Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Bagnoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Bagnoli. Mostra tutti i post

domenica 24 novembre 2019

Qual è il ruolo dell’Italia nelle operazioni della guardia costiera libica? - Lorenzo Bagnoli



Abdallah Toumia è il volto più noto della guardia costiera libica. Ammiraglio, una vita in marina – ha cominciato ai tempi di Gheddafi –, chi lo conosce dice che non c’è niente da ridire sulla sua professionalità. È lui che ha firmato il Memorandum of understanding del 23 agosto 2016 con la forza europea Eunavfor Med, dove si stabiliva che la missione chiamata Operazione Sophia si occupasse di formare i militari e i guardacoste libici.
È lui che, vestito con un tradizionale caftano viola, ha risposto alle domande dei giornalisti italiani nel giugno 2018, durante una conferenza organizzata dalla guardia costiera italiana a Roma sul progetto di costruire un centro di coordinamento per il soccorso marittimo a Tripoli: il Libyan maritime rescue coordination center (Lmrcc). Il primo passo era ottenere il riconoscimento di una zona di ricerca e soccorso (Sar) sotto l’autorità libica entro la quale la marina del paese avesse il compito di coordinare le operazioni di salvataggio. L’area designata si spinge fino circa a 130 miglia a nord del golfo della Sirte.

Servitore dello stato con un curriculum rispettabile, Toumia sembra l’uomo giusto per rappresentare i guardacoste libici all’estero, durante i summit con i loro omologhi europei. Dalle missioni Onu all’operazione Sophia, dall’Italia agli altri paesi e agenzie europee: tutti sostengono ufficialmente la necessità di dotare la Libia di un centro per gestire i suoi 1.780 chilometri di costa. Tuttavia, come ha fatto notare al parlamento europeo il deputato spagnolo Juan Fernando López Aguilar – presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) – “bisogna definire la Libia per quello che è: non un porto sicuro, non un luogo sicuro per le operazioni di sbarco”.
A dispetto di questo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosce di risoluzione in risoluzione il miglioramento delle capacità d’intervento della guardia costiera libica, se non altro per i circa 40mila recuperi di migranti in mare avvenuti negli ultimi tre anni. “Il nostro governo è impegnato a salvare le vite dei migranti e rispettare i diritti umani”, ha spiegato Toumia a Repubblica a margine dell’incontro romano. I crimini commessi dai suoi uomini, dice, sono solo “voci” dei mezzi di informazione, falsità.
Per ora la flotta libica dispone di (almeno) sei mezzi forniti dall’Italia, due motovedette di classe Corrubia e quattro classe 500 (ne erano previste dieci). Ma il numero delle imbarcazioni è destinato ad aumentare velocemente: il 4 novembre 2019, in occasione del 57° anniversario della sua fondazione, la marina di Tripoli ha festeggiato con la consegna di altre dieci motovedette dall’Italia (dalle foto postate sui social se ne vedono chiaramente sei). Obiettivo: fare di Tripoli una marina del tutto indipendente. Ma è davvero così?

