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giovedì 11 giugno 2026

Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli


Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

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mercoledì 8 novembre 2023

Miracolo Meloni: sulle pensioni peggio della Fornero - Paolo Andruccioli

 

La destra ha vinto le elezioni con la promessa di superare la legge Fornero. Invece già per il prossimo anno prende forma quella che è ribattezzata la Fornero-Salvini-Meloni: si allunga l’età pensionabile, penalizzate le donne, niente per i giovani e ci si accanisce contro i dipendenti pubblici. Ecco i calcoli.

I sindacati, in particolare la Cgil, parlano di “colpo di grazia alle speranze pensionistiche di migliaia di persone”. Sul sistema previdenziale pubblico si sta infatti abbattendo la mannaia di un governo che aveva conquistato Palazzo Chigi proprio sulla base delle promesse elettorali legate alle pensioni (oltre che sulle riforme istituzionali). Prima del voto che ha portato la destra a Palazzo Chigi si parlava, certo, di elezione diretta del Presidente della Repubblica (non del presidente del Consiglio). Ma il vero mantra, lo ricordano, era il superamento della legge Fornero che penalizza i lavoratori e le lavoratrici perché manda tutti in pensione troppo tardi, anche in relazione al resto dell’Europa. E invece assistiamo al rovesciamento dello schema. Già dalla legge di Bilancio per il prossimo anno prende forma quella che è stata ribattezzata la Fornero-Salvini-Meloni; si allunga l’età pensionabile, non ci sono risorse per le pensioni dei giovani (altro che pensione di garanzia!), si penalizzano le donne e ci si accanisce contro i dipendenti pubblici, medici compresi, introducendo la modifica delle aliquote di rendimento. Gli eroi della pandemia sono serviti con il taglio delle loro future pensioni. Ma cerchiamo di analizzare per punti l’ennesima controriforma delle pensioni.

Sempre più tardi, il traguardo si allontana

La famosa “Quota 103”, cioè in pensione con 62 anni di età e 41 di contributi, subisce un ricalcolo col sistema contributivo che può portare a un taglio dell’assegno del 20%. Intanto cambia anche lo schema delle uscite: le finestre aumentano di altri 4 mesi per i privati e 3 mesi per i pubblici. Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia anticipata, la legge di bilancio per il 2024, contrariamente a quanto era stato previsto nel 2019, quando si era congelato fino al 31 dicembre 2026 l’adeguamento dei requisiti per la pensione di vecchiaia anticipati fissati dalla riforma Fornero in 42 anni e 10 mesi per gli uomini (un anno in meno per le donne), non elimina definitivamente tale adeguamento e anticipa di due anni, al 2025, l’adeguamento alla speranza di vita per chi va in pensione a prescindere dall’età una volta raggiunti i 42 anni e 10 mesi di contribuzione (41 e 10 le donne). Secondo quando calcolano gli esperti (Alberto Brambilla, per esempio) la pensione anticipata si potrebbe ottenere con oltre 43 anni di contribuzione con il paradosso che a 67 anni di età e con solo 20 anni di contribuzione si potrà accedere alla pensione, mentre con oltre il doppio (42 anni) non si potrà accedere alla prestazione pensionistica.

Insetticida sull’Ape sociale

Era uno dei fiori all’occhiello di chi diceva di difendere il diritto alla pensione. Ora viene innalzato il requisito di età che passa da 63 anni a 63 anni e 5 mesi e soprattutto vengono esclusi tutti quelli che sono nati dopo il primo agosto 1961. Secondo le nuove regole meloniane possono accedere all’Ape sociale: i lavoratori disoccupati con almeno 63 anni e 5 mesi di età e 30 anni di contribuzione a seguito di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale o dipendenti di aziende con tavolo di crisi aperto presso il ministero e che hanno esaurito i periodi di disoccupazione, tipo Naspi; le persone con 63 anni di età e 30 anni di contribuzione, con disabilità pari o oltre il 74% e riconosciuti invalidi civili; i lavoratori con 63 anni di età e 30 anni di contribuzione che assistono da almeno 6 mesi persone disabili conviventi, con disabilità grave in base alla legge 104 del 1992, siano di primo o secondo grado di parentela (solo per over 70); i lavoratori dipendenti che svolgono mansioni cosiddette “gravose” con almeno 63 anni di età e 36 anni di contribuzione e che al momento della domanda di accesso all’Ape sociale abbiano svolto una o più delle professioni a rischio per almeno sei anni negli ultimi sette oppure per almeno sette anni negli ultimi dieci; non c’è stato quindi il preannunciato ampliamento delle categorie di lavoratori gravosi riconosciute dalla legge n. 234/2021. E che era stato oggetto di tante battaglie dei sindacati confederali e di quelli dei pensionati. 

Tanto per completare l’opera il governo, per il 2024, introduce la previsione di incumulabilità totale della prestazione con i redditi di lavoro dipendente o autonomo. L’assegno è sempre calcolato col sistema misto, ma con le limitazioni dell’importo massimo a 1.500 euro lorde mensili, senza tredicesima e senza gli adeguamenti dovuti all’inflazione fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia a 67 anni.

Addio Opzione donna

Il governo della prima donna sulla poltrona di Palazzo Chigi penalizza le donne. Non si tratta solo del caso scandaloso e incomprensibile della “tassa sui pannolini”. Per le pensioni una delle novità più irritanti riguarda l’innalzamento dei requisiti (35 anni di contributi e 61 anni di età al 31 dicembre 2023) e solo per le donne caregiver, invalide dal 74%, licenziate o dipendenti da aziende con un tavolo di crisi aperto per poter accedere a Opzione donna, una misura che viene ora praticamente azzerata. Introdotta nel 2004, la norma prevedeva la possibilità di pensionamento anticipato per le lavoratrici con 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 per le autonome), ma già con la legge per il 2023 è stata già resa più restrittiva. Il prossimo anno le cose peggioreranno; nel 2024 potranno accedere solo le seguenti categorie di lavoratrici: licenziate o dipendenti in aziende con tavolo di crisi aperto presso il ministero; donne con disabilità pari o oltre il 74% con accertamento dello stato di invalido civile; donne che assistono da almeno 6 mesi persone disabili conviventi, con disabilità grave in base alla legge 104 del 1992, di primo o secondo grado di parentela. Il requisito anagrafico, rispetto al 2023, passa da 60 a 61 anni d’età, sempre con 35 anni di contribuzione e si riduce di un anno per ogni figlio nel limite massimo di due anni (a 61 anni e non più 60 senza figli; 60 anni anziché 59 con un figlio e 59 anni anziché 58, con due o più figli). Il calcolo della pensione rimane interamente con il metodo contributivo con una riduzione, a 61 anni di età, di circa il 18/20%.

