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giovedì 11 novembre 2021

La guerra dei portuali genovesi contro le armi saudite - Pietro Giovanni Panico

 

Nei moli di Genova, uno dei porti più importanti d’Europa, transitano navi saudite cariche di armi. Ufficialmente, l’Italia ha revocato l’esportazione di armamenti verso l’Arabia Saudita, permettendo però che le navi attracchino nei propri porti. Di fatto viene aggirato il vincolo e le armi raggiungono contesti di guerra—Yemen in primis. Le organizzazioni dei portuali genovesi non sono disposte a collaborare con questo traffico di morte e si stanno rifiutando di operare sui carichi di navi battenti bandiera saudita.


Durante l’aggressione militare degli Stati Uniti d’America in Vietnam, i portuali genovesi decisero di sostenere attivamente il popolo vietnamita: nel novembre 1973 la nave Australe salpava dalla Liguria, con una dozzina di ore di ritardo a causa del falso allarme bomba e presunti problemi burocratici. All’interno era colma di viveri e materiale sanitario di primo soccorso, tra cui il sangue donato dai civili: destinazione fu il porto di Haiphong, minato e sotto i bombardamenti dell’aviazione militare statunitense. Attraccò dopo quasi sessanta giorni e tredici miglia percorse. È nel DNA di questa città e di questo porto avere una certa sensibilità contro le guerre.

Il porto di Genova è il più grande d’Italia: è lungo ventidue chilometri, ha una superficie totale di 290.000 metri quadrati e, soprattutto, ha il maggiore traffico merci del Paese. A livello internazionale occupa il 31esimo posto per il port liner shipping connectivity index, ossia il grado di connettività di un porto alla rete logistica globale.

A beneficiare del porto di Genova c’è anche la compagina saudita della Bahri e le sue sei navi adibite al trasporto di armi, che vengono impiegate anche nello Yemen.

Qui, nel solo anno 2018 gli attacchi aerei e quindi le bombe hanno causato la maggior parte delle morte dei civili: 3.820 vittime (79% delle morti totali), tra cui 952 bambini e 581 donne.

La commessa ed il relativo trasporto delle bombe saudite è affidata alla Bahri, che si rifornisce e fa tappa nei porti dei paesi occidentali con il beneplacito dei governi ospitanti. In altre parole, la guerra inizia in Occidente.

Si prenda il caso della Francia. Nel 2020 il governo Macron ha venduto armi all’Arabia Saudita per circa dieci miliardi di euro di cui 224.681.660 di bombe, siluri e razzi: è quindi scontato che la compagnia saudita con cargo di armi abbia accesso ai porti francesi. Nella compravendita di armamenti sull’asse Parigi-Riyad vengono erogati anche agenti per la cosiddetta “guerra chimica”, che nello stesso periodo hanno fruttato 83.245.000 euro. Uno dei punti focali delle inchieste del giornalista Khashoggi, verosimilmente ammazzato ad Istanbul su mandato dei regnanti sauditi, sembra fosse proprio l’utilizzo di armi chimiche dell’esercito saudita in Yemen.

Oppure la Spagna, che nel solo 2019 ha venduto armamenti all’Arabia Saudita per 392.795.258 euro e, pur di far accomodare le navi saudite, è finita al centro di una discussione presso il Parlamento europeo: il 1 marzo 2021 un’imbarcazione Bahri attraccava presso Sagunto, verosimilmente carica di armi con annessi equipaggiamenti militari caricati a Valencia. Pur di piegarsi ai principi sauditi, il governo spagnolo viola la posizione comune 2009/944/PESC.

In Italia, invece, nonostante la revoca dell’export di armi verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, si è deciso di aggirare il problema applicando un modus operandi “furbo”: le armi non vengono vendute ma le navi che trasportano armamenti hanno libero passaggio. Del resto l’Italia è l’ottavo partner commerciale dell’Arabia Saudita.

 

Il CALP e le sei sorelle Bahri

In questo contesto, i portuali genovesi riuniti sotto il CALP (Collettivo autonomo lavoratori portuali) stanno conducendo una battaglia per sabotare gli ingranaggi, apparentemente indistruttibili, di questo mercato che collega il capoluogo ligure alla capitale saudita. Genova per le navi Bahri è una tappa fissa: nonostante il porto italiano abbia il 40% in meno rispetto a Rotterdam (primo posto) nel Port liner shipping connectivity index, i sauditi preferiscono per i loro traffici la Liguria e l’Italia.

