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lunedì 4 marzo 2024

Fascino e alibi dell’uomo forte al potere - Alessandro Ghebreigziabiher

 

C’era una volta un tema vecchio e già narrato a fondo in tutti i suoi aspetti.
Quello del fascino che l’uomo forte al potere 
suscita nella popolazione nostrana. Il che non vuol dire affatto che forte lo sia sul serio. Ciò che conta è solo l’atteggiamento, nella scelta della postura come del tono della voce, nello sguardo e soprattutto nelle parole.

Ad ammaliare gli abitanti di questo nostro stivale non è la forza in sé, bensì l’idea di quest’ultima, messa in scena nel modo più convincente possibile.
Ciò nonostante, nessun uomo forte – ovvero solo nella farsa – lo è tale per tutte le stagioni e differenti generazioni.

Cominciamo dal primo per antonomasia nell’immaginario storico dei più: Benito Mussolini, il primo capocomico di questo atavico spettacolo che funziona sempre allo stesso modo. Ciò vuol dire che ottiene ogni volta l’identico risultato negli occhi e nei cuori del popolo – o per meglio dire il gregge – che guarda e ascolta: obbedienza, riverenza e paura.
Il Duce otteneva ciò con una singola espressione del volto, seria e corrucciata e con l’ausilio di una mascella volitiva, il petto in fuori, le gambe divaricate e le braccia che si agitavano con un’incoerente coerenza.

Dopo una successione di leader più o meno in grado di guadagnarsi tale particolare tipologia di asservimento da parte della cittadinanza – più meno che più – il secondo che mi viene in mente è Giulio Andreotti, soprannominato il “Papa nero”, il “divo”, o anche “Belzebù”, l’uomo forte – o sembiante tale – il quale ha dominato la scena politica italiana dalla fine degli anni ‘50 agli ultimi degli Ottanta. Ma Andreotti si meritava lo scettro in modo differente. Non aveva dalla sua il classico physique du rôle adatto al personaggio, sia per quanto riguardi la figura che la voce, ma raggiungeva comunque lo scopo sopra citato: ottenere e incutere obbedienza, riverenza e paura.

Semplicemente aveva intuito che con la gente di questa penisola, stretta e allungata in un mare che per secoli l’ha vista vulnerabile e preda di aggressioni da ogni dove, non serviva neppure farlo vedere, l’uomo forte. Era sufficiente evocarne gli aspetti più inquietanti e minacciosi tramite il “non detto” e il sottinteso, come accade nei migliori film horror.
In ordine cronologico il terzo leader forte – perlomeno come scritto nel copione – è stato ovviamente Bettino Craxi. Qual era la sua specialità? Semplice quanto banale, se preferite: l’arte della politica nella sua applicazione più elementare, che consiste nell’assicurarsi il potere e la forza con cui tenere alleati ed elettori in mano tramite la ricchezza di amici potenti e influenti. Ovvero, una delle tante lezioni impartite dall’America: non serve pescare nel torbido per godere di sostenitori straordinari. È sufficiente far emergere costoro dalla melma rendendoli rispettabili.
Il problema è che prima o poi tale inaspettato eccesso di visibilità alimenta la vanità, e quest’ultima presenta prima o poi un caro prezzo, e l’unico modo per non precipitare è salire in cima più rapidamente. Il dramma è che quando si è quasi arrivati lassù non c’è mai posto per due sul trono.

Eccoci quindi, senza sorprese, a Silvio Berlusconi, l’uomo forte del secondo Ventennio e anche di più. Si legga pure come colui che ha capito che per meritarsi obbedienza, riverenza e paura bastava diversificare il target, ostentando con gli uomini ricchezza e belle donne, preferibilmente giovani, e propinando alle donne ore e ore di soap opere e televendite.
Caduto l’ennesimo leader capace di riuscire nella più prevedibile delle magie si è creato un vuoto enorme difficile da colmare.

Tra banali funzionari a capo di governi tecnici e ridicoli comparse imparagonabili al personaggio di cui sopra, ecco che l’uomo forte arriva del web, anche se vi è entrato dalla tv: Beppe Grillo. C’è da dire che però nel suo caso non si trattò propriamente di un’innovazione, bensì di un aggiornamento. Perché su internet obbedienza, riverenza e paura te li guadagni con il numero di follower e con la forza e la potenza che riesci a dimostrare sui social, ma come fu per i suoi recenti predecessori, a fare tutta la differenza del mondo sono sempre gli amici che forti e potenti lo sono sul serio. Ecco perché quando se ne vanno, lo spettacolo finisce e il sipario chiude.

Infine eccoci all’ultima versione, l’uomo forte che in realtà è una donna. Giorgia Meloni non rappresenta una conquista del genere femminile, ma è lì a dimostrare che alla fine della fiera per l’italiano che ha un innato bisogno di mostrarsi arrendevole, ossequioso e timoroso di fronte al leader di turno conta poco il sesso di quest’ultimo. È cosa ci guadagna lui che vale ogni conseguenza della sua scelta. Sto parlando di ciò che molti nostri concittadini, forse la maggioranza, ricercano come il più ambito dei doni da quasi un secolo. Si chiama alibi ed è un qualcosa che è stato instillato e alimentato come un valore prezioso dall’esterno, sin dalla fine della seconda guerra mondiale.

Perché se c’è un uomo forte al potere, o donna che sia, l’italiano ha fatto propria l’idea che se poi costui cade la colpa di tutto quel che ha fatto di male al Paese è solo sua. E questo vale sia per chi l’ha votato che i suoi più stretti collaboratori. È successo con Mussolini e con tutti coloro che si sono succeduti. Accadrà anche con la Meloni, vedrete se non è così. In questo modo tutto cambia per non cambiare nulla. Un solo colpevole e tutti innocenti, un solo colpevole e tutti innocenti, e vai con il prossimo, o la prossima, da mettere sul temporaneo piedistallo…

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lunedì 12 giugno 2023

Il nuovo Istituto Luce - Alessandro Ghebreigziabiher


Cari telespettatori e lettori, ma soprattutto patrioti, camerati o, in una sola parola, sudditi del novello Impero dell’altrettanto aggiornata Africa orientale italiana.

Qui è la Nazione – la gloriosa Italia, non il giornale, in piedi o inginocchiatevi a vostra scelta, smidollati – a parlarvi con la voce del nostro prode Ministro della Difesa Guido Crosetto, direttamente dalla verdeggiante masseria di proprietà dell’unico e solo cantore ufficiale delle gesta italiche, l’egregio e brufoloso dottor Bruno Vespa.
Gli impavidi uomini delle forze speciali italiane, di stanza a Brindisi, hanno coraggiosamente liberato una nave battente bandiera turca divenuta ostaggio di 15 feroci infedeli mori o neri, comunque scuri, clandestini, vigliaccamente nascosti a bordo dell'imbarcazione al largo di Napoli. I truci selvaggi stavano tentando di sequestrare la nave con le loro letali armi bianche. Coltelli, già, ma è risaputo quanto queste razze siano abili nell’usare le lame contro le genti indifese delle nostre generose e ospitali civiltà.
Con evidente sprezzo del pericolo gli eroi in divisa della Brigata San Marco sono intervenuti calandosi da due elicotteri della Marina, sbaragliando i crudeli nemici quando il traghetto era all'altezza di Ischia, e hanno prontamente ripreso il controllo della nave.
Questa è la verità, cribbio, punto. Ora spegnete pure la tv o il modem, staccate la spina, insomma, e andate a divertirti, a marciare, magari, oppure a mangiare e bere, o anche solo a dormire sonni tranquilli perché la Patria è al sicuro.
Tuttavia, casomai foste ancora collegati da qualche parte, non fate caso a chi osi mettere in dubbio l’unica attendibile versione, millantando per esempio di una fantomatica procura – diffidate dei giudici, come vi abbiamo sempre istruito – la quale affermerebbe che non ci sia stato alcun dirottamento, sequestro o aggressione di sorta. E, soprattutto, che i terribili stranieri colti sul fatto avrebbero usato i coltelli semplicemente per squarciare un telone per non morire soffocati nella stiva, e che erano stremati e denutriti.
Vedrete che ne diranno altre nelle prossime ore, ma voi non ascoltate, non leggete, ovvero, non approfondite, non ponetevi domande o dubbi.
Viva la Patria, viva l’Italia, a noi!

