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mercoledì 2 settembre 2026

Le vittime e i carnefici nella vicenda di Autistici/Inventati - Andrea Barolini

 

La testata di cui sono direttore, come è noto, è finanziata dal gruppo Banca Etica, attraverso il suo editore Fondazione Finanza Etica. Ciascuno può sentirsi libero di pensare che quanto segue sia una difesa d’ufficio. La realtà è che in quasi sei anni di direzione, la redazione di Valori.it ha potuto lavorare in totale autonomia e indipendenza. Ed è proprio l’indipendenza, assieme alla deontologia professionale, che mi spingono a prendere posizione. 

La vicenda è ormai nota: venerdì 28 agosto 2026 è stata resa nota l’ennesima decisione arbitraria dell’amministrazione degli Stati Uniti diretta da Donald Trump. Il collettivo toscano Autistici/Inventati – che sviluppa servizi informatici indipendenti e che fornisce indirizzi email, siti web, blog e newsletter ad altri attivisti e collettivi – è stato inserito nelle cosiddette liste Ofac. Ufficialmente per «contrastare la crescente minaccia rappresentata dai gruppi terroristici violenti di estrema sinistra». 

Autistici/Inventati è correntista di Banca Etica dal 2018 e l’istituto di credito ha dovuto riferire all’associazione di essere «costretta a elevare il profilo di rischio e a sospendere temporaneamente l’operatività del conto corrente in attesa di ulteriori approfondimenti ed è purtroppo probabile che sarà a breve costretta alla sua successiva chiusura». Al contempo, ha scritto alle organizzazioni di categoria delle banche (Abi e Assopopolari) e al ministero dell’Economia per verificare se ci siano soluzioni praticabili che permettano a Banca Etica di mantenere l’operatività del conto corrente.

Banca Etica rischia sanzioni secondarie per le liste Ofac

È un film già visto con la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Francesca Albanese, o ancora con i giudici della Corte penale internazionale. E anche all’estero nessuna banca, neppure quelle che si fondano sugli stessi valori di Banca Etica, ha potuto aggirare la decisione dell’amministrazione di Washington. 

Il motivo è semplice, come spiega lo stesso istituto di credito: «Una banca italiana che mantenga rapporti con un soggetto inserito nelle liste Ofac, potrebbe essere oggetto di “sanzioni secondarie” che implicano la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi». Tradotto, tutti i correntisti di Banca Etica potrebbero vedersi bloccate le carte di credito e di debito poiché basate su sistemi statunitensi (Visa & co.). Il che significherebbe, di fatto, far pagare a 130mila clienti, socie e soci della banca lo stesso prezzo ingiusto che Trump vuole far pagare a Autistici/Inventati, Francesca Albanese e ai giudici della Cpi. Oltreché mettere a repentaglio gli stipendi di centinaia di lavoratrici e lavoratori dell’istituto di credito.

Si può osservare che la Corte di giustizia europea, con sentenza dell’11 giugno 2026, ha ritenuto che il rifiuto di apertura di un conto corrente bancario ad un soggetto iscritto nella lista Ofac sia in contrasto con la direttiva dell’Ue 2015/849, che disciplina il contrasto finanziario al terrorismo e al riciclaggio. 

Siccome la stessa direttiva «non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato», allora secondo i giudici non è necessario rispettare automaticamente quanto imposto da Washington.

 

La sentenza Ue dell’11 giugno non risolve il nodo delle liste Ofac

Ciò è vero. Ma lo è tanto quanto il fatto che gli Stati Uniti andrebbero con ogni probabilità dritti per la loro strada. Con tutto ciò che comporterebbe. La realtà è che la sentenza sancisce un principio correttissimo: la legittimità a resistere alla giustizia parallela imposta in modo unilaterale, arbitrario e barbaro da un singolo Paese. Ma a mancare è un’alternativa sicura per evitare di doversi solo e semplicemente immolare, rischiando di far perdere all’Italia, e a decine di migliaia di persone, l’unica realtà che propone una finanza umana, solidale, rispettosa dell’ambiente, del clima, della biodiversità, dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani. Manca un sistema finanziario alternativo, che poggi le proprie gambe e radici in Europa, che sia gestito dalle nazioni europee, che ci liberi dal dominio americano. Che magari non arriverebbe subito ma del quale si potrebbero per lo meno cominciare a porre le basi. 

