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mercoledì 2 novembre 2022

Miscela Meloni – Ida Dominijanni


Tre appunti sulla Meloneide appena conclusasi con il voto di fiducia della Camera e del Senato al nuovo Governo. Sull’effetto “prima donna”, sulla questione fascismo-antifascismo, sul programma.

 

1. Come il profluvio di dirette, maratone e talk televisivi dimostra, la “prima donna” è e sarà inevitabilmente oggetto dello sguardo maschile e femminile più degli uomini che l’hanno preceduta. Meloni lo sa e per due giorni si è offerta a questo sguardo generosamente, senza sottrazioni e senza complessi, avendo capito e capitalizzato, grazie alla storia del femminismo che non le appartiene ma di cui si avvale, che oggi come oggi, in tempi di crisi devastante della politica maschile, essere una donna è un vantaggio e non uno svantaggio. La prima donna ha fatto la primadonna, mettendosi al centro della scena con il suo corpo, i suoi gesti, la sua storia, la sua biografia. La rottura stilistica rispetto al linguaggio scisso della politica maschile (fatto salvo Berlusconi, che il confine fra pubblico e privato l’ha rotto da quel dì e anche ieri, in apertura della sua rentrée al Senato, con l’annuncio del suo diciassettesimo nipote) è stata evidente, ed è la sola cosa di cui rallegrarsi.

Il che non toglie che per altri versi sia proprio il linguaggio a mostrare come con il suo essere donna Meloni sia tutt’altro che pacificata. Lo dice l’uso del maschile – il presidente e non la presidente – cui si ostina ad affidare il riconoscimento del proprio ruolo, come se il femminile invece lo diminuisse. Lo dice l’uso dei nomi senza cognomi con cui rende omaggio (qualcuna deve averglielo consigliato, perché non l’aveva mai fatto prima) ad altre “prime donne” che l’hanno preceduta, ma rigettandole in una sorta di album di famiglia privato e cifrato dove riconoscerne il ruolo pubblico diventa impossibile ai più. Lo dice la dose permanente di aggressività fallica cui non rinuncia nella sua competizione ravvicinata e spericolata con gli uomini.

Quello che resta stupefacente è come tutte e tutti, donne e uomini, siano cadute/i nel trappolone della “prima donna che sfonda a destra e non a sinistra”, una narrativa che punta dritto a dimostrare che il femminismo trova ascolto più a destra che a sinistra, che la destra è più di sinistra della sinistra e che la sinistra è fuori dal mondo e dalla storia. Strano che nessuna/o provi a rovesciarla e a chiedersi come mai le destre radicali di oggi, non solo in Italia, abbiano bisogno di femminilizzarsi – cosa ben diversa dal femministizzarsi – per addolcire e rendere commestibili i loro contenuti programmatici più retrivi. Provare a sostituire la faccia di Meloni con quella già vista all’opera di Salvini o con la mimica di La Russa o con la stazza di Crosetto per credere: le reazioni sarebbero ben più ruvide di quelle oltremodo contenute che abbiamo visto in Parlamento da parte delle opposizioni.


2. Conviene riavvolgere il nastro della Meloneide guardardo la prima giornata, invece che dalle centinaia di telecamere piazzate nel palazzo, dal particolare imprevisto delle cariche della polizia sulla manifestazione antifascista della Sapienza. Arrivato puntualmente a smentire una delle solenni dichiarazioni biografico-politiche della neopremier (“vengo dai movimenti giovanili e proverò simpatia anche per chi ci contesterà in piazza”), l’episodio annuncia il clima prossimo venturo, che prevedibilmente farà largo uso dell’ordine pubblico per lanciare segnali d’ordine più generali. Ma non solo: fa saltare d’un colpo uno dei due cardini su cui Meloni e i suoi (La Russa nel giorno della sua incoronazione a presidente del Senato non era stato da meno) allestiscono la loro idea della “riconciliazione nazionale”.

