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lunedì 16 febbraio 2026

L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana

 

Perquisizioni all’ospedale di Ravenna: che soffi il vento dal Minnesota? - Vito Totire

Storicamente la “medicina” è stata molto spesso ridotta ad un ruolo ancillare del potere economico e politico. Ovviamente ci sono state significative eccezioni e notevoli fenomeni di resistenza: fino ai medici incarcerati, nel 500 e nel 600, «per aver dichiarato peste il morbo corrente». La diagnosi di peste ostacolava commerci e profitti e dunque occorreva negare la natura del morbo incarcerando il medico che aveva osato porre la diagnosi; queste incarcerazioni favorirono le epidemie più catastrofiche…

C’erano state avvisaglie di quanto accaduto a Ravenna, e anche numerose. La più recente: una assessora della giunta comunale di Ferrara ha attaccato alcuni medici dell’ospedale di Cona per le loro dichiarazioni di incompatibilità sanitaria. In verità il medico che fa una dichiarazione di incompatibilità risponde a un suo basilare dovere deontologico: tutelare la speranza di vita e di salute della persona.

Chiedere ai medici una valutazione di compatibilità alla detenzione in un CPR è come se un sequestratore di persona domandasse a un medico il via libera a imprigionare la sua vittima. Può un medico dare il suo nulla osta e garantire che la «detenzione amministrativa» cioè la privazione della libertà e la detenzione in un lager (questo sono oggi i CPR) sia “sopportabile” da parte di una persona che ha commesso il supposto reato di immigrazione clandestina ?

I CPR hanno dimostrato un grandissimo potere morbigeno sia fisico che psicologico che ha avuto come effetto un altissimo numero di suicidi, un numero elevatissimo di condotte cosiddette autolesioniste (cosiddette in quanto si tratta di autolesionismo indotto dalle condizioni di disperazione in cu vivono gli internati).

Il tentativo “neocoloniale” del governo Meloni di portare lo strazio dei CPR in Albania risponde solo alla logica ipocrita dell' “occhio non vede cuore non duole”. In verità nonostante i tentativi di occultamento in Italia ci sono occhi che vedono e cuori che dolgono per il trattamento bestiale che gli internati nei CPR subiscono.

La storia parte da lontano: quando esistevano i CIE/CP (e noi eravamo contrari) sollevammo comunque il problema della vigilanza da parte delle Ausl, in analogia a quella che dovrebbe essere svolta nelle carceri. Appunto: dovrebbe visto che per esempio la Ausl Romagna si ostina a non rispondere alla nostra istanza di accesso ai rapporti semetrali delle carceri di Ravenna, Forlì e Rimini.

Tornando ai CIE-CP allora la Regione Emilia-Romagna RESPINSE QUELLA NOSTRA SOLLECITAZIONE sostenendo che il Cpt-Cie non è un carcere. Poi i “decisori politici” hanno maneggiato norme e princìpi costituzionali fino a definire (dopo una serie di eventi luttuosi) procedure per l’ammissibilità della detenzione nel CPR. Significativamente queste procedure non sono state elaborate dal ministero della Salute ma dal ministero degli Interni ; che un problema di tutela sanitaria venga gestito dal ministro “di polizia” ricorda i tempi in cui i manicomi, in Spagna, erano appunto sotto la suddetta gestione. Problema dunque non di salute ma di “ordine pubblico”; forse nel tentativo di prevenire qualcuno degli eventi più clamorosi. Si è insistito sulla prassi della valutazione di idoneità utile, in caso di alcuni eventi infausti, per lavarsene le mani.

Ma la Federazione nazionale degli ordini dei medici ha parlato chiaro: il potere politico non può chiedere ai medici «prestazioni professionali» che violano gli elementari doveri deontologici.

La magistratura ha il diritto (o meglio il compito) di indagare su abusi e condotte illegittime. E veniamo a caso di Ravenna. Al momento l’argomento “forte” dei soliti bene informati riguarderebbe un cittadino senegalese che prima sarebbe stato dichiarato «incompatibile» e poi avrebbe commesso molestie sessuali. Quale sia la fonte di questa “notizia” non è dato sapere e quindi non intendiamo commentarla; anche se non è detto che la “cura” per chi ha fatto molestie (provate o ipotizzate?) debba essere il CPR. Impossibile peraltro che tutti i certificati “non idonei” rilasciati a Ravenna siano stati per molestatori.

Riteniamo che la magistratura avrebbe potuto e dovuto usare un approccio meno plateale: la condotta medica può essere monitorata con ben altri strumenti che non le perquisizioni in ospedale e a domicilio. Se sono stati commessi “errori” questi vengono benissimo a galla con mezzi non invasivi, visto che le cartelle cliniche non si possono né manipolare né distruggere. Non c’era bisogno di mostrare i muscoli ma se una parte del ceto politico chiede ai medici di fare i carcerieri il discorso cambia.

Seguiremo con la massima attenzione la vicenda di Ravenna perché l’entrata a gamba tesa nell’ospedale pone dubbi sulla tenuta dell’assetto democratico nel nostro Paese.

 

Casi di “morbo k” a Ravenna? E anche a Ferrara? O in tutta Italia? - Vito Totire

Per facilitare le indagini e la loro chiusura veloce, “confesso”: io sono complice della SIMM, cioè la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. E posso documentarlo.

Intanto per i medici di Ravenna sotto inchiesta, a mio parere nessun addebito, piuttosto UN ENCOMIO.

E’ evidente che un certo ceto politico abbia sempre tentato di asservire i cittadini ma anche la magistratura e la classe medica.

Al momento noi vogliamo aprire una nostra inchiesta su quello che è accaduto a Ravenna. Come abbiamo già detto c’era stata un evento sentinella a Ferrara: critiche ai medici dell’ospedale di Cona per aver redatto, secondo l’accusa, certificati «ideologici». Che le divergenze ideologiche tra accusati e accusatori siano enormi non abbiamo dubbi; che una delle parti in causa usi strumenti repressivi, peraltro così rozzi, non ci sta bene.