Nell’assordante silenzio della politica (e anche delle altre banche italiane, perché non risultano prese di posizione né manifestazioni di solidarietà), la verità è che nessuno fa la sola cosa che consentirebbe a Banca Etica di aprire (o rimettere in funzione) immediatamente ogni tipo di rapporto bancario. Le vicende di Albanese, di Autistici/Inventati e dei giudici della Cpi – nessuno dei quali ha ricevuto accuse formali, né ha perciò potuto difendersi da esse – hanno aperto uno squarcio su un mondo nel quale la giustizia, di fatto, non è uguale per tutti. Questo non basta però a far sì che governi europei e Commissione di Bruxelles agiscano concretamente per difendere le fondamenta stesse dei valori democratici. Meglio, evidentemente, non rischiare di irritare la Casa Bianca. E pazienza se questo dà un segnale dissuasivo chiarissimo anche a chiunque pensi di adottare comportamenti simili a quelli delle persone e realtà inserite ingiustamente nella lista Ofac.

La sola cosa certa, in tutto ciò, è che in questa vicenda ci sono delle evidenti vittime (chi è sottoposto ingiustamente a sanzioni, e anche chi è sottoposto alla minaccia di dover chiudere se osa tentare una forma di resistenza), un evidente carnefice e troppi che potrebbero agire ma preferiscono stare a guardare.

da qui


Come il sistema finanziario ha creato una giustizia parallela dominata dagli Usa - Andrea Barolini

Facendo leva sul dominio statunitense dei circuiti e dei servizi finanziari, Washington negli ultimi mesi ha imposto sanzioni a numerose figure, compresi giudici della Corte penale internazionale e rappresentanti Onu. Senza processi, senza accuse formali, senza difesa e senza neppure vie di ricorso

Nicolas Guillou è un magistrato della Corte penale internazionale (Cpi). Lui, come altri giudici, è stato sottoposto a sanzioni da parte dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. La ragione? Le loro inchieste e le loro decisioni, semplicemente, non sono piaciute a Washington.

Da quel giorno la vita del giurista è stata, di fatto, "congelata" da una giustizia parallela, arbitraria e inappellabile. Figlia di precise scelte politiche e permessa dal pressoché incontrastato dominio finanziario internazionale degli Stati Uniti.

La decisione degli Stati Uniti annunciata il 20 agosto 2025

La vicenda di Guillou risale al 20 agosto 2025: all’epoca, il segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato la decisione, il cui fondamento giuridico è rappresentato da un ordine esecutivo (il numero 14.203) firmato da Trump il 6 febbraio dello stesso anno. Che permette appunto di imporre sanzioni a chi fa parte della Cpi.

Ciò nel caso in cui vengano assunte decisioni che, secondo l’insindacabile giudizio di Washington, ledono gli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati. Il giudice francese, in particolare, è stato "punito" per aver spiccato un mandato d’arresto contro il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Bloccati conti correnti, beni, servizi bancari

Le conseguenze di tale decisione sono le stesse che hanno colpito numerose altre persone (compresa ad esempio la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese). Innanzitutto il divieto di ingresso negli Stati Uniti, quindi il congelamento dei beni e delle risorse economiche a disposizione del giudice.

A ciò si aggiunge poi l’impossibilità di mantenere in vita i propri rapporti bancari, la sospensione di tutti i servizi finanziari statunitensi come PayPay, Apple Pay, Google Wallet, solo per citarne alcuni. E ancora l’esclusione da ogni sistema di pagamento come Visa, Mastercard o American Express.

Il meccanismo è oliato e perfettamente funzionante. La redazione di Euronews ha provato ad effettuare un pagamento di 1 euro con causale “Sostegno a Nicolas Guillou” attraverso PayPal, e ha potuto constatare che la transazione è stata effettivamente immediatamente bloccata.

