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giovedì 4 luglio 2024

Il Grande Fratello è buono - Andrea Zhok

 

Oggi, sfogliando un po' di siti di informazione online sono incappato in due notizie, nessuna delle due del tutto nuova.

La prima è la notizia della cessione del governo italiano delle infrastrutture di telecomunicazione nazionali, prima TIM, al KKR Global Institute, fondo americano presieduto dall'ex generale David H. Petraeus, ex direttore della CIA. 

Niente di anomalo, niente che non rientri nella fisiologia di questo paese.

Il governo "sovranista", quello che si imporpora d'orgoglio nazionale quando deve fare gli spottoni pre-elettorali, cede serenamente e sistematicamente ogni residuo di autonomia al capobastone americano. 

Per l'occasione, allarmi antifascisti non pervenuti.

I nostri sovranisti à la carte del "fascismo" hanno recepito più o meno solo il principio di cieca obbedienza gerarchica e un po' di darwinismo sociale. 

La cieca obbedienza al capobranco oggi si esercita in direzione di un padrone con passaporto americano e il darwinismo sociale si traduce in mercatismo (il mercato ha sempre ragione, il mercato è efficiente, il mercato è buono, in particolare se a comprare è un padrone a stelle e strisce.)

E incidentalmente, queste due ombreggiature "fasciste" - cieca obbedienza ai caporali di Washington e mercatismo - sono principi abbracciati entusiasticamente anche dal centrosinistra. 

Ricordiamo, di passaggio, che la dismissione delle telecomunicazioni venne inaugurata illo tempore dal centrosinistra, con Prodi: c'è qualcosa di esteticamente mirabile nel vedere che la parabola che si è aperta con Prodi viene oggi chiusa dalla Meloni.

La seconda notizia in cui sono incappato è un'articolessa su Repubblica, in cui si perorava la causa della didattica a distanza, spiegando nel titolo come "l'84% degli studenti si sente più sicuro e preparato grazie al mondo digitale".

Assumendo di rivolgermi a persone intelligenti non mi metterò neppure a refutare questa corbelleria. 

Vi troviamo l'usuale sparata percentuale (l'84% eh, mica cai) che mima la retorica scientifica, attraverso la quale questi incartamenti per il pesce gabellano la propria propaganda come "autorevole". 

Vi troviamo una balla sesquipedale, evidente a chiunque abbia constatato la mostruosa impennata dei problemi psichiatrici adolescenziali dopo la clausura (e la didattica a distanza) del covid.

Ma ci troviamo, soprattutto - e questo è ciò che fa venire i brividi - una quadratura mirabile - ancorché contingente - con la prima notizia.

Ricordiamo infatti cos'è esattamente la rete venduta agli americani. Riporto, a titolo di resoconto, un passaggio da fonte non sospettabile di antiamericanismo, una pagina del Corriere della Sera di qualche tempo fa: 

"La rete di telecomunicazioni di Tim è la più estesa d’Italia: è composta da oltre 21 milioni di chilometri di cavi in fibra ottica e copre l’89% delle abitazioni. È la principale infrastruttura per la trasmissione dei dati di cittadini, imprese e pubblica amministrazione. É considerata strategica per la sicurezza nazionale ed è lo snodo principale per la digitalizzazione del Paese, che passa per l’introduzione delle applicazioni digitali fondamentali per il futuro delle imprese italiane e per l’ammodernamento dei servizi al cittadino da parte della pubblica amministrazione previsto dal Piano di ripresa e resilienza."

Dunque, in sostanza.

Il Piano di ripresa e resilienza, insieme a tutti i vari progetti europei di digitalizzazione forzata, preme per estendersi anche alla formazione scolastica (donde l'articolessa pubblicitaria di Repubblica).

Il quadro della società che emerge come un desideratum è dunque quello di un mondo di interazioni massimamente digitalizzate, i cui veicoli sono sorvegliati o sorvegliabili, manipolati o manipolabili, a piacimento da un comando estero con agenda militare. 

Aggiungo una notazione laterale. 

Conosco fin troppo bene le reazioni del liberale italiano medio (cioè dell'elettorato mainstream) per non anticiparne la reazione automatica di fronte a simili osservazioni.

La loro reazione naturale è di vedere in tutte queste osservazioni i germi di un complottismo che vede piani malvagi e intenzioni di nocumento ovunque. 

Invece bisogna fidarsi. 

Perché il soggetto politico qui è il Blocco-del-Bene (progressismo, liberalismo, dirittumanismo, globalismo, americanismo). 

Ciò che in qualche misura diverte in questa forma di cecità selettiva è l'inavvertita inconsequenzialità. 

Infatti, è parte della concezione antropologica di fondo del liberale l'assunto che tutti gli agenti siano mossi sistematicamente da agende di interesse autoaffermativo, da egoismo, ambizione autoreferenziale, pulsione ad appagare la propria curva privata di utilità.

Tra i tanti difetti di una visione così deprimente dell'umano, almeno un aspetto potrebbe tornare utile in tempi oscuri come i presenti: sotto tali premesse dovrebbe almeno essere diffusa un'allerta costante, una cultura del sospetto rispetto a intenzioni e dichiarazioni "idealiste", una sfiducia nella "voce del padrone".

E invece - potenza del bispensiero - niente di tutto ciò accade. Rispetto al padrone reale in carica vige solo infinita fiducia nella sua superiore nobiltà e lungimiranza. 

Perché il Grande Fratello è buono.

E chi ne dubita è un complottista.

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mercoledì 17 aprile 2024

Musk all’attacco di Telecom - Andrea Muratore

 

Nelle scorse giornate ha fatto discutere la querelle tra Starlink, la società di Elon Musk che offre servizi di connessione internet via satellite con il sistema omonimo, e Telecom Italia, attaccata in forma diretta dal conglomerato del magnate americano di origini sudafricana. Il motivo? Starlink, controllata da Musk tramite SpaceX ha presentato una querela contro Telecom perché ostacolerebbe lo sdoganamento dei servizi internet veloci nella Penisola.

“Dalla società guidata da Elon Musk, sostengono che Telecom Italia non abbia rispettato per mesi le norme che le imponevano di condividere i dati dello spettro per evitare interferenze di frequenza con le sue apparecchiature”, nota Il Sole 24 Ore, aggiungendo che secondo il gruppo di imprese di Musk “la mancanza di accesso ai dati sta rallentando fortemente l’installazione di nuove apparecchiature di proprietà di Starlink”.

Al di là del caso giudiziario, su cui non si hanno elementi per giudicare ampiamente la questione, è interessante sottolineare la querelle politica che sottende alla sfida tra Musk e Telecom. Ovvero un rilancio dell’attenzione per le infrastrutture di telecomunicazione italiane nel pieno del braccio di ferro per la conclusione del deal Telecom-Kkr per la vendita della rete primaria e secondaria della telco italiana e del grande gioco su Sparkle, il “gioiello della corona” dell’ex monopolista di rete. L’azienda che gestisce l’impero dei cavi sottomarini costruito nei decenni a partire dall’ex Stet, oggi titolare di oltre mezzo milione di chilometri di cavi in fibra ottica nel mondo, non sarà per ora venduta da Telecom, il cui Ceo Pietro Labriola ha di recente rifiutato assieme al Cda l’offerta del fondo spagnolo Asterion e del Ministero dell’Economia e delle Finanze per il 100% di Sparkle.

Il prossimo 23 aprile l’assemblea dei soci di Telecom si riunirà dunque in un quadro di grande incertezza per rinnovare le cariche del gruppo. Il gruppo di Via Negri a Milano si trova in mezzo, ad oggi, a tre partite che riguardano da vicino la sfida per l’egemonia sulle reti di telecomunicazioni italiane. Innanzitutto, il derby franco-americano sulla vendita della rete, su cui il primo azionista Vivendi da tempo storce il naso; in secondo luogo, la sfida su Sparkle con l’interesse predominante di Asterion e il Mef che intende replicare l’operazione di spalleggiamento fatta sul deal NetCo. Infine, la partita aperta da Musk e Starlink con un tempismo che colpisce vista la vicinanza del rinnovo delle cariche. Labriola ha dato via libera alla vendita degli asset di rete tradizionali a NetCo ma non ha alcuna intenzione di trasformare Telecom in un guscio vuoto. E anche sulla sua linea di bilanciamento tra gli azionisti italiani, francesi e anglosassoni sparsi nel lungo elenco dei soci Telecom si giocherà la sua riconferma. Tutto questo mentre un altro tema caldo va tenuto sotto osservazione: il legame tra gli affari delle reti e il nodo della supervisione del decisore pubblico.

