domenica 20 febbraio 2022

La grande tratta dei calciatori - Daniele Canepa

 

 

Viaggio nel perverso mondo del football trafficking, che ogni anno coinvolge migliaia di giovanissimi che sognano di diventare le nuove stelle del calcio mondiale. Per pochi che ci riescono, ci sono migliaia di disperati che finiscono tra le mani di agenti fittizi e intermediari senza scrupoli. Sfruttati, derubati e abbandonati, molti di loro si ritrovano senza speranze in paesi sconosciuti. Eppure i “trafficanti” di calciatori sono solo una parte di un problema più complesso, che coinvolge famiglie, media e società sportive. (English version)

 

 “C’è una cosa di cui ti convinci, quando cresci circondato dalle gigantografie di campioni come Didier Drogba, Samuel Eto’o o Yaya Touré: se ce l’hanno fatta loro, puoi riuscirci anche tu. Sei giovane e ti sembra di poter realizzare qualsiasi cosa. Poi però arrivi in Europa e se hai la fortuna di fare un provino ti rendi conto che la realtà è diversa, che magari ti devi giocare tutto in una partita e che la temperatura è di dieci gradi e tu non ci sei abituato. Né sei preparato a giocare insieme a un gruppo di sconosciuti che parlano un’altra lingua. E se il provino va male, ti ritrovi abbandonato a te stesso: da solo, in un paese che non conosci”.

Le parole di Joseph*, venticinquenne originario del Senegal arrivato in Italia nel 2014 e oggi residente in Liguria, sintetizzano un’esperienza comune a quella di migliaia di ragazzi provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale e vittime di un fenomeno conosciuto a livello internazionale come football trafficking.

Se volessimo tradurre letteralmente dall’inglese, trafficking equivarrebbe a “tratta”, mentre il “traffico” di esseri umani è invece indicato come smuggling. La differenza tra i due termini non è una questione speculativa, in quanto tratta e traffico si configurano come reati diversi e sono punibili in modo differente. Tuttavia, i casi di football trafficking si situano spesso in una zona grigia tra le due casistiche: da qui, la scelta di usare la definizione inglese per indicare tutti gli episodi di migrazioni irregolari nel mondo del calcio. 

Come già si intuisce da questa premessa, il fenomeno è complesso e richiede, come vedremo, un approccio non manicheo di risoluzione della questione in una mera divisione tra buoni e cattivi. Ci sono, è vero, delle vittime e degli sfruttatori, ma alla radice del problema vi è in realtà una visione diffusa nel “sistema calcio” che si esplicita attraverso due metafore pervasive in ambito sportivo: 1) l’atleta come merce; 2) l’atleta come macchina.

Riflettiamo, nel primo caso, sulla nonchalance con cui usiamo espressioni come “comprare”, “vendere”, “prestare” calciatori, come se essi fossero dei pacchi da spostare da un posto a un altro. Nel secondo caso, pensiamo invece a frasi come: “Quell’atleta è una macchina”, “un vivaio che produce talenti in serie”, “il giocatore tal dei tali è un robot”. In entrambe le situazioni, il calciatore è percepito come un prodotto industriale, spogliato delle sue caratteristiche umane.

 

Senza questa riflessione sulla mancata considerazione dell’umanità della persona in questione, peraltro estendibile a un elevato numero di ambiti extra-sportivi, il rischio è di concentrarsi solo sugli effetti del problema senza comprenderne le cause.

Un altro aspetto fondamentale del football trafficking riguarda il sogno, inteso in questo caso come desiderio irrefrenabile ma slegato, purtroppo, da un’analisi consapevole della realtà. Ne parleremo tra poco.

Proprio la forza del sogno calcistico è stata il fondamento del successo di Sadio Mané, calciatore senegalese del Liverpool campione d’Inghilterra e d’Europa con i Reds. “Il calcio è sempre stato la mia vita e, crescendo, non avevo altro desiderio che diventare calciatore,” afferma Mané nel film documentario sulla sua carriera, Made in Senegal. L’ambizione di avere successo nello sport amato, condiviso da milioni di ragazzi in tutto il mondo, è particolarmente sentito laddove “farcela” nel calcio che conta significa non solo realizzare le proprie legittime aspirazioni individuali, ma anche affrancarsi da una situazione economica precaria e aiutare famiglia e amici a farlo. Il desiderio di contribuire al benessere del proprio paese d’origine attraverso le rimesse dall’estero accomuna un numero consistente di calciatori originari del Golfo di Guinea.

Tornando alla vicenda di Joseph, considerati questi presupposti, non risulta difficile intuire le emozioni che lo animano quando, al termine di una partita giocata in un torneo a Dakar, la sua città natale, il ragazzo viene avvicinato da una persona conosciuta nella zona per avere dei contatti nel calcio europeo.

“Vieni con me in Italia e ti farò fare una grande carriera,” gli dice l’uomo. Joseph non sta nella pelle: ha fiducia nelle proprie capacità, accompagnata da un fisico notevole. È vero, la concorrenza in Europa sarà agguerrita, ma a lui non interessa. Continua a ripetere tra sé e sé che, se ce l’hanno fatta i suoi connazionali diventati celebri come Sadio Mané, ce la farà anche lui.

C’è però una cosa che, da subito, a Joseph non quadra. Il suo agente – il termine è improprio in quanto l’uomo agisce senza presentare delle credenziali formali – pretende dalla famiglia del ragazzo una somma di denaro. “Ma come”, si chiede Joseph, “se mi reputa così bravo perché vuole che lo paghi già prima di avermi fatto provare con un club?” Ma la preoccupazione svanisce subito, schiacciata dal desiderio accecante del giovane di giocarsi le sue chance in Europa. La famiglia del ragazzo, però, è contraria al trasferimento. I rischi sono troppo elevati: e se poi le cose non andassero bene? Facendo ignobilmente leva sulle aspettative di Joseph, che vengono usate per mettere pressione sui suoi genitori, l’intermediario riesce a incassare i soldi richiesti e a convincere la famiglia a lasciarlo partire.

Già al momento dell’atterraggio a Roma Fiumicino, però, Joseph intuisce che i suoi dubbi prima della partenza non erano infondati. Quando telefona al suo agente – continuiamo a chiamarlo così per convenzione – la risposta di quest’ultimo sembra sorpresa, come a dire: “Sei venuto davvero”. A ciò si aggiunge il senso di disperazione derivante dal trovarsi da solo, poco più che adolescente, in un paese nuovo, la cui lingua non parla. “Mi veniva da piangere ed ero già pentito della scelta fatta appena sbarcato. Comunque, mi sono fatto coraggio e sono andato avanti”, racconta Joseph. Il ragazzo riesce in qualche modo ad arrivare alla stazione del treno di Roma Termini per dirigersi poi a Milano, dove il suo agente lo attende…

 

*I nomi di tutte le persone citate in questo articolo sono stati modificati.

 

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