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venerdì 31 ottobre 2025

Il delitto Mattarella e l’omicidio di La Torre: quella targa rubata a Palermo e trovata a Torino che può collegare i mafiosi ai neri

di Giuseppe Pipitone, Marco Lillo, Saul Caia

L'INCHIESTA - Scomparsa nel capoluogo siciliano alla vigilia del delitto del leader comunista, trovata in un covo dei Nar a 1.500 km di distanza, è stata indicata per anni come la prova regina del delitto del fratello del capo dello Stato. Ipotesi accantonata dalla procura nell'ultima inchiesta. Ma la targa PA563091 può ancora illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti

 

Unisce Palermo a Torino, ma potrebbe collegare anche gli ambienti di Cosa Nostra a quelli dell’eversione nera, sullo sfondo dei delitti eccellenti. Nell’ultima inchiesta della Procura di Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella si torna a parlare della targa usata per camuffare l’auto utilizzata dai killer dell’ex presidente della Sicilia. E che nell’originaria ipotesi investigativa avrebbe potuto legare la mafia al mondo del terrorismo di destra. Nella richiesta di arresto per l’ex prefetto Filippo Piritore, finito ai domiciliari con l’accusa di depistaggio, si dedica un paragrafo a questo pezzo di plastica rettangolare dato per disperso negli atti ufficiali e che invece è custodito ancora oggi all’ufficio corpi di reato del tribunale di Palermo. Negli ultimi quarant’anni quella targa ha colpito l’attenzione delle migliori menti investigative italiane. Sono due lettere e sei numeri in bianco su sfondo nero: PA563091. È una targa famosa, anzi famigerata perché fu sequestrata dai carabinieri il 26 ottobre del 1982 a Torino in via Monte Asolone, all’interno di un appartamento usato dai terroristi di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari. Che ci faceva quella targa rubata a Palermo in un covo di neofascisti a Torino? Nessuno si è posto questa domanda per sette lunghi anni. Poi nel 1989 il magistrato Loris D’Ambrosio si accorge di una singolare coincidenza: PA563091 è una sequenza composta dagli stessi numeri “avanzati” nella creazione della targa finta fabbricata dagli assassini di Piersanti Mattarella.

Il 6 gennaio del 1980 l’allora presidente della Regione Siciliana viene ucciso sotto casa sua da due killer, che poi fuggono a bordo di una Fiat 127 targata PA546623. È il risultato di un mix di targhe rubate: PA54-0916 e PA53-6623. Da quell’operazione avanzano appunto due frammenti di targa: PA53 e 0916. Due anni e mezzo dopo, il 26 ottobre 1982, i carabinieri fanno irruzione in via Monte Asolone nel capoluogo piemontese: a verbale scrivono di aver sequestrato “due pezzi di targa di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il numero 563091”. D’Ambrosio unisce i puntini e l’8 settembre del 1989 firma una relazione che sottolinea come la targa trovata a Torino (PA563091) sia composta esattamente dalle stesse cifre “avanzate” dalla creazione della targa usata nell’omicidio Mattarella (PA53-0916).

La pista delle targhe

L’intuizione di D’Ambrosio colpisce l’attenzione di Giovanni Falcone, da tempo impegnato nelle indagini sugli omicidi politici commessi in Sicilia. Il giudice istruttore Gioacchino Natoli va ad acquisire la targa di via Monte Asolone, che nel frattempo era stata inviata a Roma. Il ragionamento investigativo è semplice: se quella targa è composta da più pezzi incollati allora vuol dire che i Nar sono coinvolti nell’omicidio di Mattarella. Natoli va a Roma, si fa consegnare la targa e scopre che è integra. Ad accusare Giusva Fioravanti ci sono le dichiarazioni di suo fratello Cristiano e il riconoscimento di Irma Chiazzese, vedova Mattarella e testimone oculare del delitto. Ma la presunta prova regina rappresentata dalla targa perde consistenza: nei due anni e mezzo di vita che lo separano dalla strage di Capaci, Falcone non se ne occuperà più. Come D’Ambrosio e Natoli. Fioravanti viene processato insieme a Gilberto Cavallini per l’omicidio Mattarella ma viene assolto in via definitiva. Condannati, invece, i boss della cupola di Cosa Nostra, indicati come mandanti. Oscuri ancora oggi gli esecutori del delitto.

L’ipotesi della manina

Passa quasi un quarto di secolo e la pista delle targhe riemerge: nel 2014 Giovanni Grasso (oggi portavoce di Sergio Mattarella al Quirinale) racconta l’intuizione investigativa di D’Ambrosio nel suo libro Piersanti Mattarella, da solo contro la mafia (San Paolo). Nel 2017 Franco Roberti, all’epoca capo della Direzione nazionale antimafia, chiede al procuratore di Palermo – che era Franco Lo Voi – di verificare se quella targa fosse autentica o falsa, cioè “assemblata con i pezzi residuati dal camuffamento effettuato sulla Fiat 127 utilizzata per l’omicidio Mattarella”. Un interrogativo che da anni si pongono i migliori saggisti e giornalisti italiani. Da ultimo Report a maggio scorso rilancia l’ipotesi di Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari delle vittime della strage di Bologna, il quale ipotizza che la prova regina della pista nera nel delitto Mattarella potrebbe essere stata sottratta da una “manina”: qualcuno avrebbe sostituito i due frammenti originari con una targa integra “salvando” così i Nar nelle indagini sull’omicidio Mattarella. A sostegno di questa tesi si cita un documento del 2004 in cui il tribunale di Roma attesta la distruzione di tutti i reperti sequestrati in via Monte Asolone nel 1982, compresi quei due pezzi di targa.

La targa è integra e autentica

La pista è stata esaminata e scartata dal procuratore Maurizio de Lucia e dai sostituti Antonio Carchietti e Francesca Dessì nella richiesta di arresto dell’ex prefetto Piritore. Prima di dedicarsi al guanto trovato il 6 gennaio 1980 sull’auto usata dai killer e poi misteriosamente sparito, i pm spazzano il campo dai vari elementi della cosiddetta “pista nera” che hanno seguito senza risultato. Il primo è appunto la targa. I magistrati spiegano di aver ritrovato negli archivi palermitani “quanto descritto nel verbale di perquisizione” dei carabinieri del 1982, e cioè “effettivamente e chiaramente” due pezzi di targa “di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il n. 563091”. Allora cosa è stato distrutto a Roma? Spiegano i pm: “Con il provvedimento del 15 giugno 2004, vennero distrutti tutti i reperti (tra cui altre targhe pure sequestrate nel medesimo covo) facenti parte del plico n. 110116 ad eccezione di quello recante il n. 42 che, essendo stato trasmesso al Tribunale di Palermo e acquisito al procedimento penale relativo all’omicidio del Presidente, rimase regolarmente custodito agli atti”. Semplicemente, dunque, quel verbale di distruzione dei carabinieri di Roma contiene un errore. Ipotizza la distruzione di tutti i reperti senza tener conto che quella targa PA563091 (solo quella) era da quindici anni a Palermo, portata lì da Natoli nel 1989. Nessuna distruzione, dunque. “Una volta recuperati i due pezzi di targa sequestrati in via Monte Asolone a Torino, la targa intera PA 563091 è apparsa ictu oculi integra (cioè non formata da spezzoni incollati tra loro), circostanza questa che, verosimilmente, non suggerì, ai tempi della sua originaria acquisizione, il compimento di ulteriori approfondimenti che, tuttavia, sono stati ugualmente disposti nell’ambito del presente procedimento”, continuano gli investigatori palermitani, risolvendo così un giallo vecchio di quattro decenni.

