La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 24 maggio 2026
Falcone e Borsellino: la verità oltre la mafia. Servizi segreti, eversione nera e stragi di Stato
domenica 17 maggio 2026
lunedì 5 gennaio 2026
venerdì 31 ottobre 2025
Il delitto Mattarella e l’omicidio di La Torre: quella targa rubata a Palermo e trovata a Torino che può collegare i mafiosi ai neri
di Giuseppe Pipitone, Marco Lillo, Saul Caia
L'INCHIESTA - Scomparsa nel capoluogo siciliano alla vigilia del delitto
del leader comunista, trovata in un covo dei Nar a 1.500 km di distanza, è
stata indicata per anni come la prova regina del delitto del fratello del capo
dello Stato. Ipotesi accantonata dalla procura nell'ultima inchiesta. Ma la
targa PA563091 può ancora illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e
neofascisti
Unisce Palermo a Torino, ma potrebbe collegare
anche gli ambienti di Cosa Nostra a quelli dell’eversione
nera, sullo sfondo dei delitti eccellenti. Nell’ultima inchiesta della Procura
di Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella si
torna a parlare della targa usata per camuffare l’auto utilizzata dai killer
dell’ex presidente della Sicilia. E che nell’originaria ipotesi investigativa
avrebbe potuto legare la mafia al mondo del terrorismo di destra. Nella
richiesta di arresto per l’ex prefetto Filippo Piritore, finito ai domiciliari con l’accusa di depistaggio, si dedica un
paragrafo a questo pezzo di plastica rettangolare dato per disperso negli atti
ufficiali e che invece è custodito ancora oggi all’ufficio corpi di reato del
tribunale di Palermo. Negli ultimi quarant’anni quella targa ha colpito
l’attenzione delle migliori menti investigative italiane. Sono due lettere e
sei numeri in bianco su sfondo nero: PA563091. È una targa famosa,
anzi famigerata perché fu sequestrata dai carabinieri il 26 ottobre del 1982 a
Torino in via Monte Asolone, all’interno di un appartamento usato
dai terroristi di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari. Che ci
faceva quella targa rubata a Palermo in un covo di neofascisti a Torino?
Nessuno si è posto questa domanda per sette lunghi anni. Poi nel 1989 il
magistrato Loris D’Ambrosio si accorge di una singolare
coincidenza: PA563091 è una sequenza composta dagli stessi
numeri “avanzati” nella creazione della targa finta fabbricata dagli assassini
di Piersanti Mattarella.
Il 6 gennaio del 1980 l’allora presidente della Regione Siciliana viene
ucciso sotto casa sua da due killer, che poi fuggono a bordo di una Fiat 127
targata PA546623. È il risultato di un mix di targhe rubate: PA54-0916 e
PA53-6623. Da quell’operazione avanzano appunto due frammenti di targa: PA53 e
0916. Due anni e mezzo dopo, il 26 ottobre 1982, i carabinieri fanno irruzione
in via Monte Asolone nel capoluogo piemontese: a verbale scrivono di aver sequestrato
“due pezzi di targa di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la
sigla PA e il numero 563091”. D’Ambrosio unisce i puntini e l’8 settembre del
1989 firma una relazione che sottolinea come la targa trovata a Torino
(PA563091) sia composta esattamente dalle stesse cifre “avanzate” dalla
creazione della targa usata nell’omicidio Mattarella (PA53-0916).
La pista delle targhe
L’intuizione di D’Ambrosio colpisce l’attenzione di Giovanni
Falcone, da tempo impegnato nelle indagini sugli omicidi politici commessi
in Sicilia. Il giudice istruttore Gioacchino Natoli va ad
acquisire la targa di via Monte Asolone, che nel frattempo era stata inviata a
Roma. Il ragionamento investigativo è semplice: se quella targa è composta da
più pezzi incollati allora vuol dire che i Nar sono coinvolti nell’omicidio di Mattarella.
Natoli va a Roma, si fa consegnare la targa e scopre che è integra. Ad
accusare Giusva Fioravanti ci sono le dichiarazioni di suo
fratello Cristiano e il riconoscimento di Irma Chiazzese, vedova
Mattarella e testimone oculare del delitto. Ma la presunta prova regina
rappresentata dalla targa perde consistenza: nei due anni e mezzo di vita che
lo separano dalla strage di Capaci, Falcone non se ne occuperà più. Come
D’Ambrosio e Natoli. Fioravanti viene processato insieme a Gilberto
Cavallini per l’omicidio Mattarella ma viene assolto in via
definitiva. Condannati, invece, i boss della cupola di Cosa Nostra, indicati
come mandanti. Oscuri ancora oggi gli esecutori del delitto.
L’ipotesi della manina
Passa quasi un quarto di secolo e la pista delle targhe riemerge: nel
2014 Giovanni Grasso (oggi portavoce di Sergio Mattarella al
Quirinale) racconta l’intuizione investigativa di D’Ambrosio nel suo
libro Piersanti Mattarella, da solo contro la mafia (San
Paolo). Nel 2017 Franco Roberti, all’epoca capo della Direzione
nazionale antimafia, chiede al procuratore di Palermo – che era Franco
Lo Voi – di verificare se quella targa fosse autentica o falsa, cioè
“assemblata con i pezzi residuati dal camuffamento effettuato sulla Fiat 127
utilizzata per l’omicidio Mattarella”. Un interrogativo che da anni si pongono
i migliori saggisti e giornalisti italiani. Da ultimo Report a maggio scorso rilancia
l’ipotesi di Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari delle
vittime della strage di Bologna, il quale ipotizza che la prova regina della
pista nera nel delitto Mattarella potrebbe essere stata sottratta da una “manina”:
qualcuno avrebbe sostituito i due frammenti originari con una targa integra
“salvando” così i Nar nelle indagini sull’omicidio Mattarella. A sostegno di
questa tesi si cita un documento del 2004 in cui il tribunale di Roma attesta
la distruzione di tutti i reperti sequestrati in via Monte Asolone nel 1982,
compresi quei due pezzi di targa.
La targa è integra e autentica
La pista è stata esaminata e scartata dal procuratore Maurizio de
Lucia e dai sostituti Antonio Carchietti e Francesca
Dessì nella richiesta di arresto dell’ex prefetto Piritore. Prima di
dedicarsi al guanto trovato il 6 gennaio 1980 sull’auto usata dai killer e poi
misteriosamente sparito, i pm spazzano il campo dai vari elementi della
cosiddetta “pista nera” che hanno seguito senza risultato. Il primo è
appunto la targa. I magistrati spiegano di aver ritrovato negli archivi
palermitani “quanto descritto nel verbale di perquisizione” dei carabinieri del
1982, e cioè “effettivamente e chiaramente” due pezzi di targa “di cui uno
comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il n. 563091”. Allora
cosa è stato distrutto a Roma? Spiegano i pm: “Con il provvedimento del 15
giugno 2004, vennero distrutti tutti i reperti (tra cui altre targhe pure
sequestrate nel medesimo covo) facenti parte del plico n. 110116 ad eccezione
di quello recante il n. 42 che, essendo stato trasmesso al
Tribunale di Palermo e acquisito al procedimento penale relativo all’omicidio
del Presidente, rimase regolarmente custodito agli atti”. Semplicemente,
dunque, quel verbale di distruzione dei carabinieri di Roma contiene un errore.
Ipotizza la distruzione di tutti i reperti senza tener conto che quella
targa PA563091 (solo quella) era da quindici anni a Palermo,
portata lì da Natoli nel 1989. Nessuna distruzione, dunque. “Una volta
recuperati i due pezzi di targa sequestrati in via Monte Asolone a Torino, la
targa intera PA 563091 è apparsa ictu oculi integra (cioè
non formata da spezzoni incollati tra loro), circostanza questa che,
verosimilmente, non suggerì, ai tempi della sua originaria acquisizione, il
compimento di ulteriori approfondimenti che, tuttavia, sono stati ugualmente
disposti nell’ambito del presente procedimento”, continuano gli investigatori
palermitani, risolvendo così un giallo vecchio di quattro decenni.
