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giovedì 28 maggio 2026

L’Operazione “Blue Moon”

  

L’Operazione “Blue Moon”

Così come si narra nella leggenda secondo cui scoperchiando il vaso di Pandora ne sarebbero fuoriusciti tutti i “mali del mondo”, nella realtà del nostro paese, appena si trova una traccia di “malaffare e malversazione varia”, ecco che ne fuoriescono (come nella leggenda del vaso), fatti e personaggi che definire “strani” è ben poca cosa.

Lo sdoganamento della destra exfascista e neofascista, compiuto attraverso l’elezione del primo governo Berlusconi, la loro entrata nell’agone politico-amministrativo nostrano (che ha poi comportato l’elezione o la nomina di sindaci, di ministri, di sottosegretari e di amministratori pubblici di vario grado e genere, etc…), ha fatto emergere un’area sociale che o si credeva dispersa, oppure non più in grado di nuocere perché affogati nella “melassa” perbenista o nella dimenticanza!!

Ancora non si sono chiariti tutti i retroscena che hanno accompagnato gli anni della “strategia della tensione” (stragismo, servizi deviati, indagini depistate, omicidi di esponenti “scomodi” ecc… ecc…), che adesso sta emergendo un’altra strategia!

Strategia e progetto messi in opera a partire dalla seconda metà degli anni ’70 per combattere e ridurre allo stato “di totale impotenza”, interi settori sociali e giovanili, che avevano osato ribellarsi e rifiutare lo stato di cosa allora presente nel paese. Ci riferiamo all’operazione denominata Blue Moon e all’impatto che ebbe sui movimenti degli anni ’70

Abbiamo appreso delle dichiarazioni che il testimone Roberto Cavallaro ha reso nel processo a Brescia sulla strage di Piazza della Loggia (avvenuto il 28 maggio 1974, ad opera di un gruppo neofascista). “Non ha dubbi Roberto Cavallaro, ex sindacalista della Cisnal, sentito ieri nell’ottantaquattresima udienza del processo per la strage di piazza della Loggia: Ordine Nuovo era legato a doppio filo con i servizi segreti deviati. Una convinzione che deriva dalla partecipazione diretta a un determinato ambiente e non da voci raccolte tra i militanti dell’estrema destra. Cavallaro che ha collaborato dal ’71 al ’73 con il Sid (servizi di sicurezza), tra le sue dichiarazioni ha anche rivelato che: «Con l’operazione Blue Moon si voleva promuovere la diffusione di droga per limitare la ribellione dei giovani”.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/117894__ordine_nuovo_protesi_dei_servizi_deviati/


Ma all’origine era l’operazione Chaos (dalla quale è poi stata realizzata l’operazione denominata Blue Moon), un’iniziativa “coperta”, ossia segreta, messa in atto dalla CIA nel 1959, inizialmente nata per contrastare gli avvenimenti che avevano portato al potere Fidel Castro a Cuba e che prevedeva l’infiltrazione tra gli “esuli” anticastristi (in previsione dell’operazione fatta poi con lo sbarco della Baia dei Porci nell’aprile del 1961, operazione militare appoggiata dalla Cia per rovesciare il governo di Fidel Castro). Tutto questo si può vedere nei documenti desecretati dal governo USA (CIA ed altre sezioni speciali) a questo link: (http://www.serendipity.li/cia/lyon.html).

Vista la “buona” riuscita dell’operazione, si è pensato successivamente di avviarla su larga scala, soprattutto quella europea, che allora, era attraversata da grandi movimenti giovanili di contestazione radicale contro i rispettivi governi – i movimenti del’68 in Francia, Italia, Germania e poi il movimento del ’77 italiano. E’ iniziata così una operazione “coperta” che prevedeva l’infiltrazione e, soprattutto, la diffusione di “sostanze” psicotrope, LSD, droghe leggere e pesanti (eroina, morfina, marijuana), pasticche anfetaminiche di vario tipo ed effetto (benzedrina, metedrina ecc..).

Ciò aiuta a capire come (del tutto inconsapevolmente), ampi settori sociali giovanili negli anni ’70 si siano fatti irretire o affascinare da comportamenti ritenuti alternativi, antagonisti o di grande valore estetico!!!

Da una indagine sviluppata nell’area metropolitana di Roma (http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114), si mette in evidenza come nel 1970 nella capitale fossero schedati “solo” 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, era ancora una sconosciuta.

L’ inchiesta rileva: “Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio. Nel 1970, l’equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142”.

E ancora “Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido”.

Una connessione evidente con gli sviluppi del progetto Chaos è data da quanto riportato nel documento summenzionato, quando si riferisce che: “All’epoca ci fu una colossale operazione della sezione narcotici che su un “barcone”, ancorato presso il fiume Tevere, fermò e arresto con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti decine di giovani romani, perlopiù appartenenti alla generazione cosidetta “hippie” o “beat”. La colossale montatura, del “Tempo” coadiuvata in questo dal servizio segreto del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (al quale ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rapporto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” .

Sempre su questa falsariga si evidenzia anche come: Il lavoro, capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto, funziona su un doppio livello:

a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura con­tro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica.

b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina (…)

Un altro studio (www.moviesport.net/vecchienuovedroghe/vecchieenuovedroghe.pdf), sempre sui comportamenti giovanili e loro “usi e costumi” analizza il fenomeno “droghe” in veloce sviluppo, si vede la storia che ha sviluppato, in senso anti-movimento, la diffusione massiccia di sostanze che aveva come unico scopo quello di allontanare settori sempre più ampi di giovani dalla partecipazione a forme di contestazione del sistema politico vigente allora: “Si può ben dire che il problema “droghe d’abuso” ha attraversato la società occidentale in forma esplosiva; il fenomeno era sporadico e circoscritte a sparute avanguardie culturali fino alla II Guerra Mondiale, mentre ha assunto una diffusione massiva nell’intero mondo occidentale in relazione al maggior benessere, ai rivolgimenti sociali, alla globalizzazione dei consumi e dei comportamenti”.

Omettendo le radici storiche (mistico-religiose) del fenomeno ‘droga’, le tappe recenti possono essere così sintetizzate:

• Primi del ‘900: la rivoluzione industriale

• L’uso bellico (eroina + cocaina)

• La diffusione delle droghe d’abuso nelle ‘società del benessere’ (StatiUniti verso Europa); il movimento hippie e la diffusione degli allucinogeni e della cannabis

• In Italia anni ’70: diffusione delle amfetamine, da prescrizione medica; inizio della diffusione dell’eroina

• Fine anni ’80: comparsa dell’“ice” (d-metil-amfetamina cloridrato) in cristalli da fumare insieme al tabacco di sigaretta.

• Anni ’90: diffusione delle ‘droghe da discoteca’ (associazione di sostanze psicoattive, stimolanti e allucinogene: le extasy)

• Allargamento del mercato della cocaina, dall’uso elitario al consumo diffuso; l’introduzione del crack

http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114

Nella guerra di bassa intensità scatenata dagli apparati statali (italiani e statunitensi) contro i movimenti alla sinistra del Pci, appare chiaro come essi agissero su più fronti utilizzando sia la diffusione di stupefacenti in funzione disgregante, sia la repressione (con almeno 5mila persone finite in carcere per reati politici) ed infine con la “carota”.

Il governo di allora, quello cosiddetto “dell’unità nazionale”, vedeva nella gestione delle politiche governative sia i democristiani che l’opposizione rappresentata allora dal PCI ma che assicurava il sostegno al governo prima con l’astensione e poi con la solidarietà nazionale.

Venne allora varata una legge, detta “dell’occupazione giovanile” – la Legge 285/77 – che recitava così:

Allo scopo di:

1) incentivare l’impiego straordinario di giovani in attività agricole, artigiane, commerciali, industriali e di servizio, svolte da imprese individuali o associate, cooperative e loro consorzi ed enti pubblici economici;

2) finanziare programmi regionali di lavoro produttivo per opere e servizi socialmente utili con particolare riferimento al settore agricolo e programmi di servizi ed opere predisposti dalle amministrazioni centrali;

3) incoraggiare l’accesso dei giovani alla coltivazione della terra;

4) realizzare piani di formazione professionale finalizzati alle prospettive generali di sviluppo, per il 1977 e per i successivi tre anni e’ stanziata la complessiva somma di lire 1.060 miliardi (…)

da qui

 

Decine di migliaia di giovani disoccupati (circa 80.000), moltissimi dei quali altamente scolarizzati, poterono così trovare un lavoro e relativo salario, presso le amministrazioni pubbliche, attraverso la creazione di cooperative che poi venivano assorbite dall’ente pubblico presso il quale avevano sviluppato i loro progetti e interventi lavorativi.

Questa operazione, tipicamente democristiana, ha avuto come obiettivo e come effetto politico soprattutto quello di disinnescare la bomba sociale rappresentata dalla disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive.