Il fatto che per negare i ponti radio a Starlink avrebbe addotto ragioni di sicurezza apre un grande tema. Quello, cioè, della priorità delle scelte d’interesse nazionale riguardanti asset strategici come le reti di telecomunicazioni. Che, in un’epoca sempre più competitive, spettano al governo di un Paese, chiamato a tirare le file tra scelte complesse. Musk ha sicuramente ben colto la finestra d’opportunità che il mercato spaziale e tecnologico italiano offrono alle sue aziende. E si è inserito a capofitto nel gran gioco delle reti ben sapendo che a dirimere il dubbio posto da Telecom potrà essere solo l’esecutivo di Giorgia Meloni, che tramite il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha lanciato un tavolo di mediazione tra Telecom e Starlink esteso al garante delle comunicazioni (Agcom).

La destra italiana che ama Elon Musk quasi quanto ama i discorsi sulla sovranità nazionale è chiamata a una partita decisiva per gli assetti delle reti: spingerà Telecom alla convergenza forzata con Starlink, aprendo dunque a una nuova espansione americana nel business di una società di cui, comunque, l’Italia vuole mantener il controllo e di cui vuole blindare l’asset più chiave per le reti, ovvero quella Sparkle che costruendo i cavi in fibra ottica dà vita al vero contendente all’Internet via satellite? Oppure prescriverà a Starlink una condotta orientata a garanzie funzionali per l’attore pubblico nel guardare come i flussi dati sono gestiti da un attore esterno, dunque di fatto aprendo a un caso di applicazione del golden power su un attore di un Paese amico come gli Usa? Oppure ancora prenderà tempo mentre mercato e sfide geopolitiche si sommano nel plasmare la corsa agli asset strategici dell’Italia?

Il dilemma è netto e si inserisce nel quadro di un sistema che vede la Penisola centrale nella corsa alle telecomunicazioni di domani. Gli Usa, con Kkr, lo hanno dimostrato sulla telefonia. Sparkle gestisce la costruzione e manutenzione degli strategici cavi sottomarini cruciali per i flussi d’informazioni securitarie, economiche e strategiche nel mondo moderno; Starlink vuole l’Italia come ponte per l’Europa meridionale e il Mediterraneo. Servirebbe una vera agenda governativa per capire come Roma possa giocare a suo favore questo fermento. L’alternativa è essere soggetto, prima che oggetto, di queste dinamiche. E rispondere a ruota a mosse pensate da giocatori esterni.

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venerdì 8 dicembre 2023

Altro che nazionalizzazioni: Giorgia vende tutto - Enrico Mingori

 

La rete Tim passa al fondo Usa Kkr. Ita va ai tedeschi di Lufthansa. L’ex Ilva resta in mani indiane. E si prepara una stagione di privatizzazioni. Meloni parlava di difesa dell’italianità. Ma ecco com’è andata a finire con Fdi al governo. Chiamateli pure “patrioti del mercato”

 

C’è stato un tempo in cui Giorgia Meloni si indignava per la vendita di aziende italiane a compratori stranieri, rimaneva scandalizzata davanti a uno Stato che «permette a entità finanziarie estere di banchettare indisturbate sulle infrastrutture strategiche», gridava che lei non avrebbe mai ceduto «alla grande finanza internazionale».

Quel tempo è finito la sera del 25 settembre 2022, quando Fratelli d’Italia ha vinto le elezioni politiche. Da presidente del Consiglio, Meloni – pur mantenendo a parole un atteggiamento intransigente contro i falchi forestieri pronti a depredare la «Nazione» – ha abbracciato, nella pratica, una posizione ben più elastica rispetto alle dinamiche del mercato globalizzato.

E così, proprio sotto il Governo dei “patrioti” sovranisti, si sta consumando la vendita della rete Tim agli americani di Kkr, la progressiva cessione di Ita Airways ai tedeschi di Lufthansa e la rinuncia al piano di nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia, mentre il proposito di far entrare lo Stato in Stellantis è silenziosamente evaporato.

Una linea, questa, su cui ha avuto certamente un peso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, un leghista laureato alla Bocconi che ha fissato l’obiettivo – a dire il vero poco realistico – di raggranellare 20 miliardi di euro in tre anni da una serie di privatizzazioni ancora non ben definite. Nel giro di quattordici mesi si è passati, insomma, dalle nazionalizzazioni alle privatizzazioni. Tutto legittimo, e forse in certi casi persino inevitabile, ma in campagna elettorale la musica suonata dai meloniani era tutta un’altra.

Cortocircuito sulla rete
Prima di insediarsi a Palazzo Chigi, Meloni sosteneva che la rete di Tim andasse nazionalizzata. In un’intervista a Radio 24, nell’agosto 2022, auspicava «una rete unica di proprietà pubblica». «Il punto – sottolineava – è scorporare la proprietà della rete, che non può essere privata, come non lo è da nessuna parte per un fatto di sicurezza nazionale e tutela dell’interesse nazionale».

A conferma di questa linea, nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si proponeva, alla voce «tutela delle infrastrutture strategiche nazionali», di «garantire la proprietà pubblica delle reti sulle quali le aziende potranno offrire servizi in regime di libera concorrenza, a partire da quella delle comunicazioni».

In particolare, secondo indiscrezioni mai smentite circolate alla vigilia delle elezioni politiche, il piano meloniano prevedeva che Cassa Depositi e Prestiti, già titolare del 10% di Tim, lanciasse un’Opa sul restante 90% per poi procedere a uno spezzatino, vendendo gli asset dei servizi e mantenendo solo la proprietà della rete.

Sappiamo, invece, come poi le cose sono andate a finire. Il Governo dei “patrioti” ha presto abbandonato la pista Cdp ed è andato a sponsorizzare l’affondo sulla rete Tim del fondo statunitense Kkr, che non solo è evidentemente una società privata ma è anche uno dei più affamati predatori dell’alta finanza di Wall Street, quella che Meloni fino a poco tempo fa diceva di voler combattere.

E, per inciso, Kkr è anche il padrone della Marelli che lo scorso settembre ha annunciato a sorpresa la chiusura dello stabilimento di Crevalcore, in provincia di Bologna, precipitando nell’incertezza oltre 230 lavoratori, ma quella è un’altra storia.

Con il recente via libera da parte del Consiglio d’amministrazione di Telecom, la rete fissa dell’ex monopolista è stata comprata dal fondo yankee per una cifra intorno ai 22 miliardi di euro (il closing dell’operazione avverrà a metà 2024). Kkr ha siglato un memorandum of understanding con il Ministero dell’Economia in base al quale il Mef diventerà socio di minoranza della nuova compagnia della rete (Netco) con un pacchetto di azioni fino al 20% e un esborso di 2,5 miliardi di euro.

E pensare che il primo dicembre 2021, in un editoriale a sua firma su Milano Finanza, Meloni si lanciava contro la decisione di Tim di vendere il 38% di FiberCop proprio a Kkr e contro l’ingresso in Open Fiber del fondo australiano Macquarie: «Questo vuol dire, in termini pratici, che le due aziende sono a sovranità limitata perché prima di fare qualsiasi investimento, o scelta strategica, devono concordarle con fondi americani e australiani», scriveva la leader di Fratelli d’Italia. Per poi concludere: «Mi chiedo come sia possibile non badare all’interesse nazionale e mettersi a fare le majorette di quelli stranieri».

I contenuti dell’accordo fra il Mef di Giorgetti e Kkr – sottoscritto poco prima di Ferragosto – sono riservati. Nel breve comunicato diffuso dal Ministero si precisa che è previsto «un ruolo decisivo del Governo nella definizione delle scelte strategiche», ma se gli americani hanno messo sul piatto più di 20 miliardi di euro è verosimile pensare che non staranno a guardare. Difficilmente accetteranno di mettersi nelle mani dello Stato italiano.

Per giunta, il fondo newyorkese si porta dietro gli emiratini di Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi, che partecipa con una quota di minoranza al veicolo con cui è stato formalmente chiuso l’accordo per Tim. Dunque, le redini di Netco passano a un fondo speculativo americano affiancato da un partner arabo. Altro che italianità.