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venerdì 9 giugno 2023

Il braccio violento e razzista della legge - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Una delle cose che ritengo più attuali tra quelle che insegna Noam Chomsky nei suoi discorsi è di prestare attenzione non solo alle mere notizie sulle prime pagine, soprattutto ai fatti più che alle chiacchiere, ma anche a come vengono raccontate. A cominciare dalle parole che vengono usate, le quali non sono mai scelte a caso quando provengono dall’alto.

Si prenda quale emblematico esempio la vicenda degli abusi della polizia a Verona, le cui intercettazioni e le infamie compiute che ne vengono fuori non starò qui a ripetere, perché a mio modesto parere spesso si dimostra un esercizio fine a se stesso, che dona clic incuriositi e nulla più.

Per questo ha ragione da vendere chi sostiene che non vi dovrebbe essere alcuno stupore, è solo un tabù che ogni tanto si guadagna le luci che contano. Ma, più che mai per come i suddetti fatti vengono raccontati e archiviati da tutto il sistema di comunicazione vigente, dai giornali alle istituzioni preposte passando per politici e governanti, a breve ritornerà al di sotto del metaforico tappeto delle nefandezze di Stato.
D’altra parte è storia vecchia. Cito per esempio il lungo e dettagliato elenco dei morti per mano delle forze dell’ordine dal 1948 al 2001 stilato dal Comitato Piazza Carlo Giuliani. Oppure, per un’analisi ulteriormente approfondita, consiglio i saggi di Salvatore Palidda, in particolare Polizie, sicurezza e insicurezze.
C’è molto, tra libri, ricerche e articoli degni di nota sull’argomento che ha storia lunga e, ovviamente, non può fare altro che riportare altrettanta attenzione sul tema del reato di tortura nel nostro paese, che qualcuno vorrebbe ancora abolire.

Dal canto mio, vorrei soffermarmi su un aspetto relativo agli ultimi decenni, ovvero quello del razzismo. A tal proposito, non può essere casuale il fatto che le vittime delle cosiddette “mele marce” tra gli agenti in quel di Verona, a parte un solo italiano, siano state quasi sempre stranieri.
È ormai prassi consolidata quella che fin dal secolo scorso ci vede puntualmente propensi come società a copiare tutto ciò che giunge dagli USA: in ordine sparso, espressioni con cui parlare e tendenze nell’abbigliamento, format televisivi e presunte innovazioni tecnologiche, modi di fare politica e in generale di perseguire obiettivi, ma anche le pratiche peggiori e più deprecabili. Ogni cattivo costume viene assimilato e riprodotto in salsa nostrana dalla nazione vittima di un’esportazione della democrazia americana ante litteram.
Potevano restare fuori le violenze della polizia ai danni delle minoranze e dei più deboli?
Nondimeno, come premesso, riflettiamo assieme sul modo con il quale chi di dovere ha commentato l’accaduto: “Ringrazio la procura di Verona per la fiducia accordata nel delegare alla squadra mobile le indagini”, ha dichiarato il capo della Polizia Vittorio Pisani. “La levatura morale della nostra amministrazione ci consente di affrontare questo momento con la dignità e la compostezza di sempre”.
La “levatura morale” a posteriori e a prescindere, già, vorrei sapere dove si compra.
Il presidente del Senato La Russa ha ripetuto il solito refrain, ovvero se gli agenti hanno sbagliato “è giusto che paghino”, dove il “se” spiega tutto del suo punto di vista.
Più o meno lo stesso “ove – le vicende – fossero confermate, sarebbero di enorme gravità” del ministro dell’interno Piantedosi, il quale ha tenuto ovviamente a sottolineare che sarebbero lesive, oltre che delle vittime, anche “dell’onore e della reputazione di migliaia di donne e uomini della Polizia di Stato che quotidianamente svolgono il proprio servizio ai cittadini con dedizione e sacrificio.” In altre parole, il solito mettere sullo stesso piano aggressori e aggrediti di fascista, neo o post, memoria.

 

Il questore Roberto Massucci invece cade dal pero, come se si fosse risvegliato in questo momento da un lungo sonno: “Da oggi l’impegno mio e di tutti i miei collaboratori sarà di ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini nel solo modo che conosco e riconosco possibile: lavorando in silenzio e con gentilezza.” Diciamo soprattutto in silenzio, perché parlare di gentilezza con quello che è saltato fuori sfiora davvero il ridicolo.
Sapete cosa mi viene in mente rileggendo tutto ciò? Le parole con cui questa gente e molti degli stessi quotidiani di maggiore rilevanza solitamente commentano e raccontano i singoli episodi qualora a macchiarsi del crimine ci si trovi qualcuno che tra le altre cose – il più delle volte trascurate – è anche uno straniero.

Pensate che potremmo mai leggere frasi tipo “se l’immigrato ha sbagliato è giusto che paghi” e “ove il reato fosse confermato”? Oppure che il misfatto del cittadino straniero di turno è “lesivo dell’onore e della reputazione di tutte le immigrate e gli immigrati che quotidianamente lavorano onestamente nel nostro paese con dedizione e sacrificio”, spesso con stipendi da fame e subendo continui soprusi senza poter reagire? E magari qualcuno ai piani alti si mettesse davvero a lavorare per costruire ex novo, più che ricostruire, “un rapporto di fiducia” con le innocenti vittime quotidiane dell’ignoranza e di una discriminazione legalizzata, il cui braccio violento e razzista è, guarda caso, proprio la polizia…

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giovedì 11 maggio 2023

Lettera a un africano del passato - Alessandro Ghebreigziabiher

  

Caro antenato,

che potresti essere anche tu, papà, ma nel tuo caso ci ho scritto un libro apposta, mentre qui vorrei ampliare il discorso, ecco. Sia nel tempo che nello spazio.
Tuttavia, se nella mia vicenda personale i crimini impuniti del colonialismo hanno inizio e luogo soprattutto nel Corno d’Africa, e riguardano il paese in cui sono nato e dove con ogni probabilità concluderò il mio viaggio, restando comunque nel medesimo continente la platea degli imputati risulta significativamente più vasta.
È a proposito degli aspetti significativi della Storia e della memoria che ci uniscono e al contempo dividono, che vorrei inviare questa mia a te, che mi sei in un certo senso avo e in qualche modo vicino dal lato paterno, se non nell’accezione ben più nobile e universale che attiene alla mera umanità.
Caro africano di allora, che vedesti giungere da oltremare in particolare gli emissari di tre popolazioni, in straordinaria misura non casualmente: inglesi, francesi e italiani.
Osservali di nuovo, con gli occhi di un tempo e quelli di oggi. Soprattutto questi ultimi.
Li vedi quei signori dalla carnagione sbiadita e gli occhi subdolamente cordiali, allorché il verace quanto rapace volto non sia palese? Dalla loro primissima comparsa forse non l’avevi ancora inteso, ma nonostante ciò che sin dal primo giorno hanno raccontato a se stessi e al mondo intero riguardo ai tre falsi doni chiamati civiltà, democrazia e moderne infrastrutture, come altrettanti magi truffatori, nei secoli a venire ti aspettano mostruose atrocità senza fine, le cui conseguenze le pagheranno amaramente oltre a te anche i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, e ancora avanti, condannati a far parte di un albero genealogico maledetto dalla propria stessa specie.
Ascoltami attentamente adesso, poiché ti sto scrivendo dal tempo chiamato domani, che dovrebbe seguire la notte, la quale a sua volta avrebbe dovuto instillar consiglio nella coscienza dei più.
Mi dispiace, amico mio, ma ciò non è accaduto, nonostante l’orrore che ancora non conosci a causa del peggior incontro che sia mai avvenuto tra umano e umano, anche se per immonda colpa unicamente dell’ospite intruso, giammai di quello che accolse.
Anzi, la trama che ti attende e ci vede, genti del futuro presente quali attuali protagonisti, si è svolta con tappe contraddistinte in un modo talmente paradossale da oltrepassare ogni limite immaginabile perfino nel cervello del più folle tra i folli.
Guardali di nuovo, ora, quei tre rappresentati di altrettante popolazioni portatrici malsane di armi, acciaio e malattie, per citare il lavoro di qualcuno infinitamente più autorevole del sottoscritto.
Perché i loro discendenti, nonché miei contemporanei, si dimostreranno i più spietati, disumani e insensibili tra i molti quando saranno i tuoi a compiere il viaggio inverso. E giammai per conquistare e depredare, bensì per chiedere aiuto e, in una parola, sopravvivere.
Sappi inoltre che negli anni a venire non ci sarà alcun riconoscimento delle colpe, restituzione e giustizia. Piuttosto, colui che verrà additato come colpevole, che dovrà continuare a dare tutto ciò che ha e a essere giustiziato sarai tu.
Per tale ragione, sebbene queste mie siano parole che forse si dissolveranno una volta scritte alla stregua del fantasma a cui sono rivolte, ti prego con tutto il cuore, quando li vedrai arrivare, inglesi, francesi, italiani e anche tutti gli altri, alzati in piedi e lotta, combatti più che puoi e difenditi a ogni costo...