Il movimento che si era sviluppato nel ’77 venne così ferocemente stretto: da una parte da una repressione sempre più feroce, e dall’altra vittima (inconsapevole) delle sue contraddizioni e debolezze interne.

Da testimonianze raccolte dopo che si era completamente perso qualsiasi ricordo o interpretazione minimamente critica di quegli anni, si capisce meglio adesso quali e quanti soggetti e strutture “coperte” abbiano lavorato per sconfiggere una contestazione e opposizione che, allora, aveva messo veramente alle strette il sistema dominante. Due esponenti del movimento degli anni ’70 (Miliucci e Ambrosini) ne commentano criticamente a posteriori le sottovalutazioni (vedi: http://rebusmagazine.org/tematiche/1977-eroina-e-rivoluzione/).

A conclusione di questa riflessione, possiamo rilevare insieme a quest’elemento di “storicizzazione”, un secondo ordine di considerazioni che attengono invece all’attualità. Al ciclo dell’eroina, mai del tutto esauritosi, si è accompagnata la diffusione, costante e progressiva nell’ultimo trentennio, della cocaina

In questa fase entra in campo, ancora una volta (se mai ce ne fossimo allontanati) la destra neofascista, alla quale il sistema dominante di allora, ma anche quello odierno, ha appaltato il lavoro sporco di diffusione e di spaccio delle droghe pesanti (eroina e cocaina).

Oggi è la cocaina – diventata low cost – a farla da padrona anche nei quartieri popolari e notiamo come nelle cronache nere si scoprano sempre più frequentemente elementi e soggetti ex militanti di gruppi neofascisti coinvolti in quest’attività

Un caso su tutti, emblematico perché molto cruento e ancora oggi senza (apparentemente) colpevoli dichiarati, è quello dell’omicidio di Fausto e Iaio. Ci sono solo sospetti e forse qualcos’altro, ma come direbbe Pasolini: “Io so, ma non ho le prove!!”

Seguendo questo link http://strozzatecitutti.info/2011/05/26/quando-i-fascisti-spacciavano-eroina-di-emiliano-di-marco/ viene alla luce il contesto nel quale matura l’omicidio di Fausto e Iaio a Milano.

“Proprio lo scenario di una saldatura tra ambienti malavitosi e formazioni di estrema destra è quanto stava venendo alla luce, a Milano, in una inchiesta, effettuata con interviste audioregistrate da due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, tra i tossicodipendenti del Parco Lambro. I due ragazzi furono uccisi il 18 marzo del 1978 in un agguato rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR – brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana. I nastri registrati e gli appunti dell’inchiesta, in cui Fasto e Iaio stavano venendo a capo delle implicazioni dei gruppi neofascisti milanesi nel traffico di droga, non furono mai rinvenuti”.

Nel medesimo link, l’autore conferma, ancora una volta, il punto di partenza del nostro ragionamento ossia le rivelazioni dell“l’affaire” Cavallaro.

“Arrestato ed inquisito dalla magistratura nell’ambito dell’indagine sul fallito golpe, riferì agli organi inquirenti che, nel 1972, mentre si trovava in addestramento in Francia, apprese dell’esistenza di una operazione segreta della CIA in Italia, denominata Blue Moon, con l’obiettivo della diffusione delle sostanze stupefacenti a base di oppiacei tra i giovani delle principali città italiane e per sviluppare disgregazione sociale, con l’obiettivo di diffondere il consumo di droga negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca, fiaccandone le velleità rivoluzionarie ed esaltandone gli istinti individualisti ed anarcoidi, come già era stato sperimentato con successo negli USA. L’operazione Blue Moon “era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.”

C’è abbondante materia su cui riflettere, indagare, approfondire, connettere. Per far comprendere ai più giovani cosa sono stati veramente i movimenti di lotta degli anni Settanta – oggi pesantemente evocati ed esorcizzati appena qualcuno starnutisce un po’ più forte o indossa una t-shirt sconveniente – e come sono stati combattuti dal sistema dominante che sta mettendo oggi all’opera i provvedimenti antipopolari che all’epoca non riusciva a imporre per la forte resistenza politica e sociale che incontrava nel paese.

da qui

 

Operazione Blue Moon/2. La guerra non ortodossa in Italia

Proseguendo una rilettura, o inchiesta, sulle vicende riguardanti gli anni ’70 ed i movimenti che si sono sviluppati in quegli anni (dal ’68 in poi fino al ’77), ci imbattiamo (come mai???) in un personaggio che molti di oggi non faranno fatica a riconoscerlo o almeno ad averne sentito parlare: Si tratta dunque del noto, e famigerato, personaggio di: Ronald Stark.
Sul ruolo da lui ricoperto nelle vicende che hanno coinvolto il nostro paese in quella che è stata poi definita “una guerra di bassa intensità!”, esiste una vasta pubblicistica e documentazione.
Se qualcuno ha, ingenuamente reputato come favole che la diffusione della droga era organizzata dalla Cia per fiaccare la ribellione dei giovani, negli anni Sessanta e Settanta; ebbene chi poteva mai dare retta alla storia che veniva allora raccontata e che poteva somigliare a paranoie dietrologiche raccontate dai gruppi alternativi americani, i cosiddetti “guru del Movement”;  i quali vedevano complotti dappertutto?
Ora, meglio tardi che mai, sorpresa!! Dal gran mazzo di carte e documenti «classificati», sui quali Bill Clinton (allora era presidente USA) tolse il segreto, spunta qualche foglio che rilancia quella tesi considerata «assurda e paranoica»; delineando scenari da X-Files (sit-com allora ancora sconosciuta, ma che oggi appare molto verosimile!!).
Lo scrittore G. De Lutiis, in un suo recente libro (I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti), dedica all’argomento diverse pagine. Questa lettura, che dovrebbe interessare sia i licei che le università, per documentare l’assurda vicenda di un Paese che pare abbia vissuto due differenti storie: una ufficiale, composta da un personale politico e imprenditoriale, da uomini di cultura e autori di canzonette, e un’altra probabilmente sotterranea, fatta di intrighi, dossier, golpe tentati e stragi riuscite.
In questa pubblicazione De Lutiis, (studioso e consulente della commissione parlamentare sulle stragi), ha utilizzato i dati contenuti nei documenti Usa e ricapitolati in un rapporto del Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri: titolato Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa compiute in Italia tra il 1969 e il 1974 attraverso l’Aginter Presse.
Tutto ciò, in gran parte, proviene da un documento redatto dal capitano Massimo Giraudo, l’ufficiale che ha supportato il giudice istruttore Guido Salvini nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e sull’eversione di destra in Italia. In questa documentazione (individuata da De Lutiis) viene evidenziato il ruolo avuto dal Piano Chaos, programma, attuato tra il 1968 e il 1974, della cosidetta “guerra psicologica e a bassa intensità” (“psychological and low density warfare”) dell’Occidente contro il comunismo, attuata anche attraverso l’infiltrazione di agenti provocatori all’interno dei movimenti di sinistra. (http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/).
In questo link  ci si domanda: … Ma chi era davvero Ronald Stark? (…) «In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton di togliere il segreto che gravava su oltre un milione di documenti, sono divenuti pubblici alcuni studi condotti da istituti di ricerca statunitensi legati in vario modo a servizi segreti. Secondo alcuni di questi studi, risalenti agli anni Sessanta, la diffusione di Lsd, e più in generale degli allucinogeni, poteva essere presa in considerazione come arma per deprimere l’attivismo politico dei giovani americani». Da altri documenti ora «declassificati», che provengono direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge la verità sui «Chicago riots», gli scontri avvenuti a margine della Convenzione del Partito democratico che si tenne dal 25 al 29 agosto 1968, a cui hippy e giovani dei movimenti underground si erano presentati per contestare la candidatura alla Casa Bianca del senatore Hubert H. Humphrey, favorevole alla continuazione della guerra in Vietnam. Gli scontri con la polizia, i più duri del decennio dopo le rivolte dei ghetti neri, iniziarono la domenica sera e continuarono fino alla notte del martedì successivo.
Ora emerge che, secondo i documenti del governo, un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence». Una percentuale altissima d’infiltrati e provocatori per spingere i giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

Ecco che riappare una nostra recente conoscenza: …I magistrati italiani hanno documentato che, nei primi anni Sessanta, Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, (vedi articolo di Contropiano: operazione Blue Moon) che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente (…) nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione».