Verbali scritti male

Anche il verbale dei carabinieri che fecero irruzione nel covo dei Nar, datato 1982, era probabilmente scritto male: riporta l’esistenza di “due pezzi di targa” ma in effetti si tratta di un frammento – PA – e di una targa integra PA563091. Lo certificano anche la consulenze tecniche del perito Carmelo Calzetta, che tra il 2020 e il 2022 spiega come i reperti analizzati non presentino “punti di discontinuità, né lesioni, né fratture, né segni di alterazione e/o contraffazione e pertanto sono costituite da una unica, integra e continua lastra di materiale plastico non proveniente da assemblaggio mediante collanti o altro tipo di adesivo di pezzi originariamente distinti da altri esemplari di targhe”. Si tratta dunque di targhe “verosimilmente originali”. Insomma, per i pm non c’è dubbio: la targa sequestrata nel covo dei Nar a Torino nel 1982 è la stessa di quella esaminata la prima volta a Palermo nel 1989 e poi di nuovo 30 anni dopo. Ed è integra ed autentica. Nessuna manina, dunque.

Menti raffinatissime

Bisogna ripartire dal dato iniziale: la targa PA563091, sequestrata nel covo di Monte Asolone, apparteneva a una Renault 14TS immatricolata il 3 marzo del 1980 nel capoluogo siciliano, quindi quasi due mesi dopo il delitto Mattarella. Era intestata a Rosalia L., una donna di Palermo residente in via Ruggero Marturano, non lontano dalla zona di Resuttana-Colli. La targa di quella Renault viene rubata il 24 marzo del 1982, come risulta dalla denuncia presentata da Antonino B., il marito della donna. Chi è che compie quel furto? E per quale motivo? Ma soprattutto: come fa quella targa rubata a Palermo nel marzo del 1982 a ricomparire a Torino, in un covo dei Nar, sette mesi dopo? Eluso finora dalle inchieste giornalistiche e giudiziarie, questo è forse il punto centrale della questione. Anche se integra e autentica, infatti, la sequenza PA563091 ha comunque una straordinaria particolarità: contiene esattamente le stesse cifre “avanzate” dalla fabbricazione della targa falsa usata per l’omicidio Mattarella. Una caratteristica che a Palermo, nel 1982, era condivisa da poche altre targhe. È solo una coincidenza? O chi l’ha rubata ha scelto appositamente la Renault della signora Lombardo, consapevole che quei numeri avrebbero rimandato al delitto del presidente della Sicilia? Se fosse vera questa seconda ipotesi, c’è da chiedersi per cosa doveva servire la targa sottratta alla signora Lombardo: forse per firmare un altro omicidio eccellente? Sarebbe un’operazione da menti raffinatissime.

Il legame col delitto La Torre

Di sicuro c’è solo che il furto della targa PA563091 avviene nello stesso periodo in cui Cosa Nostra comincia a pianificare un altro delitto politico: quello di Pio La Torre, segretario del Partito Comunista in Sicilia e leader del movimento pacifista, contrario all’installazione dei missili nucleari della Nato sull’isola. Il 4 aprile 1982, 11 giorni dopo la sottrazione della targa dalla Renault, viene rubata un’altra targa, che sarà poi usata nell’agguato contro La Torre, il 30 aprile dello stesso anno. Nei giorni precedenti all’omicidio erano state rubate anche una moto Honda e una Fiat Ritmo, cioè i mezzi usati dal commando di killer. Quei furti avvengono nella zona di Resuttana Colli, non distante da dove la signora Rosalia L. aveva parcheggiato la sua auto: è possibile che a mettere a segno quei colpi siano le stesse persone? Nulla riscontra questa tesi ma è una domanda lecita. Una cosa è certa: sulla Ritmo usata dai killer di La Torre non verrò montata la targa PA563091, che invece si materializzerà sette mesi dopo e 1.500 chilometri più a nord: a Torino, nel covo dei neofascisti. Come ci è finita? All’epoca del furto Fioravanti e Mambro erano già in carcere, mentre altri esponenti di primo piano dei Nar, come Giorgio Vale, erano braccati dagli investigatori a Roma. Secondo Fabrizio Zani, neofascista e inquilino del covo di via Monte Asolone e in stretti rapporti con Fioravanti, Cavallini e Mambro, sono stati i carabinieri di Mario Mori a piazzare quella targa a casa sua. Zani sottolinea una stranezza oggettiva: in quel covo vennero compiute due perquisizioni, una il 20 ottobre e una seconda la sera del 26. L’obiettivo, secondo questa tesi non considerata credibile dai magistrati, sarebbe stato quello di indirizzare le indagini sul delitto Mattarella verso i neri. Un “impistaggio”, ma con un piano complesso e inverosimile: nell’aprile del 1982 i carabinieri – o qualcuno su loro input – avrebbero dovuto rubare la targa alla signora L.a Palermo, con l’obiettivo di piazzarla nel covo di Torino nell’ottobre successivo, prevedendo che qualcuno notasse prima o poi la compatibilità con gli spezzoni dell’omicidio Mattarella. Cosa che avverrà con la relazione D’Ambrosio, ma solo ben sette anni dopo. A quel punto scatta “l’impistaggio”, che definire raffinato è riduttivo. Va detto che Zani non è stato considerato credibile dalla corte d’Assise di Bologna che ha condannato Cavallini all’ergastolo per la strage alla stazione. La domanda dunque resta inevasa: come ha fatto la targa PA563091 rubata a Palermo alla vigilia di un importante delitto di mafia a finire nel covo dei Nar a Torino?

Quella Bmw di Cavallini finita a Palermo

C’è un altro dato che emerge dai vecchi atti delle indagini sui Nar e sull’omicidio Mattarella: la targa fa quasi il percorso inverso di una BMW 735 targata MI39213G. Rubata a Salsomaggiore nell’ottobre del 1980, avvisata a Milano negli anni successivi, è l’ennesima auto con una targa finta di questa storia. Era stata intestata in modo fasullo a Giovanni Bottacin, cioè le generalità usate da Cavallini, che per guidare quella Bmw senza dare nell’occhio l’aveva camuffata con una targa di un taxi. Quella macchina doveva servire ai neri per rapire uno dei Benetton, ma a un certo punto scompare dai radar per poi ricomparire a Palermo in mano a uomini di Cosa Nostra. La vicenda è stata ricostruita già 35 anni fa, nell’ordinanza-sentenza sui cosiddetti delitti politici, cioè quelli di Mattarella, di La Torre e di Michele Reina, segretario della Dc a Palermo, il cui caso è stato recentemente riaperto dalla procura di Palermo. “Non posso nascondere che nella mia ansia, tuttora attuale, di capire che cosa ha fatto realmente mio fratello Valerio, avrei voglia di continuare a dare il mio apporto alle indagini e al riguardo, posso soltanto dire che, ad esempio, sono ansioso di sapere come mai una Bmw di cui Cavallini aveva la disponibilità a Milano e che doveva servire per il sequestro del figlio di Benetton, è stata poi trovata a Palermo”, aveva raccontato Cristiano Fioravanti ai magistrati. Dalle indagini venne fuori che quella macchina era finita in un autoparco nel quartiere di Pallavicino, gestito da Francesco Buffa, considerato dagli inquirenti mafioso e amico di due neofascisti come Francesco Mangiameli e Alberto Volo: il primo venne assassinato da Fioravanti nel settembre del 1980, il secondo diventerà confidente di Falcone, al quale racconterà dell’esistenza di strutture paramilitari segrete poi note come Gladio. “Appare significativo il fatto che la Bmw di Milano sia finita a Palermo e – guarda caso – sia passata (nonostante la apparente distanza tra i due luoghi) dal Cavallini al Buffa, che aveva avuto rapporti sicuri col Mangiameli e col Volo. Anche in questo caso, ci si può comodamente rifugiare nel mondo delle coincidenze, però è statisticamente improbabile e contrario alla logica credere alle stesse”, scrivevano gli inquirenti palermitani. Insomma: da una parte c’è una macchina che dai neofascisti a Milano finisce in mano ai mafiosi in Sicilia, dall’altra una targa scomparsa a Palermo che si materializza in un covo di neri a Torino.

