venerdì 25 febbraio 2022

La battaglia di Roger Waters per liberare la musicista curda Nûdem Durak – Kory Grow

 

 La cantautrice è stata condannata a 19 anni in Turchia e il musicista (insieme a Pete Townshend, Peter Gabriel, Brian May e altri) vuole aiutarla a ottenere un nuovo processo. «Ti tireremo fuori di lì»

 


 


 



Nûdem Durak era in prigione da due anni quando uno dei pochi fili che ancora la collegavano alla libertà è stato tagliato. Prima di finire in galera nel 2015 per scontare una condanna a 19 anni, la cantautrice viveva a Cizre, in Turchia. Cantava canzoni in turco e nella sua lingua nativa, il curdo. È stata accusata di essere in contatto con i membri del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), che la Turchia e gli Stati Uniti considerano un’organizzazione terroristica. Secondo il suo avvocato, è stata condannata perché «membro di un’organizzazione illegale» e non ha avuto la possibilità di presentare prove per difendersi. Quando è entrata in prigione per scontare la pena, le è stato permesso di portare una chitarra acustica, che è stata distrutta durante un controllo del 2017, quando le guardie carcerarie hanno divelto il manico dal corpo.

 

«Ho sempre sognato di avere una chitarra, ma non avevo abbastanza soldi», ha detto Durak in un’intervista concessa ad Al Jazeera poco prima di entrare in carcere. «L’ho comprata impegnando l’anello di matrimonio di mia madre, è stata lei a chiedermi di farlo. Era tutto per me».

Negli ultimi anni la sua storia si è diffusa in tutto il mondo e la distruzione dello strumento ha colpito moltissimi musicisti. Come l’ex Pink Floyd Roger Waters, che si è infuriato quando ha saputo della chitarra e della sentenza. «Immagino che una chitarra sia motivo di conforto per un musicista in prigione», dice a Rolling Stone. Dopo aver fatto delle ricerche, si è dato da fare per aiutare Durak, coinvolgendo altri rocker come Pete Townshend, Robert Plant, Peter Gabriel e Brian May per amplificare il messaggio e ottenere un nuovo processo.

«Nûdem Durak è nostra sorella», dice Waters, «abbiamo la responsabilità di darle una mano, a lei e alle centinaia di migliaia di persone che soffrono come lei, ingiustamente incarcerate in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito».

«L’arte è il luogo dove i cuori si liberano, dove lo spirito umano si eleva o dove esprimiamo il nostro bisogno di giustizia», scrive Townshend in un comunicato. «Nûdem è curda. La sua voce è collegata alla sua anima e canterà sempre per la sua famiglia, il suo popolo e la sua nazione. Noi siamo musicisti e non possiamo fermarci. Facciamo quello che dobbiamo e per cui siamo nati. La musica di Nûdem è grandiosa ed è triste che un Paese con l’immensa storia artistica della Turchia tratti in questa maniera una buona musicista, qualunque cosa pensino del desiderio di autonomia dei curdi».

Waters ha avuto un’idea per fare rumore attorno al caso di Nûdem: le ha mandato la chitarra acustica che ha suonato nel tour 2017-18 di Us + Them, una Martin nera, ma con un extra. La chitarra è stata spedita dalla casa di Waters a Long Island, New York, un anno fa, ma prima di arrivare nella prigione turca ha fatto diverse fermate in giro per l’Europa, così che alcuni grandi nomi del rock potessero scriverci sopra qualche parola di supporto. «Sarebbe bello se riuscissimo a smuovere le autorità turche», spiega Waters. «Il suo avvocato mi ha detto che per la prima volta in sei anni si è sentita libera. Ma non lo è».

Oltre alla firma di Waters, sulla chitarra ci sono quelle di Townshend, Gabriel, Plant, May, Marianne Faithfull, Mark Knopfler, Noel Gallagher e di un altro membro dei Pink Floyd, Nick Mason.

«So della persecuzione dei musicisti curdi fin dagli anni ’80 e di recente ho scoperto la storia di Nûdem grazie a mia figlia che lavora al Voice Project», dice Peter Gabriel riferendosi alla campagna “Imprisoned for Art” organizzata nel 2016. «Qualunque musicista può identificarsi con la storia della sua chitarra distrutta, sono contento di poterla aiutare».

