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lunedì 14 settembre 2026

Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali - Enrica Perucchietti

In Fahrenheit 451 i libri bruciavano perché le idee che custodivano facevano paura. Per salvarle dall’oblio, i dissidenti immaginati da Ray Bradbury imparavano le opere a memoria, trasformandosi essi stessi in biblioteche viventi. Oggi, le fiamme sono state sostituite dagli scanner: milioni di volumi vengono acquistati da aziende di intelligenza artificiale, smembrati, digitalizzati e, infine, distrutti affinché il loro contenuto possa alimentare le macchine. La conoscenza non scompare, ma cambia padrone: dall’oggetto fisico e cartaceo, accessibile e rivendibile a tutti, passa negli archivi privati delle grandi aziende tecnologiche. Una biblioteca sterminata viene sacrificata per costruirne un’altra, invisibile e proprietaria e, mentre gli algoritmi imparano a scrivere come gli esseri umani, una parte del patrimonio culturale che li ha nutriti finisce al macero.

Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Gli atti della causa intentata dagli scrittori Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson hanno rivelato che l’azienda aveva scaricato oltre sette milioni di copie digitali da archivi pirata come Books3, LibGen e Pirate Library Mirror. Quando i rischi legali sono diventati evidenti, Anthropic ha cambiato strategia. All’inizio del 2024 ha affidato a Tom Turvey, già responsabile del progetto Google Books, il compito di ottenere «tutti i libri del mondo» aggirando, per quanto possibile, gli ostacoli legali e commerciali. È nato così Project Panama, un piano che un documento interno descriveva come il tentativo di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», accompagnato da un ordine eloquente: «Non vogliamo che si sappia che ci stiamo lavorando». L’azienda acquistava decine di migliaia di volumi alla volta, spesso usati, da fornitori come Better World Books e World of Books. La lavorazione veniva poi affidata a società esterne: macchinari idraulici tagliavano i dorsi, separavano le pagine e le passavano negli scanner industriali. La carta residua finiva al macero, mentre i file entravano nella biblioteca digitale permanente di Anthropic e, almeno in parte, nei dati utilizzati per addestrare Claude. Nel giugno 2025, il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare i modelli di Anthropic con libri regolarmente acquistati e digitalizzati rientra nell’uso legittimo, mentre non è lecita l’acquisizione di opere da archivi pirata. Su quest’ultimo punto, Anthropic ha chiuso la controversia senza ammettere responsabilità, accettando un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Il messaggio per l’industria è chiaro: comprare, digitalizzare e distruggere un libro è giuridicamente molto meno rischioso che copiarlo illegalmente.

Il fenomeno sembra, però, estendersi ben oltre Anthropic. Dalla primavera scorsa, diversi antiquari europei hanno segnalato ordini anomali, eseguiti automaticamente durante la notte e diretti verso intermediari che acquistano un solo esemplare per titolo. Non soltanto classici o bestseller, ma libri di cucina, biografie, romanzi dimenticati, saggi fuori catalogo e pubblicazioni risalenti agli anni Settanta. Secondo un’inchiesta della radiotelevisione svizzera, nella sola Germania sarebbero stati rastrellati circa 700 mila titoli e fino a tre milioni nel mondo. I libri pubblicati prima dell’avvento dell’AI generativa sono particolarmente ricercati perché contengono testi scritti e revisionati interamente da esseri umani. Addestrare i modelli sui contenuti prodotti da altre AI rischia, infatti, di impoverirne progressivamente il linguaggio e amplificarne gli errori. Per imparare a scrivere come noi, le macchine devono, quindi, “divorare” ciò che abbiamo scritto prima del loro arrivo. Ad agosto, inoltre, 404 Media ha seguito con un dispositivo di localizzazione una spedizione di libri rari fino al centro Amazon VGT3 di Las Vegas. Dipendenti della struttura hanno riferito che lì i volumi vengono privati del dorso e scansionati. Amazon non ha, però, confermato che i libri fossero destinati all’addestramento dell’AI, né ha chiarito l’utilizzo finale dei testi digitalizzati.

Ora, diciotto organizzazioni statunitensi, tra cui Demand Progress Education Fund, Consumer Federation of America e Institute for Local Self-Reliance, chiedono alla Federal Trade Commission di indagare. Definiscono il sistema “hoard-and-destroy”: “accumulare e distruggere” per trasformare una risorsa comune in un vantaggio esclusivo. Il rischio riguarda soprattutto testi rari, edizioni minori, pubblicazioni straniere e libri mai digitalizzati: una volta eliminato l’originale, la sola versione superstite potrebbe restare rinchiusa negli archivi di un colosso tecnologico. La questione supera così il diritto d’autore e investe l’accesso alla conoscenza: soltanto le aziende più ricche possono rastrellare milioni di volumi e trasformarli in un vantaggio competitivo inaccessibile agli altri. Non siamo ancora ai roghi di Bradbury, ma il paradosso rimane: i libri vengono divorati dalle macchine e poi distrutti, mentre ciò che custodivano finisce negli archivi privati degli oligopoli della Silicon Valley.

