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lunedì 19 luglio 2021

The Last Twenty

 Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.

Guardare il mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili.

L’evento “The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.

Dal pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia, un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa rispetto agli L20.

“The Last 20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza.

“The Last 20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.

I Paesi L20

Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

 

 

 

Dove e quando gli incontri degli L 20

·         22-25 luglio: inaugurazione a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.

·         10-12 settembre a Roma. Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.

·         17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle d’Anchise (CB). I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori, Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale di dialogo, ascolto, confronto e proposte.

·         23-26 settembre a Milano. Incontro con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e internazionale, saranno al centro dell’incontro.

·         2-3 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

 

Ufficio stampa:

Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini tel: +39 3291376380

 

https://thelast20.org/

martedì 26 aprile 2016

Il Burundi è a un passo dal genocidio - Gwynne Dyer

La buona notizia è che le violenze in Burundi non sono ancora sfociate in una guerra civile come quella che ha ucciso trecentomila persone tra il 1993 e il 2005, né tantomeno un genocidio come quello che ne uccise ottocentomila nel vicino Ruanda nel 1994. La cattiva notizia è che questo potrebbe succedere presto.
È difficile dire qualcosa di positivo sull’ex presidente della Fifa Sepp Blatter. Ma l’Africa gli sarebbe stata molto riconoscente se fosse riuscito a convincere il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza a non presentarsi per un terzo mandato e ad accettare invece il ruolo di “ambasciatore del calcio” per la Fifa.
Poco tempo fa, quando questa storia è emersa nell’autobiografia di Blatter, il ministro degli esteri svizzero che aveva avuto quest’idea ha spiegato che “l’obiettivo era contribuire a una soluzione pacifica che evitasse l’attuale crisi in Burundi”.
La cosa avrebbe potuto persino funzionare. Nkurunziza è un appassionato di calcio e ha già messo da parte abbastanza denaro per la sua pensione. Ma ha deciso di restare al potere e presentarsi per un terzo mandato, rimettendo il Burundi in marcia verso l’inferno.
I presidenti africani hanno due gravi difetti. Il primo è che sono convinti di essere insostituibili: nel 2000 quasi due terzi dei paesi africani prevedevano un massimo di due mandati presidenziali nelle loro costituzioni, ma da allora in dieci di questi stati i presidenti hanno cercato di abolire tale limite. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Ruanda, il cui presidente Paul Kagame potrebbe restare in carica fino al 2034.
Ma la scusa di Nkurunziza è stata particolarmente patetica. Era diventato presidente alla fine della guerra civile, nel 2005, quando la pace era ancora precaria. Non c’era tempo per organizzare delle elezioni, ed è quindi stato eletto presidente tramite un voto parlamentare.
Così l’anno scorso Nkurunziza ha cominciato a sostenere che il suo primo mandato non doveva essere considerato perché era stato scelto dal parlamento e non dal popolo. Anche il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, al settimo mandato, ha trovato la cosa divertente. “Dici che il primo mandato non conta, ma sei comunque rimasto in carica per cinque anni!”, ha dichiarato durante un vertice dell’Unione africana a giugno.
La Corte costituzionale del Burundi però ha accettato la rivendicazione di Nkurunziza, anche perché contraddirlo sarebbe stato pericoloso. In seguito uno dei giudici ha lasciato il paese e ha rivelato che lui e i suoi colleghi erano stati tutti minacciati. I partiti d’opposizione hanno boicottato le elezioni dello scorso luglio, e già allora il livello di violenza aveva cominciato a salire rapidamente.
Le violenze sono cominciate dopo un tentativo di colpo di stato per impedire le elezioni farsa. Il conto dei morti è attualmente intorno ai quattrocento. Le vittime note sono perlopiù attivisti politici e comuni cittadini assassinati dalla polizia nella capitale Bujumbura. Il vero numero è probabilmente molto più alto. È raro che gli omicidi nelle aree rurali vengano denunciati, ma nel 2015 almeno 250mila persone sono fuggite dal paese e vivono attualmente in campi profughi nei paesi vicini.
Fino a poco tempo fa l’unica consolazione era che non si trattava di uno scontro tribale. Sia il genocidio del Ruanda sia la guerra civile del Burundi hanno opposto la maggioranza hutu (85 per cento della popolazione) alla minoranza tutsi, un tempo dominante. Dai tempi della guerra civile, tuttavia, l’esercito del Burundi è equamente diviso tra i due gruppi etnici, e i gruppi d’opposizione comprendono sia hutu sia tutsi.
Purtroppo l’altro grave difetto dei presidenti africani, è che se appartengano al gruppo dominante (come spesso accade) quando sono in difficoltà la loro soluzione predefinita è rispolverare le alleanze tribali. Ed è proprio quello che sta facendo Nkurunziza. I tutsi vengono epurati dall’esercito, e i sostenitori hutu del presidente stanno cominciando a usare la stessa retorica che si sentiva prima del genocidio in Ruanda.
Révérien Ndikuriyo, il presidente del senato del Burundi, ha definito gli oppositori del regime “scarafaggi”, lo stesso termine usato per riferirsi ai tutsi dagli estremisti hutu in Ruanda. Ha persino invitato i sostenitori del governo a “mettersi al lavoro” (kora), la stessa parola d’ordine usata in Ruanda nel 1994.
Nkurunziza sta cercando di trasformare uno scontro politico che rischiava di perdere in un conflitto etnico che potrebbe vincere. Il prezzo da pagare sarebbe però un nuovo genocidio. Il futuro di tutto un paese potrebbe essere sacrificato alla sua ambizione personale.
L’Unione africana si è offerta d’inviare cinquemila soldati per sedare le violenze, ma ha fatto marcia indietro quando Nkurunziza si è opposto. Ci sono 19mila caschi blu delle Nazioni Unite appena al di là del confine con la Repubblica democratica del Congo, ma non c’è la volontà politica di impiegarli.
Finora i partiti d’opposizione (che naturalmente sono perlopiù hutu) stanno resistendo ai tentativi di Nkurunziza di usare i tutsi come capro espiatorio. Ma nel paese più povero del mondo molti hutu potrebbero sfruttare le bugie del regime per impadronirsi della terra dei loro vicini tutsi. Il prossimo genocidio africano potrebbe essere questione di giorni.
(Traduzione di Federico Ferrone)