Importante nota a margine: sulla rete di Tim il piano del Governo è quello di arrivare a replicare i modelli Terna (rete elettrica) e Snam (rete gas), dove la parte pubblica comanda con una quota di maggioranza relativa (in quei casi, tuttavia, il controllo dell’infrastruttura non è mai passato in mani private).

Il percorso previsto è che nel giro di cinque o sei anni, una volta realizzata la pluslvalenza desiderata, Kkr esca di scena e rimetta la sua quota sul mercato, lasciando appunto il volante al Mef. Ma la sciagurata storia degli ultimi venticinque anni di Tim, a partire dalla privatizzazione fatta sotto il Governo Prodi fino agli attuali dissidi fra Cdp e Vivendi, è segnata da colpi di scena tali da aver insegnato che le intenzioni dichiarate in partenza raramente vengono rispettate.

Compagnia di bandiera
Anche sul dossier Ita Airways, Meloni ha contraddetto se stessa. Dopo aver gridato allo scandalo in campagna elettorale contro la privatizzazione della compagnia di bandiera, sarà proprio il suo Governo – salvo un improbabile stop dall’Antitrust europeo – a concludere la cessione a Lufthansa.

Ad agosto dell’anno scorso la leader di Fratelli d’Italia esortava il premier in carica Mario Draghi a fermare le trattative in corso con il vettore aereo tedesco, che all’epoca si muoveva ancora in cordata con il gruppo italiano delle crociere Msc: «Ora che abbiamo affrontato sacrifici indicibili per comprimerne i costi, occorre valutare con attenzione la presenza dello Stato nella compagnia e nella partecipazione di altri partner», diceva Meloni, sostenendo che un esecutivo dimissionario avrebbe dovuto astenersi dalla partita.

E il “fratello d’Italia” Fabio Rampelli rincarava la dose, intervistato da Milano Finanza: «Se Draghi vuole forzare la mano al punto di giungere al closing prima del voto, mi pare evidente che esista un accordo inconfessabile per consegnare il business del trasporto aereo italiano ai tedeschi».

Di lì a poche settimane accadde che Draghi congelò il dialogo con Lufhtansa e Msc per avviare un negoziato in esclusiva con la cordata composta dai vettori Air France-Klm e Delta Airlines e dal fondo statunitense Certares: una strada che avrebbe garantito maggior peso allo Stato italiano nella governance.

Meloni tornò alla carica: «Secondo me bisognava valutare la possibilità di mantenere la nostra compagnia di bandiera perché non ci facciamo certo un figurone a essere, forse, l’unico grande Paese occidentale d’Europa che non ha una propria compagnia di bandiera. È un altro pezzo di Italia che se ne va, e quando questo capita io non sono contenta mai. Tutto quello che posso fare per impedirlo sono pronta a farlo – prometteva la futura presidente del Consiglio – ma se non posso studiare il dossier perché si vuole risolvere tutto prima non sono d’accordo».

Alla fine Meloni, il dossier, è riuscita a studiarlo, perché Draghi non ha fatto in tempo a chiudere quell’operazione. Ed evidentemente la premier ha concluso che l’idea originaria di vendere ai tedeschi non era poi malvagia. Peccato che nel frattempo il partner italiano Msc, stanco delle lungaggini dei negoziati, si sia chiamato fuori.

Così lo scorso maggio il Ministero dell’Economia – proprietario del 100% di Ita – ha firmato un accordo con la sola Lufthansa per la cessione del 41% della società attraverso un aumento di capitale da 325 milioni di euro.

Ma questo è solo l’inizio del cronoprogramma per la privatizzazione: dopo il 2025, infatti, quando Ita dovrebbe essere diventata profittevole, i tedeschi aumenteranno la propria partecipazione lasciando allo Stato italiano una quota che dovrebbe oscillare intorno al 10% o un rappresentante nel board.

Grazie ai paladini della compagnia di bandiera, dunque, l’ex Alitalia finirà per essere pilotata da un vettore germanico. E forse – va detto – dopo i ripetuti disastri combinati dai politici e dai manager italiani negli ultimi vent’anni, ce lo meritiamo.

Retromarce
Un altro miserevole fallimento industriale italiano – maturato ben prima dell’arrivo di Meloni al potere – è quello dell’ex Ilva. Mai come oggi l’ex gigante dell’acciaio è stato vicino alla chiusura. Manca liquidità e la produzione è ai minimi storici. Il problema è che negli ultimi due anni lo Stato, che possiede il 38% tramite Invitalia, ha iniettato complessivamente più di un miliardo di euro nelle casse del gruppo siderurgico, di cui 680 milioni autorizzati lo scorso gennaio dal ministro dell’Economia Giorgetti, ma il controllo è destinato a rimanere agli indiani di Arcelor Mittal.

Nel 2020 il Governo Conte 2 aveva concordato con la multinazionale un piano che avrebbe dovuto portare Invitalia al 60% dietro versamento di 680 milioni di euro. Come detto, quell’assegno è stato staccato dieci mesi fa, eppure all’orizzonte non si vede ancora nessun rafforzamento della partecipazione pubblica.

Il ministro meloniano delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, era favorevole al progetto di nazionalizzazione al 60%. Ma dall’estate scorsa le cose sono cambiate. La premier ha esautorato Urso e affidato il dossier ex Ilva a Raffaele Fitto e Alfredo Mantovano, rispettivamente ministro degli Affari europei e sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Risultato: il Governo sta negoziando un nuovo accordo con Arcelor Mittal che non dovrebbe intaccare il controllo dell’acciaieria in capo agli indiani. La nazionalizzazione, in altre parole, non s’ha da fare.

E che dire di Stellantis? Negli anni passati la stessa Meloni e lo stesso Urso hanno più volte invocato l’ingresso dello Stato nel capitale della casa automobilistica nata dalla fusione tra Fiat Chrysler e il gruppo Peugeot. «Presenteremo un progetto che preveda la predisposizione di un piano nazionale per l’automotive e la partecipazione di Cdp nell’azionariato della nuova azienda al pari della quota pubblica francese», annunciava la leader di FdI nel marzo 2021.

Ed esattamente un anno dopo era addirittura il Copasir presieduto da Urso ad auspicare «un interessamento di Cassa depositi e prestiti, il cui eventuale ingresso nel gruppo industriale potrebbe favorire un ribilanciamento di pesi tra la componente francese e quella italiana, così proteggendo le tecnologie e l’occupazione». Da quando i “patrioti” sono al governo, però, la proposta è finita nel dimenticatoio.

Non è più aria per l’ingresso del pubblico nel privato, semmai il contrario: i soldi in cassa scarseggiano e il ministro Giorgetti studia da quali aziende partecipate si può uscire e ricavare un bel gruzzoletto.

La nuova stagione delle privatizzazioni è già iniziata, due settimane fa, con la cessione a 150 investitori del 25% del Montepaschi di Siena, di cui il Ministero dell’Economia detiene comunque ancora il controllo. E le alienazioni potrebbero proseguire l’anno prossimo con operazioni più difficili e quindi lunghe, come mettere sul mercato una quota di Poste Italiane o di Ferrovie dello Stato. L’obiettivo è drenare una ventina di miliardi di euro entro il 2026.

L’era del “ritorno dello Stato”, almeno in Italia, sembra già finita, morta sul nascere. Curiosamente soffocata dagli ex fautori dell’autarchia del terzo millennio.

da qui

sabato 25 novembre 2023

Piange il telefono

 

TIM, la sudditanza del governo Meloni contro gli interessi del popolo italiano - Francesco Erspamer

Per chi non lo sapesse, una volta la TIM era la SIP, operatore telefonico controllato dallo Stato. Allora il settore delle telecomunicazioni era considerato di vitale importanza per la sovranità e sicurezza nazionale: che è la ragione per cui fu frettolosamente privatizzato durante il golpe globale americano immediatamente seguito alla crisi e dissoluzione dell’Unione Sovietica. Principali responsabili (non dimenticatelo mai) furono i radicali più o meno chic, apripista del neoliberismo liberal e libertario; anche se ad approfittarne e guadagnarci furono poi i due poli pseudo-politici altrettanto frettolosamente costituiti a imitazione del modello statunitense: a fingersi destra, i liberisti berlusconiani (inclusi quelli che in precedenza si erano detti e magari erano stati conservatori o addirittura fascisti), a fingersi sinistra, una coalizione di liberisti veltroniani (quelli che si erano definiti socialisti o addirittura comunisti) e di liberisti prodiani (quelli che si erano definiti cattolici). Così nel 1994 nacque Telecom Italia e tre anni dopo l’immarcescibile Prodi la privatizzò (il popolo della finta sinistra era troppo occupato a fare girotondi con Nanni Moretti per preoccuparsi di questo o altri dettagli come l’ingresso nell’euro).

