Visualizzazione post con etichetta Oxfam. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oxfam. Mostra tutti i post

domenica 9 novembre 2025

Contro la barbarie ci restano la cultura e l’umanesimo - Giovanna Lo Presti


Sempre più spesso mi viene spontanea e irrefrenabile la voglia di guardare indietro. Saranno gli anni che avanzano, sarà l’insostenibilità di certi aspetti del presente ma mi pare che per tentare di non scivolare in un futuro distopico sia sempre più necessario gettare l’ancora nel passato. Ciò che è stato ha sempre l’efficacia dell’essere stato, avrebbe detto Giovanni Verga, ed ha assunto, avrebbe detto Pirandello, la sua forma, fissata per sempre, analizzabile e, per così dire, istruttiva. E noi da quel che è stato, se avessimo l’umiltà e la pazienza necessarie, potremmo davvero imparare molto e non ripetere il tragico copione che gli umani scrivono e riscrivono senza mai dimenticare di assegnare la parte della co-protagonista a un mostro che ha nome “violenza”: coprotagonista che assicura brividi, sentimenti forti e che, in ultima analisi, genera l’attaccamento alla stessa vita che distrugge.

Il rapporto Oxfam Italia del 2025 ci informa che, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program, nel mondo si contano oltre 100 conflitti armati, internazionali o interni ma con implicazioni globali. Il pianeta, quindi, è butterato da guerre; ci sono voluti due anni e il crudele sterminio del popolo palestinese messo in atto da Israele perché le coscienze si smuovessero e i nostri Paesi fossero attraversati da manifestazioni di protesta imponenti. Questo orribile presente per i Palestinesi non è, però, che l’ultima pagina di una storia che, come tutti sappiamo, ha inizio molto tempo fa, con la nascita del sionismo. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale ha inizio la storia di Israele, avamposto dell’Occidente in terra araba; gli insediamenti sionisti avevano avuto inizio ben prima e non certo in modo pacifico.

Mi attengo alla premessa iniziale e faccio un balzo in avanti nel tempo; arrivo al 1969, anno in cui uno dei nostri grandi scrittori, Luciano Bianciardi, scrive un articolo per la rivista Kent – una sorta di succedaneo di Playboy, alla quale lo scrittore collaborò, probabilmente per spirito di contraddizione e per non sentirsi al soldo di una borghesia che aborriva. [Aveva rifiutato le 300mila lire al mese (un mucchio di soldi) che l’allora direttore del Corriere, Indro Montanelli, gli offriva per scrivere sul suo giornale quello che ritenesse opportuno. Luciano dunque rifiutò e, dopo il successo enorme de La vita agra, scelse invece di collaborare con testate molto meno prestigiose, anzi piuttosto dubbie, come Le Ore, ABC, Kent, Playmen]. Nel settembre del 1969 Bianciardi è a Tel Aviv (ricorda ai suoi lettori che il nome della città significa “il colle della primavera”), al seguito di una squadra di “palla al canestro”, come la chiama lui, che fa anche, a modo suo, il cronista sportivo. Bianciardi ha come guida per la visita della città “Ester, una livornese alta un metro e quaranta, con due medaglie al valore”, la quale comincia subito a fare il suo “spiegone” al gruppo di giornalisti italiani in visita a Tel Aviv.

“Ecco gli autocarri che durante la guerra dei sei giorni abbiamo strappato agli egiziani. Ecco i resti, dipinti col minio, degli automezzi andati distrutti durante la guerra del ’48, E ora, gente, eccovi una sorpresa. Questi sono i carri armati che abbiamo strappato agli egiziani durante la guerra dei sei giorni. Vedete quanti sono? Noi siamo contenti che i russi diano carri armati agli egiziani, così ci forniscono i pezzi di ricambio”.
Io comincio ad averne le tasche piene. “Scusi, signora Ester” – chiesi, “se voglio salutare una persona, da queste parti, che cosa debbo dire?” “Lei deve dire scialom”. “E cosa significa?” “Significa pace” “Benissimo, grazie” […]
Ester aveva riattaccato lo spiegone: “Ecco la porta dei Leoni. Di qui durante la guerra dei sei giorni, entrarono a Gerusalemme i nostri paracadutisti. Gli arabi invece fuggirono dalla porta della spazzatura”.
A un certo punto la Ester mi redarguì. “Signor Luciano, perché lei cammina così piano?”
“Ma perché siamo a Gerusalemme”.
“E allora?”
“A Gerusalemme si cammina lemme lemme. E anche a Betlemme. Sempre lemme lemme”.
“Ma lei mi prende in giro!”
“Non è vero. È contenta, cara Ester di vivere qui in Palestina?”
“Vivere dove?”
“In Palestina”
“Cosa è la Palestina?”
“È qui, dove siamo noi”.
“Guardi che noi diciamo Israele”.
“Ma davvero? A scuola mi avevano insegnato in altro modo”.
“Cioè?”
“A dire Palestina. O anche Terra Santa”.
“Ma lei mi prende in giro!” […]
Siamo poi andati in un kibbutz di frontiera, tutto pieno di soldati e soldate (dire soldatesse è sbagliato, altrimenti dovremmo dire pure cognatesse anziché cognate), i quali militari più che altro scavano bunker e coltivano qualche raro pomodoro. La Ester ci fece vedere la piantine appena nate. E il mio amico Arnaldo le chiese: “Scusi, Ester, che grado ha il comandante di questi soldati che coltivano pomodori?”

Questo per dire, con una lunga e arguta citazione, che da troppo tempo le cose in Palestina vanno male. Da troppo tempo la Palestina ha perso pure il nome e si parla ormai di Terra Santa soltanto nei dépliant dei pellegrinaggi.

Traggo, da un passato più vicino al nostro presente, una citazione di Edgard Morin. È del 1997.

Israele ha ritrovato un paese che era diventato straniero per duemila anni e, facendolo suo, ha fatto sì che il Palestinese che lì viveva da secoli diventasse straniero. Israele ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati che fuggivano dall’Europa e una parte della diaspora ebraica. Ha provocato l’esilio di centinaia di migliaia di Palestinesi, che da allora sono stati ammassati nei campi profughi o dispersi nel mondo. Chi avrebbe mai pensato, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che, dopo secoli di umiliazioni e rifiuti, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, i discendenti e gli eredi di queste terribili esperienze avrebbero sottoposto i palestinesi occupati a umiliazioni e privazioni? Come possiamo comprendere la transizione dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?

Se le cose vanno male per un periodo piuttosto lungo, si può dire, con una certa sicurezza, che andranno sempre peggio. E nelle more, tra una fragile tregua e l’altra, se non si organizzano saldi presidi contro il disastro, a qualcuno, più fanatico di altri, potrà venire in mente l’organizzazione della soluzione finale, quella che affermerà in modo definitivo le ragioni di una parte. È già successo, ed ecco che accade di nuovo.

D’altronde, cosa ci si poteva aspettare se la nascita dello Stato ebraico tra il 1947 e il 1948 che viene denominata dagli israeliani “guerra di indipendenza” provocò per i Palestinesi la Nakba – cioè la Catastrofe? Quale risarcimento prevederà la comunità internazionale per i Palestinesi a fronte di una terribile ingiustizia che attraversa gran parte del Novecento per dilagare nel primo quarto del nostro secolo? Non basterà certo la vieta formula “due popoli, due Stati”, impraticata e impraticabile.