Verbali scritti male
Anche il verbale dei carabinieri che fecero irruzione nel covo dei Nar,
datato 1982, era probabilmente scritto male: riporta l’esistenza di “due
pezzi di targa” ma in effetti si tratta di un frammento – PA – e di una
targa integra PA563091. Lo certificano anche la consulenze tecniche del
perito Carmelo Calzetta, che tra il 2020 e il 2022 spiega come i
reperti analizzati non presentino “punti di discontinuità, né lesioni, né
fratture, né segni di alterazione e/o contraffazione e pertanto sono costituite
da una unica, integra e continua lastra di materiale plastico non
proveniente da assemblaggio mediante collanti o altro tipo di adesivo di pezzi
originariamente distinti da altri esemplari di targhe”. Si tratta dunque di
targhe “verosimilmente originali”. Insomma, per i pm non c’è dubbio: la
targa sequestrata nel covo dei Nar a Torino nel 1982 è la stessa di quella
esaminata la prima volta a Palermo nel 1989 e poi di nuovo 30 anni dopo. Ed è
integra ed autentica. Nessuna manina, dunque.
Menti raffinatissime
Bisogna ripartire dal dato iniziale: la targa PA563091,
sequestrata nel covo di Monte Asolone, apparteneva a una Renault 14TS
immatricolata il 3 marzo del 1980 nel capoluogo siciliano, quindi quasi due
mesi dopo il delitto Mattarella. Era intestata a Rosalia L., una
donna di Palermo residente in via Ruggero Marturano, non lontano dalla zona di
Resuttana-Colli. La targa di quella Renault viene rubata il 24 marzo del 1982,
come risulta dalla denuncia presentata da Antonino B., il marito della donna.
Chi è che compie quel furto? E per quale motivo? Ma soprattutto: come fa quella
targa rubata a Palermo nel marzo del 1982 a ricomparire a Torino, in un covo
dei Nar, sette mesi dopo? Eluso finora dalle inchieste giornalistiche e
giudiziarie, questo è forse il punto centrale della questione. Anche se integra
e autentica, infatti, la sequenza PA563091 ha comunque una straordinaria
particolarità: contiene esattamente le stesse cifre “avanzate” dalla
fabbricazione della targa falsa usata per l’omicidio Mattarella. Una
caratteristica che a Palermo, nel 1982, era condivisa da poche altre targhe. È
solo una coincidenza? O chi l’ha rubata ha scelto appositamente la Renault
della signora Lombardo, consapevole che quei numeri avrebbero rimandato al
delitto del presidente della Sicilia? Se fosse vera questa seconda ipotesi, c’è
da chiedersi per cosa doveva servire la targa sottratta alla signora Lombardo:
forse per firmare un altro omicidio eccellente? Sarebbe
un’operazione da menti raffinatissime.
Il legame col delitto La Torre
Di sicuro c’è solo che il furto della targa PA563091 avviene nello stesso
periodo in cui Cosa Nostra comincia a pianificare un altro delitto politico:
quello di Pio La Torre, segretario del Partito Comunista in Sicilia
e leader del movimento pacifista, contrario all’installazione dei
missili nucleari della Nato sull’isola. Il 4 aprile 1982, 11 giorni dopo la
sottrazione della targa dalla Renault, viene rubata un’altra targa, che sarà
poi usata nell’agguato contro La Torre, il 30 aprile dello stesso anno. Nei
giorni precedenti all’omicidio erano state rubate anche una moto Honda e una
Fiat Ritmo, cioè i mezzi usati dal commando di killer. Quei furti avvengono
nella zona di Resuttana Colli, non distante da dove la signora Rosalia
L. aveva parcheggiato la sua auto: è possibile che a mettere a segno
quei colpi siano le stesse persone? Nulla riscontra questa tesi ma è una
domanda lecita. Una cosa è certa: sulla Ritmo usata dai killer di La Torre non
verrò montata la targa PA563091, che invece si materializzerà sette
mesi dopo e 1.500 chilometri più a nord: a Torino, nel covo dei neofascisti.
Come ci è finita? All’epoca del furto Fioravanti e Mambro erano già in carcere,
mentre altri esponenti di primo piano dei Nar, come Giorgio Vale,
erano braccati dagli investigatori a Roma. Secondo Fabrizio Zani,
neofascista e inquilino del covo di via Monte Asolone e in stretti rapporti con
Fioravanti, Cavallini e Mambro, sono stati i carabinieri di Mario Mori a
piazzare quella targa a casa sua. Zani sottolinea una stranezza oggettiva: in
quel covo vennero compiute due perquisizioni, una il 20 ottobre e una seconda
la sera del 26. L’obiettivo, secondo questa tesi non considerata credibile dai
magistrati, sarebbe stato quello di indirizzare le indagini sul delitto
Mattarella verso i neri. Un “impistaggio”, ma con un piano complesso e
inverosimile: nell’aprile del 1982 i carabinieri – o qualcuno su loro input –
avrebbero dovuto rubare la targa alla signora L.a Palermo, con l’obiettivo di
piazzarla nel covo di Torino nell’ottobre successivo, prevedendo che qualcuno
notasse prima o poi la compatibilità con gli spezzoni dell’omicidio Mattarella.
Cosa che avverrà con la relazione D’Ambrosio, ma solo ben sette anni dopo. A
quel punto scatta “l’impistaggio”, che definire raffinato è riduttivo. Va detto
che Zani non è stato considerato credibile dalla corte d’Assise di
Bologna che ha condannato Cavallini all’ergastolo per la strage alla
stazione. La domanda dunque resta inevasa: come ha fatto la targa PA563091
rubata a Palermo alla vigilia di un importante delitto di mafia a finire nel
covo dei Nar a Torino?
Quella Bmw di Cavallini finita a Palermo
C’è un altro dato che emerge dai vecchi atti delle indagini sui Nar e
sull’omicidio Mattarella: la targa fa quasi il percorso inverso di una BMW
735 targata MI39213G. Rubata a Salsomaggiore nell’ottobre
del 1980, avvisata a Milano negli anni successivi, è l’ennesima auto con una
targa finta di questa storia. Era stata intestata in modo fasullo a Giovanni
Bottacin, cioè le generalità usate da Cavallini, che per guidare quella Bmw
senza dare nell’occhio l’aveva camuffata con una targa di un taxi. Quella
macchina doveva servire ai neri per rapire uno dei Benetton, ma a un certo
punto scompare dai radar per poi ricomparire a Palermo in mano a uomini di Cosa
Nostra. La vicenda è stata ricostruita già 35 anni fa, nell’ordinanza-sentenza
sui cosiddetti delitti politici, cioè quelli di Mattarella, di La
Torre e di Michele Reina, segretario della Dc a Palermo, il cui
caso è stato recentemente riaperto dalla procura di Palermo. “Non posso
nascondere che nella mia ansia, tuttora attuale, di capire che cosa ha fatto
realmente mio fratello Valerio, avrei voglia di continuare a dare il mio
apporto alle indagini e al riguardo, posso soltanto dire che, ad esempio, sono
ansioso di sapere come mai una Bmw di cui Cavallini aveva la disponibilità a
Milano e che doveva servire per il sequestro del figlio di Benetton, è stata
poi trovata a Palermo”, aveva raccontato Cristiano Fioravanti ai
magistrati. Dalle indagini venne fuori che quella macchina era finita in un
autoparco nel quartiere di Pallavicino, gestito da Francesco Buffa,
considerato dagli inquirenti mafioso e amico di due neofascisti come Francesco
Mangiameli e Alberto Volo: il primo venne assassinato
da Fioravanti nel settembre del 1980, il secondo diventerà confidente di Falcone, al quale racconterà dell’esistenza
di strutture paramilitari segrete poi note come Gladio.
