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domenica 20 febbraio 2022

La grande tratta dei calciatori - Daniele Canepa

 

 

Viaggio nel perverso mondo del football trafficking, che ogni anno coinvolge migliaia di giovanissimi che sognano di diventare le nuove stelle del calcio mondiale. Per pochi che ci riescono, ci sono migliaia di disperati che finiscono tra le mani di agenti fittizi e intermediari senza scrupoli. Sfruttati, derubati e abbandonati, molti di loro si ritrovano senza speranze in paesi sconosciuti. Eppure i “trafficanti” di calciatori sono solo una parte di un problema più complesso, che coinvolge famiglie, media e società sportive. (English version)

 

 “C’è una cosa di cui ti convinci, quando cresci circondato dalle gigantografie di campioni come Didier Drogba, Samuel Eto’o o Yaya Touré: se ce l’hanno fatta loro, puoi riuscirci anche tu. Sei giovane e ti sembra di poter realizzare qualsiasi cosa. Poi però arrivi in Europa e se hai la fortuna di fare un provino ti rendi conto che la realtà è diversa, che magari ti devi giocare tutto in una partita e che la temperatura è di dieci gradi e tu non ci sei abituato. Né sei preparato a giocare insieme a un gruppo di sconosciuti che parlano un’altra lingua. E se il provino va male, ti ritrovi abbandonato a te stesso: da solo, in un paese che non conosci”.

Le parole di Joseph*, venticinquenne originario del Senegal arrivato in Italia nel 2014 e oggi residente in Liguria, sintetizzano un’esperienza comune a quella di migliaia di ragazzi provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale e vittime di un fenomeno conosciuto a livello internazionale come football trafficking.

Se volessimo tradurre letteralmente dall’inglese, trafficking equivarrebbe a “tratta”, mentre il “traffico” di esseri umani è invece indicato come smuggling. La differenza tra i due termini non è una questione speculativa, in quanto tratta e traffico si configurano come reati diversi e sono punibili in modo differente. Tuttavia, i casi di football trafficking si situano spesso in una zona grigia tra le due casistiche: da qui, la scelta di usare la definizione inglese per indicare tutti gli episodi di migrazioni irregolari nel mondo del calcio. 

Come già si intuisce da questa premessa, il fenomeno è complesso e richiede, come vedremo, un approccio non manicheo di risoluzione della questione in una mera divisione tra buoni e cattivi. Ci sono, è vero, delle vittime e degli sfruttatori, ma alla radice del problema vi è in realtà una visione diffusa nel “sistema calcio” che si esplicita attraverso due metafore pervasive in ambito sportivo: 1) l’atleta come merce; 2) l’atleta come macchina.

Riflettiamo, nel primo caso, sulla nonchalance con cui usiamo espressioni come “comprare”, “vendere”, “prestare” calciatori, come se essi fossero dei pacchi da spostare da un posto a un altro. Nel secondo caso, pensiamo invece a frasi come: “Quell’atleta è una macchina”, “un vivaio che produce talenti in serie”, “il giocatore tal dei tali è un robot”. In entrambe le situazioni, il calciatore è percepito come un prodotto industriale, spogliato delle sue caratteristiche umane.

 

Senza questa riflessione sulla mancata considerazione dell’umanità della persona in questione, peraltro estendibile a un elevato numero di ambiti extra-sportivi, il rischio è di concentrarsi solo sugli effetti del problema senza comprenderne le cause.

Un altro aspetto fondamentale del football trafficking riguarda il sogno, inteso in questo caso come desiderio irrefrenabile ma slegato, purtroppo, da un’analisi consapevole della realtà. Ne parleremo tra poco.

Proprio la forza del sogno calcistico è stata il fondamento del successo di Sadio Mané, calciatore senegalese del Liverpool campione d’Inghilterra e d’Europa con i Reds. “Il calcio è sempre stato la mia vita e, crescendo, non avevo altro desiderio che diventare calciatore,” afferma Mané nel film documentario sulla sua carriera, Made in Senegal. L’ambizione di avere successo nello sport amato, condiviso da milioni di ragazzi in tutto il mondo, è particolarmente sentito laddove “farcela” nel calcio che conta significa non solo realizzare le proprie legittime aspirazioni individuali, ma anche affrancarsi da una situazione economica precaria e aiutare famiglia e amici a farlo. Il desiderio di contribuire al benessere del proprio paese d’origine attraverso le rimesse dall’estero accomuna un numero consistente di calciatori originari del Golfo di Guinea.

Tornando alla vicenda di Joseph, considerati questi presupposti, non risulta difficile intuire le emozioni che lo animano quando, al termine di una partita giocata in un torneo a Dakar, la sua città natale, il ragazzo viene avvicinato da una persona conosciuta nella zona per avere dei contatti nel calcio europeo.

“Vieni con me in Italia e ti farò fare una grande carriera,” gli dice l’uomo. Joseph non sta nella pelle: ha fiducia nelle proprie capacità, accompagnata da un fisico notevole. È vero, la concorrenza in Europa sarà agguerrita, ma a lui non interessa. Continua a ripetere tra sé e sé che, se ce l’hanno fatta i suoi connazionali diventati celebri come Sadio Mané, ce la farà anche lui.

C’è però una cosa che, da subito, a Joseph non quadra. Il suo agente – il termine è improprio in quanto l’uomo agisce senza presentare delle credenziali formali – pretende dalla famiglia del ragazzo una somma di denaro. “Ma come”, si chiede Joseph, “se mi reputa così bravo perché vuole che lo paghi già prima di avermi fatto provare con un club?” Ma la preoccupazione svanisce subito, schiacciata dal desiderio accecante del giovane di giocarsi le sue chance in Europa. La famiglia del ragazzo, però, è contraria al trasferimento. I rischi sono troppo elevati: e se poi le cose non andassero bene? Facendo ignobilmente leva sulle aspettative di Joseph, che vengono usate per mettere pressione sui suoi genitori, l’intermediario riesce a incassare i soldi richiesti e a convincere la famiglia a lasciarlo partire.

Già al momento dell’atterraggio a Roma Fiumicino, però, Joseph intuisce che i suoi dubbi prima della partenza non erano infondati. Quando telefona al suo agente – continuiamo a chiamarlo così per convenzione – la risposta di quest’ultimo sembra sorpresa, come a dire: “Sei venuto davvero”. A ciò si aggiunge il senso di disperazione derivante dal trovarsi da solo, poco più che adolescente, in un paese nuovo, la cui lingua non parla. “Mi veniva da piangere ed ero già pentito della scelta fatta appena sbarcato. Comunque, mi sono fatto coraggio e sono andato avanti”, racconta Joseph. Il ragazzo riesce in qualche modo ad arrivare alla stazione del treno di Roma Termini per dirigersi poi a Milano, dove il suo agente lo attende…

 

*I nomi di tutte le persone citate in questo articolo sono stati modificati.

 

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mercoledì 21 luglio 2021

Rapimenti, abusi, corruzione: l’antiterrorismo ai confini d’Europa - Ruslan Trad

 

 

Tra il 2017 e il 2020 in Bulgaria sono state arrestate decine di persone durante retate antiterrorismo. I media si sono limitati a riportare le dichiarazioni ufficiali della procura, senza porre domande importanti sulla natura di queste operazioni. Ben presto l’interesse è svanito, mentre la vita degli arrestati è cambiata per sempre. Ad oggi, nessuna di queste persone risulta essere appartenente a gruppi legati all’estremismo islamico. Secondo una nostra fonte nella polizia bulgara, queste operazioni condotte tramite “testimoni segreti” “servono per farsi belli davanti ai partner internazionali”. Del resto si tratta di detenzioni finanziate anche con i fondi stanziati dall’UE. (English version)

 

Avete sentito parlare di un’operazione su vasta scala in cui la polizia bulgara ha arrestato 43 persone accusate di finanziare gruppi terroristici? Se non siete bulgari o non seguite le notizie sui Balcani, è molto improbabile. Nel gennaio 2019 è stata la notizia principale nei media locali per alcuni giorni, per poi finire presto nel dimenticatoio. Proprio come era accaduto con precedenti operazioni analoghe compiute dalle autorità bulgare contro presunti “terroristi”. Per diversi anni, tra il 2017 e il 2020, la procura bulgara ha condotto azioni antiterrorismo che hanno portato a una coltre di eventi poco chiari corredati da dichiarazioni fumose. Le autorità non ne vogliono parlare e non spiegano se le decine di arresti fossero dovute a un meticoloso lavoro di intelligence o se, al contrario, queste operazioni non fossero il risultato di un sistema corrotto, della decadenza delle agenzie di intelligence e di una prassi di abusi.