Stiamo cercando di comprendere la dinamica che ha portato alle perquisizioni di Ravenna. Qualcuno forse avrà pensato all’episodio di Roma nel 1943 quando alcuni coraggiosi medici inserirono nella nosografia ufficiale il MORBO DI K ; una malattia inesistente ma supposta contagiosa e pericolosa che tenne lontani i nazisti da un reparto ospedaliero dell’isola Tiberina (dove erano ricoverati anche ebrei). Chiunque conosca quella storia deve rendere omaggio ai medici Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini che inventando il morbo di K riuscirono a salvare un centinaio di ebrei dalla furia genocida dei nazisti. Noi che abbiamo sempre salutato quell’evento con entusiasmo ed ammirazione ci siamo trovati negli ultimi anni ad essere accusati di sentimenti antiebraici … spesso dai nipotini politici di fascisti, negazionisti e collaborazionisti!

Sarà successo che a qualcuno sia sorto il dubbio della riproposizione a Ravenna di una strategia analoga a quella di Roma del 1943? Come abbiamo già detto i magistrati hanno il diritto/dovere di indagare. Devono però accantonare il dubbio di trovarsi di fronte a casi del Morbo di K. Se hanno dubbi possono acquisire la documentazione o anche sentire i medici ma come «persone informate sui fatti» e non come indagati. In corso d’opera poi potremo confrontarci pubblicamente su cosa significhi «salute psicofisica» e su cosa occorra garantire per evitare una riduzione della speranza di salute e di vita delle persone, migranti o stanziali che siano.

Non abbiamo dubbi che la condotta dei medici di Ravenna sia stata deontologicamente corretta e che meritino encomi piuttosto che vicissitudini giudiziarie in qualità di indagati. Prevenire malattie, disagio, suicidi e autolesionismi è dovere del medico e a questo obiettivo tutti, per quanto possibile, devono collaborare senza ostruzionismi.

Infine una sottolineatura. Un organo di stampa ha sussurrato: si cercano contatti con la SIMM, la società di medicina delle migrazioni. Personalmente, per facilitare le indagini, mi dichiaro complice della SIMM. Non c’è bisogno di ricerche o interrogatori: come soci della SIMM sui diritti umani e della salute abbiamo un’idea diversa a quella del governo in carica e, in particolare, di certi suoi ministri. Lo confessiamo.

Auspichiamo che si chiuda velocemente questa “inchiesta” magari anche porgendo le scuse ai medici indagati.

 

Ravenna: il governo vuole arrestare anche Ippocrate? - Vito Totire

Cosa chiede il governo in carica ai medici: credere, obbedire e…internare.

Abbiamo già riscontrato che qualche organo di informazione è andato a “ravanare” attorno ai documenti elaborati dalla SIMM, una meritoria associazione medica che da molti decenni si occupa di salute dei migranti e della quale anche io faccio parte.

Le indicazioni della SIMM sono utili per chi ha a cuore il diritto alla vita e alla salute degli “ultimi”. Ma alcuni astuti gendarmi e alcuni giornalisti “con l’elmetto” vanno alla ricerca forse di occulte indicazioni sovversive; nei loro sforzi di interpretazione e di esegesi del testo rischieranno però scompensi ed ernie cerebrali da sforzo.

La situazione è chiara. Simm (e una vasta serie di soggetti e associazioni di volontariato) hanno un semplice e dichiarato obiettivo: contribuire a garantire a tutte le persone viventi sul pianeta la stessa speranza di salute e di vita.

Altri sono invece i fini del governo in carica e di qualche settore della magistratura. PIANTEDOSI E MELONI RINCHIUDEREBBERO IN UN LAGER ALBANESE ANCHE IPPOCRATE.

Dal 1968 in poi non siamo stati apologeti acritici di Ippocrate ma un conto è la critica su alcuni aspetti della medicina “ippocratica” un conto è criminalizzare il nocciolo positivo della deontologia medica.

IL GOVERNO IN CARICA VUOLE MILITARIZZARE LA SANITA’ PUBBLICA COME STA CERCANDO DI MILITARIZZARE TUTTI I COMPARTI DELLA SOCIETA’ dalla scuola ai settori “produttivi” come conferma la denuncia nei confronti di operai metalmeccanici per una recente manifestazione a Bologna.

In ogni caso la questione dei CPR parte da lontano ed evidenzia anche crepe recenti; la posizione del cosiddetto centrosinistra sui CPR è meno “cruenta” ma nel migliore dei casi “pilatesca”.

§  All’epoca dei CPT/CIE la regione Emilia-Romagna ha sostenuto non potersi estendere le visite (almeno) semestrali ai CPT perché “non sono carceri”. Analoga la posizione, sia pure più sofferta, del Comune di Bologna; dunque un luogo nel quale si viene trattenuti contro la propria volontà non sarebbe un carcere…

§  Certe linee-guida per la gestione sanitaria dei CPR sono state emanate dalla signora ministra LUCIANA LA MORGESE che fa parte dell’area politica del cosiddetto “campo largo”: cme si suol dire “stiamo freschi”…NESSUNO DEI FINI GIURISTI ITALIANI HA CONTESTO L’ASSURDO DI UNA LINEA GUIDA PER LE VALUTAZIONI MEDICHE EMANATE DAL MINISTERO DEGLI INTERNI… facendo tornare alla memoria la Spagna franchista in cui i manicomi erano appunto sotto la giurisdizione del miinistero degli Interni anziché della Salute.

§  Il sindaco di Milano sul CPR in città ha sempre assunto una posizione di consenso (un sì tecnico…che vuole dire?)

