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giovedì 5 febbraio 2026

Anno giudiziario, il pg Zucca a Genova: “Rischio di involuzione democratica con la riforma. Il fine è il riassetto tra poteri” - Marco Grasso

“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è questione di tempo e appare ineluttabile, di qui il dovere di denunciare il concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un monito duro, quello del procuratore generale ligure, contenuto all’interno di un ragionamento molto articolato, che prende le mosse da una sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo (Danilet contro Romania), che ha ribadito il “diritto di intervento” dei giudici nel discorso pubblico, su temi che riguardano la politica giudiziaria, “anche laddove il contesto storico politico o legale di un dibattito ha impegnative implicazioni politiche”. Un diritto che per chi riveste “posizioni apicali” è “anche un dovere di intervento”, a “difesa del sistema della giustizia”.

Un intervento applauditissimo, quello di Zucca, accolto da una sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla “riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue evidenze (…) La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura. Lungi dal ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciute ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi di autogoverno”.

Enrico Zucca invita a ragionare sui grandi problemi che affliggono la giustizia in Paesi che hanno abbracciato riforme simili a quella discussione in Italia. Un esempio è l’Inghilterra, spiega il magistrato, “un sistema che ha azione discrezionale, giudici ben separati dagli inquirenti”, e che però soffre comunque di processi lumaca, figli di “pluriennali mancanze di investimenti e quindi di risorse disponibili”: “E’ pertanto illusorio pensare che soltanto con migliore organizzazione a parità di risorse possano realizzarsi obiettivi di maggiore efficienza del servizio, specie in un sistema come il nostro fra i più complicati”.

Portare fuori il pm dalla cultura della giurisdizione, avverte Zucca, rischia di “scalfire quello che rimane l’obiettivo del processo penale, secondo la nostra tradizione storica e cioè l’accertamento dei fatti alla base della dichiarazione della responsabilità” e di fomentare “un’ottica agonistica nella fase inquirente”, che nei sistemi accusatori “è la radice degli errori giudiziari”.

Come in tutti i distretti in Italia, anche da Genova viene ribadito come il principale problema della giustizia sia la mancanza di investimenti adeguati: “Questo sistema, privo di adeguate risorse, non solo materiali, dalla tecnologia alla logistica, ma soprattutto personali, il tasso di scopertura degli uffici amministrativi raggiunge punte del 40%, una situazione che è parimenti evidente nelle forze dell’ordine, si regge dunque sullo straordinario lavoro e sul sacrificio di tutto il personale senza eccezioni. Notiamo come nessuna riforma organica è mai stata adottata, né concepita, per affrontare in radice le criticità del sistema processuale, che non possono essere risolte continuando ad agitare feticci ideologici tra modelli irreali definiti come accusatori o inquisitori. Tutti i sistemi penali sono ingolfati, è bene rendersene conto, senza l’alibi comodo della ricerca del colpevole, qui, vedremo, la magistratura”.

Parte dell’intervento di Zucca è stato dedicato all’emergenza del sovraffollamento carcerario: “Il ricorso alla carcerazione si concentra, moltiplicando diseguaglianze, su persone spesso sofferenti psichiatricamente, affette da dipendenza, con marginalità sociale. Una tendenza che sembra disegnare il mero contenimento della cosiddetta classe criminale, per evocare il termine in uso nell’Inghilterra vittoriana. Le discariche sociali. Sono impostazioni di sistema, cui non possono ovviare l’impegno e la dedizione che ho riscontrato nelle direzioni degli istituti”.

Prima di essere nominato come magistrato inquirente più importante della Liguria, Zucca è stato un pm, tra i più i noti in Italia, che ha legato il suo nome ad alcune grandi inchieste, come quelle sul serial killer Donato Bilancia e sulle violenze alla Diaz durante il G8 del 2001. L’ombra del summit riaffiora anche nel discorso tenuto oggi: “Quest’anno segna la ricorrenza del venticinquennale del G8 di Genova 2001. Il diritto alla libertà di manifestazione in quei giorni si è trovato sopraffatto da una repressione in reazione a degenerazioni violente, ma minoritarie, una repressione che è stata stigmatizzata come la più grave violazione di diritti umani in una società democratica occidentale dal dopoguerra (…) Sul G8 non possono esserci ambiguità: si è trattato di una infamia e una aberrazione, le cose vanno viste come sono, senza veli di sorta. Negando questa premessa, è inutile discutere”. L’anniversario è un’occasione per mettere in guardia su possibili derive legate all’“impunità” degli agenti, già sanzionata dal Consiglio d’Europa, e ai rischi connessi ai decreti approvati (o in corso di approvazione in approvazione) dal governo in tema di sicurezza: “Non possiamo illuderci che, come nelle tendenze ispiratrici di ulteriori riforme in tema di sicurezza, l’ordine pubblico debba avere come postulati l’uso della coercizione e del contrasto militare, con garanzie di immunità funzionali di varia specie”.