Il nome del giudice della Corte penale internazionale nella stessa lista di terroristi e narcotrafficanti

Concretamente, però, per chi è sottoposto a sanzioni come quelle imposte a carico di Guillou, risulta impossibile avvalersi di servizi bancari non statunitensi, come ad esempio quelli europei. Il motivo è semplice: il nome del giudice risulta inserito in una blacklist dell’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset finanziari del Tesoro americano). Si tratta della Special designated Nationals list (nota come Sdn List). Nella quale figurano, spiega l’amministrazione americana, individui, gruppi e entità considerati ad esempio come soggetti o organizzazioni terroristiche, o ancora narcotrafficanti o criminali di vario genere.

Il giudice della Cpi Guillou è stato considerato, evidentemente, alla stessa stregua. Tecnicamente, se una qualunque banca del Vecchio Continente decidesse di aprire ad esempio un conto corrente a suo nome, violerebbe le norme che impongono a tutti gli istituti (anche non statunitensi) di escludere appunto chi è presente sulla Sdn List.

Neanche le banche europee possono fornire servizi a chi è nella blacklist del Tesoro statunitense

Agli occhi delle autorità statunitensi, infatti, si tratterebbe di un aggiramento della blacklist. Il che farebbe scattare una serie di sanzioni accessorie a carico della banca in questione: l’impossibilità di operare in dollari, così come l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento. Tradotto: tutti i clienti di quella banca, di colpo, verrebbero tagliati fuori dai sistemi Visa o Mastercard. Le loro carte di credito non funzionerebbero più, con un danno commerciale incalcolabile per l'istituto finanziario.

Di fatto, dunque, il meccanismo è organizzato in modo tale che un solo organismo nazionale, il Tesoro statunitense appunto, può decidere in modo totalmente arbitrario, senza alcuna accusa formale, senza un processo, senza sottoporre le proprie decisioni ad alcun vaglio e senza neppure possibilità di ricorrervi contro, di condizionare l’intero sistema finanziario globale.

Neppure una notifica da Washington, gli interessati infomati solo attraverso comunicati stampa

“Non arriva neppure una notifica da parte dell’amministrazione Usa", ha raccontato Guillou al quotidiano francese Ouest-France. "Non funziona come nel caso di un tribunale. Lo si viene a sapere semplicemente da un comunicato stampa. E poi, via via, se ne comprende la portata”.

La vita di tutti i giorni, infatti, è totalmente stravolta: impossibile affittare un’auto, comprare qualcosa su Amazon, prenotare un hotel su Booking.com, effettuare un banale bonifico o ritirare un po' di contanti a un bancomat.

È bene sottolineare come le normative antiriciclaggio e antiterrorismo siano, ovviamente, fondamentali per combattere la criminalità organizzata. Il punto è che però dovrebbero essere utilizzate a tale scopo, non contro giudici considerati scomodi o contro rappresentanti delle Nazioni Unite di cui non si condividono idee o scelte.

Il giudice Guillou parla di "sottomissione volontaria" dell'Europa agli Stati Uniti

Lo stesso Guillou ha ammonito sul fatto che in questo modo anche l’Europa si piega di fatto ai diktat che arrivano da Washington, cadendo in una forma di “sottomissione volontaria”.

Le sanzioni, poi, non toccano solo chi è presente nella lista, ma anche i parenti stretti come mogli, mariti o figli: “Ad esempio, se i propri figli studiano negli Stati Uniti, vengono espulsi immediatamente. È accaduto a dei miei colleghi. Inoltre, viene imposto il divieto a qualunque persone fisica o giuridica di fornire o ricevere servizi alle persone oggetto di queste sanzioni”, ha aggiunto il magistrato della Cpi.

Una giustizia parallela, appunto. La cui portata potenziale è enorme, se si considera che, secondo un rapporto della Banca centrale europea del febbraio 2025, sul totale dei pagamenti effettuati non in contanti nel 2023 in Europa, il cui controvalore è stato pari a 70 miliardi di euro, ben il 54 per cento è avvenuto attraverso carte di credito. Di tale quota, il 61 per cento è passato per circuiti statunitensi come Visa e Mastercard.

Un altro 15 per cento, poi, è stato effettuato con carte di debito (che spesso si appoggiano ancora una volta a società statunitensi). E la situazione non cambia poi per i Wallet digitali. Tanto che la stessa Bce parla di “posizione oligopolistica” dei due principali attori del settore, Visa e Mastercard appunto. Aggiungendo che ciò non può essere che “motivo di preoccupazione”.