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martedì 10 marzo 2026

Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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mercoledì 4 marzo 2026

Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files - Enrica Perucchietti

Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

 

1. La presenza di contenuti violenti

Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.

L’ammissione implica l’esistenza di materiale ben più compromettente rispetto a quello reso pubblico. Tra i documenti pubblicati figurano e-mail che attestano lo scambio di video di torture tra Epstein e l’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che si è dimesso dai vertici di DP World dopo le polemiche. Il rilascio appare dunque parziale e fortemente selettivo.

 

2. I documenti FBI citano l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana

Un memorandum dell’FBI (FD-1023) riporta la testimonianza di una fonte confidenziale secondo cui Epstein avrebbe operato per l’intelligence israeliana, il Mossad. Non si tratta di una prova giudiziaria, ma l’informazione è agli atti. I files mostrano, inoltre, rapporti stretti e duraturi con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e con Yehoshua “Yoni” Koren, alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN) e suo collaboratore diretto, che ha soggiornato per settimane nell’appartamento di Epstein a Manhattan, in almeno tre occasioni tra il 2013 e la fine del 2015.

 

3. Donazioni e flussi finanziari verso nodi centrali dell’ecosistema israeliano

La documentazione fiscale contenuta negli Epstein Files mostra donazioni e trasferimenti economici verso fondazioni e soggetti collegati all’ecosistema istituzionale israeliano. Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish National Fund (JNF), coinvolto nella gestione dei terreni e nella costruzione di insediamenti, inclusi quelli in Cisgiordania.

 

4. I legami con l’alta finanza globale

Gli Epstein Files ricostruiscono una rete di rapporti con il mondo della grande finanza internazionale. Tra i contatti figurano esponenti di famiglie storiche e dirigenti apicali di importanti istituzioni bancarie, in particolare il gruppo Rotschild. In una mail del 28 febbraio 2026, Epstein scriveva a Peter Thiel vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild: «Come probabilmente sai, rappresento i Rothschild». Un documento del 5 ottobre 2015 indica che la sua società offshore, la Southern Trust Company Inc., aveva siglato un accordo da 25 milioni di dollari con il gruppo Rothschild per servizi di analisi del rischio e algoritmi finanziari. Significativo è anche il caso di Kathy Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs ed ex consigliera della Casa Bianca, che si è dimessa dopo la pubblicazione delle e-mail che evidenziavano uno stretto rapporto con Epstein, da lei descritto come una figura di riferimento personale.

 

5. Le connessioni con il World Economic Forum

Sono documentati i rapporti di Epstein con figure legate al World Economic Forum, tra cui il CEO Børge Brende e l’intermediario Olivier Colom, di cui sono agli atti mail disturbanti in cui si paragonano le donne a “gamberetti”. Le carte indicano che Brende ha partecipato ad almeno tre cene di lavoro con Epstein tra il 2018 e il 2019 e che vi sono stati numerosi scambi di e-mail, foto e messaggi SMS tra i due. In un’e-mail del 16 settembre 2018, Epstein avanzava delle proposte sul futuro del World Economic Forum (WEF): «Davos può davvero sostituire l’ONU».

 

6. I progetti con Steve Bannon per finanziare la destra sovranista europea

Dai documenti emerge il tentativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per sostenere finanziariamente movimenti e partiti della destra sovranista europea, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui l’ex stratega di Donald Trump cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa. I files mostrano discussioni, ipotesi operative e canali di finanziamento transnazionali, anche se molti progetti non si sono concretizzati. Bannon chiese aiuto, nel 2018, per contatti in Europa: «Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento europeo e con esso l’UE?», mentre il 5 marzo 2019 scrisse di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete».

 

7. Epstein come facilitatore di relazioni diplomatiche multilaterali

Gli Epstein Files delineano un quadro di relazioni e mediazioni internazionali che coinvolgono figure come l’ambasciatrice norvegese Mona Juul e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. Epstein, modificò il testamento due giorni prima della morte, destinando 10 milioni di dollari  ai due figli di Juul. A questo si aggiungono legami finanziari opachi, soprattutto tramite il marito Terje Rød-Larsen (ex alto funzionario ONU, dimessosi nel 2020 proprio per legami con Epstein), che in passato ammise prestiti e donazioni da Epstein al suo International Peace Institute.