“Sono certo – conclude Zucca – che le nostre istituzioni, la nostra polizia siano oggi in grado, proprio a causa di quel passato, di compiere scelte diverse e di capire che non si serve lo Stato, se si tradisce la legge. E’ un cammino che le istituzioni tutte debbono compiere insieme”.

da qui

lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.


martedì 28 dicembre 2021

Genova 2021: quelle torture impunite - Enrico Zucca

 

 

Dopo più di venti anni, l’Italia assume, per il semestre di turno, la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, l’organo che ha fra i suoi compiti anche quello di assicurare l’esecuzione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani. Purtroppo, non può dirsi che si presenti come Stato modello in quel ruolo: proprio in questo volgere di anni si è, infatti, prodotta in reiterate violazioni del diritto a non essere sottoposti a tortura e a trattamenti inumani o degradanti, proclamato dall’art. 3 della CEDU, di cui quella Corte è garante. Questo già dice tanto dell’autorevolezza di uno Stato che calpesta uno dei pochi diritti garantiti dalla Convenzione in modo assoluto (cioè anche in circostanze eccezionali come la guerra o una minaccia alla vita della nazione) in quanto espressione del «valore di civiltà della democrazia occidentale», secondo le parole della stessa Corte di Strasburgo. Non solo, nonostante le sentenze di condanna subite abbiano evidenziato problemi strutturali, inducendo la Corte a dare indicazioni precise sulle urgenti riforme da adottare, l’Italia si è distinta per la sfacciata negligenza a conformarsi alle prescrizioni, quello che appunto si dovrebbe discutere nel Comitato dei Ministri.

Neppure la celebrazione, quest’anno, del ventennale del G8 ha costituito occasione per recuperare terreno e adempiere agli obblighi disattesi con riferimento all’esecuzione del gruppo di condanne che prende il nome dalla sentenza capostipite Cestaro c. Italia, del 7 aprile 2015, la prima sui fatti (di tortura) della scuola Diaz e che comprende le successive Bartesaghi Gallo ed altri c. Italia (22 giugno 2017), oltre quelle per i fatti ( di tortura) di Bolzaneto, Azzolina ed altri e Blair e altri c. Italia (26 ottobre 2017), tutte sentenze che permangono sotto stretta supervisione (enhanced supervision) al Comitato. Il rituale anniversario ha avuto spazio anche in dichiarazioni ufficiali di autorità istituzionali e politiche, che si sono profuse in prese di distanza dal passato (stigmatizzato come non mai, ma ritenuto irripetibile), oltre che in una ampia cerchia di giuristi, avvocati, magistrati, la gran parte emersa da un limbo silenzioso ultradecennale. Ma la celebrazione retorica delle drammatiche vicende di quei giorni non ha sollecitato alcuna risoluzione utile a chiudere il caso dell’esecuzione delle sentenze ancora di fronte al Comitato dei Ministri. Il punto che si vuole sollevare è cruciale e prende spunto dalla recentissima inchiesta condotta dai giornalisti di Altreconomia che, attivando il diritto all’accesso ai dati della pubblica amministrazione, hanno chiesto informazioni sui procedimenti disciplinari nei confronti dei poliziotti condannati o coinvolti nei fatti del G8 genovese (G8 di Genova: inchiesta sulle sanzioni mancate ai poliziotti, in Altreconomia, n.  242, novembre 2021). Con tecnica elusiva, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha rimbalzato alcune volte le richieste, per poi consegnare i pochi dati ritenuti ostensibili, senza alcun riferimento nominativo o utile a portare all’identificazione del personale coinvolto (asseritamente a tutela della privacy dei condannati i cui nomi sono noti e circolano in rete da un decennio). I dati così cavati a forza offrono un quadro desolante e danno conto, non solo dell’insultante originario silenzio opposto alla Corte di Strasburgo che li richiedeva per le sue decisioni, ma anche della immutata linea di condotta tesa a minimizzare e a tollerare fatti pur ritenuti di eccezionale gravità in sede penale. Si apprende infatti ufficialmente che sono state sanzionate in tutto solo 30 unità di personale: 13 con richiamo scritto, 2 con pena pecuniaria, 5 con sospensione disciplinare, compresa tra i 20 giorni e i 6 mesi. Vi sono poi 18 sospensioni dal servizio (quelle disposte per le pene accessorie irrogate dalla magistratura), tutte con successivo reintegro.