Le sei sorelle Bahri (Yanbu, Tabuk, Jazan, Jeddah, Abha, Hofuf) nascono da una commessa affidata dal governo saudita alla Hyundai Mipo Dockyard e le imbarcazioni sono state consegnate tra il 2013 ed il 2014. L’azienda sudcoreana ha la sede principale ad Ulsan ed è all’interno del gruppo Hyundai Heavy Industries, che con la compagnia saudita fa affari multimilionari ormai da anni. A maggio èarrivata la consegna della portarinfusa SARA, a seguito dell’accordo ufficiale sull’asse Riyad-Ulsan; in ultimo, una commessa da 410 milioni di dollari per la costruzione di dieci chimichiere a medio raggio (49999 DW) da consegnare entro il primo trimestre del 2022 porterà la flotta saudita a quota 101 navi.

Nel maggio 2020, i portuali genovesi hanno detto no al transito delle Bahri, portando le proteste al rifiuto di caricare sulla Bahri Yanbu due casse con all’interno i generatori elettrici della Defence Tecnel di Roma, talvolta utilizzati nelle operazioni belliche.

Associazione per delinquere

Le proteste dei portuali hanno portato ad un’inchiesta, da parte della Procura di Genova, che vede cinque indagati per “associazione per delinquere”.

José Nivoi, coordinatore CALP Genova, lavora nel porto da quindici anni: ha iniziato ventunenne, oggi è padre di famiglia e di anni ne ha 36. Ha origine sarde, viene da una famiglia di delegati sindacali. Sembra cosciente di essere finito in qualcosa più grande di lui, pur nascondendo il peso con un sorriso. È tra cinque indagati dalla Procura di Genova.

“Il 24 di febbraio, alle cinque del mattino, ci ha citofonato la Digos per perquisire casa: hanno sequestrato cellulari, computer, hard disk, documenti politici; ad alcuni anche caschi, bandiere e adesivi”, spiega Nivoi. “Quando ci hanno preso dalle case e ci hanno portato giù in porto per sequestrare tutto il materiale che avevamo all’interno della nostra sede e dentro il nostro container, c’erano circa sessanta poliziotti, tutta la Digos di Genova, artificieri, la scientifica, la cinofila, il pm. Sembrava una maxi operazione di polizia di quelle che a Genova non si vedevano da vent’anni. Non potevamo parlare tra di noi e ci hanno sequestrato i cellulari: non potevamo neanche comunicare con i nostri avvocati. Di fatto, siamo stati in arresto otto ore”.

Alla fine l’accusa della procura è associazione a delinquere finalizzata alla resistenza a Pubblico Ufficiale e all’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti. Nell’inchiesta è finita anche l’accensione di fumogeni.

“Cose prescrivibili con delle multe. Non credo ci sia neanche una pena che superi i sei mesi per robe del genere. Tranne che per il blocco del servizio pubblico. Eppure si tratta del blocco legato alla compagnia Bahri, non è un servizio pubblico, ma privato. Ma il blocco non è stato fatto così, in maniera estemporanea e mettendoci di fronte, bensì durante uno sciopero. Stanno cercando di bloccare tutti quei movimenti che si palesano per la solidarietà attiva, perché per noi bloccare la compagnia Bahri era una maniera attiva di dare solidarietà uscendo dalle solite logiche che vediamo: noi volevamo fare un’azione concreta”.

Di concreto, secondo i membri del Calp, non avrebbe niente in mano la procura. “Quando saremo in tribunale decadrà tutto. Serve solo a mantenerti in uno stallo giudiziario: da quando sei indagato rischi con più facilità domiciliari, sorveglianza speciale o addirittura il carcere. Si tratta di un modo per dirci: ‘vi tengo sott’occhio’”.

Leggi non applicate

L’Italia revoca l’esportazione di armamenti verso Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, ma lascia invece attraccare le Bahri cariche di armi utilizzate nella guerra nello Yemen. Un controsenso, che va contro la legge 185/1990, “che di fatto vieta il transito ed in qualche modo il commercio a quei Paesi che usano come risoluzione finale l’atto della guerra. E la Costituzione ripudia la guerra tramite l’articolo 11. Noi abbiamo chiesto a più riprese l’applicazione della 185/1990”. Tra gli interlocutori la Farnesina: “Il portavoce del Ministero degli Esteri Luigi Di Maio ci ha detto che il conflitto tra Arabia Saudita e Yemen non è da considerarsi guerra perché un governo fantoccio yemenita ha chiesto aiuto per risolvere le controversie interne allo Yemen”.