Il cane da guardia della Fortezza Europa, ignorato dai media europei

I Balcani entrano raramente nel flusso delle notizie globali, e se ciò accade è nel contesto di processi geopolitici più ampi. In fondo, un cittadino medio europeo avrebbe difficoltà a dire cosa sia successo recentemente nel versante sudorientale del continente. Le eccezioni potrebbero riguardare la Grecia, a causa del crollo finanziario, e probabilmente la Serbia, a causa del suo peso storico e politico. Per il resto i Balcani tendono a evocare il ricordo delle guerre jugoslave.

Dove si colloca la Bulgaria in questo contesto? Sofia rimane fuori dal più ampio dibattito sui Balcani. Una leggera inversione di tendenza c’è stata con le sporadiche proteste nel paese tra il 2013 e il 2020, e con l’evoluzione del complesso rapporto con la Macedonia del Nord. Sebbene dagli anni ’90 vi siano stati dei progressi, le istituzioni in Bulgaria, e soprattutto il sistema giudiziario, giacciono ancora nella corruzione e nel lobbismo. Durante questo periodo diversi governi – in primis quello del GERB, il partito dell’uscente premier Boyko Borisov – hanno realizzato delle riforme, che però si sono rivelate limitate e insufficienti e hanno provocato critiche da parte dell’UE.

La crisi dei rifugiati causata dalle massicce offensive militari in Siria e dalle repressioni del regime di Bashar al-Assad ha creato una situazione nuova per gli stati dell’Unione. Chi fugge dalla guerra cerca di raggiungere le coste europee attraverso il Mediterraneo o via terra lungo i confini Turchia-Bulgaria e Turchia-Grecia. I governi europei si sono dimostrati impreparati, mentre le ondate migratorie colpivano i paesi periferici come la Bulgaria.

 

La mancanza di politiche adeguate alle nuove sfide ha portato a un aumento del populismo e del nazionalismo; a Sofia, con le promesse di “affrontare l’invasione dei migranti”, dei gruppi xenofobi sono diventate parte del governo. Anche diversi altri paesi europei – che durante l’ondata di rifugiati del 2015-2016 erano in forte crisi interna – hanno registrato dinamiche simili. Ma la situazione nell’Europa sud-orientale è particolarmente emblematica. I governi locali usano le circostanze per dimostrare all’Europa di essere dei partner leali, in modo che Bruxelles possa fermare le critiche rivolte a loro. La protezione delle frontiere si sta rivelando però non solo un’opportunità politica, ma anche finanziaria, con le forze di polizia di frontiera che vengono rafforzate grazie ai fondi europei.

In questa atmosfera tesa, anche la lotta contro il terrorismo viene alla ribalta. Gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles hanno sollevato sentimenti anti-immigrati che le élite politiche non sempre cercano di contrastare; anzi, si rivelano una buona opportunità per rafforzare i consensi elettorali. E sebbene vi sia un pericolo reale di radicalismo e terrorismo, il rischio effettivo non è lo stesso in ogni paese. In Bulgaria, dove questa possibilità è significativamente più bassa rispetto alla Francia, decine di persone sono state arrestate con l’accusa di essere legate ad attività terroristiche senza alcuna prova credibile diffusa dall’intelligence. Gli arresti di massa del 2019 citati a inizio articolo sono indicativi e mostrano ancora una volta perché sia necessario concentrarsi più spesso sulla regione. Dall’ufficio del procuratore non è trapelata alcuna informazione significativa, nonostante ben cinque persone arrestate siano rimaste successivamente in custodia. I media hanno riportato le dichiarazioni ufficiale della procura senza porre domande importanti sulla natura delle operazioni. In pochi giorni l’interesse è svanito, mentre la vita di una decina di persone è cambiata per sempre.

Sei siriano e vendi automobili? Questo basta per sbatterti in galera

Anche quel poco che è stato mostrato finora è insufficiente e discutibile quale base per una seria operazione antiterrorismo. In questo caso, come nei precedenti arresti dello stesso tipo, la trasparenza non fa parte del modo di operare dell’accusa. Possiamo fare un paragone con le cause contro gli autori degli attentati di Bruxelles e Parigi, così come gli arresti in altre parti d’Europa dove la polizia ha sempre preferito mostrare il più possibile e tempestivamente i dettagli delle operazioni, anche per non provocare speculazioni. Nei casi bulgari viene a mancare tutto questo, probabilmente perché non si tratta di vere operazioni contro il terrorismo. Delle cinque persone mostrate in televisione, due sono siriani con cittadinanza bulgara—un curdo e un arabo con posizioni riconducibili all’opposizione. Entrambi godono di una buona reputazione nelle rispettive comunità, vivono in Bulgaria da molto tempo e non hanno avuto precedenti penali. Dalle informazioni ufficiali non si evince in modo chiaro quali (e di quali paesi) siano questi gruppi che i detenuti avrebbero finanziato. Abbiamo incontrato i familiari di alcune delle persone arrestate, per capirne di più; si sono però rifiutati di fornire ulteriori informazioni sul caso, per timore di subire ritorsioni dalle autorità.

La maggior parte degli arrestati è stata rilasciata entro 24 ore. Come accennato, cinque persone sono però rimaste in custodia, con un sesto elemento ricercato. Questo sesto uomo – anch’egli di origine siriana – si trovava in Turchia al momento delle retate. Tornato in Bulgaria volontariamente, ha quindi informato la polizia che avrebbe incontrato le forze dell’ordine se necessario. Questa parte della storia non è stata affatto riportata dai media locali. Ricordo ancora che i detenuti sono stati dichiarati “sponsor del terrorismo” e potenzialmente in connessione con Al Qaeda. Secondo fonti interne ai servizi segreti bulgari, gli altri detenuti erano coinvolti nella vendita di automobili in Siria, e questo è il motivo principale che ha portato alle accuse. La vendita di automobili non è un’attività illegale in sé, ma ha attirato l’attenzione dei media e delle autorità dopo lo scoppio della guerra civile. Per quasi quattro anni, c’è stata una forte rete di rivenditori di auto che vendevano vecchie auto di immatricolazione bulgara in Siria, transitando dalla Turchia. Alcune di queste auto sono diventate note per essere state usate in attacchi da gruppi legati ad al Qaeda e allo Stato Islamico.

 

“Sappiamo che due di loro [i detenuti, nda] sono stati accusati di vendere automobili”, dichiara T.H., una nostra fonte all’interno di una delle agenzie di sicurezza legate alla polizia. “È un campo minato, basta un passo falso e tutto salta in aria. Ma sappiamo tutti che questo commercio va avanti da anni”. In realtà, il venditore non ha idea di chi sia l’acquirente dell’auto; una volta avvenuta la transazione, il veicolo viene consegnato al confine e, attraverso degli intermediari, può arrivare nelle mani di chiunque. Anche molti bulgari sono coinvolti in questo traffico di auto, non solo i siriani; nessun bulgaro è stato però arrestato finora – perlomeno, nessuno che non appartenesse alla comunità rom, o che non fosse di origine straniera – nonostante siano state vendute migliaia di auto dirette in Siria. Per quattro anni, questo commercio è andato a gonfie vele senza alcun intervento del governo. Cosa ha portato allora agli arresti all’inizio del 2019? Secondo le informazioni rivelateci dal nostro contatto nelle forze di sicurezza, si tratterebbe di uno specchietto per le allodole già utilizzato due anni prima in un arresto simile e legato all’epurazione degli informatori “disobbedienti” da parte del principale servizio di intelligence bulgaro, l’Agenzia statale per la sicurezza nazionale. Il caso del cosiddetto “comandante dello Stato Islamico”, arrestato a gran voce a Sofia nel 2017 e poi tranquillamente rilasciato otto mesi dopo il suo arresto, è emblematico. L’uomo ha in seguito intentato una causa contro la Bulgaria per l’intera operazione e per essere stato prelevato davanti agli occhi della sua famiglia. La nostra fonte all’interno dei servizi di sicurezza ha aggiunto che i media non hanno mostrato alcun interesse per il caso in sé, se non per gli aspetti scandalistici della storia.