I requisiti per andare in pensione? Sempre peggio

Visto che i primi pensionati contributivi (senza più la parte di retributivo) arriveranno a regime tra il 2030/32, la legge di Bilancio ha modificato i requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia anticipata; dal 2024 vi potranno accedere solo se l’importo dell’assegno sarà pari almeno a 3 volte il valore dell’assegno sociale, tranne nei casi di donne con figli, che vedranno scendere il tetto a 2,8 volte la pensione sociale con un figlio e 2,6 volte in presenza di più figli. Gli esperti spiegano che l’assegno non potrà eccedere le 5 volte il minimo Inps (cioè, circa 2.840 euro lordi al mese) sino al raggiungimento dei 67 anni (cioè l’età di vecchiaia). Da notare che la vituperata legge Fornero questi limiti neppure li aveva previsti. Quindi anche in questo caso assistiamo ad un peggioramento. Meloni peggio della Fornero, con buona pace di un Matteo Salvini che ha dismesso da tempo i panni del Savonarola.

Quella finestra è troppo mobile

Un altro peggioramento riguarda il fatto che viene prevista una “finestra mobile” di tre mesi dalla maturazione dei requisiti, cosa che non era prevista dalla legge Fornero. Infine il requisito contributivo di 20 anni dovrà essere adeguato alla speranza di vita calcolata dall’Istat; la legge Fornero prevedeva l’adeguamento solo per il requisito anagrafico. Invece la legge di bilancio Meloni-Giorgetti elimina il limite di 1,5 volte l’assegno sociale per l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi mentre restano i requisiti di accesso alla vecchiaia con 71 anni d’età e almeno 5 anni di contributi a prescindere dell’importo del trattamento che comunque non beneficia di alcuna integrazione.

Tagliate anche le pensioni in essere

Smentendo tutte le promesse, il governo non prevede nessun intervento per la piena indicizzazione delle pensioni. Viene infatti confermato il taglio previsto lo scorso anno oltre 4 volte il trattamento minimo. Si punta poi a costituire una commissione che possa rivedere l’inflazione attraverso l’utilizzo del deflatore del Pil, sentito il Cnel. Per finanziare l’aumento delle pensioni basse e parte della decontribuzione il cui costo stimato per il 2024 è di circa 15 miliardi, la legge di bilancio modifica quella dello scorso anno inasprendo ulteriormente le penalizzazioni sulla rivalutazione delle pensioni. La norma scritta dal ministro Giorgetti prevede che la rivalutazione si applichi al valore più basso sull’intero importo.

Accanimento terapeutico contro i pubblici 

Alla fine di questa carrellata, la ciliegina sulla torta. Dal primo gennaio 2024 verranno riviste le aliquote di rendimento per la quota pensione retributiva per chi lavora negli enti locali, per chi è iscritto nella cassa sanitari, alla cassa degli ufficiali giudiziari e insegnanti delle scuole dell’infanzia o parificate. Si tagliano dunque le pensioni dei pubblici dipendenti. “L’esecutivo con la prossima legge di bilancio riuscirà a peggiorare la Legge Monti-Fornero e a sottrarre dalle tasche dei dipendenti pubblici – futuri pensionati – migliaia di euro”, hanno denunciato con una nota congiunta Cgil, Fp e Flc, le due categorie della Funzione pubblica e della scuola.

Secondo alcuni calcoli le prestazioni relative alle contribuzioni versate prima del 1996 si ridurranno sensibilmente perché verrebbero ridotte le aliquote di rendimento sostituendole con le aliquote in vigore per i lavoratori dipendenti privati (2% circa per ogni anno lavorato); ciò comporterebbe una riduzione elevata delle rendite pensionistiche. Secondo i calcoli della Cgil si tratta di oltre 4.320 euro l’anno nel caso di una retribuzione lorda di 30 mila euro a quasi 7.390 euro per chi ha uno stipendio lordo di 50 mila euro con una perdita stimabile tra il 5% e il 25% dell’assegno pensionistico annuale, da moltiplicare per l’aspettativa di vita media. Il provvedimento riguarderebbe circa 700 mila lavoratori pubblici di cui circa 3.800 medici. 

Chi ci rimetterà di più?

I giornali e i siti specializzati si stanno sbizzarrendo in calcoli e previsioni. Secondo uno schema proposto da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con una inflazione 2022 pari all’8,1% e inflazione 2023 al 5,8% per un totale semplice del 13,9%, un pensionato con prestazione pari a 10 volte il minimo (5.637 euro lordi, circa 3.890 euro netti), dopo aver pagato ogni mese per 13 mensilità oltre 25 mila euro di tasse, si troverà la sua pensione rivalutata solo del 22% (il 3,058% anziché il 13,9%) con una perdita di potere reale d’acquisto in 2 anni del 10,8%; anziché essere rivalutata del 13,9% (783,5 euro) sarà rivalutata del 3,058% (172,4 euro) con una perdita annua di 611,1 euro per 13 mensilità = 7.944,3 euro; se il pensionato vivrà 10 anni e l’inflazione fosse per il decennio del 2%, la perdita sarà di oltre 100 mila euro. Ma tutti questi lavoratori o ex lavoratori chi avevano votato? E perché?

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martedì 18 aprile 2023

Flat tax e regimi speciali aumentano le diseguaglianze

 

intervista di Paolo Andruccioli a Maria Cecilia Guerra

 

Per Maria Cecilia Guerra il sistema fiscale italiano, sempre più iniquo e categoriale, favorisce la frantumazione sociale e l’evasione. Su patrimoniale e tasse ai super ricchi c’è troppa ipocrisia e poco coraggio. Ma si possono ridurre le diseguaglianze, redistribuendo il prelievo e rifinanziando il welfare.

 

Il fenomeno della diseguaglianza è in aumento ed è dimostrato da varie analisi e ricerche. Fonti istituzionali, come Banca d’Italia o Istat, confermano la crescita dei divari mentre a livello internazionale la globalizzazione pare aver favorito lo sviluppo di alcuni paesi riducendo le distanze tradizionali (Usa-Cina per esempio). Quali sono le cause principali della diseguaglianza? Ci sono tratti comuni del fenomeno tra i paesi od ogni realtà fa caso a sé?

