mercoledì 9 febbraio 2022

L’equità tributaria che non c’è - Francesco Gesualdi

 

A distanza di quasi cinquanta anni dell’introduzione dell’imposta sulle persone fisiche, l’Italia sta ancora cercando la strada per tassare i suoi cittadini con una certa equità. Memore del dettato costituzionale che impone di ispirare il sistema fiscale al principio di progressività, quando la riforma partì nel 1974 prevedeva 32 scaglioni, col primo al 10% su 13.321 euro e l’ultimo al 72% oltre 3,3 milioni di euro, precisando, ovviamente, che stiamo parlando di redditi rivalutati secondo il costo della vita di oggi.

Ma appena dieci anni dopo gli scaglioni li troviamo ridotti a nove e rimodulati secondo diversi livelli di reddito. La scelta, proseguita anche negli anni successivi,  fu quella di innalzare marcatamente le aliquote medie sui redditi fino a 50mila euro,   mentre si procedeva con aumenti più leggeri fino a 500mila euro, applicando addirittura una riduzione oltre tale soglia. 

L’ultima riforma del 2007, poi rimasta in vigore fino al 2021, aveva praticamente raddoppiato le aliquote medie fino a 33mila euro, aveva fatto crescere di 10-12 punti quelle applicate fino a 120mila euro, di 1-10 punti  quelle fino a 532mila euro, mentre aveva fatto scendere di 3 punti le aliquote sui redditi fino a un milione di euro e addirittura di 16 punti quelle oltre 3,3 milioni di euro. Probabilmente il legislatore si era accorto che il 90% dei contribuenti italiani si trova al di sotto di 50mila euro e per garantire allo stato un adeguato gettito fiscale aveva deciso di inasprire la pressione fiscale su tali fasce.

Tuttavia le aliquote ufficiali sono solo l’aspetto più in vista del sistema fiscale, non la vera misura di ciò che i cittadini pagano. In effetti, almeno in Italia, esiste tutto un sistema di detrazioni e agevolazioni che di fatto riducono anche in maniera drastica  gli importi da pagare. Chi le ha censite ne ha contate 602.

Ogni tipo di reddito ha la propria: non solo quello da lavoro dipendente, da pensione, da lavoro autonomo, da attività sanitaria libero professionale intramoenia, da partecipazioni a commissioni tributarie, ma anche quello ottenuto dai parlamentari  e molte altre cariche elettive. 

Niente di male, ma il guaio delle detrazioni è che fanno perdere  di trasparenza al sistema fiscale e lo rendono altamente disuguale senza che nessuno se ne renda veramente conto. Per di più lo espongono a forti pressioni di tipo clientelare, nel senso che rischiano di essere favorite le categorie con maggiore capacità di battere i pugni sul tavolo e quelle che i politici hanno interesse ad accontentare.

Recentemente in Italia si è riacceso il dibattito sulla riforma del sistema fiscale, anche su pressione dell’Unione Europea che l’ha posta come condizione per il rilascio dei finanziamenti necessari all’attuazione del PNRR.

Ma il risultato partorito è stato una misura inserita all’ultimo momento nella legge di bilancio approvata nel dicembre 2021, che ha più l’aria del provvedimento tampone che della vera riforma strutturale orientata a sanare i vizi di fondo. Le aliquote sono state portate da cinque a quattro, lasciando immutata quella del 23% fino a 15mila euro, riducendo le due successive fino a 50mila euro e appesantendo di 2-5 punti quella fra 50 e 75mila euro su cui si applica l’ultima aliquota del 43% che prima scattava oltre i 75mila euro.

Contemporaneamente sono state ritoccate anche numerose detrazioni e il risultato finale è che tutti gli scaglioni di reddito godono di una riduzione d’imposta a volte più marcata sui redditi bassi, a volte sui redditi medio alti a seconda del tipo di reddito percepito. Per lo Stato, il risultato previsto è una perdita di 7 miliardi di euro che sarà coperta con nuovo debito. Il solito vecchio vizio di fare le riforme sociali non con operazioni di livellamento tributario, ma scaricando il peso sulle generazioni future.