I due cardini sono connessi e riguardano, neanche a dirlo, il fascismo e l’antifascismo. Sul fascismo Meloni se l’è cavata come di consueto con poco, pochissimo, annegandone i contorni specifici nella condanna dei totalitarismi novecenteschi, garantendo di non aver mai “provato simpatia per i regimi antidemocratici, fascismo compreso”, e limitandosi a esecrare le leggi razziali del 1938 invece del regime nel suo complesso. Sull’antifascismo ha fatto peggio. Ha ignorato l’antifascismo della resistenza, ovvero il fondamento della costituzione, e ha attaccato l’antifascismo militante degli anni Settanta, commemorando “i ragazzi innocenti uccisi in suo nome a colpi di chiavi inglesi” e nascondendo sotto il tappeto il filo nero delle stragi neofasciste che percorre la storia della cosiddetta Prima repubblica e che dell’antifascismo militante fu la causa e la ragione. La risposta stizzita di Meloni al senatore Scarpinato che gliel’aveva fatto notare è la controprova che Scarpinato aveva colpito nel segno: questo è il copione della riscrittura della storia e dell’offerta di “riconciliazione nazionale” della destra postfascista. Si può esserne felici e contenti, come certa stampa liberale italiana che da anni accompagna e promuove questo revisionismo in nome e per conto della “normalizzazione democratica” di una “destra conservatrice” ripulita delle sue origini. Ma non ci si può meravigliare se poi contro questa rimozione del fascismo storico e del neofascismo della Prima repubblica l’antifascismo militante rispunta alla Sapienza o altrove.

3. Fin qui l’identità delle origini del melonismo. Sulla quale si innesta una miscela di neoliberalismo e sovranismo solo in apparenza contraddittoria, il sovranismo essendo in tutto il mondo una sorta di evoluzione perversa della weltanschauung neoliberale dissipativa, globalista e gaudente nel suo contrario rancoroso, nazionalista e suprematista. Sì che Meloni è neoliberale quando parla di merito e di capitale umano, di libertà di circolazione del contante, di “non disturbare chi vuole fare” cioè l’impresa; è sovranista quando evoca a ripetizione la nazione e le magnifiche sorti delle bellezze italiche, quando invoca il blocco dei migranti e la procreazione fra conterranei come antidoto al calo della natalità, quando vagheggia l’Europa “dei popoli e delle diversità” contro quella dei banchieri e dei burocrati; o quando con un eloquente lapsus riserva il “tu” a Abubakar Soumahoro, l’alieno nero piovuto dai campi nel parlamento dei bianchi; o quando parla di se stessa come l’underdog che ricorda tanto, è stato notato, i forgotten di Trump – salvo poi promettere la guerra ai poveri sul reddito di cittadinanza. Ed è infine schiettamente reazionaria, destra d’ordine doc, quando parla di carcere ostativo, quando (non) parla del reato di tortura che FdI vuole abolire, quando nomina le differenze come devianze, quando vaneggia di città insicure da consegnare alla vigilanza delle forze dell’ordine.

Questa miscela può essere esplosiva. Paradossalmente la doppia emergenza della guerra e della crisi energetica è, per ora, l’ancora di salvezza del nuovo Governo, perché lì la strada dell’atlantismo e del vincolo europeo è rigidamente tracciata dai poteri nazionali e internazionali senza la cui benedizione la “prima donna” non sarebbe dov’è. Solo per ora però, perché le differenze interne alla sua coalizione in materia di politica estera (né Berlusconi né la Lega hanno rinunciato a distinguersi dalla premier sulle prospettive della guerra in Ucraina) e di politica economica sono anch’esse potenzialmente esplosive. L’unico terreno su cui nel frattempo Meloni potrà consolidare l’identità della “destra conservatrice” è quello tradizionalissimo di una svolta d’ordine. Non saranno mesi facili. Tanto meno senza un’opposizione politica all’altezza della situazione.