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martedì 28 marzo 2023

La Cina è vicina

 

articoli, video, immagini di Paolo Desogus, Massimo Cacciari, Manlio Dinucci, Noam Chomsky, Domenico Gallo, Alessandro Orsini, León Ferrari, Latuff, Gianandrea Gaiani, Giuliano Marrucci, Alessandro Di Battista, Andrea Muratore, John Mearshaimer, Francesco Santoianni, Enrico Vigna, Tonio Dell’Olio, Giacomo Gabellini, Gianni D’Elia, Piccole Note, Alessandro Ghebreigziabiher, Giuliano Granato, Matteo Saudino, Clara Statello, Enrico Tomaselli, Emanuele Quarta, Giuseppe Masala, Luciano Canfora, Fabio Filomeni, Paolo Ferrero, Fabio Mini, Patrizia Cecconi, Benjamin Abelow, Fabrizio Poggi, David Swanson, Tiziano Ciocchetti, Disarmisti esigenti, Giorgio Monestarolo, Gian Marco Martignoni, Enrico Vigna, Francesco Sylos Labini


La mediazione cinese, l’arroganza occidentale – Paolo Desogus

L’azione della Cina in Russia può forse apparire velleitaria, ma la risposta stizzita degli Stati Uniti (“è un inganno”) mi sembra ancora più fragile e inconcludente. E questo non solo perché Biden rischia di restare col cerino della guerra in mano, ma anche per il rilievo internazionale della visita di Xi Jinping.

La guerra in Ucraina sta infatti mostrando un carattere incredibilmente provinciale ed autoreferenziale di Usa, Europa cui si aggiungono Israele, Australia, Canada e Giappone. L’Occidente resta indubbiamente quella parte di mondo più ricca, influente e tecnologicamente (oltre che militarmente) avanzata del mondo. Ma è anche quella che più di ogni altra ha costruito la propria fortuna sullo sfruttamento dei paesi più poveri, sull’abuso della forza degli eserciti e sull’impunità internazionale.

Il mix di arroganza e attitudine colonialista degli stati più ricchi si scontra sempre di più con la ricerca da parte dei paesi esclusi di un nuove sponde, come la Cina e la Russia, per poter uscire dalla gabbia geopolitica tessuta a loro svantaggio. È interessante a questo proposito osservare come nelle ultime settimane sia sempre più significativo il disimpegno militare francese in molte realtà africane. Nel continente avanzano Russia e Cina con programmi economici e militari tutt’altro che trascurabili. Ha poi molto sorpreso la ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran. A questo poi si aggiungono la posizione del Brasile contro l’invio di armi a Zelensky, le ambiguità dell’India…

Insomma, al di fuori della fortezza Nato numerosi altri paesi subiscono sempre meno l’egemonia occidentale. Il viaggio di Xi Jinping si rivolge a loro. È per difendere le nuove relazioni economiche e militari che la Cina sta investendo nella costruzione del proprio prestigio politico per la pace, in contrasto con l’immagine di un Occidente capitanato dagli USA. Quante guerre ha provocato la Cina negli ultimi 70 anni e quante gli USA?

Sono poi notizia di poche ore fa le dichiarazioni del ministro delle finanze israeliano Smotrich secondo cui il popolo palestinese non esiste, è un’invenzione della propaganda. Dove vogliamo andare con questa arroganza?

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Cacciari: “L’Italia è in guerra. Lo dicano chiaramente, basta con ipocrisie”

“Mi pare che una persona persona ragionevole non dovrebbe aver dubbi sul fatto che l’Italia sia in guerra. O siamo al colmo dell’ipocrisia oppure se io fornisco armi e mezzi a chi è in guerra, è evidente che sono in guerra anche io. È anche chiaro che la Nato ha dichiarato guerra alla Russia e che, appunto, siamo in guerra, con tutti i pericoli che questo comporta”. Sono le parole pronunciate ai microfoni de L’Italia s’è desta (Radio Cusano Campus) dal filosofo Massimo Cacciari sull’invio di armi in Ucraina e sulla situazione attuale del conflitto.

E aggiunge: “L’aggressore è la Russia e non si discute. Non è che ci siano dei segni espliciti di volontà di pace da parte della Russia, ma è altrettanto evidente che se la Corte Penale dell’Aja dichiara Putin criminale e vuole arrestarlo, questo non è certo un atto di pace. Vi pare che sia un atto che favorisca la pace dire che il nemico è un bandito e che quindi va arrestato? È chiaro che è un atto di guerra. Né dall’una, né dall’altra parte – continua – è stato avviata al momento la minima concreta iniziativa non dico di pace, ma di cessate il fuoco. E naturalmente ciò avviene sulla pelle degli ucraini. Dopodiché Meloni non può che fare quello che ha fatto Draghi. Punto e basta. Fine. Un Paese debitore come il nostro non può che obbedire al creditore. Vogliamo capirlo o fingiamo di ignorare la realtà come fanno i bambini?”.

Cacciari condivide l’intervento del senatore leghista Massimiliano Romeo, secondo cui c’è un pensiero unico e se uno prova a prendere in considerazione il piano della Cina viene tacciato come collaborazionista: “Non c’è dubbio, è così. Non ho nessuna simpatia per la Lega, ma è vero quello che ha detto Romeo. A volte sei costretto a dare ragione a chi dice, come Romeo, che il re è nudo, c’è poco da fare. E’ evidente che vi è un interesse da parte di una grande potenza – spiega – nel condurre al disfacimento di un avversario politico sul piano internazionale. Questo è raggiungibile anche senza la Terza guerra mondiale, perché la Russia è debole. È un discorso di realismo politico, se in politica non sei realista devi cambiare mestiere. Datti alla letteratura o a tante nobili arti che con la politica non c’entrano niente”.

Il filosofo sottolinea: “La situazione è questa: c’è una potenza debolissima che è la Russia sulla quale gli Usa pensano di dare la spallata definitiva. La Russia ha compiuto una missione suicida con l’invasione dell’Ucraina e ne pagherà le conseguenze. L’unica speranza è che non ne paghiamo le conseguenze tutti. Già stiamo pagando conseguenze gravissime, perché i costi di questa guerra non sono distribuiti in modo uguali. Gli Usa ci guadagnano e noi ci stiamo straperdendo. Uno che dice le cose come stanno perché deve essere demonizzato? Dite che siamo in guerra e la facciamo finita“.

Cacciari poi spiega la posizione della Cina: “Il conflitto geopolitico enorme che stiamo vivendo non è più una riedizione della Guerra Fredda, non è cioè una guerra tra Usa e Russia, ma tra Usa e Cina. Quindi è chiaro che non si accetteranno mai posizioni cinesi perché l’avversario vero in questo grande conflitto è la Cina. La Cina ha il vantaggio di avere una posizione di preminenza sulle politiche russe, ma in prospettiva la sfida è tra Cina e Usa. Per questo l’Occidente – continua – non andrà mai dietro alla CIna. La Russia deve capire che, se vuole uscire da questa situazione, deve soltanto ritirarsi. Non c’è niente da fare. La Russia è una potenza sconfitta dalla caduta del Muro, oggi ha commesso un errore strategico. E gli errori strategici in campo politico e internazionale si pagano salatissimo e col sangue”.

