sabato 12 febbraio 2022

Una gestione acefala dell’ordine pubblico (post)pandemico? - Simone Tuzza

 


La rappresentanza politica di più alto grado del Viminale non sembra essere adeguata al proprio ruolo in questo frangente emergenziale.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una gestione dell’ordine pubblico che sarebbe opportuno definire acefala, ossia priva di una guida. Il modo in cui le proteste contro il green pass sono state affrontate da parte del Ministero dell’Interno è significativo al riguardo. Le caratteristiche della persona che, al momento, occupa il vertice del Viminale costituiscono un elemento strategico di questo scenario caotico. Luciana Lamorgese – classe 1953, in carica come prefetto dal 2003 a Varese – ha un profilo chiaramente tecnico e questo, forse, è il suo tallone d’Achille. Il suo curriculum, costruito attraverso una carriera da funzionaria nelle dirigenze prefettizie, è senza dubbio adeguato. Nella contingenza del momento, la sua è sembrata essere la figura più adatta al ruolo. Nel 2019, infatti, era stata scelta quale rappresentante del Viminale nell’ambito del governo Conte II, in sostituzione di Matteo Salvini. Il cambio di passo auspicato era sotto gli occhi di tutti: si voleva marcare una discontinuità con il precedente titolare del dicastero, estremamente “politico” e oggetto di critiche. Successivamente, il governo Conte II è caduto. Ora, con Draghi come primo ministro, Lamorgese è stata confermata al suo posto.

Una possibile lettura della scelta del premier è legata agli equilibri di potere tra le componenti del nuovo Governo di “unità nazionale”, così eterogenee tra loro. Un Ministero di peso come quello degli Interni avrebbe dato molto potere al partito che fosse riuscito a “occuparlo”. Lamorgese, tuttavia, è priva di un apparato di partito alle spalle: è una figura tecnica e, quindi, “neutra”. Scegliere lei dev’essere sembrata l’opzione migliore, tale da evitare disequilibri di sorta e da garantire continuità con il Governo precedente.

Per quasi due anni, complice la pandemia globale, le manifestazioni di ogni tipo sono state congelate dal distanziamento fisico e dai vari lockdown, riemergendo prepotentemente solo di recente. Le proteste contro il green pass sono emblematiche al riguardo: facendo seguito alla decisione governativa di rendere questo strumento obbligatorio nei posti di lavoro, hanno fatto da catalizzatore e riacceso le piazze. Tra le varie manifestazioni che in questi giorni sono state organizzate in tutto il Paese, quella del 9 ottobre a Roma, caduta in un momento delicato, è diventata il fulcro del dibattito sulla gestione dell’ordine pubblico, essendo stata caratterizzata da un evento piuttosto rilevante: nel corso della protesta ha avuto luogo un vero e proprio assalto alla sede nazionale del sindacato CGIL. Non è questa la sede adatta per compiere una disamina della simbologia dell’atto, delle infiltrazioni neofasciste nel corteo “no green pass” e di come queste componenti siano state in grado di prendere la testa del movimento e direzionarlo. Preme però sottolineare la brutalità di quanto accaduto e la possibilità stessa che un evento di tale portata accadesse. L’assalto alla CGIL segna un turning point nella guida del Viminale e nel suo rapporto con le forze di polizia.

In questi giorni sono state proposte varie ricostruzioni dei fatti, sono stati avanzati sospetti di connivenza tra la matrice neofascista di Forza Nuova e frange delle forze di polizia ed è stato messo in luce come il Ministero dell’Interno non sia stato in grado di imprimere un indirizzo all’azione di queste ultime. Le motivazioni di tale mancanza sono evidentemente molteplici. Si proverà ora a porle sotto la lente d’ingrandimento.