Una missione impossibile
Nessuna autorità nazionale libica ha il pieno controllo sugli uomini che la compongono. Le appartenenze sono sempre “doppie”: nessuno è “solo” un guardacoste, ciascuno ha legami, spesso di natura tribale, con le milizie locali. Gli ufficiali di carriera sono pochi. Costruire una catena di comando lineare, come prevede il progetto Lmrcc, nelle condizioni in cui si trova adesso la Libia è una missione impossibile.
Questa doppiezza traspare nello stesso Toumia: basta leggere le sue dichiarazioni ai mezzi di informazione, in particolare a quelli libici. Appena diffusa la notizia delle sanzioni Onu contro Abd al Rahman al Milad, detto Bija, il capo della guardia costiera di Zawiya, Toumia ha criticato aspramente le Nazioni Unite. Bija, per altro, il 15 ottobre 2019 sarebbe stato riconfermato nel suo ruolo proprio dal comando centrale di Tripoli, come riporta l’Espresso. L’ammiraglio non ha condannato i suoi uomini neanche quando l’Onu, nel 2016, ha denunciato il caso di un guardacoste di Misurata – parte anche del consiglio militare cittadino – che usava una sua imbarcazione, la Luffy, per trafficare armi, senza che i colleghi facessero alcun controllo.
Non ha detto niente neanche sui colpi sparati dalle motovedette contro le organizzazioni non governative in diverse occasioni. Com’è successo la mattina del 7 agosto 2017, quando la motovedetta Sabratha, una classe Bigliani che è stata della guardia di finanza italiana, ha sparato dei colpi intimidatori in aria in direzione della nave della ong spagnola Proactiva Open Arms. La stessa motovedetta già nel 2010 aveva sparato contro un peschereccio italiano a trenta miglia dalle coste libiche perché sospettato di tratta di esseri umani o pesca di frodo. A bordo della motovedetta c’erano anche dei finanzieri italiani per un’azione di addestramento prevista dal cosiddetto accordo di amicizia voluto dal governo Berlusconi nel 2008 e richiamato dal Memorandum of understanding del 2017, firmato dal governo Gentiloni. I militari italiani non avevano alcun potere d’intervenire in quanto semplici “osservatori”. L’ultimo incidente risale al 26 ottobre 2019, giorno in cui la nave Alan Kurdi dell’ong Sea-Eye è stata minacciata da due motoscafi veloci battenti bandiera libica, uno dei quali armato con una mitragliatrice. Gli uomini a bordo non avevano alcun simbolo distintivo. Il comando navale militare di Tripoli ha negato ogni coinvolgimento, ma non è stato in grado di identificare i banditi.
L’ammiraglio Toumia è tra i sostenitori della tesi secondo cui le navi di soccorso siano un fattore di attrazione per i migranti, nonostante sia ormai acclarato da numerosi studi che questo fattore non esiste. Toumia parla di un quadro generale, ma la sua competenza si ferma in Tripolitania: i principali comandi sotto il suo controllo si trovano a Zuara, Sabratha, Zawiya, Al Khoms, Tripoli e Misurata. “Non c’è una singola nave di Tripoli che si spinga più a est”, commenta Claudia Gazzini dell’International crisis group.
Nonostante questo, la Libia aveva mandato la richiesta all’International maritime organization (Imo) – l’agenzia Onu che si occupa di dirimere le controversie marittime internazionali – perché fosse attribuita un’area di competenza alla sua guardia costiera, un riconoscimento che è avvenuto a maggio 2018. Si è chiusa in questo modo la prima fase dell’Lmrcc project, che ha dato a Toumia un ruolo centrale al livello internazionale. Marina militare e guardia costiera in Libia sono un unico corpo e rispondono al ministero della difesa, le cui deleghe sono sempre rimaste nelle mani del premier Serraj. Mentre gli incarichi politici sono noti – in cima, al di sopra di Toumia, c’è il capo di stato maggiore della marina, Abdul Hakim Abu Hawliyeh –, quelli più operativi non sembrano affidati a nessuno. L’unico rappresentante vero è appunto l’ammiraglio Toumia.

Motivi pratici e politici
Assegnare alla Libia una zona Sar è importante per due motivi. Il primo è di ordine pratico e si legge spesso nei documenti ufficiali italiani: la guardia costiera di Roma afferma di essere coinvolta in operazioni di salvataggio in un’area pari al 51 per cento del Mediterraneo, complice il poco impegno di Malta e le Sar mai riconosciute a Tunisia ed Egitto. Il secondo è più politico: assegnare una zona di competenza ai libici significa che la guardia costiera libica può essere ritenuta responsabile dei soccorsi nell’aerea e si può legittimare in questo modo il ritiro dei mezzi di soccorso europei. Inoltre, in questo modo sono i libici a riportare i migranti in Libia, un paese considerato non sicuro. Se lo facesse qualsiasi altra nave straniera, si tratterebbe di un respingimento in violazione di una serie di norme internazionali a partire dalla Convenzione di Ginevra del 1951. L’Italia è già stata sanzionata nel 2011 per aver riportato in Libia dei richiedenti asilo. Il problema però è che l’Italia assiste e coordina i libici.
Questo aiuto non è un mistero. Tra le cinque azioni previste nel progetto per costruire il centro di coordinamento si leggono “azione 2: search and rescue (guidata dalla guardia costiera italiana)” e “azione 5: cooperazione con guardia costiera libica (guidata da centro di coordinamento italiano, Mrcc italiano e Operazione Sophia)”. In pratica, fino al 2021, quando dovrebbe chiudersi il progetto Lmrcc, l’Italia “assisterà” i colleghi libici nella gestione della zona di competenza. Ma qual è il limite tra “assistenza” e “intervento”?
“Non saprei dire un momento esatto, ma di certo dall’estate 2018 è stata sempre più presente la guardia costiera libica”, racconta Tamino Böhm, capo delle missioni aeree di SeaWatch. La conquista del mare da parte della guardia costiera libica è stata graduale. Con l’ingresso dell’Lmrcc project nella “fase di implementazione” è chiaro che insieme ai guardacoste esiste un coordinamento, ma non è chiaro operato da chi: “Il centro che i libici dicono di gestire nei fatti non risponde mai alle chiamate”, dice Böhm. La sede è l’aeroporto Bin Ghashir di Tripoli – Castel Benito ai tempi dell’occupazione fascista italiana. Una delle zone dove i combattimenti sono più intensi e che ormai è sostanzialmente in disuso. Salem Elkabir, dipendente della Libyan civil aviation authority, è l’unico nome che si legge tra i responsabili delle comunicazioni a terra.