Neri e mafiosi

Oltre a essere amico dei estremisti di destra, Buffa era anche considerato un uomo d’onore di Resuttana, il mandamento dei Madonia, potente famiglia mafiosa con alcune peculiarità. “Vantavano dei rapporti con alcuni terroristi di destra, mi parlavano pure di rapporti che avevano con esponenti dei servizi segreti”, ha messo a verbale, tra gli altri, il pentito Francesco Onorato. A vantare legami coi neri e con le spie era soprattutto Nino Madonia, uno dei boss più enigmatici della famiglia. Killer specializzato in delitti eccellenti, insieme a Giuseppe Lucchese è recentemente finito indagato nell’ultima inchiesta della procura di Palermo sul delitto Mattarella. Di un possibile coinvolgimento di Madonia nell’omicidio dell’allora presidente della Sicilia parlava già la corte d’Assise d’Appello di Palermo che assolse Fioravanti nel 1998, sottolineando l’esistenza di una presunta somiglianza fisica tra il mafioso e il terrorista nero all’epoca dei fatti. Per anni il dualismo Fioravanti-Madonia ha tolto il sonno a investigatori, magistrati e giornalisti che si sono occupati del caso. Meno complessa, invece, l’indagine che nel 2004 ha portato Madonia e Lucchese a essere condannati come esecutori del delitto La Torre.

La compenetrazione

L’omicidio del leader comunista non è legato a quello di Mattarella solo dal punto di vista investigativo. I due politici, infatti, avevano un rapporto solido. Dopo il delitto Mattarella, La Torre intervenne alla Camera riportando un dialogo avuto con l’allora presidente della Regione a proposito dell’assassinio del giudice Cesare Terranova e dell’arrivo in Sicilia di Michele Sindona. “Ti rendi conto che questo è un sistema di potere che va al di là della Sicilia? Io penso che ci sia ormai un rapporto tra la mafia e il terrorismo”, sono le parole che avrebbe pronunciato il leader del Pci. Mattarella avrebbe risposto: “Io penso a qualcosa di peggio”. Di rapporti tra mafia e terrorismo parla pure Giovanni Falcone nel 1988, quando riferisce alla Commissione Antimafia proprio delle indagini sul delitto Mattarella: “Si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani”. Chi all’epoca lavorava con Falcone racconta che il giudice era molto interessato a questa ipotesi della compenetrazione tra neri e mafiosi nei delitti che hanno segnato la storia del nostro Paese. Oggi una targa rubata a Palermo alla vigilia del delitto La Torre, trovata in un covo dei Nar a Torino e indicata per anni come la prova regina del delitto Mattarella potrebbe illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti sullo sfondo dei misteri italiani.

da qui

giovedì 14 agosto 2025

BDS contro gli USA


di Francesco Masala (disegno di MrFish)

Ho letto con attenzione e partecipazione la proposta di Marco Aime sul boicottaggio delle multinazionali USA (qui) e mi viene in mente qualche pensiero.

Visto che non possiamo aspettarci niente dai nostri governi, servi del padrone a stelle e strisce senza nessuna dignità, ho pensato a cosa poter fare, nel nostro piccolo (come colibrì, citando la storiella che racconta Marco Aime), per boicottare il Moloch USA (notoriamente il paese più terrorista del mondo) e anche decolonizzare le nostre menti.

Come spiega chiaramente Federico Greco (qui) il cinema che arriva dagli Usa, quando autorizzato dalla CIA, o da qualche loro agenzia, è uno strumento per colonizzare il nostro immaginario, penso per esempio ai film dei supereroi, declinati nei nostri cinema in mille salse (sono i film che attirano più spettatori, soprattutto fra i giovani).  Lasciamo perdere questi film tutti uguali, e in fondo noiosi, e ascoltiamo gli eroi di Caparezza (qui).

Già ci manca Goffredo Fofi, per orientarci nelle ideologie che stanno dietro alle produzioni cinematografiche (e magari nei film e nelle serie che inondano le nostre case).

 

Mi vengono un paio d’esempi terra terra.

Vi sarà capitato, al supermercato, di trovare confessioni di frutta secca e anche di prugne che arrivano dalla California (quello stato dove le città hanno nomi ispanici, i braccianti sono ispanici, ma non è uno stato del Messico), perché non lasciare quelle buste colorate al supermercato?

E Amazon, che arriva nelle case di tutti, perché non comprare le stesse cose in un negozio, o dal sito dell’impresa produttrice?

La retorica della consegna fino a casa è nei tanti posti di lavoro che si creano (Ken Loach insegna), la stessa che si usa per i centri commerciali, quanta occupazione nuova creano! Peccato che per ogni posto di lavoro, spesso precario, se ne cancellano cinque nella piccola distribuzione, desertificando città grandi e piccole.

Ma torniamo ad Amazon, smettiamo di comprare da Bezos, che con i nostri soldi si può comprare Venezia, deamazoniamoci.

So che sembra una lotta contro i titani, ma le vittorie dei lillipuziani contro il gigante Gulliver potrebbero ispirarci.

 

 

E poi, qualcuno si ricorda che la strategia della tensione è opera della CIA e della Nato (qui)?

Che gli Usa hanno basi militari in Italia e siamo un paese a sovranità molto limitata, come Panama, per esempio.

 

 

Che dietro tutte le stragi e gli omicidi eccellenti, da Mattei a Moro, da Falcone a Borsellino, c’è una manina o una manona a stelle e strisce?

 

Diceva Henry Kissinger: Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.

Chissà se riusciremo mai a essere meno amici degli Usa, a ideare e far funzionare un BDS contro gli Usa, sul modello del BDS contro lo stato genocida d’Israele.

sabato 24 maggio 2025

33 anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino

 

Capaci, geopolitica di un colpo di stato - Giuseppe Masala

Trentatre anni fa, Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta persero la vita in un terrificante attentato che cambiò il volto della Repubblica e deviò il corso delle nostre vite. Ma questo lo scoprimmo trenta anni dopo.

All'epoca, per noi ragazzi delle superiori le cose erano semplici: si trattava del colpo di coda degli uomini della prima Repubblica ormai morente. Eravamo in piena Tangentopoli; ormai avevamo le prove, gli uomini che ci governavano erano ladri, disonesti, corrotti. Le voci sulle collusioni tra gli uomini della Prima Repubblica e la Mafia, poi, erano assordanti. Bastava sfogliare la Repubblica di Scalfari ed era un continuo florilegio di allusioni sulle collusioni della DC siciliana con Cosa Nostra: basti pensare al “Caso Ciancimino” o all'omicidio del plenipotenziario andreottiano Salvo Lima avvenuto poche settimane prima rispetto alla Strage di Capaci. Le cose erano semplici agli occhi di noi ingenui ragazzini: tutto portava verso la DC e verso gli uomini della Prima Repubblica.

Ma come sempre accade, mentre si fanno grandi teoremi, il diavolo, agisce nei dettagli. Negli spazi tra le righe, dove solo chi ha l'occhio vigile può vedere. Chi ha avvisato gli esecutori materiali della strage che quel giorno e a quell'ora Falcone sarebbe rientrato in Sicilia? Chi ha fornito la ragguardevole quantità di esplosivo (circa 500 Kg di due tipi diversi dei quali uno militare) necessaria a far saltare in aria l'autostrada? Come mai nessuno si accorse del lavoro di “minamento” dell'autostrada che presumibilmente si è protratto per giorni?

Domande cruciali che forse, con il tempo, sarebbero emerse, magari anche grazie a qualche commentatore indipendente e onesto. Ma all'epoca a tanti, troppi, tutto appariva chiaro. E tempo per farsi domande non ce n'era. In breve tempo in una strage gemella a quella di Capaci, perse la vita il giudice Borsellino e la sua scorta. E anche qui, i misteri non si contano, a partire dal materiale sparito dalla sua borsa.  