I magistrati italiani hanno documentato che nei primi anni Sessanta Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente», scrive De Lutiis, «nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione». Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Tra questi programmi, Mk-Ultra, Bluebird, Artichoke (della Cia), Derby Hat (dell’Esercito), Chatter (della Marina). Sembra X-Files, ma è la realtà.
Si aggiungono ulteriori tracce di una inchiesta ancora tutta da completare su questi argomenti.
L’addestramento di “agenti” avveniva in Virginia, nella base di Quantico, dagli allievi veniva “familiarmente chiamata Hoover University”, dove funzionava a tempo pieno una «scuola d’infiltrazione» organizzata per preparare gli agenti federali e istruirli anche al consumo di droghe per renderli più credibili negli ambienti hippy! Scuola costruita da Edgar Hoover, per quarant’anni capo dell’Fbi e fermo assertore dell’uso «politico» degli stupefacenti per tenere sotto controllo gli ambienti underground e bloccare lo sviluppo della New Left, la «Nuova Sinistra» americana.
Ronald Stark in Italia non si presentava certo come produttore di Lsd, né tanto meno come agente della Cia. «Si presentava come un rivoluzionario a tempo pieno», ma con un aria vagamente hippy per renderlo più fluido nelle sue frequentazioni.
In realtà Stark aveva una parte importante in questa "strategia della droga". Aveva aperto in Belgio, a Le Clocheton, un centro di ricerche biomedicale che invece risultava essere  un laboratorio per la produzione di acido lisergico (Lsd –ndr).  In soli due anni, secondo il rapporto del Ros, produsse 50 milioni di dosi di Lsd.
Stark ha sempre sostenuto di non avere nessun rapporto con l’amministrazione statunitense ma numerose prove e documenti stanno a testimoniare il contrario, tant’è che: (…) quando fu arrestato a Bologna, Ronald Stark fu identificato come cittadino americano nato a New York il 9 aprile 1938, possessore di due fattorie in California, di una società finanziaria in Liechtenstein, di un «centro di ricerche» in Belgio.
In un interrogatorio che Stark rese ai giudici, negò di essere in rapporto con i servizi americani o di qualsiasi altro Paese, ma non tralasciò di ricordare al giudice una legge americana che punisce con pene severe l'agente segreto che sveli la sua qualifica.
Le autorità statunitensi hanno sempre fermamente smentito che Stark fosse un agente americano ed hanno anche affermato che lo stesso era anzi ricercato dalla giustizia americana. Gli Stati Uniti, che formalmente lo ricercavano da anni, non avevano però voluto richiedere la sua estradizione.
Nonostante ciò però da parte dell’amministrazione statunitense, o dai loro diretti esponenti politici, non fu però mai avanzata nessuna richiesta di estradizione, mentre risultano documentati i cordiali rapporti intrattenuti da Stark con alti funzionari americani sia durante la sua carcerazione, sia in epoca precedente al suo arresto.
Nella sua stanza all’Hotel Baglioni, il migliore di Bologna, e nella sua cassetta di sicurezza in un’agenzia romana della Banca Commerciale furono trovati documenti che provano i suoi rapporti con una serie di siciliani molto potenti: il misterioso ex presidente dell’Ente Minerario Siciliano Graziano Verzotto, il proconsole di Andreotti Salvo Lima, il principe golpista Giovanni Alliata di Montereale, l’ex capo del Sid Vito Miceli. Altri contatti Stark li aveva con personaggi americani, da cui riceveva lettere su carta intestata di ambasciate. In carcere riceveva le visite del vice console degli Usa a Firenze, Wendy M. Hansen.
La vicenda pare chiudersi con questa notizia: 25 gennaio 1985 – Ronald Stark, uno dei più enigmatici personaggi rimasti implicati nelle storie di terrorismo italiano e internazionale, sarebbe morto nelle Antille nel luglio scorso. (Luglio 1984 ndt).
È invece rimasta aperta, troppo aperta, la partita della cosiddetta «guerra psicologica e non ortodossa», combattuta negli anni Settanta e Ottanta senza esclusione di colpi, con molti tipi di armi. Comprese le droghe. Una guerra che ha lasciato un'onda lunga che arriva… fino ad oggi. Dobbiamo saperne di più!L'inchiesta continua.

Per maggiori info sull'operazione Blue Moon e Ronald Stark:
http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/
http://www.skilluminati.com/Research/entry/ronald hadley_stark_the_man_behind_the_lsd_curtain
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/01/25/misteriosa-morte-di-stark-uomo-della.html
http://archivio900.globalist.it/it/documenti/doc.aspx?id=154

Vedi i precedenti articoli dell'inchiesta di Contropiano
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/7842-loperazione-%E2%80%9Cblue-moon%E2%80%9D  
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7737-il-lavoro-sporco-dei-fascisti-del-terzo-millennio
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7919-fumi-e-nebbie-sulla-strage-di-piazza-fontana
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/5739-italia-una-strage-lunga-quaranta-anni

 

da qui

 

 

 

Anni Settanta, l’eroina invade l’Italia. Più che un crimine, quasi un colpo di Stato - Gianluca Zanella

Se ne parla da diversi anni come di una sorta di leggenda. Una di quelle operazioni di spionaggio uscite dalla penna di Ian Fleming. Eppure, scavando tra le carte giudiziarie di alcune delle stragi che hanno insanguinato la nostra storia repubblicana, stando alle rivelazioni di ex appartenenti ai servizi segreti, è tutto vero: la diffusione massiccia dell’eroina in Italia, tra il 1974 e il 1975, rientrerebbe in una strategia di controllo delle masse e di gestione della contestazione giovanile post ’68, figlia di una Guerra Fredda che ha giustificato alcuni tra i più tragici esperimenti d’intelligence mai partoriti da mente umana. Parliamo dell’Operazione Blue Moon.

Di questa operazione, ideata da uomini della CIA e di cui erano a conoscenza uomini degli apparati italiani, si torna a parlare grazie a un libro di recentissima pubblicazione: “Il figlio peggiore“, del giornalista Peter D’Angelo e dello scrittore e documentarista Fabio Valle. Edito da Fandango Libri, Il figlio peggiore è un romanzo che, traendo spunto da una realtà ricostruita attraverso i documenti dell’epoca, racconta il dramma dell’esplosione dell’eroina tra i giovani italiani e il tentativo vano di alcune persone di capirci qualcosa.

Perché il sospetto che dietro questa improvvisa epidemia ci fosse qualcosa di organizzato alcuni lo ebbero sin da subito. Ma queste persone – giornalisti, attivisti, investigatori non compromessi – nei migliori casi non giunsero a nessuna conclusione, nei peggiori furono vittime di strani incidenti di percorso atti a farli desistere dal loro intento.

D’Angelo e Valle costruiscono una spy story corale, ricca di colpi di scena e costruita come un’inchiesta, ma senza la pretesa di esserlo. “Laddove la documentazione lasciava dei buchi – ci ha spiegato Peter D’Angelo – abbiamo fatto ricorso alla finzione narrativa, cercando di restare coerenti con il contesto”.

Per comprendere cosa sia stata l’Operazione Blue Moon bisogna calarsi nella realtà del tempo. Il ’68, con la sua forza motrice che aveva trascinato giovani di tutto il mondo in strada a protestare, a esigere un cambiamento epocale che in effetti ci fu, aveva lasciato un trauma profondo negli apparati di sicurezza che dell’ordine e della disciplina fanno un vero mantra. E se a questo trauma leghiamo il contesto storico, dove la Guerra fredda è in realtà molto più calda di quanto ancora oggi non si pensi, ne esce fuori un mix letale come l’eroina.

A tutto questo bisogna aggiungere il particolare ruolo dell’Italia: estrema propaggine dell’impero americano, frontiera con il blocco comunista (quello jugoslavo e quello sovietico), culla del più grande partito comunista d’Europa. Insomma, nel nostro Paese la contestazione giovanile andava fermata a tutti i costi, spenta, sedata. E allora ecco che nel 1974 un mare di eroina invade le strade delle grandi città, dalle periferie al centro, fino a sconfinare nelle province.

Nasce il mito nero dei “capelloni”, che sono tutti drogati. La paura del tossicodipendente si radica tanto a fondo nella coscienza collettiva grazie a un impressionante tam tam mediatico. I maggiori giornali dell’epoca creano un clima di allarmismo che oggi appare senza ombra di dubbio sovradimensionato. Più che cercare una soluzione al problema, lo si demonizza. In poche parole: l’Operazione Blue Moon riesce alla perfezione.

Come in ogni guerra non ortodossa, la paura si insinua tra ampie fasce di popolazione. Il sospetto e il pregiudizio prendono il sopravvento. La gente avverte forte un clima di insicurezza e invoca stabilità. Una stabilità che solamente il blocco democratico e atlantista, ovvero la DC, è in grado di garantire.

Libri come “Il figlio peggiore” ci ricordano che i giochi di potere sono spesso incomprensibili se non a grande distanza di tempo. Giochi crudeli, che – come in questo caso – hanno lasciato una lunga scia di morti. Una generazione falcidiata per garantire stabilità. Una stabilità con troppi scheletri nell’armadio.

da qui

 

mercoledì 14 gennaio 2026

Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale - Italo Di Sabato

C’è una parola che la stampa italiana maneggia come fosse un concetto neutro, quando invece è un proiettile: maranza. È diventata un’etichetta pronta all’uso, un marchio di infamia cucito addosso ai giovani razzializzati delle città del nord, l’ennesima invenzione linguistica che serve a riprodurre gerarchie, non a descrivere la realtà. La sua comparsa negli esami pubblici dell’Ordine dei giornalisti non è un errorei: è la prova di un giornalismo che ha interiorizzato, senza più neppure accorgersene, l’ideologia sicuritaria e il dispositivo coloniale che governa l’immaginario nazionale.