C’è poi il caso della RWM, sita in Sardegna a Iglesias, che produce armamenti per conto della Rheinmetall tedesca poiché dopo la Seconda guerra mondiale è stato stabilito che alcune tipologie di armi non posso essere più prodotte in Germania. “In questo modo l’Italia riesce a raggirare le leggi, sia quelle locali, sia quelle europee, sia quelle internazionali”.

La delocalizzazione produttiva è in contrasto con la già citata 185/1990 (modificata dal DDL S. 1049 del 7 aprile 2019), che nell’articolo uno vieta espressamente l’esportazione ed importazione di armamenti verso quegli Stati che usano la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel quinto articolo viene vietato il business nel momento in cui non sussistono “adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento”.

Lo stesso vale per il governo di Riyad, che evidentemente non rispetta i requisiti per intrattenere il business di armi: all’ascesa del principe ereditario è corrisposta una sequela di violazioni repressive di enorme portata con esecuzioni macabre, processi farsa contro gli oppositori del regime, attivisti arrestati e condannati a lunghe pene detentive.

L’asse Roma-Riyad è rimasto solido, anzi è stato rinsaldato. Si veda il Memorandum of understanding firmato all’alba del nuovo anno tra il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio e quello saudita Faisal bin Farhan al-Saud. Di aziende italiane presso l’Arabia Saudita ce ne sono circa una cinquantina ed il passo che viene registrato sembrerebbe quindi un ampliamento dei rapporti, non un ridimensionamento.

La sensazione è che ai sauditi, nonostante la pericolosità di armare un governo così belligerante, nessuno vuole rinunciare: immediatamente dopo lo stop all’export di armamenti firmato dall’allora premier Giuseppe Conte, RMW ha fatto ricorso: a maggio 2021, però, il TAR del Lazio ha confermato il blocco.

Oltre alla questione morale e alla dubbia legalità dei transiti, c’è un problema con la sicurezza pubblica. Quanto è grande il rischio di incappare in una esplosione come quella del porto di Beirut, quando il 4 agosto 2020 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio esplose in una nave abbandonata hanno ucciso 214 persone e ferite altre 7.000?

“Altro che Beirut”

Quanto è grande il rischio di ripetere una nuova Beirut visto il traffico di navi di armi nei porti? “Secondo noi è molto alto il rischio: una distrazione, una vite messa male, potrebbe incidere su un potenziale incidente nell’area portuale”, spiega Nivoi. “Senza considerare che nella Bahri ci sono dei container con una portata di trenta tonnellate con all’interno esplosivi, materiale infiammabile e proiettili. In un caso come questo basterebbe che cadendo un piedino da stiva buchi il tetto e faccia la scintilla. Altro che Beirut…”

I portuali affiliati al Calp sono inoltre preoccupati per il progetto di rinnovo dell’area portuale, che sposterebbe la zona del petrolchimico di Pegli all’interno del porto, aumentando a livello “esponenziale” il rischio di esplosione. “Abbiamo esposto sia alla giunta comunale sia all’autorità portuale questa problematica, chiedendo un piano di evacuazioni in caso di incidente così che la cittadinanza, che vive molto vicino a dove attraccano le navi, sappia cosa fare”. Pur consci del problema, “le autorità ci hanno detto che c’è un interesse sovranazionale e quindi non si può intervenire a bordo di queste navi”.

Non meno delicata è la questione della sicurezza degli operai portuali. La difficoltà palese dello svolgere questo lavoro è aggravata dal contesto burocratico. Pochi sanno che il porto di Genova è gestito da tredici aziende diverse: “Ognuna gestisce una banchina che è del demanio ed ogni azienda ha un DVR (Documento di Valutazione dei Rischi). Noi chiediamo che ci siano degli standard generalizzati così che se scoppia un incendio anche quelli dei terminal vicini sappiano come comportarsi”.

Armi smembrate

La prevenzione degli incidenti diventa più complessa se non si conoscono i materiali depositati nei container. Per legge i cargo che pesano più di cento tonnellate sono etichettati con dei codici (IMO) che identificano la tipologia di pericolosità. Le etichette, quindi, permettono di conoscere la pericolosità grazie agli adesivi applicati su tutti i lati dei container. “Ad esempio abbiamo scoperto per caso che in un container diretto in Israele ci fossero delle armi: abbiamo visto un camion andare verso il porto di Genova con l’etichetta 1A, quindi missili già composti con l’esplosivo”.

Ma le armi non vengono spedite tutte come pericolose e spesso vengono usati i porti civili: “Hanno trovato questa ‘magnifica’ idea di smontare le armi e mandare su un container l’involucro del missile, su un altro il detonante, sull’altro l’esplosivo. In questa maniera tu hai due container che viaggiano come merci normali perché sono pezzi di ferro ed un altro esplosivo, diminuendo i costi: pagano un terzo di quello che dovrebbero pagare per il commercio di armi”.