Secondo un portale giuridico francese le possibili contromosse legali sono "pressoché inesistenti"

Dal punto di vista delle sanzioni, è chiaro che essere esclusi dalle reti statunitensi equivale ad essere pressoché tagliati fuori dal mondo. Secondo il portale giuridico francese Le club des juristes, l’utilizzo di tali misure di fatto coercitive da parte degli Stati Uniti rappresentano “molto chiaramente un mezzo per imporre le proprie opinioni ad altri Paesi, attraverso una tecnica di lawfare (guerra legale, ndr) strumentale molto efficace”.

Lo stesso sito specializzato ammette che “le risposte che possono essere apportate dal nostro lato dell’Atlantico sono pressoché inesistenti” e le poche che potrebbero essere applicate “risultano inappropriate”. In particolare, il Regolamento europeo 2271 del 1996 permetterebbe di opporsi a quella che, di fatto, rappresenta un’applicazione extraterritoriale di leggi statunitensi. Ma la portata è limitata dallo stesso testo della normativa.

Una risposta più aggressiva (e per questo poco probabile: non a caso nel caso di Guillou non è stata adottata) potrebbe passare attraverso il cosiddetto “strumento anti-coercizione” economica contenuto nel Regolamento europeo 2675 del 22 novembre 2023.

La mancanza di circuiti alternativi europei rende la finanza uno strumento esecutorio di decisioni politiche

Il testo si fonda sul diritto dell’Unione europea e sul diritto internazionale, ma è centrato appunto sulle questioni commerciali ed economiche: occorrerebbero un’interpretazione estensiva “e un atto di coraggio eccezionale affinché l’Ue reagisse, in un contesto di così forte pressione nel quale gli interessi di un singolo giudice francese pesano poco”, conclude Le club des juristes.

La stessa Europa, infine, non si è dotata di circuiti finanziari alternativi. Ne sono stati istituiti solo alcuni a livello nazionale. Non esiste, in altri termini, una “Mastercard europea”.

Così, la finanza globale può essere trasformata in uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche. Una sorta di diritto sovranazionale privo di ogni controllo. Salvo quello della Casa Bianca.

da qui


martedì 9 settembre 2025

Scandalose sanzioni contro Cpi e Francesca Albanese

 di Domenico Gallo (*)

Dopo l’ultimo Rapporto della Relatrice Onu, datato giugno 2025, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato immediate sanzioni con l’accusa di aderire a una campagna politica ed economica in sfavore di Stati Uniti e Israele.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati, il 4 settembre ha spiegato in una conferenza stampa al Senato gli effetti delle sanzioni decretate contro di lei dall’amministrazione Trump.

Le sanzioni comportano il blocco di tutti i suoi beni negli Stati Uniti, immobili e conti correnti, ed il divieto di ricevere donazioni, retribuzioni ed ogni trasferimento di denaro per qualsiasi causa.
In questo caso le sanzioni USA hanno effetti extraterritoriali paradossali per cui l’Albanese non può aprire un conto corrente presso una banca italiana, né europea, né possedere o usare carte di credito. Essere inseriti nella lista nera dell’OFAC, (l’ufficio del Tesoro che controlla gli assetti finanziari stranieri) comporta una sorta di morte civile perché viene impedito l’esercizio di diritti fondamentali per gestire la propria vita.
Il problema però non riguarda solo la persona di Francesca Albanese o il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, l’obiettivo delle sanzioni USA è impedire il funzionamento della Corte penale internazionale, agendo per conto di Israele.
La fonte giuridica su cui si basano le sanzioni è l’Ordine Esecutivo n.14203 emesso da Donald Trump il 6 febbraio 2025. Con questo provvedimento (che negli USA ha valore di legge) Trump si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti ed Israele, affermando – senza punta di vergogna – che : “entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra”.
Proseguendo Trump stabilisce che: “qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti ed i militari israeliani) costituisca una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia”.