Cacciari, infine, invita a leggere l’ultimo libro del generale Fabio Mini, “L’europa in guerra”, e conclude: “La Russia, se vuole salvarsi, deve accettare le posizioni iniziali di Zelensky, quelle con cui ha vinto le elezioni: autonomia della Crimea, una soluzione del Donbass tipo quella del Trentino Alto Adige, cioè provincia autonoma in Ucraina e infine una trattativa per la collocazione politico-militare dell’Ucraina che non comportasse l’installazione di basi strategiche nucleari della Nato nel territorio ucraino – chiosa – Queste posizioni iniziali di Zelensky sono state in parte stravolte dal fatto che lui è stato costretto a fare il governo con alcune componenti politiche dell’Ucraina totalmente aliene a ogni idea di trattato di pace con la Russia. Si può tornare a quelle posizioni, ma soltanto la Russia riconosce l’errore strategico commesso. E forse questo è possibile solo con un cambio di leadership in Russia. Mi pare che su questo puntino americani e Nato“.

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Aeronautica, attivo un sistema per info ai soldati ucraini

“Ieri ho ricevuto un plauso dal capo di Aircom (comando centrale delle forze aeree Nato – ndr) perché il nostro velivolo è vicino al teatro di guerra e fornisce informazioni sul campo”.

Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, Luca Goretti, in audizione alla Commissione Esteri e Difesa del Senato, spiegando: “noi virtualmente abbiamo creato un ombrello virtuale di informazione di dati per l’Ucraina.

Abbiamo dato un vantaggio al popolo ucraino di poter competere alla pari con la Russia in una guerra che, anche se non sembra, è altamente tecnologica, dove ogni informazione viene mandata al soldato ucraino sul cellulare. Il potere aereo, quest’ombrello, non si vede ma esiste”.

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Noam Chomsky: «La diplomazia cinese fa paura agli Usa, non vogliono la pace» (intervista di Valentina Nicolì)

Sui recenti sviluppi della crisi ucraina abbiamo raccolto per il manifesto alcune riflessioni di Noam Chomsky, professore emerito del Mit, linguista, filosofo e politologo di fama internazionale di cui è uscito in libreria in questi giorni l’ultimo volume, Poteri illegittimi. Clima, guerra nucleare: affrontare le sfide del nostro tempo, (ed. Ponte alle Grazie tradotto e curato nell’edizione italiana da chi scrive).

Venerdì 17 marzo la Corte penale internazionale ha accusato formalmente Vladimir Putin di crimini di guerra in Ucraina e ha emesso un mandato di arresto contro di lui e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, che cosa ne pensa?

La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin perché sarebbe responsabile della deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. O, per dirla in maniera un po’ diversa citando Al Jazeera, «gli ipocriti di professione della Corte penale internazionale» hanno emesso un meritatissimo mandato di arresto a carico di «quel personaggio grottesco che è il presidente russo, che compie allegramente crimini contro l’umanità ed è poco più che un delinquente» («An ICC warrant against Putin is good – and hypocritical», Al Jazeera, 20 marzo 2023). I mezzi d’informazione occidentali preferiscono attenersi a una versione più morbida. In ogni caso, è sempre meritevole ricercare la verità, per quanto possa entrare in conflitto con l’asservimento alle verità dottrinarie dei potenti.

Partendo dal presupposto che quello della Cpi sia un atto legittimo, sorge spontanea la domanda se esso non debba stimolare l’applicazione di un criterio analogo anche a quanto è avvenuto in Iraq, proprio in questi giorni in cui si commemora il ventesimo anniversario dell’invasione a guida angloamericana.
Se la Corte penale internazionale avesse il coraggio di elevarsi a tale livello di onestà e integrità, la punizione sarebbe dura e brutale. Quando il procuratore della Corte Fatou Bensouda ha osato suggerire che la Cpi dovrebbe indagare sui pesanti crimini statunitensi e israeliani, il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha imposto sanzioni contro i funzionari della Corte sospettati di essere colpevoli di questa oltraggiosa violazione dell’«ordine internazionale basato sulle regole» governato dagli Stati uniti. Il visto di Bensouda è stato revocato. Successivamente, sono state imposte sanzioni a Bensouda e a un altro alto funzionario della Corte penale internazionale (si tratta di Phakiso Mochochoko, «US Sanctions on the International Criminal Court», Human Rights Watch, 14 dicembre 2020, ndr). Esiste già una legge del Congresso statunitense che autorizza il presidente Usa a usare la forza per «salvare» qualsiasi americano che rischi di essere portato dinanzi al tribunale dell’Aia (nota informalmente come Hague Invasion Act, è una legge federale entrata in vigore il 2 agosto 2002, mirante a «proteggere il personale militare degli Stati Uniti e altri funzionari eletti e nominati del governo degli Stati uniti contro procedimenti penali da parte di un tribunale penale internazionale di cui gli Stati uniti non fanno parte». Il Padrino non tollera alcun segno di insubordinazione.

Il 20 marzo il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per una visita ufficiale di tre giorni su espresso invito di Putin. Pensa che questa visita possa rappresentare un concreto passo avanti verso una qualche forma di negoziato per fermare la guerra in Ucraina?
Il governo Usa ha condannato immediatamente la visita e la proposta cinese. La posizione ufficiale degli Stati uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia. Come molti commentatori occidentali hanno osservato, non senza un certo entusiasmo, è un grosso affare per gli Stati uniti. Facendo ricorso a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare, gli Stati uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze del suo principale avversario in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. In verità, producendo un guadagno molto più ampio. Più in generale, la diplomazia cinese è motivo di grande preoccupazione per Washington. La sua recente iniziativa per promuovere un accordo tra Iran e Arabia Saudita mette i bastoni tra le ruote a un ordine regionale che gli Stati uniti dominano sin dalla Seconda guerra mondiale, e mina gli sforzi degli Stati uniti di punire l’Iran per la sua diserzione da questo sistema, in quella che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Non è una faccenda di poco conto.

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2% del PIL in armi oppure in ospedali e scuole?

Non sono affatto gratis le armi che inviamo all’Ucraina, che acquistiamo per sostituirle e che aggiungiamo per raggiungere il traguardo (“da pazzi” secondo il Papa, urgente per Meloni&Crosetto) del 2% di Pil di spesa militare, cioè 13 miliardi in più all’anno in aggiunta agli attuali 30. O meglio, sono gratis per gli ucraini, ma non per noi, che le paghiamo care e salate con le tasse e i tagli ai servizi pubblici: nella Finanziaria ci sono già meno scuole e meno fondi alla sanità. In un anno l’Italia ha già inviato a Kiev aiuti militari per “circa un miliardo” (Tajani). Le scorte militari sono in esaurimento per via degli aiuti militari all’Ucraina. L’arsenale va riempito subito: non si possono prenotare sistemi d’armi e averli tra venti mesi.  Comprare nuove armi non sarà gratis. Secondo le stime di Milex, costerà alle casse pubbliche circa un miliardo di euro. Anche per spendere meno, l’Inghilterra ha deciso di inviare a Kiev munizioni con l’uranio impoverito. L’uranio infatti arriva dagli scarti delle centrali nucleari, riciclarli nelle munizioni consente di risparmiare sullo smaltimento. Migliaia di reduci, anche italiani si sono ammalati di tumore dopo aver combattuto in Iraq e nei Balcani, dove l’uranio impoverito fu usato nelle munizioni della Nato. C’è una correlazione tra l’aumento dei pazienti (e dei morti) e l’uso di quest’arma.  Quando esplodono, le munizioni rilasciano metalli pesanti cancerogeni. 7.600 militari italiani in missione dalla Bosnia alla Somalia all’Iraq si sono ammalati di cancro per l’esposizione all’uranio impoverito, rilasciato da proiettili Nato; e 400 sono morti di leucemia o altri tumori.

La strage infinita non riguarderà solo i soldati ucraini e russi, ma anche i civili filo ucraini e filo russi. L’esplosione sprigiona nell’aria polveri sottilissime che si depositano sul terreno e vengono inalate da uomini e animali, entrano nell’organismo per via respiratoria o tramite gli alimenti e viaggiano nel sangue da un organo all’altro: un veleno invisibile che uccide anche a distanza di decenni.

Dmitry Medvedev, attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale, afferma che proiettili all’uranio impoverito dati alle forze ucraine “aprirebbero il vaso di Pandora” delle reazioni (nucleari) russe. Bombe atomiche appostate in Bielorussa come già in Italia.  Bombe atomiche sganciate sull’Ucraina porterebbero al 100% la maggioranza pacifista degli italiani, terrorizzati di fare la stessa fine. Troppo tardi.