Gli studi sulla gestione dell’ordine pubblico, condotti in Italia e non solo, hanno messo in luce come una guida “politica” delle forze di polizia sia utile a far sì che le medesime seguano un indirizzo nella loro azione e non si trovino ad attuare scelte operative ondivaghe. Ciò che sta accadendo sotto il Ministero guidato da Lamorgese sembra essere esattamente il contrario: una gestione caotica, priva di un indirizzo preciso. Il fatto che l’attuale ministra sia stata prefetto potrebbe sembrare un elemento tale da renderla adeguata al ruolo. Tuttavia, la sua esperienza precedente cozza con l’impostazione “politica” che un titolare del Viminale solitamente imprime. Se prima, nelle vesti prefettizie, Lamorgese si limitava a tradurre in pratica le decisioni politiche sull’ordine pubblico provenienti dal Governo centrale, ora, come parte dell’Esecutivo, ha il compito di dare indicazioni alle Prefetture e alle Questure.

Il problema che si pone è allora il seguente: per chi occupa una posizione politica come quella di ministra, un profilo da addetta ai lavori è un limite, non un plus. In altre parole, la scelta in favore di una figura tecnica alla guida del Viminale, se è utile a non scompaginare gli equilibri politici di una maggioranza “Frankenstein”, si rivela un rischio nei momenti decisivi, quando le scelte devono essere attuate attraverso una visione e un orientamento ben definiti. Il non avere alle spalle un partito e una compagine politica in grado di sostenerla, inoltre, lascia Lamorgese sola nelle sue (non)decisioni, che vanno lette come il frutto di scelte operative provenienti da settori dirigenziali delle forze di polizia, prive quindi di una visione politica di direzione e di lungo periodo.

È necessario allora aprire una parentesi sul rapporto tra il ministro e le polizie che dovrebbe dirigere. Quanto accaduto a Roma lascia dei punti interrogativi su chi davvero prenda le decisioni al Ministero. Nelle varie audizioni della ministra in Parlamento e dalle sue parole parrebbe che i funzionari dei dispositivi di sicurezza abbiano in più occasioni optato per valutazioni e scelte operative autonome dalla stessa. Se i neofascisti sono riusciti a devastare la sede della CIGL, bisogna chiedersi perché ciò sia potuto accadere. Dal palco della manifestazione sono stati effettuati annunci in cui la volontà di assediare gli uffici del sindacato è stata espressa in maniera chiara. Vi sono poi le dichiarazioni di alcuni partecipanti che affermano di aver concordato con le forze di polizia la direzione del corteo verso la sede CGIL. Pur non adombrando qui la connivenza tra le forze di polizia e frange estreme del movimento “no green pass”, si vuole però esplicitare quanto la protesta sia stata sottovalutata e quanto sia stata deficitaria la gestione della piazza da parte del Ministero.

La ricerca accademica nel campo della gestione dell’ordine pubblico pone l’accento, da tempo, su come ogni tipo di manifestante sia percepito in modo diverso dalle forze di polizia. Stando a tali ricerche, più una protesta è considerata come legittima, meno gli agenti saranno propensi a intervenire. Mentre studiosi come Fillieule sostengono che oltre alla percezione dei manifestanti da parte di chi opera sul campo è importante anche il repertorio d’azione che essi mobilitano, altri autori evidenziano che la tipologia stessa del manifestante fa la differenza. Fielding, ad esempio, propone al riguardo un paradosso piuttosto arguto: in occasione di proteste legate alla richiesta di aumento delle strisce pedonali davanti alle scuole, poche madri rischierebbero di essere arrestate nel difendere la sicurezza dei propri figli, mentre altri tipi di manifestanti, considerati dalla polizia non degni di “simpatia”, sarebbero più facilmente accusati di interruzione del traffico, o persino di “cospirazione”. Da questa prospettiva, è sufficiente immaginare, per un attimo, cosa sarebbe accaduto se in piazza a Roma ci fossero stati giovani studenti, una delle categorie – come emerso anche di recente – meno rispettate nelle azioni di mantenimento dell’ordine pubblico. In questa fase, il Ministero dell’Interno non pare essere in grado di indirizzare in modo efficace forze di polizia che appaiono caratterizzate da un utilizzo estensivo del loro potere discrezionale. Inoltre, le reticenze, l’imbarazzo e le ammissioni della Ministra pongono Lamorgese in una posizione scomoda: più che guidare il processo, sembra esserne in balìa.