Reclutati con l’estorsione, “eliminati” perché scomodi

Alla fine del 2017, le autorità bulgare annunciarono di aver sgominato una cellula terroristica. Il caso aveva guadagnato popolarità internazionale, seppur non erano stati rivelati i dettagli dell’operazione. In seguito, si è scoperto che non si trattava di un gruppo catturato dalla polizia, ma di un uomo siriano con cittadinanza bulgara. Ahmed, questo il suo nome, era tornato in Siria nel 2013 e, secondo le accuse, sarebbe diventato parte dello Stato Islamico. Successivamente, ha aggiunto la procura, avrebbe anche assunto funzioni “di comando” nel gruppo. È interessante notare che questo fantomatico “comandante dell’ISIS” è un commerciante di tabacco per narghilè, attività su cui nessuno ha mai fatto mistero. Il suo rilascio – avvenuto dopo otto mesi – non è stato affatto coperto dai media. La domanda logica è: perché una persona presumibilmente associata allo Stato Islamico viene rilasciata in un periodo così breve? Secondo M.E., un nostro contatto in una delle agenzie di intelligence di Sofia, la risposta è che Ahmed non avrebbe nulla a che fare con lo Stato Islamico, ma che la stessa Agenzia statale per la sicurezza nazionale l’avrebbe inviato nella città di Jarablus, in Siria, per un’operazione poi rivelatasi fallimentare. I problemi di Ahmed sarebbero iniziati dopo che l’agente incaricato alla sua sorveglianza lo avrebbe accusato di condividere con gli amici dettagli sull’operazione. “Quello che è stato arrestato era un informatore della DANS (l’agenzia di sicurezza nazionale bulgara, nda). Lo sapevamo tutti”, aggiunge M.E. “Il problema è che parlava molto”.

All’epoca a cui risalgono gli avvenimenti, i servizi di sicurezza in Bulgaria erano soliti rivolgersi a membri della comunità araba locale per questo genere di incarichi. In cambio di alcuni favori ovviamente, il più delle volte legati all’ottenimento di documenti e alla possibilità di condurre senza impedimenti i propri affari. È un segreto di Pulcinella che un certo numero di negozi arabi a Sofia esistano in virtù di una “percentuale” richiesta da membri corrotti delle forze di sicurezza. Questa pratica è legata al problema del rilascio di documenti a persone provenienti dal Medio Oriente. Ufficialmente, chiunque soddisfi i criteri di base per acquisire la residenza permanente può ottenere i relativi documenti. Nella realtà dei fatti, le cose sono molto diverse. Le autorità possono espellere chiunque vogliano e, secondo una fonte dell’Agenzia di Stato per i Rifugiati presso il Consiglio dei Ministri, le autorità bulgare rifiutano deliberatamente di accettare documenti di siriani, iracheni e afghani. Il motivo per cui esistano tali disposizioni interne non è chiaro, ma è probabilmente legato alle politiche per limitare il flusso di migranti verso la Bulgaria.

 

Alcuni rappresentanti della comunità araba sostengono che per rilasciare una carta d’identità il Ministero degli Interni richieda dei contributi addizionali non previsti dalla legge. A volte, il prezzo da pagare è diventare un informatore. In questo modo, sia la polizia che i servizi di sicurezza creano una vasta rete di persone ad essi affiliate che non solo monitorano le rispettive comunità, ma che sono anche a capo di attività commerciali. Bisogna dire che in Bulgaria la legislazione antiterrorismo è a un livello embrionale ed è stata creata rapidamente sullo sfondo degli attacchi di Parigi e Bruxelles. Secondo queste leggi, una persona accusata di terrorismo può rimanere in custodia speciale per otto mesi senza andare a processo. Questo periodo può essere esteso per altri otto mesi a discrezione delle autorità. Per l’espletamento di queste prassi, le agenzie di sicurezza e i tribunali coinvolti ricevono finanziamenti aggiuntivi, erogati sia dallo stato bulgaro che dall’Unione europea. Il tribunale ha rifiutato di ascoltare i casi contro i detenuti a causa di prove insufficienti; tuttavia, l’accusa non ha descritto questo nelle informazioni pubbliche.

Hawala, l’antichissima tradizione araba bersagliata dai segugi dell’antiterrorismo

Torniamo agli arresti del gennaio 2019. Come nel caso del presunto “comandante dello Stato Islamico” arrestato nel 2017, anche dopo le retate del 2019 sono apparse in televisione numerose analisi su cosa fosse successo e chi fossero le persone coinvolte. Il livello di molti esperti di sicurezza era piuttosto basso, dato che alcuni degli interlocutori non sapevano nemmeno pronunciare la parola hawala, un antico sistema mediorientale di trasferimento informale di valori che i detenuti usavano per trasferire denaro e a causa del quale sono stati accusati di finanziare gruppi terroristici. In quel periodo furono pubblicati diversi articoli sulla questione, e il pubblico bulgaro apprese per la prima volta questa strana parola. La parola hawala è diventata nota a osservatori e analisti esterni solo negli ultimi decenni, con l’ascesa di al Qaeda e poi dello Stato Islamico. In realtà, però, si tratta di una tradizione secolare. Il sistema permette il trasferimento di denaro, ma senza le tracce tipiche di un vero e proprio trasferimento bancario. Quest’ultimo è anche il motivo principale per cui le organizzazioni terroristiche usano l’hawala. Il sistema fa parte della vita quotidiana di molte persone in Medio Oriente e chiunque abbia viaggiato in questa regione del mondo vi è entrato in contatto, in un momento o nell’altro. Diffusosi dall’VIII secolo tra i commercianti che viaggiavano sulla Via della Seta, la hawala continua a esistere ancora oggi ed è uno dei metodi più comuni con cui la popolazione locale in vari territori – dall’Africa al sud-est asiatico – trasferisce denaro a parenti, partner commerciali o per uso personale. Per esempio, secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e il Governo pakistano, i fondi che entrano in Pakistan mediante la hawala sono stimati a quasi 7 miliardi di dollari ogni anno. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato del 2015, in Afghanistan circa il 90% delle transazioni finanziarie sono alimentate dalle reti hawala.

 



Negli ultimi anni, il pubblico bulgaro ha sentito più volte parlare di queste operazioni “anti-terrorismo” sotto la supervisione dell’Agenzia per la Sicurezza dello Stato e degli uffici del Procuratore Generale. Quante di queste azioni sono dirette contro persone che sono una minaccia reale e sono membri provati di gruppi radicali? Finora, nessuna. Il risultato rimane sempre nell’ombra, così come le vere ragioni degli arresti. T.H., una delle nostre fonti nella polizia, offre comunque una possibile ragione: “A volte serve mostrarsi belli agli occhi dei partner [europei, ndr], soprattutto quando c’è un problema interno. Sembra cinico? Le cose stanno così”. L’ultima volta che la procura ha detto che un “comandante dello Stato Islamico” era stato arrestato durante un’operazione, si è scoperto che i DANS avevano epurato degli informatori di cui non erano contenti. La motivazione di queste operazioni plateali è profondamente connessa con la prassi menzionata sopra, diffusa in alcuni corridoi del Ministero dell’Interno, di rilasciare documenti in cambio di una percentuale sugli affari o del ricoprire il ruolo di talpa in determinati ambienti. Per ottenere questi documenti molti sono disposti a pedinare amici e colleghi, e quando diventano inutili vengono epurati con queste operazioni. Una delle fonti che ha condiviso alcune delle informazioni utilizzate per questo articolo, e che lavora per l’Agenzia statale per i rifugiati e per la polizia, è stata molto chiara: “Se sei un arabo o vieni dal Medio Oriente sei nelle nostre mani. Possiamo cacciarti quando vogliamo, ma non lo facciamo perché puoi esserci utile. Se ti occupi di compravendita di automobili sei un bersaglio ideale per noi. Come facciamo a sapere che tu non stia vendendo ai jihadisti? Non serve che lo faccia davvero, l’importante è che sembri plausibile che tu possa farlo”.