L’Italia ha deciso che quei ragazzi – in tuta, con la trap nelle orecchie, col borsello a tracolla, con un islam non addomesticato – non sono parte del paese: sono un disturbo, un rumore di fondo, una minaccia sempre sul punto di materializzarsi. E così la parola maranza è diventata un alibi: un modo per evitare di guardare la verità più semplice e più destabilizzante. La verità che questo paese è già multietnico, multiculturale, multireligioso, e che la sua gioventù non assomiglia più alla favola rassicurante dell’italianità bianca, cattolica e obbediente.

I maranza come specchio del paese che non vuole riconoscersi

La criminalizzazione dei maranza dice molto più dell’Italia che dei ragazzi stessi. Dice che lo Stato, quando incontra ciò che non controlla, non dialoga: reprime. Dice che il giornalismo, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, cerca categorie etniche con cui giustificare la paura. Dice che la destra, ma anche troppo spesso un centro-sinistra stanco e pavido, ha bisogno di costruire un “nemico interno” per evitare di nominare le contraddizioni del capitalismo neoliberale.

Houria Bouteldja, in Maranza di tutto il mondo uniteviii, lo dice senza mezzi termini: il maranza è la figura che meglio incarna l’espropriazione, la marginalità prodotta dalla fine del ciclo fordista e la razzializzazione intrinseca del progetto nazionale europeo. Ci ricorda che il problema non sono questi giovani, ma l’ordine sociale che li produce e poi li respinge. come scartiiii. Sono loro la parte viva, conflittuale, potenzialmente rivoluzionaria delle nostre metropoli. In loro si incarna ciò che l’Italia non vuole vedere: la genealogia coloniale della propria identità, la violenza strutturale della polizia, la frattura tra chi ha diritto di cittadinanza piena e chi è sempre in condizione di sospensione.

Panico morale: una tecnologia del potere

La costruzione del “maranza” come minaccia è l’ennesima ripetizione di un copione antico. Valerio Marchi lo ha spiegato con lucidità: le società in crisi generano folk devils, capri espiatori utili a scaricare ansie e contraddizioni.

Tommaso Sarti, nel suo Pisciare sulla metropoliiv, mostra quanto questo processo sia oggi raffinato: la parola maranza attiva immediatamente un archivio di stereotipi coloniali, islamofobici, classisti. È sufficiente pronunciarla perché venga evocata una figura compatta e spaventosa, fatta di violenza gratuita, incapacità educativa, rifiuto della modernità.

Nulla di tutto questo corrisponde alla realtà. È la proiezione della nostra paura della periferia, della nostra incapacità di ragionare in termini di conflitto sociale, del nostro rifiuto della complessità. L’Italia non tollera che la sua seconda generazione non voglia più starsene zitta. Non perdona a questi giovani di aver rotto il patto della politesse e di aver scelto la politique: prendere parola, prendere spazio, prendere posizione.

La rivolta come lingua madre

Ogni tentativo di controllare i maranza — dalle ronde fasciste alle crociate moraliste dei talk show — fallisce perché scambia per “devianza” ciò che è in realtà un processo di soggettivazione politica. La cultura trap e drill non è folklore: è un discorso antagonista che parla la lingua della strada e rivendica un diritto fondamentale, quello a non essere normalizzati.

Quando Baby Gang canta “Marocchino”, non sta chiedendo integrazione: sta gettando in faccia al paese il rifiuto di ripulirsi per renderlo tranquillo. Quando i ragazzi citati da Sarti evocano Gaza, Falastin, il bled, non stanno giocando a fare gli “esotici”: stanno costruendo un immaginario politico transnazionale, una genealogia di resistenza che lega Milano, Londra, Parigi, Casablanca. È una cultura che rifiuta la vergogna e ribalta lo stigma in dignità.

In questo senso, la categoria maranza non va solo rifiutata: va riconosciuta come ciò che tenta di essere sotto la superficie della stigmatizzazione. Un noi che non si lascia catturare, una comunità che supera i confini della nazione, una gioventù che smette di chiedere permesso.

La polizia, unica presenza delle istituzioni

Sarti lo mostra senza giri di parole: in tanti quartieri popolari lo Stato non esiste se non in forma repressiva. Non c’è investimento, non c’è cura, non c’è welfare. Ci sono pattuglie, posti di blocco, controlli mirati sui corpi razzializzati.v La violenza che la politica imputa ai maranza è in realtà un riflesso della violenza istituzionale che li circonda.

Il caso di Ramy Elgaml ha messo a nudo questo dispositivo: un ragazzo morto durante un inseguimento, una comunità in strada, e subito la narrazione mediatica pronta a definire “rivolta etnica” ciò che era semplicemente una richiesta di giustizia. Ancora una volta, la colpa non stava nelle azioni dei ragazzi, ma nel fatto stesso che osassero protestare (leggi anche Corvetto, scuole aperte e patti educativi).

Il rimosso coloniale come radice del nostro presente

Il panico morale sul maranza è la conferma dell’incapacità italiana di confrontarsi col proprio passato coloniale. Il paese che si racconta come “buono” rifiuta di vedere che il proprio immaginario è ancora attraversato dall’idea del meticcio come corpo sospetto, da disciplinare o espellere. Per questo la proposta della Lega di “remigrare” le seconde generazioni non è un incidente retorico: è la conseguenza logica di un sistema che definisce l’italianità in chiave etnica.

Bouteldja ha ragione quando dice che la linea del colore è ormai il vero crinale del conflitto politico. Non è sufficiente parlare di sfruttamento senza parlare di razza; non è possibile immaginare un movimento emancipativo che non tenga conto della posizione dei corpi razzializzati nella gerarchia sociale. I maranza non sono un problema da risolvere: sono un segnale che la lotta contro le disuguaglianze oggi passa necessariamente per la decolonizzazione degli immaginari.

Una nuova soggettività per un nuovo spazio politico

L’Italia teme i maranza perché intuisce – confusamente – che attraverso di loro sta emergendo un nuovo soggetto politico. Non un partito, non una minoranza organizzata, ma un insieme di pratiche: occupazione dello spazio pubblico, rifiuto dell’integrazione subalterna, creazione di estetiche proprie, costruzione di reti transnazionali, rifiuto dell’autorità statale, uso della musica come veicolo di teoria politica.

Sono gli eredi inconsapevoli delle lotte anticoloniali, dei movimenti neri, della cultura hip-hop radicale, ma anche della storia operaia italiana che i dominanti vorrebbero cancellare. Non cercano di entrare nel sistema: cercano di incrinarlo dall’interno. Ed è precisamente ciò che questo paese – fondato sulla paura della disobbedienza – non può tollerare.

Portatori di una possibilità

Accettare le tesi di Bouteldja e Sarti significa invertire completamente lo sguardo: non sono i maranza a minacciare l’Italia; è l’Italia a minacciare loro. La loro esistenza denuncia le nostre strutture di dominio: la cittadinanza escludente, il razzismo istituzionale, il controllo poliziesco, l’ipocrisia mediatica, la nostalgia coloniale.

I maranza non devono integrarsi: devono essere riconosciuti come parte del processo di ridefinizione della città contemporanea. Non devono “calmarsi”: devono essere ascoltati. Non devono assimilarsi: devono esistere liberamente, come portatori di una possibilità politica che l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di immaginare.

Loro sono già ciò che questo paese finge di non essere meticcio, insubordinato, globale, vivo.Ed è proprio questo che spaventa.


i “Maranza” in una traccia d’esame per i giornalisti. Esposto all’Ordine – https://www.professionereporter.eu/2025/11/maranza-in-una-traccia-desame-per-i-giornalisti-esposto-allordine/
ii Houria Bouteldja – “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie” DeriveApprodi, 2024
iii Vincenzo Scalia – Alla ricerca del maranza perduto. Recensione a Houria Bouteldja, in Studi sulla questione criminale online al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/05/28/alla-ricerca-del-maranza-perduto-recensione-a-houria-bouteldja-maranza-di-tutto-il-mondo-unitevi-per-unalleanza-dei-barbari-delle-periferie-deriveapprodi-2024/
iv Tommaso Sarti – “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza” DeriveApprodi, 2025
v Iacopo Cirilli , Recensione di “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza”, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/12/01/recensione-di-pisciare-sulla-metropoli-trap-islam-e-criminalizzazione-dei-maranza/

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mercoledì 22 ottobre 2025

Stiamo diventando adulti felici di essere controllati? - Donata Columbro

È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farci credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano.

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press 2018)

 

La sorveglianza insegnata ai bambini ci trasforma in adulti felici di essere controllati. Purtroppo.

Un anno fa, circa, mi sono ritrovata dipendente (nel senso di addicted) da un sito internet che si chiama “Nuvola”.