Di conseguenza: “Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti”

L’ordine esecutivo sanziona direttamente Karim Khan, il Procuratore capo della CPI, però Trump delega il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI.
Dopo il Capo della Procura della CPI, a cascata sono stati sanzionati altri 8 magistrati. Quattro giudici della CPI, sono stati sanzionati il 5 giugno 2025: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia).
Due ulteriori giudici e due vice-procuratori, sono stati sanzionati il 20 agosto 2025: Giudice Nicolas Guillou (Francia), Giudice Kimberly Prost (Canada), Vice-Procuratori: Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

A Francesca Albanese sono state applicate le sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale dell’ONU, ”Albanese si è impegnato direttamente con la Corte penale internazionale (CPI) negli sforzi per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele”.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la denuncia della complicità con Israele delle maggiori aziende americane. Scrive Marco Rubio nel suo provvedimento: “Di recente (l’Albanese) ha intensificato questo sforzo scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, avanzando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di proseguire le indagini e le azioni penali nei confronti di queste aziende e dei loro dirigenti”.

Le sanzioni alla Relatrice speciale dell’ONU rientra a pieno titolo nell’aggressione alla Corte penale internazionale che gli USA vogliono paralizzare.
Le sanzioni alla CPI hanno suscitato un’ondata di dissenso a livello globale.
In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma hanno rilasciato una dichiarazione congiunta riaffermando il loro “sostegno continuo e incrollabile all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI”, evidenziando come le sanzioni siano in grado di paralizzare l’attività della Corte, aumentando il rischio di impunità per crimini gravi, minando lo stato di diritto e compromettendo la sicurezza globale.
A livello europeo – guarda caso – la Dichiarazione non è stata sottoscritta dall’Italia (assieme alla Repubblica Ceca e all’Ungheria), sebbene proprio a Roma sia stato fondato l’Atto costitutivo della CPI (la Statuto di Roma) nel 1998.

Per i loro effetti extraterritoriali le sanzioni statunitensi hanno la capacità di compromettere gravemente il funzionamento della Corte. Infatti le istituzioni finanziarie (come succede per l’Albanese) potrebbero rifiutarsi di collaborare con la CPI per timore di ritorsioni da parte degli Stati Uniti, impedendone così l’accesso ai servizi bancari essenziali. Analogamente, le aziende che forniscono servizi informatici e tecnologici fondamentali per la raccolta e la gestione delle prove potrebbero decidere di interrompere ogni rapporto con la Corte, privandola di strumenti essenziali per il suo operato.

L’Unione europea da tempo si è posta il problema di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni americane che incidono negativamente sull’attività commerciale e finanziaria di aziende e cittadini dell’Unione. La reazione si è concretizzata nel c.d. Regolamento di blocco.  Il Regolamento n. 2271/96 fu adottato in risposta alle disposizioni statunitensi che nel 1996 avevano imposto sanzioni nei confronti di Cuba, Iran e Libia, impedendo di effettuare transazioni commerciali da e verso quei Paesi.

Il regolamento “blocca” gli effetti extraterritoriali delle sanzioni USA imponendo alle persone fisiche e giuridiche stabilite nell’Unione di non dare seguito agli atti normativi extraterritoriali statunitensi elencati nell’Allegato, così come a decisioni, sentenze o lodi arbitrali su questi fondati (artt. 5, comma 1 e 11). L’Allegato elenca gli atti legislativi e i regolamenti statunitensi nei confronti dei quali trova applicazione il regolamento di blocco. Alla Commissione spetta il potere di modificare l’Allegato (art. 11 bis) per aggiornarlo alla luce dei fatti successivi. Infatti con il successivo regolamento delegato (UE) 2018/1100 la Commissione, ha aggiornato l’Allegato, al fine di tenere conto delle sanzioni adottate dagli USA contro l’Iran nel 2012.
A questo punto sorge il problema di fondo, la Commissione, al di là delle chiacchiere di Von der Layen e di Kaja Kallas, ha intenzione di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni di Trump che travolgono la Corte penale internazionale?

La pretesa di bloccare la Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia ad un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità internazionale si è data per cercare di rafforzare ila debole trama del diritto internazionale dei diritti umani. Si può discutere dell’efficacia reale del Regolamento di blocco, ma è l’unico strumento di cui l’Unione Europea dispone per reagire all’arroganza USA. È scandaloso che la Commissione UE non abbia inserito l’illegale ordine esecutivo di Trump nell’elenco dei provvedimenti oggetto del Regolamento di blocco, consentendo in questo modo agli USA di bloccare il funzionamento della Corte penale Internazionale.

