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mercoledì 14 gennaio 2026

Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse - Maylyn López

Introduzione — 3 gennaio: una soglia oltrepassata

Il 3 gennaio si è verificato un evento senza precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali che ha riguardato il Venezuela. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il vertice istituzionale del Paese, il presidente della Repubblica bolivariana, è stato sequestrato insieme alla moglie, dopo bombardamenti che hanno prodotto tra gli 80 e i 100 morti (stime attuali). Il tutto all’interno di una più ampia escalation che ha incluso sequestri marittimi, blocchi operativi e misure extraterritoriali.

Ciò che rende questo episodio qualitativamente diverso dal passato non è solo la sua gravità, ma la soglia politica e simbolica che è stata oltrepassata. Quando la coercizione non si limita più alla pressione economica o diplomatica e tocca il cuore della rappresentanza statale, la questione non è più solo negoziale: diventa una questione di sovranità.

Sul piano cognitivo, è anche un test estremo: verificare fino a che punto un evento eccezionale possa essere assorbito, normalizzato e reso accettabile attraverso il linguaggio.

È da qui che l’analisi deve partire.

Il linguaggio che decide prima del pensiero

Nel discorso pubblico dominante, il Venezuela non viene raccontato come una realtà complessa, ma come una formula riduttiva: dittatura, regime, narco-Stato, crisi umanitaria. Queste parole non descrivono: pre-interpretano. La linguistica cognitiva mostra che i frame attivano strutture mentali che precedono il ragionamento consapevole. Come ha spiegato George Lakoff, una volta accettata la cornice, il cervello non valuta più se un’azione sia legittima, ma quanto sia necessaria.

Se c’è una “dittatura”, non si dialoga.

Se c’è un “narco-Stato”, non si negozia.

Se c’è un’“emergenza”, l’eccezione diventa la regola.

In questo modo, l’aggressione cambia nome e diventa “intervento”, la coercizione diventa “pressione”, la punizione collettiva diventa “sanzioni mirate”.

 

Quando la violenza diventa amministrativa

Il passaggio decisivo, sul piano neuropolitico, è la burocratizzazione della violenza.

L’atto di forza non appare più come un’eccezione drammatica, ma come una procedura tecnica, regolatoria, quasi neutra.

È in questo quadro che vanno letti i sequestri delle petroliere avvenuti nel dicembre 2025. Azioni materiali, concrete, che colpiscono il cuore economico del Paese e che vengono presentate come semplice “applicazione della legge”.

 

Dicembre 2025: i sequestri delle petroliere
Nel corso del dicembre 2025, gli Stati Uniti hanno intercettato e sequestrato almeno due petroliere coinvolte nel trasporto di petrolio venezuelano nel Mar dei Caraibi, con il coinvolgimento diretto della Guardia Costiera statunitense e l’estensione unilaterale di misure sanzionatorie a rotte e operatori.

Secondo ricostruzioni giornalistiche concordanti:

·         una petroliera è stata fermata in acque internazionali e privata del carico sulla base di sanzioni statunitensi non approvate da organismi multilaterali;

·         una seconda nave, inizialmente non inserita in elenchi pubblici di sanzioni, è stata ugualmente bloccata e confiscata, ampliando di fatto il controllo sulle rotte energetiche caraibiche.

 

Nel lessico ufficiale, questi atti sono stati definiti “enforcement” o “misure di sicurezza”.

Sul piano delle relazioni tra Stati, si configurano come atti di coercizione economica extraterritoriale.

Sul piano neuropolitico, l’elemento decisivo è un altro: la cornice narrativa preesistente li rende invisibili come violenza.

 

La posta in gioco: perché il Venezuela è centrale

Questi eventi non avvengono nel vuoto. Avvengono in relazione a un dato spesso marginalizzato nel dibattito pubblico: il Venezuela possiede le più grandi riserve di petrolio provate del pianeta.

Con circa 303 miliardi di barili, concentrati in gran parte nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, il Paese detiene la prima posizione mondiale per riserve accertate, pari a quasi un quinto del totale globale conosciuto.

A questo dato si aggiungono:

·         vaste riserve di gas naturale;

·         enormi giacimenti di oro nell’Arco Minerario dell’Orinoco;

·         diamanti e minerali critici (coltan, nichel, titanio, terre rare);

·         abbondanti risorse idriche e capacità idroelettrica;

·         una posizione geografica strategica, a poche ore di navigazione dagli Stati Uniti e al centro delle rotte energetiche dei Caraibi.