Qualche giorno fa l’ultimo passo: il consiglio di amministrazione della TIM ha autorizzato la vendita della rete fissa (ossia le infrastrutture che a suo tempo furono costruite dallo Stato e a spese dei contribuenti, come le autostrade) a un colosso finanziario americano, la KKR, specializzata in acquisizioni di imprese, spesso gigantesche, con soldi presi a prestito: pura speculazione finanziaria, che se va bene arricchisce oscenamente gli speculatori e se va male danneggia lo Stato e la gente ordinaria (nel latinorum anglofono dei media, nuovi Azzecca-garbugli al servizio dei potenti, si chiama «leveraged buyout», così non capite cosa significa e vi entusiasmate se Draghi diventa presidente del consiglio, perché è uno che di soldi ci capisce). Per saperne di più leggete l’articolo di una rivista non proprio comunista, «Forbes», raggiungibile con la connessione che ho copiato sotto, nel primo commento.


Niente di nuovo, peraltro: è il mondo che democraticamente vi siete scelto e che sostenete quotidianamente acquistando e facendo tutto quello che prescrive la pubblicità delle banche e delle altre multinazionali, anche se da voi stessi considerato superfluo, inutile o dannoso.


La ragione per cui ne parlo è che a sostenere questa operazione palesemente svantaggiosa per l’Italia e, direi, per l’Europa, dunque contraria agli interessi nazionali, sono Giorgia Meloni e il suo governo, eletti a furor di popolo per salvare la nazione e i suoi valori. Ora, che Meloni fosse una neoliberista e non una nazionalista a me è sempre parso evidente: qualcuno si sarà fatto ingannare dalla sua finta opposizione al governo Draghi (che non aveva bisogno del suo appoggio e quindi poteva farle giocare la parte dell’opposizione) ma io non avevo dimenticato la sua partecipazione al IV governo Berlusconi, quello che sfasciò la pubblica istruzione con il decreto Gelmini e destabilizzò la Libia a tutto vantaggio di Francia e Stati Uniti. Il comportamento di Meloni sulla TIM come sull’Ucraina o su Gaza, mi pare dunque perfettamente coerente.


Invece di deprimermi, ciò mi pare motivo di speranza. A patto di saperne approfittare. Non so perché Meloni abbia avuto tanto successo: una concomitanza di fattori, immagino, che si sono aggiunti alla mediocrità dei suoi avversari. Ma so che ha ritenuto necessario presentarsi come una sovranista, come una cattolica, come una conservatrice e addirittura come una fascista, non come la filoamericana e globalista che è (come invece ha fatto, apertamente, la Lega, oltre ovviamente al Pd di Renzi, Letta, Draghi e Schlein). Come mai? Perché sa bene, Meloni, che ci sono molti italiani che sono sensibili a quel tipo di retorica, e alcuni che ci credono davvero.


Dove ripongo la mia speranza, allora? Proprio in questo popolo che confusamente resiste alla normalizzazione globalista e che si sente sconfitto, escluso, marginalizzato. Una maggioranza non solo silenziosa come quella che mezzo secolo fa si lasciò dominare, no, non dai comunisti, piuttosto dai liberali atlantisti e dai sessantottini; dicevo, una maggioranza (o ampia minoranza), oggi, non solo silenziosa ma frustrata, rassegnata, depressa: composta di ex conservatori, ex cattolici, ex comunisti, ex moralisti, ex tradizionalisti, ex provinciali, ex umanisti, i tanti che ancora danno valore ai valori ma che non hanno il coraggio di difenderli apertamente, che cominciano a diffidare delle novità fini a sé stesse ma non sanno come rifiutarle. Se il liberismo trionfante ancora li deve corteggiare e ingannare forse vuol dire che sono parecchi, a destra come a sinistra, e che anche se divisi, deboli, passivi, la loro rabbia repressa fa paura.

Ecco, si tratta di raggiungerli, aggregarli, organizzarci, prepararci: in modo che quando arriverà la prossima crisi, più catastrofica delle precedenti (e verrà, state sicuri), si possa reagire con lucidità e determinazione, approfittando dell’occasione per spazzare via la dittatura mediatica e finanziaria del neocapitalismo insieme ai suoi burattini.

da qui




giovedì 30 dicembre 2021

La vendita di Tim è la più grande cessione di sovranità della storia italiana - Stefania Maurizi

 

L’operazione TIM-KKR è la più grande cessione di sovranità e di diritti umani e civili nella storia della nostra Repubblica. Parola di Stefania Maurizi, giornalista investigativa, che ha lavorato sui documenti WikiLeaks e Snowden files.

Riproduciamo, vista la stringente attualità e dimensione strategica della questione, una serie di tweet della giornalista Stefania Maurizi

Partiamo da questo articolo di 2 giorni fa di Carlo Bonini per Repubblica: https://t.co/6qUaUcMWCg?amp=1

Bonini scrive che è attraverso TIM che l’Italia può interloquire “su base paritaria con i 5Eyes”,l’alleanza di intelligence più potente del mondo. In parte è vero.

E’ assolutamente vero che l’alleanza di intelligence tra Stati Uniti e Italia passa attraverso tanti fattori, tra cui, quello decisivo sono i cavi sottomarini a fibra ottica su cui viaggiano tutte le comunicazioni, quindi transazioni economiche, etc

Ma, contrariamente a quanto scritto da Carlo Bonini , l’Italia NON interloquisce AFFATTO su base paritaria con i 5Eyes, l’Italia è “Tier B”, cioè un partner di serie B. Come l’abbiamo scoperto? Grazie ai file top secret di Snowden.

Leggete questa spiegazione elementare che mi ha dato Glenn Greenwald in questa intervista, l’anno dopo che rivelammo i file di Snowden per l’Italia: https://t.co/DuSc6tgGse?amp=1

Glenn Greenwald spiega in modo elementare che i file di Snowden non lasciano dubbi: l’Italia è “Tier B”, ovvero “gli Usa guardano i partner ‘Tier B’ in primo luogo come nazioni da spiare e solo in secondo luogo come Paesi con cui collaborare a operazioni di intelligence”, dunque l’Italia NON interloquisce AFFATTO con i 5Eyes in modo paritario, AL CONTRARIO è una vittima del loro spionaggio che colpisce tutto: politica, economia, ricerca scientifica, etc.

Fino al 2013, potevamo immaginare, ma NON avevamo prove, con Snowden le abbiamo acquisite e gli USA e i 5Eyes NON hanno più potuto negare. L’ha capito perfino il Copasir: quindi l’hanno capito tutti, ma, ad oggi, questo spionaggio è stato quello che potremmo caratterizzare come un atto ostile nei confronti del governo e del popolo italiano. Ora con l’operazione TIM-KKR ci consegnano direttamente nelle mani della NSA, senza alcuna protezione.

Se l’operazione sarà finalizzata, gli italiani non avranno più alcuna protezione che deriva dall’essere europei e quindi protetti da Costituzioni e leggi che tutelano la privacy e i dati personali. E’ abominevole.

L’operazione TIM-KKR non è banale questione finanziaria: è la più grande cessione di sovranità e di diritti umani e civili nella storia della nostra Repubblica. E’ da opporre con ogni mezzo non violento.

da qui



Glenn Greenwald, così ho sfidato lo spionaggio - Stefania Maurizi

 

«Non ci sono dubbi sul fatto che i servizi segreti italiani abbiano una collaborazione con la Nsa e se il governo di Roma lo nega, allora vuol dire che mente. Ma bisogna anche riconoscere che la National security agency non vede l'Italia come uno dei suoi principali alleati nelle operazioni di sorveglianza di massa e considera il vostro Paese come un bersaglio della sua attività di intelligence». Glenn Greenwald ormai è un'icona del giornalismo indipendente: è a lui che Edward Snowden si è rivolto quando ha deciso di svelare al mondo i segreti della più grande agenzia di spionaggio delle comunicazioni. Uno scoop senza precedenti: la rete planetaria costruita dagli Usa per vigilare su tutte le telefonate, le email e gli scambi informatici del pianeta è stata messa a nudo, mettendo in crisi non solo l'intelligence americana ma lo stesso concetto di privacy.