 

8. I tentativi documentati, ma falliti, di incontrare Putin

Le e-mail private di Epstein, soprattutto tra il 2010 e il 2018, rivelano una sequenza ripetuta di tentativi falliti di avvicinamento al Cremlino. Il finanziere appare ossessionato dall’idea di incontrare Vladimir Putin, percepito come un interlocutore strategico su investimenti, economia e potere globale. Un ruolo centrale in questi tentativi è attribuito all’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, all’epoca figura influente nei circuiti diplomatici europei. I tentativi non hanno avuto successo, ma la loro esistenza è indicativa dell’ambizione geopolitica del network in cui Epstein si muoveva.

 

9. I contatti con Gates e JP Morgan sui progetti di “previsione” delle pandemie

Tra il 2015 e il 2017, anni che precedono l’esplosione della crisi da Covid-19, compaiono scambi di mail che chiamano in causa Bill Gates e ambienti riconducibili a Epstein e a JPMorgan Chase, in un perimetro di discussione che ruota attorno alla “preparazione alle pandemie”, alle simulazioni di ceppi patogeni e alla costruzione di infrastrutture – anche finanziarie e tecnologiche – per la gestione delle emergenze sanitarie. I documenti mostrano come, ben prima del 2020, una parte dell’élite economica stesse ragionando su scenari pandemici anche in termini di “opportunità” di intervento, investimento e governance.

 

10. Il finanziamento di progetti di clonazione umana ed editing genetico

Infine, gli Epstein Files documentano il sostegno economico di Epstein a progetti di ricerca avanzata nel campo della clonazione umana e dell’editing genetico. A partire dai primi anni 2000, in diverse occasioni, il finanziere di Brooklyn confidò a scienziati e uomini d’affari le sue ambizioni di utilizzare il suo Zorro Ranch, nel Nuovo Messico, come laboratorio in cui alcune donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Documenti pubblicati rivelano che Epstein stava finanziando un progetto di Bryan Bishop volto a progettare «la nascita di un bambino umano su misura, e possibilmente di un clone umano, entro 5 anni». Epstein appare coinvolto personalmente anche nella sperimentazione di tecniche di editing genetico, tramite il cosiddetto “Venus Project”, del dottor Joseph Thakuria, all’epoca medico e ricercatore affiliato al Massachusetts General Hospital (MGH) e collaboratore del Personal Genome Project della Harvard Medical School.

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sabato 3 gennaio 2026

Pfizergate: chiusi i conti correnti a Frédéric Baldan, l’uomo che ha denunciato von der Leyen - Enrica Perucchietti

 


«Le banche si sono arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna motivazione». Frédéric Baldan, autore del saggio Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni. Le banche belghe Nagelmackers e ING hanno comunicato la rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili, chiedendogli la restituzione delle carte di credito. Un caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo: il cosiddetto caso Pfizergate. Baldan, ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e maggio 2022, mai resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Ora, oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione finanziaria.

Raggiunto da noi telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che «le banche hanno iniziato a crearmi problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica spiegazione plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di un ordine impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie». Al contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire: «Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato visualizzato 600.000 volte in 24 ore.

Ho ricevuto molti messaggi di sostegno e ringrazio il pubblico internazionale per questo. Forse l’obiettivo è quello di delegittimarmi, ma in realtà sta accadendo l’opposto. Sarò semplicemente temporaneamente impossibilitato a ricevere i diritti d’autore, ma il mio editore italiano, Guerini, potrà continuare a diffondere le verità contenute in questo libro, ed è questo l’aspetto essenziale per me». Baldan è un tecnico del sistema che ha deciso di testimoniarne pubblicamente la degenerazione e il suo atto d’accusa parte dall’“SMSgate”, i messaggi tra von der Leyen e Bourla sui contratti Pfizer, mai consegnati alla magistratura europea. L’indagine della Procura di Liegi, cui ha depositato querela, è stata ostacolata dal muro di gomma delle istituzioni comunitarie. Nonostante l’ostracismo, a maggio di quest’anno, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato la Commissione Europea, stabilendo che la Commissione europea ha agito in modo illegittimo rifiutando di pubblicare gli SMS, in quanto tali comunicazioni rientrano nei documenti ufficiali dell’Unione e devono essere accessibili al pubblico. La Commissione europea ha successivamente lasciato scadere il termine per impugnare la sentenza: un’ammissione implicita di responsabilità politica.