Tasselli
L’implementazione si concluderà nel luglio 2021, quando ci sarà il disimpegno dell’Italia. Tuttavia, lo scambio di informazioni con l’operazione europea Sophia è già avanzato. Secondo i dati della missione, le ricognizioni aeree europee hanno permesso di recuperare (e riportare in Libia) 19.775 persone nel 2017, 12.852 nel 2018 e 7.021 nel 2019 (dati al 30 ottobre).
Durante alcuni interventi, il centro di coordinamento libico ha lasciato indizi in merito a una possibile partecipazione italiana nella fase operativa. Durante un salvataggio nell’estate del 2019, il file compilato dal centro di coordinamento di Tripoli – il Libyan national coordination center, come è chiamato nel documento che Internazionale ha potuto consultare – riportava nella casella della data la dicitura “giu 2019”. “Giu” sta per “giugno”? Il documento è stato compilato in italiano?
Un altro tassello: a marzo 2018, le registrazioni del coordinamento per il recupero della nave Mare Jonio hanno dimostrato che ad ascoltare le conversazioni tra la Centrale operativa della guardia costiera italiana (Mrcc) e imbarcazioni di salvataggio c’erano anche i militari a bordo della nave Capri, assetto della marina militare italiana attraccato a Tripoli per la missione Mare sicuro (ex Nauras). Tra i compiti della missione compare “la possibilità di svolgere attività di collegamento e consulenza a favore della marina e guardia costiera libica e la collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte”.
La doppiezza libica contagia l’Italia: nel progetto della guardia costiera libica per il centro di coordinamento compare la marina militare italiana, a cui di norma non spetta alcun ruolo nei salvataggi. La suddivisione dei compiti non è trasparente. Chiamati in causa con delle domande al riguardo, i rappresentanti dei due corpi non hanno risposto. L’ipotesi delle organizzazioni umanitarie è che il vero centro di coordinamento delle operazioni di salvataggio in mare sia la missione militare italiana. Questo cambierebbe il profilo di legittimità della presenza italiana in Libia. L’Italia starebbe infatti coordinando non più dei salvataggi, ma dei respingimenti per procura dei migranti diretti verso le nostre coste.

Da sapere
Il 10 novembre 2019 il quotidiano maltese Times of Malta ha rivelato l’esistenza di un altro accordo tra il governo di La Valletta e la guardia costiera libica. Il quotidiano sostiene che ci sarebbe un coordinamento con le milizie libiche per respingere i migranti. Le autorità maltesi non hanno smentito la notizia ma lo ha fatto l’ambasciata libica a Malta.

mercoledì 20 febbraio 2019

morire a Bratislava


Jan Kuciak, cronaca di un omicidio - CARLO BONINI, CECILIA ANESI, GIULIO RUBINO, LORENZO BAGNOLI, LUCA RINALDI (IRPI)
  