A un anno esatto da quel contatto misterioso che ha innescato le più potenti rivelazioni della storia contemporanea, Greenwald ha scritto un libro. È un racconto che intreccia la sua avventura personale con le rivelazioni dei file di Snowden: “Sotto controllo”, edito in Italia dalla Rizzoli (373 pagine, 15 euro). Sulla copertina del volume, che Greenwald ha presentato a Milano discutendone in esclusiva con il nostro giornale, è rimasto anche il titolo originale: “No place to hide”, non c'è un posto dove nascondersi. La sintesi di come è cambiata la sua vita e quella di Snowden dopo la sfida al più grande sistema di spionaggio mai costruito.

«Quando ho visto quanti documenti aveva Snowden e quanto erano scottanti, mi sono immediatamente reso conto che i rischi sarebbero stati altrettanto alti. Sapevo che avrei dovuto essere molto aggressivo nel mio lavoro giornalistico e ho capito anche che sarei stato attaccato e minacciato in molti modi. Ancora prima dell'uscita delle rivelazioni c'era moltissima tensione a Hong Kong, dove Snowden si era rifugiato: eravano in tre, in un hotel, senza alcuna forma di protezione. Non avevamo idea di cosa il governo americano sapesse, cosa conoscessero le autorità di Hong Kong e in un certo senso ci aspettavamo che qualcuno potesse bussare da un momento all'altro alla porta. I files che aveva erano documenti su cui qualsiasi agenzia di intelligence del mondo avrebbe voluto mettere le mani”.

Navigavate in acque inesplorate: un'esperienza giornalistica del tutto nuova...
«Esatto. Una delle ragioni per cui ho fatto pressione per uscire presto con la prima tranche di rivelazioni è che ero convinto che la migliore protezione fosse l'interesse del pubblico che i documenti avrebbero sollevato, il clamore mediatico e l'attenzione dei cittadini avrebbero reso impossibile per il governo fare qualcosa contro di noi. I pericoli più seri li abbiamo corsi durante gli incontri iniziali, quando ci siamo visti di nascosto, prima della pubblicazione. E sicuramente abbiamo fatto errori perché non ci sono manuali che ti insegnano come gestire una situazione del genere. Avevamo dei modelli, come quello di WikiLeaks, su come si pubblicano documenti segreti in molte nazioni, come si proteggono i files, ma questa storia avevano anche delle caratteristiche uniche, senza precedenti».

Attualmente vive sotto una qualche forma di protezione?
«Il senato brasiliano ha votato per affidare alla polizia la protezione della mia casa e abbiamo preso alcune ragionevoli misure di sicurezza, ma quello che ho capito fin dall'inizio è che se qualcuno vuole davvero fare qualcosa contro di te, non ci sono difese al mondo salvo avere un intero esercito come quello che protegge Obama. Se vuoi cercare di condurre un'esistenza normale, sarai comunque vulnerabile. Non solo: è importante non essere così preoccupati per la sicurezza, sia per evitare la paranoia, che per evitare che la paura ostacoli seriamente il lavoro giornalistico. E così, all'inizio, il mio compagno, io, Laura Poitras e in un certo senso Edward Snowden abbiano parlato di alcune misure di sicurezza, e una volta messe in atto, non ci ho più pensato».

Grazie a Snowden abbiamo un dibattito mondiale sulla sorveglianza di massa. Come replica a coloro che sostengono che la Nsa non fa altro che quello che fanno le agenzie di intelligence cinesi e russe?
«Non c'è dubbio che Russia e Cina spiino. Tutti i governi lo fanno, ma la questione importante è in quale misura lo fanno e con quali finalità. E anche se tutti i governi spiano, nessuno si avvicina anche lontanamente ai livelli toccati dagli Stati Uniti, che veramente vogliono trasformare Internet in qualcosa in grado di controllare completamente, raccogliendo e immagazzinando tutto, eliminando letteralmente la privacy per tutti in Rete. A differenza dello spionaggio mirato contro obiettivi militari, agenzie di intelligence, leader politici, aziende, come fanno i cinesi e in una misura minore i russi, gli Stati Uniti vogliono avere uno spionaggio indiscriminato, illimitato. Basta vedere le dimensioni della Nsa: 30mila dipendenti, più 50-60mila lavoratori esterni. Nessuno in nessuna parte del mondo ha una simile armata di persone che lavorano alla sorveglianza. E secondo me il discorso della minaccia dei russi e dei cinesi invece è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non dovrebbero minare i protocolli di sicurezza che ci proteggono sulla Rete. Oggi la Nsa spende 75 miliardi di dollari all'anno, la maggior parte dei quali per indebolire le misure che ci garantiscono la privacy su Internet o per distruggerle del tutto, mentre si potrebbe spendere una piccolissima frazione di quel denaro per rafforzarle, in modo da proteggere le comunicazioni delle popolazioni, delle aziende. A quel punto cinesi e russi potrebbero cercare di spiare quanto vogliono, ma con le giuste misure di protezione, sarebbe per loro molto più difficile comprometterne la sicurezza. È questa, secondo me, la reazione giusta allo spionaggio di Russia e Cina, non quella di indebolire tutto».

Lavorando con lei ai file di Snowden, Espresso e Repubblica hanno rivelato le attività della Nsa a danno dell'Italia, in particolare lo spionaggio ai danni della nostra ambasciata a Washington e la raccolta dei metadati relativi alle informazioni su 46 milioni di telefonate. Nonostante queste rivelazioni, il governo italiano nega questi fatti e nega qualsiasi collaborazione con la Nsa. Lei come replica?
«I documenti rendono chiaro al cento per cento e innegabile che la Nsa considera l'Italia un partner "Tier B". I partner “Tier A” sono i “Five Eyes”, i paesi anglofoni, Australia, Canada, Inghilterra, Nuova Zelanda, che sono partner degli Stati Uniti in ogni forma di spionaggio elettronico, e rarissimamente gli Usa spiano questi paesi. I partner Tier B, come l'Italia, collaborano nello spionaggio solo per compiti estremamente limitati e circoscritti, per esempio si può immaginare che lavorino insieme per controllare le comunicazioni in Afghanistan, o quelle di certe nazioni e determinati individui. Ma allo stesso tempo l'Italia e questi paesi sono un bersaglio per lo spionaggio da parte degli Stati Uniti. In particolare i documenti precisano che gli Usa guardano i partner "Tier B" in primo luogo come nazioni da spiare e solo in secondo luogo come Paesi con cui collaborare a operazioni di intelligence. Tutto questo è certo».

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Molti non credono che la raccolta di massa di metadati (l'insieme dei dati che identificano chi chiamiamo al telefono e chi contattiamo via email o sms) sia un problema. Tendono a liquidare a questione, dicendo: sono semplici dati telefonici, nessuno registra il contenuto. Eppure l'ex capo della Nsa, Michael Hayden ha dichiarato recentemente: «Noi uccidiamo utilizzando i metadati». Hayden si riferiva al fatto che grazie a queste informazioni gli Stati Uniti localizzano i presunti terroristi che eliminano con i droni. Cosa risponde a chi minimizza l'incidenza dei metadati sulla privacy?
«A chiunque pensa che la raccolta dei metadati non sia un problema vorrei chiedere una cosa: di mandarmi la lista di tutte le persone che chiama ogni giorno, la lista di quelle da cui riceve chiamate, scrive e risponde via email. Non ho bisogno di alcun contenuto delle conversazioni. Se ho la lista per ogni giornata, sono in grado di capire le cose più intime della vita di quella persona. Se chiama una clinica per gli aborti, un medico specializzato nella cura dell'Aids, un centro per il trattamento delle tossicodipendenze, un servizio per il supporto psicologico, o se è un whistleblower che vuole contattare un giornalista o un attivista per i diritti umani, se contatta un avvocato specializzato in certe questioni, ecco, sapere chiunque chiama quella persona, senza sapere cosa discute al telefono o via email, permette di rivelare informazioni molto invasive sulla vita di una persona. Si possono scoprire molte più cose guardando dall'alto i comportamenti di una persona, attraverso i metadati, che ascoltando le telefonate, perché è la ragnatela di interazioni che dipinge un quadro della vita di un individuo. E quelli che liquidano i metadati come un problema non rilevante, di norma, vengono smascherati proprio chiedendo loro di consegnarci i loro metadati».