I provvedimenti sono stati adottati negli anni 2010, 2012, 2013, 2014, 2015 e 2016. L’interpretazione non è agevole, se non ci si limita a registrare la pochezza del dato tenendo conto che dietro ci sono anche i coinvolti nei due grandi processi per la scuola Diaz e Bolzaneto. A fronte del puro riferimento quantitativo ai casi di sanzione pecuniaria, si può riconoscere l’ammenda di 49 euro irrogata all’agente asseritamente attinto da coltellate (uno dei grotteschi falsi per arrestare i 93 occupanti della scuola Diaz a copertura delle violenze, che è valso allo stesso agente la condanna a 3 anni e 8 mesi di reclusione). Egualmente difficile è immaginare il metro di giudizio per la mite sanzione irrogata al funzionario condannato in sede penale, la cui condotta la Cassazione (Sez. I, n. 6138/2014) stigmatizza come «comportamento illegale di copertura poliziesca proprio dei peggiori regimi antidemocratici, in violazione di diritti fondamentali di libertà, di tutela giudiziaria, della libertà della persona riconosciuti in tutte le democrazie occidentali, nella nostra carta costituzionale e nella stessa Cedu». Gli organi disciplinari hanno in ogni caso rifiutato di applicare sanzioni severe, adeguate alla gravità delle condotte e al danno arrecato all’immagine dell’intero Corpo di Polizia (cioè al «discredito nel mondo intero», per usare ancora le parole della Cassazione: Sez. V, n. 38085/2012). Il tutto in mancanza di ogni trasparenza, così consegnando un quadro persistente di chiusura al controllo della pubblica opinione.

Che altro? La vulgata vuole che le condanne della Corte di Strasburgo per i fatti del G8 siano basate sulla mancanza nel nostro sistema, all’epoca, del reato di tortura. Nel Comitato dei Ministri si è così presentata l’approvazione della legge n. 110/2017 sul reato di tortura come segno della raggiunta conformità alla Convenzione e dell’adempimento alle sentenze di condanna. Non è così e non solo per le falle di quella legge. La Corte fornisce «chiare indicazioni» (così si esprimeva il Comitato dei Ministri) per l’adeguamento del sistema italiano all’obiettivo di prevenire le violazioni convenzionali, ottenibile soltanto con un impegno ad accertarle e a sanzionarle duramente sotto il profilo penale (niente prescrizione, indulto, sospensioni di pena) e anche sotto quello disciplinare e civile. Il rafforzamento dell’apparato repressivo disciplinare, in particolare, ha un ruolo determinate. Per questo nella giurisprudenza della Corte europea la destituzione degli agenti responsabili di torture o comportamenti analoghi non è alternativa alla sospensione degli stessi durante il giudizio (sent. Cestaro § 210; sent. Azzolina § 163-64). Ebbene, l’esito dei procedimenti disciplinari riportato sulle pagine di Altreconomia, agli antipodi degli obblighi convenzionali, certifica la copertura politica della devianza delle forze dell’ordine pur accertata nella sua gravità, costanza e diffusione. In sequenza, infatti, il Governo di turno ha omesso di comunicare alla Corte l’esito dei procedimenti disciplinari e la progressione in carriera dei condannati, costringendola a «prendere atto del silenzio» al riguardo (Cestaro § 227, 228; analogamente due anni dopo: Azzolina § 163, 164).