da qui

domenica 20 marzo 2022

Give peace a chance

articoli e video di Maso Notarianni, Marco Travaglio, Luigi de Magistris, Matteo Saudino, David Lifodi, Ignacio Ramonet, Alessandro Gilioli, Maria Ancona, Ida Dominijanni, Francesco Masala, Andrea Aloi, Università di Mosca, Giuseppe Bruzzone, Justine Brabant, Ludovic Lamant, Alessandro Orsini, Paolo Ferrero, Angela Dogliotti, Antonio Mazzeo, Andrea Zhok, Filippo Ravizza, Angelo Gaccione, Yuliy Dubovyk, Collettivo di fabbrica GKN, Fabio Armao, Marco Carnelos, John Lennon, Carlo Rovelli


Biden, Putin, Xi Jinping e Frank Zappa

di Francesco Masala

1 -Registi e produttori dei film-verità sulle rivoluzioni arancioni e sulla guerra in Ucraina incaricano Joe Biden di chiedere aiuto a Xi Jinping perché qualcosa gli è sfuggito di mano.

«Spetta a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo» ha detto Xi Jinping a Joe Biden

Anche se non sappiamo il cinese capiamo benissimo.

2 – Anche Frank Zappa, un altro nemico del potere a stelle e strisce, sorvegliato dal FBI, cita la tigre “La politica non è la risposta a tutto. É come i 1000 clown al circo che escono fuori dall’automobile finta e dovrebbero sorprenderti. Ecco cos’è la politica. Non mettono davvero la testa nella bocca della tigre. La politica é uno show per gente che non capisce. Le decisioni vere non vengono prese durante le elezioni. Vengono prese con un bel bicchiere di Perrier in qualche appartamento di lusso, da gente sfondata di quattrini che decidono come si spartiranno il mondo.”

3 – Che non un guitto qualsiasi ma il Ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio vanti nel suo curriculum il lavoro allo stadio (steward o venditore di bibite lo certificheranno i posteri) e non gli studi da diplomatico o ambasciatore spiega forse le sue imbarazzanti esternazioni (non in nostro nome), “profondi” ragionamenti appresi fra gli ultras degli spalti.

4 – Quando l’attore consumato Zalensky parlerà in videoconferenza a Parigi sa che gli basterà cantare alcuni versi di una canzone molto amata in Francia (non pacifista, per carità), per ottenere una standing ovation:

Entendez-vous dans les campagnes
Mugir ces féroces soldats?
Ils viennent jusque dans nos (vos) bras
Égorger nos (vos) fils, nos (vos) compagnes!

Aux armes, citoyens
Formez vos bataillons,
Marchons, marchons! (Marchez, marchez !)
Qu’un sang impur
Abreuve nos sillons!

(traduzione italiana da qui)

Sentite nelle campagne
Muggire questi feroci soldati?
Vengono fin nelle nostre (vostre) braccia
A sgozzare i nostri (vostri) figli, le nostre (vostre) compagne!

Alle armi, cittadini
Formate i vostri battaglioni
Marciamo, marciamo! (Marciate, marciate!)
Che un sangue impuro
Abbeveri i nostri solchi!


 

 

Scrive Maso Notarianni

Equidistante un cazzo.

Né né un cazzo.

Sono dalla parte, sempre e comunque, di chi sta sotto le bombe.

Sono contro, sempre e comunque, chi tira le bombe.

Sono contro, sempre e comunque, chi compie atrocità nel nome della patria.

Sono contro chi lascia per suo tornaconto personale che il suo popolo sia bombardato.

Sono contro la patria proprio. Meglio la matria.

Sono contro chi vende armi, contro chi le fabbrica, contro chi le regala.

Sono contro chi manda soldati al macello.

Sono contro chi manda soldati a macellare.

Sono contro chi di guerra si arricchisce.

Sono contro i potenti che si fanno la guerra.

Sono contro chi fa propaganda di guerra per leccare il culo ai potenti.

Sono dalla parte di chi la guerra subisce. E contro chi la fa e la sostiene.

Equidistante un cazzo.

Né né un cazzo.