Il 21 febbraio di un anno fa, il giovanissimo reporter slovacco Jan Kuciak veniva assassinato insieme alla sua fidanzata Martina Kusnirova. Per questo duplice omicidio, la magistratura slovacca ha arrestato tre uomini e una donna, attualmente detenuti con l’accusa di essere stati gli esecutori materiali. “Repubblica”, insieme ai giornalisti di OCCRP, INVESTIGACE, Investigative Center of Jan Kuciak e a quelli del centro di giornalismo investigativo IRPI, che con Kuciak avevano lavorato fino al suo ultimo giorno di vita a un’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Slovacchia, ha continuato a indagare su questa storia e quello che leggete oggi ne è il risultato. A cominciare dalla ricostruzione, attraverso documenti giudiziari e testimonianze sin qui inediti, di come Jan e Martina morirono, di cosa accadde nei giorni e nelle ore precedenti la loro fine. Di quali domande, in questa storia, restino ancora senza una risposta.

Era la sera di un mercoledì. Il 21 febbraio 2018. L’uomo che si avvicinò al civico 558 di via Brezova, una piccola casa di Velka Maca, paese a nord-est di Bratislava di poche migliaia di anime, stringeva in una mano una pistola Luger 9 millimetri. La porta di ingresso era aperta. Entrò e scivolò silenziosamente fino alla cucina. E fu solo allora che Martina Kusnirova lo vide. Si alzò di scatto dalla sedia su cui era assorta. Il colpo la centrò in volto, esattamente in mezzo agli occhi.
Al piano di sotto della casa, in cantina, Jan Kuciak udì un tonfo sordo. Risalì di corsa le scale. Fino a rimontarne gli ultimi gradini. Il petto urtò la canna della Luger. E un colpo a bruciapelo lo raggiunse al cuore. Il corpo di Jan precipitò indietro sulle scale. L’assassino si richiuse la porta della casa alle spalle, costeggiò un viale coperto dall’ombra dei pini e quindi raggiunse un campo da calcio. Afferrò il cellulare. Lasciò che il numero chiamato squillasse una sola volta. Il segnale. Quattro minuti dopo, una Citroen Berlingo gli si accostò. Salì sulla macchina che partì in direzione della città di Komarno.
In casa di Jan e Martina il telefonò cominciò a squillare. E avrebbe continuato a farlo per ore. A vuoto. Fino a quando qualcuno non avrebbe ritrovato quei due corpi quattro giorni dopo, il 25 febbraio.