Processato per delle foto postate su Facebook: il caso del wrestler Mohammed Abdulqader

Sembra che questa logica si sia ripetuta anche nell’ultimo caso di questo tipo, risalente all’estate 2020. Il 1 luglio, alle 6 del mattino, agenti mascherati dell’Agenzia di sicurezza nazionale bulgara hanno fatto irruzione nel piccolo appartamento in cui si trovavano Anelia Petrova e suo figlio Mohammed Abdulqader, nella città portuale di Burgas. Dopo un’accurata perquisizione, hanno confiscato tutti i telefoni cellulari e i computer portatili e hanno preso in custodia tutti i residenti: Petrova, suo figlio, sua sorella e la sua famiglia. Poi sono stati tutti rilasciati, tranne il 21enne Abdulqader, che è stato arrestato con l’accusa di terrorismo. L’ufficio del procuratore specializzato ha detto che Abdulqader, un cittadino bulgaro nato da madre bulgara e padre siriano, avrebbe partecipato ad “attività terroristiche” in Siria. Come prova, i procuratori hanno fatto riferimento a numerose foto dalla Siria che Abdulqader ha postato sui social media e all’appartenenza di suo padre al gruppo armato Sultan Murad, operativo in Siria. Il gruppo era affiliato all’Esercito Siriano Libero, sostenuto dalla Coalizione Internazionale Amici della Siria, di cui la Bulgaria faceva parte. Non sono state fornite altre prove, e la vita di un promettente atleta (Abdulqader è un wrestler, tre volte vincitore del campionato nazionale giovanile della Bulgaria) è stata così distrutta.

Abdulqader è stata la prima persona processata in Bulgaria per “attività terroristica all’estero” secondo l’articolo 108A del codice penale bulgaro. Il procuratore capo Ivan Geshev ha riferito ai media che Abdulqader sarebbe stato “reclutato da suo padre, che è il leader di un’organizzazione terroristica”. Nel frattempo, davanti alle telecamere della televisione bulgara vari esperti hanno ipotizzato che Abdulqader e suo padre siano coinvolti nelle attività dello Stato Islamico, sebbene una delle quattro foto pubblicate dall’accusa mostri solo la bandiera rossa della divisione Sultan Murad. Anche se la Bulgaria è vicina alla Siria e ha una significativa comunità musulmana che costituisce più del 10% della popolazione (la più alta percentuale in uno stato membro dell’Unione europea), non ha visto un gran numero di suoi cittadini viaggiare in Siria e in Iraq per unirsi all’ISIS o ad altri gruppi armati. La Bulgaria inoltre, a differenza di altre regioni dei Balcani, non ha una storia di attività legate al fondamentalismo islamico. Il materiale di Al Jazeera mostra chiaramente che le accuse non possono essere considerate sostenute da prove serie e si basano sulle parole di un “testimone segreto”, una pratica nota in altre azioni simili della procura.

 

I casi in questione non fanno più parte del flusso di notizie. La Bulgaria ha vissuto crisi interne e proteste contro il governo di Boyko Borisov; sullo sfondo di questo, l’arresto di diverse persone di una nuova minoranza non ha attirato attenzione né simpatia. Il fatto che si parli del coinvolgimento delle agenzie di sicurezza dello stato rende i giornalisti ancora più cauti nei confronti dell’argomento, che finiscono per abbandonarlo in quanto secondario. Uno dei detenuti che abbiamo incontrato – rilasciato nel 2019 dopo mesi di prigionia – ci ha confidato: “Oggi siamo stati arrestati noi, ma chi può garantire che questo non accadrà di nuovo o che a essere arrestati in virtù di questa legislazione antiterrorismo non saranno dei bulgari?”. In effetti, non ci sono garanzie.


da qui

venerdì 21 maggio 2021

Canarie, un arcipelago-prigione lungo la rotta più pericolosa d’Europa - Ilaria Cagnacci

 

 

Negli ultimi due anni le isole spagnole sono diventate una delle principali porte d’accesso per gli africani diretti in Europa, anche a causa della pandemia. Intanto, secondo le associazioni, nelle isole i migranti sono detenuti in condizioni disastrose e privati dei diritti di base

Quando si parla di migrazioni verso l’Europa spesso si tende a ridurre il fenomeno alle rotte balcanica e mediterranea. Tuttavia, esiste una terza rotta battuta da migliaia di persone in fuga da conflitti, violenze e difficoltà economiche. Si tratta della la rotta atlantica, crocevia tra l’Africa Occidentale e l’arcipelago delle Isole Canarie, considerato il passaggio marittimo più pericoloso per raggiungere l’Europa a causa dell’alto rischio di naufragi e delle grandi distanze da percorrere.

La rotta verso l’arcipelago spagnolo non è una ‘nuova rotta’: si tratta di un canale utilizzato da migliaia di migranti già dalla fine degli anni ‘90, quando vennero registrati i primi naufragi. Dopo essere rimasta perlopiù inattiva dalla crisi dei cayucos del 2006 (dal nome dei pescherecci comunemente utilizzati in Senegal e in Mauritania), quando 31.000 richiedenti asilo e migranti effettuarono la traversata, negli ultimi due anni l’arcipelago spagnolo sta diventando una delle porte d’accesso preferenziali per i migranti diretti verso l’Europa.  

La gestione del flusso migratorio nelle Canarie è tra le più controverse. Lo scorso 7 aprile la Commissione spagnola di soccorso ai rifugiati (CEAR) ha presentato un report in cui denuncia che le Isole Canarie, con l’aumento degli arrivi, stiano diventando un polo di “situazioni disumane” in violazione delle stesse leggi spagnole, attraverso “arresti e privazioni di libertà senza protezione legale, mancanza di assistenza legale ai migranti e, per questo, mancanza di attenzione per i bambini che viaggiano da soli, potenziali vittime di tratta o possibili richiedenti asilo”.

A causa di questa situazione, secondo la CEAR si sono verificati due fenomeni opposti. Da un lato è stata trasmessa ai cittadini un’immagine di perdita di controllo da parte delle istituzioni del fenomeno migratorio, dando luogo alla diffusione di messaggi xenofobi ingiustificati. Allo stesso tempo, questi stessi eventi hanno dato vita a reti di solidarietà cittadina per accompagnare e sostenere i migranti, “dimostrando ancora una volta lo spirito di accoglienza degli isolani”.

La portata del fenomeno: +756%

L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) riporta che lo scorso anno, tra gennaio e dicembre, 23.023 individui, la maggior parte dei quali originari del Marocco, Senegal e Mali, hanno raggiunto le Isole Canarie segnando un incremento del 756% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ad un’esponenziale crescita del numero delle partenze ha corrisposto un altrettanto allarmante aumento del numero di decessi registrati, balzato a 850. L’OIM però specifica anche che i dati sulla rotta marittima dell’Africa occidentale rimangono approssimativi perché attualmente non esiste un approccio coerente o armonizzato per quanto riguarda il monitoraggio del numero effettivo delle partenze e dei naufragi che spesso non vengono denunciati.

I push factors

I motivi per cui le persone decidono di intraprendere questa rotta sono molteplici. Sicuramente uno dei primi fattori da tenere in considerazione è la pandemia e il conseguente aggravamento della situazione economico-sociale che ha spinto molti giovani africani a partire dai Paesi di origine in cerca di nuove opportunità in Europa.

 

Le condizioni che spingono queste persone a migrare sono anche di tipo ambientale, il Continente infatti è il più minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. Guardando soltanto al Marocco in alcune zone l’acqua è diventata così rara che spesso questa viene dirottata dai terreni agricoli alle famiglie lasciando i campi completamente asciutti. Secondo il World Water Resource il Paese risulta tra i 22 a più alto rischio di scarsità idrica e destinato, entro il 2025, ad andare incontro a un aumento del 50% dello stress idrico.

Le ragioni sono anche di tipo geopolitico. In Senegal accordi di pesca assolutamente svantaggiosi per i locali hanno comportato quasi l’esaurimento delle riserve ittiche al largo delle coste. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, fino al 90% delle riserve ittiche sono state sottoposte ad uno sfruttamento eccessivo e stanno quasi per terminare a causa delle numerose flotte straniere provenienti soprattutto dalla Cina, dall’Europa e dalla Russia che si aggirano nei mari al largo dell’Africa occidentale e che spesso operano in situazioni di assoluta illegalità.

