giovedì 5 novembre 2026

Abitare in tempi di guerra - Francesca Mannocchi

 

Abitare

è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
potesse trattenere il vento,
che un fuoco
potesse addomesticare la notte,
che una porta
potesse difendere la promessa del mattino.

Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.

La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:

«Io sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».

La guerra non distrugge le case.

Disfa l’idea di casa.

Spezza il verbo che ci fonda:

Resto, quindi sono.

La guerra toglie la possibilità della durata.

L’uomo che è costretto a fuggire
non lascia una stanza:

perde la grammatica del quotidiano,
il libro degli atti minimi
che tengono insieme il pensiero:

apri,
chiudi,
lava,
posa,
attendi…

resta.

In tempo di guerra, abitare non significa ripararsi:

significa non essere cancellati.

Abitare diventa insurrezione silenziosa:

continuare a disporre il pane
anche quando il pane non c’è.

Continuare a dire «qui»
a chi ci vuole altrove.

Anche in una tenda

(che è già esilio).

Anche in un campo profughi

(che di quell’esilio è l’atlante).

Ho camminato fra tende tutte uguali.

Le abitazioni temporanee
della burocrazia quando nomina il dolore.

Io le ho viste farsi città:

centomila vite piantate nel vento,
un’urbanistica di sopravvivenza.

Nei campi la casa non è un luogo,

è una costellazione di oggetti sopravvissuti:

una tanica d’acqua,
un lembo di coperta,
un chiodo piantato nel nylon.

Oggetti con una liturgia:

si lava ciò che si può,
si mangia ciò che non marcisce,
si dorme in diagonale
perché il corpo impari
a essere meno del necessario.

Nel campo, ogni mancanza diventa invocazione:

sapone,
calore,
luce,
pudore.

Il corpo, quando non può pulirsi,
si ricopre di memoria.

Ogni assenza si fa preghiera:

«Dio, dacci oggi il nostro sapone quotidiano».

E se il sapone non c’è,
ci si lava con la memoria.

La notte il freddo passa sotto le tende
e sembra un animale che cerca qualcosa da divorare.

I bambini si stringono ai corpi delle madri,
e i corpi delle madri si fanno muro,
una muraglia di carne che dice: resisti!

Ho visto donne contare i minuti tra un pasto e l’altro.

Non il tempo del giorno,
ma il tempo della fame.

Perché nei campi il tempo non scorre,
si misura in distanza dalle cose necessarie.

Abitare in guerra

è dire:

«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».

È l’atto politico più nudo,

resistere con i gesti:

con le mani che lavano,
con il pane che manca,
con il corpo che insiste sulla terra.

Abitare è dire alla violenza:

«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».

Abitare
è la prima forma di fede.

Restare
è la seconda.

(da «Crescere, la guerra»)

da qui

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