I mesi successivi furono una tempesta d'acciaio e fuoco, dove persero la vita decine di persone in stragi (Milano, Firenze e Roma) definite dai commentatori “di stampo politico-mafioso”. Dove logicamente il politico andava inteso come l'estremo e criminale tentativo degli uomini della Prima Repubblica di rimanere attaccati al potere.

Dovevano essere proprio stupidi gli uomini della Prima Repubblica, che realizzavano stragi delegittimandosi ancora di più agli occhi degli italiani. Infatti nel giro di poco tempo furono fatti sgomberare dalle istituzioni. Finalmente i buoni avevano vinto. Quei buoni che ci promettevano la Città di Dio Europea, il Nuovo Giardino dell'Eden da conquistare al costo di qualsiasi sacrificio: dai tagli draconiani al Welfare, alla privatizzazione delle imprese pubbliche e del sistema bancario, alla erosione dei diritti sociali e legati al lavoro. Noi giovani di allora, volevamo l'Europa e la avemmo.

Nel corso degli anni le voci – sempre più insistenti – di una trattativa tra stato e mafia divennero sempre più insistenti fino a quando fu lo stesso Ministro della Giustizia di allora, Giovanni Conso a dichiarare la commissione parlamentare antimafia l’11 novembre del 2010.che nel novembre del 1993 non rinnovò oltre trecento provvedimenti di 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi con la seguente motivazione che definire illogica è poco: “Ho preso quella decisione in totale autonomia per fermare la minaccia di altre stragi e non ci fu nessuna trattativa”. Come esimio Ministro, non ci fu trattativa ma ci fu comunque un accordo per il quale lei non rinnovò i provvedimenti di 41 bis mentre i mafiosi cessavano la politica stragista? Singolare affermazione che lasciò sbalorditi.

Sbalorditiva fu anche la circostanza (mai del tutto chiarita) emersa anni e anni dopo, secondo la quale il Capo dei Capi Totò Riina, in piena epoca delle stragi politico-mafiose, era dotato di telefono in cella.  L'epoca in cui si verifico questa circostanza, era sempre quel fatidico 1993 dove Palazzo Chigi era retto da Amato e Ministro di Grazia e Giustizia era sempre l'Esimio Conso che, per carità, sarà stato all'oscuro di tutto, ma il responsabile delle carceri era sempre lui.

Ma lo Tzunami delle rivelazioni che stanno riscrivendo la storia di quegli anni non colpisce solo la politica di allora ma anche la Magistratura. Clamorose sono le notizie giunte dalla Sicilia dell'iscrizione nel registro degli indagati di due super giudici di allora: il procuratore Pignatone indagato per aver insabbiato il filone di inchiesta “Mafia e Appalti” e l'ex pm del pool antimafia di Palermo Gioacchino Natoli indagato per i reati di favoreggiamento alla mafia e calunnia sempre in relazione alle indagini sul filone “Mafia e Appalti”.

Tutto appare più nebuloso e sfumato rispetto a quegli anni dove eravamo certi di sapere chi erano i buoni e chi i cattivi. Certo le accuse vanno provate ma la sensazione è che in quegli anni in Italia si combatté una battaglia senza esclusione di colpi per la conquista del potere e per indirizzare il paese verso scelte di natura economica, politica e geopolitica.

In altri termini, appare sempre più evidente che in quegli anni andava demolito il vecchio sistema della Prima Repubblica, non più funzionale rispetto alle scelte che si erano fatte a livello internazionale dopo la caduta del Muro di Berlino: gli uomini della Prima Repubblica andavano cacciati dalle istituzioni sia con la strategia giudiziaria (tangentopoli) che con lo strumento cruento della destabilizzazione stragista. Non possiamo escludere che molti (anche tra gli inquisiti di oggi) fossero inconsapevoli pedine di un gioco più grande di loro,  visibile oggi ma incomprensibile in quei giorni, se non ad una élite seduta nell'empireo degli intoccabili ed innominabili che aveva deciso di portare l'Italia in Europa e soprattutto di farle cambiare volto: dal sistema economico misto pubblico-privato a quello ultra-liberista degli ultimi trenta anni.

da qui


 

mercoledì 22 gennaio 2025

CIA, sempre CIA

 

La matrice tutta atlantista dell’omicidio Mattarella - Pino Arlacchi

La storia è sempre storia del presente. Purtroppo, mi è venuto di pensare osservando le reazioni al docu-film Magma che ricostruisce il delitto Mattarella del 1980. Il filo conduttore dell’opera è la ferma convinzione di Giovanni Falcone che si fosse trattato di un assassinio politico di matrice “atlantica”. Un caso Moro bis a meno di due anni distanza. Perché siamo nel presente? Lo siamo perché siamo in mezzo a una guerra in Ucraina la cui lampante matrice è, appunto, “atlantica”.

Matrice atlantica significa né più né meno che un’origine imperiale, radicata negli interessi e nella volontà superiori dell’impero americano. Matrice atlantica significa violazioni del diritto internazionale nel caso dell’Ucraina, e violazioni del diritto penale e della sovranità nazionale nei casi Moro, Mattarella e La Torre. Significa mettere in atto ingiustizie e degenerazioni delle istituzioni democratiche da negare e nascondere con ogni mezzo soprattutto nei campi di battaglia dei satelliti, cioè nei luoghi della sovranità limitata. Il delitto Mattarella fu un caso Moro bis perché fu uno degli ultimi capitoli italiani della Guerra fredda, avvenuta in Italia anche sotto forma della cosiddetta “Strategia della tensione”. Dico uno degli ultimi perché l’ultimo fu la strage di Capaci, accaduta dodici anni dopo ma come uno strascico della stessa Guerra fredda.

Mattarella era un uomo coraggioso, deciso a proseguire lungo il sentiero proibito dell’accordo di governo con i comunisti che era costato la vita del suo maestro. I

l presidente della Regione Siciliana era stato pesantemente avvertito – come Moro, minacciato esplicitamente da Henry Kissinger un paio di anni prima della sua fine – che il suo esperimento nell’isola violava il fattore K e lo esponeva alle sanzioni previste da Washington in questi casi. Mattarella va a Roma dal ministro dell’Interno Virginio Rognoni, suo compagno di partito e di corrente, che invece di rassicurarlo lo fa preoccupare ulteriormente. Dico questo perché la sua assistente ha confermato che il presidente era rientrato da Roma stravolto e le aveva chiesto di non parlare ad alcuno del suo incontro con Rognoni salvo la sua eliminazione fisica. E dico questo perché sono stato amico di Rognoni, il quale mi ha candidamente detto di aver consigliato Mattarella di essere più prudente e di abbassare i toni. Il vento interno alla Democrazia cristiana ormai spirava in direzione contraria, e il mini-compromesso storico siciliano era considerato come l’ultimo ostacolo alla normalizzazione post-Moro. Al rientro cioè dell’Italia nella sfera della completa fedeltà agli Stati Uniti.

Ho lavorato assieme a Falcone nel mettere insieme i diversi tasselli logici e fattuali dell’omicidio Mattarella e di quello, strettamente connesso, di Pio La Torre, avvenuto due anni dopo. Dove la matrice atlantica era ancora più pronunciata di quella del caso Mattarella, non essendoci qui alcuna seria pista concorrente da esplorare. La Torre aveva un conto aperto pluridecennale con Cosa nostra, ma la sua fine fu opera dei super-anticomunisti di Gladio e della P2 che lo odiavano per la sua battaglia contro gli euromissili in Sicilia.