Leggi qui il Rapporto di giugno 2025 della Relatrice ONU.

(*) Tratto da Libertà e Giustizia.
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Saluti iniziali:
• Sen. PEPPE DE CRISTOFARO
Intervengono:
• FRANCESCA ALBANESE, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967
• NAZZARENO GABRIELLI, direttore generale di Banca Etica
• DUCCIO FACCHINI, direttore di Altreconomia
• DOMENICO GALLO, ex magistrato della Corte di Cassazione

Tratto dal canale youtube di Altreconomia.
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Francesca Albanese e le sanzioni degli Stati Uniti: «Non posso neppure aprire un conto corrente»

Le sanzioni statunitensi colpiscono Francesca Albanese: avrebbe voluto aprire un conto corrente presso Banca Etica, ma è impossibile.

di Andrea Barolini (*)

Perfino la finanza etica ha le mani legate quando si tratta di aiutare una persona finita – senza prove, senza processi, senza possibilità di difendersi – nel mirino degli Stati Uniti di Donald Trump. La vicenda riguarda Francesca Albanese, giurista, ricercatrice e ormai da anni nell’occhio del ciclone per il ruolo di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
La sua colpa è nota: aver denunciato la situazione atroce della popolazione della Striscia di Gaza, da quasi due anni bombardata incessantemente, giorno e notte, dall’esercito di Israele. Una guerra che ha provocato più di 62mila morti, almeno 150mila feriti, oltre ad aver raso al suolo l’intera enclave palestinese.

Nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma, Albanese ha spiegato che le sanzioni che le sono state imposte per il suo impegno professionale, civile e umanitario le impediscono ormai perfino di godere dei diritti più elementari: «Io non ricevo donazioni, ma ho uno stipendio per il mio lavoro. Ho delle entrate e in questo momento non ho neppure la possibilità di aprire un conto bancario. Non posso avere neppure una carta di credito. E di conseguenza non posso fare neppure cose banali come affittare un’auto».

Francesca Albanese: «Per via delle sanzioni non posso aprire un conto corrente, avere una carta di credito o affittare un’auto»

L’impatto delle sanzioni imposte da Washington alla dirigente delle Nazioni Unite è stato toccato con mano anche da Banca Etica. Nelle scorse settimane, infatti, Francesca Albanese ha provato ad aprire un conto presso l’istituto di credito italiano.

Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica, ha raccontato la situazione vissuta, non nascondendo il «rammarico» e la «tristezza» per l’esito sfavorevole alla Relatrice speciale dell’Onu: «Nei mesi scorsi abbiamo ricevuto la richiesta di aprire un conto corrente e abbiamo accolto la domanda con il desiderio di offrire i nostri servizi a una persona che stimiamo e che svolge un incarico delicato e prezioso a difesa dei diritti umani».

«Meccanismi nati contro i criminali sono sfruttati per colpire una rappresentante delle Nazioni Unite»

Tuttavia, le regole imposte agli istituti finanziari hanno di fatto impedito l’apertura del rapporto bancario: «Nel corso delle verifiche necessarie previste dalla normativa italiana ed europea in materia di antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo, è emerso che la dottoressa Albanese risulta inserita nelle liste sanzionatorie statunitensi (la Sdn List dell’Ofac). La legge nazionale impone alle banche di effettuare questi controlli e, in caso di persone sanzionate, scatta un alert che espone la banca al rischio di gravi sanzioni in caso di apertura di un conto corrente».

Concretamente, «le liste Ofac, pur essendo emanate da un organismo  statunitense, condizionano l’intero sistema finanziario globale. Alle banche che non si adeguano possono essere comminate infatti “sanzioni secondarie” che comportano l’impossibilità di operare in dollari, l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento e persino sanzioni di importi insostenibili. Per cui, semplicemente, non abbiamo avuto margini di scelta».