“Appare significativo il fatto che la Bmw di Milano sia finita a Palermo e –
guarda caso – sia passata (nonostante la apparente distanza tra i due luoghi)
dal Cavallini al Buffa, che aveva avuto rapporti sicuri col Mangiameli e col
Volo. Anche in questo caso, ci si può comodamente rifugiare nel mondo delle
coincidenze, però è statisticamente improbabile e contrario alla logica credere
alle stesse”, scrivevano gli inquirenti palermitani. Insomma: da una parte c’è
una macchina che dai neofascisti a Milano finisce in mano ai mafiosi in
Sicilia, dall’altra una targa scomparsa a Palermo che si materializza in un
covo di neri a Torino.
Neri e mafiosi
Oltre a essere amico dei estremisti di destra, Buffa era anche considerato
un uomo d’onore di Resuttana, il mandamento dei Madonia, potente
famiglia mafiosa con alcune peculiarità. “Vantavano dei rapporti con
alcuni terroristi di destra, mi parlavano pure di rapporti che
avevano con esponenti dei servizi segreti”, ha messo a verbale, tra
gli altri, il pentito Francesco Onorato. A vantare legami coi neri
e con le spie era soprattutto Nino Madonia, uno dei boss più
enigmatici della famiglia. Killer specializzato in delitti eccellenti, insieme
a Giuseppe Lucchese è recentemente finito indagato nell’ultima inchiesta della procura di Palermo sul delitto
Mattarella. Di un possibile coinvolgimento di Madonia nell’omicidio dell’allora
presidente della Sicilia parlava già la corte d’Assise d’Appello di Palermo che
assolse Fioravanti nel 1998, sottolineando l’esistenza di una presunta somiglianza
fisica tra il mafioso e il terrorista nero all’epoca dei fatti. Per
anni il dualismo Fioravanti-Madonia ha tolto il sonno a investigatori,
magistrati e giornalisti che si sono occupati del caso. Meno complessa, invece,
l’indagine che nel 2004 ha portato Madonia e Lucchese a essere condannati come
esecutori del delitto La Torre.
La compenetrazione
L’omicidio del leader comunista non è legato a quello di Mattarella solo
dal punto di vista investigativo. I due politici, infatti, avevano un rapporto
solido. Dopo il delitto Mattarella, La Torre intervenne alla Camera riportando un dialogo avuto con l’allora presidente
della Regione a proposito dell’assassinio del giudice Cesare Terranova e
dell’arrivo in Sicilia di Michele Sindona. “Ti rendi conto che
questo è un sistema di potere che va al di là della Sicilia? Io penso che ci
sia ormai un rapporto tra la mafia e il terrorismo”,
sono le parole che avrebbe pronunciato il leader del Pci. Mattarella avrebbe
risposto: “Io penso a qualcosa di peggio”. Di rapporti tra mafia e terrorismo
parla pure Giovanni Falcone nel 1988, quando riferisce alla Commissione Antimafia proprio delle
indagini sul delitto Mattarella: “Si tratta di capire se e in quale misura
la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa,
oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe
significare altre saldature e soprattutto la necessità
di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche
da tempi assai lontani”. Chi all’epoca lavorava con Falcone racconta che il
giudice era molto interessato a questa ipotesi della compenetrazione tra neri e
mafiosi nei delitti che hanno segnato la storia del nostro Paese. Oggi una
targa rubata a Palermo alla vigilia del delitto La Torre, trovata in un covo
dei Nar a Torino e indicata per anni come la prova regina del delitto
Mattarella potrebbe illuminare di una luce nuova i rapporti tra
mafiosi e neofascisti sullo sfondo dei misteri italiani.
giovedì 14 agosto 2025
BDS contro gli USA
di Francesco Masala (disegno di MrFish)
Ho letto con attenzione e partecipazione la proposta di Marco Aime sul boicottaggio delle multinazionali USA (qui) e mi viene in mente qualche pensiero.
Visto che non possiamo aspettarci niente dai nostri governi, servi del padrone a stelle e strisce senza nessuna dignità, ho pensato a cosa poter fare, nel nostro piccolo (come colibrì, citando la storiella che racconta Marco Aime), per boicottare il Moloch USA (notoriamente il paese più terrorista del mondo) e anche decolonizzare le nostre menti.
Come spiega chiaramente Federico Greco (qui) il cinema che arriva dagli Usa, quando autorizzato dalla CIA, o da qualche loro agenzia, è uno strumento per colonizzare il nostro immaginario, penso per esempio ai film dei supereroi, declinati nei nostri cinema in mille salse (sono i film che attirano più spettatori, soprattutto fra i giovani). Lasciamo perdere questi film tutti uguali, e in fondo noiosi, e ascoltiamo gli eroi di Caparezza (qui).
Già ci manca Goffredo Fofi, per orientarci nelle ideologie che stanno dietro alle produzioni cinematografiche (e magari nei film e nelle serie che inondano le nostre case).
Mi vengono un paio d’esempi terra terra.
Vi sarà capitato, al supermercato, di trovare confessioni di frutta secca e anche di prugne che arrivano dalla California (quello stato dove le città hanno nomi ispanici, i braccianti sono ispanici, ma non è uno stato del Messico), perché non lasciare quelle buste colorate al supermercato?
E Amazon, che arriva nelle case di tutti, perché non comprare le stesse cose in un negozio, o dal sito dell’impresa produttrice?
La retorica della consegna fino a casa è nei tanti posti di lavoro che si creano (Ken Loach insegna), la stessa che si usa per i centri commerciali, quanta occupazione nuova creano! Peccato che per ogni posto di lavoro, spesso precario, se ne cancellano cinque nella piccola distribuzione, desertificando città grandi e piccole.
Ma torniamo ad Amazon, smettiamo di comprare da Bezos, che con i nostri soldi si può comprare Venezia, deamazoniamoci.
So che sembra una lotta contro i titani, ma le vittorie dei lillipuziani contro il gigante Gulliver potrebbero ispirarci.
E poi, qualcuno si ricorda che la strategia della tensione è opera della CIA e della Nato (qui)?
Che gli Usa hanno basi militari in Italia e siamo un paese a sovranità molto limitata, come Panama, per esempio.
Che dietro tutte le stragi e gli omicidi eccellenti, da Mattei a Moro, da Falcone a Borsellino, c’è una manina o una manona a stelle e strisce?
Diceva Henry Kissinger: Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.
Chissà se riusciremo mai a essere meno amici degli Usa, a ideare e far funzionare un BDS contro gli Usa, sul modello del BDS contro lo stato genocida d’Israele.
sabato 24 maggio 2025
33 anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino
Capaci, geopolitica di un
colpo di stato - Giuseppe
Masala
Trentatre
anni fa, Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta persero la vita
in un terrificante attentato che cambiò il volto della Repubblica e deviò il
corso delle nostre vite. Ma questo lo scoprimmo trenta anni dopo.
All'epoca,
per noi ragazzi delle superiori le cose erano semplici: si trattava del colpo
di coda degli uomini della prima Repubblica ormai morente. Eravamo in piena
Tangentopoli; ormai avevamo le prove, gli uomini che ci governavano erano
ladri, disonesti, corrotti. Le voci sulle collusioni tra gli uomini della Prima
Repubblica e la Mafia, poi, erano assordanti. Bastava sfogliare la Repubblica
di Scalfari ed era un continuo florilegio di allusioni sulle collusioni della
DC siciliana con Cosa Nostra: basti pensare al “Caso Ciancimino” o all'omicidio
del plenipotenziario andreottiano Salvo Lima avvenuto poche settimane prima
rispetto alla Strage di Capaci. Le cose erano semplici agli occhi di noi
ingenui ragazzini: tutto portava verso la DC e verso gli uomini della Prima
Repubblica.