A volte per capire dove finisce realmente la merce contenuta nei container servono degli stratagemmi: “Un giorno, quando avevamo iniziato da poco la nostra lotta, ci siamo accorti che all’interno della sopraelevata del porto c’era una fila di quei fuoristrada bianchi che si vedono nelle zone di guerriglia”. Gli operai hanno applicato gli adesivi con la direzione dei mezzi, in questo caso “porto di Tangeri”. “Un giorno, sarà passato un anno, scopriamo un video su YouTube in cui si vede un fuoristrada color sabbia con sopra una mitragliatrice utilizzata da un uomo che sparava come un pazzo;  c’era un adesivo mezzo strappato ma ancora leggibile: ‘Tangeri’. Vuol dire che facevano una triangolazione Genova-Tangeri-Libia, dove montavano l’artiglieria”.

 

Una sfida globale

I membri del CALP si sono messi in contatto con i lavoratori portuali di altre città: Livorno, Trieste, Napoli e poi Amburgo, Anversa, Inghilterra. “Ed effettivamente anche in quei porti c’è un aumento dei traffici di armi: l’unica risposta era fare fronte comune. Ognuno con le proprie modalità, ognuno con i propri mezzi contro gli armamenti”.

Comunicando, ad esempio, i nomi delle agenzie che gestiscono gli imbarchi. A Genova gli imbarchi della compagnia Bahri sono curati dalla Delta Agenzia Marittima srl, che ha pubblicato un documento rivolto alla regione, al prefetto, al comune ed all’autorità di sistema portuale per denunciare il rischio concreto che la compagnia Bahri abbandonasse come scalo Genova. Nella missiva è scritto: “È accettabile che nelle stive di una nave che è territorio straniero, ovvero territorio sovrano dello Stato di cui questa nave batte la bandiera, vengano inviati lavoratori portuali, per fotografare il carico e pubblicare poi che nella stiva erano presenti anche mezzi militari imbarcati in America e regolarmente denunciati con destinazione Arabia Saudita?”

La Bahri sembra temere questo fronte unico pensato dai portuali genovesi: nei primi mesi del 2021 si affaccia nelle acque territoriali spagnole la Bahri Jazan con cargo di armi. I sauditi tracciano rotte strane, mentono sulla destinazione. “In ogni porto dove andava questa nave era presente o una contestazione oppure uno sciopero. Rendendosi conto che aveva delle difficoltà ha mandato un marinaio sulla fiancata a cancellare la scritta Bahri: la compagnia che è prima al mondo in commercio di petrolio ed armi si sente messa in una posizione di imbarazzo da venti portuali genovesi”.

I blocchi degli operai portuali hanno portato a vari problemi diplomatici per l’Italia: soprattutto con Israele per un carico di bombe destinato a Gaza e, per l’appunto, con l’Arabia Saudita, dopo il congelamento delle licenze all’esportazione di circa ventimila bombe da aerei agli Emirati Arabi e ai sauditi a giugno 2021.

Proprio nello stesso periodo, il senatore Matteo Renzi volava a Riyad nell’ambito del ben noto meeting del board saudita di cui è membro. Se non è ben chiaro il senso del viaggio, è certo che negli anni in cui era premier abbia intrattenuto un rapporto remunerativo con Salman. Rispetto ai precedenti governi, l’export di armi verso l’Arabia Saudita è aumentato del +581%. Nel 2013 (Monti-Letta) le esportazioni verso Riyad erano 2,1 miliardi di euro, nel 2016 (ultimo anno di Governo Renzi) valevano 14,6 miliardi.

Un alleato inatteso

Papa Francesco ha recentemente citato indirettamente proprio i portuali genovesi. “Tramite un professore della Sapienza, siamo entrati in contatto col Cardinale Coccopalmerio a cui abbiamo consegnato una lettera da consegnare al Papa: noi pensavamo finisse lì, invece poi ci hanno chiamato per un appuntamento con il Pontefice, il 23 giugno 2021. Se il Papa si spende per noi, la Questura di Genova fa veramente una brutta figura: vallo a spiegare alla cittadinanza che il Papa ha dato la solidarietà a un gruppo di lavoratori che sono un’associazione per delinquere”.

Ma la paura, per José Nivoi e gli altri operai sotto inchiesta, non svanisce: “Abbiamo molteplici esempi di dissidenti politici finiti in una certa maniera. La mia è una famiglia di sindacalisti, anche mio padre, tra il ’70 e l’80 ha avuto una serie di problematiche politiche. Mia madre è terrorizzata, mi dice: ‘Ma chi te lo fa fare? Hai una figlia…'”.