Quanto accaduto pochi giorni fa nel porto di Trieste pare confermare ancora di più un indirizzo del Ministero che si potrebbe quantomeno definire “a macchia di leopardo”. Il 18 ottobre, infatti, è stato deciso lo sgombero forzato e con gli idranti del sit-in dei portuali contro il green pass. Da ricostruzioni giornalistiche sembra proprio che questa volta, a seguito delle polemiche precedenti, sia stata la Ministra stessa a ordinare tale atto alle forze di polizia. Si legge su Open:

“Un retroscena di Repubblica oggi racconta che lo sgombero del porto di Trieste dai No Green pass è stato deciso proprio a Roma. Dove poi hanno seguito dalla tv le cariche (negate dalla questura) e l’uso degli idranti contro i manifestanti. Così come i lacrimogeni sparati nel mucchio. La decisione arriva per le 7 di mattina, mentre i portuali e i manifestanti arrivati da tutta Italia si stanno radunando al varco 4. La ministra, secondo il quotidiano, decide lo sgombero in contatto telefonico con il prefetto di Trieste Valerio Valenti. La linea della fermezza arriva su 3.000 persone ma non tutti, all’interno del ministero, condividono questa impostazione. Per tre motivi: perché è giorno di elezioni, perché si tratta comunque di una manifestazione di lavoratori e perché chi è davanti al porto non pare intenzionato a effettuare azioni di disturbo. Nei ranghi operativi della polizia, secondo i sindacati, non si apprezza la decisione”.

Il Viminale ha poi smentito questa ricostruzione, chiarendo che: «Non c’è stato alcun intervento diretto da parte della ministra durante le fasi delle operazioni di polizia, la decisione di sgomberare il parcheggio antistante al varco del porto è stata presa in sede di Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica tenutosi a Trieste nel fine settimana, al quale ha partecipato la ministra e di cui fanno parte il prefetto, il questore, il procuratore capo e altre istituzioni locali». La nota stride però con quanto il Ministero vuole affermare. I Comitati provinciali di ordine e sicurezza pubblica, per prassi, non avvengono in presenza del ministro. Il fatto che Lamorgese fosse lì ha un significato ben preciso: una decisione delicata e importante doveva essere presa. È perlomeno naïf, dunque, credere che il provvedimento sia stato preso per motivi diversi dal tentativo di contrastare l’immagine di una gestione ormai appannata della piazza.

Per concludere, quanto sta avvenendo alla direzione del Ministero degli Interni è un processo di depoliticizzazione non conforme alle funzioni del dicastero. La ministra sembra improntata alla non azione, a condurre senza una prospettiva chiara e univoca un’istituzione strategica: amministrandola senza imprimerle una direzione. Le responsabilità di tale andamento non sono da ricercarsi nella persona quanto piuttosto nel Governo che l’ha riconfermata. Soprattutto alla luce del momento che stiamo vivendo, dove quel ministero si sta rivelando chiave per la gestione delle proteste e dove errori di questo tipo rimangono una macchia indelebile. Lamorgese che, in evidente stato di imbarazzo, giustifica le decisioni operative di polizia che altri hanno preso e motiva le azioni di un agente in borghese[1] (infiltrato della Digos che partecipa all’assalto a un blindato) affermando che questi stava verificano “che il moto ondulatorio del blindato non permettesse allo stesso di ribaltarsi” manifesta tutte le sue difficoltà nella conduzione del ministero. Inoltre, il rispetto verso la sua figura sembra venire meno non solo da parte dell’opinione pubblica ma anche delle stesse forze di polizia, che deridono ormai apertamente il loro dirigente in capo, a cui dovrebbero rispondere.

Ciò che davvero pare ondulatorio e approssimativo, dunque, è l’indirizzo dato all’ordine pubblico: una gestione acefala.

[1] Sembra poi scandalizzarsi, la ministra, se qualcuno suppone che gli agenti infiltrati nelle manifestazioni esistano e si precipita a dire che era un agente in borghese che svolgeva anche pratiche di “mediazione”.

da qui

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