Ma come sempre
accade, mentre si fanno grandi teoremi, il diavolo, agisce nei dettagli. Negli
spazi tra le righe, dove solo chi ha l'occhio vigile può vedere. Chi ha
avvisato gli esecutori materiali della strage che quel giorno e a quell'ora
Falcone sarebbe rientrato in Sicilia? Chi ha fornito la ragguardevole quantità
di esplosivo (circa 500 Kg di due tipi diversi dei quali uno militare)
necessaria a far saltare in aria l'autostrada? Come mai nessuno si accorse del
lavoro di “minamento” dell'autostrada che presumibilmente si è protratto per
giorni?
Domande
cruciali che forse, con il tempo, sarebbero emerse, magari anche grazie a
qualche commentatore indipendente e onesto. Ma all'epoca a tanti, troppi, tutto
appariva chiaro. E tempo per farsi domande non ce n'era. In breve tempo in una
strage gemella a quella di Capaci, perse la vita il giudice Borsellino e la sua
scorta. E anche qui, i misteri non si contano, a partire dal materiale sparito
dalla sua borsa.
I mesi
successivi furono una tempesta d'acciaio e fuoco, dove persero la vita decine
di persone in stragi (Milano, Firenze e Roma) definite dai commentatori “di
stampo politico-mafioso”. Dove logicamente il politico andava inteso come
l'estremo e criminale tentativo degli uomini della Prima Repubblica di rimanere
attaccati al potere.
Dovevano
essere proprio stupidi gli uomini della Prima Repubblica, che realizzavano
stragi delegittimandosi ancora di più agli occhi degli italiani. Infatti nel
giro di poco tempo furono fatti sgomberare dalle istituzioni. Finalmente i
buoni avevano vinto. Quei buoni che ci promettevano la Città di Dio Europea, il
Nuovo Giardino dell'Eden da conquistare al costo di qualsiasi sacrificio: dai
tagli draconiani al Welfare, alla privatizzazione delle imprese pubbliche e del
sistema bancario, alla erosione dei diritti sociali e legati al lavoro. Noi
giovani di allora, volevamo l'Europa e la avemmo.
Nel corso
degli anni le voci – sempre più insistenti – di una trattativa tra stato e
mafia divennero sempre più insistenti fino a quando fu lo stesso Ministro della
Giustizia di allora, Giovanni Conso a dichiarare la commissione parlamentare antimafia
l’11 novembre del 2010.che nel novembre del 1993 non rinnovò oltre trecento
provvedimenti di 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi con la seguente
motivazione che definire illogica è poco: “Ho preso quella decisione in totale
autonomia per fermare la minaccia di altre stragi e non ci fu nessuna
trattativa”. Come esimio Ministro, non ci fu trattativa ma ci fu comunque un
accordo per il quale lei non rinnovò i provvedimenti di 41 bis mentre i mafiosi
cessavano la politica stragista? Singolare affermazione che lasciò sbalorditi.
Sbalorditiva
fu anche la circostanza (mai del tutto chiarita) emersa anni e anni dopo,
secondo la quale il Capo dei Capi Totò Riina, in piena epoca delle stragi
politico-mafiose, era dotato di telefono in cella. L'epoca in cui si
verifico questa circostanza, era sempre quel fatidico 1993 dove Palazzo Chigi
era retto da Amato e Ministro di Grazia e Giustizia era sempre l'Esimio Conso
che, per carità, sarà stato all'oscuro di tutto, ma il responsabile delle
carceri era sempre lui.
Ma lo
Tzunami delle rivelazioni che stanno riscrivendo la storia di quegli anni non
colpisce solo la politica di allora ma anche la Magistratura. Clamorose sono le
notizie giunte dalla Sicilia dell'iscrizione nel registro degli indagati di due
super giudici di allora: il procuratore Pignatone indagato per aver insabbiato
il filone di inchiesta “Mafia e Appalti” e l'ex pm del pool antimafia di Palermo
Gioacchino Natoli indagato per i reati di favoreggiamento alla mafia e calunnia
sempre in relazione alle indagini sul filone “Mafia e Appalti”.
Tutto appare
più nebuloso e sfumato rispetto a quegli anni dove eravamo certi di sapere chi
erano i buoni e chi i cattivi. Certo le accuse vanno provate ma la sensazione è
che in quegli anni in Italia si combatté una battaglia senza esclusione di
colpi per la conquista del potere e per indirizzare il paese verso scelte di
natura economica, politica e geopolitica.
In altri
termini, appare sempre più evidente che in quegli anni andava demolito il
vecchio sistema della Prima Repubblica, non più funzionale rispetto alle scelte
che si erano fatte a livello internazionale dopo la caduta del Muro di Berlino:
gli uomini della Prima Repubblica andavano cacciati dalle istituzioni sia con
la strategia giudiziaria (tangentopoli) che con lo strumento cruento della
destabilizzazione stragista. Non possiamo escludere che molti (anche tra gli
inquisiti di oggi) fossero inconsapevoli pedine di un gioco più grande di
loro, visibile oggi ma incomprensibile in quei giorni, se non ad una
élite seduta nell'empireo degli intoccabili ed innominabili che aveva deciso di
portare l'Italia in Europa e soprattutto di farle cambiare volto: dal sistema
economico misto pubblico-privato a quello ultra-liberista degli ultimi trenta
anni.
mercoledì 22 gennaio 2025
CIA, sempre CIA
La matrice tutta atlantista
dell’omicidio Mattarella - Pino Arlacchi
La storia è
sempre storia del presente. Purtroppo, mi è venuto di pensare osservando le
reazioni al docu-film Magma che ricostruisce il delitto Mattarella del 1980. Il
filo conduttore dell’opera è la ferma convinzione di Giovanni Falcone che si
fosse trattato di un assassinio politico di matrice “atlantica”. Un caso Moro
bis a meno di due anni distanza. Perché siamo nel presente? Lo siamo perché
siamo in mezzo a una guerra in Ucraina la cui lampante matrice è, appunto,
“atlantica”.
Matrice
atlantica significa né più né meno che un’origine imperiale, radicata negli
interessi e nella volontà superiori dell’impero americano. Matrice atlantica
significa violazioni del diritto internazionale nel caso dell’Ucraina, e
violazioni del diritto penale e della sovranità nazionale nei casi Moro,
Mattarella e La Torre. Significa mettere in atto ingiustizie e degenerazioni
delle istituzioni democratiche da negare e nascondere con ogni mezzo soprattutto
nei campi di battaglia dei satelliti, cioè nei luoghi della sovranità limitata.
Il delitto Mattarella fu un caso Moro bis perché fu uno degli ultimi capitoli
italiani della Guerra fredda, avvenuta in Italia anche sotto forma della
cosiddetta “Strategia della tensione”. Dico uno degli ultimi perché l’ultimo fu
la strage di Capaci, accaduta dodici anni dopo ma come uno strascico della
stessa Guerra fredda.
Mattarella
era un uomo coraggioso, deciso a proseguire lungo il sentiero proibito
dell’accordo di governo con i comunisti che era costato la vita del suo
maestro. I
l presidente
della Regione Siciliana era stato pesantemente avvertito – come Moro,
minacciato esplicitamente da Henry Kissinger un paio di anni prima della sua
fine – che il suo esperimento nell’isola violava il fattore K e lo esponeva
alle sanzioni previste da Washington in questi casi. Mattarella va a Roma dal
ministro dell’Interno Virginio Rognoni, suo compagno di partito e di corrente,
che invece di rassicurarlo lo fa preoccupare ulteriormente. Dico questo perché
la sua assistente ha confermato che il presidente era rientrato da Roma
stravolto e le aveva chiesto di non parlare ad alcuno del suo incontro con
Rognoni salvo la sua eliminazione fisica. E dico questo perché sono stato amico
di Rognoni, il quale mi ha candidamente detto di aver consigliato Mattarella di
essere più prudente e di abbassare i toni. Il vento interno alla Democrazia
cristiana ormai spirava in direzione contraria, e il mini-compromesso storico
siciliano era considerato come l’ultimo ostacolo alla normalizzazione
post-Moro. Al rientro cioè dell’Italia nella sfera della completa fedeltà agli
Stati Uniti.