Le idee politiche di Waters sul Medio Oriente hanno fatto incazzare un sacco di gente in tutto il mondo. È stato accusato di antisemitismo per via del suo supporto alla Palestina e alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele per quel che accade in Cisgiordania e per la richiesta di non suonare in Israele finché non verranno garantiti i diritti dei palestinesi. «Non sono antisemita o contro il popolo israeliano», ha detto rispondendo alle accuse del gruppo Community Security Trust. «Critico le politiche del governo di Israele».

Prima dell’arresto, Durak suonava nel gruppo Koma Sorxwîn e come solista faceva musica nel centro culturale di Mem û Zîn, a Cizre, un posto che prima della recente demolizione raccoglieva i curdi del sudest della Turchia. Quella parte del Paese, insieme alle zone vicine di Iraq, Iran e Siria, comprendono l’area geo-culturale che conosciamo come Kurdistan. I curdi vivono lì da secoli, ma negli ultimi anni sono stati perseguitati: dal 1983 al 1991 in Turchia era vietato parlare curdo, cantare in quella lingua poteva farti finire in prigione.

Quando Durak è stata accusata, nel 2015, la Turchia aveva allentato le restrizioni, preoccupata per gli attacchi del PKK. Alla fine degli anni Zero, il governo ha reagito a quegli attacchi con un’operazione di polizia che ha portato all’arresto di 150 persone che le autorità consideravano terroristi. La sorveglianza nella regione è aumentata e Durak è stata accusata di aver telefonato a vari membri del PKK e di aver visitato una cellula del partito (il ministro della giustizia turco non ha risposto alle numerose richieste di chiarimento sulla sentenza). «È stata incarcerata perché ingiustamente accusata di essere un pericolo per la società turca, dicono che è una terrorista o una simpatizzante», spiega Waters, che ha scoperto la sua storia grazie a un amico che gli ha inviato il servizio di Al-Jazeera del 2015.

«Il mio avvocato mi ha chiamato e mi ha detto che sono stata condannata», diceva lei nel video, «c’era un mandato di cattura contro di me. Pensavo scherzasse. Gli ho riso in faccia. Purtroppo era tutto vero. E non sono pochi anni di prigione, sono dieci anni e mezzo» (il servizio dice erroneamente che è stata condannata per aver cantato in prigione, ma il suo avvocato ha smentito; la sentenza è stata poi aumentata a 19 anni).

Ali Çimen, l’avvocato di Durak, ha spiegato a Waters che la donna non è stata messa nelle condizioni di difendersi adeguatamente. La condanna si basa in parte su un’intercettazione in cui è «molto probabile» che si senta la voce della donna. Sempre secondo Çimen, Durak non sapeva che quell’indirizzo fosse legato al PKK. Le autorità le hanno detto che le indagini sono iniziate dopo che ha ricevuto un messaggio da un membro del PKK nel periodo in cui si è esibita per il Mezopotamya Cultural Center. In seguito, secondo l’avvocato di Durak, il membro del PKK ha detto di essere stato costretto a dichiarare il falso.

«È chiaro che non c’è alcuna prova che dimostri che lei è una criminale violenta», dice Waters. «Non c’è alcunché che lo confermi. Non ha fatto nulla, ha insegnato ai bambini a suonare la chitarra e scritto canzoni sulla sua terra. È una curda».

Dopo due processi in cui sono state coinvolte decine di altre persone, Durak è stata condannata rispettivamente a nove e dieci anni di carcere perché collegata a un attacco terroristico che ha portato alla morte di 18 persone. Il suo avvocato ha detto a Waters che nessuno l’ha accusata direttamente, ma che è stata condannata perché era nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

«È incredibile pensare che ci sono Paesi in cui i musicisti che fanno le stesse cose che facciamo noi finiscono in carcere e rischiano la vita», dice Peter Gabriel. «Ci ricorda che diamo per scontate le nostre libertà e che abbiamo la responsabilità di far conoscere al mondo queste storie».

Che cosa cosa si può fare per aiutare Durak? «Bella domanda», risponde Waters. «C’è un coro là fuori, un coro di persone preoccupate dalla situazione di questa giovane, preoccupate per chi è ingiustamente imprigionato in tutto il mondo, per ragioni politiche o meno. A volte, però, quel coro alza la voce in perfetta armonia».

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