Successivamente, in sede di esecuzione sotto il controllo del Comitato, la richiesta di informazioni ha preso una duplice direzione, dovendo l’Italia indicare sia le azioni intraprese nei casi concreti, sia i rimedi adottati per evitare il futuro ripetersi di una reazione inefficace sul piano disciplinare. Ma, dalla prima riunione del Comitato nel marzo 2017 fino a oggi, le risposte del nostro Paese sono state evasive. I Governi si sono, infatti, limitati a descrivere l’assetto normativo generale e a evidenziare statistiche onnicomprensive. Il Comitato non si è fatto prendere in giro dalla affermazione che la normativa lascia le sanzioni alla discrezionalità degli organi disciplinari e ha rilanciato: «È importante sapere in che modo le autorità hanno assicurato o assicureranno che tale discrezionalità sia esercitata in modo compatibile con i requisiti della Convenzione» e ha concluso, senza mezzi termini, con l’invito alle autorità italiane a indicare «come hanno assicurato, o intendono assicurare, che gli agenti delle forze dell’ordine accusati di reati di maltrattamento [siano] sospesi dall’incarico durante l’indagine o il processo e destituiti se condannati, in conformità con la giurisprudenza consolidata della Corte» (Comitato viceministri 3-5 dicembre 2019: https://search.coe.int/cm/pages/result_details.aspx?objectid=090000168098d01d). La risposta del Governo,  sollecitata entro il 30 giugno 2020, non è intervenuta e il termine è inutilmente decorso.

È così caduta nel vuoto l’esortazione ad adottare un atteggiamento di tolleranza zero per gli abusi e si è consolidato un cortocircuito esiziale per l’avvio di una riforma coerente con le esigenze di rinnovamento delle forze di polizia che si generi al loro interno con l’isolamento dei devianti (che non sfuggono alla punizione).

Il descritto colpo di spugna sul piano disciplinare viene a saldarsi con l’omertà che ha consentito ai numerosi torturatori di farla franca. Ricordiamo che la Corte europea ha impietosamente stigmatizzato «l’impunito rifiuto della Polizia» a collaborare con la magistratura per l’identificazione dei responsabili degli atti di violenza, denunciando inerzia repressiva anche di fronte a questo ammutinamento. Nessun vertice è mai stato chiamato a renderne conto. Allo stesso modo, più nel profondo, le regole dell’omertà proteggono il deviante, perché in un mondo separato e capovolto, il Corpo rifiuta l’infame che denuncia e non il contrario. Le istituzioni e la politica non hanno avuto la forza di compiere scelte, ma hanno assecondato la richiesta di connivenza che assicura fedeltà servile.

Rischiare che i poliziotti voltino le spalle in segno di protesta come è accaduto al sindaco di New York De Blasio qualche anno fa o rischiare di voltare le spalle alle leggi e alla Costituzione? La reazione dei Governi all’abisso affiorato al G8 genovese è più incline alla seconda soluzione. Allo stato possiamo amaramente concludere che la Presidenza italiana del Comitato dei Ministri non appare una guida sicura.