Ho semplicemente un cervello che rimane acceso nonostante tutto.

Forse perché in guerra ci sono stato.

da qui


...continua qui

venerdì 18 marzo 2022

La guerra: troppo seria per lasciarla ai generali

 La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali, diceva Georges Clemenceau in altri tempi.

Ma i tempi cambiano, adesso i generali sono prudenti, e i politici sono incendiari, ed è un grave problema.

Vorrei provare a fare un piccolo ragionamento, che riguarda l’ignobiltà dei sostenitori dell’Ucraina che inviano armi, oltre che l’ignobiltà di Zelensky, non certo la nobiltà di Putin.

Intanto provo a fare una ricostruzione dei fatti, spero condivisibile e condivisa.

In questa storia ci sono anche i bari, che si chiamano Usa e Nato (dell’Europa nessuno si senta escluso), che avevano promesso che la Nato non si sarebbe allargata a Est. Nel grande gioco iniziato dopo la caduta del Muro di Berlino gli Usa e la Nato, contrariamente alle promesse di disgelo definitivo, hanno per trent’anni allargato la ragnatela della Nato per soffocare la Russia, questo è un fatto, basta guardare le carte geografiche, una partita a scacchi nella quale la Nato ha conquistato molte caselle che dopo il 1989 erano diventate libere.

Negli ultimi anni la Nato voleva inglobare l’Ucraina, per chiudere la Russia e per potere, se necessario, piazzare i suoi missili sui confini a est, oltre che chiudere il Mar Nero alle navi russe.

Nel 2014 la Russia si è ribellata al gioco Nato, si è ripresa la Crimea, e un referendum nel quale hanno votato i tre quarti degli aventi diritto, e di questi il 96% ha votato per l’annessione alla Russia (sulla legalità di tale determinazioni ci sono diverse opinioni, per esempio qui e qui) e ha sostenuto le due repubbliche russofone del Donbass.

Da allora sono successe molte cose in questi anni, la Russia ha continuato, ignorata, a chiedere che l’Ucraina non entrasse nella Nato, che la Crimea russa venisse riconosciuta e che le repubbliche del Donbass (in una continua situazione di guerra a bassa intensità, ma temo che le vittime non sarebbero d’accordo sull’aggettivo bassa) avessero un’ampia autonomia, e quest’autonomia fu riconosciuta dagli accordi di Minsk, che purtroppo non divennero mai operativi.

Interpretando che le cose stessero diventando pericolose per la Russia, Putin ha insistito che venissero discusse (con Ucraina, Usa, Nato) le sue richieste, per poter raggiungere i suoi obiettivi, evidentemente.

Risposta non pervenuta.

A questo punto ha cominciato ad ammassare le truppe ai confini, per dimostrare che faceva sul serio.

Risposta non pervenuta.

Intanto Usa e Nato, parole di Biden, in caso di invasione non sarebbero intervenuti.

Un aiutino all’invasione, conoscendo la psicologia, le paure e le ambizioni di Putin e così è successo.

Fino a qui la ricostruzione dei fatti.

E invasione e guerra ci sono state, mai così prevedibili, previste, auspicate, caldeggiate.

Premetto che non si parla della nobiltà di qualcuno, ma della ignobiltà di tutti.

Di Putin (e della Russia) mi sembra che parlino tutti, o quasi, male, abbastanza a ragione direi, ma mi interessa qui provare a dimostrare l’ignobiltà di chi sta a occidente della Russia.

Le carte di Zelensky non sono molto buone, i suoi alleati europei lo sanno, ma rilanciano sempre più, mandano armi, forse qualche volontario, foreign fighters buoni, chissà.

Il primo ignobile è il comico Zelensky, che non fa ridere, ha messo sul tavolo da gioco non il suo tesoro personale (al sicuro nei paradisi fiscali), ma la vita di 42 milioni di ucraini, un piatto pesante, la Russia ha accettato la partita.