Infine, non dimentichiamoci delle crisi e delle guerre senza fine come quella che da un decennio ormai si sta consumando in Mali e di quelle dimenticate come quella in Burkina Faso che sta attraversando una crisi senza precedenti, del terrorismo che continua a flagellare numerosi Paesi africani e dell’oppressione e dell’assenza di libertà che in tempi di pandemia non hanno fatto altro che intensificarsi.

 

Le responsabilità europee e la risposta spagnola

La riapertura di questo canale è strettamente connessa alle politiche europee in materia di migrazione.  L’aumento del numero di persone che decide di intraprendere questa rotta, infatti, è il risultato diretto sia del rafforzamento della frontiera a nord del Marocco, proprio nel 2020 le barriere delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla sono state innalzate di ulteriori quattro metri rendendole di fatto invalicabili, sia di una progressiva militarizzazione delle acque del Mediterraneo e della maggior cooperazione con Paesi terzi come la Libia dove le note sistematiche violazioni dei diritti umani hanno fortemente disincentivato il transito attraverso quella che ormai si può definire una vera e propria prigione a cielo aperto.

In risposta all’aumento delle partenze, il governo spagnolo ha provveduto al rimpatrio dei migranti stabilendo accordi bilaterali con i Paesi d’origine. Tra questi la Mauritania dove l’accordo di riammissione prevede anche le possibilità di rimpatriare nel paese qualsiasi migrante partito dalle coste del Paese africano, indipendentemente dalla nazionalità. Il governo sta inoltre progettando di dispiegare ulteriori mezzi di controllo aerei e marittimi per reprimere la migrazione irregolare e ha recentemente annunciato una nuova strategia “Africa Focus 2023”che vedrà maggiori investimenti e legami istituzionali più stretti con vari paesi africani.

 

Diritti violati

Quello che sta succedendo nelle Canarie è la riproduzione della logica delle isole frontiere così come nel caso delle isole greche portate letteralmente al collasso. Secondo quanto riportato da Human rights watch, uno dei pochi osservatori indipendenti che ha avuto la possibilità di visitare il molo di Arguineguín nella Gran Canaria dove l’estate scorsa sono state stipate migliaia di persone in un accampamento improvvisato, a tutti gli intervistati era stato dato un ordine di espulsione indipendentemente dalle loro circostanze personali, spesso senza informazioni chiare in una lingua che potessero capire o senza avere accesso a un avvocato.

 

Il diritto alla dignità, il diritto alla vita e all’asilo, sono diritti sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani, eppure, questi stessi diritti sono sempre i primi ad essere sacrificati dai governi europei in nome della ‘sicurezza’. La riapertura della rotta atlantica ancora una volta ci dimostra che erigere muri, fisici e non, non può fermare le persone che continueranno a fuggire alla ricerca di percorsi alternativi, spesso più mortali. Le alternative a questo sistema esistono a partire dalla creazione di percorsi sicuri e legali affinché la solidarietà non venga più vista come un reato ma un dovere che ponga al centro il rispetto della dignità umana.

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martedì 11 maggio 2021

Che fine hanno fatto i rohingya? - Stefano Romano

 


 

Negli ultimi anni il fotografo Stefano Romano ha intervistato decine di famiglie rohingya rifugiate in Malesia, dove come fantasmi vivono ai margini della società, senza possibilità di accedere a istruzione e sanità pubblica.


“Lasciamo che anche loro camminino sulla terra.

Su questa nostra madre terra

Cresceranno sempre di più.

Se non riusciamo a garantire loro il ritorno,

Lasciamo che si diffondano su qualsiasi riva “.

Mohammad Nurul Huda, da “Rohingyas”

 

“Irohingya sono una minoranza prevalentemente musulmana dello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale. Contano circa un milione di persone, ma le leggi approvate negli anni ’80 li hanno effettivamente privati della cittadinanza birmana. La violenza è esplosa in Myanmar il 25 agosto dopo che una fazione di militanti rohingya ha attaccato postazioni di polizia, uccidendo 12 membri delle forze di sicurezza del Myanmar. Le autorità del Myanmar, in luoghi sostenuti da gruppi di buddisti, hanno lanciato una repressione, attaccando villaggi rohingya e case in fiamme. Secondo l’UNHCR, il 28 settembre il numero di rohingya che successivamente sono fuggiti dal Myanmar per il Bangladesh ha raggiunto i 500.000”. In questo modo i rohingya venivano descritti nella sinossi introduttiva del World Press Photo alle fotografie che fecero conoscere questa tragedia al mondo. Era il 2018.

La comunità internazionale iniziava a conoscere le cifre e l’orrore di questo genocidio. Poi si sarebbe alzata una voce di protesta contro il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, allora a capo del paese. La si accusava di tacere davanti allo sterminio, spalleggiata al potere dall’esercito che, del genocidio, ne era l’esecutore. Suona ironico, adesso, vederla destituita con un colpo di Stato perpetuato proprio dall’esercito del Myanmar.

Va detto che già nel 2014 Shaihdul Alam, il fotografo più famoso del Bangladesh, aveva fotografato le navi abbandonate dai ronhingya sulle spiagge della Malesia. Lo stesso aveva fatto nel 2016 documentando l’arrivo dei rifugiati nel distretto di Teknaf a Cox’s Bazar, prima che venissero accolti nel campo profughi. A tal proposito si veda il suo ultimo libro, The Tide Will Turn (Vijay Prashad, 2020).

Sta di fatto che, come tutte le cose, la tragedia di questo popolo vortica impetuosa come un mulinello d’aria sulla sabbia, per poi disperdersi e svanire in poco tempo. Chi non ha voce per urlare il proprio dolore cade velocemente nel disinteresse.

Una persecuzione vecchia almeno 237 anni

Se quella dei rohingya è una tragedia che abbiamo iniziato a conoscere in anni recenti, la sua storia ha radici molto antiche. Non è vero che la persecuzione sia iniziata negli anni Ottanta, come viene riportato spesso. Già nel 1784 l’esercito birmano iniziò ad uccidere i rohingya, quando il re birmano Bodawpaya conquistò Arakan. E non solamente loro, a dimostrazione che il problema va oltre l’essere di fede islamica: tra le minoranze etniche perseguitate ci sono anche i chin, i kayah, i mon e altri ancora.

Il Myanmar è un paese misterioso e tormentato, che ha cambiato nome (da Birmania, nel 1989) e tre diversi dominanti, passando dagli inglesi ai giapponesi fino all’esercito militare. Tutto pare iniziare con le vicende di Shaha Shuja, secondo figlio dell’imperatore Mughal che dominava tutto il Bengal. A causa di tradimenti e conflitti per la successione al trono, Shah Shuja fu costretto a fuggire dal Bengal e da Chittagong raggiunse Arakan (tuttora questo itinerario è chiamato Shuja Road). Qui fu ospite del Principe musulmano di Arakan Sanda Thudamma, che fu tradito proprio dal discendente del Mughal e che per questo lo uccise. Questa ribellione provocò la reazione tremenda del re Mughal, che lo uccise a sua volta e obbligò alla schiavitù il popolo di Arakan. Fino, praticamente, ai giorni nostri.

 

I rohingya in Malesia

Ho conosciuto le prime famiglie rohingya quando visitai la Malesia nel 2017. Ero ospite di una famosa università del Penang, l’isola al nord della Malesia; fu molto toccante conoscere alcuni dei bambini rohingya ospiti del Penang Peace Learning Center, una struttura fondata da Kamarulzaman Askandar, professore di studi su Peace and Conflict (USM) e coordinatore regionale del Southeast Asian Conflict Studies Network (SEACSN).