§  Nessuno dei sindaci dei territori che “ospitano” CPR ha mai risposto alla nostra proposta di includere questi lager nelle visite semestrali delle USL (e diversi sindaci appartengono al cosiddetto centrosinistra)

§  Se parliamo poi di altre istituzioni totali: da giugno attendiamo il rapporto semestrale sulle carceri romagnole e dal 18.6.2025 la AUSL ROMAGNA…NON RISPONDE; per non parlare di quella di Parma che impone la “tassa sul buon samaritano” ai medici che entrano come volontari a visitare una persona privata delle libertà; e per ora la Regione Emilia-Romagna su questa incresciosa “tassa” tace e…acconsente

§  Inquietante anche la posizione possibilista assunta dall’attuale presidente della Regione E-R su eventuali cpr in Emilia; ha preso le distanze dalla posizione più negativa del sindaco di Bologna che comunque non va enfatizzata in quanto è diverso dire «non qui» dal dire – come è giusto – «no da nessuna parte»; anche la destra ferrarese pare non “gradisca” un CPR e in fondo l’operazione neocolonialista della signora Meloni in Albania un po’ si ispira alla politica “occhio non vede cuore non duole”…

In sostanza la lotta per la demolizione delle istituzioni totali – che ebbe una punta di eccellenza con la abolizione dei manicomi – è ancora lunga e in salita molto ripida a causa delle politiche di militarizzazione, clausura e repressione nei confronti di chi si oppone allo stato di cose presenti.

Gli effetti delle politiche carcerarie sono la violazione dei diritti umani, i “suicidi”, gli omicidi, l’autolesionismo, una perdita drammatica della speranza di vita e di salute.

Sulla vicenda di Ravenna :

§  Prendiamo atto della mobilitazione indetta per il 16 febbraio 2026 (alle ore 16) presso l’ospedale e aderiamo

§  Che ai medici “indagati” vengano porte scuse pubbliche; non abbiamo contestato a priori l’indagine contestiamo vivacemente il “metodo”

§  Che l’indagine venga comunque velocemente chiusa con un non luogo a procedere

§  Esprimiamo ancora una volta ai medici indagati : sostegno morale e materiale, supporto legale e medico-legale ovviamente pro-bono

§  La medicina al servizio della persona non ha niente a che fare con i diktat del governo ispirati alla prassi del “credere, obbedire e…internare”

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra, portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna e della Rete Nazionale Lavoro Sicuro.

 

«LA CURA NON E’ UN REATO»

APPELLO-DENUNCIA URGENTE A SUPPORTO DEI MEDICI INDAGATI A RAVENNA

si può firmare qui: https://c.org/xPRPSG7CxP

La gravità estrema dei fatti relativi alla perquisizione presso il Reparto di Infettivologia di Ravenna “a caccia” de* medic* che avevano certificato la inidoneità di alcune persone destinate al CPR, ora indagati, ci impone con urgenza una presa di posizione collettiva.

QUI il nostro post sui fatti

Abbiamo pensato di raccogliere la solidarietà di chiunque abbia a cuore il tema della detenzione amministrativa con un appello-denuncia, in difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute in questo campo, rivolto:
– ai Presidenti degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri,
– alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO),
– al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
– alle società scientifiche e alle associazioni di soccorso e cura delle persone migranti
– all’opinione pubblica

Firma anche tu in solidarietà de* medic* indagati e per gli altri che come loro rivendicano la libertà di valutare in scienza e coscienza se inviare qualcuno in uno dei centri di detenzione amministrativa, pacificamente psicopatogeni, in ragione di innumerevoli evidenze oggettive e dello stesso parere dell’OMS.

https://c.org/xPRPSG7CxP

Testo ripreso dalla newsletter di «Mai più Lager No ai Cpr»

da qui

domenica 28 dicembre 2025

Il caso dell’imam Shahin non è un’eccezione. La politica delle espulsioni e il ruolo dei Cpr - Erasmo Sossich

 

Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin viene fermato dalla polizia la mattina del 24 novembre 2025, mentre accompagna i figli a scuola. In poche ore da Torino viene portato nel Cpr di Caltanissetta, dove rimane detenuto in attesa di essere espulso in Egitto, suo paese d’origine. In quanto oppositore del regime di al-Sisi, in caso di deportazione rischia di essere detenuto, torturato, ucciso. Dopo tre settimane, la mattina del 15 dicembre, viene liberato su disposizione della Corte d’Appello del tribunale di Torino, che accoglie il ricorso presentato contro la sua detenzione. Il peggio sembra quindi alle spalle, ma il suo caso non è ancora concluso. Inoltre, quanto avvenuto a Shahin non è un caso isolato, ma indice di una profonda trasformazione nella politica delle espulsioni.

Mohammed Shahin ha quarantasei anni, ventuno dei quali passati in Italia. Qui si è sposato, ha avuto due figli e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo, ma non la cittadinanza. È l’imam della moschea Omar Ibn al-Khattab, situata nel cuore del quartiere di San Salvario a Torino, nota per la promozione di iniziative di dialogo inter-religioso e la cooperazione con la società civile; negli ultimi due anni è stato una presenza costante nel movimento cittadino in solidarietà con la Palestina, facendo propria una prassi non-violenta e sostenendo il dialogo con le istituzioni. Ciò ha fatto di Shahin una figura pubblica e trasversale, nota in città e altrove, come testimoniato dalla campagna per la sua immediata liberazione, che ha visto mobilitarsi movimenti sociali, parte del mondo dell’università e dell’associazionismo ma anche personalità politiche e religiose. Tuttavia, ciò non è stato sufficiente a proteggerlo: per il governo, Shahin rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale, e pertanto deve essere espulso dal paese.