Hai visto cosa c’è scritto su Nuvola? Che si dice su Nuvola oggi? Su Nuvola non c’è nulla per il fine settimana.

Facevo refresh della pagina quasi ogni ora.

Una certa categoria di lettori e lettrici forse sa a cosa mi riferisco: Nuvola è il nome del registro elettronico usato nella scuola del mio ragazzino più grande, che un anno fa ha cominciato la primaria qui a Roma.

Ho imparato che il registro elettronico è il luogo dove le/gli insegnanti possono raccontare cosa fanno durante le lezioni, aggiungere comunicazioni per i genitori, con la possibilità di caricare documenti da firmare, gite scolastiche da approvare, o aggiungere le pagine del libro fatte in classe e assegnare i compiti. È molto utile, evita discussioni infinite nelle chat, ma al tempo stesso genera una mania del controllo da parte di noi genitori che mi fa credere che la generazione ansiosa di cui avrebbe dovuto scrivere Jonathan Haidt non fosse quella degli adolescenti, ma la nostra.

Qui però parliamo di controllo. Dell’aver normalizzato il desiderio (e il diritto) di monitorare tutto quello che succede ai nostri figli mentre noi non siamo con loro.

Altro caso: nella scuola d’infanzia del piccolo arriva una nuova direttiva che vieta le fotografie ai volti dei bambini. Di ogni attività fatta in classe abbiamo solo manine che pasticciano con colori, terra, foglie, zucche, ecc. E quindi? Quindi la nostra generazione ansiosa e sorvegliante vuole le facce. Non vuole solo sapere cosa fanno i bambini, magari facendoselo raccontare da loro o dalle maestre, ne vuole testimonianza digitale in ogni istante.

Fast forward. Tra 5-6-7 anni, si porrà il problema di fornire un dispositivo digitale personale ai nostri figli. L’età dello smartphone si abbassa sempre di più, e che fai, non lo installi un parental control per monitorare dove si collega, come lo fa, quando, che parole digita, che siti può visitare?

Anche qui, è sorveglianza normalizzata.

Ma perché sembra l’unica scelta che possiamo compiere come genitori? Davvero non c’è altro modo di fargli vivere il digitale? Non riesco a immaginare di poter essere stata sorvegliata dai miei genitori mentre sperimentavo con i computer di casa tra infanzia e adolescenza.

Il ruolo della pedagogia nera

Da tempo seguo la divulgazione dell’attrice Antonella Questa sul tema della pedagogia nera, e proprio nei giorni in cui l’Europa è chiamata a votare per approvare una disposizione che permette di monitorare le chat dei propri cittadini, anche quando non sono indagati di nessun reato (Chat Control 2.0, ora sospesa grazie al no della Germania), penso che sia la persona giusta con cui discutere di questi temi.

Antonella Questa spiega perfettamente come

il legame tra la pedagogia nera e la sorveglianza è così profondo da poter affermare che la pedagogia nera è sorveglianza. Questa connessione nasce dalla visione di fondo che assegna all’adulto un ruolo di controllo assoluto sul bambino. Fin dalla nascita, infatti, l’adulto è investito del compito di vigilare costantemente su di lui, senza interruzioni né spazi di autonomia.

In questa prospettiva, il bambino viene percepito come un potenziale nemico, un soggetto da tenere costantemente sotto controllo. Come osserva Rutschky [Katharina Rutschky, sociologa, autrice di Pedagogia nera che Antonella legge e commenta di frequente sul suo profilo Instagram e YouTube] nel capitolo dedicato all’educazione come “istituzione totale”, l’educatore non può che guardare al bambino come a una minaccia latente, le cui attività devono essere sorvegliate e, nel migliore dei casi, completamente stroncate.

E se in Europa una soluzione tecnologica promette di salvarci – una soluzione costosa e sostenuta dalle aziende che la producono, strano eh – è perché sorvegliare è più facile che cambiare la cultura, educare.

Accade lo stesso nelle relazioni intime.

Qualche settimana fa a DIG Festival incontro Laura Carrer, giornalista, autrice di un’inchiesta sugli stalkerware installati da privati nei telefoni delle proprie compagne. In particolare Carrer si è occupata di una fuga di dati dell’app Spyhide, che le ha permesso di intervistare tutte le persone coinvolte in Italia, uomini spianti e donne spiate.

Spyhide è stata installata su circa 60mila dispositivi in tutto il mondo, dal 2016. La maggior parte di coloro che hanno usato o testato Spyhide l’ha fatto nel contesto di un rapporto di coppia, cosa che ha certamente facilitato l’accesso al telefono della vittima. Oltre a Spyhide, da una ricerca online di IrpiMedia, esistono almeno altre 165 app simili, ma non è escluso possano essere di più. In gergo tecnico si chiamano stalkerware, termine che nasce dalla crasi di stalking e malware, un software che consente a una persona di spiare segretamente la vita privata di un’altra persona via smartphone. Senza il suo consenso.

si legge nell’inchiesta pubblicata su IrpiMedia.

E ancora:

Uno dei centri antiviolenza (contattati da Irpi Media) identifica le donne tra i 30 e i 40 anni come le più frequenti vittime di stalkerware o applicazioni simili. Lo dimostrano alcuni colloqui conoscitivi in cui le donne raccontano di come gli uomini che le maltrattavano fossero a conoscenza di informazioni che loro non gli avevano condiviso in alcun modo.

Al tempo stesso, in un’indagine di Fondazione Libellula del 2024 si legge che il 39% degli adolescenti ritiene che controllare di nascosto il cellulare e i profili del/della partner sia poco o per nulla una forma di violenza e che solo il 29% non è d’accordo sul fatto che il controllo non sia sinonimo d’amore.

Non credo ci sia da stupirsi, perché i ragazzi e le ragazze di oggi sono figli nostri. Generazione ansiosa e sorvegliante.

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domenica 22 dicembre 2024

“È ora di passare a una mentalità di guerra”, dice Rutte. Un’ossessione a cui bisogna disobbedire - Pasquale Pugliese

 

Quando alcuni giorni fa dicevo agli insegnanti partecipanti al Seminario organizzato da Libera-Roma e FLC-CGIL Lazio sulla “violenza giovanile” che la domanda fondamentale da porsi di questi tempi è se sia possibile, e come, formare i più giovani a relazioni nonviolente, in un contesto storico permeato non solo dalle guerre ma dal bellicismo, ossia l’ideologia di guerra, dilagante (mostrando anche i dati dell’aumento stratosferico delle spese militari negli ultimi dieci anni, specie in rapporto agli investimenti per l’istruzione) non potevo immaginare che appena qualche giorno dopo il neo segretario generale della Nato, Mark Rutte, avrebbe confermato clamorosamente le mie parole.

Giovedì 12 dicembre, alla Fondazione Carnagie Europe di Bruxelles, Rutte diceva che ormai “è ora di passare a una mentalità di guerra”, aggiungendo che non è sufficiente l’obiettivo del 2% del Pil da dedicare alle spese militari dei Paesi membri della Nato, ma è necessario aumentarlo ulteriormente – nonostante essi coprano già il 55% della spesa militare globale (a fronte del 12% della Cina e del 4% della Russi, dati SIPRI) – recuperando ulteriori risorse a questo scopo “dalle pensioni, dalla sanità e dalla previdenza sociale”. Rutte non è nuovo a queste dichiarazioni, se possibile più violentemente oltranziste di quelle del suo predecessore Stoltenberg: già ad inizio dicembre aveva intimato ai ministri degli Esteri dei paesi Nato di avere, rispetto alla guerra in Ucraina, “meno idee su come organizzare il processo di pace” e dare “più aiuti militari”.

Un’ossessione bellicista da “cattivo maestro” indirizzata a modificare la “mentalità” pacifista dei popoli europei, particolarmente radicata nel nostro Paese grazie ad una importante tradizione di educatori di pace – da Maria Montessori ad Aldo Capitini, da don Lorenzo Milani a Danilo Dolci, da Alex Langer a Gianni Rodari – ed all’implicita pedagogia pacifista svolta dall’Articolo 11 della Costituzione, che nel “ripudio della guerra come mezzo di risoluzione della controversie internazionali” ha indicato a generazioni di italiani la strada della ricerca e della costruzione di mezzi alternativi e nonviolenti per affrontare i conflitti. Ne sono conferma sia il Rapporto del Censis 2024, secondo il quale circa il 70% degli italiani è contrario all’aumento delle spese militari e il 66,3% ritiene i paesi occidentali (Usa in testa) come “principali responsabili delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente”, che la recente ricerca Demopolis per la Caritas, secondo la quale l’80% degli italiani considera le guerre “avvenimenti evitabili” nei quali la “Comunità internazionale” dovrebbe “intervenire con la mediazione politica senza l’uso della forza”.