Ha ragione Daniel Baremboim, che dal 1999 conduce la West-Eastern Divan Orchestra, in cui suonano musicisti provenienti da tutto il Medio Oriente e che ha fondato, insieme con Edward Said la Barenboim-Said Akademie, che prosegue l’intento della West-Eastern Divan Orchestra di definire un terreno comune in cui israeliani e palestinesi possano riconoscersi reciprocamente e lavorare fianco a fianco. Baremboim sostiene che l’umanesimo sia l’unica (e l’ultima) “resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana”.

Quanto tale affermazione sia dissonante dal cinismo crudele dei nostri tempi è evidente: eppure, sino a che non si riconoscerà l’essere umano anche nel nemico le cose non cambieranno. La regola vale per tutti, tranne che per i tiranni, quelli che fanno ciò che a loro pare decretandone senza appello la giustezza; essi sono colpevoli di vivere in uno stato di eccezione e quindi non meritano la nostra pietà.

da qui

venerdì 24 gennaio 2025

Poveri miliardari

Nel 2024 la ricchezza di 71 miliardari italiani è aumentata di 166 milioni di euro al giorno - Giovanni Caprio

Anche quest’anno, in occasione dell’apertura del meeting annuale del World Economic Forum che si svolge a Davos dal 20 al 24 gennaio 2025, OXFAM ha presentato un’analisi sullo stato delle disuguaglianze economiche e sociali nel mondo e in Italia. Il rapporto “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, evidenzia come la crescita della concentrazione della ricchezza non sia in molti casi frutto di merito, ma è ascrivibile a un sistema economico “estrattivo”. L’acuirsi dei divari economici e sociali è il risultato di scelte politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti e individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta, in termini reali, di 2 mila miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Ogni settimana, in media, sono nati 4 nuovi miliardari. L’anno scorso la ricchezza dei 10 uomini più facoltosi al mondo è cresciuta, in media, di quasi 100 milioni di dollari al giorno. Qualora il 99% dei loro patrimoni “evaporasse” da un giorno all’altro, rimarrebbero comunque miliardari. Al contrario, il tasso di riduzione annua della povertà estrema (condizione in cui versa chi non dispone di risorse giornaliere superiori a 2,15 dollari) è in forte rallentamento. Senza una crescita più inclusiva l’obiettivo di eradicare la povertà entro il 2023 resta un miraggio. Il numero assoluto di individui che vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è oggi lo stesso del 1990, poco più di 3,5 miliardi di persone. Alle tendenze attuali, potrebbe volerci un secolo per riportare la popolazione del pianeta sopra tale soglia.

I Paesi ricchi controllano il 69% della ricchezza globale, pur rappresentando solo il 21% della popolazione mondiale e le relazioni economiche tra il Nord e il Sud del mondo sono dominate da forme di “moderno colonialismo”. Il predominio delle valute del Nord nel sistema dei pagamenti internazionali e i costi di finanziamento più bassi nei Paesi ricchi sono alla base di forti squilibri nei flussi di redditi da capitale tra le economie avanzate e il Sud: ogni anno il Nord “estrae” circa 1.000 miliardi di dollari dal Sud. Nonostante il Sud contribuisca al 90% della forza lavoro globale, riceve solo il 21% del reddito da lavoro aggregato; i salari nel Sud sono significativamente inferiori rispetto a quelli del Nord, con una differenza, a parità di competenze dei lavoratori, tral’87 e il 95%. Inoltre, i Paesi a basso e medio reddito spendono quasi la metà delle proprie risorse pubbliche per rimborsare il debito estero, che ha raggiunto 307.000 miliardi di dollari a metà del 2023, e 3,3 miliardi di persone vivono in Paesi che pagano più per il servizio del debito di quanto stanziano per l’istruzione e la sanità.

La ricchezza globale non solo è fortemente concentrata al vertice, ma in gran parte deriva anche da rendite di posizione. Basti pensare che oltre 1/3 (il 36%) delle fortune dei miliardari deriva da eredità. La crescita della ricchezza dei miliardari è in parte riconducibile a sistemi di relazioni clientelari e, soprattutto, intrecciata con l’immenso potere di mercato esercitato dalle imprese che controllano o dirigono. Il potere monopolistico garantisce rendite immeritate e contribuisce alla crescita delle disuguaglianze.

Per quanto riguarda il contesto italiano, le ultime stime disponibili, relative a metà del 2024, fotografano ampi squilibri nella distribuzione della ricchezza delle famiglie italiane: in Italia, a metà del 2024, il 10% più ricco dei nuclei familiari (titolare di quasi 3/5 della ricchezza netta del Paese) possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie; il 5% più ricco delle famiglie italiane, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possedeva quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero; la metà più povera delle famiglie italiane deteneva appena il 7,4% della ricchezza nazionale.

“Con uno sguardo ancor più granulare, si legge nel Rapporto di OXFAM, nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro – al ritmo di 166 milioni di euro al giorno – raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da 71 individui. L’ammontare permetterebbe di coprire l’intera superficie della città di Milano con banconote da 10 euro. Il 63% della ricchezza miliardaria in Italia è frutto di eredità. In 14 anni, la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. È il quadro di un Paese delle fortune invertite con traiettorie di benessere familiare profondamente divergenti. Cristallizzando le differenze di opportunità nell’accesso a credito e investimenti, a migliori istruzione, formazione e posizioni lavorative, le disuguaglianze definiscono strutture di cittadinanza differenziate. Persistendo nel passaggio da una generazione all’altra, impediscono all’ascensore sociale di ripartire.”

Contemporaneamente alla crescita smodata delle ricchezze di pochissimi, oltre 2,2 milioni di famiglie (5,7 milioni di persone) continuano a non avere risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. E in povertà scivolano anche tanti lavoratori. A fronte dei miglioramenti occupazionali, i salari rimangono infatti  stagnanti: il salario medio annuale reale è invariato negli ultimi 30 anni. Tra il 2019 e il 2023, le retribuzioni lorde sono aumentate del 6-7%, ma l’inflazione del 17-18% ha ridotto il salario lordo reale di oltre 10 punti percentuali.

Qui per scaricare il Rapporto di OXFAM sulla disuguaglianza: https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/?utm_source=news&utm_medium=ORG&utm_campaign=Davos

 

da qui

 

 

 

Meriti. La vera minoranza protetta a livello planetario: il miliardario – Alessandro Robecchi

Vorrei dedicare questa piccola rubrichetta ai settantuno (71) miliardari italiani che nel 2024 –  per quasi tutti gli altri annus horribilis – hanno aumentato la loro ricchezza complessiva di 61,1 miliardi di euro, cioè in media di 860 milioni in più ciascuno (fonte: Rapporto Oxfam sulla diseguaglianza, gennaio 2025). Calcolatrice alla mano, possiamo dire che un miliardario italiano nel 2024 ha aumentato la sua ricchezza di oltre più di 7 milioni al mese, che significa 9.800 euro e passa all’ora – un eccellente salario minimo – calcolando anche le ore di sonno, quelle passate al golf, quelle dedicate alle dichiarazioni allarmate sulla grande “invidia sociale” che turba il Paese. Niente male, come performance di un pugno di persone: quella dei miliardari (non solo in Italia) è la minoranza più protetta del pianeta.

venerdì 8 settembre 2023

Privatocrazia sanitaria - Nicoletta Dentico

 



Parecchi anni fa, in taxi per le strade di Nairobi, ricordo lo sbalordimento quando il taxista dichiarò en passant, ma con sarcastico sollievo, che nell’eventualità di un incidente con la macchina, la mia presenza a bordo avrebbe garantito la disponibilità di una carta di credito per accedere al pronto soccorso anche per lui.