Il decreto di espulsione è stato firmato dal ministro dell’interno Piantedosi in persona. Il decreto segue un’interrogazione parlamentare promossa da Augusta Montaruli, deputata torinese di Fratelli d’Italia, nella quale si chiedeva l’allontanamento dell’imam in virtù della sua pericolosità. Secondo Montaruli questa sarebbe evidenziata da alcune affermazioni in cui avrebbe giustificato gli eventi del 7 ottobre 2023. Stando alla Corte d’Appello di Torino, che il 28 novembre ha convalidato il trattenimento dell’imam nel Cpr di Caltanissetta, tali frasi possono esasperare tensioni sociali, al punto da costituire una minaccia per la sicurezza della società italiana. “La tutela della libertà di manifestazione del pensiero – scrive la giudice Maria Cristina Pagano nel provvedimento citato dal Manifesto – ha sempre un limite non derogabile nell’esigenza che attraverso il suo esercizio non vengano sacrificati beni anch’essi voluti garantire dalla Costituzione e che tale deve ritenersi il mantenimento dell’ordine pubblico”. E poco importa se la procura torinese avesse già decretato, in seguito a una segnalazione diretta da parte della Digos, che le parole dell’imam non costituissero una violazione del Codice penale, archiviando  il caso. Oltre a ciò, a riprova della sua pericolosità, viene citata la sua partecipazione a un blocco stradale, avvenuto nel corso di una manifestazione in solidarietà alla Palestina, il 17 maggio 2025; vengono sottolineati i suoi rapporti con Gabriele Ibrahim Delnevo, ventitreenne genovese morto da “foreign fighter” in Siria, ed Elmahdi Halili, condannato più volte per reati legati al terrorismo di matrice islamica. Tuttavia, i “rapporti” contestati si limitano a un controllo occasionale di polizia nel 2012 durante il quale Shahin si trovava assieme a Delnevo, e a un’intercettazione telefonica del 2018, contestuale alle indagini su Elmahdi, in cui quest’ultimo suggeriva a un conoscente di recarsi alla moschea di Omar. Infine, va sottolineato che, almeno in un primo momento, i fascicoli relativi ai reati citati nel decreto di espulsione erano stati fatti passare per secretati, “in quanto concernente documentazione classificata come riservata”. Così si legge nel decreto, e così è stato ribadito dalla giudice della Corte  D’Appello nelle motivazioni sulle quali basa la decisione di non liberare l’imam. In virtù degli accordi tra Italia ed Egitto, cui l’Italia attribuisce lo status di “paese sicuro”, le deportazioni verso l’Egitto sono ormai una prassi consolidata e ben documentata: ogni mese parte da Roma, con scalo a Palermo, un volo charter scortato dalle forze di polizia e diretto al Cairo.

Nei giorni successivi gli avvocati di Shahin, Fairus Ahmed Jama e Gianluca Vitale, hanno presentato diversi ricorsi, e il 15 dicembre la Corte d’Appello di Torino ha accolto il ricorso presentato contro il trattenimento. Nelle prime ore del pomeriggio Shahin è stato quindi liberato. Stando all’ordinanza che ne ha disposto la liberazione, firmata dal consigliere Ludovico Morello, la nuova decisione segue l’acquisizione di nuovi importanti elementi da parte della corte. Innanzitutto, i procedimenti penali citati nel decreto di espulsione non risultano essere secretati. Al contrario, il procedimento relativo alle frasi proferite era stato archiviato, e dall’esame degli atti relativi al blocco stradale emerge una condotta non connotata da alcuna violenza o da altri fattori indicativi di pericolosità. La Corte sottolinea inoltre che le parole pronunciate il 9 ottobre, condivisibili o meno, sono espressione di pensiero e non possono essere ritenute elemento fondante il giudizio di pericolosità. In secondo luogo, viene riconosciuto il “concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”. In terzo luogo, si rileva che i contatti con i soggetti condannati per apologia di terrorismo sono isolati e datati. In quarto luogo, viene sottolineato che Shahin vive in Italia da oltre vent’anni, durante i quali si perfettamente inserito nel tessuto sociale del paese. In definitiva, non ci sono elementi per affermare che Shahin sia attualmente pericoloso. Ciononostante, le prossime settimane vedranno rapidamente succedersi diverse udienze: una al Tar del Lazio per la sospensione del decreto di espulsione (22 dicembre); una alla Corte di Cassazione sul trattenimento (9 gennaio); una al Tar Piemonte contro la revoca della carta di soggiorno (14 gennaio). Resta ancora ignota la data dell’udienza del ricorso al tribunale di Caltanisetta, contro il rigetto della domanda di protezione internazionale, presentata da Shahin subito dopo l’inizio della detenzione.

PER RAGIONI DI SICUREZZA
La possibilità che il ministro degli interni disponga l’espulsione amministrativa di uno straniero per ragioni di ordine pubblico o di sicurezza è presente nell’ordinamento italiano da molto tempo. Se prima del ventennio numerose leggi, regi decreti e regolamenti lasciavano ampia discrezionalità all’autorità amministrativa, a partire dal 1931 l’espulsione degli stranieri viene regolata dal Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, articolo 150), tutt’ora in parte vigente. Sebbene il tema non sia affrontato nella prima riforma organica in materia di immigrazione, la legge Foschi (legge 30 dicembre 1986, n. 943), la questione delle espulsioni viene nuovamente affrontata dalla legge Martelli (legge 28 febbraio 1990, n. 39), che a distanza di anni verrà utilizzata come base per il Testo Unico sull’immigrazione (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286). Questo rimane a oggi lo strumento normativo fondamentale sull’argomento, per quanto soggetto a diversi “aggiustamenti”, come la legge Bossi-Fini del 2002 (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) e  il decreto Pisanu (decreto legge 27 luglio 2005, n. 144), che ha definito le  norme  in  materia di espulsioni degli stranieri per motivi di prevenzione del terrorismo.

A oggi la questione dell’espulsione amministrativa “per gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato” rimane quindi regolata al comma 1 nell’articolo 13 del Testo Unico sull’immigrazione, lo stesso articolo che al comma 2 regola la disposizione dei “normali” decreti di espulsione da parte dei prefetti nei confronti degli stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. L’ultimo intervento al riguardo sono state le Disposizioni urgenti in materia di immigrazione e protezione internazionale (decreto legge ottobre 2023, n. 133), che però si limita a precisare le modalità dell’espulsione nel caso di stranieri dotati di permesso di soggiorno di lungo periodo (articolo 9). Nonostante il succedersi delle norme, le motivazioni che permettono il ricorso al decreto di espulsione per ragioni di sicurezza rimangono però estremamente generiche, il ricorso alla misura ampiamente discrezionale, e molto complicate le possibilità di difesa. Infine, essendoci in ballo la sicurezza nazionale, i fascicoli relativi ai reati su cui sono basati i decreti possono essere secretati.