Una giustizia parallela, con la finanza che diventa strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche

«Queste normative antiriciclaggio e antiterrorismo – aggiunge Gabrielli a Valori.it – sono fondamentali, e sono nate dietro l’impulso decisivo proprio della finanza etica. Il meccanismo è sano. Servono però per colpire attività criminali, non una rappresentante delle Nazioni Unite alla quale si vogliono negare i diritti elementari. È una distorsione che lede la giustizia e di cui non possiamo che essere amareggiati».

La vicenda, in sintesi, spiega chiaramente come esista di fatto una giustizia parallela nel mondo. Una persona può essere sanzionata (ovvero condannata a una pena) in modo arbitrario e senza che il mondo intero possa, di fatto, opporsi. Il sistema finanziario mondiale diventa così uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche assunte da un singolo governo. E, quando quel singolo governo è guidato da un estremista, i risultati sono questi.

(*) Tratto da Valori.

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martedì 14 febbraio 2023

Lavorare di più per consumare di più: il dogma che sta distruggendo la Terra - Andrea Barolini

 

Per decenni siamo stati spinti ad aumentare le ore di lavoro, per guadagnare di più e per consumare di più. Un modello insostenibile

Lavorare di più per avere più denaro a disposizione e per consumare di più. È uno dei dogmi del nostro modello di sviluppo. Per decenni siamo stati (noi: parliamo ovviamente del mondo ricco) invitati in tutti i modi a comprare, utilizzare e se possibile buttare anziché riparare ogni tipo di oggetto, prodotto alimentare, abito, strumento, mezzo di trasporto, materiale di consumo. Spesso inducendo le nostre menti ad avvertire bisogni di cui, senza il bombardamento di spot e pubblicità, potremmo fare serenamente a meno. 

Un modello di sviluppo sbagliato

Non è una teoria complottista quella che vede i consumatori ultimi ingranaggi di un meccanismo che punta a massimizzare produzione e profitti (per pochi) impoverendo la maggior parte di noi. L’esplosione di servizi finanziari, anche particolarmente rischiosi, per rateizzare in ogni modo i pagamenti ne rappresentano il suggello.

Sviluppo insostenibile 

Un rapporto di un’associazione e un think tank francesi, pubblicato nello scorso mese di ottobre, sottolinea come tutto ciò sia non soltanto incompatibile con una gestione sostenibile delle risorse del Pianeta. Ma in totale contraddizione con ciò che oggi ci viene richiesto: austerità (nel senso buono del termine), sobrietà, lotta agli sprechi, sacrifici. 

Più pubblicità e più consumi

Il documento, firmato da Comunicazione e democrazia e dall’Istituto Veblen, mostra, basandosi su uno studio universitario, gli impatti economici delle spese in marketing effettuate in Francia. I dati sono estremamente interessanti, ed è facilmente immaginabile che siano simili anche in altre nazioni occidentali, Italia inclusa. In primo luogo, gli investimenti complessivi in comunicazioni commerciali sono stati pari in Francia a 30 miliardi di euro all’anno, dal 2003 ad oggi. Parliamo dello stesso quantitativo stanziato per ricerca e sviluppo nelle aziende private. 

Ma soprattutto, il rapporto indica che tale ammontare di denaro ha dato i suoi frutti. L’aumento complessivo dei consumi, tra il 1992 e il 2019 è stato del 5,3%. «Per molto tempo – spiega Mathilde Dupré, economista e co-direttrice dell’Istituto Veblen, secondo quanto ripotato dal quotidiano Novethic – non c’è stato un dibattito sul tema. Perché si considerava la pubblicità come puramente informativa. Si pensava che il solo effetto fosse una ripartizione delle quote di mercato tra i diversi soggetti che promuovevano i loro prodotti. Ma numerosi studi ne sottolineano la natura persuasiva. L’aumento del 5% potrebbe sembrare contenuto, ma considerando che parliamo di dati aggregati molto importanti, la realtà è che si tratta di un dato decisamente significativo».

La strategia dell’obsolescenza psicologica per aumentare i consumi

L’analisi evidenzia in particolare quella che viene definita “obsolescenza psicologica”. Ovvero la strategia dei pubblicitari che punta ad aumentare la sensazione di insoddisfazione rispetto a ciò che si possiede. Un esempio per tutti: secondo l’Ademe, l’Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia, l’88% dei telefoni cellulare sostituiti in Francia funziona ancora al momento del cambio. 