Nel suo libro, pubblicato in Italia da Guerini Edizioni nella collana Scintille diretta dal giornalista ed ex Presidente RAI Marcello Foa, Baldan descrive da insider i meccanismi e le tecniche di manipolazione delle lobby che, secondo lui, hanno colonizzato Bruxelles. Nel libro non racconta soltanto la genesi del caso Pfizergate, ma ricostruisce la struttura profonda che lo ha reso possibile: una rete di interessi, fondazioni e lobby che dominano Bruxelles e che si dipana tra le istituzioni UE, le multinazionali farmaceutiche e i think tank legati al World Economic Forum. L’autore spiega come durante la crisi sanitaria il confine tra pubblico e privato sia stato cancellato, e come l’“affare Pfizer” rappresenti il simbolo di una Commissione che ha agito al di fuori del mandato democratico. Nella sua prefazione, Foa definisce Baldan «un testimone scomodo» che paga il prezzo del suo coraggio e lo descrive come «un uomo che ha rotto il tabù del suo mestiere», scegliendo di non chiudere gli occhi davanti all’abuso di potere. Un gesto di ribellione che gli è costato caro: la Commissione gli ha revocato l’accredito di lobbista nel 2023 e ora due banche gli hanno chiuso i conti bancari. Una sanzione economica e simbolica insieme, quest’ultima, che sa di vendetta e di messaggio a chiunque volesse seguire le sue orme. La rappresaglia economica è la versione finanziaria della censura: il “debanking” è divenuto, infatti, il nuovo strumento di esclusione sociale dei dissidenti. Non servono più scomuniche o tribunali, basta un algoritmo di compliance o una decisione del “risk management”. In nome di qualche codice etico si eliminano le voci fuori dal coro o fastidiose per il Sistema. Baldan lo scrive con amara ironia: «Il diritto di resistere agli abusi del potere, oggi, passa per il diritto di avere un conto corrente». Dietro la freddezza burocratica delle lettere bancarie che precedono la chiusura dei conti si intravede il messaggio politico: chi accusa la Commissione rischia di essere cancellato anche come cittadino economico.

La chiusura dei conti bancari non è un dettaglio: in Belgio, come altrove, la libertà economica è precondizione della libertà d’opinione. Quando il sistema bancario decide chi può operare e chi no, la democrazia diventa condizionata. Le prime avvisaglie le abbiamo avute in Canada, quando il governo Trudeau ha congelato i conti dei camionisti del Freedom Convoy durante le proteste anti-Green Pass. Nel Regno Unito il “debanking” è ormai una realtà: la chiusura di conti correnti per motivi ideologici colpisce cittadini, imprese e giornalisti. Il caso più noto è quello di Nigel Farage, a cui la banca Coutts – controllata in parte dal governo – ha chiuso il conto non per ragioni economiche, ma per le sue opinioni sulla Brexit e i legami con Trump. Secondo un’inchiesta del Daily Mail, nel Paese vengono chiusi circa mille conti al giorno. Le banche giustificano le decisioni con l’“etica aziendale” o con la definizione di “politically exposed person”, ma di fatto esercitano un potere censorio che limita la libertà individuale. Non solo privati, ma anche aziende, enti di beneficenza e giornalisti vengono colpiti per il reato di opinione. Tra le vittime figurano il giornalista Simon Heffer e il blogger scozzese Stuart Campbell. Questa deriva, aggravata dalla progressiva eliminazione del contante, mette a rischio la democrazia, trasformando le banche in arbitri delle opinioni politiche e strumenti di censura economica. In Germania è accaduto ad Alina Lipp, giornalista divergente e corrispondente dal Donbass, in Italia la scure finanziaria ha colpito l’emittente Visione TV e l’associazione Vento dell’est con l’accusa di “filoputinismo”.

La reazione delle istituzioni finanziarie nei confronti di Baldan non può che suscitare preoccupazioni tra coloro che vedono in questo comportamento un tentativo di silenziare le voci divergenti. La chiusura dei conti e le ritorsioni subite dall’autore sono state interpretate come un segnale di come le lobby possano influenzare non solo le politiche, ma anche la vita privata e professionale di chi osa sfidarle. Il caso Baldan mette a nudo un cortocircuito tra potere finanziario e governance europea. L’autore di Ursula Gates aveva invocato la trasparenza sui contratti Pfizer e sulla catena di decisioni che, dal World Economic Forum all’OMS, hanno condizionato le politiche sanitarie dell’Unione. Oggi viene trattato come un paria. Nel suo ultimo messaggio su X scrive: «L’intimidazione non funziona. Rafforza solo il nostro impegno». La solidarietà che chiede non è ideologica ma civile: acquistare il libro, diffondere la notizia, rompere il silenzio. Perché la libertà d’espressione, privata di mezzi e voce, si spegne nell’indifferenza. Il Pfizergate non è soltanto uno scandalo di contratti segreti, ma il simbolo di un nuovo ordine in cui le istituzioni che predicano l’inclusione praticano, invece, l’esclusione. Baldan diventa così il volto di una resistenza che attraversa l’Europa: quella di chi rifiuta di essere silenziato per via bancaria e che pretende verità e trasparenza. La vicenda belga dimostra che questa battaglia non è finita: è appena iniziata. E si combatte oggi sul terreno più fragile, quello della libertà economica, ultimo baluardo della libertà politica e civile.

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