Madri rohingya accompagnano le figlie alla scuola del professor Askandar

Lo intervistai per capire più in profondità i vari aspetti del conflitto in Myanmar e la presenza dei rohingya in Malesia. Tra le altre cose, il professore Askandar mi spiegò che secondo lui si trattava senza ombra di dubbio di genocidio e, per questo, il problema riguardava tutti i paesi, che avrebbero dovuto “non solo essere consapevoli, ma anche agire per la risoluzione”. Sul ruolo del suo paese, in cui già allora erano presenti quasi 90mila rifugiati rohingya, Askandar mi aveva spiegato che “nonostante la Malesia non sia un firmatario della convenzione sui rifugiati, ha accolto un gran numero di rifugiati rohingya e permesso allo staff dell’UNHCR di registrarli”. Ribadì che la questione era globale, non solo della Malesia e che andava risolta direttamente in Myanmar. D’altro canto, “la Malesia dovrebbe fare qualcosa per fare pressione sul governo del Myanmar”, “per trattarli umanamente, per dare loro la vita sociale e politica che realmente richiedono e che dovrebbero avere”…

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venerdì 16 aprile 2021

Vi racconto la vita con mio figlio, affetto da autismo - Luca La Gamma

 

 

L’omicidio-suicidio di Castello di Godego, in provincia di Treviso, dove un padre ha ucciso il figlio autistico di due anni e poi si è tolto la vita, ha colpito l’opinione pubblica, ma lasciato indifferente la politica. Quando accadono queste tragedie non ci si sofferma mai abbastanza a cercare di capire come prevenirle. Eppure gli strumenti per accompagnare le famiglie in un percorso di accettazione ci sarebbero, ma troppo spesso rimangono nascosti o si perdono nella burocrazia. Ne parliamo con Andrea Antonelli, papà di Daniele, e con la dott.ssa Alessandra Gasperini, psicologa e psicoterapeuta. “Quando si sfocia in queste tragedie”, spiega Antonelli, “l’opinione pubblica parla di ‘papà provato dalle difficoltà’. In realtà è provato dalla mancanza di sostegno“.

 

In Italia 4,1 milioni di individui soffrono gravi limitazioni nella vita quotidiana a causa di problemi di salute (dati Censis 2019). Persone con disabilità, in una delle sue tante e singolari espressioni. Sono il 6,7% della popolazione, e troppo spesso le famiglie di questi individui vengono abbandonate al loro destino, senza la possibilità di fare un percorso per accettare la disabilità. Ho deciso di approfondire questa tematica dopo il dramma di Godego, dove il 43enne Egidio Battaglia, papà di Massimiliano, sfinito e provato dalla realtà ha deciso di compiere un gesto estremo – che non riesco neanche ad immaginare mentre scrivo questo articolo –, quello di togliere la vita al figlio e poi toglierla a sé stesso. L’ho fatto chiedendo aiuto ad Alessandra Gasperini, psicologa e psicoterapeuta e ad Andrea Antonelli, operatore educativo per l’autonomia (OEPA), coach di basket e promotore del basket per ragazzi affetti da disabilità. Ma soprattutto è papà di Daniele e da 24 anni vive la realtà dell’autismo insieme a sua moglie Emanuela.

Conosco personalmente Andrea da un po’ di tempo, e conosco e voglio molto bene a suo figlio Daniele. A colpirmi è stato un suo post di sfogo su Facebook, dove denunciava l’assenza di sostegno psicologico nei confronti delle famiglie che apprendono di avere un figlio disabile.


“Quando si affronta una diagnosi di una malattia che prevede il coinvolgimento di tutto il sistema familiare – commenta la dottoressa Gasperini – è necessario che ci sia un intervento di supporto che non sia solamente verso il singolo, ma che chiami in causa tutti i membri dello stesso sistema di appartenenza. La diagnosi che coinvolge il singolo è una diagnosi che si estende e inevitabilmente coinvolge tutto il nucleo familiare. Deve essere pensato, in situazioni di questo tipo, un intervento che possa offrire delle risorse al soggetto affetto dal disturbo e ai suoi familiari. La situazione ideale sarebbe un supporto per il bambino, ma anche uno per i genitori e uno per l’interno nucleo familiare”.

Ho provato, quindi, ad approfondire e raccontare come cambia la vita di un papà quando apprende che il figlio ha un problema di disabilità, in questo caso legato all’autismo. Ho provato a farmi raccontare tutti gli aspetti legati alla vita, dall’accettazione alla reazione pratica. Cosa significa avere un figlio autistico, come si ripensa e si riorganizza la vita, con un importante focus su tutti quegli aspetti, assistenziali, sanitari ed economici, cui va incontro una famiglia quando si vede costretta a riorganizzare il suo assetto.

“I fattori che hanno una rilevanza determinante rispetto a questo tema sono molteplici”, prosegue la dottoressa Gasperini. “Dalla tempestività e l’efficacia della comunicazione della diagnosi, alla possibilità di offrire degli strumenti facilmente utilizzabili. La tempestività della diagnosi del disturbo dello spettro autistico dovrebbe avvenire entro i 36 mesi di vita del bambino e avviene quando i genitori hanno già cominciato ad osservare una serie di problematiche. L’iter che si segue è quello di fare degli accertamenti per avere una diagnosi, questo provoca tantissimo stress ai genitori, che si trovano ad affrontare una situazione di impotenza. È l’impotenza che genera vissuti successivi. Si consideri che per avere una diagnosi ufficiale ci vogliono all’incirca tre anni; il genitore passa da una serie di osservazioni sul figlio che generano sentimenti di ansia, preoccupazione e angoscia, a pensieri che generano il timore che si stia perdendo tempo. Riuscire a diagnosticare il problema rapidamente solleva i genitori da preoccupazioni che si radicano per anni. Quando si comunica a un genitore la diagnosi di autismo, le reazioni in genere sono due: shock o sollievo. Sollievo perché finalmente rispetto a un’osservazione di tante cose che non vanno, uno specialista riesce a mettere ordine. L’accettazione della diagnosi è più facile se chi la comunica lo fa comprendendo ed empatizzando con i genitori”.

Ho iniziato la mia conversazione con Andrea sulla base di questi concetti espressi dalla dottoressa Gasperini.

Andrea, partiamo dal fatto di cronaca: a Godego un padre ha ucciso il figlio disabile di due anni e si è tolto la vita. Tu, molto attento e sensibile alla questione disabilità, sei intervenuto sui social denunciando l’assenza delle istituzioni nei confronti delle famiglie con disabili. Vuoi spiegarci il tuo pensiero?

Avendo un figlio affetto da autismo, sono rimasto molto colpito da questa storia e la prima reazione è stato scrivere un post di sfogo. La mia è rabbia, non stupore. Daniele, mio figlio, ha 24 anni e io da 24 anni sento storie come quella di Godego. Purtroppo ciclicamente si assiste ad una di queste tragedie, non è un evento raro. Questo tipo di eventi drammatici non riguardano solo i bambini, ma anche gli adulti con genitori anziani. L’omicidio di ragazzi o adulti disabili è figlio di un mancato sostegno psicologico per le famiglie che vengono colpite da una diagnosi come quella dell’autismo. Nei primi anni di vita di un bambino, se autistico, capita che una coppia di genitori decida di rivolgersi a un neuropsichiatra per fare accertamenti e che, dopo visite approfondite, questi comunichi che il bambino deve svolgere un percorso riabilitativo.

Ma nessuno ti parla di una cosa importante: l’accettazione di questo problema, che per le famiglie diventa rinunciare a un sogno che si era custodito durante tutta la gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino. È qui che si verifica un primo grande ostacolo, ossia la mancanza di sostegno psicologico e di una guida per aiutare i genitori a districarsi nella burocrazia, per fare richieste di visite specialistiche, domande di invalidità e soprattutto un percorso riabilitativo. Le ASL e i comuni non sono in grado di garantire sufficiente assistenza. Quando si sfocia in queste tragedie, l’opinione pubblica parla di “papà provato dalle difficoltà”, ma il papà è stato soprattutto provato dalla mancanza di sostegno. Non siamo tutti pronti davanti a una cosa del genere. Faccio spesso questo esempio: quando ci sono catastrofi naturali viene inviata la protezione civile e un’unità di psicologi sul luogo colpito per sostenere la popolazione in un momento critico. Mi domando perché non è previsto un servizio di sostegno psicologico alle famiglie appena ricevono questa diagnosi. Perché non esiste un assistente sociale che guidi i genitori nel percorso? Ti lasciano in balia delle onde, sei in mezzo a una tempesta e se non sai districarti, inevitabilmente finisce in tragedia. Sul discorso dell’anzianità, ad esempio, quando hai un figlio grande e devi fare i conti con l’età che avanza, chi ti aiuta? Nessuno ti rassicura. Ciclicamente accadono queste tragedie, l’opinione pubblica con una lavata di coscienza pone l’attenzione a questi aspetti, ma nessuna istituzione ha mai realmente preso in considerazione il problema.