In geopolitica, una tale concentrazione di risorse non è mai neutra.

 

Controllare la narrazione per controllare l’accesso

Quando un Paese concentra ricchezze di questa portata, la prima fase non è l’occupazione militare. È la delegittimazione cognitiva.

La guerra cognitiva serve a:

·         rendere accettabile la violazione della sovranità;

·         normalizzare sequestri, blocchi e misure extraterritoriali;

·         trasformare atti di forza in “atti di responsabilità”.

Se la sovranità viene presentata come un ostacolo alla libertà, può essere superata.

Se lo Stato viene criminalizzato, le sue risorse diventano implicitamente disponibili.

Se il sequestro di una petroliera viene raccontato come semplice procedura tecnica, il confine tra diritto e coercizione si dissolve.

Ci sono momenti in cui la storia non avanza con proclami, ma con slittamenti silenziosi del linguaggio. È in questi passaggi che ciò che un tempo sarebbe apparso impensabile diventa prima discutibile, poi accettabile, infine normale.

Il 3 gennaio 2026 segna uno di questi passaggi. Non solo per ciò che è accaduto, ma per come è stato raccontato. Quando un evento di tale portata non produce una rottura evidente nel discorso pubblico, significa che il lavoro più profondo è già stato fatto: la percezione è stata preparata.

La neuropolitica mostra che il potere più efficace non è quello che impone, ma quello che anticipa il pensiero, che costruisce cornici entro cui le scelte appaiono inevitabili e le alternative impensabili. In questo spazio, la sovranità non viene negata apertamente: viene ridefinita, resa negoziabile.

Per questo il punto non è solo il Venezuela.

Il punto è il precedente che si crea quando l’eccezione non provoca più scandalo, quando la coercizione può essere amministrata come procedura, quando il sequestro diventa normalità.

In un mondo così strutturato, la prima responsabilità è restare vigili sul linguaggio perché il rischio più profondo della guerra cognitiva e della manipolazione non è solo giustificare un atto di aggressione, ma insegnare ad accettarlo e perfino a celebrarlo come se fosse un atto di salvezza.

La sovranità comincia dalla mente.

da qui

domenica 27 aprile 2025

È da anni che gli Stati Uniti non amano l’Europa - Gian Giacomo Migone

 

Donald Trump ha il merito di rendere esplicita la politica estera di Washington in atto da anni. Eppure alcune semplici realtà continuano a sfuggire al profluvio di commenti scatenato da quanto si è svolto “in diretta” alla Casa Bianca venerdì 28 febbraio: che, non da oggi, esiste un rapporto di connivenza tra Washington e Mosca; che, come ogni ostentazione di forza, quella del presidente Trump segnala una crescente debolezza, anch’essa in atto da decenni; che al declino dei protagonisti della Guerra Fredda corrisponde la loro ostilità a un’Europa politicamente ed economicamente integrata.

Ma procediamo con ordine.

Ha radici profonde la volontà convergente di Biden e Putin di scatenare e alimentare la guerra in Ucraina, come quella di Trump e del medesimo Putin di concluderla secondo le proprie convenienze. L’esistenza di una “minaccia credibile” da parte di Mosca è stata una condizione essenziale per la politica estera di Washington nel corso di tutta la Guerra Fredda. Il tentativo di Eisenhower e di Krusciov di negoziare una pace – nel cosiddetto spirito di Camp David – con l’incidente dell’U-2 è stato sabotato da entrambi le parti e, nel 1973, Henry Kissinger è arrivato a imporre una riscrittura della valutazione della potenza sovietica da parte della Cia perché insufficiente a giustificare la politica egemonica nei confronti dei propri alleati. Ha breve durata l’intesa tra Reagan – anticomunista non strumentale – e Gorbaciov, effettivo liquidatore dello Stato sovietico, con alcune intese di disarmo. Per i loro successori, la caduta del Muro costituisce un trauma. Quello subito dalla Russia è ovvio in quanto ha perso il suo impero, ma anche Sparta non ride. Ovvero Washington che, lungi dal godersi la fine della storia e un unipolarismo che non è mai esistito, deve salvaguardare la continuità della Nato, ormai obsoleta, ma ancora essenziale per continuare a esercitare il proprio dominio sugli alleati europei e, più in generale, surrogare la minaccia non più credibile di Mosca. Giunge provvidenziale l’attacco alle Due Torri e la conseguente “guerra al terrore” come occasione e giustificazione per esercitare il proprio potere, ormai prevalentemente militare; cioè tale da prescindere da quei principi e valori con cui era fondato il proprio rapporto egemonico nel mondo. Da qui guerre di aggressione vinte, in violazione di regole e principi sanciti dall’Onu e dal diritto internazionale, e paci suggellate da sconfitte politiche: Afghanistan, Iraq, Libia e, ora, Ucraina. Mentre si batte la grancassa riguardo a ogni vera o presunta incursione propagandistica di Mosca, regna il silenzio sul controllo dell’American Israel Public Affairs Committee – strumento di finanziamento politico gestito da un Governo straniero, quello d’Israele – su almeno un terzo del Congresso di Washington, determinando la politica mediorientale dell’amministrazione Biden, accentuata, ma non modificata, da Trump la cui ostentazione di forza non fa che segnalare il declino dell’impero che ha la pretesa di rilanciare.