Ho lavorato
assieme a Falcone nel mettere insieme i diversi tasselli logici e fattuali
dell’omicidio Mattarella e di quello, strettamente connesso, di Pio La Torre,
avvenuto due anni dopo. Dove la matrice atlantica era ancora più pronunciata di
quella del caso Mattarella, non essendoci qui alcuna seria pista concorrente da
esplorare. La Torre aveva un conto aperto pluridecennale con Cosa nostra, ma la
sua fine fu opera dei super-anticomunisti di Gladio e della P2 che lo odiavano
per la sua battaglia contro gli euromissili in Sicilia.
Le indagini
su entrambi i casi non approdarono, com’è noto, a nulla, e furono riprese da
Falcone nei suoi ultimi anni, da Direttore degli affari penali del ministero di
giustizia, quando era ormai privo di titolarità investigativa diretta. Le
indagini furono depistate, si rivolsero subito contro il terrorismo di
sinistra, e si concentrarono solo sugli esecutori.
Falcone mi
disse di avere trovato una fonte attendibile interna all’estrema destra. Era
venuta fuori una significativa partecipazione diretta di capimafia alla rete
Gladio. C’era una base logistica Sismi a Trapani, e c’era stato un interessamento
iniziale alle indagini da parte di Bruno Contrada – agente Sisde da noi
ritenuto un avversario pericoloso.
In questi
casi, concordavo con Giovanni, non bastava percorrere il solito processo
induttivo che parte dalla scena del crimine e va verso l’alto. Non c’è mai, nei
grandi delitti, “la pistola fumante”. Ci sono tanti, tantissimi indizi, e
qualche prova. Occorreva perciò seguire anche il percorso inverso, deduttivo,
dall’alto, reso possibile dalla caduta del Muro di Berlino e dallo
“scaricamento” da parte americana di tutta la filiera
andreottiana-piduista-Gladio-Servizi-Affari riservati.
Sono certo
che percorrendo questo sentiero saremmo arrivati alla verità giudiziaria sui
grandi delitti italiani. Ma si trattava di un sentiero già percorso, e i personaggi
della connection atlantica erano in allarme rosso dopo il “si salvi chi può”
lanciato da Andreotti con la sua denuncia-ricatto su Gladio del 1990. La loro
risposta fu Capaci. E poi via D’Amelio.
Ho ricevuto
in seguito importanti conferme dell’impronta imperiale sulle stragi avvenute
prima e dopo Moro e Mattarella. Un agente Cia oggi in pensione e in servizio
presso la stazione di Roma ai tempi del caso Moro, di fronte alle mie
assillanti domande sul ruolo della sua agenzia mi rispose: “Non avete mai trovato
prove sulla partecipazione della Cia e simili nel caso Moro, Mattarella e La
Torre perché siete andati a cercare nella direzione sbagliata. Non siamo mai
intervenuti direttamente perché non ce n’era alcun bisogno. Non eravate un
paese del Terzo mondo dove dovevamo fare tutto noi. Avevate apparati di
intelligence vasti e ben organizzati che sapevano bene cosa fare, che
rispondevano a politici accorti i quali non avevano bisogno di ricevere
autorizzazioni su cosa fare con chi superava le linee rosse. Era evidente che
Moro, Mattarella e La Torre le avevano superate”.
Una seconda
spiegazione l’ho ricevuta nel corso dei miei lunghi colloqui con Francesco
Cossiga, e l’ho descritta nel mio libro su Giovanni e io. Cossiga fu l’unico
politico atlantista ad ammettere apertamente l’esistenza in Italia di un regime
di sovranità limitata. Secondo lui questa menomazione era giusta e necessaria.
Il comunismo era un pericolo esistenziale e ci eravamo trovati perciò fino al
1989 in uno stato di guerra civile latente dove la democrazia e i diritti
fondamentali, in Italia, erano stati rispettati “nei limiti del possibile”. E
dove gli Usa erano l’alfa e l’omega della nostra sicurezza. La sua risposta
alla mia ovvia domanda se le stragi e i delitti di Stato rientrassero in questo
discorso era quella che “c’erano stati alcuni che avevano esagerato, ed erano
usciti da limiti che anche in guerra bisognava rispettare”.
E la mafia?
Incalzavo. “Su Moro non è c’entrava niente – rispondeva impaziente – Su
Mattarella e La Torre credo di sì, ma non perché i mafiosi agissero da semplici
killer. Erano ottimi amici degli Stati Uniti, anticomunisti come tutti noi,
sempre pronti a compiacerci. Ma queste cose le sai, e le sapeva anche Falcone,
e forse sarebbe arrivato il giorno in cui anche questo vecchietto lo avrebbe
potuto aiutare. Ma è un’epoca passata, e tra qualche anno non ci sarà più
nessuno in vita in grado di raccontarla a puntino. I protagonisti tutti in
pensione, morti o troppo vecchi per ragionare”.
È per queste
ragioni che credo non ci siano speciali segreti sepolti assieme al caso Moro,
all’omicidio Mattarella, a Capaci e via D’Amelio. La verità giudiziaria
completa non verrà mai alla luce perché è troppo tardi per raggiungerla. Ma una
verità storico-politica convincente, sufficiente a spiegarne ragioni e
significati, è già emersa, sia pure in parte, ed è su questa che occorre
riflettere. Anche per capire meglio il presente.
Italia schiava della Cia da Abu Omar ad Abedini - Alessandro Orsini
Un
accademico svizzero-iraniano, Mohammad Abedini Najafabadi, è stato arrestato in
transito a Malpensa su mandato americano mentre si dirigeva a Istanbul con
l’accusa di avere aiutato Teheran a costruire alcuni droni. Per ritorsione,
l’Iran ha arrestato una giornalista italiana per uno scambio di detenuti.
Sentiamo dire che l’Iran agisce in questo modo perché è l’incarnazione del Male
universale. La realtà è diversa.
Per
comprendere la mossa dell’Iran, occorre capire come il “caso Abedini” sia
legato al “caso” dell’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto il governo
Berlusconi: uno dei casi più documentati di azione illegale condotta dai
servizi segreti americani in un Paese straniero. Abu Omar fu rapito, il 17
febbraio 2003, da dieci agenti della Cia. L’imam fu portato nella base aerea di
Aviano e poi condotto in Egitto, dove fu brutalmente torturato con la falsa
accusa di essere un terrorista islamico. Dalle sentenze della magistratura milanese,
emerge che i vertici dei servizi segreti italiani e, quindi, il governo
Berlusconi, erano informati e coinvolti nell’operazione della Cia. Nel dicembre
2010, la Corte d’appello di Milano ha stabilito un risarcimento di un milione
di euro per Abu Omar e di 500 mila euro per la moglie, a carico di ben 23
agenti della Cia, tutti cittadini americani. I vari governi italiani hanno
sempre fornito protezione agli agenti americani, ricorrendo persino al segreto
di Stato per ostacolare le indagini della magistratura.
I giudici di
Milano condannarono anche agenti italiani eliminando ogni dubbio sul
coinvolgimento del governo Berlusconi in questa orrenda violazione dei diritti
umani contro un musulmano. Sulla base del caso Abu Omar, l’Iran pensa che il
governo Meloni sia un governo “fantoccio” della Casa Bianca. L’Iran pensa che,
davanti agli ordini degli Stati Uniti, l’Italia cessi di essere uno Stato
sovrano e indipendente, soprattutto quando si tratta di violare i diritti umani
dei musulmani.