Interviene la dott.ssa Gasperini. “È corretto richiedere supporto psicologico, perché quando si immagina una gravidanza, si crea uno spazio dove entrambi i genitori collocano delle fantasie relative al figlio ‘ideale’. Una comunicazione di questo tipo, come racconta Andrea, genera nei genitori un sentimento simile a quello del lutto, della perdita, perché quelle fantasie custodite per mesi, non possono essere soddisfatte. Un essere umano, quando si prepara a diventare genitore, comincia già a immaginare una serie di preoccupazioni legate al figlio, che aumentano in modo esponenziale quando viene diagnosticato il disturbo dello spettro autistico.”

Prima e dopo l’accettazione

Ci racconti una giornata tipo con tuo figlio Daniele?

Fin qui ho vissuto due “giornate tipo”: una pre-accettazione e una post-accettazione. Quella pre-accettazione era tutta incentrata sul cercare di recuperare il terreno perso e provare a favorire Daniele nell’acquisizione delle funzioni di base, dall’autonomia nel mangiare da solo a lavarsi i denti e vestirsi. Questi bambini non imparano per imitazione come i normodotati, avendo un deficit grave dell’attenzione non imparano per ripetizione. In alcuni casi non imparano proprio avendo difficoltà di displasia motoria.

 

Durante la prima fase della vita la giornata tipo era quella di svegliarsi, prepararlo per la scuola, fargli fare colazione, lavarlo e vestirlo. Poi c’era il momento della scuola, il pranzo e dopo pranzo si andava all’associazione di riferimento per fare terapia. Percorrevamo chilometri su chilometri per fare terapia psicologica o comportamentale, oltre alle visite mediche. Era tutto incentrato sull’autismo. Le nostre uscite quotidiane erano rivolte a sostenere Daniele, potrei definire quel periodo di vita come una vita autistica. Grosse possibilità di socializzazione per noi non ce n’erano. Durante la scuola materna e la scuola elementare il bambino non interagiva con i coetanei, quindi non partecipavamo alle feste e avevamo difficoltà a socializzare. Mandato giù questo boccone, abbiamo ripreso in mano la nostra vita. Io personalmente ho ripreso ad allenare, prima i ragazzi disabili e poi anche i ragazzi normodotati. Abbiamo sdoganato la disabilità di Daniele e l’abbiamo condivisa con tutte le persone che abbiamo intorno, scoprendo un mondo nuovo.

Daniele, oggi, è accettato ovunque, non abbiamo quasi mai riscontrato problemi nel portarlo in qualsiasi posto. È anche vero che noi siamo stati molto testardi; i primi tempi Daniele non aveva piacere a frequentare posti, ma poi col tempo si è adattato e arricchito, come si sono arricchite le persone che sono entrate in contatto con lui. Persone che prima avevano timore dell’autismo e poi si sono aperte. Anche su questo aspetto potremmo parlare di “un prima e un dopo”.

“A questo proposito”, prosegue la psicoterapeuta, “oltre al supporto delle istituzioni – quali sistema sanitario e scolastico – è fondamentale che la famiglia possa contare anche sul supporto della propria rete sociale (amici e familiari). In questo modo, ci si sente meno soli e soprattutto si sente di poter contare su qualcuno e chiedere aiuto”.

 

Come è cambiata la tua vita da quando hai scoperto la disabilità di Daniele?

La vita è cambiata al 200%, non al 100%. Il sentore che ci fosse qualcosa che non andasse lo avevamo. Abbiamo aspettato, ma quando c’è stata la diagnosi che ha confermato i nostri dubbi, la nostra vita è completamente cambiata. Abbiamo smesso di vivere una vita normale, era diventato impossibile anche andare a fare la spesa, portarlo a comprare le scarpe o dal barbiere, andare al cinema per vedere un film. Siamo stati male per parecchio tempo. Per fortuna poi abbiamo trovato un’associazione che ci ha accompagnato per dieci anni e ci ha insegnato ad interagire con Daniele. Siamo riusciti a trovare la maniera per poter tornare a fare tutto. Abbiamo vissuto un periodo buio che è durato almeno tre o quattro anni, periodo in cui alternavamo sempre la terapia comportamentale e tutto ciò che concerneva la parte medica al percorso psicologico di accettazione da parte della famiglia, aspetto che ci tengo a sottolineare essere fondamentale. Dopo i primi anni di vita di Daniele, siamo riusciti ad accettare il fatto di aver avuto un problema che si è rivelato in seguito una crescita grandissima per tutti noi e abbiamo potuto riappropriarci della nostra vita, in maniera diversa, ma più consapevole. Il divertimento e quello che si può raccogliere frequentando dei posti per disabili, ti consente di assaporarne di più il valore.

Sei molto attivo nelle scuole e nella pallacanestro. Hai letteralmente stravolto la tua vita da quando è arrivato Daniele e oggi sei a Roma uno dei promotori del basket per ragazzi affetti da disabilità. Ci racconti questa tua doppia vita?

Sono nel mondo del basket da quando ho memoria. Purtroppo anche la pallacanestro, quando abbiamo scoperto il problema di Daniele, è finita in secondo piano. Un giorno Emanuela mi ha fatto leggere un articolo che parlava di coach Marco Calamai, allenatore che a Bologna praticava basket con bambini autistici. Decisi di andare a Bologna per vedere con i miei occhi cosa facesse Marco. Quindi mi feci coraggio e iniziai a replicare il suo metodo a Roma. Le attività che fanno i bambini autistici a tavolino prevedono delle ripetizioni di riconoscimento, di appaiamento e così via. Ho immaginato che queste ripetizioni, facendole con la palla, potessero essere utili per uno sviluppo migliore dell’attenzione e della concentrazione. Unire divertimento e attività fisica è stata una novità che all’inizio mi ha messo alla prova. Ma piano piano mi ha dato tantissime soddisfazioni, perché sono riuscito a comprendere ancora meglio come funziona un soggetto autistico. Ho capito che non è vero che non capiscono cosa gli accade intorno o non comprendono ciò che gli viene detto. Lo decifrano semplicemente in maniera diversa e non sono in grado di poter dare il giusto feedback allo stimolo ricevuto. Ma se sono motivati e si accorgono che la persona che hanno accanto crede in loro, raggiungono dei miglioramenti inaspettati. Anche con il basket per autistici ho avuto grandissime soddisfazioni. Da quando ho iniziato non l’ho mai abbandonato, pur modificandolo man mano che Daniele cresceva. In questo momento, covid a parte, abbiamo un gruppo di uomini e donne adulti con disabilità psichica e motoria. Anche quello fa parte dell’evoluzione dell’accettazione, riuscire a trasformare qualcosa di negativo in qualcosa di positivo.

 

Scuola e autismo

Rimanendo nell’ambito della formazione, i dati Istat raccontano che nell’anno scolastico 2019-2020 è aumentato il numero di alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane (+13 mila, il 3,5% degli iscritti). Sono quasi 300mila gli alunni con disabilità in Italia. In crescita anche il numero di insegnanti per il sostegno, con un rapporto alunno-insegnante migliore delle previsioni di legge, ma il 37% non ha una formazione specifica. Che realtà si vive nelle scuole italiane, secondo la tua esperienza?

A mio avviso è una realtà positiva. Gli insegnanti di sostegno ci sono e sono validi, ma è impossibile pensare di avere una preparazione specifica su ogni tipo di disabilità. Una disabilità come l’autismo è difficile da trattare. Chi può essere preparato ad una cosa del genere se non ha esperienza sul campo o non ha studiato per risolvere questi problemi? Una cosa importante che non può mancare tra gli insegnanti di sostegno e gli operatori OEPA è l’empatia, l’intelligenza emotiva. Bisogna riuscire ad aprire una breccia e conquistarsi la fiducia del bambino o del ragazzo, ancora più che sapere i fondamenti del disturbo. Poi è necessario conoscere il tipo di lavoro da svolgere, non utilizzare solo il metodo empirico ma fondarsi su un metodo scientifico ed elaborato. La conditio sine qua non è l’empatia, l’interesse e la vocazione per lavorare in questo campo. Nella scuola gli strumenti ci sono già tutti, esistono il PEI (Progetto educativo individualizzato) e il GLH (Gruppo di lavoro handicap) che collega tutte le figure che interagiscono nella vita del bambino. Bisogna però farli funzionare bene. Serve una sinergia tra la famiglia, la scuola e la struttura che segue il bambino dal punto di vista riabilitativo. Se tutto questo funziona, ogni cosa diventa più semplice. Le leggi, a mio avviso, ci sono. Bisogna avere la volontà di farle funzionare. La scuola deve essere più pronta ed accogliente per questi bambini, bisogna prevedere spazi comuni nei quali i bambini imparino ad interagire con i loro compagni. La base c’è, il problema – ribadisco – è far funzionare tutto quanto.

