sabato 26 febbraio 2022

FUORI I RUSSI DALLA RUSSIA! - Franco Cardini


Quando si dice “pensiero radicale”. Vi ricordate una vignetta fra le tante che circolavano anni fa, al tempo dell’Apartheid sudafricana? Una fila d’incappucciati del KKK che sfilava brandendo cartelli sui quali si leggeva “Fuori i negri dall’Africa!”.

Ci ho ripensato in questi giorni, ascoltando gli appelli del presidente Biden che ormai – Dio lo benedica! – non ci fa più rimpiangere né Bush jr., né Trump. E constatando come attorno a lui, e contro il Pericolo Russo, si vada creando sempre più quella che i media definiscono commossi un “totale, unitario consenso”. Avanti dunque sulla via delle sanzioni contro l’Orso Cattivo: tantopiù che italianissimamente (siamo italiani, teniamo tutti famiglia…) il presidente Draghi si è premurato di farci sapere che, in materia, UE e NATO uniti fino all’immancabile vittoria terranno comunque conto (in che modo) degli “interessi” (quali?) e delle “richieste” (quali?) del nostro paese. Il fatto è che non se ne può più: pensate che quel diavolo d’un Putin muove le sue truppe come pare a lui sul territorio russo. Inaudito! È davvero ora di gridargli forte in faccia un deciso, definitivo “Fuori i russi dalla Russia!”.
Che è poi esattamente quel che accadde anni fa, nell’aprile del 2014, al tempo del Putsch arancione in Ucraina e della ritorsione russa che si tradusse nell’occupazione della Crimea (non “filorussa”, come dicono certi media, bensì in gran parte etnicamente russa, per quanto con consistenti radici tartare a loro volta russizzate). Lo sanno tutti che gli ucraini coltivano “da sempre” (almeno dal “sempre” dell’URSS) un sogno indipendentista-separatista variamente atteggiato e configurato; che negli Anni Sessanta cominciò a concretarsi grazie all’ucraino Krushev; ma anche che, se volgiamo attenzione alla storia, scopriamo che le radici della terra di Rus’ stanno appunto in Ucraina, nel principato di Kiev del X secolo; e che, se consideriamo geostoria e linguistica, un ucraino è in realtà di gran lungo più russo di quanto un sardo o un sudtirolese siano italiani, di quanto un bretone o un provenzale o un còrso siano francesi, di quanto un basco o un gallego siano spagnoli, di quanto un gallese sia inglese, di quanto un lakota o un hawaiiano siano statunitensi… o magari di quanto un osseta sia georgiano.
Ma che c’entra ora la Georgia?, diranno i miei venticinque lettori. C’entra: e per capirlo tornate con la mente, o italiani dalla corta memoria, al Putsch organizzato nel 2008 dagli occidentali per fare in modo che quel paese caucasico mollasse la Russia e passasse armi e bagagli – “libera volontà popolare”, senza dubbio: come quella ucraina d’oggi… – alla compagine NATO, il che avvicinò di parecchie migliaia di chilometri i missili a testata nucleare dall’obiettivo moscovita. Vero è che i russi, gente malvagia e infida, risposero suscitando contro i patrioti di Tbilisi gli odiosi separatisti osseto-meridionali e abkhazi, creando due paesi-fantoccio riconosciuti soltanto da Mosca. Quale improntitudine, quale inconcepibile ritorsione! Ma non vi sembra che la manovra che allora condusse la Georgia all’interno della NATO somigli dannatamente a quella che più tardi ha fatto sì che l’Ucraina di oggi sembri ardentemente desiderosa di entrarvi (ma quanto c’entra, in tutto ciò, l’autentica libera volontà dei popoli georgiano e ucraino, e quanto quella di eterodiretti gruppi golpisti?), e che la questione Georgia-Ossezia meridionale-Abkhazia somigli dannatamente a quella Ucraina-Donbass, e che in entrambi i casi la Russia altro non abbia fatto e non faccia se non tutelare i suoi confini da una minaccia pilotata da Oltreoceano? E non vi pare che se georgiani di allora e ucraini di oggi erano e restano “patrioti”, tali – per analogia – dovrebbero venir considerati anche gli osseti di Skinval (che non sono affatto affini ai georgiani) o i russi del Donbass (che non sono “filorussi”, come i nostri media li definiscono, bensì russi e della più bell’acqua), che sempre per i nostri media sono invece “separatisti” e “ribelli”? O siamo ancora al gioco delle tre carte, per cui chi in un paese sta con un occupante qualsiasi viene considerato “eroico partigiano” se sta con i vincitori e “traditore collaborazionista” se sta con i vinti?
Ricapitoliamo pertanto il “pasticciaccio bbrutto” russo-ucraino, il quale si divide in due sezioni peraltro nella pratica molto più intrecciate fra loro e interdipendenti di quanto in teoria potrebbe sembrare.