Tornando al
caso Abedini, gli abusi commessi contro quest’uomo sono evidenti. Iniziamo
dall’accusa della Casa Bianca di avere collaborato con Teheran alla costruzione
di alcuni droni. La logica delle relazioni internazionali dice questo: gli
ingegneri americani aiutano il governo americano a costruire i droni e gli
ingegneri iraniani aiutano il proprio governo a fare altrettanto. L’eventuale
collaborazione di Abedini con il governo iraniano sarebbe del tutto lecita. In
secondo luogo, Abedini non è stato colto a origliare dietro la porta del
presidente del Consiglio. Aveva semplicemente fatto scalo in Italia verso
Istanbul per la sfortuna di non avere trovato un volo diretto. In terzo luogo,
Abedini non ha arrecato alcun danno all’Italia che ha deciso di incarcerarlo
sulla base delle accuse fumosissime di un governo, gli Stati Uniti, in guerra
con l’Iran, di cui è incolpevolmente cittadino. Dopo il caso Assange, Omar e
molti altri, nessuna persona dotata di raziocinio avrebbe dubbi sul fatto che
Abedini, una volta negli Stati Uniti, subirebbe un processo farsa, i cui
presupposti giuridici sono già posti in tutta la loro assurdità. Eccoli:
siccome il governo americano considera il governo di Teheran un governo di
terroristi, allora tutti gli iraniani sono potenziali terroristi, anche se
hanno semplicemente avvitato un bullone di un drone. Negli Stati Uniti vige la
legge, non ci sono dubbi, ma alcune leggi sono assurde perché sono concepite
per la guerra, non per la giustizia.
Antonio
Tajani ha esortato a non parlare della vicenda. Un invito anomalo giacché,
nelle società libere, i ministri non decidono quali temi trattare e come
trattarli. Crosetto, invece, ha invitato a non sollevare l’indignazione contro
l’Iran perché: “Questi problemi, purtroppo, non si risolvono con lo sdegno popolare”.
Ma l’intento di quest’articolo non è suscitare indignazione contro l’Iran,
bensì contro il governo Meloni. Tajani invita al silenzio non per tutelare la
giornalista italiana, ma se stesso, ché la vergogna è grande. Il governo Meloni
mette in pericolo gli italiani per eseguire un ordine della Casa Bianca
funzionale alle guerre americane. La Casa Bianca ha spinto l’Italia in guerra
con la Russia. Adesso pretende che l’Italia faccia la guerra all’Iran con
un’operazione simile, nella logica di fondo, al caso Omar. Abedini sta subendo
un abuso intollerabile in una società libera e andrebbe liberato. Prostrato
dietro le sbarre, la sua sofferenza è ingiusta e ingiustificata come quella
della giornalista italiana. Quest’uomo è stato sottratto alla famiglia in un
Paese ostaggio degli Stati Uniti. Questo è chiaro agli iraniani. Molto meno a
certi giornalisti mainstream che, afflitti da smisurati complessi di
superiorità, non si accorgono nemmeno quando l’Italia opera in modi simili alle
dittature.
martedì 13 giugno 2023
lutto nazionale, ma non per tutti
scrive Tomaso Montanari:
il Rettore
_____________
sabato 11 marzo 2023
Il lato oscuro della trattativa Stato-mafia, Cavallone: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?” - Simona Tarzia
Una lettura lucida che va oltre la sentenza d’appello, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo
Cominciamo
dalle motivazioni, naturalmente. Perché è qui, nella logica giudiziaria, che si
gioca la ragione ufficiale garantita dallo Stato e perché, a volte, questa
ragione non è la stessa in tutte le sentenze.
Partiamo da qui. Da un dato di fatto inoppugnabile, e cioè che le conclusioni
di primo e secondo grado sulla cosiddetta “Trattativa
Stato-mafia” sono diverse tra loro come il giorno e la notte.
Perché? È
solo un fatto di interpretazione del diritto? “Quello che è stato
affermato in primo grado e tutto sommato riconosciuto in appello è che ci fu un colloquio con i vertici di
Cosa Nostra per evitare che fossero commessi ulteriori reati”
spiega Roberto Cavallone, già Procuratore di Sanremo e poi Sostituto
Procuratore Generale alla corte d’Appello di Roma, che sottolinea a Fivedabliu
come i magistrati di secondo grado abbiano ritenuto provata la condotta
materiale del reato contestato ai tre ufficiali del Ros – i generali Mario Mori
e Antonio Subranni, e il colonnello Giuseppe De Donno -, ma che “sebbene questa
‘improvvida’ interlocuzione ci fu davvero, venne portata avanti
senza dolo. Cioè senza collusione con il potere mafioso”. In sintesi, i
carabinieri sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato”.
Ricorda Cavallone: “Il prefetto Mori si è sempre difeso ammettendo
soltanto di aver avuto come interlocutore l’ex sindaco di Palermo, Vito
Ciancimino, ma come fa ogni ufficiale di polizia giudiziaria con i suoi
informatori. Non ha detto nulla di più e nulla di meno”.
Un dialogo in buona fede con Cosa
nostra
Un dialogo
in buonafede per scongiurare altre stragi. È anche la tesi delle difese
che hanno sempre sostenuto come “compete al potere esecutivo e alle forze
dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire
l’ulteriore commissione di così gravi crimini”.
Scrive la Corte d’Appello che “il disegno era quello di insinuarsi in una
spaccatura che si sapeva già esistente all’interno di Cosa Nostra e fare leva
sulle tensioni e i contrasti che covavano dietro l’apparente monolitismo
dell’egemonia corleonese per sovvertire gli assetti di potere interni
all’organizzazione criminale, assicurando alle patrie galere i boss più
pericolosi e favorendo indirettamente lo schieramento (quello fedele
a Bernardo Provenzano, n.d.r.) che, per quanto sempre criminale, appariva
ed era meno pericoloso per la sicurezza dello Stato e della collettività
rispetto a quello artefice della linea stragista”.
E che sia difficile da accettare che dei carabinieri possano essere collusi con
i mafiosi lo rimarca anche Cavallone che sottolinea come “sia poco credibile
nella misura in cui questa accusa evidentemente non riguarda una singola
persona ma il vertice di un’articolazione dell’Arma. Cioè noi dovremmo
arrivare ad affermare che una parte importante dell’Arma dei Carabinieri era
collusa con i mafiosi. Anch’io ritengo che questo sia difficile”.
Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?
Eppure una
trattativa “a metà strada tra quella politica e quella di polizia” c’è stata, e
ce lo dicono i giudici. Commenta Cavallone: “Il problema sa qual è? Che se
questa è la verità giudiziaria, siamo al di là di quello che è il semplice
rapporto tra ufficiale di polizia giudiziaria e informatore, e allora
occorrerebbe capire da chi hanno avuto la delega“.
E qui, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo, smentisce che i
carabinieri possano aver agito in solitudine, perché “dobbiamo sempre tenere
presente che il Ros, ma qualsiasi altra forza di polizia giudiziaria, quando ha
una delega per le indagini risponde al pubblico ministero o, se agisce in
qualità non di polizia giudiziaria ma di polizia di prevenzione, deve avere
un’autorizzazione dai suoi vertici” continua. “Nel caso dei carabinieri, devono
avvisare il comandante generale dell’Arma perché il Ros dipende direttamente da
lui. Vista la delicatezza della vicenda, immagino che il comandante generale
sarà tenuto ad avvisare il Ministro dell’Interno che avviserà il
Presidente del Consiglio dei ministri e forse anche il Presidente della
Repubblica. Siamo in un ambito che è diverso da quello della polizia
giudiziaria, siamo più vicini all’area di competenza dei servizi segreti per
capirci. E comunque, anche se si fosse trattato di un’operazione di
intelligence, immagino che dovesse esserci
un’autorizzazione. Nel caso dei servizi segreti il nulla osta lo dà
la presidenza del Consiglio dei ministri“.
Se un’autorizzazione c’è stata, oggi noi non lo sappiamo. Anzi, la sentenza
d’appello dice chiaro e tondo che i carabinieri non obbedirono agli ordini di
nessun politico, meno che mai di un uomo delle istituzioni.