Già la privatizzazione della salute in Kenya rivelava le sue aberranti manifestazioni, incluso il fatto che – come raccontava il taxista con angoscia – anche partorire in ospedale comportava un costo che la maggior parte della popolazione non poteva permettersi. I parti difficili finivano male, perlopiù, era accaduto anche a sua figlia.  

Oggi, nel paese che nel 2000 si collocava al secondo posto al mondo (dopo la Francia) per la qualità del servizio sanitario nazionale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ci stiamo dirigendo – un passo alla volta, neppure tanto lentamente – nella stessa paradossale direzione. La brutale esperienza italiana della pandemia è stata rimossa in un soffio, un fastidioso ricordo del passato, malgrado le molteplici perduranti e visibili conseguenze.

Ritorna in voga invece la stagione dei tagli alla sanità pubblica, come se non bastasse lo schiaffo in faccia delle insufficienti risorse del PNRR assegnate ai servizi sanitari devastati da Covid-19.

I tagli al comparto della salute fanno capolino già dalle prime bozze della legge di bilancio, in stupenda sintonia con le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che prevede 143 paesi sotto la morsa di nuove riforme di austerity entro la fine del 2023 (Ortiz e Cummins, 2022): l’85% della popolazione mondiale!

Ma torniamo in Italia. Mentre si (ri)accende il dibattito politico sulla scandalosa crisi della sanità pubblica, incalzato da acuminate inchieste come quella recente su sanità e assicurazioni de Il Fatto Quotidiano e da opinioni di esperti che pesano  la portata sociale del collasso del sistema sanitario nazionale – si legga Antonello Maruotti su Avvenire in merito al constante impoverimento della popolazione italiana alimentato dai costi delle prestazioni essenziali – emergono dalle strutture private accreditate sollecitazioni che ravvivano le angosce del taxista kenyano: il pronto soccorso privato, a pagamento.

Un accesso ai servizi di emergenza che non dipende dai codici rossi, ma dai codici delle carte di credito e dei conti correnti bancari!

Il percorso di privatizzazione della salute in Italia torna alla grande dopo la breve pausa pandemica, senza trovare alcun ostacolo. La situazione ha raggiunto livelli più che allarmanti: almeno il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati, in particolare per l’acquisto di servizi medici e farmacologici; più del 50% delle istituzioni sanitarie che si occupano di malattie croniche sono in mano ai privati, così come lo sono più dell’80% delle istituzioni di assistenza sanitaria residenziale.

L’Osservatorio GIMBE ha calcolato oltre 12 miliardi di sprechi e inefficienze, assorbiti da sovra e sottoutilizzo dei servizi sanitari, con prestazioni che sono fornite in assenza di un adeguato coordinamento, con crescenti disuguaglianze di accesso tra regioni, interne alle stesse regioni (fra aree urbane e rurali), fra popolazioni in stato di bisogno,  con scarsa uniformità di protocolli,  segmentazione di gestioni amministrative a cui si associano di volta in volta ricorrenti fenomeni di disinvestimento e riallocazioni di risorse (finanziarie e umane).

La cronica mancanza di finanziamento alla sanità pubblica – una metastasi cui hanno contribuito con grande spirito di continuità i governi di ogni colore politico – si è saldata con la mancanza di programmazione e con la sostanziale assenza di un dialogo sociale in grado di coinvolgere le realtà interessate della società civile.

Questo scenario ha prodotto danni incalcolabili e consegnato la sanità pubblica al privato sociale (che ne ha fatto un progettificio per la gestione delle crescenti marginalità) e al privato profit che ne ha fatto territorio sconfinato di profitto.

Una forte spinta a queste dinamiche di decostruzione del servizio sanitario nazionale è venuta dalla devolution sanitaria scaturita dalla riforma del Capitolo V della Costituzione, una classica ricetta neoliberista somministrata da decenni in tutto il mondo contro ogni realistica evidenza, precisamente con lo scopo di erodere ogni capacità politica dei governi in ambito sanitario.

Le esternalità negli esiti di salute sono immense.  In Italia, lo abbiamo registrato con la pandemia, la regionalizzazione è stata uno dei fattori di più acuta debilitazione della risposta italiana all’inatteso virus SARS-CoV-2.

Il dato relativo alla fragilità strutturale derivante dalla regionalizzazione della salute in Italia era stato prontamente identificato nel primo rapporto dell’Oms sull’impatto del nuovo coronavirus, relativo all’Italia, pubblicato il 13 maggio 2020 e rimosso solo dopo 24 ore dal sito Oms.

Ma la progressiva privatizzazione della sanità avanza in tutto il mondo, quello italiano è solo il tassello di un fenomeno più ampio e globale.  In un magnifico saggio pubblicato nel 2020 con il titolo The Privatized State(tradotto in italiano: Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo Stato Moderno), Chiara Cordelli spiega come i processi di privatizzazione non comportino affatto una riduzione della spesa pubblica complessiva né delle dimensioni dello stato, laddove subentra invece una ripartizione del potere politico all’interno di un sistema amministrativo il cui la gestione della funzione pubblica viene delegata, sic et simpliciter, ai privati.

In altre parole, i privati vengono chiamati ad operare come amministratori pubblici e i fondi pubblici finiscono nelle mani dei privati, che operano come agenti dello Stato, sicché lo Stato si trasforma nella sua propria essenza, ed in ultima analisi si privatizza. Con esiti disumanizzanti nel caso della salute, come già avviene nel sud del mondo.

Il modello della sanità privata si diffonde a macchia d’olio anche grazie all’azione di istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale in testa. Queste destinano ingenti fondi pubblici al settore privato con l’obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo economico nei paesi poveri, combattere la povertà e migliorare i servizi sanitari.

Le conseguenze sono semplicemente sconvolgenti, come racconta con rara potenza di denuncia il rapporto Sick Development, frutto di una complessa e coraggiosa ricerca di Oxfam sulla privatizzazione della salute in Africa. La ricerca è associata ad un secondo rapporto dal titolo First,do no Harm, che include un approfondimento sull’India.

“E’ terribile vederla così, il suo corpo è trasformato. Non sembra più nemmeno un corpo, ma un ammasso di pietra”.  Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. Il suo debito equivale a 43.000 dollari.

La storia di Franciska non è un caso estremo ed eccezionale – nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena nato per oltre tre mesi, perché incapace di pagare i 3000 dollari richiesti per il parto, e la detenzione dei pazienti, e delle loro salme, come forma di intimidazione e di estrazione finanziaria è andata avanti in Kenya anche dopo il pronunciamento di un tribunale contro l’ospedale per violazione della Costituzione.

Più di recente, nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27.000 dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi. E poi ci sono le ritorsioni contro il personale sanitario per aver affrettato le dimissioni dei pazienti, le pressioni sul personale medico perché richieda nuove diagnosi, la raccomandazione ai pazienti di interventi chirurgici inutili. Tutto documentato nel rapporto, inclusa la paura dei familiari che temono ritorsioni sui loro cari. 