Le indagini su entrambi i casi non approdarono, com’è noto, a nulla, e furono riprese da Falcone nei suoi ultimi anni, da Direttore degli affari penali del ministero di giustizia, quando era ormai privo di titolarità investigativa diretta. Le indagini furono depistate, si rivolsero subito contro il terrorismo di sinistra, e si concentrarono solo sugli esecutori.

Falcone mi disse di avere trovato una fonte attendibile interna all’estrema destra. Era venuta fuori una significativa partecipazione diretta di capimafia alla rete Gladio. C’era una base logistica Sismi a Trapani, e c’era stato un interessamento iniziale alle indagini da parte di Bruno Contrada – agente Sisde da noi ritenuto un avversario pericoloso.

In questi casi, concordavo con Giovanni, non bastava percorrere il solito processo induttivo che parte dalla scena del crimine e va verso l’alto. Non c’è mai, nei grandi delitti, “la pistola fumante”. Ci sono tanti, tantissimi indizi, e qualche prova. Occorreva perciò seguire anche il percorso inverso, deduttivo, dall’alto, reso possibile dalla caduta del Muro di Berlino e dallo “scaricamento” da parte americana di tutta la filiera andreottiana-piduista-Gladio-Servizi-Affari riservati.

Sono certo che percorrendo questo sentiero saremmo arrivati alla verità giudiziaria sui grandi delitti italiani. Ma si trattava di un sentiero già percorso, e i personaggi della connection atlantica erano in allarme rosso dopo il “si salvi chi può” lanciato da Andreotti con la sua denuncia-ricatto su Gladio del 1990. La loro risposta fu Capaci. E poi via D’Amelio.

Ho ricevuto in seguito importanti conferme dell’impronta imperiale sulle stragi avvenute prima e dopo Moro e Mattarella. Un agente Cia oggi in pensione e in servizio presso la stazione di Roma ai tempi del caso Moro, di fronte alle mie assillanti domande sul ruolo della sua agenzia mi rispose: “Non avete mai trovato prove sulla partecipazione della Cia e simili nel caso Moro, Mattarella e La Torre perché siete andati a cercare nella direzione sbagliata. Non siamo mai intervenuti direttamente perché non ce n’era alcun bisogno. Non eravate un paese del Terzo mondo dove dovevamo fare tutto noi. Avevate apparati di intelligence vasti e ben organizzati che sapevano bene cosa fare, che rispondevano a politici accorti i quali non avevano bisogno di ricevere autorizzazioni su cosa fare con chi superava le linee rosse. Era evidente che Moro, Mattarella e La Torre le avevano superate”.

Una seconda spiegazione l’ho ricevuta nel corso dei miei lunghi colloqui con Francesco Cossiga, e l’ho descritta nel mio libro su Giovanni e io. Cossiga fu l’unico politico atlantista ad ammettere apertamente l’esistenza in Italia di un regime di sovranità limitata. Secondo lui questa menomazione era giusta e necessaria. Il comunismo era un pericolo esistenziale e ci eravamo trovati perciò fino al 1989 in uno stato di guerra civile latente dove la democrazia e i diritti fondamentali, in Italia, erano stati rispettati “nei limiti del possibile”. E dove gli Usa erano l’alfa e l’omega della nostra sicurezza. La sua risposta alla mia ovvia domanda se le stragi e i delitti di Stato rientrassero in questo discorso era quella che “c’erano stati alcuni che avevano esagerato, ed erano usciti da limiti che anche in guerra bisognava rispettare”.

E la mafia? Incalzavo. “Su Moro non è c’entrava niente – rispondeva impaziente – Su Mattarella e La Torre credo di sì, ma non perché i mafiosi agissero da semplici killer. Erano ottimi amici degli Stati Uniti, anticomunisti come tutti noi, sempre pronti a compiacerci. Ma queste cose le sai, e le sapeva anche Falcone, e forse sarebbe arrivato il giorno in cui anche questo vecchietto lo avrebbe potuto aiutare. Ma è un’epoca passata, e tra qualche anno non ci sarà più nessuno in vita in grado di raccontarla a puntino. I protagonisti tutti in pensione, morti o troppo vecchi per ragionare”.

È per queste ragioni che credo non ci siano speciali segreti sepolti assieme al caso Moro, all’omicidio Mattarella, a Capaci e via D’Amelio. La verità giudiziaria completa non verrà mai alla luce perché è troppo tardi per raggiungerla. Ma una verità storico-politica convincente, sufficiente a spiegarne ragioni e significati, è già emersa, sia pure in parte, ed è su questa che occorre riflettere. Anche per capire meglio il presente.

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Italia schiava della Cia da Abu Omar ad Abedini - Alessandro Orsini

Un accademico svizzero-iraniano, Mohammad Abedini Najafabadi, è stato arrestato in transito a Malpensa su mandato americano mentre si dirigeva a Istanbul con l’accusa di avere aiutato Teheran a costruire alcuni droni. Per ritorsione, l’Iran ha arrestato una giornalista italiana per uno scambio di detenuti. Sentiamo dire che l’Iran agisce in questo modo perché è l’incarnazione del Male universale. La realtà è diversa.

Per comprendere la mossa dell’Iran, occorre capire come il “caso Abedini” sia legato al “caso” dell’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto il governo Berlusconi: uno dei casi più documentati di azione illegale condotta dai servizi segreti americani in un Paese straniero. Abu Omar fu rapito, il 17 febbraio 2003, da dieci agenti della Cia. L’imam fu portato nella base aerea di Aviano e poi condotto in Egitto, dove fu brutalmente torturato con la falsa accusa di essere un terrorista islamico. Dalle sentenze della magistratura milanese, emerge che i vertici dei servizi segreti italiani e, quindi, il governo Berlusconi, erano informati e coinvolti nell’operazione della Cia. Nel dicembre 2010, la Corte d’appello di Milano ha stabilito un risarcimento di un milione di euro per Abu Omar e di 500 mila euro per la moglie, a carico di ben 23 agenti della Cia, tutti cittadini americani. I vari governi italiani hanno sempre fornito protezione agli agenti americani, ricorrendo persino al segreto di Stato per ostacolare le indagini della magistratura.

I giudici di Milano condannarono anche agenti italiani eliminando ogni dubbio sul coinvolgimento del governo Berlusconi in questa orrenda violazione dei diritti umani contro un musulmano. Sulla base del caso Abu Omar, l’Iran pensa che il governo Meloni sia un governo “fantoccio” della Casa Bianca. L’Iran pensa che, davanti agli ordini degli Stati Uniti, l’Italia cessi di essere uno Stato sovrano e indipendente, soprattutto quando si tratta di violare i diritti umani dei musulmani.

Tornando al caso Abedini, gli abusi commessi contro quest’uomo sono evidenti. Iniziamo dall’accusa della Casa Bianca di avere collaborato con Teheran alla costruzione di alcuni droni. La logica delle relazioni internazionali dice questo: gli ingegneri americani aiutano il governo americano a costruire i droni e gli ingegneri iraniani aiutano il proprio governo a fare altrettanto. L’eventuale collaborazione di Abedini con il governo iraniano sarebbe del tutto lecita. In secondo luogo, Abedini non è stato colto a origliare dietro la porta del presidente del Consiglio. Aveva semplicemente fatto scalo in Italia verso Istanbul per la sfortuna di non avere trovato un volo diretto. In terzo luogo, Abedini non ha arrecato alcun danno all’Italia che ha deciso di incarcerarlo sulla base delle accuse fumosissime di un governo, gli Stati Uniti, in guerra con l’Iran, di cui è incolpevolmente cittadino. Dopo il caso Assange, Omar e molti altri, nessuna persona dotata di raziocinio avrebbe dubbi sul fatto che Abedini, una volta negli Stati Uniti, subirebbe un processo farsa, i cui presupposti giuridici sono già posti in tutta la loro assurdità. Eccoli: siccome il governo americano considera il governo di Teheran un governo di terroristi, allora tutti gli iraniani sono potenziali terroristi, anche se hanno semplicemente avvitato un bullone di un drone. Negli Stati Uniti vige la legge, non ci sono dubbi, ma alcune leggi sono assurde perché sono concepite per la guerra, non per la giustizia.