Non è la prima volta che lo Stato
scende a patti con la mafia
Lo Stato è
già sceso a patti con la mafia. Lo ha fatto e continua a farlo per ottenere
informazioni dai pentiti. Ma per i giudici di primo grado i carabinieri
avrebbero fatto una fuga in avanti, oltre i limiti della legge.
“Il rapporto con il collaboratore di giustizia è un rapporto molto
trasparente ed è previsto dal nostro ordinamento”, mette in chiaro Cavallone
spiegando come funziona: “Il pentito deve ragguagliare l’autorità giudiziaria
entro un arco di tempo ben determinato su tutto ciò di cui è venuto a
conoscenza durante il periodo in cui ha agito all’interno dell’organizzazione.
Per questa sua attività può beneficiare di sconti di pena perché sono previste
delle attenuanti per le attività di collaborazione e se c’è un concreto
pericolo di vita, come in genere accade, è sottoposto a un programma di
protezione. Questo è il rapporto trasparente che c’è tra il collaboratore di
giustizia e l’autorità giudiziaria. A monte, si fanno dei colloqui
investigativi e se effettivamente il soggetto è degno di interesse, il pubblico
ministero raccoglie le informazioni in sintesi che possono essere utili alle
varie indagini in corso su tutto il territorio nazionale. Queste informazioni
vengono infine ripartite per competenza attraverso le varie DDA. In
questo caso la trasparenza non c’è stata, non sappiamo se qualcuno ha
dato l’okay per questa sorta di trattativa“.
Dell’Utri e l’ultimo miglio
E torniamo
al punto di partenza. Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? E
soprattutto: come faceva Silvio Berlusconi, al suo primo governo nel
1994, ad essere all’oscuro di tutto? Come faceva a non sapere delle
minacce che i boss stragisti Bagarella e Brusca, loro sì riconosciuti
colpevoli anche in secondo grado, recapitavano a Marcello Dell’Utri attraverso
l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano?
Il nodo dell’assoluzione del cofondatore di Forza Italia sta tutto qui.
Altro imputato eccellente del processo sulla Trattativa e già condannato in via
definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa,
Dell’Utri è stato assolto dal reato di “minaccia a corpo
politico” dalla Corte d’Assise d’Appello “per non aver commesso il
fatto”.
Per i giudici mancherebbe “l’ultimo miglio”, così lo chiamano.
Per capirci: appurato che nel 1994 Dell’Utri ha incontrato Mangano almeno due
volte; appurato che “Mangano ha appreso, in assoluta anteprima, della
modifica del regime processuale dell’arresto per 416-bis”; appurato che
Dell’Utri “aveva piena conoscenza” del progetto ricattatorio di Cosa nostra che
mirava a stipulare con lo Stato una tregua normativa a suon di bombe per
ripristinare quel patto di coesistenza pacifica che aveva disegnato la
storia della prima Repubblica e che Totò Riina considerava tradito
dalle condanne definitive del maxi processo di Palermo; manca la
prova provata della trasmissione delle intimidazioni a Berlusconi. Quindi
nessuna minaccia a corpo politico, nessun delitto.
È una
lettura credibile? “Il ragionamento logico vuole che la persona minacciata
venga avvertita”, dice Cavallone. “Ma questo è un pensiero da cittadino
qualunque. Certo è che anche nell’esperienza pratica ogni volta che noi
facevamo un’indagine e risultavano delle possibili linee di rischio a carico di
persone che ricoprivano incarichi istituzionali si avvertiva la Prefettura per
prevedere la predisposizione di adeguati strumenti di protezione. Poi
naturalmente vado dall’interessato. Come fai a non avvisarlo? Non può
essere difeso a sua insaputa, per fare una battuta”.
La prova logica: congettura o
realtà?
Al fatto che
Dell’Utri le minacce al Cavaliere le avesse riportate, i giudici di primo grado
invece ci credevano davvero e in sentenza mettevano nero su bianco che vi
erano “ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri
abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva
dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra, mediati da Vittorio
Mangano”. Un’argomentazione che non ha persuaso i magistrati d’Appello,
convinti che la cosiddetta “prova logica” vada utilizzata con più moderazione.
Punti di vista diversi sui quali farà chiarezza la Cassazione.
Ma cosa si
può aspettare la Procura generale se farà ricorso? “La Cassazione può
interloquire solo in sede di errore di interpretazione della legge o errore
nella motivazione della sentenza”, risponde Cavallone aggiungendo che la Corte
“non può rivalutare le prove che sono state esaminate in primo e in secondo
grado perché questa è una questione che attiene al merito, né è in grado
di valutare le dichiarazioni di un collaboratore perché non ha gli atti”.
Agli Ermellini in effetti “non arriva tutto quell’enorme fascicolo che hanno in
mano i giudici di primo e di secondo grado ma soltanto l’atto impugnato, cioè
la sentenza, queste 3.000 pagine, e i vari atti di impugnazione.
Il compito della Cassazione è soltanto quello di fare un’analisi della
sentenza e verificare se ci sono quei vizi di interpretazione e applicazione
della legge, o quei vizi di motivazione che sono stati denunciati nel ricorso.
Questo è il compito della Cassazione”. Punto. “Quando trova delle incongruenze
nella motivazione allora può annullare la sentenza con rinvio ad altra sezione
della Corte d’Assise d’Appello che riesamina la questione”.
E la diversità di vedute sulla prova logica? “La Corte ha più volte affermato
che la prova logica ha pari dignità di tutte le altre prove quando è supportata
da elementi che inducono a ritenere degno di considerazione il ragionamento
svolto dal giudice”. Quindi questo dell’ultimo miglio “potrebbe essere uno dei
passaggi eventualmente soggetti a ricorso”.
Gli affari si fanno in silenzio
Chi contesta
le motivazioni dei giudici d’appello ha parlato di una sentenza che legittima
la cosiddetta zona grigia. “No, assolutamente no”. Non lascia spazio ai dubbi
Cavallone che risponde che “lo Stato non può avere il doppio binario.
Eventualmente la zona grigia è tipica dei servizi di informazione che
però rispondono ad altre esigenze che non sono quelle dell’assicurazione dei
colpevoli alla giustizia ma sono quelle della salvaguardia dell’interesse
nazionale, che potrebbe essere anche nella vita di un rappresentante delle
istituzioni. Non lo so, però mi chiedo sempre come questi personaggi di
così basso livello possano arrivare a colpire un’istituzione se l’istituzione
non gliene dà la possibilità”.
Perché i mafiosi, “per quello che conosco io del mondo mafioso”, non sono così
“ferrati”, dice Cavallone che non perde l’occasione per mettere in chiaro
alcuni concetti che, secondo la sua esperienza di magistrato inquirente
che di interrogatori ne ha fatti parecchi, proprio non quadrano. “Episodi
come quello che hanno riguardato i colleghi Falcone e Borsellino, o l’attentato
fallito ai Carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, o l’autobomba di via dei
Georgofili a Firenze, comportano non solo un’organizzazione ma un disegno
complessivo criminoso che mi pare che vada al di là del singolo personaggio
mafioso per come li ho conosciuti io. Ecco, forse aveva ragione Falcone quando
diceva che i fili li tiravano le ‘menti raffinatissime’, perché il
livello criminale dei mafiosi è davvero molto basso dal punto di vista della
capacità di elaborazione logica”.
Dunque non fu solo mafia? La strategia della tensione era manovrata da uomini
che non appartenevano a Cosa nostra? E chi erano? Esponenti del
Sisde? Falcone un nome lo aveva fatto, quello del numero tre del Servizio
per le informazioni e la sicurezza democratica di allora, il Sisde appunto.
Condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, oggi, dopo
la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha imposto allo Stato
italiano di risarcirlo per danni morali perché all’epoca dei fatti il reato non
era ancora previsto dal nostro ordinamento giuridico, l’ex 007 risulta
incensurato.
