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domenica 23 agosto 2026

L’assedio che arricchisce Israele: i miliardi nascosti dietro i beni destinati a Gaza - Eliana Riva

 

La catena israeliana Victory ha ottenuto quasi due terzi della crescita trimestrale dalle forniture alla Striscia. Cercando però di nascondere l’origine dei ricavi

Per mesi hanno preferito il silenzio. Alcuni hanno nascosto i nomi delle proprie aziende, altri hanno evitato di comparire sui documenti pubblici e qualcuno ha persino cercato di minimizzare il peso economico degli affari conclusi con Gaza. Non perché mancassero i profitti, ma perché in Israele una parte consistente dell’opinione pubblica considera qualsiasi ingresso di beni nella Striscia una concessione inaccettabile al nemico. Così, mentre l’assedio e la fame continuano a devastare la popolazione palestinese, attorno ai pochi prodotti autorizzati all’ingresso si è sviluppato un mercato miliardario di cui molti preferiscono non parlare.

A far emergere una parte di questo sistema è stato il quotidiano israeliano Ynet, che ha raccontato il caso della catena di supermercati Victory. L’azienda aveva annunciato risultati eccezionali nel primo trimestre del 2026, senza però specificare chiaramente da dove provenisse gran parte della crescita. Solo dopo l’intervento dell’Autorità israeliana per i titoli finanziari, che ha imposto la pubblicazione di un rapporto integrativo, è emerso che su 152 milioni di shekel (39 milioni di euro) di aumento delle vendite, 99 milioni di shekel (25 milioni di euro) provenivano dalle forniture destinate alla popolazione di Gaza.

Secondo Ynet, Victory operava come fornitore riconosciuto dal ministero della difesa israeliano nell’ambito delle operazioni di commercio alla Striscia. Le vendite legate a Gaza rappresentavano quasi due terzi dell’intero incremento del fatturato, che ammontava a 152 milioni di shekel (circa 39 milioni di euro). Senza quel mercato, la crescita organica dell’azienda sarebbe stata molto più contenuta: il 6%, dovuto più che altro all’aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti.

Il caso Victory, però, sembra essere soltanto la punta dell’iceberg. Il quotidiano economico Globes descrive infatti un settore vastissimo, del valore di miliardi di shekel all’anno, composto da importatori, distributori, intermediari e aziende israeliane che guadagnano dalla vendita dei prodotti destinati a Gaza. Sia quelli destinati al settore umanitario che quelli venduti ai commercianti della Striscia. Un’attività che si sviluppa quasi sempre lontano dai riflettori.

Secondo Globes, molte imprese chiedono esplicitamente di non essere nominate e la stessa Autorità doganale israeliana mantiene riservata la lista completa dei fornitori coinvolti. Non si tratta soltanto di discrezione commerciale. Dietro il riserbo ci sarebbe anche il timore delle reazioni di una parte della società israeliana che considera l’assedio uno strumento legittimo di pressione e guarda con ostilità chi trae profitto dalla vendita di beni destinati ai palestinesi.

Gli stessi imprenditori che guadagnano dalle merci dirette a Gaza rischiano di essere accusati da vasti settori dell’opinione pubblica di aiutare Hamas e di “sfamare il nemico”, – composto per lo più da donne e bambini.

In ambienti politici e mediatici favorevoli a un assedio totale, l’ingresso di qualsiasi bene viene percepito come un tradimento degli obiettivi della guerra. Per questi gruppi, gli imprenditori che partecipano al commercio verso Gaza vengono percepiti come persone che fanno affari con chi dovrebbe invece essere piegato dalla fame e dall’assedio. Motivo per cui le aziende rischiano di essere sottoposte a campagne denigratorie o di boicottaggio, con conseguente perdita di clienti e guadagni.

Da qui la scelta di molti operatori economici di mantenere un profilo basso e di evitare che i propri nomi vengano associati pubblicamente alla Striscia.