E poi c’è la figura dell’assistente educativo e culturale (AEC) troppo poco conosciuta e spesso non sufficientemente qualificata. A che punto è in Italia il processo di riconoscimento di questa figura, che si occupa di sostenere e promuovere l’autonomia dell’alunno, facilitarne il processo di integrazione e comunicazione in classe e rendergli accessibili le attività scolastiche?

Io sono un AEC, oggi definito OEPA (operatore educativo per l’autonomia). È stata sempre una figura un po’ maltrattata all’interno della scuola. Non abbiamo mai avuto un riconoscimento formale, soprattutto da parte degli insegnanti. Bisogna sempre avere presente che è la maestra di sostegno quella che elabora il PEI; o si ha la fortuna di collaborare con una maestra che ti rende partecipe dei programmi che vuole attuare, o bisogna lavorare per conquistare la fiducia di questa persona e poi lavorare a quattro mani. È una cosa complicata, ma se si mettono passione, entusiasmo e competenza nelle cose (e queste vengono riconosciute) il rapporto solitamente è molto fattivo e collaborativo. Io mi ritengo molto soddisfatto del mio lavoro. Vado volentieri a scuola e mi godo i progressi dei ragazzi che mi sono stati affidati.

 

 

I dati Istat nel biennio 2019-2020 raccontano anche di una scarsa presenza di assistenti all’autonomia e alla comunicazione nel Mezzogiorno, dove il rapporto alunno/assistente è di 1 a 5,5; oltre 1 a 11 in Campania e in Molise. Il Ministero dell’Istruzione come dovrebbe intervenire per garantire maggiore assistenza ai disabili nelle scuole di provincia?

Come ti ho detto, per la scuola le leggi esistono. Bisogna farle funzionare. Io credo che le leggi riguardo l’assistenza siano ottime. Il problema è destinare bene i fondi, non tagliare sul sociale. La cosa che mi indigna di più è questa mentalità secondo cui per recuperare soldi bisogna sempre tagliare sul sociale. Tante volte ho sentito dire che il sociale è un settore in perdita perché non c’è possibilità di auto finanziamenti. Penso che si sappia che i fondi nel sociale sono a fondo perduto, ma vanno destinati bene e tutelati. Mi domando, chi è genitore di un ragazzo autistico in provincia, al sud, che fa? Anche lì bisognerebbe iniziare a pensare a come impiegare bene questi fondi.

Assistenza sanitaria e previdenza

Parlando di disabilità e assistenzialismo sanitario, mi ha colpito molto un tuo post in cui denunciavi l’impossibilità di far fare una panoramica delle arcate dentarie a Daniele, se non a pagamento. 

Tocchi un tasto dolente. A prescindere dall’avere un servizio di neuropsichiatria infantile in cui manca totalmente l’assistenza psicologica alle famiglie, addirittura non c’è la possibilità di far seguire pubblicamente e con poche spese i propri figli! Bisogna ricorrere al privato perché il Servizio Sanitario Nazionale dal punto di vista riabilitativo è imbarazzante. Non fosse sufficiente, al compimento della maggiore età i nostri figli non possono più rivolgersi al servizio territoriale di base – quello della neuropsichiatria infantile per intenderci – perché non sono più bambini. Non hanno più punto certo dove poter richiedere esami e fare visite di controllo. Questo è un problema molto grave. Un banale raffreddore che si tramuta in una bronchite, in un ospedale non sanno come gestirlo perché non sanno come gestire tuo figlio. Non esistono strutture ricettive dove puoi chiedere l’assistenza di uno specialista. Bisogna sempre rivivere questo peso di essere guardato come un alieno. Se devi curare occhi, orecchie e denti, entriamo in un discorso spinoso perché bisogna applicare una sedazione: è impossibile convincere un ragazzo autistico a farsi visitare. Diventi una palla da ping-pong perché nessuno ti accoglie e nessuno sembra in grado di poterti aiutare. Mi arrabbio perché poi mi viene risposto che ‘è una cosa rara’ e non sanno come gestirla. Vieni abbandonato a te stesso se non sai importi. Devi essere pronto a fare rumore; spesso mi sono trovato in situazioni in cui hanno dovuto chiamare i vigili urbani per farmi desistere.



I dati INAIL raccontano che i disabili titolari di una rendita sono 565.924. Ci aiuti a capire criteri e modalità per ricevere un sussidio economico in favore dei disabili?

A causa di lungaggini, burocrazia e illeciti che vengono commessi per cercare di non aiutare le famiglie e tenere nascosti i diritti dei ragazzi disabili ad accedere ai rimborsi per le terapie sostenute, è difficile e diventa quasi un lavoro. Bisogna quasi studiare per riuscire a districarsi in questo ginepraio. A casa mia se ne occupa mia moglie e se non fosse per lei non avremmo nulla. Ma lei passa tante ore al pc, si aggiorna, si informa e studia per ottenere ciò che spetta a Daniele di diritto. L’iter burocratico è tremendo, ti sfinisce. Vengono richiesti certificati e documentazione infinita. In ogni comune o circoscrizione dovrebbe esserci uno sportello d’ascolto con una persona specializzata che aiuti queste famiglie già provate e sfiduciate a causa degli iter burocratici. Ci sono liste di attesa di famiglie lunghissime per ottenere solo l’aggravamento della posizione dei bambini. Famiglie che spendono un sacco di soldi per far seguire privatamente i bambini. Ci sono cose che non si spiegano: perché, mi domando, bisogna risparmiare sulla pelle dei bambini disabili e non sugli stipendi dei deputati?

L’assistenza domiciliare funziona? Qual è l’iter da seguire per attivare servizi di questo tipo? Riscontri criticità?

L’assistenza domiciliare è una conseguenza del riconoscimento dell’invalidità civile e della legge 104, art. 3 comm. 3. Deve esserti riconosciuta come diritto da parte del neuropsichiatra, poi bisogna andare al comune di appartenenza, parlare con l’assistente sociale e sperare che ci siano ore disponibili, che sono sempre troppe poche. Arriva un assistente in casa che cerca di entrare in relazione con tuo figlio. La maggior parte delle volte l’esito è positivo, ma questo non è un percorso riabilitativo. Con l’assistente sociale i ragazzi fanno passeggiate, giochi, ma l’assistenza domiciliare è piena di criticità. È sempre difficile ottenerla, perché le domande sono tante e il personale scarseggia. Ogni anno il bilancio dei comuni viene tagliato e quindi aumentano i restringimenti. Ci sono tante criticità, servono spalle larghe e perseveranza per ottenere diritti. Non è semplice neanche fare domanda di disabilità, ci sono tanti cavilli che possono cambiare la possibilità di avere il diritto ad ottenere qualcosa. È molto complicato.

Su questo punto ho chiesto un parere alla dottoressa Gasperini. “Credo”, chiosa Gasperini, “che l’assistenza domiciliare, esattamente come racconta Andrea, ha un aspetto che offre una prospettiva differente. Oltre ad offrire un aiuto diretto al bambino, l’assistenza domiciliare offre anche un’assistenza alla famiglia, perché consente ai genitori di crearsi uno spazio di libertà dalla quotidianità. È importante investire sulla presenza e formazione dell’assistente domiciliare, che deve essere una figura altamente qualificata. Consentire ai genitori di avere tempo per sé stessi, è fonte di benessere per l’intera famiglia”.

Il governo Draghi ha istituito il Ministero per le Disabilità. Ti aspetti un cambiamento d’impatto nei prossimi mesi?

Ti dico la verità: io rimango vigile, alla finestra. Al momento voglio dare un 3% di parere favorevole al fatto che si riuscirà a fare qualcosa con questo Ministero, ma per il 97% penso che sia fumo negli occhi. È come al solito propaganda, qualcosa da sbandierare. Di fattivo non c’è nulla, il nulla più totale. Sono convinto di questo. Ne parlano perché c’è un esercito di voti da prendere cavalcando quest’onda, ma sono tutte promesse al vento che temo non verranno soddisfatte.

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