Il fenomeno delle diseguaglianze può essere letto in molti modi, così come sono diversi gli indicatori che ci permettono di misurarla. Se si considera la diseguaglianza economica, ad esempio, è fondamentale capire se si fa riferimento ai redditi individuali o familiari e se ci si riferisce al reddito prima dell’intervento pubblico, o al reddito disponibile, che considera anche i trasferimenti monetari dallo Stato e le imposte. La disuguaglianza nei redditi disponibili familiari, nel nostro Paese, è molto alta. All’interno dell’Unione Europea, l’Italia è fra i Paesi in cui il valore dell’indice di Gini –   uno degli indicatori più diffusi per esaminare il fenomeno – è più elevato, battuta soltanto, secondo i dati del 2020, da Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania.

Non è consolante vedere che questa diseguaglianza, così alta, dei redditi disponibili è rimasta sostanzialmente costante nel ventennio 2000-2020. Non lo è anche per altre considerazioni, che hanno a che fare con la dinamica del fenomeno. Ad esempio, se si allarga lo sguardo anche alla diseguaglianza nella ricchezza, si vede che questa non solo è più alta di quella dei redditi, ma che è anche cresciuta nel periodo della recessione, fra il 2016 e il 2020. Inoltre, è ormai noto che le rilevazioni campionarie, sui cui dati si basa la costruzione degli indici, non sono molto in grado di rappresentare le code della distribuzione: la situazione e la dinamica dei redditi delle persone molto povere (i gravi casi di marginalità sociale) e di quelle molto ricche (i cui redditi non sono sempre pienamente tracciabili). 

Ci sono strumenti per capire le dinamiche della diseguaglianza nelle code della distribuzione?

Nell’ultima indagine sui bilanci delle famiglie, riferita al 2020, la Banca d’Italia ha messo a punto una metodologia adeguata a meglio rappresentare questi segmenti della popolazione. Ne è emerso un indice di Gini sensibilmente più alto. Allo stesso modo, altri studi che usano dati di tipo diverso, anche fiscali e amministrativi, mostrano ormai inequivocabilmente, anche per l’Italia, la crescente maggiore concentrazione dei redditi nella parte alta e molto alta della distribuzione, un fenomeno che si registra in diversi altri paesi, e testimoniato, in particolare, da più tempo e con ancora maggiore intensità, con riferimento agli Stati Uniti. 

Quali sono le cause principali di questi fenomeni?

Le cause di questi fenomeni sono tante. Hanno a che fare, in primo luogo, con il funzionamento dei mercati, la loro non regolazione che permette il formarsi di situazioni di monopolio non adeguatamente contrastate e la polarizzazione del mercato del lavoro, anche a fronte dell’evoluzione delle tecnologie digitali. Pesa moltissimo anche la diversa distribuzione territoriale dell’intervento pubblico e quindi dell’accessibilità a servizi essenziali, nel campo del welfare e delle infrastrutture. Nel nostro paese assume poi un ruolo particolarmente rilevante la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze, che si traduce in una correlazione molto forte, non solo fra patrimonio dei figli e patrimonio dei genitori, cosa facilmente comprensibile, anche in ragione della poca rilevanza delle imposte di successione nel nostro paese, ma anche della correlazione fra redditi dei figli e redditi dei genitori. Una correlazione così ampia implica che non agiscono fattori di mobilità sociale adeguati che permettano alle persone di uscire dalla condizione di difficoltà ereditata. La trasmissione della diseguaglianza passa per canali non solo economici ma anche di ambiente di vita. Grado di istruzione, territorio di residenza, disponibilità di servizi su quei territori, condizione abitativa, relazioni familiari ecc. Come ben documentato, in particolare, dai tanti lavori di Franzini e Raitano.

Quali sono le conseguenze sociali e politiche della diseguaglianza?

La diseguaglianza ha conseguenze significative in tutti i campi. E le ha in modo particolare proprio perché, in larghissima misura, non dipende dallo sforzo individuale e quindi da quello che chiamiamo merito. Gli studi economici esistenti hanno dimostrato, in contesti diversi, il legame negativo che esiste, in particolare, non solo fra diseguaglianza e crescita economica, ma anche fra diseguaglianza e cambiamenti climatici (ma è vero anche che i cambiamenti climatici concorrono ad alimentare la diseguaglianza) e fra diseguaglianza e democrazia. 

Si parla quasi sempre di diseguaglianza tra ceti sociali molto distanti: i ricchissimi e i poveri. Ma ci sono anche diseguaglianze “interne” ai diversi ceti e perfino a livello famigliare (le differenze di genere, per esempio). Si può descrivere sociologicamente questo tipo di diseguaglianza? E quali le ricadute politiche?

La lettura delle diseguaglianze fra ricchi e poveri si riferisce alla dimensione economica del fenomeno. Le diseguaglianze, però, hanno tante dimensioni. Meglio sarebbe fare riferimento alle diseguaglianze di benessere. Quelle principali, con riferimento al nostro paese, sono emerse, ad esempio, nel dibattito attorno al Pnrr, e sono state individuate nelle diseguaglianze territoriali, in quelle generazionali e in quelle di genere. Ognuna di queste ha cause e richiede risposte differenziate. In estrema sintesi, per quanto riguarda quelle territoriali è necessario intervenire sulla diversa distribuzione sia dei servizi pubblici, a partire dagli asili nido, che aprano migliori opportunità anche ai bimbi che nascono in contesti più poveri, non solo economicamente ma anche culturalmente, sia delle infrastrutture, prime fra tutti i trasporti, che permettano di uscire dall’isolamento. Per quanto riguarda quelle generazionali, le carenze più grosse riguardando il mercato de lavoro e la sua crescente precarizzazione, che coinvolge soprattutto i giovani, unitamente all’assenza di politiche per la casa, che riduce la possibilità di accedere in tempi umani a una propria autonomia rispetto alla famiglia di origine. 

Per quanto riguarda le donne, le diseguaglianze hanno radici profonde nell’organizzazione sociale ed economica del nostro paese, che non ha mai trovato una risposta collettiva al problema cruciale del lavoro di cura: cura delle persone anziane, delle persone con gravi disabilità e dei minori. Le donne sono quindi limitate nel loro accesso al mercato del lavoro, ma anche alla partecipazione attiva alla politica, dal peso assolutamente sproporzionato di lavoro di cura che grava sulle loro spalle. La risposta come ovvio non è solo nell’ampliamento dei servizi pubblici di cura, ma anche in un cambiamento culturale che spinga verso un riequilibrio dei ruoli, a una condivisione di responsabilità, nella sfera domestica.

Le politiche fiscali possono essere inserite tra le cause della diseguaglianza? O al contrario politiche fiscali diverse da quelle finora praticate in Italia potrebbero aiutare a colmare i divari? 