Questi profitti nascono all’interno di un sistema nel quale Israele mantiene il controllo quasi assoluto su ciò che entra e ciò che resta bloccato ai valichi. Le aziende autorizzate operano infatti all’interno di un mercato estremamente ristretto, dove la scarsità dei beni e la rigidità dei permessi trasformano le autorizzazioni in un’opportunità economica.

Mentre le organizzazioni umanitarie continuano a denunciare la fame e la carenza di beni essenziali, attorno all’assedio si è sviluppata un’economia parallela che produce vincitori e profitti. Un sistema che, secondo gli stessi giornali economici israeliani, molti dei suoi protagonisti preferiscono mantenere nell’ombra.

da qui

mercoledì 8 luglio 2026

Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi

 

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.

 

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”. 

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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mercoledì 10 dicembre 2025

STATI UNITI. “L’ICE funziona come un esercito di occupazione. Lo so perché ne ho fatto parte” - Rory Fanning

Gli elicotteri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sorvoleranno senza dubbio il mio quartiere in cerca di riparatori di tetti e giardinieri in questo “Veterans Day”, proprio come hanno fatto per settimane. Negli Stati Uniti, sei un bersaglio facile se hai la pelle scura e il tuo lavoro richiede di lavorare all’aperto.

La mia città, appena fuori Chicago, pullula di agenti o soldati dell’ICE (i due termini possono essere usati in modo intercambiabile) da settimane ormai. Di recente, due mamme, al freddo e con i loro fischietti, hanno aiutato a sorvegliare una squadra che lavorava su un tetto danneggiato dalla grandine. Gli agenti/soldati dell’ICE, vestiti con l’equipaggiamento militare completo, armati di armi semiautomatiche e con passamontagna per nascondere la loro identità, pattugliano su camion senza insegne – credo che ormai sappiamo tutti come riconoscerli.

 

Queste persone mi ricordano i soldati con cui ho pattugliato in Afghanistan, solo che l’agente medio dell’ICE ha meno addestramento del soldato medio. Sembra che ogni quartiere degli Stati Uniti sia ora soggetto a uno scontro armato e potenzialmente violento con le truppe federali. L’occupazione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan ha chiuso il cerchio.

Analogamente a come ho terrorizzato i villaggi afghani durante il mio periodo nell’esercito dopo l’11 settembre, l’ICE ha terrorizzato la mia città. Quando ero nei Ranger dell’esercito americano, prendevamo di mira afghani in età da liceo e università. Il più delle volte, questi ragazzi stavano semplicemente camminando per strada, facendosi i fatti loro, quando venivano perquisiti, interrogati in modo intimidatorio o rapiti. Dopo un po’, gli afghani avvisavano i vicini ogni volta che la nostra carovana di camion entrava in una città – a volte usavano i fischietti. Gli abitanti del villaggio sparivano rapidamente e sembrava di attraversare una città fantasma. Questa, in parte, è la vita sotto occupazione.

Le forze di occupazione interne del regime di Trump sono in forte crescita

L’addestramento dell’ICE è stato ridotto di cinque settimane per “aumentare” il numero di truppe: l’addestramento dura ora otto settimane rispetto alle precedenti 13. L’amministrazione Trump spera di aumentare il numero di agenti dell’ICE da 6.500 a livello nazionale a 10.000 entro la fine del 2025. Un bonus alla firma di 50.000 dollari ha spinto 150.000 persone a candidarsi per posizioni presso l’ICE. Intanto, l’agenzia utilizza immagini nazionaliste bianche per attrarre reclute suprematiste bianche.

Agenti e soldati dell’ICE stanno occupando i quartieri degli Stati Uniti con alcune delle armi più letali al mondo, con solo otto settimane di addestramento e senza alcuna esperienza pregressa richiesta. Secondo un ex funzionario del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) intervistato da NBC News, “[il DHS] sta cercando di far passare tutti, e il processo di selezione non è quello che dovrebbe essere”. Eppure, anche se il controllo fosse più rigoroso e approfondito, nessun addestramento può giustificare il terrore creato nei nostri vicini da parte di soldati armati.