In altri tempi uno come Zelensky sarebbe stato giustiziato per tradimento, ama il suo paese così tanto da spostare i suoi soldi al caldo, ma gioca con la vita dei connazionali.

(Qualcuno dirà che i conti nei paradisi fiscali li hanno tutti, ma è una bugia)

Zelensky ha detto l’altro giorno che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non è nei piani (non poteva dirlo e scriverlo un mese fa?), intanto fa i suoi appelli alle armi in videoconferenza nei parlamenti occidentali, che gli tributano standing ovation.

 

Dove sta l’ignobiltà dell’Europa?

Ci sono tanti motivi, eccone alcuni:

per aver scelto di seguire gli interessi Usa, tra cui la distruzione nei fatti dell’Europa, un suicidio;

per dare armi ai mercenari ucraini, come se fosse normale, come se buttare la benzina nel fuoco lo facesse spegnere prima;

per aver scelto di aumentare gli stanziamenti di guerra nei bilanci statali (sapendo che le spese “sociali” diminuiranno nella stessa misura, almeno), per aver scelto di impoverire i cittadini europei, ormai solo nazionali;

per non aver fatto niente per scongiurare la guerra.

 

Quali sono gli obiettivi dell’Europa?

Comprare il gas del fracking Usa a prezzi tripli rispetto ai prezzi del gas russo?

Sostituire Putin con un ubriacone come Eltsin? E se a sostituire Putin fosse uno Stalin?

Rubare le risorse naturali russe, come si è fatto in Iraq e in Libia?

Ottenere manodopera a buon prezzo, di visi pallidi?

Far ripartire le economie nazionali col traino delle imprese di costruzioni italiane, francesi e tedesche?

Sostenere le imprese di armamenti, che contribuiscono al finanziamento dei politici vanesi, elargiscono tangenti (scusate, si dice commissioni) ai politici, e che magari li assumono a fine carriera?

E cosa succederà se e quando la Scozia e la Catalogna si staccheranno da Gran Bretagna e Spagna, referendum o bombe?

E cosa succederà se e quando fra 25 anni la Germania, riarmata, democraticamente un po’ nazista, metterà i suoi missili contro la Francia per riprendersi Alsazia e Lorena?

Qualcuno si ricorderà di questi mesi?

Si ricorderà qualucuno che il Kosovo serviva per piazzare basi Nato, e che l’Ucraina potrebbe avere la stessa destinazione d’uso?

 

Lasciamo da parte gli Usa, il paese più terrorista del mondo non ha bisogno di motivi per fare quello che fa, è la sua natura, nelle banconote, in filigrana, sotto In God We Trust (Crediamo In Dio), è scritto Shock And Awe (Colpisci E Terrorizza).

 

Il motto delle Nazioni Unite sarà Mors Tua Vita Mea, visto l’incessante impegno dell’Onu per la pace.

 

Intanto seguiamo, impotenti, la partita a poker.

 

L’ipotesi più probabile è che la Russia otterrà (quasi) tutto quello che chiedeva, e che la guerra prevedibile, prevista, auspicata, caldeggiata sarà stata inutile, e naturalmente anche l’Ucraina otterrà una pace a condizioni ottime.

Solo che all’accordo di pace si poteva arrivare prima della guerra, se solo l’ignobile Europa si fosse adoperata in quella direzione.

Alla fine i vincitori saranno i Padroni universali, i Masters of War, i signori delle guerre, e i sicuri perdenti, che novità, la povera gente.

La Russia sarà considerata dalla comunità internazionale (così si autodefiniscono i paesi della Nato) uno stato reietto, perché ha fatto una guerra sbagliata, a differenza degli Usa e degli stati europei, che, come sanno tutti, fanno solo guerre giuste.

E la Cina, seduta sulla riva del fiume, guarda i cadaveri (degli stati) passare, sapendo che poi toccherà a lei.

Probabilmente negli Usa qualche pazzo starà sperando in un’altra guerra mondiale in Europa, e per la terza volta in un secolo gli Stati Uniti d’America salverebbero l’Europa e il mondo.