Se nel corso del secondo Novecento le espulsioni motivate per ragioni di sicurezza sono state utilizzate soprattutto per allontanare soggetti coinvolti in attività di spionaggio o legati alla criminalità organizzata, nel corso degli anni Duemila queste sono spesso state associate al terrorismo di matrice islamica. Secondo una ricostruzione fatta dal Post, tra il 2004 e il 2014 il governo ha promosso una media di quattordici espulsioni all’anno. Dal 2014 al 2017 sono state quarantaquattro all’anno, per arrivare a cento nel 2018, settantuno nel 2019 e sessantuno tra luglio 2021 e agosto 2022. Stando all’ultimo rapporto pubblicato dal Viminale, sono 203 le persone rimpatriate per motivi di sicurezza da ottobre 2022 a luglio 2025, su un totale di 1.755 rimpatri tra gennaio 2023 e luglio 2025. Sebbene i periodi cui si riferiscono i dati sulle espulsioni per pubblica sicurezza e le espulsioni totali non collimino del tutto, è chiaro che si tratta di una crescita esponenziale. Questi numeri sono  sintomatici di una nuova funzione assunta dalla macchina delle espulsioni: nel nome della sicurezza, i Cpr stanno venendo sistematicamente utilizzati per detenere ed espellere oppositori politici.

Nel contesto italiano alcune vicende simili a quella di Shahin hanno goduto di attenzione mediatica. Il più noto è probabilmente il caso di Seif Bensouibat, l’insegnante algerino accusato di aver espresso supporto ad Hamas in una chat privata, al quale, nel febbraio del 2024, è stato revocato lo status di rifugiato. Dopo aver rischiato l’espulsione dal Cpr di Ponte Galeria, lo status di Seif è stato però nuovamente riconosciuto nel novembre 2024. Zulfiqar Khan, cittadino pachistano da quasi trent’anni in Italia e imam di un centro islamico di Bologna, è stato invece espulso nell’ottobre 2024 dopo essere stato indagato per istigazione a delinquere per le sue posizioni su Israele.

La detenzione di soggetti ritenuti pericolosi all’interno dei Cpr non è però sempre conseguenza di un decreto di espulsione per ragioni di sicurezza, come reso evidente dal caso di Halili Elmahdi, la stessa persona le cui intercettazioni sono stata utilizzate per giustificare la detenzione di Shahin. Cittadino italiano di origini marocchine, Elmahdi è stato condannato più volte per reati legati al terrorismo di matrice islamica, la prima volta appena ventenne. Nel 2023 viene privato della cittadinanza, una misura resa possibile dal decreto sicurezza varato da Salvini nel 2018 con il supporto dell’allora capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi  (decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113), e una volta finito di scontare la sua seconda condanna viene trattenuto in un Cpr, nonostante sia nato e cresciuto in Italia, allo scopo di venire espulso in Marocco. Sebbene il rimpatrio non sia stato eseguito, al momento del rilascio Elmahdi entra in una condizione di estrema marginalità, vivendo da senzatetto nelle strade di Torino, per venire nuovamente arrestato per associazione terroristica internazionale nel maggio 2024 e infine liberato nel luglio 2025, una volta escluso il reato di terrorismo.

L’aumento delle detenzioni nei Cpr per ragioni di sicurezza procede parallelo all’aumento dei cittadini stranieri detenuti nelle più classiche prigioni per reati politici. Emblematici il caso del palestinese Anan Yaeesh, detenuto nel carcere dell’Aquila da gennaio e a rischio di estradizione verso Israele, ma anche quelli di Alì Irar e Mansour Doghmosh, tutti incarcerati in Italia con accuse di terrorismo (270 bis del codice penale), in seguito a mandati di cattura italo-israeliani. Molto  grave  anche il caso di Tarek, condannato a quattro anni per resistenza aggravata dopo essere stato arrestato a Roma durante una manifestazione in solidarietà alla Palestina, il 5 ottobre 2024.

Guardando al contesto internazionale, ma limitando l’analisi ai casi che hanno ottenuto un certo grado di visibilità mediatica, negli ultimi due anni ci sono stati numerosi casi di espulsioni giustificate per ragioni di sicurezza. A New York, oltre settanta studenti della Columbia University coinvolti nel movimento in solidarietà alla Palestina sono stati oggetto di un ampio insieme di provvedimenti, tra cui diversi tentativi di allontanamento, come nei casi di Mahmoud Khalil, arrestato nel marzo 2025, di Ranjani Srinivasan, cui è stato revocato il suo visto, e di Lequaa Kordia, studentessa palestinese originaria di West Bank, arrestata per un visto scaduto. A Berlino, ad aprile 2025, i cittadini europei Shane O’Brien, Roberta Murray e Kasia Wlaszczyk e lo statunitense Cooper Longbottom hanno ricevuto un’ordinanza di espulsione per paventate minacce alla sicurezza, anche nel loro caso motivate della loro partecipazione al movimento di solidarietà alla Palestina. Il 14 maggio 2024, ad Atene, la polizia greca ha arrestato ventotto persone durante lo sgombero della facoltà di Giurisprudenza, occupata in solidarietà con la Palestina: nove attivisti internazionali, tra cui due cittadine italiane, sono stati prima trasferiti all’interno di un centro di detenzione e dopo una reclusione di alcune settimane sono stati tutti liberati e attendono ancora oggi la conclusione dei procedimenti a proprio carico. Solo uno di loro, dopo essere stato nuovamente arrestato l’estate successiva, verrà infine espulso.

La pratica dell’espulsione per motivi di sicurezza non è tuttavia limitata a coloro che hanno espresso solidarietà con la causa palestinese, ma è utilizzata anche per colpire i rifugiati politici. È il caso di Baris Erkus, rifugiato politico curdo in Grecia da otto anni dopo aver lasciato la Turchia, il cui status di protezione internazionale è in corso di riesame, oppure, sempre in fuga dalla Turchia, di Abdulrahman AlBakr al-Khalidi, attivista saudita per i diritti umani in detenzione amministrativa da quattro anni nella vicina Bulgaria, segnando il cupo record della più lunga detenzione amministrativa in Europa.

Già in esilio in Turchia dal 2013, Abdulrahaman era stato nuovamente costretto a lasciare il paese dove aveva trovato rifugio dopo il rapimento del suo amico e collaboratore Jamal Khashoggi, assassinato all’interno del consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018. Dopo quattro anni di detenzione, il fascicolo che proverebbe la sua pericolosità rimane ancora secretato.