Se guardiamo ai file di Snowden, emerge che ci sono anche ragioni per essere ottimisti: la Nsa non riesce a penetrare le comunicazioni protette con la crittografia forte e non riesce a penetrare la rete Tor. Lei crede che stiamo andando verso una società dove solo pochissime persone che hanno capacità di alto livello nel proteggere le proprie comunicazioni, saranno davvero uomini liberi?

«E' una domanda veramente importante: ora che la gente è consapevole del livello di sorveglianza messo in atto dalla Nsa, l'obiettivo più importante è incoraggiare più persone possibile a usare la crittografia e il problema è, come diceva lei, che la crittografia non è facile da usare, se non si è esperti o non si può contare su qualcuno che sappia usarla».

Qualcuno da cui poi ci si trova a dipendere assolutamente per mettere in sicurezza le proprie comunicazioni...
«Ma quello che sta succedendo è che gente di tutto il mondo ora vuole usare la crittografia per proteggersi, e così quello di cui abbiamo davvero bisogno è che queste tecnologie siano accessibili e facili da usare per tutti, senza dover ricorrere a esperti. Se invece di decine di migliaia di persone, saranno decine di milioni a usare questi sistemi criptati, allora la Nsa incontrerà seri ostacoli nello spiare tutti, perché diventerà un'attività estremamente costosa e che richiede molto tempo. E questa è assolutamente la chiave».

Cosa crede che stiano pianificando alla Nsa per uscire da questo scandalo? Secondo lei, aspettano semplicemente che sparisca dallo schermo del radar dell'opinione pubblica?
«La tecnica che usa ogni volta il governo americano quando finisce in una bufera è sempre la stessa: fingere di fare riforme che siano insignificanti e che siano semplicemente finalizzate a proteggere il sistema in modo che vada avanti. Lo stesso Obama è un perfetto esempio di questa tecnica: (prima della sua elezione ndr) gli Stati Uniti erano arrivati a un punto in cui erano visti dallo stesso popolo americano e da tutto il mondo così aggressivi, militaristi e corrotti che c'era bisogno di qualche simbolo che incarnasse le riforme, il cambiamento. Obama ha rimpiazzato Bush e la gente ora pensa che le cose siano migliorate, ma la realtà è che le cose sono andate avanti come prima e addirittura con maggiore forza, perché ora non sono solo i repubblicani a sostenere certe misure, ma anche i democratici. Quello che ora faranno sarà di varare qualche legge che promuovono come riforma. Credo che il compito dei giornalisti sia proprio quello di chiarire che quasi nulla è cambiato e di continuare a fare pressione. Credo che le aziende di tecnologia americane siano seriamente preoccupate per l'impatto di questo scandalo sul loro business, perché per quale ragione la gente dovrebbe comperare tecnologia da loro quando ci sono tante aziende in Germania, Brasile, Asia che dicono: non affidate i vostri dati alla Nsa, affidatevi a noi. Altre nazioni stanno cercando di evitare il dominio americano sulla Rete e a livello individuale la gente comincia a scegliere la crittografia. Sta ai giornalisti fare in modo che la tattica del governo americano non funzioni».

Lei si sente personalmente sotto pressione per il fatto di essere in grado di far cambiare qualcosa in seguito a questo scandalo?
«Avverto la pressione nel senso che mi sento in dovere di pubblicare queste rivelazioni in modo che il dibattito vada avanti in modo informato, ma non mi sento responsabile personalmente per il fatto che si arrivi a delle riforme: quella è una responsabilità di tutti, condivisa, tra giornalisti e gruppi per la difesa della privacy».

Parliamo di Snowden, crede che la Nsa smetterà mai di dargli la caccia?
«No, non credo, forse tra dieci o venti anni si occuperanno di altro, ma non credo che permetteranno mai a Snowden di tornare negli Usa, senza spedirlo in prigione per un lunghissimo periodo di tempo. E questo perché il governo americano è una macchina così grande e che dipende così tanto da un'enorme massa di informazioni digitali, che non c'è modo di prevenire un'altra fuga micidiale di documenti segreti. L'unico modo che hanno di prevenire una fuga di file simile a quella che abbiamo avuto con Chelsea Manning (il militare condannato per avere fornito a WikiLeaks l'archivio della diplomazia Usa ndr) e con Snowden è creare un clima di paura così forte da mandare un messaggio del tipo: se fai una cosa del genere, la tua vita sarà completamente distrutta. È per questo che sono stati così aggressivi con Chelsea Manning, che hanno torturato, così aggressivi nel perseguire WikiLeaks, e perché non potranno mai permettere a Edward Snowden di tornare negli Usa, senza che finisca in prigione. Sono mortalmente terrorizzati del pericolo che altre persone possano ispirarsi a questi esempi».

Ma in un certo senso è una battaglia già persa: dopo Chelsea Manning, e dopo il trattamento durissimo che le hanno riservato, è uscito comunque fuori un Edward Snowden. Il deterrente non ha funzionato.
«È vero. E prima di Chelsea Manning, hanno cercato di distruggere Thomas Drake (l'autore delle prime rivelazioni sulla Nsa ndr). Ma dopo Drake, c'è stata Manning e poi Snowden”.

Che cosa le racconta Snowden della sua attuale vita in Russia?
«Ero in Russia da lui qualche giorno fa: in generale sta molto bene, è lo stesso Edward Snowden che ho incontrato un anno fa a Hong Kong. Essere in un paese che non ha scelto, essere separato dalla sua famiglia è un'esperienza stressante e sono sicuro che lo sia anche per lui. Ma allo stesso tempo ha una pace interiore che gli deriva dalla scelta che ha fatto che gli conferisce una serenità profonda. Mi ha detto che è libero di girare per Mosca, perché il suo aspetto è un po' cambiato, quasi un ragazzo nella folla di Mosca».

Gira liberamente perché è camuffato in modo da passare inosservato?
«Non si camuffa, dall'intervista con la Nbc si vede che il suo aspetto è un po' cambiato, mentre quando l'abbiamo incontrato a Hong Kong è rimasto tre settimane chiuso in camera, ed era pallidissimo, ora ha un aspetto più salutare, cammina, va per negozi, non voglio dire che vive una vita completamente normale, ma molto più ordinaria di quanto non si pensi».

È un dato di fatto che se Snowden è vivo e libero è perché ci sono stati paesi che hanno saputo dire no agli Stati Uniti, a cominciare da Hong Kong, Russia, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Ecuador. Lei come replica a chi dice che Snowden non avrebbe dovuto chiedere aiuto a questi paesi, ma sarebbe dovuto tornare negli Usa e combattere la sua battaglia legale dagli States anche a costo di venire rinchiuso in una prigione di massima sicurezza?
«Posso garantirle che il 99.9 percento delle persone che dicono questo non accetterebbero mai di andare in una prigione di massima sicurezza negli Usa, se si fossero trovati in una situazione analoga. La cosa importante da capire è che la giustizia negli Stati Uniti è profondamente cambiata dopo l'11 settembre: chi è accusato di aver commesso crimini contro la sicurezza nazionale non può più contare su un processo veramente giusto, è quasi una garanzia che finirà condannato. Chi viene incriminato (come Snowden e Manning, ndr) sulla base dell'Espionage Act, non ha il diritto di appellarsi al fatto che ha rivelato certe informazioni perché l'opinione pubblica ha il diritto di conoscerle. E quindi la possibilità di avere un processo giusto non esiste. Perché avrebbe dovuto sottomettersi a un sistema di giustizia così ingiusto e a una prigionia così dura? È un'argomentazione idiota. E che il mondo possa vederlo libero, capace di contribuire al dibattito, è veramente importante per altri whistleblower che volessero seguire il suo esempio».

Hong Kong ha resistito alle pressioni Usa, la Russia ha resistito, ma la terra della libertà e dei diritti umani, l'Europa, ha completamente abbandonato a se stesso Snowden. Si aspettava questa risposta?
«Sì. Una delle cose che mi sorprende è quanta poca dignità i leader di questi paesi europei hanno. Sono completamente sottomessi e arrendevoli alle volontà degli Stati Uniti».