Antonio Tajani ha esortato a non parlare della vicenda. Un invito anomalo giacché, nelle società libere, i ministri non decidono quali temi trattare e come trattarli. Crosetto, invece, ha invitato a non sollevare l’indignazione contro l’Iran perché: “Questi problemi, purtroppo, non si risolvono con lo sdegno popolare”. Ma l’intento di quest’articolo non è suscitare indignazione contro l’Iran, bensì contro il governo Meloni. Tajani invita al silenzio non per tutelare la giornalista italiana, ma se stesso, ché la vergogna è grande. Il governo Meloni mette in pericolo gli italiani per eseguire un ordine della Casa Bianca funzionale alle guerre americane. La Casa Bianca ha spinto l’Italia in guerra con la Russia. Adesso pretende che l’Italia faccia la guerra all’Iran con un’operazione simile, nella logica di fondo, al caso Omar. Abedini sta subendo un abuso intollerabile in una società libera e andrebbe liberato. Prostrato dietro le sbarre, la sua sofferenza è ingiusta e ingiustificata come quella della giornalista italiana. Quest’uomo è stato sottratto alla famiglia in un Paese ostaggio degli Stati Uniti. Questo è chiaro agli iraniani. Molto meno a certi giornalisti mainstream che, afflitti da smisurati complessi di superiorità, non si accorgono nemmeno quando l’Italia opera in modi simili alle dittature.

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martedì 13 giugno 2023

lutto nazionale, ma non per tutti

 


disegno di Antonio Cabras


scrive Tomaso Montanari:


“Scrivo a tutta la comunità per assumermi la responsabilità di una scelta, evidentemente controcorrente, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi.
Di fronte a questa notizia naturalmente non si può provare alcuna gioia, anzi la tristezza che si prova di fronte ad ogni morte. Ma il giudizio, quello sì, è necessario: perché è vero che Berlusconi ha segnato la storia, ma lo ha fatto lasciando il mondo e l’Italia assai peggiori di come li aveva trovati. Dalla P2 ai rapporti con la mafia via Dell’Utri, dal disprezzo della giustizia alla mercificazione di tutto (a partire dal corpo delle donne, nelle sue tv), dal fiero sdoganamento dei fascisti al governo alla menzogna come metodo sistematico, dall’interesse personale come unico metro alla speculazione edilizia come distruzione della natura. In questo, e in moltissimo altro, Berlusconi è stato il contrario esatto di uno statista, anzi il rovesciamento grottesco del progetto della Costituzione. Nessun odio, ma nessuna santificazione ipocrita. Ricordare chi è stato, è oggi un dovere civile.
Per queste ragioni, nonostante che la Presidenza del Consiglio abbia disposto (https://www.governo.it/it/articolo/bandiere-mezzasta-sugli-edifici-pubblici-e-lutto-nazionale-la-scomparsa-del-presidente) le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici da oggi a mercoledì (giorno dei funerali di Stato e lutto nazionale), mi assumo personalmente la responsabilità di disporre che le bandiere di Unistrasi non scendano.
Ognuno obbedisce infine alla propria coscienza, e una università che si inchini a una storia come quella non è una università.
Col più cordiale saluto,

il Rettore

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Tomaso Montanari
Professore ordinario di Storia dell’arte moderna
Rettore dell’Università per Stranieri di Siena



sabato 11 marzo 2023

Il lato oscuro della trattativa Stato-mafia, Cavallone: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?” - Simona Tarzia

 

Una lettura lucida che va oltre la sentenza d’appello, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo 

Cominciamo dalle motivazioni, naturalmente. Perché è qui, nella logica giudiziaria, che si gioca la ragione ufficiale garantita dallo Stato e perché, a volte, questa ragione non è la stessa in tutte le sentenze.
Partiamo da qui. Da un dato di fatto inoppugnabile, e cioè che le conclusioni di primo e secondo grado sulla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia” sono diverse tra loro come il giorno e la notte.

Perché? È solo un fatto di interpretazione del diritto? “Quello che è stato affermato in primo grado e tutto sommato riconosciuto in appello è che ci fu un colloquio con i vertici di Cosa Nostra per evitare che fossero commessi ulteriori reati” spiega Roberto Cavallone, già Procuratore di Sanremo e poi Sostituto Procuratore Generale alla corte d’Appello di Roma, che sottolinea a Fivedabliu come i magistrati di secondo grado abbiano ritenuto provata la condotta materiale del reato contestato ai tre ufficiali del Ros – i generali Mario Mori e Antonio Subranni, e il colonnello Giuseppe De Donno -, ma che “sebbene questa ‘improvvida’ interlocuzione ci fu davvero, venne portata avanti senza dolo. Cioè senza collusione con il potere mafioso”. In sintesi, i carabinieri sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato”.
Ricorda Cavallone: “Il prefetto Mori si è sempre difeso ammettendo soltanto di aver avuto come interlocutore l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, ma come fa ogni ufficiale di polizia giudiziaria con i suoi informatori. Non ha detto nulla di più e nulla di meno”. 

Un dialogo in buona fede con Cosa nostra

Un dialogo in buonafede per scongiurare altre stragi. È anche la tesi delle difese che hanno sempre sostenuto come “compete al potere esecutivo e alle forze dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire l’ulteriore commissione di così gravi crimini”.
Scrive la Corte d’Appello che “il disegno era quello di insinuarsi in una spaccatura che si sapeva già esistente all’interno di Cosa Nostra e fare leva sulle tensioni e i contrasti che covavano dietro l’apparente monolitismo dell’egemonia corleonese per sovvertire gli assetti di potere interni all’organizzazione criminale, assicurando alle patrie galere i boss più pericolosi e favorendo indirettamente lo schieramento (quello fedele a Bernardo Provenzano, n.d.r.) che, per quanto sempre criminale, appariva ed era meno pericoloso per la sicurezza dello Stato e della collettività rispetto a quello artefice della linea stragista”.
E che sia difficile da accettare che dei carabinieri possano essere collusi con i mafiosi lo rimarca anche Cavallone che sottolinea come “sia poco credibile nella misura in cui questa accusa evidentemente non riguarda una singola persona ma il vertice di un’articolazione dell’Arma. Cioè noi dovremmo arrivare ad affermare che una parte importante dell’Arma dei Carabinieri era collusa con i mafiosi. Anch’io ritengo che questo sia difficile”.

Chi sapeva oltre ai vertici del Ros?

Eppure una trattativa “a metà strada tra quella politica e quella di polizia” c’è stata, e ce lo dicono i giudici. Commenta Cavallone: “Il problema sa qual è? Che se questa è la verità giudiziaria, siamo al di là di quello che è il semplice rapporto tra ufficiale di polizia giudiziaria e informatore, e allora occorrerebbe capire da chi hanno avuto la delega“.
E qui, da magistrato con quarant’anni di esperienza sul campo, smentisce che i carabinieri possano aver agito in solitudine, perché “dobbiamo sempre tenere presente che il Ros, ma qualsiasi altra forza di polizia giudiziaria, quando ha una delega per le indagini risponde al pubblico ministero o, se agisce in qualità non di polizia giudiziaria ma di polizia di prevenzione, deve avere un’autorizzazione dai suoi vertici” continua. “Nel caso dei carabinieri, devono avvisare il comandante generale dell’Arma perché il Ros dipende direttamente da lui. Vista la delicatezza della vicenda, immagino che il comandante generale sarà tenuto ad avvisare il Ministro dell’Interno che avviserà il Presidente del Consiglio dei ministri e forse anche il Presidente della Repubblica. Siamo in un ambito che è diverso da quello della polizia giudiziaria, siamo più vicini all’area di competenza dei servizi segreti per capirci. E comunque, anche se si fosse trattato di un’operazione di intelligence, immagino che dovesse esserci un’autorizzazione. Nel caso dei servizi segreti il nulla osta lo dà la presidenza del Consiglio dei ministri“.
Se un’autorizzazione c’è stata, oggi noi non lo sappiamo. Anzi, la sentenza d’appello dice chiaro e tondo che i carabinieri non obbedirono agli ordini di nessun politico, meno che mai di un uomo delle istituzioni.