Quanto poi le spese militari siano già impattanti sull’economia e la società italiane lo certifica anche la nuova Controfinanziaria del Rapporto Sbilanciamoci che, appoggiandosi alla metodologia dell’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex, ne denuncia un aumento nel 2024 del 5,5% rispetto al 2023, assestandosi a 28,1 miliardi di euro, indicando la strada virtuosa della loro sensibile riduzione, con tagli – a cominciare da quelli ai nuovi sistemi d’arma e ai programmi militari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (!) – e risparmi che garantirebbero maggiori entrate per circa sette miliardi e mezzo di euro, da destinare subito ai programmi di sicurezza sociale dei cittadini. Invece, come indica Rutte, la strada già intrapresa è quella di una gigantesca riconversione militare delle risorse civili, all’interno della progressiva ristrutturazione di una economia di guerra che fa esplodere gli extraprofitti dell’industria bellica.

Ma affinché questo sia politicamente accettabile è necessario, dunque – secondo i vertici Nato – lavorare al cambiamento radicale di mentalità dei popoli europei, rendendo non la pace, ma la guerra e la sua preparazione legittime e auspicabili. Il meccanismo propagandistico utile allo scopo, che da tempo è in atto anche nel nostro Paese, non è certo nuovo ma è stato codificato anche dal gerarca nazista Hermann Goering nel colloquio nel carcere di Norimberga con lo psicologo statunitense Gustave Gilbert (Norimberg Diary, 1947): “Ovviamente, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.

Ecco, il compito dei pacifisti oggi – già ampiamente sottoposti da governi e media alle accuse di Goering – è organizzare l’obiezione di coscienza e la disobbedienza culturale, prima ancora che civile, rispetto a questa nuova offensiva bellicista, affinché stavolta essa non funzioni. Ed essere buoni maestri fino in fondo: esempi credibili, anche per i più giovani.

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martedì 22 agosto 2023

Disertori della crescita - Paolo Bosca

  

Abbandonare il modello dominante per tornare a immaginare delle alternative: l’invito alla “biforcazione” dei laureandi dell’AgroParisTech.



Al termine del loro percorso di studi presso AgroParisTech, una delle più prestigiose istituzioni di formazione agrotecnica d’Europa, i laureandi 2022 hanno tenuto il loro discorso di fronte alla platea radunata per il graduation day. Si è trattato di un discorso a più voci, in cui gli studenti hanno preso una posizione comune che ha assunto la forma di un appello: biforquer, biforcare. Biforcare significa per loro prendere un’altra strada rispetto a quella per cui sono stati formati, “rifiutare la scelta che gli si offre”, per dirla con il linguaggio degli undercommons: negare l’esistenza di un solo modello di agricoltura per contribuire attivamente alla costruzione di un modello agricolo in cui la vita va di pari passo con il lavoro, l’attivismo, l’ecologia. 

Nella prima parte del loro intervento gli studenti criticano l’intero sistema di potere dominante, che si estende ben oltre il campo dell’agroindustria. Fanno riferimento alle promesse della green economy, del mercato e della crescita, accusandole di produrre un modello di vita basato sul lavoro alienato, precario e ricattatorio. Biforcare, affermano, è smettere di prestare le proprie energie a questo sistema, superandone i valori e i giudizi. È un appello radicale, specialmente perché proviene dalle punte di diamante di un’istituzione che, come recita il sito, mira a formare i “talenti di un pianeta sostenibile”. 

Malgrado gli sia stato dedicato solo qualche trafiletto sui giornali europei, il video ha raggiunto quasi un milione di visualizzazioni. Alla fine uno dopo l’altro gli studenti si alternano al microfono per dichiarare dove li ha condotti per ora la biforcazione: c’è chi ha cominciato a fare l’agricoltore in un paese, chi sta imparando a produrre miele, chi lavora per i diritti della terra contro l’accaparramento edilizio, chi fa il panettiere. Mestieri umili che “deludono le aspettative”, ma sono il risultato di una scelta consapevole che può aiutare a rileggere almeno tre questioni fondamentali del presente. 

Prima, la Great Resignation, cioè l’abbandono da parte di fette sempre più grandi della popolazione di posti di lavoro salariato senza apparente motivo, senza avanzamenti di carriera o successive certezze; in secondo luogo il fenomeno del neo-ruralismo, cioè il ritorno di sempre più persone spesso giovani a una vita rurale, fatta di lavoro agricolo svolto in aree non urbane; infine, la crisi della partecipazione politica, con percentuali sempre minori di votanti e un disinteresse diffuso verso l’attività democratica. 

Biforcare significa prendere un’altra strada rispetto a quella per cui sono stati formati, negare l’esistenza di un solo modello di agricoltura.

Tutti e tre questi fenomeni sottintendono una domanda fondamentale riguardo alla fiducia in quelle che sono state le parole d’ordine della modernità. Il progresso, la scienza e la tecnica come soluzioni universali, l’agroindustria stessa, ma anche la cultura dominante, il sistema di produzione di merci e immagini, il denaro come fonte di sostentamento, la risoluzione proposta attualmente alle emergenze naturali. “L’innovazione tecnologica e le startup non salveranno nulla se non il capitalismo”, afferma uno dei laureati dell’APT. 

Si tratta di una sfiducia così profonda nei confronti del modello attuale  da investire “tutto l’essere”, ogni aspetto della realtà, afferma Bifo nel capitolo finale del suo ultimo libro, Disertate. Bifo non è nuovo alle provocazioni rivoluzionarie, ma per la prima volta sembra trovarsi alle strette con le potenzialità dell’agire politico, che non sembra più in grado di rispondere alle problematiche poste dal cambiamento climatico e dal capitalismo avanzato. “La storia umana è giunta al punto in cui non è più data la possibilità di azione volontaria efficace”, sostiene nelle prime pagine. E allora l’unica via è disertare, lasciare il campo di battaglia, rifiutare la guerra insieme ai valori di tutte le parti coinvolte per fuggire verso un luogo dove cominciare a ricostruire. 

Infatti, secondo Bifo, non tutto è perduto. Proprio quando sembra che di fronte non ci siano altro che macerie tornano ad affacciarsi tra le righe del filosofo – e nelle parole dei giovani agroecologi – parole scomparse da tempo, come gioia, grazia, erotismo, partecipazione. Le parole chiave di Disertate sono affermative: empatia, sensibilità, attenzione all’altro e amore di sé sono i punti di partenza per la progettualità libera dei disertori, l’unica capace di rianimare la forza del desiderio che sembra aver abbandonato da tempo il campo sociale. Se la diserzione è così profonda da riguardare tutto l’essere, allora un ruolo chiave, sostiene Bifo, ce l’ha l’immaginazione, l’unica facoltà in grado di trovare nuove vie dove non sembra esserci nulla, in un gioco continuo di creazione di nuovi elementi e interpretazione dello stato di cose. L’immaginazione è una facoltà attiva e creatrice. La biforcazione degli studenti dell’APT è un possibile risultato della capacità di immaginare una strada ulteriore rispetto a quella visibile.

È ora di prendere sul serio l’ipotesi che dietro la perdita di attrattiva da parte di molti dei valori sui quali si fonda la società da almeno mezzo secolo non ci sia una misteriosa epidemia di depressione da curare, ma al contrario la presa di coscienza da parte dei “malati”, che è il primo passo verso la guarigione. La radicalità delle idee di biforcazione e diserzione sta nel fatto che differenti aspetti del mondo contemporaneo vengano letti in modo unitario, rendendo il rifiuto efficacemente rivolto verso un destinatario preciso, anche se multiforme: l’intero sistema di norme, pratiche e valori nel quale viviamo immersi. Un sistema che ha perso di solidità, finendo per esercitare minore attrattiva. 

Dietro la perdita di attrattiva di molti dei valori sui quali si fonda la società potrebbe non esserci un’epidemia di depressione, ma una presa di coscienza.

La scelta radicale degli studenti dell’APT non è un sacrificio. Nonostante la formazione di altissimo livello si può scegliere un mestiere umile. Lavorare la terra non significa abbandonare il proprio sapere, ma metterlo al suo massimo frutto per cercare gratificazioni differenti. Siamo abituati a pensare che il percorso che passa dalla formazione scolastica conduca alla professione in modo lineare. “Nella sua attuale occupazione, quanto le sono state utili le competenze acquisite durante il percorso di studi?” è una tra le prime domande di qualsiasi indagine sui lavoratori neodiplomati o neolaureati. Un lavoro è tanto più confacente quanto più si approssima alle previsioni del corso di studi. E tanto più il percorso di studi è lungo e complesso, quanto più ci si auspica che il lavoro cui conduce sia specializzato, prestigioso, ben pagato e d’alto profilo all’interno del sistema sociale. In questo contesto è chiaro che nessuna delle biforcazioni è accettabile.