Infine, l’8 dicembre 2025 il Consiglio dell’Unione europea ha siglato un nuovo accordo al fine di standardizzare la politica delle espulsioni per i cosiddetti “cittadini di paesi terzi”, prevedendo “misure speciali per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza”. In linea con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, operativo da giugno 2026, l’Unione arricchisce il diritto comunitario con le “buone pratiche” sperimentate dai propri paesi membri.

CONCLUSIONI
Questa rapida panoramica mette in evidenza due elementi. In primo luogo, sembra che i provvedimenti di espulsione prendano di mira alternativamente cittadini provenienti dal sud globale o cittadini occidentali che abbiano preso parte ai movimenti in solidarietà alla Palestina. L’impressione è che questi abbiano oltrepassato un limite invalicabile, superato il quale i privilegi accordati dalla condizione di cittadini occidentali vengono revocati. In secondo luogo, buona parte dei casi che hanno ottenuto una qualche visibilità mediatica riguardano studenti universitari o cittadini occidentali, fornendo un’immagine distorta di un processo che – in assenza di dati ufficiali, eccetto quelli relativi al caso italiano – possiamo ipotizzare interessi in larga parte stranieri in condizione di marginalità.

Per quanto riguarda l’Italia possiamo invece osservare la configurazione di due binari, l’uno amministrativo e l’altro penale, dei quali gli organi repressivi possono servirsi quando intendono procedere alla detenzione o all’espulsione di coloro che sono etichettati come una minaccia per la sicurezza, propria o dei propri alleati. Ciò che appare evidente è che ovunque i centri di detenzione amministrativa stanno assumendo sempre più la funzione di campi di concentramento per oppositori politici, mettendo nelle stesse celle presunti militanti jihadisti, attivisti per i diritti umani, ex combattenti, professori, figure religiose, attivisti pro-pal.

Quel che è successo a Shahin non è un’eccezione. L’evento eccezionale, piuttosto, è che opinione pubblica, media e movimenti si siano accorti di quanto accaduto. Se questo isolamento si è rotto lo dobbiamo alla forza della solidarietà nata in seno al movimento per la Palestina, che ha portato per la prima volta migliaia di cittadini italiani a mobilitarsi in difesa di un imam a dispetto dell’accusa di fiancheggiamento al terrorismo. Non c’è dubbio che senza la rumorosa campagna per la sua immediata liberazione, e senza la difesa di due legali esperti e immediatamente disponibili, la vicenda di Shahin sarebbe potuta evolvere molto diversamente. La mossa di Piantedosi non va quindi letta come un evento isolato. Arbitrarietà, forzature e complicità tra apparati esecutivi e amministrativi sono la regola. Il risultato della partita che rimane da giocare, in ambito giudiziario, dipende in larga misura dalla possibilità di mobilitare risorse e solidarietà su cui non molti stranieri possono contare. L’eccezione è la regola, lo è sempre stata, nel governo “dell’emergenza migranti”. Dentro lo stato democratico, vive un altro stato: lo stato degli stranieri e dei senza cittadinanza, fatto di leggi e burocrazie autonome, di prassi arbitrarie e di spazi al di fuori del diritto, retti dalla legge della forza. Lo si trova alle frontiere, dentro le mura dei Cpr, negli uffici immigrazione e nelle “zone rosse” pattugliate da polizia e militari che fanno pendere ogni giorno sui cittadini stranieri la minaccia dell’espulsione e il ricatto dei documenti. Lo si trova nelle campagne, dove il bracciantato migrante vive nella segregazione, e nell’economia sommersa delle metropoli e dei distretti industriali. Questo stato di cittadini senza cittadinanza, su cui sempre volteggia il sospetto, è la colonia. Quella colonia che ha convissuto e continua a convivere con i regimi liberali, spesso usando la democrazia stessa come legittimazione del progetto coloniale. Un nuovo regime di apartheid si sta consolidando, ai confini d’Europa e al loro interno, e ovunque i centri di detenzione ed espulsione assumono sempre più la funzione di campi di prigionia per quei cittadini senza cittadinanza che osano dimostrare il proprio dissenso.

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martedì 4 febbraio 2025

Chiusi i manicomi. Aperti i CPR

 

Intervista a Luca Rondi, autore con Lorenzo Figoni di Gorgo CPR, libro sui luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione edito da Altreconomia.

di Ettore Macchieraldo e Valentina Valle B.

 

Ettore: il libro è fatto molto bene, non posso dire che sia bello perché le cose che ci sono scritte non lo sono. Mi è piaciuta molto la citazione finale di Fenoglio, che è un po’ la chiave di lettura del libro.

Quello da cui volevo partire, però, è il fallimento totale della politica dei rimpatri. La finalità dei CPR dovrebbe essere quella ma, in realtà, i dati che riporti fanno emergere che solo il 16% delle persone che dovrebbero esserlo vengono rimpatriate. E così?

Luca: Sì, assolutamente. In termini numerici nel 2023 su 28.347 persone destinatarie di un provvedimento di espulsione, dai CPR italiani ne sono state rimpatriate “solo” 2.987, ovvero il 10%. Numeri irrilevanti, mentre “pesa” la sofferenza patita dai pochi che subiscono un rimpatrio forzato. Immaginate che cosa significa essere svegliati nella notte in una stazione del CPR, essere scortati da tre poliziotti su un aereo e ritrovarsi nel proprio paese di origine poche ore dopo.

La follia a mio avviso è pensare che una politica efficace di rimpatrio possa essere, in primo luogo possibile e, in secondo, auspicabile. Pensiamo al caso del Gambia: un terzo del Prodotto Interno Lordo è generato dalle rimesse, ovvero i soldi che vengono mandati a casa dalle persone che sono emigrate dal paese. Per un Presidente di un simile Stato accettare un rimpatrio forzato di migliaia di cittadini dall’Europa significa mettere ulteriormente in ginocchio un’economia che già fa fatica. E poi, aggiungo, spesso i rimpatri possono trasformarsi in una brutta parentesi nelle storie di immigrazione delle persone. Tantissimi cittadini tunisini, di cui ho ascoltato le storie, sono stati rimpatriati e una volta rientrati nel loro paese di origine hanno passato il loro tempo a mettere da parte i soldi per ripartire e così tornare in Italia. In alcuni casi tentando anche quattro o cinque volte.