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domenica 26 febbraio 2023

Apologia dell’antifascismo è reato - Alessandro Ghebreigziabiher

Vorrei anticipare cosa ci aspetta tra un paio di mesi, tra il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno.

Qui da noi è soprattutto nel momento delle celebrazioni che ci ricordiamo di cosa ci unisce o dovrebbe farlo, mentre il più delle volte ci divide.
È roba preziosa quanto sottovalutata, bistrattata e manipolata sino a capovolgerla.
Alcuni la chiamano memoria, altri Storia, anche se raccontata sovente con la esse iniziale vittoriosa, più che autorevole, ma in esse vi sono pagine di volumi che dovrebbero essere sempre aperti, consultabili ovunque da tutti.
Uno a caso, anzi no, è la nostra Costituzione, probabilmente il testo che in Italia più di tutti è stato messo in pratica all’inverso.
Potrei approfittare di nuovo del c’era una volta, ma immaginate se un numero significativo di persone passasse col rosso, andando senza problemi contro mano, parcheggiando sul marciapiede, ecc., insomma applicando all’opposto ogni norma del traffico. Voi mi direte: ma accade già, c’è un sacco di gente che da noi guida così.
Certo, ricordo un geniale video di Bruno Bozzetto a riguardo, ma va anche detto che spesso tali infrazioni vengono punite con una multa. Esistono vigili urbani e anche telecamere, vivaddio, che non trovano di certo il favore dei più, ma sono lì, vi è un deterrente che in qualche modo fa sì che chi viola la legge può essere sanzionato.
Per quanto riguarda principi fondamentali come quelli elencati dalla nostrana Costituzione, invece, non solo vengono disattesi, ma la paradossale realtà in cui viviamo ci dimostra ancora oggi che ciò che viene additato come una sorta di reato è esattamente il principio stesso.
A riprova di ciò, gli esempi sono incalcolabili da quando la suddetta è stata scritta e resa pubblica, ma mi limito a citare il recente caso del pestaggio all’esterno del liceo Michelangiolo a Firenze.
In particolare, vorrei soffermarmi sulla replica alla lodevole, a mio avviso, lettera della preside Annalisa Savino, pronunciata dall’attuale Ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara: “È una lettera del tutto impropria, mi è dispiaciuto leggerla, non compete a una preside lanciare messaggi di questo tipo e il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà: in Italia non c'è alcuna deriva violenta e autoritaria, non c'è alcun pericolo fascista, difendere le frontiere non ha nulla a che vedere con il nazismo. Sono iniziative strumentali che esprimono una politicizzazione che auspico che non abbia più posto nelle scuole; se l'atteggiamento dovesse persistere vedremo se sarà necessario prendere misure”.
Eppure la breve missiva della preside non fa altro che rimarcare l’importanza di un elemento centrale nella nostra Costituzione, producendosi in ciò che possiamo tranquillamente definire un’apologia dell’antifascismo.
Ovvero, un discorso a difesa ed esaltazione di qualcosa che - ripeto, secondo la Costituzione - dovrebbe far parte in modo imprescindibile della cultura di ogni cittadino di questa nazione, soprattutto di quelli più giovani: essere antifascisti.
Tutto questo oggi, come spesso ieri e ieri l’altro, nei fatti viene ormai trattato alla stregua di un reato, invece che il contrario.
Non spetta ai presidi, e quindi ai professori dare “messaggi di questo tipo”, perché altrimenti sarebbe “un’iniziativa strumentale” che esprime una “politicizzazione che non deve aver posto nelle scuole”. Nel caso verranno “prese misure”.
Lo stesso accade da tempo in ogni ambito, in televisione e in rete, così come su molti tra i giornali della carta stampata e online, per non parlare del parlamento stesso.
Ma se convinci un’intera nazione che l’apologia dell’antifascismo è considerato un reato, come fai a dimostrare che è vero esattamente il contrario?

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sabato 21 gennaio 2023

Musei coloniali al chiuso e all’aperto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Ci sono musei e musei, puoi dirlo per ogni cosa, la premessa è facile ma non lo sono altrettanto le conseguenze. Altrimenti, sarebbe tutto diverso.
Altrimenti, vivremmo noi per primi in un paese diverso.
Tuttavia, per amor di semplicità, potremmo affermare che i musei sono di due soli tipi, a uso e consumo di questa breve storiella.
Per primi vi sono quelli al chiuso, banalmente. E tra essi, nel ramo coloniale – ovvero anti – cito tra tutti la mostra From Local to Global in questi giorni allestita presso la Galleria d’Arte di Scarborough, nella medesima cittadina inglese dello Yorkshire del Nord.
Nella presentazione dell’evento sul sito ufficiale della galleria c’è una fondamentale nota , la quale avverte i visitatori di essere consapevoli che la mostra presenta una collezione di oggetti che contengono immagini e descrizioni dello sfruttamento razziale. Nel resto del messaggio gli organizzatori spiegano che hanno preso questa decisione per aiutare il pubblico a comprendere meglio gli atteggiamenti razzisti britannici quale eredità del passato coloniale.
Abbiamo cercato di avvicinarci a questo materiale con sensibilità, è la conclusione, ma i visitatori potrebbero trovare alcuni elementi scioccanti. Altri, nel Regno Unito come nel resto del mondo, potrebbero invece ritenerli più che normali, aggiungo io. Ma che dico, assolutamente accettabili, più che tollerabili e perfino giusti.
In altre parole, vi sono musei e musei, nonché memorie e memorie, e come decidere di gestirle, affrontarle e imparare da esse.
Quando hanno rinvenuto tali reperti circa dieci anni fa dietro una porta bloccata da tempo, gli organizzatori avrebbero potuto lasciare tutto come stava e ignorare tale imbarazzante scoperta, ma invece la scelta è stata quella di portare in quel polveroso e opportunamente oscurato angolo della comune memoria la luce del ricordo e magari della condanna, qualora la coscienza lo richieda. Per non ripetere in futuro gli stessi errori, potremmo dire ripetendo la solita canzoncina, ma credo che il vero problema non riguardi il domani, bensì tutto ciò che si è continuato a fare indisturbati ieri e l’altro ieri sino a oggi compreso.
Nel dettaglio, la mostra contiene soprattutto oggetti dell’archivio personale del colonnello James Harrison e racconta i modi con i quali il museo stesso e altre istituzioni hanno tratto profitto dal colonialismo.
Vi sono trofei di caccia come zanne d’elefante, oltre a fotografie e annotazioni celebrative di tali presunte imprese nel continente sulla carta nero, ma nei fatti rosso di sangue versato da vittime innocenti di ogni specie, umana o meno.
L’aneddoto che trovo maggiormente orribile riguarda l’idea di Harrison di rapire – usiamo le parole giuste – quattro uomini e due donne di etnia Mbuti per portarli in giro per il paese in una sorta di zoo umano, come l’ha definito la curatrice della mostra, Dorcas Taylor.
Pare che a siffatto abominio abbia assistito e immagino applaudito almeno un milione di persone. Perché, ripeto, tale orrendo spettacolo, un infernale incubo per le vittime sacrificate al ludibrio dei colonialisti, era considerato normale, così come un’infinità di aberrazioni ai danni delle genti ritenute inferiori viene tutt’oggi accettata come ordinaria amministrazione.
Quale ultima tragica postilla a codesto infame circo, una delle donne, di nome Amuriape, pare fosse incinta e nel 1906 diede alla luce una bimba, la quale purtroppo nacque già morta. La madre era stata costretta a esibirsi di fronte a mostri travestiti da spettatori sino a due giorni prima.
Ci sarebbe molto altro da dire sull’importanza di questi musei, ma mi preme portare l’attenzione sull’altro tipo, quello delle mostre a cielo aperto, perché ci riguardano tutti, a prescindere dalle origini. Da queste parti le chiamiamo città, come la capitale in cui vivo, ovvero centri storici di storia scritta forse troppo di fretta, senza prendersi il necessario tempo per scoprire dove conducevano le tracce di sangue lasciate dal proprio ottuso marciare sulla vita altrui; di corsi illustri e lustrati e piazze ornate e celebrate; di strade, targhe e monumenti a incensare il presunto valor militare di chi è partito per conquistare e depredare. E all’occorrenza, torturare e sterminare.
Nel nostro caso a scarseggiare, a mio modesto parere, sono gli aspiranti curatori della mostra, con il difficile compito di portare un po’ di luce oltre la porta sbarrata della nostra comune memoria. Ma prima di tutto occorre buttar giù quest’ultima, altrimenti lo sforzo è vano.
Nel mio piccolo ci sto provando, anche se so di non essere né il primo e tanto meno il solo, ma c’è bisogno di tutto l'aiuto possibile, perché il passato o lo ricordiamo tutti allo stesso modo, altrimenti vivremo in presenti separati e lontani, e saremo condannati a costruire futuri che non potranno fare a meno di scontrarsi l’uno con l’altro...