Tuttavia è proprio il percorso di studi che ha portato questi studenti a ipotizzarne la possibilità, perché esiste un altro senso dello studio, oltre alla sua conversione in posizione sociale. Sapere è qualcosa di più di acquisire competenze tecniche da mettere a frutto. Conoscere meglio il mondo permette di farsi un’idea chiara su come posizionarsi al meglio al suo interno. Quando il sistema non è più accettabile, occorre disfarsene, biforcare. Lo afferma ironicamente uno degli studenti, quando descrive cosa vede all’orizzonte se proseguisse seguendo la via che gli viene prospettata: “a voi che siete seduti su una scrivania, e cercate la libertà fuori dalla finestra; voi che prendete il TGV tutti i week end in cerca di un benessere che non arriva; a chi è frustrato perché sperava di cambiare da dentro un sistema che non accenna a mutare: non siete i soli a pensare che ci sia qualcosa che non va. Perché c’è qualcosa che non va. […] Se avete paura di abbandonare il sentiero, pensate a questo: che vita volete? Un capo cinico, un salario che permetta di prendere spesso l’aereo, un mutuo trentennale per una casa suburbana, cinque settimane di vacanza, un’auto elettrica, un fairphone, una carta fedeltà al supermercato green e poi un burnout a quarant’anni? Non perdiamo il nostro tempo.” 

È chiaro che questo racconto non rappresenta il futuro di chiunque scelga di cercare la propria strada tra quelle offerte, o di trovare un posto all’interno del sistema dominante. Ma la questione è che le garanzie offerte dal modello dominante si sono ristrette, il ventaglio di possibilità è meno ampio e per entrare a farne parte è necessario cedere sempre un pezzetto in più. Biforcare, in quest’ottica, è tutt’altro che irrazionale. Si tratta di un semplice bilancio costi-benefici. Certo, cambiano i criteri del bilancio: costi e benefici non si misurano solo sulle entrate di denaro, sul prestigio sociale o sugli agi materiali. Si tratta di costruire il progetto di un altro modo di vivere, e sulla base di esso compiere le proprie scelte. Anche qui il discorso dei laureati dell’APT cerca di non frammentare un fenomeno complesso: gli studenti si rifiutano di separare vita privata e lavoro, riconoscimento e salute, economia ed ecologia. La vita è un tutt’uno fatto di giorni e notti, biforcare significa cercare un equilibrio ecologico, un differente modo di vita. 

La biforcazione degli studenti dell’APT è nata proprio da incontri con persone che incarnano diversi modi di vivere: non promesse, non progetti, ma esistenze concrete. Nell’appendice etnografica che chiude il suo ultimo libro Essere natura, Andrea Staid ha intervistato persone che per vari motivi hanno disertato in questo senso. Li ha chiamati “Disertori della crescita” perché si sono affrancati più possibile da valori fondamentali del sistema dominante, uno su tutti la crescita, che sia professionale, economica, urbana o personale. Molti di loro provengono da ottimi percorsi d’istruzione e lavoro, hanno fatto parte della macchina sociale e infine hanno scelto di biforcare.

Le garanzie offerte dal modello dominante si sono ristrette, il ventaglio di possibilità è meno ampio e per entrare a farne parte è necessario cedere sempre un pezzetto in più.

Staid non racconta di vite romanticamente immerse nella natura e nell’ozio. I protagonisti della sua etnografia non testimoniano abbondanza né vite facili, perché le stesse promesse di abbondanza e comfort fanno parte del panorama desolante a cui serve cercare un’alternativa.Uno degli intervistati di Essere natura dice “è solo dal vissuto del qui e ora che si può produrre un cambiamento. Per me questa è la possibilità di una vita ecologica radicale che va contro quel tipo di civilizzazione che oggi consideriamo l’unica possibile: faccio fatica pensare una politica ecologica che non sia la vita stessa.”

Spesso oggi è una qualche forma di incontro con la natura a scatenare la critica radicale nei confronti del sistema dominante. Sperimentare l’ecologia profonda nella vita di altre persone è un primo passo per rendersi conto che un altro modo di vita c’è. Il punto centrale di ogni pensiero ecologico, afferma Staid è la presa d’atto che come esseri umani siamo parte della natura, obbediamo e rispondiamo alle sue regole come ogni altro organismo e, dagli altri organismi, abbiamo molto da imparare su come impostare un futuro vivibile e sensato. Solo facendo propria questa eco-logica è possibile rimanere nel mondo.  

La natura infatti offre continuamente esempi di eco-logica, un modello radicalmente opposto a quello a cui siamo abituati. Quest’ultimo infatti separa, frammenta, disunisce per sfruttare singole risorse e poi, quando qualcosa si rompe, lo trasforma in una “sfida” o un’ “occasione” da risolvere con premura da parte di chi ne ha l’expertise. Si traccia il confine di un “cantiere” su cui lavorare finché non torna tutto a posto. Biforcare significa anche rifiutare di lavorare in questi cantieri, boicottare la lottizzazione. La natura al contrario insegna l’interconnessione, l’interpolazione, il mescolamento, la sistematicità, la conservazione. “Ecologia” indica questo percepire interconnesso che sa vedere il piccolo nel grande e il grande nel piccolo, che sente e partecipa al flusso di annodamento e snodamento in cui appaiono quelle che chiamiamo “cose” o “oggetti” o “esseri umani” e che sono tutt’altro che autonomi. Allo stesso modo cambiamento climatico, crisi economiche, calo della biodiversità, non sono né questioni isolate né “oggetti”, ma al pari di ogni altra cosa del mondo vivono in una rete incredibilmente ampia di relazioni. 

L’abitudine a percepire, più che singoli fenomeni, i sistemi di cui essi fanno parte consente una “presa” critica particolarmente efficace sulla varietà di aspetti che compongono il “sistema dominante” rispetto a cui gli studenti intendono biforcarsi. Parlare di “sistema” crea sempre un certo imbarazzo. È una parola poco precisa, naïf. Ma guardando da una prospettiva ecologica alla molteplicità di “issues” a cui assistiamo oggi sotto il profilo ecologico diventa sensato parlare di “sistema” per nominare un insieme coerente, anche se non perimetrabile, di pratiche, valori e dispositivi che agiscono coerentemente per generare tutta una serie di effetti. Un esempio, tratto dal discorso degli studenti APT: non ha senso cercare di rendere l’agrobusiness sostenibile, dal momento che l’agrobusiness stesso si fonda su un’idea non sostenibile del territorio e delle risorse, guidata unicamente dal denaro come fine ultimo. Risolvere il problema implica addentrarsi eco-logicamente nei gangli del sistema dominante facendo propria la lezione della natura. In una logica della terra il consumismo, l’urbanizzazione, la precarizzazione del lavoro, la specializzazione e la privatizzazione dei saperi, l’economia di mercato, l’agroindustria sono legate da un’unità profonda, proprio come accade in un ecosistema. 

La natura offre continuamente esempi di eco-logica, un modello radicalmente opposto a quello a cui siamo abituati.

In ognuno dei tre esempi che abbiamo citato (Il discorso di laurea ad APT, Disertate e Essere natura) è implicato il lavoro agricolo. Il mondo rurale, inteso anche nei termini di autoproduzione del proprio sostentamento, è all’origine di molte delle biforcazioni contemporanee. È il “terreno” dove queste finiscono per condurre. Nel caso degli studenti è evidente: come abbiamo detto all’inizio ciascuno di loro si è inserito in un contesto dove pratica agricoltura o allevamento di piccola scala. Lo stesso vale per i Disertori di Essere natura: molti di essi hanno scelto aree rurali e mestieri “umili”. Anche in Bifo però c’è un chiaro riferimento al tema della produzione agricola come punto fondamentale della diserzione. La fine del secondo e il terzo dei principi in cui si articola la strategia della diserzione suonano così: “Dedicate le vostre energie alla cura, alla trasmissione del sapere, alla ricerca, all’autosufficienza alimentare. Rompete ogni rapporto con l’economia. Non consumare più niente che non sia prodotto dalle comunità di autoproduzione. Boicottate la circolazione delle merci.” 

Garantirsi la possibilità di mangiare fuori dal sistema è il primo passo. Oggi la stragrande maggioranza delle persone si garantisce le necessità di base (cibo, tetto) grazie al denaro. Sono almeno decenni che facciamo lavori che non hanno alcun legame con le nostre necessità di base per ricevere il denaro con cui soddisfarle. Tuttavia il denaro, così come la tecnologia e la scienza, non è “né apolitico, né neutro”, afferma uno degli studenti. Fluttua, si muove, si accumula e si distribuisce secondo dinamiche sistemiche di cui nessuno ha il comando, nemmeno il sistema capitalistico stesso, che non può fare altro se non assicurare i propri cittadini dai rischi più gravi. Bifo cita la distinzione fatta sul New York Times da Ross Douthat tra practicals e virtuals. I primi sono tutti coloro che lavorano, vivono e producono beni o processi nel mondo materiale. Sono practicals i camionisti, gli agricoltori, i netturbini, i pescatori. I secondi sono coloro che vivono grazie ai proventi di un lavoro che non appartiene né agisce immediatamente sul mondo materiale, ma che trae il proprio valore da elementi virtuali. Questa distinzione rispecchia un preciso modello di mondo che sottintende una precisa gerarchia tra i lavori teorici e astratti, quelli più prestigiosi, e quelli pratici, umili e meno d’avanguardia. Abbiamo già detto che questa gerarchia fa parte di un sistema di valori che la biforcazione mette in discussione. Questo non solo perché spesso la scelta di fare un mestiere pratico viene presa da chi ha un’alta formazione, ma soprattutto perché nella prospettiva di queste persone il lavoro pratico produce al contempo una varietà di valori “virtuali” di pari pregio, produce una nuova cultura. Produrre biodiversità è una questione, se non virtuale, sicuramente teorica, così come contribuire allo sviluppo di dinamiche virtuose di mutuo appoggio in contesti svantaggiati, o riabitare luoghi dismessi, combattere l’accaparramento di terre. 