Ma come facciamo a permetterci questo continuo turnover di prodotti? Lavorando di più. Nello stesso periodo di tempo (1992-2019) le ore lavorate nella nazione europea sono aumentate del 6,6%. Una crescita, prosegue Dupré, «necessaria per seguire i consumi, a spese del nostro tempo libero così come del Pianeta». La maggior parte dell’aumento dei consumi si concentra infatti su prodotti particolarmente nocivi per clima e ambiente: è il caso di automobili (in particolare Suv), viaggi aerei, fast-food. 

E per capire quanto tutto ciò sia incompatibile con le sfide che abbiamo di fronte, nel 2020 la carbon footprint media di un cittadino francese è stata di 8,2 tonnellate di CO2 equivalenti. Quanto emesso, cioè, in un anno per via dei propri consumi e delle proprie attività. Per rimanere allineati agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, occorrerebbe rimanere sulle 2 tonnellate.

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martedì 2 agosto 2022

Il più grande casinò del mondo - Andrea Barolini

 

Sapete dov’è il più grande casinò al mondo? No, scordate Las Vegas, Venezia e Monaco. Per trovarlo bisogna andare a Wall Street, alla City di Londra o a Singapore: parliamo del mercato valutario, sul quale ogni giorno il valore delle compravendite è compreso tra 6 e 7mila miliardi di dollari. In grandissima parte frutto di pura e semplice speculazione. 

Il mercato valutario è un immenso castello di carte speculativo

Il mercato valutario è concentrato per circa l’80 per cento su solamente sette piazze finanziarie: Londra, New York, Singapore, Hong Kong, Tokyo, Toronto e Sydney. Qui si superano i 6mila miliardi, con la City londinese che spicca con scambi per circa 3mila miliardi di dollari al giorno. 

Complessivamente, il volume quotidiano di scambi è raddoppiato dai tempi della crisi finanziaria del 2008, secondo i dati della rivista specializzata The Full FX. A conferma del fatto che gli speculatori puntano sempre più sulle compravendite di asset monetari. Rendendo il mercato non più semplicemente “drogato”, ma completamente “artificiale”. Un immenso castello di carte speculativo, fine a sé stesso, pericoloso e utile solo a sfruttare i mercati per incrementare i profitti di trader e colossi della finanza. 

Cinque colossi si spartiscono il 44% delle compravendite

A fagocitare il 44% degli scambi valutari sono soli cinque colossi, secondo la classifica di Euromoney relativa al 2021. E se a dominare sono le banche Deutsche Bank, UBS e JPMorgan – rispettivamente tedesca, svizzera e americana – ad erodere l’oligopolio sono ormai i giganti del trading (è il caso, ad esempio, di XTX Markets et Jump Trading). Con un ricorso massiccio all’high-frequency trading. Ovvero software in grado di sostituire i trader umani ed effettuare migliaia di transazioni ogni ora. Guadagnando anche sulla più piccola oscillazione di prezzo. 

Il peso della speculazione su un import-export di soli 28.500 miliardi di dollari

Una turbofinanza sempre più distante dall’economia reale, e sempre più autoreferenziale. Per avere un termine di paragone, basti pensare che il valore dell’import-export mondiale, ovvero dello scambio reale di beni e servizi, al quale dovrebbe all’incirca corrispondere il mercato valutario, è di soli 28.500 miliardi di dollari all’anno. A confermarlo sono i dati del Global Trade Update delle Nazioni Unite, pubblicato a febbraio di quest’anno.  

Ciò significa che, per poco più di quattro giorni all’anno, le compravendite di euro, dollari, yen, sterline ecc. sono “consistenti” (per usare un termine scientifico) con il loro compito. Ovvero essere al servizio degli scambi reali di beni nel mondo. Dal 5 gennaio al 31 dicembre è solo un’immensa giostra a vantaggio di pochi e a rischio per tutti. Pari a circa il 98,8% del totale. Un fenomeno folle, al quale regolatori internazionali, governi e istituzioni sovranazionali ancora si rifiutano di porre degli argini.

)Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con il magazine on line Valori.it)

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