La finalità principale del sistema fiscale è quella di finanziare il settore pubblico, per le funzioni che deve svolgere, democraticamente decise, fra cui, prioritariamente, garantire l’offerta dei servizi e dei beni comuni, che contribuiscono al benessere dell’intera cittadinanza. Questi beni e servizi non sono offerti in una logica di controprestazione: gli individui non sono cioè chiamati a contribuire in relazione all’utilità che derivano dal godimento diretto dei singoli beni, come sarebbe nel caso in cui si acquistasse un prodotto sul mercato e se ne pagasse il prezzo.  Sono invece finanziati secondo una logica di capacità contributiva. Si chiede cioè ai cittadini di contribuire in relazione alla loro capacità di pagare, capacità che viene individuata con riferimento principalmente al loro reddito, ai loro consumi e al loro patrimonio.  Nella misura in cui si chiede di contribuire in una proporzione più alta a chi ha maggiore capacità contributiva e quindi maggiori possibilità economiche, il sistema assolve anche una funzione redistributiva. Ciò significa che il reddito al netto delle imposte è, in questo caso, più equamente distribuito rispetto al reddito lordo. Questo effetto redistributivo dipende fondamentalmente da due fattori: la progressività delle imposte e il loro peso. Un’imposta fortemente progressiva, ma riferita a una base imponibile molto ridotta avrebbe capacità redistributive ridotte.

In questo momento siamo in presenza di una forte difficoltà del sistema di assicurare una vera redistribuzione che applichi i principi della Costituzione. Perché?

Nel nostro sistema fiscale, la capacità redistributiva delle imposte è compromessa da molti fattori. Il principale è sicuramente rappresentato dalla progressiva erosione della base imponibile dell’unica imposta progressiva: l’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche. Dalla base imponibile dell’Irpef sono stati via via sottratti: i redditi finanziari, i redditi di lavoro autonomo e piccola impresa che corrispondono a ricavi fino a 85.000 euro, i redditi da locazione di fabbricati residenziali, larga parte dei redditi dominicali e agrari e altri ancora, assoggettati a regimi speciali e con aliquote proporzionali molto diversificate, molto spesso contenute. La base imponibile dell’Irpef è quindi oggi composta, per circa l’85%, da redditi di lavoro dipendente e di pensione. L’Irpef esercita una redistribuzione, efficace, ma solo all’interno di queste categorie di reddito.

Cosa si può dire su una delle tasse più discusse, l’Iva? E del sistema nel suo complesso? 

L’imposta sui consumi, l’Iva, che è la seconda imposta quanto a importanza, nel nostro ordinamento, è moderatamente progressiva rispetto ai consumi delle famiglie mentre è regressiva rispetto al loro reddito, soprattutto nella parte iniziale della distribuzione.  Un recente working paper del World Inequality Lab di Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro (2022), che tiene conto delle diverse imposte ma anche della diversa composizione del reddito degli individui nei  vari percentili, dimostra che nel complesso il nostro sistema fiscale è lievemente progressivo rispetto al reddito, dal 25esimo percentile fino al 95esimo, con una incidenza che passa dal 40 al 50%, ma poi, per il 5% dei soggetti con redditi più alti (quelli con redditi superiori a 78.000 euro), diventa regressivo, con una incidenza di circa il 37%. Questo è imputabile alla forte presenza, specialmente nei livelli di reddito più alti, di redditi finanziari e di impresa che beneficiano di tassazioni agevolate. Il 25% costituito dai contribuenti più poveri è particolarmente penalizzato dalla regressività dell’imposta sui consumi, che pesa molto, data l’incidenza dei consumi sui redditi di questi contribuenti. 

Da questo importante studio (ma anche da altri) emerge anche che se si ordinano gli individui dal più povero al più ricco, non in ragione del loro reddito ma della loro ricchezza, il nostro prelievo fiscale è regressivo, rispetto alla ricchezza, per tutta la distribuzione. Lo è nel suo complesso e lo è con riferimento alle singole componenti del prelievo, che non sono mai progressive, ma al più proporzionali. 

Qual è la morale della favola? Una tassazione delle grandi ricchezze e dei grandi patrimoni può favorire la giustizia sociale?

Le conclusioni che si possono trarre da queste considerazioni sono le seguenti. In primo luogo, il nostro sistema fiscale aiuta solo in piccola parte a combattere le diseguaglianze. Questo ha a che fare con il modo in cui il peso delle imposte è distribuito fra contribuenti. Bisogna comunque considerare che il livello della tassazione nel nostro paese è sufficientemente elevato da potere permettere il finanziamento di alcuni settori molto importanti di spesa pubblica, segnatamente sanità e istruzione, che, pur con tutte le loro limitazioni, svolgono invece un ruolo redistributivo e di riduzione delle diseguaglianze di grande importanza. 

Le evidenze empiriche ricordate possono inoltre dare supporto alle proposte di introduzione di un prelievo sulla ricchezza per i patrimoni più elevati, coerente anche con le proposte avanzate, sulla base di analoga evidenza, per gli Stati Uniti, da Saez e Zucman (2019).  

Credo però che sia necessario un ragionamento più ampio, che coinvolge l’intero sistema fiscale. L’equità del nostro sistema di tassazione, e quindi il suo contributo nel ridurre le diseguaglianze, deve essere raggiunta muovendosi su due direttrici principali: aumentare l’equità orizzontale del prelievo, imponendone la generalità e l’uniformità, in modo che tutti i redditi siano chiamati a contribuire e che a parità di reddito si debba pagare pari imposta e, al tempo stesso, aumentare la progressività del sistema. 

Non ci si deve però limitare al reddito, ma bisogna anche intervenire sulla tassazione del patrimonio, la cui distribuzione, come si è detto, è ancora più diseguale rispetto a quella dei redditi. 

Una proposta radicale in questo senso, che mi sento di condividere, è quella avanzata da Vincenzo Visco e ripresa da ultimo nel suo libro “La guerra delle tasse” (2023), che consiste nell’affiancare a un prelievo progressivo su tutti i redditi di lavoro e pensione un prelievo, anch’esso progressivo sul patrimonio, con un’ampia deduzione di base, in modo da lasciare esenti i piccoli patrimoni, che assorba al suo interno anche la tassazione sui redditi prodotti da questi patrimoni, finanziari e reali. 

Che cosa pensa delle obiezioni di alcuni studiosi di Scienza delle finanze su una applicazione concreta di una tassa sulle grandi ricchezze? Quali sono le possibili scappatoie e le “fughe” dei ricchi, pensando anche all’esperienza statunitense con il presidente Biden? 