La guerra di Ucraina ha offerto l’occasione all’amministrazione Biden per ricuperare la rilevanza politica dell’ex impero russo provocando l’aggressione di un avversario connivente quale Vladimir Putin, successivamente pronto e disponibile a trasformarsi in alleato di Trump nella comune impresa di spartizione dell’Europa. Antica ambizione realizzata dopo la conferenza di Yalta e pericolante dopo la caduta del Muro.

Il progetto di Europa unita, che nasce durante l’esilio statunitense di Jean Monnet e ispira il Piano Marshall, viene abbandonato da Washington negli anni della sconfitta nella guerra contro il Vietnam, primo segnale del suo declino. Sconvolgerebbe ogni residua ambizione bipolare la trasformazione dell’Unione Europea, dalla sua attuale configurazione burocratica e filoatlantica, in uno Stato federale di 450 milioni di persone, che viene a costituire una delle tre maggiori potenze economiche e politiche in un sistema multipolare rispetto al quale la Cina costituisce l’ancora con l’iniziativa dei BRICS. Soprattutto Washington – da Nuland (la vicesegretaria di Stato di Biden famosa per l’affermazione: “L’Unione europea? Si fotta”, ndr) a Trump – non sopporterebbe un legittimo erede di valori democratici, con una esplicita vocazione pacifista di cui non è dotata, meno che mai ora.

Purtroppo l’Unione Europea, nella sua attuale configurazione, sotto la presunta guida di Ursula von der Leyen, più che mai lacerata dal divide et impera dì Washington, non è all’altezza della sfida in atto. Essa blatera di una spesa militare stellare, concepita a misura di una Nato a questo punto ridotta a una presenza nucleare e logistica incontrollata, di marca statunitense, in combutta con l’ormai alleato di Mosca, rispetto al quale si invoca una difesa europea.

Gli Stati Uniti d’Europa, per risultare tali, dovrebbero innanzitutto dotarsi di regole maggioritarie per una politica estera di pace, così da garantire la propria sovranità, effettivamente integrata, e quindi tale da giustificare una difesa integrata che consentirebbe economie di scala. Utopia? Certamente nelle circostanze attuali. Ma, come tutte le utopie – non mi stanco di ripeterlo –, indispensabile perché indica la direzione in cui procedere. Con bandiere della pace, accanto a quelle dell’Europa, come suggeriscono Tomaso Montanari e Francesco Pallante.

da qui

sabato 10 agosto 2024

Niger a un anno dal golpe: l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti – Mauro Armanino

 

L’attuale capo di stato ha decretato il 26 luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi detenuto nel palazzo presidenziale.

La festività, artisticamente orientate al ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione, di piantare un albero come simbolo e contributo a rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’. Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica. L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro, della sovranità.

I militari che hanno preso il potere negli stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’, come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del Sahel’.

Non appare dunque casuale se questo progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo. Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente come una sfida.

Esso è costituito, come sempre, dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà. Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la legge è dettata piuttosto da gruppi armati che manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano della città.

Di tutto ciò, nella settimana festiva, probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione, che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.

da qui