Non è la prima volta che lo Stato scende a patti con la mafia

Lo Stato è già sceso a patti con la mafia. Lo ha fatto e continua a farlo per ottenere informazioni dai pentiti. Ma per i giudici di primo grado i carabinieri avrebbero fatto una fuga in avanti, oltre i limiti della legge.
“Il rapporto con il collaboratore di giustizia è un rapporto molto trasparente ed è previsto dal nostro ordinamento”, mette in chiaro Cavallone spiegando come funziona: “Il pentito deve ragguagliare l’autorità giudiziaria entro un arco di tempo ben determinato su tutto ciò di cui è venuto a conoscenza durante il periodo in cui ha agito all’interno dell’organizzazione. Per questa sua attività può beneficiare di sconti di pena perché sono previste delle attenuanti per le attività di collaborazione e se c’è un concreto pericolo di vita, come in genere accade, è sottoposto a un programma di protezione. Questo è il rapporto trasparente che c’è tra il collaboratore di giustizia e l’autorità giudiziaria. A monte, si fanno dei colloqui investigativi e se effettivamente il soggetto è degno di interesse, il pubblico ministero raccoglie le informazioni in sintesi che possono essere utili alle varie indagini in corso su tutto il territorio nazionale. Queste informazioni vengono infine ripartite per competenza attraverso le varie DDA. In questo caso la trasparenza non c’è stata, non sappiamo se qualcuno ha dato l’okay per questa sorta di trattativa“.

 

Dell’Utri e l’ultimo miglio

E torniamo al punto di partenza. Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? E soprattutto: come faceva Silvio Berlusconi, al suo primo governo nel 1994, ad essere all’oscuro di tutto? Come faceva a non sapere delle minacce che i boss stragisti Bagarella e Brusca, loro sì riconosciuti colpevoli anche in secondo grado, recapitavano a Marcello Dell’Utri attraverso l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano?
Il nodo dell’assoluzione del cofondatore di Forza Italia sta tutto qui.
Altro imputato eccellente del processo sulla Trattativa e già condannato in via definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell’Utri è stato assolto dal reato di “minaccia a corpo politico” dalla Corte d’Assise d’Appello “per non aver commesso il fatto”.
Per i giudici mancherebbe “l’ultimo miglio”, così lo chiamano.
Per capirci: appurato che nel 1994 Dell’Utri ha incontrato Mangano almeno due volte; appurato che “Mangano ha appreso, in assoluta anteprima, della modifica del regime processuale dell’arresto per 416-bis”; appurato che Dell’Utri “aveva piena conoscenza” del progetto ricattatorio di Cosa nostra che mirava a stipulare con lo Stato una tregua normativa a suon di bombe per ripristinare quel patto di coesistenza pacifica che aveva disegnato la storia della prima Repubblica e che Totò Riina considerava tradito dalle condanne definitive del maxi processo di Palermo; manca la prova provata della trasmissione delle intimidazioni a Berlusconi. Quindi nessuna minaccia a corpo politico, nessun delitto.

È una lettura credibile? “Il ragionamento logico vuole che la persona minacciata venga avvertita”, dice Cavallone. “Ma questo è un pensiero da cittadino qualunque. Certo è che anche nell’esperienza pratica ogni volta che noi facevamo un’indagine e risultavano delle possibili linee di rischio a carico di persone che ricoprivano incarichi istituzionali si avvertiva la Prefettura per prevedere la predisposizione di adeguati strumenti di protezione. Poi naturalmente vado dall’interessato. Come fai a non avvisarlo? Non può essere difeso a sua insaputa, per fare una battuta”.

La prova logica: congettura o realtà?

Al fatto che Dell’Utri le minacce al Cavaliere le avesse riportate, i giudici di primo grado invece ci credevano davvero e in sentenza mettevano nero su bianco che vi erano “ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra, mediati da Vittorio Mangano”. Un’argomentazione che non ha persuaso i magistrati d’Appello, convinti che la cosiddetta “prova logica” vada utilizzata con più moderazione.
Punti di vista diversi sui quali farà chiarezza la Cassazione.

Ma cosa si può aspettare la Procura generale se farà ricorso? “La Cassazione può interloquire solo in sede di errore di interpretazione della legge o errore nella motivazione della sentenza”, risponde Cavallone aggiungendo che la Corte “non può rivalutare le prove che sono state esaminate in primo e in secondo grado perché questa è una questione che attiene al merito, né è in grado di valutare le dichiarazioni di un collaboratore perché non ha gli atti”.
Agli Ermellini in effetti “non arriva tutto quell’enorme fascicolo che hanno in mano i giudici di primo e di secondo grado ma soltanto l’atto impugnato, cioè la sentenza, queste 3.000 pagine, e i vari atti di impugnazione. Il compito della Cassazione è soltanto quello di fare un’analisi della sentenza e verificare se ci sono quei vizi di interpretazione e applicazione della legge, o quei vizi di motivazione che sono stati denunciati nel ricorso. Questo è il compito della Cassazione”. Punto. “Quando trova delle incongruenze nella motivazione allora può annullare la sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello che riesamina la questione”.
E la diversità di vedute sulla prova logica? “La Corte ha più volte affermato che la prova logica ha pari dignità di tutte le altre prove quando è supportata da elementi che inducono a ritenere degno di considerazione il ragionamento svolto dal giudice”. Quindi questo dell’ultimo miglio “potrebbe essere uno dei passaggi eventualmente soggetti a ricorso”.

Gli affari si fanno in silenzio

Chi contesta le motivazioni dei giudici d’appello ha parlato di una sentenza che legittima la cosiddetta zona grigia. “No, assolutamente no”. Non lascia spazio ai dubbi Cavallone che risponde che “lo Stato non può avere il doppio binario. Eventualmente la zona grigia è tipica dei servizi di informazione che però rispondono ad altre esigenze che non sono quelle dell’assicurazione dei colpevoli alla giustizia ma sono quelle della salvaguardia dell’interesse nazionale, che potrebbe essere anche nella vita di un rappresentante delle istituzioni. Non lo so, però mi chiedo sempre come questi personaggi di così basso livello possano arrivare a colpire un’istituzione se l’istituzione non gliene dà la possibilità”.
Perché i mafiosi, “per quello che conosco io del mondo mafioso”, non sono così “ferrati”, dice Cavallone che non perde l’occasione per mettere in chiaro alcuni concetti che, secondo la sua esperienza di magistrato inquirente che di interrogatori ne ha fatti parecchi, proprio non quadrano. “Episodi come quello che hanno riguardato i colleghi Falcone e Borsellino, o l’attentato fallito ai Carabinieri allo stadio Olimpico di Roma, o l’autobomba di via dei Georgofili a Firenze, comportano non solo un’organizzazione ma un disegno complessivo criminoso che mi pare che vada al di là del singolo personaggio mafioso per come li ho conosciuti io. Ecco, forse aveva ragione Falcone quando diceva che i fili li tiravano le ‘menti raffinatissime’, perché il livello criminale dei mafiosi è davvero molto basso dal punto di vista della capacità di elaborazione logica”.
Dunque non fu solo mafia? La strategia della tensione era manovrata da uomini che non appartenevano a Cosa nostra? E chi erano? Esponenti del Sisde? Falcone un nome lo aveva fatto, quello del numero tre del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica di allora, il Sisde appunto. Condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, oggi, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha imposto allo Stato italiano di risarcirlo per danni morali perché all’epoca dei fatti il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento giuridico, l’ex 007 risulta incensurato.