Da Genova alla Spagna

La ribellione dei portuali genovesi ha avuto eco in altri porti europei. Nella battaglia contro le Bahri ha avuto e ha un ruolo di primo piano il movimento no-war “La guerra empieza aquì” (“La guerra inizia qui”), nata da una piattaforma cittadina spagnola in difesa dei rifugiati come risposta al traffico d’armi verso l’Arabia Saudita che coinvolgeva il porto di Bilbao.

Frontiere News ha chiesto al suo coordinatore Luis Arbide se la Spagna rispetta le leggi nazionali per la regolamentazione del traffico di armamenti. “No, non rispetta né le leggi internazionali delle Nazioni Unite né la stessa legislazione interna spagnola, poiché entrambe vietano espressamente l’esportazione di armi verso determinati Paesi ‘qualora vi siano ragionevoli indizi che il materiale possa essere utilizzato per perturbare la pace, la stabilità o la sicurezza a livello mondiale o regionale’”.

Secondo Arbide, in Spagna c’è un problema di trasparenza sulle aziende private o a capitale pubblico implicate nel commercio di armamenti con i sauditi. “Si tratta di un tema opaco e nascosto, che il governo nasconde dietro una vecchia legge franchista e antidemocratica denominata ‘Legge sui segreti ufficiali’, ombrello su cui si basa per non dare informazioni né a mezzi di informazione né a commissioni o iniziative parlamentari”. Sebbene le proteste degli attivisti spagnoli non abbiano avuto risvolti giudiziari sostanziali come quelli di Genova, è nata una forte solidarietà verso i colleghi italiani, il cui modello di battaglia è “un modello di sensibilità ed etica non comune all’interno di un collettivo lavorativo. Credo che siano un esempio: hanno tutta la mia ammirazione. Vorremmo che con la disponibilità dei lavoratori portuali catalani, questo modello di gestione sindacale con un marcato profilo sociale possa diffondersi in tutti i porti e fabbriche”.

Se il business della guerra inizia in Europa, per molti lavoratori portuali la battaglia contro i trafficanti di armi è appena iniziata.


da qui

martedì 1 dicembre 2020

Seconda stagione di "Viaggia da casa"

 

il format di videointerviste a cura di Frontiere per conoscere il mondo e le sue sfumature un paese alla volta attraverso i racconti di autori che li hanno vissuti in prima persona. Le interviste sono a cura di Joshua Evangelista e Luca La Gamma, regia di Valerio Evangelista. L’appuntamento è ogni giovedì alle 19.30 in diretta su Facebook e YouTube.

 

Viaggia da casa (S2 E1) – Armenia con Simone Zoppellaro



Abbiamo inaugurato la seconda stagione di Viaggia da casa con l’Armenia, a partire dal trattato firmato insieme a Azeirbaigian e Russia per fermare la guerra in Nagorno Karabakh. Che ne sarà degli sfollati? Chi ne esce vincitore? Di questo e molto altro abbiamo parlato con Zoppellaro, alla luce delle incertezze interne nel paese, del ruolo della diaspora e del patrimonio culturale millenario degli armeni. E poi, come sempre, abbiamo chiesto a Simone un film, un libro, un luogo da visitare e un cibo imperdibile per capire l’Armenia di oggi. Ecco le sue risposte: • Film: Le stagioni di Artavazd Pelechian (1972) • Libro: La lettera a Hitler di Gabriele Nissim (Mondadori, 2015) • Luoghi da visitare: il monastero di Dadivank • Cibo da non perdere: lavash, una sfoglia sottilissima, talora quasi trasparente, patrimonio dell’Unesco Chi è Simone Zoppellaro.Giornalista freelance. Autore dei libri Armenia oggi (2016) e Il genocidio degli yazidi (2017), entrambi editi da Guerini e Associati. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda e con l’ONG Gariwo – La foresta dei Giusti. Tra gli altri, scrive per Frontiere News. Qui i suoi articoli. 



 Viaggia da casa (S2 E2) – Russia con Anna Zafesova


A che punto è la situazione del vaccino Sputnik V? E più in generale, com’è stata gestita la Pandemia in Russia? Ma ancora, relazioni internazionali, situazione bielorussa e avvelenamento del leader dell’opposizione Aleksei Navalny. Di questo e molto altro abbiamo parlato nella seconda puntata della seconda stagione di Viaggia da casa.