La pianificazione dell’omicidio aveva richiesto due settimane…


lunedì 19 marzo 2018

L’Europa ha un problema con chi difende i diritti umani – Lorenzo Bagnoli



Nel 2018 fare attivismo politico – e soprattutto in difesa dei migranti – è un’impresa quasi impossibile. Dal 1998 a oggi, l’associazione Front Line Defenders registra l’uccisione di oltre 3.500 difensori dei diritti, 312 nel solo 2017; tra loro attivisti che si battevano per l’ambiente, avvocati impegnati nel denunciare multinazionali o pezzi corrotti del proprio Stato, oppositori politici che chiedevano giustizia. A questo dato si aggiunge un fenomeno che il delegato Onu per la difesa dei diritti umani Michael Forst definisce come “riduzione dello spazio pubblico”, ossia la diminuzione dei luoghi dove i militanti possano agire, rendendo fuori legge alcune attività.
In Europa ci sono Paesi che hanno messo al bando le Ong, altri che hanno cercato di depotenziarle. Tra questi ultimi, capofila è l’Italia, che nell’estate del 2017, attraverso l’introduzione di nuove norme, ha decimato di fatto le missioni in mare: dalle nove del giugno 2017, alle sole di tre oggi, come spiega La Voce.info. La narrazione dell’attività delle organizzazioni non governative impegnate nel salvataggio dei barconi alla deriva è diventata così quella dei “tassisti del mare” che, su chiamata dei trafficanti di esseri umani, avrebbero agito appunto da “passaggio” per quei migranti che volevano raggiungere le coste italiane.
In Europa questo fenomeno di criminalizzazione di chi è impegnato in attività di solidarietà riguarda soprattutto chi si muove in difesa dei migranti, aiutandoli ad attraversare un confine, sfamandoli, difendendoli in un’aula di Tribunale. L’ultimo rapporto di Forst, presentato a Ginevra il primo marzo scorso, è proprio dedicato alle violazioni sui difensori dei diritti umani che si occupano di “people on the move”. “Individui, gruppi e comunità impegnate nella difesa dei diritti dei migranti hanno affrontato enormi sfide,” scrive il delegato delle Nazioni Unite, “Hanno affrontato limitazioni senza precedenti, incluse minacce e violenze, denunce durante discorsi pubblici e sono stati criminalizzati. Coloro che hanno preso il mare per salvare i migranti sono stati arrestati, le loro navi confiscate e sono stati accusati di favorire l’immigrazione illegale.” Forst scrive che, ormai, chi si occupa di migranti in Europa è percepito come un “agente esterno” che favorisce “l’invasione”. L’effetto di questo stigma è la legittimazione di chi attacca i difensori dei diritti umani.
In questo momento in Europa ci sono decine di persone sotto processo per aver aiutato un migrante ad attraversare un confine o per avergli dato una coperta. Il fronte più caldo è il confine italo-francese. Il primo caso arrivato a sentenza riguarda Cédric Herrou, un contadino di Breil-sur-Roya condannato in agosto a quattro mesi di carcere con condizionale per aver aiutato e ospitato centinaia di migranti che volevano attraversare la frontiera tra Italia e Francia. In passato per quelle stesse azioni Herrou era stato premiato come cittadino dell’anno in Costa Azzurra e non ha mai avuto problemi a definire il suo aiuto ai migranti “un atto politico”.
Dopo di lui è toccato a Martine Landry, nizzarda di 73 anni, membro dell’associazione Anafe(Association nationale d’assistance aux frontières pour les étrangers) e responsabile di Amnesty International a Nizza. Il suo processo si celebrerà proprio nella città costiera l’11 aprile, dopo due rinvii. Landry è accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver agevolato l’ingresso in Francia di due ragazzi minorenni guineani senza documenti. Lei assicura invece di averli portati alla polizia di frontiera solo dopo che avevano attraversato la barriera, proprio come prevede la legge, per fare domanda di tutela sociale prevista per i minorenni.
Sullo stesso confine, nel 2016, quattro attivisti della rete No Borders di Ventimiglia ricevevano un foglio di via che ne limitava gli accessi ai comuni della provincia di Imperia proprio a causa delle loro attività a sostegno dei migranti. Questa decisione è stata poi annullata da una sentenza del Tar nel luglio 2017. Anche in altre città di frontiera italiane, come Udine e Como, sono avvenuti episodi simili, con operatori e volontari denunciati per aver aiutato dei migranti.
“Si può dare da mangiare, dare accoglienza e vestire degli stranieri senza problemi, a patto che ciò avvenga in uno spazio demarcato come umanitario (quando, in sostanza, si supplisca all’assenza dello Stato e della collettività) e senza che ci sia alcuna contropartita (nessuno scambio in denaro o materiale).” Lo scrivono i No border dell’Alta Savoia, in un post in cui cercano di dare strumenti di difesa ai volontari che continuano a supportare i migranti lungo il confine. Sempre tra Francia e Italia, gli attivisti hanno inoltre dato vita a una sorta di osservatorio dei crimini di solidarietà: Délinquants solidaires, un sito di un collettivo di associazioni transfrontaliere che organizza sit-in davanti ai Tribunali in occasione dei processi (il prossimo il 17 luglio, a Imperia), oppure eventi di sensibilizzazione in materia di crimini di solidarietà.
Questi procedimenti penali sono il prodotto di una fase cominciata in Europa nel 2015, una svolta nelle politiche europee sull’immigrazione. Alla fine del settembre 2017 è nata la Carta di Milano che definisce i valori comuni agli attivisti “solidali” con i migranti. Alla Carta è collegato un altro osservatorio permanente che raccoglie le denunce di violazioni contro chi si impegna in questa causa. Chi partecipa all’osservatorio sono i difensori dei diritti umani che condividono – di fondo – l’idea che i migranti vadano accolti e non respinti. In Italia, durante la campagna elettorale, dopo che per primo Silvio Berlusconi ha definito l’immigrazione una “bomba sociale”, la stessa formula è stata impiegata da PD e Movimento 5 stelle. Migrare è molto lontano dall’essere considerato un diritto.