Ora non rimane che sperare che la recente modifica rappresenti solo il primo passo di una più profonda operazione di equità fiscale che deve necessariamente basarsi su quattro principi: no tax area, cumulo dei redditi, progressività estesa ai redditi alti, obbligo di dichiarazione  comprendente non solo i redditi percepiti ma anche i patrimoni detenuti.

La no tax area va introdotta per garantire a tutti un minimo vitale inviolabile. Il cumulo dei redditi va sancito per evitare lo scandalo attuale che sottopone a progressività quasi esclusivamente  i redditi da lavoro e da pensione, mentre garantisce la flat tax ai redditi derivanti da proprietà patrimoniali.

Un doppio regime che contribuisce a rendere i ricchi sempre più ricchi a danno dell’erario come testimonia la recente  ricerca realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani nel 2021. Dall’indagine emerge che nell’ultimo anno i risparmi degli italiani sono aumentati di 110 miliardi di euro, mentre i risparmiatori sono diminuiti di 6,5 punti percentuale. Detto in un altro modo: sono aumentate le disuguaglianze.

La progressività deve essere moltiplicata sui redditi alti, quelli oltre 100mila euro, anche se sono pochi i percettori di redditi così elevati. L’equità redistributiva è un valore che va applicato indipendentemente dalla statistica. Oltre a rafforzare la cultura della giustizia, alte aliquote sui super redditi contribuiscono  a  riempire le casse pubbliche perché alti prelievi su alti redditi forniscono gettiti ragguardevoli anche se il numero di contribuenti è basso.

E per finire, l’obbligo esteso a tutti di presentare  la propria situazione economica sia da un punto di vista reddituale che patrimoniale, avrebbe come minimo una funzione anti frode in quanto permetterebbe di verificare la congruità dei redditi. Se una persona dichiara 5mila euro all’anno, ma possiede depositi bancari, titoli borsistici, auto di lusso, case, qualcosa non torna.

Sulla base di questi principi l’associazione ARDEP propone di tornare ad un sistema molto differenziato con l’introduzione immediata di 20 scaglioni fino al limite di 300mila euro, riservandosi di introdurne di ulteriori fino a 600mila euro o anche oltre.  Ma un altro aspetto interessante della sua proposta è l’introduzione di una no tax area, ipotizzata a 10mila euro, che assorba la giungla di detrazioni d’imposta oggi esistenti. In altre parole fino a 10mila euro nessuno dovrebbe pagare niente perché, come affermò l’On. Scoca in sede di Assemblea Costituente, “il cittadino prima di essere chiamato a corrispondere una quota parte della sua ricchezza allo Stato, deve poter soddisfare i bisogni elementari di vita suoi propri e della propria famiglia”.

Ed è proprio in virtù di questo riconoscimento che Ardep non si limita a proporre l’esonero contributivo fino a 10mila euro,  ma propone che chi percepisce redditi inferiori, riceva un’integrazione da parte dello stato fino al raggiungimento del limite esente. In termini tecnici questo meccanismo si definisce “imposta negativa sul reddito”, ma più popolarmente potrebbe essere chiamato  “reddito di cittadinanza di tipo compensativo”.

L’imposta negativa sul reddito può funzionare solo se tutti hanno l’obbligo di dichiarare i propri redditi anche se fossero pari a zero. In questo modo si contribuirebbe a risolvere anche un’altra grave piaga che è quella dell’evasione fiscale. Per ammissione generale il primo passo verso la legalità è l’emersione dalla clandestinità, ricordandoci che  al momento risultano oltre 5 milioni di cittadini che non presentano dichiarazioni al fisco.

E a conclusione della propria proposta, Ardep dimostra che il suo impianto oltre a garantire un reddito di almeno 10mila euro a tutti i contribuenti, non ridurrebbe di un centesimo l’attuale gettito IRPEF. Anzi lo innalzerebbe di 24 milioni di euro attestandolo su 165 miliardi e 140 milioni di euro.

Ma con una diversa partecipazione contributiva da parte dei diversi scaglioni di reddito. Fondamentalmente calerebbero le aliquote medie di chi percepisce redditi fino a 50mila euro, mentre salirebbero quelle di chi ha redditi oltre tale soglia.  Un sano riequilibrio contributivo che converrebbe non solo all’equità, ma anche alla dignità e alla convivenza sociale.

Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire

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