L’applicazione di una imposta sulle grandi ricchezze può incontrare, sul piano pratico, le stesse obiezioni riservate a una imposta personale e progressiva su tali ricchezze come quella di cui ho parlato nella risposta precedente. In entrambi i casi bisognerebbe infatti disporre di informazioni complete sull’intero patrimonio di proprietà dei singoli soggetti. Se l’informazione non è completa, la caratteristica comune alle due proposte, che è quella di richiedere di potere ricondurre i patrimoni da tassare al contribuente che ne è proprietario, viene meno. Si tratta di una sfida molto rilevante, perché richiede di avere una anagrafe il più possibile completa e aggiornata dei patrimoni personali che ancora non esiste. Senza questa anagrafe completa, l’imposta sulle grandi fortune, così come la progressività di una imposta sull’intero patrimonio, potrebbero essere aggirata attraverso la frammentazione del patrimonio in tanti e diversi cespiti di importo minore. Anche per queste ragioni, una imposta patrimoniale personale e progressiva è presente solo in alcuni Paesi. Non è comunque una buona ragione per arrendersi. Passi in avanti si stanno facendo, in particolare per quanto riguarda la possibilità di tracciare i capitali mobili che si spostano nei paradisi fiscali. C’è infatti un interesse comune dei diversi paesi a non perdere base imponibile subendo la concorrenza fiscale di altri Stati.  I progressi compiuti nello scambio di informazioni che interessa ormai un centinaio di Stati, sono sotto questo profilo particolarmente importanti. Anche se va fatto un investimento maggiore, a partire dal nostro paese, per sfruttare al meglio i dati ottenuti. 

E intanto, come sappiamo, la parola “patrimoniale” è ormai un tabù intoccabile…

La resistenza al prelievo patrimoniale nel nostro Paese raggiunge paradossi al di fuori di qualsiasi logica. Da un lato “la patrimoniale” viene presentata come una sorta di vendetta sociale invocata dalla sinistra. E si ignora bellamente che in Italia la patrimoniale esiste già, articolata su ben quattro diversi prelievi, che tassano il patrimonio immobiliare (con la rilevante eccezione della prima casa non di lusso, e di larga parte dei terreni agricoli) e mobiliare, detenuto sia in Italia che all’estero. Quindi il problema non è l’introduzione di un’imposta sul patrimonio, ma, come al solito, quello della sua equità, e del ruolo che le deve essere assegnato nella distribuzione del carico tributario. In questo campo, ancora di più che in altri, le grida contro ogni discussione seria sulla tassazione del patrimonio nascondono la volontà delle persone con più ricchezza, e con molto più potere nella comunicazione pubblica, di difendere i propri privilegi. Ne è un esempio evidente la discussione sulla riforma del catasto, che non viene permessa, nonostante, a parità di gettito, potrebbe beneficiare la maggioranza dei contribuenti che pagano l’Imu, perché quelli che godono del privilegio di una tassazione bassa su patrimoni che hanno acquisito maggior valore nel tempo, anche grazie a interventi pubblici relativi a trasporti, zone verdi e servizi, hanno più potere per opporsi.

Ci sono studiosi ed esperti del settore che criticano la proposta di introdurre tasse per i super ricchi perché pensano sia necessario intervenire “a monte”, laddove le diseguaglianze e le sperequazioni si generano. Ha un senso questa obiezione? E comunque molti dicono che per tentare di ridurre le diseguaglianze servono politiche di diversa natura, non solo fiscali. Un intervento “interdisciplinare”?

Questo è un punto molto importante. Se guardiamo all’andamento delle diseguaglianze nel nostro paese, abbiamo un’evidenza chiarissima che le diseguaglianze sono cresciute soprattutto nell’ambito dei redditi di mercato. La precarizzazione del lavoro, che riduce il tempo lavorato, e le basse retribuzioni, addirittura calate in termini reali in Italia negli ultimi decenni, hanno determinato un’incidenza patologica del cosiddetto lavoro povero. La povertà di lavoro individuale, che interessa circa un quarto dei lavoratori italiani, secondo il rapporto presentato dal Ministero del lavoro nel 2021 (con una incidenza per genere che, nel caso delle donne, arriva a quasi un terzo) è solo in parte lenita dalla solidarietà famigliare. Quanto più queste distanze si approfondiscono, tanto più è difficile correggerle con le politiche fiscali e di welfare e cioè con politiche che redistribuiscano i redditi, e con essi anche le ricchezze. Quindi una correzione dei meccanismi che generano le diseguaglianze è fondamentale. Lo si può fare anche con meccanismi di regolazione. 

Sempre con riferimento al mercato del lavoro ad esempio, una disciplina più rigorosa della rappresentanza, che eviti i contratti pirata firmati da sindacati creati ad hoc per derogare ai contratti nazionali, la validità erga omnes dei contratti, la disciplina di un salario minimo che aiuti nei settori in cui la sindacalizzazione fatica ad arrivare, la richiesta di motivazioni circostanziate per le assunzioni a tempo determinato, che comunque non dovrebbero mai eccedere una certa percentuale del complesso della manodopera e così via, potrebbero essere di grande aiuto. 

Come per la medicina quanto possono contare le politiche pubbliche nella prevenzione?

In parte si può intervenire sulla formazione delle diseguaglianze che si formano sui mercati anche attraverso politiche pubbliche, fiscali e di welfare che agiscano per prevenirle: mi riferisco in particolare a politiche che riducano il divario nell’accesso all’istruzione, che favoriscano la mobilità sul territorio e quindi sia politiche di trasporti che politiche della casa, che favoriscano l’accesso alla salute. Riducendo quindi tutti i fattori che favoriscono la rigidità nella trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze di cui abbiamo parlato prima. Il fisco entra in gioco principalmente per la banale ragione che senza un’adeguata pressione fiscale l’intervento pubblico non può essere adeguatamente finanziato. Ed è evidente che questo è un elemento cruciale perché solo interventi pubblici universali permettono di superare la discriminazione economica all’accesso, quando questo è lasciato al solo mercato.

Questa è la ragione fondamentale per opporsi a tutte le ipotesi di flat tax – a regime, in prospettiva e incrementali – che hanno riflessi non solo in termini di ampliamento delle diseguaglianze, in quanto riducono il ruolo redistributivo del prelievo, ma anche in termini di gettito. Sono ipotesi che, bisogna averlo molto chiaro, si reggerebbero solo su imponenti tagli della spesa di welfare. 

Quanto pesa sulle entrate fiscali nazionali il fenomeno dell’evasione fiscale? 