E poi, come sempre, abbiamo chiesto ad Anna un film, un libro, un luogo da visitare e un cibo imperdibile per capire la Russia di oggi. Ecco le sue risposte:

  • Film: “Uccidere il drago” di Mark Zakharov
  • Libro: “Quando c’era l’URSS: 70 anni di storia culturale sovietica” di Gian Piero Piretto; “I cinocefali” di Aleksej Ivanov
  • Luoghi da visitare: Mosca
  • Cibo da non perdere: insalata russa

Chi è Anna Zafesova: è una traduttrice e giornalista che si occupa di politica post-sovietica e relative questioni sociali e culturali, con particolare attenzione alla Russia e all’Ucraina. Ha lavorato come corrispondente da Mosca per il quotidiano italiano La Stampa. Al momento è una giornalista freelance di base a Milano e collabora con vari media e think tank italiani, svizzeri e russi.

da qui

 

 

Viaggia da casa (S2 E3) – Nigeria con Chukwuemeka Attilio Obiarinze e Giacomo Zandonini




Il paese più popoloso dell’Africa è stato al centro della discussione della terza puntata di #viaggiadacasa. Come è cambiato il migrante negli anni, chi è che migra. E ancora, come vengono usati i fondi che l’unione europea destina alla Nigeria per far sì che potenziali migranti non diventino veri migranti? E ancora, sveliamo le paure che i cittadini nigeriani vivono davanti alla SARS, il braccio armato speciale dello Stato molto violento che è accusato internazionalmente di crimini e torture.

Poi, come sempre, abbiamo chiesto a Chukwuemeka Attilio Obiarinze e Giacomo Zandonini un film, un libro, un luogo da visitare e un cibo imperdibile per capire la Nigeria di oggi. Ecco le loro risposte:

  • Film: Finding Fela di Alex Gibney; Amazing Grace di Jeta Amata
  • Libro: Welcome to Lagos di Chibundu Onuzo; Il Crollo di Chinua Achebe
  • Luoghi da visitare: New Africa Shrine, Lagos; Badagry Town
  • Cibo da non perdere: efo riro soup; garri

 

Chi sono Chukwuemeka Attilio Obiarinze e Giacomo Zandonini: nato a Como da genitori nigeriani, Chukwuemeka Attilio Obiarinze si è laureato in Lettere e Filosofia a Bologna e al momento risiede a Barcellona. Si occupa di turismo sostenibile, scrittura e musica. Giacomo Zandonini è un giornalista freelance italiano. I suoi lavori sono apparsi su La Repubblica, L’Espresso, Al Jazeera, Refugees Deeply, Internazionale, Left, Vanity Fair, Rai Tre, Women Under Siege, Radio Vaticana, Radio 24, Nigrizia, Redattore Sociale e altre testate. Si occupa di migrazioni, traffico di esseri umani, politica e società nel Mediterraneo e nel Sahel.

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lunedì 30 novembre 2020

Cadaveri ammassati e case bruciate: viaggio nel Karabakh dopo l’armistizio - Luca Steinmann

  

La sera del 9 novembre il premier armeno Nikol Pashinyan ha annunciato al suo paese di aver firmato un accordo con Russia e Azerbaigian per cessare il fuoco in Nagorno Karabakh. Gli scontri erano iniziati la mattina del 27 settembre. Le vittime totali sono state oltre quattromila. L’accordo è stato siglato dopo la presa di Shushi, il secondo più grande insediamento nella regione. Dopo l’armistizio, a Yerevan sono scesi in migliaia per chiedere le dimissioni di Pashinyan, reo, secondo le accuse, di aver tradito il proprio popolo.

Il giornalista Luca Steinmann (le foto di questo articolo sono state scattate da lui) è stato sul fronte nelle ultime settimane della guerra e ha seguito alcuni dei momenti più significativi dell’epilogo del conflitto: la ritirata armena, i bombardamenti sulla capitale Stepanakert, l’evacuazione di massa dei civili armeni, le proteste degli esuli a Yerevan. E ancora, lo scambio dei cadaveri, l’arrivo dei russi e l’ultimo pellegrinaggio di massa al monastero di Dadivank per l’ultima preghiera prima che venga consegnato agli azeri. Tatjana Đorđević Simic ha intervistato Luca Steinmann per Frontiere News.

 

Luca, come sei entrato in Nagorno Karabakh?