Sia chiaro: il Nairobi Women’s Hospital non è una mela marcia, e il problema non riguarda solo il Kenya. In molti paesi a basso reddito, ospedali privati sfruttano i bisogni di comunità spesso prive di strutture sanitarie pubbliche e abusano dei pazienti.

Imprigionandoli se non pagano il conto, negando loro il pronto soccorso se son poveri, strattonandoli finanziariamente con tariffe improponibili anche quando spetterebbero loro cure gratuite, sospingendoli in un abisso di dolore e impoverimento di cui vengono investiti familiari e amici, e da cui è praticamente impossibile riscattarsi. Non guardano in faccia a nessuno, neppure le partorienti.

I Lagoon Hospitals in Nigeria, il quarto paese al mondo per mortalità materna, annunciano tariffe convenienti per un parto a patto di avere un’assicurazione privata (il 97% della popolazione né è priva), una copertura aziendale o il contante.

La convenienza corrisponde a nove mesi di reddito per il 50% più povero della popolazione, a 9 anni per il 10% di fascia più bassa. In India due ospedali convenzionati, rispettivamente negli stati di Chhattisgarh e Odisha, hanno rifiutato cure gratuite a titolari di assicurazioni governative e altre esenzioni, costringendo le famiglie di questi pazienti a “conseguenze finanziarie catastrofiche”.

Oxfam racconta dettagli raccapriccianti: medicinali messi in conto al prezzo gonfiato del 50%, cateteri monouso riutilizzati e addebitati più volte, casi da medicina d’urgenza rifiutati per insufficienza finanziaria (sebbene la legge in India imponga l’obbligo di cure d’emergenza per gli incapienti).

Neppure la pandemia Covid-19 è servita per immunizzarli, questi privati. Quale migliore occasione del resto? Nel culmine dell’emergenza hanno volteggiato sulla paura e sui sintomi dei pazienti senza farsi scrupoli. In Uganda, il Nakasero Hospital di Kampala faceva pagare un letto in terapia intensiva l’equivalente di 1.900 dollari al giorno. Al TMR Hospital, i familiari di un paziente poi deceduto a causa del virus si sono ritrovati l’esorbitante conto di 116.000 dollari da saldare.

La vera patologia sta a monte: i proprietari e gestori di questi ospedali non riescono a pensare alla salute se non in termini di lucro.  E questo scandalo ci riguarda direttamente. Gli ospedali privati di cui racconta il rapporto di Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo.

I ricercatori hanno rintracciato circa 400 investimenti in capo a tre entità nazionali europee – la British International Investment (BII), la Proparco francese e la Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG) – poi alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e infine alla International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale. Intrecciate fra loro più volte nei finanziamenti.

La ricerca riesce a individuare 358 investimenti ad aziende sanitarie private nei paesi a medio e basso reddito fra il 2010 e il 2022, per un totale di 3,2 miliardi di dollari. Il 56% degli investimenti europei sono destinati a ospedali privati e ad una miriade di providers privati soprattutto in Africa e in Asia, tramite intermediari finanziari del comparto sanitario. La Banca Mondiale risulta co-investitore in almeno 42 delle operazioni di intermediazione finanziaria e in almeno 112 investimenti diretti ad aziende private.

La mobilitazione finanziaria a favore dei privati per la salute dei paesi poveri si aggancia da qualche anno agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, in particolare alla copertura sanitaria universale, tema prioritario nella agenda internazionale. Le operazioni si costruiscono tuttavia nel più sorprendente deficit di trasparenza e di accountability – è stato arduo estrarre le indispensabili informazioni, ancora troppo scarse.

Le numerose operazioni, in aumento dopo la pandemia (per quanto riguarda la Banca Mondiale), si dipanano in una trama invisibile di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato, impenetrabili anche perché hanno sede nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman.  Privatizzazione e finanziarizzazione della salute vanno a braccetto allegramente nel sud del mondo con i nostri soldi, ma sempre più dettano legge anche da noi, malgrado la pandemia e le sue inequivocabili lezioni.

Il rapporto di Oxfam dà la sveglia, per questo va letto con molta cura per la visione prospettica che rilancia anche ai paesi ricchi: la salute pubblica, universalista e gratuita, è la via maestra. Non si può trattare su questa materia.

L’alternativa è una disumanizzazione che non ha nulla a che vedere con la salute e la sostenibilità, se non quella degli affaristi privati che senza scrupoli ne approfittano, anche in Italia. Pensiamoci! E mobilitiamoci per salvare il nostro servizio sanitario pubblico, se non vogliamo fare la fine di Franziska ed Emmah.

da qui

mercoledì 5 luglio 2023

La privatizzazione della sanità avanza in tutto il mondo. Insieme alle disuguaglianze

 

di Sara Albiani, policy advisor sulla salute globale di Oxfam Italia

 

Partorire in un ospedale privato a Maputo significa per una donna mozambicana, parte del 40% più povero della popolazione, dover spendere tutto ciò che guadagna in un anno. È la scioccante realtà a cui porta la rotta intrapresa a livello globale di riduzione della spesa sanitaria pubblica e di crescente privatizzazione del settore, con conseguenze drammatiche sulle disuguaglianze in salute.

Un orientamento in totale contrasto con la lezione che dovremmo aver appreso dai quasi 7 milioni di morti della pandemia Covid-19: la necessità di garantire il diritto alla salute ovunque nel mondo, rafforzando i sistemi pubblici sanitari nazionali e rendendoli capaci di prevenzione e risposta alle emergenze sanitarie, oltre che equi nell’accesso ai servizi.

Le istituzioni finanziarie guidate dai Paesi ad alto reddito spingono per la sanità privata nei Paesi poveri

Il modello della sanità privata si sta diffondendo anche grazie all’azione di istituzioni finanziarie internazionali – come l’International Finance Corporation (IFC), la Banca mondiale e la Banca europea per gli investimenti (BEI) – che destinano ingenti fondi pubblici al settore privato con l’obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo economico nel Sud del mondo, combattere la povertà e migliorare i servizi sanitari. Ma le cose stanno in modo assai diverso e le conseguenze sono aberranti. La fotografia di quanto accade è contenuta in due rapporti (qui e qui) pubblicati in questi giorni da Oxfam, che denunciano molti casi in cui il finanziamento da parte di istituzioni finanziarie (guidate da paesi come Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) a gruppi ospedalieri privati e ad altre società sanitarie profit operanti in India, Kenya, Nigeria, Uganda e altri paesi del Sud del mondo hanno avuto, al contrario di quanto auspicato, un impatto drammatico nella vita delle persone.

La casistica è una galleria degli orrori, che esemplifica quanto c’è di più lontano rispetto alla tutela del diritto universale alla salute: trattenimento di pazienti, compresi neonati, a fronte del mancato pagamento delle prestazioni sanitarie fornite; addebito di spese eccessive ai pazienti, poi ridottisi in povertà per onorarle; prezzi di servizi e medicinali fuori dalla portata della maggior parte dei loro fruitori; cure negate a coloro che non possono permettersele, anche in caso di urgenza o emergenze generalizzate; pressioni sui pazienti affinché accettino di sottoporsi a procedure mediche non necessarie e costose; una grave e mancata prevenzione delle violazioni dei diritti umani, compreso il traffico di organi da parte del personale sanitario.