 

La mia unità Ranger nell’esercito contava su alcuni dei soldati meglio addestrati al mondo. Eppure, ogni sei mesi circa perdevamo un soldato a causa di uno sparo accidentale. Un primo sergente della mia unità, considerato un soldato estremamente competente, sparò accidentalmente con il suo fucile M-4 all’interno di un elicottero Blackhawk. Il primo sergente perse il grado e fu espulso dai Ranger.
Anche Pat Tillman, l’ex giocatore di football professionista che si arruolò nell’esercito dopo l’11 settembre, era nella mia unità. Fu ucciso in un episodio di “fuoco amico” e la sua morte fu insabbiata lungo tutta la catena di comando di George W. Bush.

La stragrande maggioranza delle vittime della “guerra globale al terrore” degli Stati Uniti dopo l’11 settembre erano civili. “Danni collaterali”, è così che li chiamano. Ma in realtà, queste morti dovrebbero essere definite per quello che sono: grave imprudenza con armi mortali e un generale disprezzo per la vita umana. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sono morte per mano dei soldati statunitensi e dei loro leader. Non ci si può fidare nemmeno delle unità militari meglio addestrate per fare la cosa giusta. La “guerra globale al terrore” lo ha dimostrato.

Quindi, quando vedo agenti dell’ICE e poliziotti militarizzati armati di fucili d’assalto o di altre armi, mi rendo conto di quanto sia ingenuo e sciocco fidarsi di chi è armato dal governo degli Stati Uniti. Sta diventando sempre più evidente che agli agenti dell’ICE – vestiti ed equipaggiati come soldati – non dovrebbe essere permesso di avvicinarsi ai nostri quartieri, soprattutto se armati di armi d’assalto.

A ottobre, Miramar Martinez, residente a Chicago, è stata colpita cinque volte da un agente della Border Patrol (Polizia di Frontiera ndt). L’agente mascherato, il cui nome non è ancora stato reso pubblico, è fuggito nel Maine subito dopo l’aggressione. Secondo l’emittente locale della rete FOX News, l’uomo mascherato, pochi istanti prima di aprire il fuoco, ha puntato un fucile d’assalto contro Miramar e ha urlato: ” Fai qualcosa, puttana“.

Silverio Villegas-Gonzalez è stato colpito e ucciso da un agente/soldato dell’ICE in un altro sobborgo di Chicago a settembre.

Solo nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerosi episodi che dimostrano quanto sia pericolosa questa banda mascherata di vigilanti.

Nel frattempo, Trump sta cercando di rendere la Guardia Nazionale complice di questa occupazione: finora ha schierato truppe a Washington, DC, Los Angeles, Chicago, Portland, Oregon e Memphis, Tennessee. Minaccia di schierarne ancora di più a Baltimora, New York, New Orleans, Oakland, San Francisco e St. Louis. Il Posse Comitatus Act impedisce alla Guardia Nazionale di essere impiegata in attività di polizia. Ma come ha documentato Democracy Docket , questa legge vecchia di 150 anni non ha fermato Trump, che è già stato rimproverato da un giudice federale che ha stabilito che la sua amministrazione ha violato il Posse Comitatus Act “utilizzando le truppe per assistere direttamente gli agenti federali che effettuavano arresti, istituendo perimetri e blocchi stradali per le operazioni di polizia e, in almeno due occasioni, per arrestare civili”.