Nel 2018 fare attivismo politico – e soprattutto in difesa dei migranti – è un’impresa quasi impossibile. Dal 1998 a oggi, l’associazione Front Line Defenders registra l’uccisione di oltre 3.500 difensori dei diritti, 312 nel solo 2017; tra loro attivisti che si battevano per l’ambiente, avvocati impegnati nel denunciare multinazionali o pezzi corrotti del proprio Stato, oppositori politici che chiedevano giustizia. A questo dato si aggiunge un fenomeno che il delegato Onu per la difesa dei diritti umani Michael Forst definisce come “riduzione dello spazio pubblico”, ossia la diminuzione dei luoghi dove i militanti possano agire, rendendo fuori legge alcune attività.
In Europa ci sono Paesi che hanno messo al bando le Ong, altri che hanno cercato di depotenziarle. Tra questi ultimi, capofila è l’Italia, che nell’estate del 2017, attraverso l’introduzione di nuove norme, ha decimato di fatto le missioni in mare: dalle nove del giugno 2017, alle sole di tre oggi, come spiega La Voce.info. La narrazione dell’attività delle organizzazioni non governative impegnate nel salvataggio dei barconi alla deriva è diventata così quella dei “tassisti del mare” che, su chiamata dei trafficanti di esseri umani, avrebbero agito appunto da “passaggio” per quei migranti che volevano raggiungere le coste italiane.
In Europa questo fenomeno di criminalizzazione di chi è impegnato in attività di solidarietà riguarda soprattutto chi si muove in difesa dei migranti, aiutandoli ad attraversare un confine, sfamandoli, difendendoli in un’aula di Tribunale. L’ultimo rapporto di Forst, presentato a Ginevra il primo marzo scorso, è proprio dedicato alle violazioni sui difensori dei diritti umani che si occupano di “people on the move”. “Individui, gruppi e comunità impegnate nella difesa dei diritti dei migranti hanno affrontato enormi sfide,” scrive il delegato delle Nazioni Unite, “Hanno affrontato limitazioni senza precedenti, incluse minacce e violenze, denunce durante discorsi pubblici e sono stati criminalizzati. Coloro che hanno preso il mare per salvare i migranti sono stati arrestati, le loro navi confiscate e sono stati accusati di favorire l’immigrazione illegale.” Forst scrive che, ormai, chi si occupa di migranti in Europa è percepito come un “agente esterno” che favorisce “l’invasione”. L’effetto di questo stigma è la legittimazione di chi attacca i difensori dei diritti umani.
In questo momento in Europa ci sono decine di persone sotto processo per aver aiutato un migrante ad attraversare un confine o per avergli dato una coperta. Il fronte più caldo è il confine italo-francese. Il primo caso arrivato a sentenza riguarda Cédric Herrou, un contadino di Breil-sur-Roya condannato in agosto a quattro mesi di carcere con condizionale per aver aiutato e ospitato centinaia di migranti che volevano attraversare la frontiera tra Italia e Francia. In passato per quelle stesse azioni Herrou era stato premiato come cittadino dell’anno in Costa Azzurra e non ha mai avuto problemi a definire il suo aiuto ai migranti “un atto politico”.