La questione del sostentamento era centrale anche in Marx, e la sua teoria della frattura metabolica è il punto centrale di gran parte della sua ecologia. Le pagine del Capitale dedicate alla “rottura dell’interazione metabolica tra uomo e terra” sono state fondamentali per attualizzare gli scritti del filosofo tedesco alla luce dei problemi ambientali. John Bellamy Foster scrive nel 1999 un articolo che rilegge il marxismo come qualcosa di più di una filosofia solo antropo- e tecno-centrica, e lo fa proprio rileggendo le righe dedicate alla metabolic rift. Marx osserva una frattura nel rapporto tra uomo e terra, che sarebbe la conseguenza di due fenomeni interconnessi. Il primo è l’aumento rapido del numero di terre in affitto che l’agroindustria capitalista sottraeva alla produzione medio-piccola, costringendo gli abitanti a spostarsi in massa verso le città industriali. Il secondo è lo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti che provocò una rivoluzione nella scienza dei suoli, consentendo uno sfruttamento delle risorse del terreno tale da rendere immediatamente evidenti gli effetti negativi sull’ecosistema. Questi due processi compongono quella che è stata chiamata la Seconda Rivoluzione Agricola e accadono tra il 1815 e il 1850. Rifondare un rapporto produttivo e metabolico con terra è l’unico modo per ricomporre questa frattura, nata proprio dalla perdita di circolarità tra uso, abitazione, consumo, fertilizzazione. Le biforcazioni e le diserzioni di cui parliamo rifiutano ambedue le cause del metabolic rift, implicando una continuità tra ciò che accadeva all’epoca di Marx e ciò che accade oggi, e soprattutto tra i timori del filosofo tedesco e quelli di coloro che oggi si impegnano a fronteggiare gli effetti estremi di quella frattura. 

Sappiamo che uno dei problemi del rapporto che oggi abbiamo con le emergenze climatiche è la sensazione di non poter fare nulla. La sensazione di inadeguatezza della volontà individuale, del sistema politico, scientifico ed economico nei confronti delle problematiche causate dal cambiamento climatico è il punto di partenza per capire anche i comportamenti politici delle persone. Il discorso degli studenti di APT è chiaro su questo: biforcare è un atto politico anche e soprattutto nella misura in cui rifiuta ogni tradizionale azione politica. La partecipazione democratica delle generazioni più giovani (e non solo) è in calo a livelli drammatici. Forse oggi, sostiene Bifo, nel momento della diserzione, non è più tempo di cercare di convincere i generali a interrompere la battaglia, non si cerca nemmeno il sollevamento di massa. Abbandonare e basta, “nulla di eroico” afferma il pensatore bolognese. Solo sopravvivenza e, forse, desiderio che va oltre le alternative presenti. Anche quando non è solitaria, la diserzione rimane al confine del campo politico, anche se è tutt’altro che priva di progettualità. La progettualità che traspare dal discorso degli studenti di APT quando dichiarano i primi approdi delle loro biforcazione, o quella dei disertori di Staid, fa pensare più all’azione diretta che al processo politico partecipativo. 

La sensazione di inadeguatezza della volontà individuale, del sistema politico, scientifico ed economico nei confronti del cambiamento climatico è il punto di partenza per capire anche i comportamenti politici delle persone.

L’azione diretta è un insieme di pratiche d’azione tipico di movimenti eversivi, talvolta di matrice anarchica, che consiste in azioni di disobbedienza civile volte a interrompere o a danneggiare direttamente processi di potere ai quali ci si vuole opporre. Due esempi noti di azione diretta sono stati il boicottaggio da parte del movimento no-global della conferenza OMC di Seattle, nel 1999, o del G8 di Genova, nel 2001. Agire direttamente significa bypassare il dialogo, bloccare l’azione, lavorare senza mediatori sul piano dei processi in corso. Biforcare, rifiutare un intero sistema di valori e di alternative offerte da uno status quo per costruire su altre basi un rizoma di pratiche etiche profondamente radicate nella vita individuale è qualcosa di simile ad un’azione diretta rivolta contro il sistema stesso. 

C’è un ultimo aspetto a cui vale la pena accennare per capire la portata del discorso degli studenti dell’APT: il tema della località. Tutti gli esempi che abbiamo portato tendono a dare attenzione alla località, a dimensioni spaziali ridotte e tendenzialmente marginali rispetto ai grandi centri. Questo, da un lato, perché dinamiche come quelle descritte dagli studenti sono attuabili più facilmente lontano dagli epicentri politico-economici, che richiedono agli abitanti molto più denaro e, di conseguenza, lasciano meno spazio all’azione non conforme ai modelli di produzione del valore; dall’altro perché il legame con il luogo che si abita è fondamentale per ogni ecologia. 

Il localismo, in questi casi, mostra l’altra faccia rispetto al marketing territoriale al quale siamo abituati. Si tratta di riposizionarsi su un piano concreto fatto di una certa aria, un certo panorama, certe risorse botaniche, biologiche, atmosferiche, inserirsi all’interno di una rete complessa. È difficile che questo accada su un piano globale, sicuramente non sul piano globalizzato dello spazio asettico su cui ci si muove solo grazie al navigatore satellitare perché non si conosce nulla. Chi diserta cerca una terra sicura dove continuare a vivere al di là della guerra da cui è fuggito. Rispetto a una situazione di conflitto in cui la volontà, nelle parole di Bifo, non ha più alcuna forza d’azione, il tentativo di allontanarsi è anche una logica conseguenza del desiderio di agire. Dopo la diserzione ciò che si può costruire è un villaggio, un contesto ridotto, fatto di legami intersoggettivi diretti, non una città. 

La critica che viene fatta solitamente a chi sostiene che la biforcazione sia un’alternativa reale è che non si può tornare indietro. Non si può immaginare un futuro in cui si prescinda dalle conquiste che la tecnologia e l’economia hanno raggiunto nell’ultimo secolo. È chiaro che ad un primo sguardo tutte le biforcazioni che abbiamo citato appaiono come un passo indietro rispetto a molti aspetti del progresso, la ricostruzione di un modo di vita pre-capitalistico (e non post-). Ma è impossibile prevedere sia la portata, sia le ricadute sul breve-medio termine di processi minoritari e ancora a uno stato embrionale. Non si può affermare se, come e quanto avranno la forza di imporsi nel campo sociale, né quali saranno le loro conseguenze. Anche quando si sviluppano correnti che possono sembrare passatiste o regressiste, il loro scopo appartiene comunque al futuro, perché nascono nel seno della contemporaneità, e possono attingere alla memoria come a una risorsa: ricordare come si è vissuto nel corso della storia, conservare saperi tradizionali, significa avere un più ampio bagaglio di informazioni con cui guardare all’avvenire come qualcosa di non completamente dato. Ciò che si rifiuta non è il futuro, il miglioramento delle proprie condizioni o l’idea stessa di crescita; ma l’appiattimento di tutti e tre questi elementi sul piano bidimensionale della stretta contemporaneità, sull’idea che in fondo ci potrà essere solo ciò che c’è. 

Ciò che si rifiuta non è il futuro, il miglioramento delle proprie condizioni o l’idea stessa di crescita ma il loro appiattimento sull’idea che in fondo ci potrà essere solo ciò che già c’è.

Ciò di cui gli studenti sono alla ricerca biforcando i loro percorsi è una vita che si confaccia maggiormente alle forme del loro desiderio. La vita non è mai dietro, ma ci attrae sempre verso l’ignoto. Forse il problema sono le parole. Come qualificare questo desiderio di fare un passo a lato rispetto al progresso comunemente inteso? Sono già state coniate alcune parole importanti: decrescita, diserzione, anticapitalismo, ma mi sembra di poter dire che si tratta di parole inadeguate perché contengono una negazione. Insieme, compongono una specie di teologia negativa che lascia poco spazio all’immaginazione. Biforcare indica qualcosa di diverso. Significa semplicemente dividere in due, rendere possibile uno scarto rispetto a qualcosa, aprire un nuovo campo di possibilità. In questo senso il discorso degli studenti di Agro Paris Tech è un vero e proprio manifesto.

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