Il morale nella Guardia Nazionale sta crollando. Documenti interni mostrano che l’esercito è consapevole che la propria missione è impopolare; un’istantanea di settembre ha rilevato che solo il 2% dei post sui social media analizzati esprimeva un giudizio positivo sul dispiegamento della Guardia Nazionale a Washington, mentre oltre il 53% dei post esprimeva un giudizio negativo. Questo offre un’opportunità a chiunque speri di convincere i membri della Guardia Nazionale a deporre le armi e a resistere alle richieste di Trump. Questi soldati hanno la responsabilità morale di rifiutare ordini illegali. È nostro dovere ricordarglielo: qualcosa da tenere a mente la prossima volta che parteciperete a una protesta o avrete l’opportunità di parlare con un membro della Guardia Nazionale in servizio attivo.

Gruppi di veterani come About Face e Veterans for Peace stanno facendo un lavoro fenomenale nell’incoraggiare i membri della Guardia Nazionale a resistere a Trump. Le proteste “Veters Say No” qui a Chicago e in altre città hanno attirato migliaia di persone. Questi gruppi stanno ricordando ai soldati che non sono soli, che gli Stati Uniti hanno una gloriosa tradizione di rifiuto degli ordini e che coraggio e onore a volte implicano dire di no agli ufficiali in comando.

Rifiutare il culto dell’“eroe”

Parlando con gli immigrati del mio quartiere, so che provano una paura simile a quella degli afghani che controllavo. Mi sono arruolato nell’esercito nel febbraio del 2002 pensando che avrei reso gli Stati Uniti più sicuri contribuendo a proteggerli da un altro attacco in stile 11 settembre. Ho imparato che gran parte di ciò che gli Stati Uniti stavano facendo in luoghi come l’Afghanistan stava rendendo il mondo un posto più pericoloso: sia occupando territori che non avrebbero dovuto invadere, sia uccidendo così tanti civili innocenti. Inoltre, era prevedibile che l’acritica venerazione per i soldati, trattati come eroi, che abbiamo visto dopo l’11 settembre avrebbe generato un pericoloso livello di sicurezza in coloro che portavano armi per conto del governo statunitense.

Divento sempre più arrabbiato e frustrato ad ogni “Veterans Day” che passa – questo è il mio ventesimo da quando ho lasciato i Rangers dell’esercito americano come obiettore di coscienza – perché diventa sempre più chiaro che il “Veterans Day” non è altro che un tentativo di nascondere il programma oppressivo e mortale della classe dirigente statunitense celebrando i nostri “eroi”. Gli eroi non uccidono civili innocenti, non si approfittano degli emarginati e non partecipano a missioni imperialiste progettate solo per arricchire i ricchi, vero? Se porti un’arma per conto del governo federale nel 2025, sei l’opposto di un eroe, nonostante le tue migliori intenzioni.

Non lo chiamo mai “Veterans Day”. Lo chiamo Armistice Day come lo chiamavamo negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Il Giorno dell’Armistizio doveva celebrare la fine della guerra, a differenza del Veterans Day, che sembra mirato a glorificare la guerra. Sono d’accordo con Kurt Vonnegut, che disse:

«Il Giorno dell’Armistizio è diventato il Giorno dei Veterani. Il Giorno dell’Armistizio era sacro. Il Giorno dei Veterani non lo è. Quindi mi getterò il Giorno dei Veterani alle spalle. Il Giorno dell’Armistizio lo conserverò. Non voglio buttare via nulla di sacro».

Ma in realtà questa giornata è più propriamente definita “Giornata degli occupanti”, un termine che descrive correttamente la minaccia che le nostre comunità negli Stati Uniti devono affrontare da parte di tutti coloro che portano un’arma per conto del governo statunitense.

Collettivamente, consideriamo questa giornata come un’opportunità per mantenere e accelerare la necessaria reazione per allontanare la mentalità imperialista che ha contagiato fin troppe persone in questo Paese. Nessuno è “illegale” e solo abolire l’ICE garantirà la sicurezza alle comunità. Dobbiamo smettere di celebrare gli occupanti, sia in patria che all’estero.


Fonte: https://truthout.org/articles/ice-is-functioning-like-an-occupying-army-i-know-because-i-served-in-one/

Traduzione a cura della redazione di Pagine Esteri


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