Dopo di lui è toccato a Martine Landry, nizzarda di 73 anni, membro dell’associazione Anafe(Association nationale d’assistance aux frontières pour les étrangers) e responsabile di Amnesty International a Nizza. Il suo processo si celebrerà proprio nella città costiera l’11 aprile, dopo due rinvii. Landry è accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver agevolato l’ingresso in Francia di due ragazzi minorenni guineani senza documenti. Lei assicura invece di averli portati alla polizia di frontiera solo dopo che avevano attraversato la barriera, proprio come prevede la legge, per fare domanda di tutela sociale prevista per i minorenni.
Sullo stesso confine, nel 2016, quattro attivisti della rete No Borders di Ventimiglia ricevevano un foglio di via che ne limitava gli accessi ai comuni della provincia di Imperia proprio a causa delle loro attività a sostegno dei migranti. Questa decisione è stata poi annullata da una sentenza del Tar nel luglio 2017. Anche in altre città di frontiera italiane, come Udine e Como, sono avvenuti episodi simili, con operatori e volontari denunciati per aver aiutato dei migranti.
 “Si può dare da mangiare, dare accoglienza e vestire degli stranieri senza problemi, a patto che ciò avvenga in uno spazio demarcato come umanitario (quando, in sostanza, si supplisca all’assenza dello Stato e della collettività) e senza che ci sia alcuna contropartita (nessuno scambio in denaro o materiale).” Lo scrivono i No border dell’Alta Savoia, in un post in cui cercano di dare strumenti di difesa ai volontari che continuano a supportare i migranti lungo il confine. Sempre tra Francia e Italia, gli attivisti hanno inoltre dato vita a una sorta di osservatorio dei crimini di solidarietà: Délinquants solidaires, un sito di un collettivo di associazioni transfrontaliere che organizza sit-in davanti ai Tribunali in occasione dei processi (il prossimo il 17 luglio, a Imperia), oppure eventi di sensibilizzazione in materia di crimini di solidarietà.
Questi procedimenti penali sono il prodotto di una fase cominciata in Europa nel 2015, una svolta nelle politiche europee sull’immigrazione. Alla fine del settembre 2017 è nata la Carta di Milano che definisce i valori comuni agli attivisti “solidali” con i migranti. Alla Carta è collegato un altro osservatorio permanente che raccoglie le denunce di violazioni contro chi si impegna in questa causa. Chi partecipa all’osservatorio sono i difensori dei diritti umani che condividono – di fondo – l’idea che i migranti vadano accolti e non respinti. In Italia, durante la campagna elettorale, dopo che per primo Silvio Berlusconi ha definito l’immigrazione una “bomba sociale”, la stessa formula è stata impiegata da PD e Movimento 5 stelle. Migrare è molto lontano dall’essere considerato un diritto.