Una proposta: e se al tavolo per discutere un duraturo accordo di pace sedessero solo i pacifisti ucraini e i pacifisti russi?

Francesco Masala...

continua qui

domenica 15 novembre 2020

La festa è qui - Ida Dominijanni


Non passa neanche un quarto d’ora dall’annuncio alla Cnn della vittoria di Joe Biden che su WhatsApp cominciano ad arrivare da San Francisco, Los Angeles, New York i video delle manifestazioni spontanee di esultanza. Dopo quattro giorni appesi all’ansia per la conta salta il tappo di quattro anni plumbei, aggressivi e depressivi, che avevano immerso nella malinconia il sogno americano. Non che adesso si apra un futuro radioso: asserragliato nella Casa Bianca con i suoi avvocati, il presidente sconfitto si rifiuta di telefonare al vincitore come prassi vorrebbe e promette ancora tempesta. Domani chissà che succede, ma adesso è il momento della festa. L’inviato politico afroamericano della Cnn piange in diretta: “Da oggi è più facile dire ai nostri figli in che paese vivono. We couldn’t breathe”. Non si respirava più. George Floyd è vendicato.

Passano ancora una decina di minuti e le tv cominciano a snocciolare i messaggi ufficiali di felicitazioni dei capi di stato e dei vertici europei: Merkel e Macron, Mattarella, Sassoli e Von der Leyen brindano al riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico. Il presidente sconfitto non riconosce il vincitore, ma il mondo sì: di fronte al fatto compiuto, diventa sempre più difficile per Trump inventarsi i suoi scoppiettanti “fatti alternativi”. Poche ore dopo, dal fortino dello Studio ovale arriverà una briciola di senno: il presidente uscente riconoscerà l’esito legale del voto, non si sa quando e a quali condizioni ma prima o poi, gli stanno spiegando i figli e gli avvocati, sarà costretto a farlo, la vittoria di Biden essendo tale che nessun riconteggio in questo o quello stato può metterla in discussione.

La direzione della storia
Kamala Harris sale sul palco del parcheggio tirato a festa e popolato di mascherine anticovid di Wilmington, la città di Joe Biden nel Delaware, quando in Italia sono passate le due di notte. È magnifica nel suo tailleur bianco, raggiante nei suoi tratti meticci, e d’improvviso con la sua comparsa si palesa la direzione vera che la storia sta prendendo. Il duello tra i due maschi bianchi ultrasettantenni che ha occupato fin qui il centro della scena sfuma come d’incanto sullo sfondo mentre in primo piano si materializza la metà rimossa della storia americana: “La genealogia delle donne nere, ispaniche, immigrate che come mia madre hanno aperto la strada a questo momento, che sono da sempre la spina dorsale della nostra democrazia, che hanno lottato in passato per il diritto di voto e che oggi continuano a lottare per farsi ascoltare”. Figlia di immigrati, nera, asiatica, Kamala Harris è la prima donna a varcare da vicepresidente la soglia della Casa Bianca e a varcarla senza essere la moglie di nessuno, “ma di certo non sarò l’ultima”: un nuovo primato apre una nuova possibilità. Interrotta da Trump, la narrativa del sogno americano può ricominciare.

Biden si incarica di completarne il canovaccio, presentandosi come da copione come il presidente di tutti: “Non ci sono stati blu e stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti d’America”. Ringrazia l’immensa moltitudine dei suoi che si è mobilitata per eleggerlo – mai nella storia tanti voti, quasi 75 milioni, un altro primato – ma ha di fronte un paese spaccato in due e deve riunificarlo in qualche modo; nomina uno per uno i segmenti della coalizione sociale che sono confluiti sul suo nome, “i neri, i bianchi, i latini, i gay e gli etero” ma fa appello agli sconfitti, “vi capisco, anche a me è capitato di perdere, non è piacevole, ma adesso siamo tutti americani”, e lui è lì “per guarire l’America” e ritrovarne l’anima “col potere dell’esempio e l’esempio del potere”.