Il caso dell’India, dove la sanità privata vale 236 miliardi di dollari in uno dei Paesi più disuguali al mondo

In India, dove a oggi il settore sanitario privato vale 236 miliardi di dollari in rapida crescita, l’IFC ha investito direttamente oltre mezzo miliardo di dollari in alcune delle più grandi corporation del Paese nel settore ospedaliero. Mentre in molti casi vengono applicate tariffe eccessive in rapporto al tipo di cura, negata l’assistenza sanitaria, truccati i prezzi, evase le tasse e rifiutate cure gratuite ai pazienti indigenti, nonostante questa fosse una condizione prevista nella cessione statale dei terreni sui quali costruire gli ospedali. Non solo: dei 144 ospedali finanziati, solo uno si trova in una zona rurale e solo 20 si trovano nei 10 stati con peggiori performance in termini di erogazione di servizi sanitari di qualità. Quattro grandi complessi ospedalieri nella regione di Delhi, hanno realizzato margini di profitto che arrivano fino al 1.737% su farmaci, materiali di consumo e diagnostica.

In Mozambico, in piena pandemia richieste di 6 mila dollari per l’ossigeno e 10 mila per un ventilatore

Stessa situazione anche in altre realtà analizzate da Oxfam. Il Maputo Private Hospital in Mozambico, sostenuto dall’IFC durante la pandemia, ha addebitato ai pazienti COVID-19 6.000 dollari per l’ossigeno e 10.000 per un ventilatore. Allo stesso modo, in Uganda, il Nakasero Hospital, finanziato da Francia, UE e IFC, ne avrebbe addebitati 1.900 al giorno per un letto COVID-19 in terapia intensiva; mentre il TMR Hospital, sostenuto da Regno Unito e Francia, ha presentato un conto di 116.000 dollari alla famiglia di un paziente morto a causa del virus.

Mentre le morti di parto aumentano, in un ospedale privato un cesareo può costare 2 anni di stipendio

Il numero di madri che muoiono durante la gravidanza e il parto è in aumento in tutto il mondo, il costo medio di un parto senza complicazioni in questi ospedali privati è superiore al reddito di un anno del 40% più povero della popolazione, mentre il costo di un cesareo supera il reddito di 2 anni. In Nigeria, 9 donne su 10 tra le più povere partoriscono senza un’ostetrica o un assistente al parto qualificati. Oxfam ha rintracciato i fondi di sviluppo di BEI, Germania, Francia e IFC fino agli esclusivi Lagoon Hospitals privati di Lagos, dove il pacchetto maternità più semplice costa più di 9 anni di reddito per il 10% più povero dei nigeriani.

Al contrario, il rafforzamento della sanità pubblica in Etiopia ha ridotto le morti materne del 70%

Le cose vanno diversamente quando è il settore pubblico a essere finanziato e rafforzato. L’Etiopia, ad esempio, ha utilizzato con successo gli aiuti ricevuti dai donatori per raggiungere la maggior parte degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio relativi alla salute entro il 2015, compresa la riduzione delle morti materne di oltre il 70%. A riprova, un dato: nei Paesi a basso reddito che hanno maggiori risultati nella riduzione delle morti per parto, il 90% dei servizi sanitari è pubblico. Ma nonostante la pandemia abbia dimostrato il rapporto diretto tra la salute, l’equità d’accesso a servizi di qualità e la presenza di un sistema sanitario universalistico, si assiste ovunque a un restringimento della sanità pubblica in favore di quella privata, adottando un modello dove il mercato detiene il primato e il settore pubblico finisce per esternalizzare le proprie competenze.

I tagli alla sanità del Governo Meloni confermano una tendenza che viene da lontano: così saremo impreparati alla prossima pandemia

Una linea miope ed iniqua perseguita anche in Italia, dove da più di un decennio si tende a vincolare sempre più salute e prestazioni sanitarie alle disponibilità economiche del paziente, con tagli di risorse alla sanità pubblica (confermati anche dal Governo Meloni) e l’affidamento a privati di servizi assistenziali e diagnostici.

Se i governi e le istituzioni internazionali non cambieranno rotta e non metteranno al centro della loro azione il rafforzamento dei sistemi sanitari pubblici, risulteremo non solo impreparati di fronte alla prossima pandemia, ma a rimetterci saranno sempre i più vulnerabili, tanto nei paesi ricchi quanto più in quelli poveri.

da qui

venerdì 20 gennaio 2023

i ricchi se ne strafottono dei poveri, come sempre

Davos, la vergogna dei più ricchi e incapaci del pianeta - Ennio Remondino 

Un pianeta di sempre più ricchi e di sempre più poveri, e anche se sei un relativamente povero tra i ricchi ma se sei ancora una persona per bene, la cosa un po’ ti indigna. Almeno il tempo di quello che a catechismo ci avevano insegnato come ‘esame di coscienza’. Ma a Davos, World Economic Forum, l’esame di coscienza non è in programma, e la diseguaglianza sempre meglio organizzata non conosce crisi.
Il nuovo rapporto di Oxfam all’apertura del World Economic Forum a Davos.

Sempre più ricchi e sempre più, molto più poveri

La pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso pochi grandi ricchi e sempre più ricchi ma senza esagerare, e molti poveri, e i molto poveri e sempre più poveri. È quanto emerge dal rapporto Oxfam «La diseguaglianza non conosce crisi», pubblicato – come di consueto – all’apertura del World Economic Forum (Wef), a Davos, sulle Alpi svizzere, che già la località prescelta la dice lunga, che Cortenina D’Amepzzo passa per località di turismo popolare.

‘Cooperazione’ dove ognuno corre per se

Oltre 2700 i partecipanti, tanti economisti che le crisi spesso le causano e poi le analizzano, una cinquantina di Capi di Stato, ma quasi nessuno tra quelli che veramente contano e poi deludono, e poi la ‘fuffa’. Ah, scusate, dimenticavamo il presidente ucraino Zelenzky in video, che non può mancare a nessun meeting, visto che trova persino il tempo di invocare soluidarietà e armi anche a Porta a porta.

Colpevoli e anche pessimisti

Ad eccezione del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, non sarà presente nessun leader del G7, visto ched di Grandi s’è persa la misura politica e visto che le aspettative sono basse, anche brutte, quasi pessime, e non fa bene mostrarsi al proprio elettorale dove si parla di «recessione globale, mentre l’economia continuerà ad essere segnata dalle tensioni geopolitiche».

Per fortuna i ‘super-ricchi’ –informa Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam– hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i «ruggenti anni ’20’ del nuovo millennio». E noi siamo felici.

Globalizzazione in crisi?

Un mondo frammentato da guerra, nazionalismi e tensioni geopolitiche crescenti, e ora i protagonisti di gran parte di questa disgrazie provano a dirci come forse ne usciremo, dopo aver tutti noi pagato un prezzo molto salato salato. E visto che le disgrazie non vengono mai sole, il World Economic Forum ci avverte che dobbiamo prepararci, oltre che alla recessione globale nel 2023, anche a un ‘dis-ordine mondiale’ sta trasformando la globalizzazione come l’avevamo conosciuta finora.

