I palestinesi non hanno bisogno di altre parole, ma di azioni politiche chiare: il riconoscimento di uno Stato sovrano e indipendente, la rimozione dell’occupazione e la fine delle partnership coloniali occidentali con il regime di apartheid “israeliano”.

La vera soluzione inizia con il cambiamento degli equilibri di potere sul terreno. Il nostro popolo vuole la fine dell’occupazione… non un’assoluzione internazionale.

La maggior parte dei palestinesi – soprattutto la nuova generazione – è arrivata a considerare questa soluzione una trappola politica. Come si può parlare di “due Stati” quando ci sono progetti di annientamento, pulizia etnica, annessione ed espansione, e ci sono più di 700.000 coloni in Cisgiordania?

Dov’è lo Stato all’ombra di un muro che separa le famiglie e con attraversamenti gestiti a piacimento dai soldati dell’occupazione?

Non chiediamo un’entità simbolica sotto la sovranità “israeliana”; vogliamo piuttosto una vera liberazione, il diritto al ritorno e la giustizia storica.

La maggioranza dei palestinesi, in patria e nella diaspora, ha capito che si tratta di un’illusione. Come possiamo parlare di “due Stati”? La questione è andata oltre il riconoscimento simbolico e si è trasformata in una questione di giustizia, di diritto al ritorno e di smantellamento del sistema di apartheid.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è il prodotto di un’esperienza nazionale e il fondamento dell’azione nazionale palestinese, e la sua pandemia nasce da questa base.

[Qual è l’alternativa?]

L’alternativa è lo smantellamento del sistema coloniale dalle sue radici. L’alternativa non è una ricetta pronta, ma un lungo percorso liberatorio. Inizia, tuttavia, con il riconoscimento che Israele non è uno Stato “democratico” ma un regime coloniale, come è accaduto in Sudafrica. Non rifiutiamo la “soluzione a due Stati” perché siamo radicali, ma perché non è più praticabile.

L’alternativa è un unico Stato democratico su tutto il territorio, dove tutte le persone siano uguali senza discriminazioni religiose o etniche. O, come minimo, un quadro di liberazione che apra le porte a tutte le opzioni, lontano dalla logica della “pace in cambio di sottomissione”.

La Palestina oggi è uno specchio per il mondo: tra il diritto internazionale e la forza delle armi, tra la vittima e la propaganda. Stare dalla parte della Palestina è una prova di coscienza umana, non solo una posizione politica. Non vogliamo che il sistema coloniale utilizzi la proposta di una soluzione a due Stati per sbiancare il suo passato o la sua inazione. Ciò richiede che la sinistra francese si liberi dalla pressione dei media imperialisti dominanti o dalla paura del ricatto morale. Ci aspettiamo che la sinistra recuperi il suo linguaggio radicale: che dica che quello che sta accadendo in Palestina non è un conflitto, ma colonialismo e genocidio sistematico. E che si schieri con la verità, senza una falsa equivalenza tra assassino e vittima. Non c’è neutralità di fronte al genocidio.

Non chiediamo una solidarietà emotiva, ma un impegno politico e morale. La Palestina oggi non è solo la causa di un popolo che viene massacrato, ma una questione universale in cui la nostra umanità è messa alla prova.

Se la Palestina cade, gli standard internazionali e la giustizia cadono con lei. Da Parigi a Gaza, la battaglia è una sola: contro il fascismo e il nuovo razzismo, e contro la memoria coloniale che non è ancora morta.

 

 

Palestina e lo Stato fantasma dell’alibi internazionale – Alberto Negri

‘Palestina, l’isola che non c’è’ , titolava ieri il manifesto. Una riflessione di Alberto Negri da riproporre rispetto all’orrore di Gaza che nessuno sa, vuole o riesce a fermare e all’impotenza della comunità internazionale rispetto agli strapoteri armati statunitensi e israeliani. E sullo Stato di Palestina, Gaza è solo l’ultimo capitolo di questa storia

Al balcone ad assistere all’eccidio

Su una collina a sud di Israele, Givat Kobi, arrivano ogni giorno centinaia di israeliani per vedere i bombardamenti su Gaza. Si affittano anche i binocoli per vedere meglio le macerie. Il genocidio di un popolo viene guardato e trasmesso in diretta ma il suo diritto all’autodeterminazione, alla giustizia e alla vita, va sempre in differita, da decenni. È come l’isola che non c’è di Edoardo Bennato.