E' importante sottolineare il ruolo di WikiLeaks nel salvare Snowden. Senza la giornalista di WikiLeaks Sarah Harrison, che ha prelevato Snowden da Hong Kong, lo ha accompagnato nel suo volo alla ricerca di asilo, è rimasta con lui 39 giorni nell'aeroporto di Mosca e quattro mesi a Mosca con lui, Snowden non sarebbe libero. Il “Guardian” e il “Washington” Post hanno vinto il più importante premio giornalistico per il loro lavoro sui file di Snowden, non crede che anche WikiLeaks dovrebbe ricevere qualche riconoscimento pubblico per quello che ha fatto nel proteggere la fonte?
«Assolutamente, sono stati cruciali nell'impedire che finisse in una prigione Usa di massima sicurezza. Senza il coraggio di Sarah Harrison, non sarebbe mai accaduto. Sono stato e sono uno dei più grandi difensori di WikiLeaks e mi disturba profondamente quando chi crede nella trasparenza spara su WikiLeaks. L'organizzazione è imperfetta, Julian Assange è imperfetto, come tutti noi, ma il ruolo che giocano è così importante. E lo dico anche se qualche giorno fa WikiLeaks ha criticato me e The Intercept (il suo giornale, ndr), in modo duro: va bene così. Sono contento che ci siano e che facciano sempre pressione per una maggiore trasparenza. E non credo che ci sarebbe stato nessun altro gruppo o persona che avrebbe fatto in quel momento quello che WikiLeaks e Sarah Harrison hanno fatto per Edward Snowden: era il ricercato più ricercato del mondo, nel mirino del più potente governo del globo».

Nel suo libro lei è molto duro con i giganti del giornalismo: “New York Times”, “Washington Post” e perfino il “Guardian”. Cosa pensa di fare con la sua nuova creatura, “Firstlook”: lei si trova a operare nello stesso contesto legale e politico in cui operano gli altri giornali, come pensa di poter fare un giornalismo aggressivo?
«È esattamente la domanda a cui stiamo cercando di rispondere. E non è facile. La cosa per me più interessante, la ragione per cui sono ottimista sul futuro del giornalismo, è la Rete, perché Internet permette di fare giornalismo in un modo completamente libero. Il problema è che le persone che fanno quel tipo di lavoro, spesso non hanno le risorse necessarie per fare inchieste contro grandi agenzie del governo. E se invece si hanno risorse è perché si finisce per lavorare per i grandi gruppi editoriali che ti dicono cosa devi fare e non puoi metterci la tua passione. Vogliamo creare un'organizzazione giornalistica dove i reporter sono completamente liberi e indipendenti, ma allo stesso tempo hanno tutte le risorse necessarie. Puntiamo a potenziare il giornalismo indipendente».

Ha paura di finire come Bob Woodward e altri grandi del giornalismo che lei sembra considerare come i custodi dei segreti di Washington, che passano l'intero giorno a parlare con i papaveri alti del governo e a far uscire i segreti che le varie fazioni del governo vogliono fare uscire per promuovere questa o quell'agenda?
«Credo sia sbagliato assumere di essere immuni da tutte queste dinamiche che corrompono l'integrità di un giornalista. La ragione per cui si finisce compromessi è che le dinamiche sono così potenti. Più si diventa professionisti di successo, più si diventa visibili, più si guadagna, più si ha accesso agli alti livelli del potere, più il rischio di diventare compromessi è serio. E la ragione per cui si finisce corrotti è che ci si ritiene immuni. Personalmente cerco ogni giorno di essere consapevole di quelle tentazioni, ma questo non è di per se una garanzia che ci riuscirò. Una delle cose che mi rende felice è che, se si guarda alla recensione del “New York Times” del mio libro, mi considerano ancora un outsider, mi fanno capire che nonostante il Pulitzer, rimango fuori dal club. E questo mi rasserena, perché non mi fa sentire troppo avvolto nelle dinamiche dell'establishment del giornalismo, che di fondo, considero corrotto».

da qui

giovedì 9 dicembre 2021

se telefonando

 

Tra due avvoltoi - Vincenzo Comito

 

Ricavi e fatturato delle aziende telefoniche sono crollati in tutto il continente europeo. L’annuncio di Kkr dell’interesse per Tim potrebbe essere il segnale che un mercato sonnolento aspettava per avviare una più che probabile grande ristrutturazione, probabilmente sanguinosa, del settore.

 

La partita sul controllo di Tim vede al centro della scena due “avvoltoi”, la statunitense Kkr e la francese Vivendi. 

La Kkr, fondata nel 1976, è stata l’iniziatrice più importante di un nuovo corso selvaggio della finanza, tanto che la conclusione della sua prima grande operazione, quella dell’assalto alla Nabisco, suscitò un’ondata di commenti e di imitatori; un libro di grande successo, I barbari alle porte, del 1993, certificava a suo tempo l’assedio riuscito alla vecchia cittadella della finanza e ai suoi metodi tradizionali. La nuova ondata coincideva in qualche modo con l’avvento di Reagan e della Thatcher, mentre registrava anche il nuovo potere dominante della finanza d’assalto sull’economia. 

La Kkr e i suoi tanti imitatori usano di solito una formula di intervento standard nelle aziende che acquisiscono: 1) suddividono l’azienda nei suoi vari business, ottenendo, per i magici poteri del mercato azionario, un valore delle parti più elevato del tutto, 2) ne cedono alcuni pezzi, 3) caricano la compagine dei debiti contratti per sviluppare l’operazione, 4) tagliano la manodopera; alla fine la società, anche se non sempre, viene rivenduta normalmente con un guadagno.  

Ora, magari su sollecitazione dello stesso amministratore delegato di Tim, Gubitosi, che ha cercato di muoversi per far qualcosa contro la sostanziale sfiducia dei francesi, arriva l’offerta per l’acquisizione della totalità delle azioni della stessa Tim, mentre Kkr è già presente con una quota di minoranza in Open Fiber. Nella logica del gruppo sembrerebbe quasi ovvio che, se l’acquisizione avrà successo, si cercherà di separare i due business principali di Tim, rete e consumer, mirando anche a ridurre la forza lavoro. Altrettanto ovvia, per fare cassa, la cessione di Tim Brasile e di qualche partecipazione minore. 

Il francese Vincent Bolloré controlla il gruppo pubblicitario Havas ed anche Vivendi, presente quest’ultima in grandi forze nei media francesi; è attraverso un canale televisivo da essa controllato che il patron ha lanciato con successo il personaggio di Eric Zemmour, una figura di estrema destra razzista che contende alla Le Pen la rappresentanza di questa parte dell’elettorato alle presidenziali, mentre sempre Bolloré lavora comunque con tutti i suoi media per spostare sempre più a destra lo spettro politico del paese.  A suo tempo egli è penetrato in Africa, sfruttandone le risorse con la complicità delle forze politiche del suo paese (è, tra l’altro, intimo amico di Sarkozy) e con sospetti di corruzione di dirigenti africani (sono stati aperti in Francia dei procedimenti giudiziari in proposito).

Qualche anno fa è partito alla conquista dell’Italia, come hanno fatto peraltro nel tempo tanti altri operatori del suo paese di solito con rilevante fortuna e senza grandi resistenze da parte dell’establishment nazionale. Così ha provato una scalata a Mediaset da una parte, comprando circa il 29% del capitale, mentre dall’altra ha acquistato il 24% di Tim diventandone il principale azionista. Per il momento, non potendo evidentemente contare sull’appoggio di Macron, suo avversario politico, gioca al rialzo sull’offerta di Kkr, giudicandola al momento insufficiente; in effetti ci si attende un rilancio di prezzo dell’offerta.

La sua discesa in Italia si è comunque rivelata alla fine disastrosa; le azioni di Tim sono valutate nel suo bilancio a circa 3 miliardi di euro, mentre il giorno prima dell’offerta Kkr esse valevano 1,2 miliardi e la sua presa sulla società è apparsa nel tempo piuttosto sfuggente, mentre, dopo una dura ed estenuante battaglia, ha dovuto accettare di liquidare gran parte della sua partecipazione in Mediaset, sempre con rilevanti perdite.

Dopo la sciagurata privatizzazione nel 1997 di quella che allora si chiamava Telecom Italia ed era la migliore impresa di telecomunicazioni di Europa, si sono susseguiti intorno alla società moltissimi nuovi assetti azionari, da quello ruotante intorno al gruppo Agnelli, a quello di Colaninno, a Tronchetti Provera, a Telefonica, infine a Vivendi. Ogni volta i conti economici peggioravano, mentre calavano gli investimenti ed aumentavano i debiti.     