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mercoledì 18 gennaio 2023

Il Tempest che sta arrivando - Guglielmo Ragozzino

Si sentiva davvero tanto il bisogno di dotarci del nuovo caccia aereo Tempest, cento milioni di euro cadauno, entro il 2035 come recita il recentissimo accordo, fresco d’inchiostro, tra Londra, Tokyo e Roma e relative aziende armiere. Per quell’anno si sarà raggiunto il punto di non ritorno per la Terra.

Anton Cechov diceva, non so dove, che se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari. Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Il grande russo intendeva dire che “se compare una pistola in una scena e poi, nel resto del testo, nessuno la usa, è un elemento inutile che va eliminato”. In un modo poco diverso si attribuisce a Cechov anche la frase seguente: «Se nel primo atto di una pièce teatrale appare un fucile appeso al muro, nell’ultimo atto questo fucile sicuramente sparerà». Un detto che è stato persino definito il principio drammaturgico del “fucile di Cechov”. Qualcuno pensa perfino che il concetto “il fucile di Cechov” abbia reso l’autore più famoso che non Giardino dei ciliegi o Tre Sorelle. La storia ha infatti dimostrato che questo principio non si applica solo alla drammaturgia, (per esempio nell’Ivanov dello stesso Cechov, in cui alla fine, al quarto atto, si sente uno sparo fuori scena, che gli spettatori immaginano mortale) ma anche alla vita di tutti i giorni. La critica – mi insegnano – è in primo luogo confronto di posizioni; allora conviene citare un altro autore dello scaffale preferito, Raymond Chandler, che poco dopo l’inizio di “Addio mia amata” scrive: “Le pistole non concludono mai niente”, dissi. “Sono soltanto un sipario rapido su un secondo atto scadente”. Si potrebbe dire che Chandler avesse letto con interesse Cechov ma fosse anche convinto che i suoi lettori, appassionati di azione, considerassero il commediografo un perditempo.

Ma restiamo a Cechov. Prendendo per buona questa interpretazione cechoviana della vita e della storia – della pistola e dello sparo – abbiamo letto con estremo disagio dell’accordo tripartito – Regno Unito, Giappone, Italia – per mettere in volo un aeroplano da combattimento costruito insieme dalle tre nazioni (ormai si dice così), che possa presentarsi – e guerreggiare – nel 2035. Per saperne di più può servire il comunicato ufficiale – in italiano e in inglese, non però in giapponese – del governo italiano, emesso venerdì 9 dicembre per definire il Global Compact Air Programme, un aereo da combattimento ultra moderno e invincibile; per citare solo un passo: “Le nostre tre nazioni hanno relazioni strette e di lunga data, basate sui valori di libertà, democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Stiamo oggi compiendo il passo successivo nel rafforzamento del nostro partenariato trilaterale. Annunciamo il Global Combat Air Programme (GCAP), un ambizioso progetto volto allo sviluppo di un aereo da caccia di nuova generazione entro il 2035”. Nota 1 

Il comunicato giapponese, come si è accennato, non ci è pervenuto, mentre si dispone di quello inglese, che prende le mosse dalla Raf, tutto considerato un po’ risentita, per la trascurataggine dei governi inglesi, spesso oberati da frequenti traslochi.  “UK (Regno unito) Italia e Giappone uniranno le forze per sviluppare gli aerei da combattimento del futuro. Sommando le competenze delle nostre industrie della difesa, con il collegamento internazionale si realizzerà un salto di qualità nella nostra forza aerea e nella nostra capacità di difesa. Ci aspettiamo che dal programma consegua lavoro altamente specializzato in UK e nei paesi alleati per tutto il prossimo decennio e oltre. …. Il primo ministro visiterà oggi una base inglese della Raf di Coningsby per lanciare la prima fase fondamentale”. Per buon peso si aggiunge che il primo ministro Rishi Sunak (con il ministro della difesa Ben Wallace) incontrerà tecnici e piloti della base di intervento rapido (Quick Reaction Alert Station) “quelli che proteggono i cieli dell’UK ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”. 

I media, quelli italiani in primis, hanno sorvolato la notizia, forse incerti sull’atteggiamento da assumere, comunque convinti dell’assuefazione degli utenti a novità su armi, armati, stragi (attuali e future).  Neppure la popolazione (o il parlamento) del Bel Paese ha mostrato emozioni.  

Solo il Sole 24 Ore (10 dicembre 2022) ha dedicato subito alla questione un’intera pagina, animata da preoccupazioni e speranze per il successo delle industrie del ramo-armamenti nelle quotazioni borsistiche e nei bilanci degli azionisti che evidentemente contano parecchio sulle commesse inerenti alla preparazione delle armi, sofisticate e costose, per le prossime guerre. Per vincerle, o, ancora meglio, farne risultare un fruttifero pareggio con le armi altrui, quelle del nemico del momento, preludio di una catena di rivincite e di affari continui. Sulla pagina del Sole, sotto il cappello “L’industria della difesa” c’è un fondo di Celestina Dominelli “Difesa: Italia, Giappone e UK insieme per il nuovo caccia”. A fianco, l’analisi di Adriana Cerretelli: “Divisioni e rivalità nella UE che frenano l’eurodifesa”. Poi, ancora, con qualche soddisfazione campanilistica, un articolo firmato B.R. “Il velivolo concorrente franco-tedesco ritardato da attriti sul ruolo delle aziende” e infine, da Tokyo, un breve spunto di Gianluca Di Donfrancesco: “Svolta storica per il Giappone, da sempre partner degli Stati Uniti”, (tranne che negli anni quaranta, si potrebbe notare scherzosamente, quando si scambiavano colpi proibiti da Pearl Harbour fino a Hiroshima e Nagasaki). Siccome gli articoli corrispondono abbastanza bene ai titoli, non sarà difficile ai lettori immaginarne i testi, tutt’altro che misteriosi, ricchi di buonumore per gli affari attesi e di elegante soddisfazione, solo accennata del resto, per le difficoltà del partito avversario, per l’altro aereo europeo – chissà mai, nel 2035 – nemico. 

Forse agli inglesi della Raf sarà venuto in mente un libretto, importante nella loro storia letteraria, 1984, di uno scrittore quasi dimenticato del secolo scorso, George Orwell, in cui il protagonista, Winston Smith, un impiegato del ministero della verità, ha il compito di correggere la storia del passato, per tener dietro alle nuove alleanze decise dal Grande Fratello, personificazione del potere assoluto e inconoscibile; e mentre la nazione cambia alleanze mondiali e confini, il popolo dei sudditi rimane convinto che le cose non siano cambiate affatto, prima di dimenticarle del tutto. Nei media nostrani, per tutti i giorni successivi, si è scritto molto poco, soprattutto se si escludono, nell’insieme, i giornalisti embedded, catturati cioè mentalmente o comprati continuamente dall’opportunità di ottenere informazioni esclusive col frequentare ministeri, caserme, stati maggiori. Un testo godibile ma meno raggiungibile del Sole e degli embedded da redazione è invece una fiaba di Alessandro Ghebreigziabiher. Qui c’è Madre Terra che interroga tre monarchi: Sunak re del Regno Disunito, Kishida, imperatore dell’Arcipelago del Sole Morente e Giorgia, regina del Paese dello Stivale. Madre Terra espone i gravi problemi dell’ambiente in situazione critica e della sopravvivenza umana del prossimo futuro e poi chiede ai tre cosa intendano fare. Così viene a sapere che essi, insieme, progettano un aereo da combattimento per il 2035: il Tempest, di sesta generazione per sostituire il Typhoon molto caro a quelli della Raf, ma un po’ invecchiato. Nota 2