Nel 2015 la Commissione europea introduceva l’”approccio hotspot” alla gestione dell’accoglienza, ovvero la creazione di centri di smistamento in cui gli operatori delle agenzie europee potessero registrare i dati personali dei cittadini stranieri appena sbarcati, fotografarli e raccoglierne le impronte digitali entro 48 ore dal loro arrivo, eventualmente prorogabili a un massimo di 72. Un giro di vite sui controlli, perché Italia e Grecia nel biennio 2013-2014 non hanno registrato le impronte di tutti i migranti, permettendo loro di entrare in Ue senza documenti. Così, nel 2015, entrava in vigore il nuovo Codice dei confini di Schengen: “La Commissione ritiene che l’afflusso incontrollato di un numero elevato di persone prive di documenti o non adeguatamente registrate e riconosciute al loro primo ingresso nell’Ue, possa costituire una seria minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna, e quindi giustificare l’applicazione di questa misura straordinaria disponibile sotto l’Sbc (il Codice delle Frontiere di Schengen).” È così che s’innesca la bomba dell’immigrazione, che prevede che chiunque aiuti il flusso, sia complice.
Yasha Maccanico, ricercatore di Statewatch, sta lavorando a uno studio in cui indica proprio in questa visione legislativa l’inizio della criminalizzazione di chi difende i diritti. Con l’introduzione degli hotspot, infatti, si è anche diluita la distinzione tra smuggling (traffico) e trafficking (tratta di esseri umani, due reati normalmente molto diversi).
Tra i difensori dei migranti più celebri che hanno risentito di questa nuova configurazione (e, quindi, percezione) del reato, c’è padre Mosé Zerai, il prete eritreo fondatore dell’agenzia Habeshia. Nata nel 2006 con lo scopo di denunciare le violazioni dei diritti umani dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Libia, Egitto, Tunisia, Eritrea e Israele, Habeshia ha rivelato il traffico di organi di cui erano vittima gli eritrei nel Sinai. Un risultato valso a don Zerai una candidatura al Nobel per la pace nel 2015.
Poi, però, arriva l’estate 2017, quando il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro annuncia al Comitato Schengen “l’analisi” del comportamento delle Ong: da allora inizia la caccia. Non è un’inchiesta giudiziaria eppure, a luglio, la nave della Jugend Rettet è sottoposta a sequestro preventivo. Il reato ipotizzato dalla Procura di Trapani è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Iscritto inizialmente contro ignoti, il procedimento passa nel giro di pochi giorni nel registro a carico di noti e, tra gli indagati, compare anche il nome di padre Zerai, accusato di essere dall’altra parte del telefono a rispondere ai migranti a rischio naufragio in mezzo al Mediterraneo.
“È una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti. Non ho mai avuto contatti diretti con la nave di Jugend Rettet e non ho mai fatto parte di alcuna chat segreta, come è stato riportato da alcuni giornali. Purtroppo, da mesi, si porta avanti una campagna mediatica e politica contro le Ong, e tutte quelle persone che manifestano una forma di solidarietà nei confronti dei migranti e dei profughi che cercano di raggiungere l’Europa. È un modo per indebolire l’azione umanitaria,” ha dichiarato il prete in un’intervista alla svizzera SwissInfo.
A parlare di lui, a febbraio, c’è anche Il Primato Nazionale, la testata di Casapound: don Zerai e l’attivista Meron Estefanos vengono citati come oppositori politici contrari all’interesse nazionale eritreo. Altra vittima dei blogger di destra è Elsa Chyrum, una militante eritrea ritenuta colpevole di sostenere le popolazioni in fuga dalla dittatura africana. E questa volta, contro di lei, si schiera anche Luca Donadel, collaboratore de Il Giornale diventato noto proprio per la sua campagna contro le Ong.
Per Frost, l’effetto della criminalizzazione della solidarietà “rischia di promuovere, nell’opinione pubblica e nell’arena politica, indifferenza verso migranti e rifugiati, posizioni razziste e nazionaliste”. Per quanto alle recenti elezioni le sigle di estrema destra abbiano collezionato degli “zero virgola”, a Macerata –  dove il militante di CasaPound Luca Traini, ex candidato leghista, ha sparato su tre migranti – la stessa Lega di Salvini ha conquistato il 21%, partendo da uno scarso 6%. Il giorno dopo le elezioni, a Firenze, un senegalese di 54 anni – Idy Aliou Diéne – è stato ucciso a colpi di pistola da un signore di 65 anni in difficoltà economiche, che voleva finire in carcere.
Il database di Cronache di Ordinario razzismo, sito che monitora episodi di discriminazione e violenza a sfondo razziale, nel 2017 ha registrato oltre 450 casi solo tra giugno e ottobre, in cui sono stati coinvolti difensori dei diritti degli stranieri. Eppure, a novembre, SWG misurava in un sondaggio la lontananza degli italiani dal razzismo, con risultati sbalorditivi: il 55% lo giustifica; allo stesso tempo, la crescente sfiducia verso le Ong, ovvero dei difensori dei diritti per antonomasia, registra al 71% il numero d’intervistati che crede in loro poco o nulla, come riporta SkyTg24.
Il libro degli orrori lo chiude l’Osce. In particolare, l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani, che nel suo ultimo rapporto – poi ripreso dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra)– denuncia come in diversi Stati membri vengano mosse accuse infondate nei confronti delle Ong impegnate sul fronte delle migrazioni con il solo scopo di metterle sotto processo e limitarne il raggio d’azione. L’esempio numero uno è quello dell’Ungheria degli identitari, dove si riportano accuse di diffamazione rivolte alle organizzazioni per metterle sotto processo. A febbraio, per altro, a Budapest è stata introdotta una legge sulle Ong che vuole mettere al bando chi si occupa di migranti, definita dall’Unhcr “un’ingiustificata restrizione alla libertà di associazione”.
Anche l’ultimo risultato elettorale italiano è probabilmente la conferma di quanto la solidarietà non sia più un sentimento di moda. L’immigrazione è stato uno dei principali terreni di scontro, e i due candidati premier in pectore – Matteo Salvini e Luigi Di Maio – sono tra i principali sostenitori della tesi delle Ong come “taxi del mare”. In questo clima non certo favorevole si è aggiunta anche la profonda crisi reputazionale scatenata da episodi come lo scandalo Oxfam, avvenuto ad Haiti, dove il capo missione è stato protagonista di episodi di induzione alla prostituzione e di minacce.
Le circostanze sembrano perfette per la prosecuzione della campagna contro i difensori dei diritti, a qualunque latitudine.