We did it!
Come sempre nei momenti topici, l’istantanea del palco di Wilmington restituisce lo stato delle cose più di mille analisi politologiche. Con la sua sola fisicità, ma anche con la sua retorica scarna e diretta – “Hi Joe, we did it!”, così la sua telefonata di congratulazioni a Biden – Harris archivia d’un botto l’estetica mortifera, plastificata e berlusconiana, della corte di Trump, e d’un botto riporta alla memoria quella piena di vita e di futuro della famiglia nera che nel 2008 era salita sull’indimenticabile palco del parco di Chicago. Il backlash trumpiano, suprematista e razzista, che nel 2016 aveva cercato di mettere una pietra tombale sull’era obamiana sconfiggendo al contempo la prima candidata bianca alla presidenza viene fermato non per caso dall’ex vice, bianco, di Obama e da un’altra donna, meticcia come Obama. Nei momenti topici, la storia presenta sempre il conto e i conti, alla fine, tornano.

La narrativa progressista dell’esperimento americano può ripartire, ma non siamo nel 2008, se non per il fatto che oggi come e più di allora, incombe sul governo democratico una crisi economica di proporzioni incalcolabili. Quattro anni di populismo suprematista lasciano un segno anch’esso incalcolabile e non si sa quanto cicatrizzabile, e dalle urne esce un paese spaccato in due come una mela, polarizzato politicamente e soprattutto, in una delle due metà, psichicamente bipolare, oscillante fra fissazioni identitarie e incubi complottistici, cognitivamente disorientato sul confine perduto tra vero e falso. L’anima dell’America, quella che Biden evoca come discendente dai Lumi e alleata della scienza al tempo del covid, faticherà non poco a riportare alla razionalità politica l’emotività postpolitica del popolo trumpiano. E non si tratta soltanto, come pensano in coro molti commentatori di casa nostra, di mettere all’opera l’abilità da politico di lungo corso di Biden, la sua sperimentata capacità di mediare con un senato che probabilmente resterà repubblicano e di comporre una squadra di governo incorporando i moderati della sua coalizione e magari qualche repubblicano in fuga dal trumpismo. Le cose saranno più complicate, e lo schema di gioco, per fortuna, meno scontato.

Guardando all’esito del voto infatti, e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: “La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato”: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.

In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro blu”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri.

La partita di Bernie Sanders
Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.

Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal.

Si vedrà nel frattempo che ne sarà del lascito di Trump, che non ha solo mantenuto, com’era nelle previsioni, il suo consenso ma l’ha accresciuto, non solo nelle zone rurali ma perfino in settori insospettabili come l’elettorato femminile bianco e in quello gay, a dimostrazione che il populismo scompagina tutte le caselle e le linee di conflitto novecentesche con cui siamo abituati a ragionare. Il presidente sconfitto non ha molti appigli per le sue fantasie golpiste: il rito del voto ha tenuto, e il sistema giudiziario non è nelle sue mani per quanto lui abbia fatto di tutto per appropriarsene, dai tribunali statali alla corte suprema. La forma democratica ha retto al suo assalto e reggerà a quello eventuale dei Proud boys. Anche per lui, la strada è solo politica: deve decidere che fare del capitale di consenso accumulato, e lo stesso dovrà fare il suo partito, per ora incerto fra la tentazione di mollarlo e quella di incassare il suo malloppo di settanta milioni di voti.

Nel mondo intanto l’internazionale sovranista, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, d’improvviso piange. Quanto a noi qui sull’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo capito che il sovranismo populista può portare le pericolanti democrazie occidentali sull’orlo del baratro, ma può essere sconfitto, quando il popolo plurale che si mobilita dal basso intorno a valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà prevale sul popolo mobilitato dall’alto e compattato da leader superomisti sulla base di valori gerarchici e identità escludenti. Forse la politica può rimettersi in moto anche da questa parte dell’oceano.

da qui