Un mese fa, è caduto in Sicilia un Eurofighter in volo di esercitazione. Lo pilotava un giovane  aviatore bravo ed esperto. La famiglia vorrebbe saperne di più, ma si può prevedere che la vicenda in breve passerà sotto silenzio; il segreto militare… dopo l’Italia di Guido Crosetto, ministro della difesa, si è però ben presto consolata, ordinando altri aerei da combattimento di grado superiore – tuttofare si dice per modestia – alla casa madre americana Lockheed Martin. Una dozzina e mezza al prezzo di circa 100 milioni di euro per aereo. Si tratta in questo caso di altri modelli, sempre più costosi e sofisticati. Bisogna fare di più e di più; anche la caduta dell’Eurofighter è certo triste ma mostra che bisogna migliorare…

La soluzione Tempest è quella che s’impone, ma è opportuno tralasciarla per un attimo e ricordare la più che ventennale vicenda dell’F35, in tutti i suoi travestimenti. La classe F35A costa meno di cento milioni di euro, mentre la classe B un po’ di più. In tutto disporremmo, tra poco, orgogliosamente, di 90 F35A e di 60 F35B, divisi però tra aviazione, marina e altro. La marina avrebbe un aereo F35 (senza indicare la lettera di identificazione, per non favorire i nostri nemici, trafficanti di clandestini compresi). Trattandosi di aerei invisibili, nessuno che non sia del ramo (o sufficientemente embedded) ne ha mai visto uno volare. Sembra che i russi –  tradizionali nemici della Nato – abbiano un aereo simile, il Sukhoi Su 57 addirittura più veloce, capace di volare più in alto, più armato, più invisibile del “nostro” F35, comunque travestito da A,B,C.   

Ma torniamo a bomba, se così si può dire. L’alleanza con il Giappone è stata l’unica vera novità degli ultimi decenni nella storia dell’aviazione militare dell’Occidente. Il fatto era che l’aeronautica bellica dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa “democratica” – Spagna di Franco compresa – era sempre stata una questione Nato e dominata dal Pentagono e dalle sue propaggini aviatorie. Cosa c’entri il Giappone con la Nato (la sigla significa Patto dell’Atlantico del Nord) non è ancora ben chiaro, se non in un’alleanza preventiva in funzione anticinese. Con l’Atlantico – del Nord o in generale, senza confini geografici – l’Italietta stessa c’entra pochino; è come un parente povero ammesso generosamente alla tombola della befana. Forse per questo La Nazione peninsulare vuol fare bella figura, mettersi in vista, comprare aerei di tutti i tipi. L’epopea degli F35 ha costituito un importante gradino di una scala abbastanza lunga che non proveremo a ricordare in alcuno dei principali pianerottoli, in attesa che sia Giulio Marcon o qualcun altro esperto a rifare ordine in materia. Nel primo dopoguerra, o almeno dagli anni sessanta, il Pentagono con le società industriali collegate, nel novero del mai sconfessato apparato militare-industriale – Martin Marietta e Raytheon e Lockheed e Boeing e tutte tra le altre imprese associate al Pentagono – svolsero un’intensa attività di reclutamento delle industrie extra americane che nei decenni precedenti avevano animato la guerra mondiale, su entrambi i fronti. La Raf (Royal Air Force, inglese) cui ci siamo affezionati in decine di film, durante la seconda metà del secolo scorso, con code filmiche e televisive che arrivano fino ai giorni nostri, affrontò sportivamente la nuova situazione e non ebbe alcuna protesta nazionalista da fare; abbracciò il nemico di allora, Ala Littoria (o come si chiamava) e Luftwaffe comprese, purché il comando restasse inglese. L’unico problema vero era che i francesi, mossi dal loro senso di superiorità, dalla loro alterigia, non sempre si adattavano alle decisioni d’Oltre Atlantico e d’Oltre Manica. Volevano essere loro a comandare, almeno alla pari. Arrivò ben presto il generale de Gaulle e diede la linea, per la Francia e per la Nato. Ogni tanto, forse al cambiare di ministero, i francesi dei vari governi, decidevano che era il momento di cambiare. La loro industria si chiamava Dassault e il loro aereo era le Rafale, la Raffica. La linea gaullista-dassaultiana resiste e rende sempre difficile un accordo con gli Usa. 

Il nostro fabbricante, visto che noi ormai facevamo il tifo per la Raf (e per i Messerschmitt, quelli che bombardavano Londra e Coventry nei “giorni più bui”) era Aeritalia, nata dalla Fiat, che poi ha cambiato nome in Finmeccanica e poi, più di recente, in Leonardo. Il nostro campione volante è invece Typhoon, cioè Uragano. Adesso sembra possibile dargli un nome nuovo, più mediterraneo: Tempesta. 

Tanto Typhoon che Rafale ebbero molte evoluzioni che portarono le gloriose ali della Nato (sì perché tutto il bailamme era nella Nato, o in linguaggio tecnico nel Netma – Nato European and Tornado Management Agency). Entrambi i velivoli crebbero in velocità e potenza (e numero di esemplari venduti), continuando a raggiungersi e superarsi, facendo di quando in quando guerra e incursioni – d’accordo o separati – nei mondi dei cattivi. Oppure riarmando i buoni (e anche i così così). L’anno fatale fu l’89 con la caduta del Muro. Insieme al Muro di Berlino cadde anche la guerra fredda. I parlamenti democratici (o i sistemi di potere diversi, quali che fossero) nei vari paesi compresero che senza guerra fredda non c’era più un nemico da spaventare e tenere lontano. La necessità di nuovi, sempre nuovi aerei da combattimento era finita. Le Nazioni del Typhoon e anche le altre, tanto le rivali negli affari che le storiche nemiche, sono state costrette a ridimensionare gli acquisti e la produzione. Le tabelle presenti nella Nota 3 sono esplicite in materia. Gli italiani riducono da 165 a 121 i loro acquisti, i tedeschi da 250 a 180, gli inglesi da 250 a 237 (segno che la Raf ha tenuto più delle aeronautiche consorelle). Pensando male si può congetturare che si siano subito messi alla ricerca di altri impegni in qualche parte del mondo, salvando anche così la democrazia nazionale. 

Può anche interessare qualche cultore di affari e di lobbies anche l’altra tabella che mostra l’acquisto di un buon contingente di aerei da combattimento da parte del Qatar. Un’abile lobbista avrà convinto i qatarini a comprare aerei da combattimento e i qatarini riconoscenti, avranno mostrato di apprezzare gli aerei, preparati, come si sa, in quattro diversi stabilimenti, dislocati in altrettanti paesi. L’ultima tabella è tranquillizzante: la guerra continua. Continua sì, ma come è difficile…Nota 3

Si è protratta per anni, senza rallentare, con attenzione preoccupante, la denuncia delle varie serie di F35 fatta nel corso di una dozzina abbondante di anni, da parte di Sbilanciamoci! e in particolare di Giulio Marcon, in un largo schieramento di nemici della guerra. Il punto centrale, oltre il richiamo alla stupidità generale, il pericolo insito nel programma, era il suo costo smodato. Un aereo così costava quanto decine o centinaia di asili nido. Era questa sproporzione, questo cattivo uso delle scarse risorse di fronte alla “critica” dell’opposizione pacifista. Un altro punto era la “remissività” colpevole nei confronti della Nato e del suo centro di comando, il Pentagono, con annessi e connessi, anche italiani, che avevano il risultato di incidere, deformare, asservire il sistema industriale di paesi alleati, in particolare dell’Italia.

Tutto vero, tutto indistruttibile come un bassorilievo dedicato alla lotta tra Orazi e Curiazi. Nel frattempo si sono svolte decine di guerre con uso di aviazione, ad alcune delle quali ha preso parte anche l’aviazione italiana, quella discendente dall’Ala Littoria, o come si chiamava cento anni fa. Aerei italiani, diversi dall’F35, hanno bombardato, per esempio, in Serbia, a Belgrado. Qualcuno, in Italia, conserva ancora una stinta maglietta di allora, con disegnato un semplice bersaglio: “Sono io, sparate anche me”.