Il valore di Borsa è diminuito dal 2018 ad oggi di quasi i due terzi, le linee fisse sono passate a 8,7 milioni di unità nel settembre 2021 contro gli 11 milioni del 2017, mentre nella telefonia mobile i ricavi medi per abbonato sono diminuiti del 40% negli ultimi 4 anni. 

Ora i principali problemi che si intravedono sono almeno tre: la continua conquista di grandi e medio-grandi imprese nazionali da parte dello straniero, senza che i vari governi battano un colpo e senza peraltro che anche i protagonisti dell’economia italiana mostrino qualche capacità o volontà di reazione; la necessità poi di una tutela nazionale della rete di telecomunicazioni da una parte, di quella, dall’altra, dei 51.000 posti di lavoro, che, se sarà portata avanti questa operazione,  sono certamente a rischio per una parte consistente. Il tutto mentre il governo si mostra possibilista sull’intervento di Kkr.  

Intanto, a distanza di tanto tempo, l’assetto delle partecipazioni del gruppo Iri dimostra di avere avuto una sua logica precisa, radicata nella situazione economica e sociale del paese. In effetti, stanno ora tornando all’ovile una parte consistente delle imprese a suo tempo privatizzate, dall’Ilva alle Autostrade e noi pensiamo che anche per la Tim si dovrebbe rispolverare il controllo pubblico di una rete tendenzialmente unica, una infrastruttura così essenziale, fattore strategico, se ce ne è uno, dello sviluppo del paese e del suo ruolo internazionale. Magari, per il settore consumer si potrebbe utilizzare invece quella formula che ha mostrato avere successo, con un controllo pubblico aperto al mercato, con l’ingresso nell’azionariato, perché no, di qualche altra Telecom europea. Ovviamente, in ogni caso, bisogna tutelare a tutti i costi i livelli di occupazione, cosa che può peraltro funzionare bene solo in un’ottica di un progetto adeguato di sviluppo. Così la società ha anche bisogno di una nuova strategia “offensiva” e di un management forte.  

Ma temiamo che Draghi pensi invece a cedere il settore consumer agli americani e di creare un assetto azionario pubblico-privato nella rete, magari di nuovo con Kkr e qualcun altro.

 

Appendice

La difficile situazione delle imprese di Tlc europee

Il caso della Tim appare per molti versi certamente complicato sul piano economico e gestionale, con continue perdite di fatturato, conti spesso in rosso, mancanza di un assetto proprietario in qualche modo stabile. Ma il caso dell’azienda italiana è solo forse il più difficile in una situazione in cui quasi tutte le grandi imprese di telecomunicazioni europee si trovano in una situazione non brillante.

Che almeno in parte ci troviamo di fronte a dei problemi comuni è indicato anche dal fatto che mentre in Italia il valore di borsa del titolo Tim saliva in misura rilevante dopo l’annuncio di Kkr, aumenti di prezzo si registravano contemporaneamente anche per tutte le principali imprese europee del settore, da Deutsche Telecom alla francese Orange alla spagnola Telefonica, indicando in qualche modo una almeno parziale comunità di destini.

Intanto a livello della sola Italia, secondo i dati della School of Management del Politecnico di Milano, si registra un totale del fatturato del settore, considerando l’insieme delle imprese operanti nella Penisola, che è passato dai 44,8 miliardi di euro del 2008 sino a 28,5 del 2020; un vero crollo e consideriamo che c’è stata comunque un poco di inflazione. Ma i ricavi sono diminuiti, nello stesso periodo, sia in Francia che in Germania che in Spagna, anche se l’Italia è il paese che ha sofferto di più. 

Un aspetto fondamentale del problema è costituito dal fatto che, in una situazione di continue trasformazioni tecnologiche, mentre negli Stati Uniti ed in Cina il mercato è ormai controllato da sole tre imprese, in Europa si disputano un business in calo circa 100 società. Appare evidente da questo punto di vista la necessità di un consolidamento, che prevediamo non sarà indolore, in particolare in quei paesi in cui almeno sino ad oggi i poteri pubblici sono rimasti inerti. 

In ogni caso, l’annuncio di Kkr potrebbe essere il segnale che un mercato sonnolento aspettava per avviare una più che probabile grande ristrutturazione, probabilmente sanguinosa, del settore. 

da qui

 

 

Tim nelle fibre del potere - Matteo Bortolon (Cadtm Italia)*

 

*articolo pubblicato su il manifesto del 4 dicembre 2021 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica

 

Leveraged buyout è una di quelle sofisticate espressioni in ambito finanziario che indicano una pratica alla fine abbastanza comprensibile: comprare un’azienda con soldi presi a credito. E che dovranno essere ripagati con i profitti di essa. In sostanza significa indebitarla.

Chi negli anni ha seguito la catastrofe (per il Paese) ricca di profitti (per i capitalisti straccioni) che è stata la serie di privatizzazioni italiane non avrà difficoltà a riconoscere lo schema che ha prodotto la “madre delle privatizzazioni” di Telecom Italia e fine anni Novanta. Numerose analisi hanno indicato quanto tale tara abbia ammorbato tale processo, risoltosi in predazione e sfruttamento del lavoro e scarsi investimenti. Ma è una ben curiosa nemesi che a fine 2021 entri in campo uno dei precursori del “comprare col debito” come strategia industriale per comprare Tim: il fondo KKR.

La storia di Telecom Italia nasce nel 1994, quando secondo il piano di riassetto del governo Ciampi vennero fusi diverse aziende pubbliche per essere in seguito privatizzate dal governo Prodi nel 1997, passando attraverso le mani di Colaninno e di Tronchetti-Provera per approdare in un dedalo di partecipazioni azionarie, ad una cordata italo-spagnola, ed infine ai francesi di Vivendi come azionisti di controllo.

Nell’aprile 2021 prende corpo una società unica formata da varie aziende che lavorano col web per fornire la tecnologia della fibra a tutto il paese: FiberCop Spa. In essa compare, accanto a TIM e Fastweb, KKR & Co. Mette così radici in Italia un potente fondo finanziario che investe in una enorme quantità di settori: energia, media, servizi sanitari, tecnologia, chimica, viaggi. A novembre il fondo manifesta una offerta di acquisto per TIM, che al momento è in fase preliminare.

Giovedì 2 dicembre il ministro Giorgetti fornisce al Parlamento la posizione del governo, che possiamo definire attendista: aspettiamo che le cose si concretizzino, poi si vedrà; annuncia una valutazione delle implicazioni della transazione, riservandosi la possibilità di bloccare tutto. L’esecutivo per le norme del D. L. 21 del 2012 può impedire acquisizioni e fusioni in settori strategici.

I membri del governo e dei maggiori partiti si sono già incontrati con i sindacati dei lavoratori, ovviamente preoccupati (da parte dell’esecutivo Giorgetti e Colao, da parte delle segreterie Letta e Salvini).

Nella sua informativa il Ministro ha affermato di voler tutelare la libertà di mercato e gli interessi nazionali. Le due cose sono in contraddizione flagrante. Una delle preoccupazioni è che le autostrade digitali sono diventate uno dei fatto più importanti per la società dell’informazione e un elemento fondamentale del PNRR – che va implementato per ottenere i soldi dalla Ue. Una società comandata da un fondo speculativo sarà in grado di sviluppare una coerente e efficace strategia produttiva?

Altro tema molto significativo è la tutela dei dati. Avere il maggior operatore di telecomunicazioni in mano ad un’azienda USA può essere molto pericoloso per la privacy delle persone; dai tempi delle rivelazioni di Snowden, come ci ricorda la giornalista Stefania Maurizi che ha lavorato molto sulla persecuzione di Assange e sui suoi sottesi strategico-spionistici, sappiamo che gli USA non trattano l’Italia da pari a pari ma da subordinata; e che aziende americane sono state indotte a fornire i dati in loro possesso alle agenzie di intelligence con l’avallo di corti FISA in sedute precluse al pubblico. Del resto è desumibile che il sempre osmotico legame con gli apparati di potere statunitense delle grandi aziende renda più agevole la collaborazione. A capo della unità di valutazione del rischio di KKL c’è l’ex generale David Petreaus. Un nome una garanzia.

da qui