Lo Stato presto senza popolazione

Anche oggi in Europa e in Italia ci arroghiamo il diritto, da cancellerie e salotti vari, di discettare se sia più o meno giusto – il giusto lo decidiamo noi naturalmente – riconoscere uno stato palestinese. Per altro in ritardo su 150 Paesi, tra cui il Vaticano, che lo hanno già fatto. È quello che qualche giorno fa Chiara Cruciati sul manifesto definiva «un suprematismo bianco» che oggi appare assai fuori tempo massimo.

Dichiarazioni simbolo ed armi sottobanco

Se Francia e Gran Bretagna vogliono andare oltre le dichiarazioni simboliche sullo stato palestinese, avrebbero molto da fare in concreto. Per esempio sospendere le esportazioni di armi verso Israele e chiedere un’indagine internazionale sui crimini di guerra dello stato ebraico. Inoltre potrebbero usare la propria influenza per punire la colonizzazione e il blocco imposto a Gaza, sostenendo direttamente i palestinesi.

In realtà quello che possiamo scrutare oggi dalla collina di Givat Kobi sono il passato e il presente di una mentalità distorta, segno dei tempi ma anche di una vicenda che non vogliamo sentirci raccontare.

Occidente coloniale e i due criminali capo

La nostra mentalità coloniale, con godimento massimo di Netanyahu e Trump, non ci abbandona mai. Rafforzata da quasi ottant’anni di menzogne. Da quel 14 maggio 1948 che decreta la nascita di uno stato israeliano, avvenuta non con una guerra di indipendenza, come vuole la narrazione dominante, ma sulla base di una conquista coloniale e della pulizia etnica, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé.

Pulizia etnica dal 1948

Gaza è solo l’ultimo capitolo di questa storia. Lo storico racconta che il piano di pulizia etnica (Piano Dalet) era stato elaborato il 10 marzo 1948, due mesi prima dello scoppio del conflitto israelo-arabo e le forze ebraiche erano già riuscite a espellere 250mila arabi. Un anno dopo l’80% dei palestinesi era stata relegato in campi profughi, sparsi tra la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Libano, la Giordania e la Siria. Israele aveva così conquistato un terzo del territorio in più di quello previsto dal piano di spartizione dell’Onu del 1947, occupando il 78% della Palestina storica. La Nakba, la catastrofe, si era compiuta. A questo si sarebbe aggiunto un altro 22% di territori palestinesi in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967.

Nakba infinita

Ma la Nakba non è mai finita, neppure per un giorno, e continua oggi. Lo dicono le espulsioni massa condotte in tutto il Paese, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Neppure gli accordi di Oslo del 1993, che allora sollevarono speranze per i palestinesi ma anche tra gli israeliani che puntavano alla pace, furono in grado di cambiare la tendenza alla colonizzazione forzata e alla pulizia etnica. Fallirono sulla scorta dell’assassinio del premier Rabin ma anche di un’ideologia, il sionismo, diventata sempre più estrema, segnata dal radicalismo religioso.

I numeri della verità e della vergogna

Ecco il risultato. La Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa, conta adesso oltre 300 insediamenti israeliani e 750mila coloni a fronte di 3,3 milioni di palestinesi: ai tempi degli accordi di Oslo, i coloni erano 100mila. Che cosa è stato fatto per evitarlo? Nulla. Israele ha potuto impunemente violare il diritto internazionale, gli accordi di Oslo e sbeffeggiare ogni iniziativa internazionale. L’orribile strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023 – per altro il prodotto di decenni di oppressione – è servita al governo di Netanyahu per stare in sella e continuare una politica di occupazione e di stragi a Gaza dove oltre il 60% della popolazione, due milioni, ha meno di 25 anni ed ha conosciuto solo l’assedio in una prigione a cielo aperto.

Impunità garantita dagli Stati Uniti

Ancora oggi dalla comunità occidentale arriva il solito messaggio: la pulizia etnica della Palestina, per quanto illegale e immorale, sarà tollerata come in passato, che venga o meno riconosciuto uno stato. Se il Sud globale con il Gruppo dell’Aja a Bogotà si è schierato con i palestinesi (peraltro con conseguenze reali limitate), il regime israeliano conta pur sempre sull’impunità garantita da decenni dagli Stati uniti e dall’Unione europea. Lo stesso mantra “due popoli due stati” che le diplomazie ripetono ipocritamente fino alla noia è ancora praticabile e materialmente possibile? Se non si discute nel concreto rimane uno slogan, visto che la tendenza israeliana, come scriveva ieri Michele Giorgio, è quella di insediare nuove colonie a Gaza ed espellere la popolazione.