Sono tante
le domande che sono rimaste senza risposta. Di certo, in questo “gioco grande”
di “ibridi connubi”, i picciotti di Riina hanno giocato la parte delle pedine.
Ricorda Cavallone che “la mafia dei cosiddetti corleonesi era una
cosa molto diversa da quella che era stata la mafia classica. La mafia
classica era una mafia che andava da sempre a braccetto delle
istituzioni perché era rappresentata non dai pastori ma dall’alta
borghesia siciliana dell’epoca – stiamo parlando di fine ‘800, inizi del ‘900
-, erano persone che si frequentavano nei salotti buoni. Invece i corleonesi
erano una cosa completamente diversa. Il motivo per cui evidentemente è
arrivata la loro fine è che Cosa nostra classica non accettava lo stato di
belligeranza continua perché interferiva con i loro interessi
economici. Perché davanti a delle azioni così eclatanti, una
risposta dello Stato, quantomeno di facciata, ci deve essere e quindi
si rompe un equilibrio. Gli affari si fanno in silenzio. E questo tipo di
strategia criminale certamente non era quella più idonea a fare affari in
silenzio. Forse per questo Riina è stato venduto da chi è stato venduto“.
La mancata perquisizione
del covo di Riina
E da chi è
stato venduto? Scrivono ancora i giudici d’appello che “non v’è prova che fosse
intervenuto un previo accordo con Provenzano o con altri esponenti mafiosi che
contemplasse da un lato la consegna di Riina dall’altro la rinuncia a
perquisire l’immobile (il famoso covo di via Bernini 54, n.d.r.) dando tempo ai
mafiosi di ripulirlo d’ogni traccia. Nè Mori e i suoi potevano essere certi
dell’esistenza all’interno dell’abitazione di tracce utili alle indagini o
addirittura di documenti compromettenti. Ma anche se fossero stati certi che
non vi fosse nulla di compromettente, si sarebbero ugualmente determinati ad
astenersi da una perquisizione immediata perché il significato di quel gesto
era soprattutto simbolico, dovendo esso servire a lanciare il segnale di buona
volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo”.
È una storia
strana questa delle omissioni seguite all’Operazione belva, il blitz del
Capitano Ultimo che il 15 gennaio 1993 ha messo la parola fine ai 23 anni di
latitanza del Capo dei capi. Tanto strana che anche Cavallone, “a suo tempo,
quando ancora ero alla Procura di Sanremo, ne ho parlato con Giancarlo
Caselli. Io non so se questa sia una verità giudiziaria o una verità vera,
quella la conoscono soltanto i protagonisti della vicenda ma, diciamocelo, è
una ferita ancora aperta perché chiaramente l’autorità giudiziaria è stata
presa in giro“.
Il mancato blitz a Mezzojuso
E il mancato
blitz nel casolare di Mezzojuso, dove nel 1995 un infiltrato aveva segnalato la
presenza di Bernardo Provenzano? Una “indicibile ragione di interesse
nazionale”, dicono le carte dei magistrati di secondo grado, che ha
spinto il Ros a lasciarsi sfuggire un superlatitante “per non sconvolgere gli
equilibri di potere interni a Cosa nostra che sancivano l’egemonia della sua
strategia dell’invisibilità e della sommersione”. La sua leadership, insomma,
era considerata una garanzia contro “il rischio del ritorno alla linea dura di
contrapposizione violenta allo Stato”. Un modo per scongiurare il ritorno all’interregno
del tritolo.
“A volte uno
si fa delle domande. Non sempre riesce a darsi anche le risposte” scandisce
Cavallone ripercorrendo i tanti dubbi legati a queste vicende che dopo
trent’anni conservano dei lati oscuri: “Bisognerebbe capire il disegno finale. L’obiettivo
finale qual era? Quale risultato bisognava raggiungere? Dalle
sentenze sappiamo che c’è stata, se non una trattativa, un’interlocuzione. La
Corte dice per prevenire gravi attentati, gravi reati, però io credo che lo
Stato avesse i mezzi e le capacità per prevenire azioni di questo tipo senza
ricorrere a interlocuzioni. In questo Borsellino aveva ragione, o si sta da una
parte o si sta dall’altra. Poi c’è la questione della scala gerarchica: tu fai
una trattativa, hai un’interlocuzione, e non avverti i tuoi superiori e i tuoi
superiori non avvertono il responsabile politico? Mi sembra strano. Se è
avvenuto mi sembra strano. Stiamo parlando di potere esecutivo quindi siamo di
fronte a una piramide e c’è un vertice. Qualcuno deve autorizzare sennò siamo
fuori dallo schema”.
Per la
cronaca: Provenzano alla fine fu catturato, l’11 aprile del 2006 in una
masseria vicino a Corleone. Era latitante da 43 anni.
Massimo Ciancimino, da icona
dell’antimafia a “pentito” inattendibile
Sono sue le
dichiarazioni che costituiscono l’ossatura del processo sulla Trattativa.
Dichiarazioni che già i giudici di primo grado hanno definito “senza alcuna
valenza probatoria” a causa della “sua verificata complessiva inattendibilità
che ne impedisce qualsiasi uso”. Massimo Ciancimino è il figlio dell’ex
sindaco mafioso di Palermo, don Vito. Caduto dal piedistallo di icona
dell’antimafia, è stato processato a Caltanissetta e Bologna per calunnia
all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e all’agente dei Servizi segreti
Rosario Piraino.
E qui viene
da chiedersi se non fu un errore a monte quello di dargli ascolto.
“Non è che ci sono errori”, risponde Cavallone. “Il processo serve proprio ad
accertare se i fatti si sono svolti secondo una certa ipotesi. Se sì, si arriva
a una condanna. Se no, si arriva a un’assoluzione. Il processo è fatto per
questo. Poi ci sono processi facili e processi difficili. Se uno dovesse fare
solo i processi semplici si metterebbe a fare gli arresti in flagranza per
spaccio e lascerebbe da parte tutto il resto. Sarebbe come un chirurgo che fa
solo appendicectomie e non fa mai un intervento a cuore aperto. C’è il rischio
che il processo vada male? Sì. Però se all’inizio la prova sembra
affidabile come fai a chiedere un’archiviazione? Il giudice potrebbe anche non
dartela l’archiviazione di fronte a dichiarazioni così. Non è
facile. I processi non sono mai facili, soprattutto di questo
livello. È facile parlare dopo. Ma è nel momento in cui si ha sottomano
l’elemento di prova che si deve decidere cosa fare. Perché un giorno potrebbero
anche venire a chiederti come mai hai sottaciuto questa cosa e non gli hai dato
sviluppo”.
La domanda
da farsi è un’altra, conclude Cavallone, sempre la stessa: “Chi sapeva oltre ai
vertici del Ros? Sapevano o non sapevano? Questa è la domanda. Tutto qui.
Perché stiamo parlando di un organo istituzionale di grande rilevanza, di
grande importanza, di grande prestigio. Chiaro che non è una ditta privata il
cui legale rappresentante fa e disfa quello che gli pare. Hanno delle persone a
cui devono rispondere o quantomeno tenere informate. Poi ripeto, non so se sia
vero che c’era questo famoso papello, o non c’era. Comunque nel
momento in cui ti accingi a tenere degli incontri con l’ex sindaco di Palermo
per vedere di arrivare a emarginare il ramo violento della mafia, e così dice
il Prefetto Mori, credo che sia un’attività che vai a comunicare a qualcuno”. E
conclude: “Io ho una piccola conoscenza di questo processo perché non ho a
disposizione tutti gli atti. A questa piccola conoscenza affianco la mia
esperienza di magistrato per oltre 40 anni. Io ho fatto questo lavoro e se
lei mi dice quale domanda ti fai? Io mi porrei questa: chi sapeva
oltre ai vertici del Ros? Certamente non hanno avuto deleghe dall’autorità
giudiziaria”.