Ettore: La questione del fallimento della politica dei rimpatri non è, in realtà, funzionale a mantenere una quota di manodopera nel mercato del lavoro illegale, in nero, da sfruttare? Non potrebbe essere molto funzionale avere questo esercito di riserva di lavoratori?

Luca: L‘irregolarità è generata da un sistema che rende la richiesta d’asilo l’unica via di regolarizzazione possibile nel nostro Paese. Il non avere un documento, che spesso viene visto erroneamente come una colpa, spinge le persone in situazione di vulnerabilità. Anche sul luogo di lavoro: se non hai né un contratto né un permesso di soggiorno sei doppiamente ricattabile. Si stimano 500 mila persone che sono in Italia ma restano invisibili per lo Stato, spesso non per datori di lavoro spregiudicati.

Ettore: Secondo te come sarebbe possibile ribaltare la narrazione che fa in modo che cresca la paura e la richiesta di politiche securitarie?

Luca: E’ una domanda difficile. Qualcuno potrebbe chiederci perché ci occupiamo di strutture che, in questo momento in Italia, ospiteranno più o meno 300-400 persone recluse. Qualcuno potrebbe dire che è una cosa piccola, una cosa poco rilevante e invece per noi sono veramente un simbolo. Anche chi ha una visione “chiusa” sull’immigrazione, anche chi è razzista, dovrebbe essere di fatto contro i CPR, perché i CPR non raggiungono il loro obiettivo, sono un enorme spreco di denaro pubblico e rendono le nostre città più insicure.

Non è vero che il CPR garantisce maggiore sicurezza nelle città, perché delle 6mila persone che in un anno sono transitate in un CPR, circa la metà poi tornano dalle nostre comunità dopo aver passato un mese, due mesi, tre mesi –attualmente la legge ne prevede 18– in condizioni disastrose. In un CPR non c’è alcuna attività, un giorno è uguale a quello precedente e quello successivo, con un abuso di psicofarmaci in un limbo infinito. Le terapie, all’uscita, vengono poi interrotte bruscamente, tanto quando venivano somministrate non seguivano alcun piano terapeutico. Per di più, quando si esce dal CPR, spesso si è gli ultimi, degli ultimi, degli ultimi. Si ha molta più paura di tentare una via di regolarizzazione, è molto più difficile ottenere un permesso di soggiorno etc, etc, etc. Quelle 3mila persone uscite e poi reimmesse nelle nostre comunità, perdonatemi la semplificazione, ma sono ancora più vulnerabili di quando entrarono nel CPR.

A cosa serve il CPR? Perché le persone che ci mettiamo dentro non sono nostri fratelli, nostre sorelle, non sono bianche ma arrivano da altri paesi -soprattutto alcuni- e ci permettiamo di fare a loro quello che non faremmo mai a noi. Abbiamo creato questo mostruoso sistema parallelo di detenzione. Ha un valore simbolico.

Ettore: Sì, è un messaggio…

Luca: Sì, dà un messaggio. Questa è, però, anche una grande bugia perché, sicuramente, dà un messaggio alle persone che ci passano e che soffrono e se lo portano dietro nella loro vita, ma non non ne manda nessuno alle persone che devono decidere di partire o, peggio ancora, devono in qualche modo valutare se lasciare posti come la Libia, oppure se lasciare la Tunisia. Di fronte a quelle condizioni di violenza sistematica che vivono in questi paesi, non è di certo un CPR, né in Italia né in Albania, che cambia la tua volontà di proseguire nel viaggio. Mi piacerebbe portare dei dati, purtroppo c’è solo uno studio che fa una piccola indagine in Senegal, intervistando mille uomini tra i 18 e i 40 anni, chiedendo se le nuove regole stringenti sull’accoglienza del governo tedesco siano quantomeno conosciute all’interno di questo villaggio: l’11% riteneva che fosse rilevante l’ammontare dei sussidi statali per scegliere il Paese di destinazione, meno della metà non sapeva neanche ci fossero degli aiuti pubblici. Chissà quanti sanno che cos’è il Centro per migranti in Albania. Io credo pochi. Quindi è anche una grande bugia raccontarci che questo previene le partenze.

Ettore: però determina una sudditanza nel paese in cui si è ospiti. Il messaggio è molto più questo che quello della deterrenza. Significa dire: sei in un posto dove devi stare zitto, non essere nessuno, non avere diritti e così via.

Il parallelismo con i manicomi che fate nel libro è molto azzeccato. I manicomi erano dei luoghi in cui le persone non avevano un’identità, non avevano neanche diritti finché non è arrivato Basaglia e la riforma che è stata fatta alla fine degli anni ‘70

Luca: Sì assolutamente sono d’accordo ed è il motivo per cui noi forziamo anche un po’ la mano in un titoletto di un paragrafo scriviamo proprio: chiusi i manicomi, aperti i CPR.

Il tema dei CPR si inserisce in una deriva che comunque abbiamo in termini di istituzionalizzazione. Una deriva manicomiale, lontana dal pensiero Franco Basaglia che abbiamo festeggiato lo scorso anno per i cent’anni dalla sua nascita, ma di cui ci troviamo a dover difendere le conquiste, purtroppo.

Il CPR è un manicomio che si basa su una selezione che è appunto etnico-razziale. L’Avvocato Veglio definisce l’esistenza dei CPR proprio un rito di separazione su base etnica. Questo è un dato di fatto: in queste strutture ci vanno solo le persone straniere. E poi c’è il tempo sospeso, ci sono gli psicofarmaci, c’è l’impossibilità di avere tutelata la propria salute, tantissimi punti di connessione con i manicomi. Anche architettonicamente i CPR sono impressionanti.