‘Mai una sanzione contro Tel Aviv’

Il vero mantra per noi è: “mai una sanzione contro Tel Aviv”. La stessa recentissima proposta della Commissione europea di sospendere parzialmente Israele dal fondo di ricerca Horizon Europe – con l’esclusione da sovvenzioni e investimenti per 200 milioni di euro – non ha ottenuto la maggioranza necessaria. Berlino e Roma come sempre prendono tempo [Berlino poi cede, NdR], e la Meloni, appaltata la nostra cybersecurity a Israele nel marzo 2023, ha troppo timore della sua ombra israeliana e del suo passato per fare qualche cosa di concreto. Nonostante le importanti parole di Mattarella, Israele ci tiene al guinzaglio.

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Appello dei giuristi contro il genocidio e per la Palestina

Come giuristi impegnati contro il genocidio del popolo palestinese abbiamo messo a punto in questi ultimi tragici mesi varie iniziative di stampo giudiziario in sede nazionale, europea e internazionale, incentrate anche e soprattutto sulle sempre più evidenti responsabilità italiane in questo orrendo crimine. Tali iniziative continueranno finché i responsabili israeliani del genocidio e i loro complici internazionali all’interno di governi , a partire dal governo italiano, imprese e media non saranno messi in stato di accusa anche formale in tutte le sedi possibili.
Riteniamo tuttavia che a tali nostra iniziative debba accompagnarsi una mobilitazione popolare di massa e unitaria che abbia al suo centro le seguenti parole d’ordine: basta col genocidio, punizione immediata dei responsabili, fine della complicità con Israele, riconoscimento dello Stato di Palestina.
Rivolgiamo quindi un appello al movimento di solidarietà colla Palestina, ad associazioni, sindacati, partiti ed altre espressioni della società civile affinché siano promosse fin da subito ovunque in Italia iniziative su questi temi per arrivare appena possibile a un giorno di sciopero generale con manifestazione nazionale a Roma.

Michela Arricale, Michele Carducci, Simonetta Crisci, Fausto Gianelli, Claudio Giangiacomo, Ugo Giannangeli, Nicola Giudice, Muna Khorzom, Fabio Marcelli, Ugo Mattei, Carlo Augusto Melis Costa, Luigi Paccione, Valentina Pieri, Emanuele Ricchetti, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Luca Saltalamacchia, Gianluca Vitale

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Comunicato stampa

Iniziativa in corso: “Terra e verità – Rassegna stampa sull’altra Israele”

A cura del comitato Resistenza Radicale Azione Nonviolenta

Gaza.

Silenzio su un genocidio in atto.

Nella Palestina occupata, nello Stato di Israele che questo genocidio sta portando avanti, una sola voce ha il coraggio di denunciarlo: quella di Haaretz, il quotidiano di opposizione che da decenni documenta le sofferenze inflitte al popolo palestinese e le brutalità dell’esercito israeliano. Oggi, Haaretz racconta al mondo i crimini di guerra dell’IDF a Gaza e prosegue il lavoro di critica all’interno di una società stordita dalla paura e dalla propaganda. Per questo, Netanyahu gli ha indebitamente negato accesso ai fondi pubblici per la stampa e ostacola le inserzioni private, sperando di portarlo alla chiusura.

E per questo, Resistenza Radicale e il Sindacato FISI sostengono Haaretz, ritenendolo una voce preziosa per la pace e la democrazia.

A dicembre 2024 ci siamo abbonati alla testata, invitando a fare altrettanto, con la campagna Haaretz: una voce necessaria. (Link diretto: https://www.resistenzaradicale.it/haaretz-una-voce-necessaria/ )

Da marzo 2025 abbiamo dato il via a una nuova importante iniziativa:
“Terra e Verità. Rassegna stampa dall’altra Israele”.

Realizziamo video in più lingue con l’aiuto di una squadra di volontari: scegliamo gli articoli, li traduciamo, li presentiamo al pubblico con un commento video, al momento a cura di Davide Tutino, Giada Caracristi, Fabio Bucca (presto nuovi partecipanti). Divulghiamo informazione e critica prodotta da quella parte di società israeliana che non vuole la guerra, riconosce i palestinesi e la Palestina e si oppone agli abusi del proprio Stato.