Poche le guerre italiane; molte di più quelle svolte con armi nostre, vendute da noi, da aviazioni, eserciti, dittatori nostri amici (o nostri clienti) per colpire, sovrastare, opprimere popolazioni in disaccordo: curdi, siriani, palestinesi, arabi, e africani e americani del sud, dispersi in ogni plaga del mondo. F35 o il suo antagonista russo, Sukhoi Su 57, è l’esemplare da fiera campionaria; poi ci sono compratori e venditori di aerei per tutti i giorni: per mitragliare e bombardare le persone e le città. Gli affari si fanno in fiera; si compra e si vende, veri dollari alla mano, veri pezzi di morte, di conquista, di disastri ambientali. Per questo il nuovo aereo in progettazione tra Regno Disunito, Paese dello stivale e Arcipelago del sol morente, (come li chiama Ghebreiziabiher) che sarà pronto tra dieci anni e più sparerà (vedrete!) anche droni modernissimi. Occorre prenotarsi, nel vendere e nel comprare, non farsi battere – mai! – dalla concorrenza. 

Non vogliamo prevedere che ci saranno scontri tra Tempest del futuro e Rafale nuovissima, ma temiamo fortemente che i due magnifici aviogetti delle due formazioni contrapposte, preparati a puntino da migliaia di esperti, progettisti, operai, manovali, camionisti dei due schieramenti saranno venduti a clienti danarosi e potenti, i quali per loro giustissimi, insindacabili motivi si faranno la guerra, causando lutti e disperazione. Gli aeroplani voleranno, l’industria farà profitti. Aumenteranno i migranti per fatto di guerra e una città dopo l’altra sarà rasa al suolo. La guerra dell’Ucraina sarà solo il primo tempo; il fucile di Cechov continuerà a sparare nel millennio. Il sipario non calerà.

Nota 1

Come Capi di Governo di Italia, Giappone e Regno Unito, siamo impegnati a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, più importante che mai in un momento in cui questi principi vengono contestati e in cui crescono minacce ed aggressioni. Poiché la difesa della nostra democrazia, della nostra economia, della nostra sicurezza e della stabilità regionale riveste una sempre maggiore importanza, abbiamo bisogno di forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile.  
 
Le nostre tre nazioni hanno relazioni strette e di lunga data, basate sui valori di libertà, democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Stiamo oggi compiendo il passo successivo nel rafforzamento del nostro partenariato trilaterale. Annunciamo il Global Combat Air Programme (GCAP), un ambizioso progetto volto allo sviluppo di un aereo da caccia di nuova generazione entro il 2035.  

Attraverso il GCAP, svilupperemo ulteriormente i nostri rapporti di lunga data in materia di difesa. Il GCAP accelererà le nostre capacità militari avanzate e il nostro vantaggio tecnologico. Approfondirà la nostra cooperazione nel campo della difesa, la collaborazione scientifica e tecnologica, le catene di fornitura integrate e rafforzerà ulteriormente la nostra base industriale della difesa. 

Questo programma produrrà benefici economici e industriali ad ampio raggio, sostenendo l’occupazione in Italia, in Giappone e nel Regno Unito. Attirerà investimenti in ricerca e sviluppo nella progettazione digitale e nei processi di produzione avanzati. Fornirà opportunità per la prossima generazione di tecnici ed ingegneri altamente qualificati. Lavorando insieme in uno spirito di equo partenariato, condividiamo costi e benefici di questo investimento nelle nostre risorse umane e nelle nostre tecnologie. Il programma sosterrà la capacità sovrana di tutti e tre i Paesi di progettare, fornire e aggiornare capacità aeronautiche di difesa all’avanguardia, con uno sguardo rivolto al futuro.      

Questo programma è stato progettato tenendo i nostri Alleati e partner al centro della nostra attenzione. La futura interoperabilità con gli Stati Uniti, con la NATO e con i nostri partner in Europa, nell’Indo-Pacifico e a livello globale si riflette nel nome che abbiamo scelto per il nostro programma. Questo concetto sarà al centro del suo sviluppo. Condividiamo l’ambizione di rendere questo velivolo il fulcro di un più ampio sistema di combattimento aereo che opererà in molteplici ambiti.  
 
La nostra speranza è che il Global Combat Air Programme, e attraverso di esso il nostro partenariato nello sviluppo delle rispettive capacità, costituirà una pietra miliare della sicurezza globale, della stabilità e della prosperità nei decenni a venire.

Nota 2  Storie e Notizie: “Cosa avete in mente per il 2035?” del 9 dicembre 2022

Okay, raccontiamo anche questa come se fosse una fiaba, ma una di quelle per adulti, perché ho la netta impressione che i più piccoli la conoscano già, visto che i cosiddetti “grandi” la mettono in scena quotidianamente.
Allora, com’è d’uopo, c’erano una volta i protagonisti di questa storia, ovvero tre sovrani: Sunak, re del Regno Disunito, Kishida, imperatore dell’Arcipelago del Sol Morente, e la Regina Giorgia, monarca del Paese dello Stivale.
Un bel giorno, ovvero il contrario, essendo alquanto preoccupata, la Madre Terra – cioè la mamma di tutti, quindi anche loro – si recò dai nostri e disse: “Vado subito al punto, perché il tempo stringe, anche se non ho ancora capito se ve ne siate resi conto o meno. A ogni modo, siccome non me la sto passando affatto bene e non ho idea di quanto sarò ancora qui con voi, volevo sapere cosa avevate pensato per il futuro, ecco.”
I tre si guardarono perplessi l’un l’altro, come a dire parla tu, no io no, rispondi tu, eccetera, e allora la Terra si spazientì: “Non siamo a scuola, eh? Non interrogo e non sono la vostra maestra, solo vostra madre e in quanto tale mi preoccupo per il domani, cosa che dovreste fare anche voi in quanto umani. Per esempio, cosa avete in mente per il 2035?”
I nostri stavolta si guardarono come se a tal proposito avessero una risposta pronta, ma la Terra incalzò: “Non ho detto una data a caso, eh? Solo cinque anni prima, ovvero entro il 2030, secondo un autorevole studio il 92% dei paesi che ospito sperimenterà temperature “estremamente calde”, o temperature che sarebbero state osservate solo una volta al secolo in epoca preindustriale, ogni due anni. Sempre entro il 2035 le emissioni globali di anidride carbonica aumenteranno del 43% se le principali nazioni rimarranno legate alle politiche energetiche esistenti e non agiranno per frenare il riscaldamento globale, secondo la US Energy Information Administration. Quest’ultima, nella sua analisi energetica globale a lungo termine, prevede che nel 2035 il consumo di energia aumenterà del 49% tra il 2007 e il 2035. Capite cosa intendo? Nel 2035 la metà degli ecosistemi delle barriere coralline in tutto il mondo dovrà affrontare permanentemente condizioni inadatte se il cambiamento climatico continuerà senza sosta. Ma soprattutto, un’altra importante ricerca condotta da scienziati britannici e dei Paesi Bassi afferma che nel 2035 attraverseremo un punto di non ritorno, dopodiché sarà estremamente improbabile riuscire a fermare l’aumento della mia temperatura di 2 gradi Celsius, dando il via a un pericoloso miscuglio di disastri globali. Restare sotto i 2 gradi Celsius è fondamentale per il mio benessere, mi auguro lo sappiate. Una volta che mi sarò riscaldata di altri 2 gradi, gli scienziati prevedono una serie di effetti catastrofici, da inondazioni diffuse nelle zone costiere a ondate di caldo torrido e tempeste estreme.”
La Madre Terra si interruppe, perché aveva il fiatone e si era accaldata, ormai incapace di sapere se fosse colpa dell’effetto dell’agitazione o quello serra.
“Allora?” domandò di nuovo ai tre. “Cosa avete in mente per il 2035?”
“Un aereo”, rispose Sunak.
“Cosa?”
“Un aereo”, confermò la Regina Giorgia.
“Un aereo?” chiese la Madre di tutti.
“Ma un aereo da combattimento, eh? Sarà pronto proprio entro il 2035”, chiarì l’Imperatore del Sol Morente.
“Già”, sottolineò il sovrano inglese. “Un jet supersonico di sesta generazione.”
“Mica robetta”, aggiunse la regina nostrana. “Pensa che si chiama Tempest, cioè Tempesta, e costa circa 25 miliardi di sterline, quasi 30 miliardi di euro.”
“E l’avete pure chiamato Tempesta…”
La Madre Terra per poco non svenne, ma stavolta era certa che non fosse colpa del riscaldamento globale.
“Sono praticamente spacciata, a meno di un miracolo…” pensò angosciata…….

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