La colpa fu del rosso fiorellin…

Non solo colpa della guerra che la Russia -oggi assente per castigo- e neppure le barriere commerciali fra Stati Uniti e Cina e la gara perversa tra Bruxelles e Washington si scontrano su chi sussidia di più la propria industria, peccato mortale con assoluzione presidenziale. Colpa di chi manca? Sarà per questo che al vertice di quest’anno nelle Alpi svizzere fanno più rumore gli assenti dei presenti:

mancano gli oligarchi russi, il presidente americano Joe Biden e il cinese Xi Jinping, come pure il francese Emmanuel Macron, il premier britannico Rishi Sunak, il canadese Justin Trudeau e il rieletto leader brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Per fortuna gli amati miliardari

In compenso, sulla lista degli invitati ci sono oltre 100 miliardari, rappresentanti sauditi e degli Emirati Arabi, innumerevoli Ceo e operatori finanziari di Wall Street. Con la politica che decide veramente, quasi assente. Sospetto di codardia, il nostro, condiviso da chi, anche in Osfam, ritiene che la loro assenza è una dimostrazione di come l’economia globale non sia più materia su cui i capi di stato hanno controllo, esercitato piuttosto da un ristretto manipolo di privati.

Disuguaglianze favorite dal fisco?

I numeri parlano chiari. Dal 2020 l’1% dei più ricchi si è accaparrato quasi il doppio dell’incremento della ricchezza netta globale, rispetto al restante 99% della popolazione mondiale. Le fortune dei miliardari crescono alla velocità di 2,7 miliardi di dollari al giorno, mentre almeno 1 miliardo e 700 milioni di lavoratori vivono in paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari.

Quando il povero non servirà più neppure come forza lavoro

Intanto i governi delle regioni più povere spendono oggi quattro volte di più per rimborsare i debiti rispetto a quanto destinano per la spesa pubblica in sanità. Col risultato che ogni quattro secondi una persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Ovviamente, ‘Ça va sans dire’, il debito degli ultra poveri e con gli ultra ricchi.

Sempre meno tasse per i ricchi

Come il malvagio delle favole, anche quello vero ama esagerare. E dopo decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, una tendenza che si traduce in povertà, migrazioni, conflitto sociale e crisi delle democrazie, basterebbe un’imposta del 5% sui grandi patrimoni «potrebbe generare per la lotta alla povertà affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone». Ma noi siamo adulti e non crediamo più alle favole.

World Economic Forum, massoneria per ricchi

«La percezione popolare è che il WEF sia un’organizzazione segreta e sinistra simile a qualcosa uscito da un romanzo di James Bond». Si lascia scappare Larry Elliott sul Guardian. A Davos solo passerella, dove non c’è nessuno tra quelli che alla fine decidono, salvo quei 100 miliardari di cui abbiamo detto.

Mentre qualcuno opportunamente ricorda che la prima Grande Guerra in Europa viene combattuta a poco più di duemila chilometri dalle piste innevate di Davos.

da qui

 

 

Oxfam: la diseguaglianza cresce favorita dal fisco - Paolo Andruccioli

La pandemia ha aumentato le distanze sociali. Anche in Italia, mentre i salari crollano, la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. I dati del Rapporto Oxfam 2023: aumentano le iniquità generazionali e le differenze di genere. Solo i grandi patrimoni hanno avuto benefici fiscali.

In Italia i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. La pandemia ha approfondito le distanze sociali e ha premiato una fascia ristrettissima di popolazione. Lo sostiene il nuovo rapporto Oxfam diffuso oggi (16 gennaio) in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos. Già dal titolo è chiaro il risultato della ricerca dell’Oxfam, che conduce la campagna mondiale contro l’aumento della povertà (20 organizzazioni che lavorano in più di 90 paesi nel mondo a fianco delle comunità per garantire risorse, diritti e regole più giuste): “La diseguaglianza non conosce crisi”. Nel biennio di maggiore diffusione del virus del Covid 19 lo spicchio più ricco della popolazione (1%) ha visto crescere il valore dei propri patrimoni di 26.000 miliardi di dollari, in termini reali, accaparrandosi il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42.000 miliardi di dollari), quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale. 

Battuti tutti i record

Con la pandemia la diseguaglianza invece di ridursi fa un notevole passo avanti. Viene infatti superato anche il record che si era registrato durante il decennio 2012-2021, in cui il top-1% aveva beneficiato di poco più della metà (il 54%) dell’incremento della ricchezza planetaria. E quasi a dare ragione alle previsioni più fosche di Carlo Marx, per la prima volta in 25 anni aumentano simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà. “Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese, i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ruggenti anni ’20 del nuovo millennio – spiega Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Crisi dopo crisi i molteplici divari si sono acuiti, rafforzando le iniquità generazionali, ampliando le disparità di genere e gli squilibri territoriali. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati a non restare scalfito è il destino di chi occupa posizioni sociali apicali, favoriti anche da decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, che ne hanno consolidato le posizioni di privilegio”. 

Tassare le grandi ricchezze

Diventa fondamentale quindi ripensare dalle radici il sistema fiscale italiano. Ne è convinta Gabriela Bucher: “Un sistema fiscale più equo, a partire da un maggiore prelievo sugli individui più facoltosi, è uno degli strumenti di contrasto alle disuguaglianze. Un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare per i Paesi riscossori risorse da riallocare per obiettivi di lotta alla povertà a livello globale affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone”.

La morsa dell’inflazione

Ma nel frattempo la pandemia e la crisi energetica con il relativo aumento dei prezzi – con un tasso dell’inflazione mai così alto da oltre 35 anni con i nuovi venti recessivi rischiano di esacerbare ulteriormente i divari. La quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione. La ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). 

Ricchi e poveri

Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) ha mostrato ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico. Contemporaneamente cresce appunto la povertà sia quella relativa, sia quella assoluta. Quest’ultima è risultata stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020 e interessa il 7,5% delle famiglie (1 milione 960 mila in termini assoluti) e il 9,4% di individui (5,6 milioni di persone). Un fenomeno, secondo Oxfam, molto allarmante perché ha visto raddoppiare in 16 anni la quota di famiglie con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile e che oggi vede quelle più povere maggiormente esposte all’aumento dei prezzi, in primis per beni alimentari ed energetici. 

Scenari mondiali

Secondo i dati contenuti nel Rapporto Oxfam, con riferimento alle posizioni al vertice della piramide distributiva, dal 2020 ad oggi, un miliardario ha aumentato, in media, il proprio patrimonio di circa 1,7 milioni di dollari per ogni dollaro di incremento patrimoniale di una persona collocata nel 90% meno abbiente. Nel corso dell’anno appena concluso, i big del cibo e dell’energia hanno raddoppiato i profitti, ma l’84% è andato agli azionisti. Nel 2022 la ricchezza dei miliardari nei settori energetico e agro-alimentare è aumentata in concomitanza con la rapida crescita dei profitti delle imprese che controllano: lo scorso anno, 95 aziende, tra i Big dell’energia e le multinazionali del cibo, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media del quadriennio 2018-2021, versando 257 miliardi di dollari (l’84% degli extraprofitti realizzati) a ricchi azionisti. È il caso della dinastia Walton, proprietaria di metà della Walmart, che ha ricevuto dividendi per 8,5 miliardi di dollari nell’ultimo anno; o del miliardario indiano Gautam Adani, azionista di riferimento in molte grandi compagnie energetiche, che in soli sette mesi ha visto la propria ricchezza aumentare di 42 miliardi di dollari (+46%).