Tutti i video della rassegna, in italiano e nelle altre lingue, sono visibili su Youtube al link: Terra e verità. (Link diretto:  https://www.youtube.com/@RomaCapitaleFisiSindacato )

I video sono in italiano, inglese, francese, spagnolo ed esperanto. Escono a cadenza settimanale. Finora sono stati trattati diversi argomenti, sempre tratti dalle pagine del quotidiano: la Nakba palestinese, i rapporti di Israele con la Germania, il tentativo di commemorazioni comuni tra israeliani e palestinesi, il sionismo e il razzismo, la denuncia presso la Knesset di rituali sanguinari e abusi infantili, e altro. Uno degli ultimi contributi ha denunciato l’ordine ai soldati dell’IDF di sparare sulla folla in fila per il pane: questa notizia è riuscita a superare il muro di silenzio della stampa italiana e internazionale, proprio mentre lavoravamo al video in tema, e questo ci conferma che Haaretz è una voce da sostenere.

Attraverso la diffusione di questa preziosa voce contro, rifiutiamo la menzogna e rifiutiamo la forma mentis della guerra: ebrei, palestinesi, arabi non sono nemici in quanto tali. Siamo tutti un popolo sotto attacco da élite potenti e spietate. Quando la legge viene rovesciata, quando i principi democratici vengono traditi, quando il potere diventa autoritario senza incontrare opposizione, siamo tutti in pericolo.

Siamo uniti per opporci a queste derive e aperti ad accogliere ogni tipo di collaborazione.

 

Chi siamo

Resistenza Radicale Azione Nonviolenta è un comitato informale di cittadini nato a dicembre 2021 per opporsi in modo nonviolento alle politiche pandemiche di limitazione delle libertà costituzionali. Ha messo in atto azioni di disobbedienza civile, sciopero della fame, marce, raduni, assemblee. Sin da allora ha denunciato il pericolo legato alla militarizzazione della società e alla propaganda bellica legata all’emergenzialismo, puntando il dito contro le numerose illegalità governative.

Sito: www.resistenzaradicale.it

 

Il FISI – Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali è un laboratorio di idee, azioni e proposte, una palestra di democrazia volta a migliorare la situazione politica con il ripristino dei diritti fondamentali. Durante il biennio 2020-2022, il FISI ha preso fortemente posizione contro la deriva antidemocratica del nostro Paese ed è stato tra i più severi critici verso la dittatura sanitaria; ha indetto uno sciopero generale di tutti i comparti, allo scopo di denunciare le azioni coercitive e discriminatorie nei confronti dei cittadini che hanno scelto di non vaccinarsi e ai quali è stata negata la libertà di scelta e il diritto al lavoro e a una equa retribuzione.

Sito: https://fisisindacato.it/

 

Contatti e link per “Terra e Verità”

Recapito telefonico: Davide Tutino – 349 29 49 378

Email: resistenzaradicale@gmail.com

Link alla campagna di sostegno Haaretz: https://www.resistenzaradicale.it/haaretz-una-voce-necessaria/

Link alla playlist “Terra e Verità”: https://www.youtube.com/@RomaCapitaleFisiSindacato

 

 

La feroce protesta dei tifosi blocca il trasferimento dell’israeliano Weissman al Fortuna Düsseldorf. Aveva scritto: “Cancellare Gaza dalla mappa” – Daniele Fiori

Non appena il suo nome ha cominciato a circolare, nella tarda serata di lunedì, la protesta dei tifosi ha cominciato a montare nel giro di pochi minuti. Prima online, ovviamente, poi anche in piazza. Una rabbia feroce, quella dei sostenitori del Fortuna Düsseldorf, che ha costretto il club tedesco di Zweite Bundesliga (la Serie B in Germania) a fare subito marcia indietro e annullare il trasferimento dell’attaccante israeliano Shon Weissman. Ultima stagione al Granada, un’annata anche in Italia con la maglia della Salernitana, Weissman è finito nel mirino dei tifosi per quei terribili post scritti dopo il 7 ottobre. Due esempi: “Cancellare Gaza dalla mappa” e “sganciare 200 tonnellate di bombe” sulla Striscia. Post poi rimossi, ma il web non dimentica. E nemmeno i tifosi tedeschi.

“Abbiamo studiato il profilo del giocatore, ma alla fine abbiamo deciso di non prenderlo“, la breve nota diffusa dal Fortuna Düsseldorf, in evidente imbarazzo. In realtà l’affare era concluso, come riportato dal tabloid Bild e dal portale israeliano Sport5 Israel: Weissman aveva già svolto le visiti mediche ed era pronto a firmare il contratto. La protesta dei tifosi ha fermato tutto, anche perché è intervenuto perfino il consiglio di sorveglianza del club. in Germania, dove vige la regola del 50+1 che impedisce a un singolo investitore di possedere la maggioranza di una società di calcio, il consiglio di sorveglianza è un organo di controllo che ha il compito di monitorare appunto l’operato del consiglio di amministrazione e tutelare gli interessi del membri del club, che sono rappresentati al suo interno.