Sono tante le domande che sono rimaste senza risposta. Di certo, in questo “gioco grande” di “ibridi connubi”, i picciotti di Riina hanno giocato la parte delle pedine. Ricorda Cavallone che “la mafia dei cosiddetti corleonesi era una cosa molto diversa da quella che era stata la mafia classica. La mafia classica era una mafia che andava da sempre a braccetto delle istituzioni perché era rappresentata non dai pastori ma dall’alta borghesia siciliana dell’epoca – stiamo parlando di fine ‘800, inizi del ‘900 -, erano persone che si frequentavano nei salotti buoni. Invece i corleonesi erano una cosa completamente diversa. Il motivo per cui evidentemente è arrivata la loro fine è che Cosa nostra classica non accettava lo stato di belligeranza continua perché interferiva con i loro interessi economici. Perché davanti a delle azioni così eclatanti, una risposta dello Stato, quantomeno di facciata, ci deve essere e quindi si rompe un equilibrio. Gli affari si fanno in silenzio. E questo tipo di strategia criminale certamente non era quella più idonea a fare affari in silenzio. Forse per questo Riina è stato venduto da chi è stato venduto“.

La mancata perquisizione del covo di Riina

E da chi è stato venduto? Scrivono ancora i giudici d’appello che “non v’è prova che fosse intervenuto un previo accordo con Provenzano o con altri esponenti mafiosi che contemplasse da un lato la consegna di Riina dall’altro la rinuncia a perquisire l’immobile (il famoso covo di via Bernini 54, n.d.r.) dando tempo ai mafiosi di ripulirlo d’ogni traccia. Nè Mori e i suoi potevano essere certi dell’esistenza all’interno dell’abitazione di tracce utili alle indagini o addirittura di documenti compromettenti. Ma anche se fossero stati certi che non vi fosse nulla di compromettente, si sarebbero ugualmente determinati ad astenersi da una perquisizione immediata perché il significato di quel gesto era soprattutto simbolico, dovendo esso servire a lanciare il segnale di buona volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo”.

È una storia strana questa delle omissioni seguite all’Operazione belva, il blitz del Capitano Ultimo che il 15 gennaio 1993 ha messo la parola fine ai 23 anni di latitanza del Capo dei capi. Tanto strana che anche Cavallone, “a suo tempo, quando ancora ero alla Procura di Sanremo, ne ho parlato con Giancarlo Caselli. Io non so se questa sia una verità giudiziaria o una verità vera, quella la conoscono soltanto i protagonisti della vicenda ma, diciamocelo, è una ferita ancora aperta perché chiaramente l’autorità giudiziaria è stata presa in giro“.

Il mancato blitz a Mezzojuso

E il mancato blitz nel casolare di Mezzojuso, dove nel 1995 un infiltrato aveva segnalato la presenza di Bernardo Provenzano? Una “indicibile ragione di interesse nazionale”, dicono le carte dei magistrati di secondo grado, che ha spinto il Ros a lasciarsi sfuggire un superlatitante “per non sconvolgere gli equilibri di potere interni a Cosa nostra che sancivano l’egemonia della sua strategia dell’invisibilità e della sommersione”. La sua leadership, insomma, era considerata una garanzia contro “il rischio del ritorno alla linea dura di contrapposizione violenta allo Stato”. Un modo per scongiurare il ritorno all’interregno del tritolo.

“A volte uno si fa delle domande. Non sempre riesce a darsi anche le risposte” scandisce Cavallone ripercorrendo i tanti dubbi legati a queste vicende che dopo trent’anni conservano dei lati oscuri: “Bisognerebbe capire il disegno finale. L’obiettivo finale qual era? Quale risultato bisognava raggiungere? Dalle sentenze sappiamo che c’è stata, se non una trattativa, un’interlocuzione. La Corte dice per prevenire gravi attentati, gravi reati, però io credo che lo Stato avesse i mezzi e le capacità per prevenire azioni di questo tipo senza ricorrere a interlocuzioni. In questo Borsellino aveva ragione, o si sta da una parte o si sta dall’altra. Poi c’è la questione della scala gerarchica: tu fai una trattativa, hai un’interlocuzione, e non avverti i tuoi superiori e i tuoi superiori non avvertono il responsabile politico?  Mi sembra strano. Se è avvenuto mi sembra strano. Stiamo parlando di potere esecutivo quindi siamo di fronte a una piramide e c’è un vertice. Qualcuno deve autorizzare sennò siamo fuori dallo schema”.

Per la cronaca: Provenzano alla fine fu catturato, l’11 aprile del 2006 in una masseria vicino a Corleone. Era latitante da 43 anni.

Massimo Ciancimino, da icona dell’antimafia a “pentito” inattendibile

Sono sue le dichiarazioni che costituiscono l’ossatura del processo sulla Trattativa. Dichiarazioni che già i giudici di primo grado hanno definito “senza alcuna valenza probatoria” a causa della “sua verificata complessiva inattendibilità che ne impedisce qualsiasi uso”. Massimo Ciancimino è il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, don Vito. Caduto dal piedistallo di icona dell’antimafia, è stato processato a Caltanissetta e Bologna per calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e all’agente dei Servizi segreti Rosario Piraino.

E qui viene da chiedersi se non fu un errore a monte quello di dargli ascolto.
“Non è che ci sono errori”, risponde Cavallone. “Il processo serve proprio ad accertare se i fatti si sono svolti secondo una certa ipotesi. Se sì, si arriva a una condanna. Se no, si arriva a un’assoluzione. Il processo è fatto per questo. Poi ci sono processi facili e processi difficili. Se uno dovesse fare solo i processi semplici si metterebbe a fare gli arresti in flagranza per spaccio e lascerebbe da parte tutto il resto. Sarebbe come un chirurgo che fa solo appendicectomie e non fa mai un intervento a cuore aperto. C’è il rischio che il processo vada male? Sì. Però se all’inizio la prova sembra affidabile come fai a chiedere un’archiviazione? Il giudice potrebbe anche non dartela l’archiviazione di fronte a dichiarazioni così. Non è facile. I processi non sono mai facili, soprattutto di questo livello. È facile parlare dopo. Ma è nel momento in cui si ha sottomano l’elemento di prova che si deve decidere cosa fare. Perché un giorno potrebbero anche venire a chiederti come mai hai sottaciuto questa cosa e non gli hai dato sviluppo”.

La domanda da farsi è un’altra, conclude Cavallone, sempre la stessa: “Chi sapeva oltre ai vertici del Ros? Sapevano o non sapevano? Questa è la domanda. Tutto qui. Perché stiamo parlando di un organo istituzionale di grande rilevanza, di grande importanza, di grande prestigio. Chiaro che non è una ditta privata il cui legale rappresentante fa e disfa quello che gli pare. Hanno delle persone a cui devono rispondere o quantomeno tenere informate. Poi ripeto, non so se sia vero che c’era questo famoso papello, o non c’era. Comunque nel momento in cui ti accingi a tenere degli incontri con l’ex sindaco di Palermo per vedere di arrivare a emarginare il ramo violento della mafia, e così dice il Prefetto Mori, credo che sia un’attività che vai a comunicare a qualcuno”. E conclude: “Io ho una piccola conoscenza di questo processo perché non ho a disposizione tutti gli atti. A questa piccola conoscenza affianco la mia esperienza di magistrato per oltre 40 anni. Io ho fatto questo lavoro e se lei mi dice quale domanda ti fai? Io mi porrei questa: chi sapeva oltre ai vertici del Ros? Certamente non hanno avuto deleghe dall’autorità giudiziaria”.

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