da qui

giovedì 30 maggio 2019

Zucca assolto, ma colpevole di dire la verità - Lorenzo Guadagnucci



Il Consiglio superiore della magistratura ha dunque archiviato, cioè respinto, la procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale del magistrato genovese Enrico Zucca sottoposto un anno fa a un potente shakeraggio mediatico per un’osservazione espressa durante un convegno sul “caso Regeni” e giudicata offensiva e scandalosa dai vertici di polizia e da certi ambienti politici e giornalistici, ma risultata corretta anche all’analisi -peraltro non benevola- del Csm. La notizia dell’archiviazioneè passata sotto silenzio -che io sappia nessun giornale, tg o gr di portata nazionale l’ha riportata e tanto meno commentata- e merita invece d’essere brevemente analizzata perché dice molte cose sullo stato presente del potere in Italia.
La prima cosa che attira l’attenzione è la contraddittoria motivazione addotta dal Csm. Il caso è archiviato, la punizione di Zucca invocata a gran voce e con grande ecomediatica è respinta perché priva dei necessari presupposti legali, disciplinari, fattuali, e tuttavia il magistrato è indicato come reprobo. Le affermazioni incriminate sono definite “inopportune, specie in quanto tenute da un alto magistrato, in un convegno aperto a tutti gli operatori della giustizia, potenzialmente idonee a ingenerare un clima di generalizzata sfiducia nei confronti della polizia di Stato e a indurre una inappropriata associazione fra la polizia egiziana e quella italiana”. Sembra la motivazione di una sentenza di condanna, più che la spiegazione delle ragioni che hanno indotto a chiudere il caso. E si capisce perché: Zucca ha osato toccare tasti che nel gioco del potere non devono essere nemmeno sfiorati. La regola è nota e consolidata: non si parla della polizia, delle sue mancanze, dei suoi errori, delle sue omissioni. Non si parla del G8 genovese e della sua pesante eredità.
Zucca, nella frase incriminata, citava la difficoltà di ottenere giustizia per le torture e l’omicidio di Giulio Regeni in un Paese come l’Egitto, retto da un regime autoritario, se si pensa che anche un Paese democratico, qual è l’Italia, non è riuscito ad affrontare i suoi meno gravi casi di tortura (al G8 di Genova). “L’11 settembre 2001 e il G8 -aveva detto Zucca- hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un Paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze dalla Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.
Zucca dunque citava cose ben note, sentenze scritte dai giudici di Strasburgo, ed è questo che gli si rimprovera. Si pensi al paradosso: Zucca ha rischiato seriamente d’essere trasferito in un’altra città o di passare dal settore penale al settore civile per avere ricordato in pubblico ciò che i giudici di Strasburgo hanno chiesto all’Italia con una sentenza. La rimozione dei funzionari condannati nel processo Diaz. Funzionari che sono rientrati in servizio al termine del periodo di interdizione d’ufficio, occupando -in almeno un caso- posizioni di vertice nella polizia investigativa. Il pm ha rischiato il posto, i funzionari condannati no.
Perché dunque il Csm ha avvertito la necessità di rimarcare la “inopportunità” delle dichiarazioni di Zucca? Di quale inopportunità si parla? Le sentenze della Corte di Strasburgo sono forse anch’esse inopportune? Ricordare che l’Italia sta violando, di fatto, la Convenzione europea sui diritti umani, è forse inopportuno? E perché si è seguita una procedura che ha impedito a Zucca d’essere ascoltato?
L’archiviazione con motivazione suicida è stata approvata dal Csm con sei lodevoli eccezioni sotto forma di astensione (i quattro “togati” di area progressista; l’ex pm Piercamillo Davigo; i due “laici” indicati dal Movimento 5 Stelle) ma resta l’amara sensazione che il plenum di Palazzo dei Marescialli abbia voluto mandare un messaggio agli altri palazzi del potere e soprattutto al corpo della magistratura: guai a fare come Zucca, guai a rammentare qualche scomoda verità. È un messaggio di acquiescenza e subordinazione volontaria che non promette niente di buono.

mercoledì 4 aprile 2018

Zucca e i torturatori: l’orrore di Genova



Un estratto dal libro “Genova Macaia” (ed.Laterza), di Simone Pieranni, in cui l’autore racconta le testimonianze raccolte nelle aule di tribunale di quanto accaduto nei giorni del G8 nel carcere di Bolzaneto

Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne. Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi.
Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune. E il problema, da genovese, è che è l’ennesima. Bolzaneto è diventata cosa? È diventata la «posizione del cigno», è diventata il triage del dottor Toccafondi, le dita spaccate di una ferita alla mano, un salame sui genitali, «vi stupriamo come in Bosnia», «un due tre Pinochet». È il ministro della Giustizia che non vede nulla, niente, tutto a posto! È l’assessore alla sicurezza del sindaco Marino, che nel 2001 è magistrato addetto a Bolzaneto, che non vede nulla, niente, tutto a posto! Ma, oltre alle vittime, c’è un cazzo di infame. Un infermiere. Infermiere penitenziario. Un genovese. Che racconta un’altra storia. In quelle aule di tribunale si fa presto a far diventare la minaccia di uno stupro un titolo di giornale. Sono capaci tutti.
All’epoca ci guardavamo sconvolti: mesi di lavoro e di testimonianze, e una dose di cinismo che cominciava a riempire di tacche il cuore, ma quando uscivano fuori le atrocità commesse dentro la caserma di Bolzaneto, era troppo anche per noi. Io sognavo manganelli e pietre che volavano, rincorse, sbuffi dei poliziotti e carabinieri, sentivo l’aria passarmi accanto rapida, mentre dormivo. L’odore di benzina e gli elicotteri lì sopra. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire gli elicotteri. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire nominare la caserma di Genova Bolzaneto. È una storia, del resto, che sembra non finire mai. Un ragazzo che ha dieci anni meno di me mi ha detto: «Genova per me è un incubo: qualunque cosa si faccia, Genova incombe». La pesantezza delle sconfitte. A Bolzaneto fu rappresentata in modo plastico. È il 6 maggio 2005. Il giudice per l’udienza preliminare di Genova rinvia a giudizio 45 imputati appartenenti alle forze dell’ordine in servizio a Bolzaneto fra il 19 e il 21 luglio 2001, formulando a loro carico ben 120 distinti capi d’imputazione: avere ingiustificatamente e ripetutamente percosso, o avere consentito che altri percuotessero, con calci, pugni e schiaffi e talvolta colpi di manganello alla testa, al volto, alla schiena, ai reni, allo stomaco, ai testicoli, nonché attingendole con gas asfissianti e urticanti, le perso- ne arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto, cagionando a vari arrestati malori e/o lesioni personali e, in un caso, una lesione grave (cagionata da un agente di polizia che divaricò con forza due dita di una mano di un arrestato, provocando- gli così una ferita lacerocontusa guarita in 50 giorni); avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto a «rimanere per numerose ore in piedi all’interno delle celle, con il viso rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o sedute per terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate […], senza poter mutare tale posizione», e a subire «percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo, del tutto vano, di cercare posizioni meno disagevoli»; avere minacciato, o comunque non impedito che altri minacciassero, di infliggere violenze sessuali o lesioni fisiche a numerosi arrestati, in un caso simulando addirittura un’esecuzione sommaria; avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate che dovevano essere accompagnate ai bagni a «camminare con la testa abbassata all’altezza delle ginocchia e le mani sulla testa», mentre altro personale appartenente alle forze dell’ordine presente nei locali le derideva, ingiuriava e percuoteva; avere mantenuto, o avere consentito che altri mantenessero, le persone arrestate senza rifornimenti di cibo, bevande e generi necessari alla cura e alla pulizia personale in quantità adeguata in rap- porto alla lunga durata del periodo di permanenza presso la struttura; avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, taluni degli arrestati a ripetere frasi fasciste o comunque contrarie alle loro convinzioni politiche, o comunque «ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica» (quali inni e slogan fascisti); avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, a compiere movimenti innaturali aventi lo scopo di umiliarli; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero, un’arrestata a subire il taglio di tre ciocche di capelli; avere pesantemente offeso, o non avere impedito che altri offendessero, l’onore delle persone arrestate a mezzo di «insulti riferiti alle loro opinioni politiche (quali ‘zecche comuniste’, ‘bastardi comunisti’, ‘comunisti di merda’, […], ‘Che Guevara figlio di puttana’, ‘bombaroli’, ‘popolo di Seattle fate schifo’ e altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale e alle loro credenze religiose e condizione sociale (quali ‘ebrei di merda’, ‘frocio di merda’ e altre di analogo tenore)»; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero a mezzo di percosse o altre violenze, taluni degli arrestati a firmare i verbali relativi all’arresto con- tro la loro volontà; avere danneggiato o sottratto, o consentito che altri danneggiassero o sottraessero oggetti personali alle persone arrestate; non avere consentito alle persone arrestate di avvisare familiari e parenti del loro arresto, e agli arrestati di nazionalità stranieri di avvertire l’ambasciata o il consola- to del paese di appartenenza, attestando anzi falsamente sui verbali relativi all’arresto – o consentendo che altri attestassero falsamente sui verbali medesimi – la volontaria rinuncia degli arrestati a tali facoltà.
Simone Pieranni
da qui

mercoledì 28 marzo 2018

Le scomode verità di Enrico Zucca - Lorenzo Guadagnucci





Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate.
Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni.
Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani.
Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.
Ha aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni, di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture.
Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.
È bene  ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca. È il paragrafo 216: “(…) l’assenza di identificazione degli autori  materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.
Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210).
Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato.
Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità.
Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda.
Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare.
Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.

giovedì 22 marzo 2018

Un appello a sostegno del pm Enrico Zucca


Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi. La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.
Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice). Solo rispettando simili indicazioni è possibile tutelare la dignità e credibilità delle forze di polizia, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Enrico Zucca ha detto una semplice quanto sacrosanta verità, che sottoscriviamo.
Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Lorenzo Guadagnucci, comitato Verità e giustizia per Genova
Michele Passione, avvocato del foro di Firenze
Donatella Di Cesare, Università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura”
Roberto Settembre, giudice di Corte d’appello nel processo Bolzaneto
Marina Lalatta, Università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”
Marialuisa Menegatto, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”
Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum
Adriano Zamperini, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”

Stefania Amato, avvocato del foro di Brescia
la redazione di Altreconomia
Wu Ming - scrittori

per aderire scrivere ad appellozucca@altreconomia.it
da qui



martedì 20 marzo 2018

dice Enrico Zucca

Il sostituto procuratore della Corte di Appello, Enrico Zucca, tra i giudici del processo Diaz, ha detto che "l'11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo,  sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all'Egitto di consegnarci i loro torturatori?".
da qui