Primo: il “diritto” (secondo altri la “pretesa”) da parte del governo ucraino di far entrare il paese nella NATO. Che si tratti di una scelta antirussa e tesa a costruire uno scudo che ripari Kiev contro Mosca, siamo d’accordo: ma in che misura è legittima, nel nome del principio – molto poco diffuso e praticato nel mondo d’oggi, a dire il vero – secondo il quale uno stato sovrano fa quale che vuole? Siamo entrati da tempo, almeno dal 1945, in un mondo caratterizzato dalle “sovranità limitate”, sia pure a differente grado e livello. C’è anzitutto il potenziale militare, presupposto di base della sovranità; quindi ci sono gli accordi internazionali e i giochi delle alleanze e delle frontiere. Non c’è dubbio che il passaggio dell’Ucraina alla NATO modificherebbe di parecchio i rapporti di forza nella zona; che costituirebbe un rischio per la Russia; da qui le istanze russe di “finlandizzazione” dell’Ucraina, per compensare in qualche modo il vulnus generato dall’ormai consumato e a quel che pare irreversibile strappo tra Mosca e Kiev. È sembrato nei giorni scorsi che tutto ciò ci stesse conducendo sull’orlo della guerra guerreggiata russo-ucraina e della guerra quanto meno sanzionaria (quindi economico-commerciale-finanziaria) russo-occidentale. I governi e i “paesi legali” della UE sono allineati e coperti sulla parola d’ordine che proviene da Washington. Cosa ne pensino i “paesi reali” non è dato sapere in quanto il semitotale monopolio dei media 
va ai governi e ai partiti ufficiali e il loro rapporto con le rispettive opinioni pubbliche è molto debole, come dimostra l’affluenza alle varie competizioni elettorali degli ultimi anni. Perché le “democrazie avanzate” sono in realtà quello che avanza della democrazia. E ne avanza poco. Alcuni osservatori – fra gli statunitensi l’immarcescibile Bolton, combattente-e-reduce bushista e trumpista – ritengono che l’obiettivo finale di Mosca sia “tagliare a fette” l’Ucraina. Forse, una metodologia di costruzione dello stato ucraino che non avesse mirato solo a una sistematica volontà di danneggiare la Russia avrebbe sortito risultati diversi. Comunque, per il momento la carta NATO sembra sparita (per il momento) dal tavolo verde ucraino-statunitense, al traino del quale sta fedelmente l’UE. Scongiurato il pericolo del conflitto “caldo”?
No davvero, in quanto l’ingresso di Kiev nella NATO era ed è solo un corno del dilemma. L’altro è costituito dal separatismo del Donbass, che punta – non sappiamo attraverso quali mosse politico-diplomatiche e in che tempi – a far rientrare quella provincia in seno alla madrepatria russa. Si tenga presente che il Donbass, regione di vaste miniere di carbone e di grandi acciaierie, è anche una roccaforte ortodossa strettamente collegata al patriarcato moscovita. Il Donbass, infine, è decisamente russofono: e il governo ucraino vi ha forzosamente introdotto la sua madrelingua come ufficiale e obbligatoria. Negli accordi di Minsk del 2014-2015 era prevista un’ampia autonomia del Donbass: da qui parte e su ciò si basa l’atteggiamento del Cremlino. Attualmente nel Donbass, regione orientale dell’Ucraina situata sulla riva destra del tratto iniziale dell’immenso estuario del Don, “convivono” (si fa per dire) tre realtà geoistituzionali, una riconosciuta dall’Ucraina e parte di essa (l’area nordoccidentale del paese, con capoluogo il porto di Mariupol sul margine settentrionale dell’estuario del Don) e due “repubbliche popolari” fino dal 2014 separatiste rispetto all’Ucraina e decisamente russofone (ma vogliamo dire francamente russe?), quella a nordest con capitale Lugansk e quella a sudovest con capitale Donetsk. Nel paese vige un regime di “cessate il fuoco” che conosce continue violazioni, mentre nascono di continuo come malefiche fungaie i campi minati. Anche quando tutto sarà finito, ci vorranno decenni solo per bonificare i terreni estraendone e neutralizzandone le mine: il che costerà senza dubbio un numero infinito di morti e di mutilati. Come in Afghanistan, come in Bosnia. La Duma – il parlamento russo – ha chiesto l’annessione del Donbass nella Federazione Russa.
L’avere ambiguamente e provvisoriamente ripiegato le tende per quanto riguarda l’entrata nella NATO non può quindi bastare. Occorre porre riparo alle falle dell’accordo di Minsk e quanto meno sanare la situazione delle due repubbliche di Lugansk e di Donetsk, dalle quali le autorità sovietiche stanno già provvedendo all’evacuazione della cittadinanza civile. Una scelta umanitaria provvidenziale e assolutamente corretta, che il governo ucraino, e quindi quello statunitense, e quindi più o meno pappagallescamente i governi e i media europei, giudicano una mossa ricattatoria e vittimista di Mosca che così “vorrebbe far la parte dell’aggredita”.
Non sono cose poi così complesse: né da spiegare, né da capire. Vi sembra che i nostri media le abbiano spiegate bene? Se scoppierà la guerra, sarà tutta colpa del “dittatore del Cremlino”: scoppierà quanto meno, accanto alla guerra guerreggiata russo-ucraina, quella sanzionaria russo-occidentale. E pagheremo tutti: pagheremo salatissimo.
E allora, una domanda s’impone: chi è lo stato-canaglia?

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