Il fenomeno dell’evasione fiscale è nel nostro paese particolarmente preoccupante, innanzitutto per la sua dimensione. Secondo gli ultimi dati pubblici disponibili, riportati nel Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva del 2022, nel 2019, il tax gap, è stimabile in 86,6 miliardi, il 4,8% del Pil. Il Rapporto stima anche in circa 12,7 miliardi il tax gap relativo ai contributi sociali, con un tax gap complessivo di 99,2 miliardi. In termini settoriali il tax gap è particolarmente elevato nel settore delle costruzioni, del commercio e dei servizi (ristorazione e servizi alla persona). In termini territoriali, l’ammontare assoluto di evasione stimata è più elevato nel Nord del paese, in ragione della maggiore quota di valore aggiunto prodotta in quel territorio, ma la sua intensità (evasione per unità di gettito regolarmente versato) è maggiore nel Mezzogiorno. Dei 36,6 miliardi di evasione attribuibili all’Irpef, 32,8 riguardano il reddito di impresa e autonomo, cui corrisponde un tax gap del 68,3%.

Purtroppo però i fenomeni dell’evasione e dell’elusione fanno ormai parte di un sistema consolidato di rapporti. Siamo assuefatti? 

Il problema vero è che a questo fenomeno si guarda con condiscendenza. L’evasione viene di fatto narrata e quindi anche accettata come una sorta di difesa del contribuente inerme nei confronti di un fisco vorace. Questa narrazione trova la sua forza proprio nella diffusione endemica del fenomeno in intere categorie di contribuenti. Viene inoltre facilitata da provvedimenti normativi e amministrativi che molto spesso, addirittura, la premiano. Mi riferisco a: l’indebolimento progressivo di tutti gli strumenti di riscossione; la concessione di rateizzazioni per periodi molto lunghi, senza alcuna preventiva verifica circa l’effettiva impossibilità di pagare da parte del contribuente; la derubricazione dei condoni a definizioni agevolate, con l’idea che sia indifferente pagare le imposte nel momento dovuto o pagarle, solo se scoperti, dopo averle occultate al fisco, o comunque non versate, in un numero molto rilevante di anni, senza sanzioni e senza interessi. Si tratta di scelte che rendono più conveniente, dal punto di vista del calcolo economico, non pagare le imposte, attendere di essere eventualmente scoperti, accedere a una rateizzazione, pagare una o due rate, attendere il provvedimento che puntualmente arriva di remissione in bonis e poi il molto probabile condono.

Che cosa si può fare in questa situazione per tentare quanto meno di ridurre il danno e provare a invertire la rotta? Se lei dovesse impostare una campagna di sensibilizzazione su quali valori si dovrebbe puntare? Perché è chiaro che ci vorrebbe una rivoluzione culturale per costruire un sistema fiscale più equo, ma già la parola “tasse” suona sempre male.

Da un lato è necessario rafforzare le azioni di deterrenza nei confronti dei contribuenti che deliberatamente occultano i propri proventi al fisco, attraverso una ragionevole frequenza dei controlli, l’effettività delle sanzioni penali e amministrative e l’efficacia delle azioni di riscossione. Dall’altro è necessario fare capire quali siano le conseguenze dell’evasione fiscale su tutti gli altri cittadini: una pressione più elevata per quelli che le tasse le pagano, una concorrenza sleale nei confronti di chi opera nella stessa attività e, pagando le tasse, si trova a dover chiedere prezzi più alti, la creazione di liquidità in nero, che viene utilizzata per i fenomeni corruttivi così diffusi nel nostro Paese, il lavoro nero e la conseguente insicurezza sul lavoro. L’evasione fiscale interferisce inoltre con la prova dei mezzi, con cui si regola l’accesso o quanto meno la compartecipazione al finanziamento di molte prestazioni pubbliche. Bisogna cioè capire che quella delle tasse è una avventura dell’intera comunità, e chi si sottrae vive a spese degli altri e li danneggia competendo con slealtà.

C’è infine il capitolo dell’elusione fiscale e specialmente del comportamento delle grandi aziende e dei grandi gruppi che stanno spesso a di là delle leggi o al di sopra…

Il fenomeno dell’elusione è strumento privilegiato delle imprese più grandi, multinazionali, e si concretizza in operazioni quali ad esempio il profit shifting, cioè la manipolazione dei prezzi praticati sugli scambi infragruppo, al fine di fare emergere i profitti nei paesi dove sono meno tassati e i costi nei paesi a più alta aliquota, per godere di più alte deduzioni. Per contrastare le pratiche fiscali aggressive, sviluppate dalle multinazionali anche sfruttando a proprio vantaggio la digitalizzazione e la globalizzazione, e, soprattutto, le forti asimmetrie tra i diversi regimi fiscali nazionali, è da anni in corso una strategia, che sta interessando un numero sempre più rilevante di paesi, promossa dal G20 e seguita, dal punto di vista tecnico, dall’Ocse, nota come Beps (Base erosion and profit shifting), che va proseguita con determinazione. Anche l’accordo sul cosiddetto Pillar two e cioè la previsione di un’aliquota minima sui profitti delle grandi imprese multinazionali nelle diverse giurisdizioni, che dovrebbe entrare in vigore dal 2024, con cui si cerca di contrastare l’operare dei paradisi fiscali e la concorrenza fiscale fra Paesi per attirare imprese e investimenti, dovrebbe aiutare ad arginare quella corsa al ribasso che ha comportato una forte riduzione delle imposte sui profitti. È importante che sia maturata la consapevolezza dei danni enormi che queste pratiche, e la presenza di paradisi fiscali che le facilitano, recano alle singole nazioni e alla loro stessa autonomia nel campo in cui ne sono più gelosi: quello fiscale. 

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venerdì 20 gennaio 2023

i ricchi se ne strafottono dei poveri, come sempre

Davos, la vergogna dei più ricchi e incapaci del pianeta - Ennio Remondino 

Un pianeta di sempre più ricchi e di sempre più poveri, e anche se sei un relativamente povero tra i ricchi ma se sei ancora una persona per bene, la cosa un po’ ti indigna. Almeno il tempo di quello che a catechismo ci avevano insegnato come ‘esame di coscienza’. Ma a Davos, World Economic Forum, l’esame di coscienza non è in programma, e la diseguaglianza sempre meglio organizzata non conosce crisi.
Il nuovo rapporto di Oxfam all’apertura del World Economic Forum a Davos.

Sempre più ricchi e sempre più, molto più poveri

La pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso pochi grandi ricchi e sempre più ricchi ma senza esagerare, e molti poveri, e i molto poveri e sempre più poveri. È quanto emerge dal rapporto Oxfam «La diseguaglianza non conosce crisi», pubblicato – come di consueto – all’apertura del World Economic Forum (Wef), a Davos, sulle Alpi svizzere, che già la località prescelta la dice lunga, che Cortenina D’Amepzzo passa per località di turismo popolare.