Profitti e prezzi

I curatori del Rapporto spiegano anche i nessi tra crescita dei profitti e inflazione. Come evidenziato da recenti analisi, gli esorbitanti profitti societari hanno avuto un ruolo predominante nella crescita dell’inflazione in Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Per 1,7 miliardi di lavoratori l’inflazione supera l’aumento dei salari. Allo stesso tempo, almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in Paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari e oltre 820 milioni di persone – circa 1 persona su 10 sulla Terra – soffrono la fame. Secondo la Banca Mondiale, stiamo probabilmente assistendo al più grande aumento di disuguaglianza e povertà globale dal secondo dopoguerra. Interi Paesi rischiano la bancarotta e quelli più poveri spendono oggi 4 volte di più per rimborsare i debiti rispetto a quanto destinano per la spesa pubblica in sanità. Tre quarti dei governi del mondo (148 Paesi) stanno inoltre pianificando tagli alla spesa pubblica – anche per la sanità e l’istruzione – per 7.800 miliardi di dollari nel quinquennio 2023-2027.

Guerra e povertà

“L’aumento dell’incidenza della povertà è stato attenuato, nell’emergenza, dagli interventi pubblici di supporto alle famiglie, ma le prospettive di arretramento sono forti alla luce dei fattori correnti di rischio per l’economia italiana come gli impatti del conflitto russo-ucraino e la crescita dell’inflazione”. Lo spiega Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia, secondo il quale le misure di sostegno alle famiglie devono proseguire ed essere indirizzate meglio verso le famiglie in condizioni di maggior bisogno. “È inoltre indispensabile abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, riformando l’unica misura strutturale di contrasto alla povertà di cui disponiamo; serve pure stimolare nuovi accordi tra le parti sociali volti a ridefinire celermente sistemi più efficaci di indicizzazione dei salari ai prezzi per fornire protezione adeguata ai gruppi sociali meno abbienti e alle forme di lavoro meno tutelate in settori a bassa retribuzione”. Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022″ si legge nel Rapporto. “Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione. Se il miglioramento del mercato del lavoro italiano nel 2022 dovrà essere valutato alla luce dei rischi di una nuova recessione, restano irrisolti i nodi strutturali della “crisi del lavoro” nel nostro Paese: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro della componente giovanile e femminile, marcate e crescenti disuguaglianze retributive, il crescente ricorso a forme di lavoro non standard e conseguente diffusione del lavoro povero”. 

Sbagliate le misure sul lavoro

“Se il dilagare del lavoro povero rappresenta una caratteristica strutturale del mercato italiano – è ancora Misha Maslennikov a parlare – destano preoccupazione le iniziative già messe in campo e le intenzioni del nuovo governo. Piuttosto che disincentivare il ricorso a forme di lavoro atipico che intrappolano nella precarietà milioni di lavoratori, il governo allarga le maglie per il lavoro discontinuo e invoca ulteriori interventi di flessibilizzazione. La previsione di un salario minimo non è all’ordine del giorno e gli incentivi all’occupazione – all’insegna del “più assumi, meno paghi” – non sono valutati sotto la lente della qualità e sostenibilità dell’occupazione promossa, lasciando il ruolo per lo sviluppo di una buona occupazione alle convenienze economiche e fiscali delle imprese”. 

Le proposte

Il Rapporto non si limita quindi all’analisi. Si indicano anche delle possibili linee di intervento. Per quanto riguarda il nostro Paese, Oxfam raccomanda per esempio al governo di intervenire in alcuni ambiti prioritari. Contrasto al caro-vita e alla povertà; abbandonare il regime transitorio del Reddito di Cittadinanza per il 2023, garantendo l’erogazione di tutte le mensilità spettanti a tutti i beneficiari, e riformare la misura per renderla più equa (per criteri di accesso e entità del sussidio) ed efficiente; favorire accordi tra le parti sociali per ridefinire una più efficace indicizzazione dei salari ai prezzi e indicizzare all’inflazione il reddito soglia per l’accesso al reddito di cittadinanza. Oxfam suggerisce anche di destinare maggiori risorse contro il caro-energia, potenziare la tassa sugli extraprofitti a carico degli operatori del comparto energetico fossile, aumentando l’aliquota dal 50% all’80% ed estendendo la misura ai settori farmaceutico ed assicurativo. Rafforzare la funzione redistributiva della leva fiscale, aumentando la contribuzione a carico dei più ricchi; favorire la ricomposizione del prelievo spostando la tassazione dal lavoro a rendite, profitti e interessi; abbandonare il ricorso a trattamenti fiscali differenziati tra contribuenti in condizioni economiche affini. Tra gli interventi anche quello dell’introduzione di un salario minimo legale. Inoltre, per contribuire alla riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi, si chiede al governo italiano di agire sullo scacchiere internazionale per riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (DSP), emessi dall’FMI nell’agosto 2021.

da qui

martedì 25 gennaio 2022

La "pandemia della disuguaglianza" : come il Covid-19 ha arricchito i ricchi e impoverito i poveri - Umberto De Giovannangeli

 Un consiglio gratuito. Contro il virus della narrazione farlocca e tranquillizzante,  utilizzate il “vaccino Oxfam”. Ci aiuta a conoscere e comprendere la realtà. E la realtà, quella vera, dice che il mondo ai tempi della pandemia è un mondo ancora più ingiusto, disuguale. Dove chi era ricco prima del Covid, adesso è ancora più ricco. E i tanti poveri, stanno sempre peggio.

Nei primi 2 anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia.

“Già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. – rimarca Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale”. 

“La pandemia della disuguaglianza”.

È quanto emerge da “La pandemia della disuguaglianza, il nuovo rapporto pubblicato oggi da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale.

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari,in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021. Il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale.

 È il virus della disuguaglianza, non solo la pandemia, a devastare così tante vite.Ogni 4 secondi 1 persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza.

Le donne che hanno subito gli impatti economici più duri della pandemia, hanno perso complessivamente 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020, un ammontare superiore al PIL combinato di 98 Paesi, e stanno affrontando un aumento significativo del lavoro dicura non retribuito,che ancora oggi ricade prevalentemente su di loro. Mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.

“Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario – aggiunge Bucher – Alcuni settori hanno beneficiato della crisi con conseguenze avverse per troppi, come nel caso del settore farmaceutico, fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti e alla condivisione di know how e tecnologie necessarie per aumentare la produzione di vaccini Covid e salvare vite anche nei contesti più vulnerabili del pianeta”.  

Mentre i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili per 1.000 dollari al secondo e creare 5 nuovi miliardari, meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito. La percentuale di persone con Covid-19 che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre ad oggi nei Paesi a basso reddito è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione.

“La disuguaglianza non è una fatalità ma il risultato di precise scelte politiche. – continua Bucher – Non solo i nostri sistemi economici ci hanno reso meno sicuri di fronte a questa pandemia, ma consentono a chi è estremamente ricco di beneficiare della crisi. Non è mai stato così importante intervenire sulle sempre più marcate ingiustizie e iniquità. Per questo servono coraggio e visione per affrancarsi da paradigmi di sviluppo che hanno mostrato il fallimento negli ultimi decenni”.

DISUGUITALIA

La pandemia ha aggravato le condizioni economiche delle famiglie italiane e rischia di ampliare a breve e medio termine i divari economici e sociali preesistenti. Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero .Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 ilnumero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

L’inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021 con le famiglie più povere incapaci di intercettare la significativa crescita del risparmio registrata durante la pandemia.

Alla riduzione delle spese per consumi è corrisposto nel 2020 un significativo aumento dell’incidenza della povertà assoluta. Oltre 1 milione di individui e 400.000 famiglie sono sprofondati nella povertà, sebbene su questo disastro sociale possa aver inciso maggiormente – a differenza della precedente recessione – il cambiamento pandemico delle abitudini di consumo rispetto alla perdita di potere d’acquisto, pur significativa, delle famiglie.