Siamo partiti da Yerevan, la capitale dell’Armenia, per raggiungere la città di Goris da dove avremmo dovuto imboccare il corridoio di Lachin, cioè il passaggio che collega l’Armenia al Nagorno Karabakh. Da Goris non abbiamo però potuto proseguire perché proprio in quelle ore l’esercito azero aveva lanciato un attacco per conquistare lo stretto. Il giorno dopo abbiamo allora preso un’altra strada più a nord che attraversando i monti del Kelbajar ci ha condotti fino a Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh. Ci siamo trovati in una città fantasma.

La maggior parte dei civili era fuggita e per le strade non si incontrava quasi nessuno. I pochi rimasti vivevano in bunker sotterranei per ripararsi dai bombardamenti. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli dei bombardamenti sulla città e le esplosioni dei bombardamenti provenienti dai vicini campi di battaglia, soprattutto dalla vicina città di Shushi. Nel corso dei giorni le esplosioni si facevano sempre più vicine, segno che la linea del fronte stava arretrando verso di noi. Finché il 7 novembre le autorità armene hanno ordinato un’evacuazione generale. Siamo precipitosamente stati fatti salire su dei pulmini insieme agli ultimi civili rimasti e durante la notte siamo stati evacuati in Armenia. Probabilmente Stepanakert sarebbe caduta se due giorni dopo non fosse stato firmato l’accordo di pace.

In un reportage realizzato insieme a Filippo Rossi per Sky hai intervistato dei giovani soldati armeni che difendevano le loro case a Shushi. Che cosa vi hanno raccontato? Cosa spinge così tanti ragazzi giovani a combattere?

Mi sembra che la memoria per il genocidio armeno sia il grande collante che spinge tante persone così diverse a combattere per il Nagorno Karabakh. Quello armeno è un popolo sparso in tutto il mondo. Sono tre milioni gli armeni che vivono in Armenia e undici milioni quelli della diaspora che generalmente sono profondamente integrati nei paesi in cui vivono. Si tratta quindi di un popolo molto eterogeneo ma profondamente unito dal ricordo dei drammi del passato. Non soltanto dal genocidio del 1915 ma anche delle stragi e dalle deportazioni che gli armeni, come anche gli azeri, hanno subito con il primo conflitto tra Armenia e Azerbaigian, sempre per il Nagorno Karabakh, nei primi anni ‘90.

Quest’ultima guerra ha dunque implicazioni emotive ed identitarie molto profonde. Il Nagorno Karabakh è considerato terra ancestrale dagli armeni, perderla significa perdere uno dei principali collanti che tiene insieme tutto un popolo sparso per il mondo. Inoltre dopo questa guerra oltre centomila armeni devono abbandonare le proprie case. È un vero e proprio esodo che riapre di nuovo il ricordo del genocidio.

Di fronte a questa situazione si sono mobilitati armeni da tutto il mondo, molti dei quali sono andati sul territorio per dare il proprio contributo. Chi combattendo, chi in veste di medico o infermiere, chi come semplice attivista. Ho incontrato per esempio un medico armeno-americano che era lì come volontario per medicare i soldati. Dei combattenti armeni venuti dalla Russia e anche tanti attivisti europei e americani.

Che cosa hai fatto una volta che sei stato evacuato in Armenia?

 

Sono stato nella capitale Yerevan per qualche giorno. Due giorni dopo il mio arrivo l’Armenia ha firmato la resa e di conseguenza sono scoppiate le proteste in città che sono andate avanti per diversi giorni. Ho avuto l’impressione di essere di fronte al grande shock collettivo di un intero popolo che non si capacitava della sconfitta. Tra chi protestava c’erano molti esuli dal Nagorno Karabakh, ma anche tanti soldati e cittadini comuni che chiedevano le dimissioni e l’esilio del premier Nikol Pashinyan, colpevole di avere accettato l’accordo. In molti avrebbero voluto continuare a combattere e si chiedevano per cosa fossero morti i circa 2000 soldati uccisi in battaglia. Al contempo però c’erano tante altre persone che litigavano con i manifestanti e sostenevano il premier, segno di una grande divisione interna.

Che situazione hai trovato quando sei tornato per la seconda volta a Stepanakert?