‘Cooperazione’ dove ognuno corre per se

Oltre 2700 i partecipanti, tanti economisti che le crisi spesso le causano e poi le analizzano, una cinquantina di Capi di Stato, ma quasi nessuno tra quelli che veramente contano e poi deludono, e poi la ‘fuffa’. Ah, scusate, dimenticavamo il presidente ucraino Zelenzky in video, che non può mancare a nessun meeting, visto che trova persino il tempo di invocare soluidarietà e armi anche a Porta a porta.

Colpevoli e anche pessimisti

Ad eccezione del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, non sarà presente nessun leader del G7, visto ched di Grandi s’è persa la misura politica e visto che le aspettative sono basse, anche brutte, quasi pessime, e non fa bene mostrarsi al proprio elettorale dove si parla di «recessione globale, mentre l’economia continuerà ad essere segnata dalle tensioni geopolitiche».

Per fortuna i ‘super-ricchi’ –informa Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam– hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i «ruggenti anni ’20’ del nuovo millennio». E noi siamo felici.

Globalizzazione in crisi?

Un mondo frammentato da guerra, nazionalismi e tensioni geopolitiche crescenti, e ora i protagonisti di gran parte di questa disgrazie provano a dirci come forse ne usciremo, dopo aver tutti noi pagato un prezzo molto salato salato. E visto che le disgrazie non vengono mai sole, il World Economic Forum ci avverte che dobbiamo prepararci, oltre che alla recessione globale nel 2023, anche a un ‘dis-ordine mondiale’ sta trasformando la globalizzazione come l’avevamo conosciuta finora.

La colpa fu del rosso fiorellin…

Non solo colpa della guerra che la Russia -oggi assente per castigo- e neppure le barriere commerciali fra Stati Uniti e Cina e la gara perversa tra Bruxelles e Washington si scontrano su chi sussidia di più la propria industria, peccato mortale con assoluzione presidenziale. Colpa di chi manca? Sarà per questo che al vertice di quest’anno nelle Alpi svizzere fanno più rumore gli assenti dei presenti:

mancano gli oligarchi russi, il presidente americano Joe Biden e il cinese Xi Jinping, come pure il francese Emmanuel Macron, il premier britannico Rishi Sunak, il canadese Justin Trudeau e il rieletto leader brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Per fortuna gli amati miliardari

In compenso, sulla lista degli invitati ci sono oltre 100 miliardari, rappresentanti sauditi e degli Emirati Arabi, innumerevoli Ceo e operatori finanziari di Wall Street. Con la politica che decide veramente, quasi assente. Sospetto di codardia, il nostro, condiviso da chi, anche in Osfam, ritiene che la loro assenza è una dimostrazione di come l’economia globale non sia più materia su cui i capi di stato hanno controllo, esercitato piuttosto da un ristretto manipolo di privati.

Disuguaglianze favorite dal fisco?

I numeri parlano chiari. Dal 2020 l’1% dei più ricchi si è accaparrato quasi il doppio dell’incremento della ricchezza netta globale, rispetto al restante 99% della popolazione mondiale. Le fortune dei miliardari crescono alla velocità di 2,7 miliardi di dollari al giorno, mentre almeno 1 miliardo e 700 milioni di lavoratori vivono in paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari.

Quando il povero non servirà più neppure come forza lavoro

Intanto i governi delle regioni più povere spendono oggi quattro volte di più per rimborsare i debiti rispetto a quanto destinano per la spesa pubblica in sanità. Col risultato che ogni quattro secondi una persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Ovviamente, ‘Ça va sans dire’, il debito degli ultra poveri e con gli ultra ricchi.

Sempre meno tasse per i ricchi

Come il malvagio delle favole, anche quello vero ama esagerare. E dopo decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, una tendenza che si traduce in povertà, migrazioni, conflitto sociale e crisi delle democrazie, basterebbe un’imposta del 5% sui grandi patrimoni «potrebbe generare per la lotta alla povertà affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone». Ma noi siamo adulti e non crediamo più alle favole.

World Economic Forum, massoneria per ricchi

«La percezione popolare è che il WEF sia un’organizzazione segreta e sinistra simile a qualcosa uscito da un romanzo di James Bond». Si lascia scappare Larry Elliott sul Guardian. A Davos solo passerella, dove non c’è nessuno tra quelli che alla fine decidono, salvo quei 100 miliardari di cui abbiamo detto.

Mentre qualcuno opportunamente ricorda che la prima Grande Guerra in Europa viene combattuta a poco più di duemila chilometri dalle piste innevate di Davos.

da qui

 

 

Oxfam: la diseguaglianza cresce favorita dal fisco - Paolo Andruccioli

La pandemia ha aumentato le distanze sociali. Anche in Italia, mentre i salari crollano, la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. I dati del Rapporto Oxfam 2023: aumentano le iniquità generazionali e le differenze di genere. Solo i grandi patrimoni hanno avuto benefici fiscali.

In Italia i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. La pandemia ha approfondito le distanze sociali e ha premiato una fascia ristrettissima di popolazione. Lo sostiene il nuovo rapporto Oxfam diffuso oggi (16 gennaio) in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos. Già dal titolo è chiaro il risultato della ricerca dell’Oxfam, che conduce la campagna mondiale contro l’aumento della povertà (20 organizzazioni che lavorano in più di 90 paesi nel mondo a fianco delle comunità per garantire risorse, diritti e regole più giuste): “La diseguaglianza non conosce crisi”. Nel biennio di maggiore diffusione del virus del Covid 19 lo spicchio più ricco della popolazione (1%) ha visto crescere il valore dei propri patrimoni di 26.000 miliardi di dollari, in termini reali, accaparrandosi il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42.000 miliardi di dollari), quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale. 

Battuti tutti i record

Con la pandemia la diseguaglianza invece di ridursi fa un notevole passo avanti. Viene infatti superato anche il record che si era registrato durante il decennio 2012-2021, in cui il top-1% aveva beneficiato di poco più della metà (il 54%) dell’incremento della ricchezza planetaria. E quasi a dare ragione alle previsioni più fosche di Carlo Marx, per la prima volta in 25 anni aumentano simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà. “Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese, i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ruggenti anni ’20 del nuovo millennio – spiega Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Crisi dopo crisi i molteplici divari si sono acuiti, rafforzando le iniquità generazionali, ampliando le disparità di genere e gli squilibri territoriali. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati a non restare scalfito è il destino di chi occupa posizioni sociali apicali, favoriti anche da decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, che ne hanno consolidato le posizioni di privilegio”. 