Valentina: La mia più grande inquietudine è capire se se ne parla troppo poco, se se ne parla nel modo sbagliato, se dall’altra parte non si vuole ascoltare oppure se gli italiani vogliono i CPR. Come diceva prima Ettore, il tuo è un bel libro, un’inchiesta fatta bene e che fa il suo dovere. Ma non è l’unica, non è una voce isolata. Perché nessuno ascolta questa voce? Non sarà che abbiamo raggiunto un tale livello di barbarie che ci porta a voler assistere a uno spettacolo macabro in cui si fa male a qualcun altro per sfogare le nostre frustrazioni? Parlando di simboli, di riti di separazione, di apartheid: non è che i CPR sono diventati una sorta di nuovo Colosseo dove diamo esseri umani in pasto a nuovi leoni? Riprendendo un po’ la domanda di Ettore su come ribaltare la narrazione sui CPR io invece chiedo: è un problema di narrazione o è un problema che qualunque narrazione utilizziamo, c’è dall’altra parte un desiderio di punire e far soffrire?

Luca: Io non ho una risposta, io so che dei CPR negli ultimi 5-6 anni se ne è parlato di più. E’ un’informazione che ha raggiunto, in qualche modo, molte più persone. Ce lo dice una serie di elementi. Qualcuno forse ha scoperto quantomeno che cos’è un CPR con il caso Albania. La quota di popolazione che conosce questo tema, tuttavia, è ancora molto piccola ed è molto piccola rispetto a una mobilitazione, a una pressione dell’opinione pubblica che potrebbe davvero incidere sul tema.

Ho l’impressione che, se io girassi per Biella e chiedessi ai passanti che cos’è un CPR, la maggior parte mi risponderebbe che non lo sa. E’ vero che ci sono tante informazioni, ma è anche vero che le mistificazioni su questo tema sono enormi e vanno in prima serata per bocca dei rappresentanti del governo: anche quando se ne parla, quindi, si rischia che non vengano descritti come un problema così grave perché tutto viene edulcorato dicendo cose false.

Sicuramente l’indifferenza è diffusa e anche l’accettazione di qualsiasi rimedio per questo grosso problema dell’immigrazione. Il nostro lavoro è smontare la narrazione che sta alla base di tutto questo.

Valentina: Sei ottimista e ne sono lieta. Anch’io preferisco pensare che sia un problema di comunicazione e capillarità dell’informazione, anche non ne sono poi così sicura.

Altre due questioni nel libro mi hanno molto colpita: la tua riflessione sullo slittamento del concetto di “accoglienza”, di come un centro di detenzione sia stato trasformato nel linguaggio comune in un “centro di accoglienza”, conferendo a questa parola un significato estremamente fuorviante, che con i CPR non c’entra niente. E poi la questione dei medici. È un po’ che rifletto sullo scollamento enorme -e agghiacciante a mio avviso- in atto tra medici e cittadini e che porta i secondi a considerare i primi come nemici, persone di cui dubitare perché al servizio di case farmaceutiche o perché collusi con poteri più o meno oscuri. Il Covid ha sicuramente dato una grossissima mano nell’acuire questa percezione, ma poi si leggono inchieste come la tua e davvero viene da chiedersi se siamo al punto di pensare a Ippocrate come “questo sconosciuto”. Possibile che con un colpo di spugna sia cancellato un giuramento vecchio di secoli? E possibile invece pensare ad “altri medici”, eredi di Basaglia, come coloro che faranno la differenza nella questione CPR?

Luca: Una delle più belle iniziative sui CPR è stata proprio lanciata dalla rete Mai Più Lager-No ai Cpr, Asgi e dalla società italiana Medici e Migrazioni. E’ stata lanciata una campagna che ricorda il “E mi non firmo” di Basaglia che invita i medici a non convalidare le richieste di idoneità per la vita ristretta nei Cpr che permettono l’ingresso delle persone nelle strutture. Tra i promotori c’è l’infettivologo Nicola Cocco rispondendo al ministro Matteo Piantedosi che sostiene che nei Cpr la salute è rispettata, sottolinea di avere una chiavetta con 3mila pagine per dimostrare l’affermazione che i Cpr sono luoghi che generano malattia. Ed è anche l’Organizzazione mondiale della sanità che sottolinea come le strutture di detenzione amministrativa siano appunto patogene di per sé. Sicuramente sui medici c’è da fare un grande lavoro anche di consapevolezza e informazione. Nel libro facciamo l’esempio di una persona che arriva all’ospedale di Firenze e deve essere portata in un CPR a migliaia di chilometri di distanza e di un medico di pronto soccorso che la visita e probabilmente non sa nemmeno cos’è un CPR, non ne ha uno nella sua regione e non sa che cosa sia, quindi fa in buona fede un certificato generico di idoneità alla vita in comunità ristretta. Lo può fare assolutamente in buona fede, per questo quella campagna è così importante a mio avviso. E’ nostro compito spargere la voce e il libro nasce per questo. Nasce per portare l’informazione sui territori, per raccontare il più possibile che cosa succede soprattutto a chi non sa che cosa sia un Cpr. E’ da lì che bisogna passare.

Ettore: Avete usato nel titolo “il gorgo,” richiamando il racconto di Fenoglio in cui c’è un bambino che si accorge, mentre tutti gli altri non se ne accorgono, che il genitore,vuole suicidarsi e lo salva. Secondo te la speranza è nei giovani o la metafora la volevate usare in un altro senso?

C’è sicuramente la speranza nei più giovani. Mi auguro che il tema della libertà di movimento sia una cosa molto più presente nelle nuove generazioni di quelle un po’ più vecchie accompagnata dalla consapevolezza che oggi si può viaggiare legalmente o meno solo se si nasce da un determinato posto. Abbiamo scelto questo titolo anche riferendoci a diverse letture del testo di Fenoglio che hanno individuato il padre come simbolo di quella classe dirigenziale che aveva favorito la vittoria del fascismo e che non riusciva a reggere il peso di quella colpa. E’ quindi il tema del collaborazionismo e della necessità che tutti coloro che sono a vario titolo coinvolti nel sistema CPR facciano la loro parte per porre fine a questo sistema. E’ vero che sapere quello che succede nel CPR è molto difficile, lo abbiamo raccontato anche nel libro quanto tempo c’è voluto, quanto sforzo in termini di richieste, però grazie al lavoro di tante e tanti oggi quelle strutture non sono più “buchi neri”: sappiamo quello che succede e dopo aver guardato nel gorgo è necessario cambiare rotta.

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