Ho trovato una città ancora più spettrale rispetto a prima, in cui c’erano solo soldati armeni, russi e qualche giornalista. L’unico posto in cui si poteva dormire era un albergo abbandonato, senza personale né servizi, riscaldamento o acqua calda e con internet che andava e veniva. Non c’era la possibilità di cucinare né di comprare del cibo caldo ma solo di mangiare degli snack oppure cibo pronto che avevamo portato con noi da Yerevan. Da Stepanakert abbiamo poi preso la strada che salendo portava verso Shushui. Ai lati c’erano molti cadaveri di giovani soldati azeri mentre quelli armeni erano già stati portati via. Qualche ora dopo i russi e la Croce Rossa Internazionale hanno mediato uno di scambio di cadaveri tra le due parti. I corpi degli azeri sono stati raccolti, caricati su dei furgoncini e portati verso Shushi. Prima di venire caricati  venivano controllate le tasche dei cadaveri. Uno di questi soldati teneva una lettera macchiata di sangue nella tasca all’altezza del cuore. Era stata scritta probabilmente da un parente e recitava:

“Ciao soldato, non ti chiedo come stai. Sono sicuro che stai bene. L’umore di una persona che combatte per la patria non può essere diverso. Se tu ci sei, c’è la patria. Se c’è la patria, ci sei tu. Nessuno può cambiare la tua strada, la tua santa causa. Né la pioggia né la neve possono mai farti stancare. Perché sappi che anche la tua patria ti difende, come tu la difendi. Non preoccuparti per noi. Siamo onorati di te.”

 

Hai partecipato all’ultima preghiera degli armeni al monastero di Dadivank prima che lo stesso venisse consegnato agli azeri. Come è andata?

Il monastero di Davidank si trova nella regione del Kalbajar, che a seguito dell’accordo di pace verrà ceduta dall’Armenia all’Azerbaigian. Questa regione non è mai stata persa militarmente dagli armeni che pertanto si ritrovano letteralmente a consegnare al nemico un territorio che considerano proprio. Appena la cessione è stata annunciata, migliaia di armeni si sono precipitati a Dadivank per le ultime preghiere. Centinaia di famiglie hanno portato lì i propri figli per farli battezzare. C’era una grande tristezza, da parte di alcuni anche molta rabbia. In realtà non è ancora chiaro cosa ne sarà in futuro del monastero. Alcune persone che vivono lì, a partire da padre Ter Hovhannes, hanno annunciato che non se ne andranno. Nelle ultime ore sono arrivati sul posto alcuni peacekeeper russi che forse garantiranno i pellegrinaggi degli armeni anche dopo che il Kelbajar sarà passato agli azeri. Per ora mi sembra che ci sia ancora molta incertezza. Quello che è certo è che negli ultimi giorni decine di migliaia di armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh. In molti prima di partire hanno dato fuoco alle proprie case per evitare che vengano abitate dagli azeri quando arriveranno.

 

Quanto reggerà questo cessate il fuoco?

Anche se Pashinyan desse ordine di tornare a combattere, mi sembra che in questo momento le autorità armene abbiano capacità decisionale limitata. Ormai sono entrati in gioco i loro protettori russi, che hanno grande potere. Dopo qualche giorno a Yerevan sono tornato a Stepanakert e ho assistito all’arrivo dei peacekeeper russi.

Sono arrivati, hanno piazzato i loro posti di controllo agli svincoli strategici della città e sulla vicina collina di Shushi e hanno iniziato a gestire loro la situazione, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con le vicinissime truppe azere. I soldati armeni erano lì a guardare e nonostante vedessero le bandiere azere sventolare all’orizzonte non potevano attaccare altrimenti sarebbero stati fermati dai russi stessi.

 

Secondo te la guerra tra Armenia e Azerbaigian si potrebbe descrivere come parte di un conflitto nascosto tra Mosca e Ankara?

La Russia in questo momento ha tutto l’interesse a mantenete la situazione attuale. Per Mosca è molto importante avere una presenza militare diretta nel Nagorno Karabakh, dunque nel cuore del Caucaso. Che è una regione storicamente sotto la propria influenza, che sta però diminuendo a favore di quella della Turchia che manderà presto le proprie truppe direttamente sul territorio.

Sostenendo l’Azerbaigian in questa guerra, Ankara ha messo un piede alle porte della Russia e si aggiudica l’utilizzo di un corridoio attraverso Armenia e il Nagorno Karabakh che collega la Turchia direttamente all’Azerbaigian e al Mar Caspio. Inoltre attraverso il Nagorno Karabakh Turchia e Azerbaigian potranno collegare le riserve azere di olio, di greggio e in generale di gas e di altri idrocarburi presenti nel Mar Caspio con il Mar Nero e poi con l’Europa senza passare attraverso la Russia.

Dal punto di vista geopolitico la Turchia esce quindi molto rafforzata da questa guerra e la Russia deve tenerne conto. Mosca non si può permettere di indietreggiare dal punto di vista militare altrimenti rischierebbe di diventare veramente subalterna rispetto alla Turchia. Credo quindi che la Russia farà tutto il possibile per mantenete le posizioni militari attuali e che quindi imporrà all’Armenia lo status quo attuale.

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