“Il quadro sociale avrebbe potuto essere ancor più grave, se il Governo non avesse potenziato le misure di tutela esistenti e messo in campo strumenti emergenziali nuovi di supporto al reddito – annota  Elisa Bacciotti, responsabile Campagne di Oxfam Italia – I massicci trasferimenti hanno anche attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. In primis, per quanto riguarda il nostro mercato del lavoro profondamente disuguale e che genera, in modo strutturale, povertà da decenni”.

La ripresa occupazionale del 2021 non è trainata da lavoro stabile e rischia di riproiettarci nel mondo pre-pandemico, che ha visto crescere la quota dei working poor di oltre 6 punti percentuali dall’inizio degli anni ‘90.

“Sono diversi i motivi, non rimossi dalla pandemia, che rendono oggi il lavoro insufficiente a condurre una vita dignitosa per tante persone: l’espansione di lungo corso di occupazioni in settori a bassa produttività e con salari insufficienti, la prevalenza nel tessuto produttivo di piccole e micro imprese con propensione all’innovazione mediamente molto debole e sottoutilizzo del capitale umano, le strategie competitive delle imprese italiane basate sulla compressione del costo del lavoro, la deregulation contrattuale, la diffusione del part-time in prevalenza involontario”, sottolinea ancora  Bacciotti.

Il contrasto alle disuguaglianze e in particolare la portata redistributiva di alcuni interventi strutturali messi in campo nel 2021 dal Governo Draghi sconta le difficili convergenze di una maggioranza disomogenea e la prevalenza di pulsioni conservatrici.

“Crediamo che la razionalizzazione delle misure di sostegno alle famiglie con figli intrapresa dall’attuale Governo sia largamente apprezzabile, così come l’azione sul riordino degli ammortizzatori sociali, anche se ancora incompleta. Le scelte in materia di riforma del sistema fiscale ci appaiono invece discutibili, dimenticando l’obiettivo di garantire maggiore equità orizzontale in favore di una crescita quantitativa, che offusca la dimensione sociale dello sviluppo. L’intervento effettuato sul reddito di cittadinanza nella legge di bilancio è inoltre fortemente deludente, mancando di recepire quasi tutte le indicazioni di riforma per rendere questo strumento più equo ed efficiente nel contrasto alla povertà”, conclude Bacciotti.

Un’Agenda politica per l’equità.

Sul fronte nazionale, coerentemente e limitatamente ai focus del rapporto, Oxfam raccomanda al Governo italiano di intervenire nei seguenti ambiti: Ammodernamento dei sistemi di protezione dei redditi, prevedendo l’ulteriore estensione delle tutele ai lavoratori autonomi e requisiti contributivi meno stringenti, per quanto concerne l’accesso a indennità in mancanza di rapporto di lavoro, per i disoccupati under-35; Ridare potere al lavorocon interventi pre-distributivi che limitino la svalutazione del fattore lavoro e escludano il ricorso a forme contrattuali atipiche e poco remunerate anche attraverso l’innalzamento dei salari minimi. Va inoltre rafforzata la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; Sistemi fiscali equi e progressivi:in assenza di uno spazio politico che recuperi i vulnus dell’impostazione della riforma fiscale, non resta che auspicare nel contesto attuale quantomeno di realizzare la riforma del catasto, di non ridurre significativamente il prelievo sui redditi da capitale e di non conservare l’aberrante regime forfetario;    Trasferimenti per il supporto delle famiglie con figli e reddito di cittadinanza: per quanto concerne l’assegno unico suggeriamo di valutare in itinere la riduzione della componente patrimoniale dell’Isee nella determinazione dell’importo dell’assegno e di estendere per almeno il biennio 2023-2024 la clausola di salvaguardia oltre i 25.000 euro di Isee, per garantire che nessun nucleo familiare riceva un supporto inferiore ai trasferimenti previgenti. Per il reddito di cittadinanza auspichiamo che si possa ancora trovare spazio per rivedere almeno i criteri di accesso e il calcolo dell’importo per non penalizzare le famiglie numerose e con minori e per ridurre l’aliquota minima effettiva per i beneficiari della misura che inizino un’attività lavorativa; Valorizzazione del capitale umano e accesso alla conoscenza: la creazione di posti di lavoro qualificato passa anche per processi di innovazione da incentivare e accompagnare con un supporto pubblico al trasferimento tecnologico alle piccole e medie imprese italiane, fortemente limitate nell’accesso alla conoscenza.

Inoltre, per contribuire alla riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi, Oxfam chiede al Governo italiano di agire sullo scacchiere internazionale per: Porre fine all’apartheid vaccinale sospendendo i brevetti, favorendo la condivisione di know-how e tecnologia sui vaccini Covid-19, investendo in centri di produzione vaccinale nel Sud del mondo, redistribuendo immediatamente ed equamente i vaccini esistenti e mantenendo le promesse fatte di donare 45 milioni di dosi ai Paesi in via di sviluppo;  Riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (Dsp),assicurando la fruibilità senza condizionalità di tali risorse da parte dei Paesi beneficiari, riconoscendone la natura concessionale e il carattere addizionale rispetto ad altri impegni finanziari;   Riportarsi sulla traiettoria del rispetto dell’impegno a destinare entro il 2030 lo 0,7% del reddito nazionale lordo all’aiuto pubblico allo sviluppo;  Supportare la creazione di un organismo internazionale autonomo con mandato di sovrintendere alle sospensioni temporanee e occuparsi della sostenibilità nel lungo periodo delle esposizioni debitorie, evagliare i necessari interventi di riduzione/ristrutturazione del debito.    

Davvero niente male l’”Agenda Oxfam”. Decisamente migliore, perché più orientata dalla parte dei tanti che non ce la fanno, della tanto pubblicizzata “Agenda Draghi”.  Ne consigliamo vivamente la lettura in particolare alla sinistra di Governo. Se l’adottasse darebbe un bel segnale. 

Per saperne di più


I calcoli di Oxfam si basano sulle fonti di dati più aggiornate e complete disponibili. Le posizioni patrimoniali degli individui più ricchi al mondo sono tratte dalla lista dei miliardari stilata da Forbes nel 2021. Le stime distribuzionali della ricchezza sono tratte dal Global Wealth Databook 2021 del Credit Suisse Research Institute.


Secondo Forbes, le 10 persone più ricche al mondo, al 30 novembre 2021, hanno visto le loro fortune crescere di 821 miliardi di dollari dal marzo 2020. I 10 uomini più ricchi sono: Elon Musk, Jeff Bezos, Bernard Arnault & family, Bill Gates, Larry Ellison, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg, Steve Ballmer e Warren Buffet.


Secondo il ‘Global Gender Gap Report 2021’ del Wef, la pandemia ha allontanato l’obiettivo di raggiungere una vera parità di genere di ben una generazione: se prima sarebbero serviti ancora 99 anni adesso ne serviranno 135.La crisi del COVID-19 è costata alle donne di tutto il mondo almeno 800 miliardi di dollari di perdita di reddito nel 2020, una cifra superiore al PIL combinato di 98 Paesi.

La percentuale di vittime causate dal Covid 19 nei Paesi in via di sviluppo è circa il doppio rispetto ai paesi ricchi.

da qui