Tassare le grandi ricchezze

Diventa fondamentale quindi ripensare dalle radici il sistema fiscale italiano. Ne è convinta Gabriela Bucher: “Un sistema fiscale più equo, a partire da un maggiore prelievo sugli individui più facoltosi, è uno degli strumenti di contrasto alle disuguaglianze. Un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare per i Paesi riscossori risorse da riallocare per obiettivi di lotta alla povertà a livello globale affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone”.

La morsa dell’inflazione

Ma nel frattempo la pandemia e la crisi energetica con il relativo aumento dei prezzi – con un tasso dell’inflazione mai così alto da oltre 35 anni con i nuovi venti recessivi rischiano di esacerbare ulteriormente i divari. La quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). 

Ricchi e poveri

Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) ha mostrato ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico. Contemporaneamente cresce appunto la povertà sia quella relativa, sia quella assoluta. Quest’ultima è risultata stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020 e interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno, secondo Oxfam, molto allarmante perché ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici. 

Scenari mondiali

Secondo i dati contenuti nel Rapporto Oxfam, con riferimento alle posizioni al vertice della piramide distributiva, dal 2020 ad oggi, un miliardario ha aumentato, in media, il proprio patrimonio di circa 1,7 milioni di dollari per ogni dollaro di incremento patrimoniale di una persona collocata nel 90% meno abbiente. Nel corso dell’anno appena concluso, i big del cibo e dell’energia hanno raddoppiato i profitti, ma l’84% è andato agli azionisti. Nel 2022 la ricchezza dei miliardari nei settori energetico e agro-alimentare è aumentata in concomitanza con la rapida crescita dei profitti delle imprese che controllano: lo scorso anno, 95 aziende, tra i Big dell’energia e le multinazionali del cibo, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media del quadriennio 2018-2021, versando 257 miliardi di dollari (l’84% degli extraprofitti realizzati) a ricchi azionisti. È il caso della dinastia Walton, proprietaria di metà della Walmart, che ha ricevuto dividendi per 8,5 miliardi di dollari nell’ultimo anno; o del miliardario indiano Gautam Adani, azionista di riferimento in molte grandi compagnie energetiche, che in soli sette mesi ha visto la propria ricchezza aumentare di 42 miliardi di dollari (+46%).

Profitti e prezzi

I curatori del Rapporto spiegano anche i nessi tra crescita dei profitti e inflazione. Come evidenziato da recenti analisi, gli esorbitanti profitti societari hanno avuto un ruolo predominante nella crescita dell’inflazione in Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Per 1,7 miliardi di lavoratori l’inflazione supera l’aumento dei salari. Allo stesso tempo, almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in Paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari e oltre 820 milioni di persone – circa 1 persona su 10 sulla Terra – soffrono la fame. Secondo la Banca Mondiale, stiamo probabilmente assistendo al più grande aumento di disuguaglianza e povertà globale dal secondo dopoguerra. Interi Paesi rischiano la bancarotta e quelli più poveri spendono oggi 4 volte di più per rimborsare i debiti rispetto a quanto destinano per la spesa pubblica in sanità. Tre quarti dei governi del mondo (148 Paesi) stanno inoltre pianificando tagli alla spesa pubblica – anche per la sanità e l’istruzione – per 7.800 miliardi di dollari nel quinquennio 2023-2027.

Guerra e povertà

“L’aumento dell’incidenza della povertà è stato attenuato, nell’emergenza, dagli interventi pubblici di supporto alle famiglie, ma le prospettive di arretramento sono forti alla luce dei fattori correnti di rischio per l’economia italiana come gli impatti del conflitto russo-ucraino e la crescita dell’inflazione”. Lo spiega Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia, secondo il quale le misure di sostegno alle famiglie devono proseguire ed essere indirizzate meglio verso le famiglie in condizioni di maggior bisogno. “È inoltre indispensabile abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, riformando l’unica misura strutturale di contrasto alla povertà di cui disponiamo; serve pure stimolare nuovi accordi tra le parti sociali volti a ridefinire celermente sistemi più efficaci di indicizzazione dei salari ai prezzi per fornire protezione adeguata ai gruppi sociali meno abbienti e alle forme di lavoro meno tutelate in settori a bassa retribuzione”. Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022″ si legge nel Rapporto. “Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione. Se il miglioramento del mercato del lavoro italiano nel 2022 dovrà essere valutato alla luce dei rischi di una nuova recessione, restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente giovanile e femminile, marcate e crescenti disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero”. 

Sbagliate le misure sul lavoro

“Se il dilagare del lavoro povero rappresenta una caratteristica strutturale del mercato italiano – è ancora Misha Maslennikov a parlare – destano preoccupazione le iniziative già messe in campo e le intenzioni del nuovo governo. Piuttosto che disincentivare il ricorso a forme di lavoro atipico che intrappolano nella precarietà milioni di lavoratori, il governo allarga le maglie per il lavoro discontinuo e invoca ulteriori interventi di flessibilizzazione. La previsione di un salario minimo non è all’ordine del giorno e gli incentivi all’occupazione – all’insegna del “più assumi, meno paghi” – non sono valutati sotto la lente della qualità e sostenibilità dell’occupazione promossa, lasciando il ruolo per lo sviluppo di una buona occupazione alle convenienze economiche e fiscali delle imprese”. 

Le proposte

Il Rapporto non si limita quindi all’analisi. Si indicano anche delle possibili linee di intervento. Per quanto riguarda il nostro Paese, Oxfam raccomanda per esempio al governo di intervenire in alcuni ambiti prioritari. Contrasto al caro-vita e alla povertà; abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, garantendo l’erogazione di tutte le mensilità spettanti a tutti i beneficiari, e riformare la misura per renderla più equa (per criteri di accesso e entità del sussidio) ed efficiente; favorire accordi tra le parti sociali per ridefinire una più efficace indicizzazione dei salari ai prezzi e indicizzare all’inflazione il reddito soglia per l’accesso al reddito di cittadinanza. Oxfam suggerisce anche di destinare maggiori risorse contro il caro-energia, potenziare la tassa sugli extraprofitti a carico degli operatori del comparto energetico fossile, aumentando l’aliquota dal 50% all’80% ed estendendo la misura ai settori farmaceutico ed assicurativo. Rafforzare la funzione redistributiva della leva fiscale, aumentando la contribuzione a carico dei più ricchi; favorire la ricomposizione del prelievo spostando la tassazione dal lavoro a rendite, profitti e interessi; abbandonare il ricorso a trattamenti fiscali differenziati tra contribuenti in condizioni economiche affini. Tra gli interventi anche quello dell’introduzione di un salario minimo legale. Inoltre, per contribuire alla riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi, si chiede al governo italiano di agire sullo scacchiere internazionale per riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (DSP), emessi dall’FMI nell’agosto 2021.

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