Le mail al cda, la petizione già lanciata online su change.org, la protesta per le strade. In poco tempo la veemente reazione dei tifosi all’acquisto di Weissman è diventato un caso in tutta la Germania. Anche perché rappresenta un cambio di paradigma. Due anni fa, dopo il 7 ottobre e l’invasione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, avevano fatto scalpore i casi di alcuni calciatori palestinesi o arabi cacciati dai club tedeschi per le loro posizioni pro-Palestina emerse dai social. El Ghazi, ad esempio, era stato licenziato dal Mainz per aver scritto: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. Uno slogan usato anche da Hamas, vero, ma all’interno di un post che non inneggiava alla violenza. Ora invece, nonostante la sua storia imponga alla Germania una sensibilità particolare riguardo alla tematica Israele, il clima sembra essere cambiato. Almeno quello dei sostenitori e appassionati di calcio: chiedono che il genocidio in corso a Gaza non venga ignorato e non accettano compromessi.

Il fatto che il Fortuna Düsseldorf volesse ingaggiare Weissman nonostante le sue posizioni è ritenuto dai tifosi talmente grave che è già prevista una protesta sugli spalti durante la partita di sabato contro l’Hannover, la prima ufficiale della nuova stagione di Zweite Bundesliga. Il fatto che l’acquisto sia saltato ha calmato gli animi, ma non ha placato la rabbia. Il Rheinische Post sottolinea come l’euforia dell’ambiente per un’estate di sogni, con l’obiettivo dichiarato di tornare in Bundesliga, sia di colpo svanita. Anzi, l’atmosfera è tesa e non è escluso che il già citato consiglio di sorveglianza non possa prendere altri provvedimenti. Intanto Weissman ha provato a spiegare le sue ragioni: “Pur accettando tutte le critiche, mi dispiace che non sia stato preso in considerazione il contesto generale“, ha scritto sui suoi profili social.

da qui

 

 

 

Non tutte le occupazioni sono uguali – Francesco Masala

Se qualcuno non ha ancora chiaro cosa significa il concetto di doppio standard, potrebbe dare un’occhiata alle variazioni del Codice penale Italiano, a causa del Decreto Sicurezza, sul tema delle occupazioni di altrui proprietà, faccia lo sforzo di leggere le righe sotto, fra parentesi:

(La fattispecie di nuovo conio vuole differenziarsi da alcuni reati simili già previsti dall’ordinamento. Il primo è quello di invasione di terreni o edifici (articolo 633 c.p.) che punisce a querela l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui privati o pubblici al fine di occuparli o trarne profitto e che diventa punibile d’ufficio quando il fatto è commesso da più di cinque persone o da persona palesemente armata…

…L’art. 634 bis vuole punire con la reclusione da 2 a 7 anni la condotta commessa con violenza o minaccia di occupazione o detenzione senza titolo di immobile destinato a domicilio altrui, e di impedimento al rientro del proprietario o del legittimo detentore nell’immobile e la condotta commessa con artifizi o raggiri di appropriazione dell’altrui immobile o di cessione ad altri dell’immobile occupato. L’acquisizione fraudolenta, nel testo del nuovo articolo, sembra riferita a tutti gli immobili altrui, mentre la condotta di occupazione violenta si limita a quelli destinati a domicilio del proprietario. In sede referente è stata estesa l’applicazione della fattispecie all’occupazione o appropriazione fraudolenta delle pertinenze dell’immobile.

Il secondo comma dell’art. 634 bis applica la stessa pena a chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile (al di fuori dei casi di concorso), ovvero riceve o corrisponde denaro o altra utilità per l’occupazione… da qui)

Il governo Meloni ha deciso che ci saranno fino a sette anni di galera per chi occupa una proprietà altrui e per chi coopera nell’occupazione dell’immobile, in Italia.

Provate a pensare quanti anni di galera dovrebbe fare ogni singolo componente del governo italiano, che coopera nell’occupazione, non solo di un immobile, ma di una nazione, e nel genocidio di un popolo intero, se applicassero la legge in maniera ampia.

Sicuramente nel governo Meloni pensano che una singola morte (in Ucraina) è una tragedia, un milione di morti (in Palestina) sono una statistica.