Visualizzazione post con etichetta letteratura Mexico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura Mexico. Mostra tutti i post

sabato 7 marzo 2026

Un romanzo messicano - Jorge Volpi

una storia di polizia e magistratura corrotti, una storia non di finzione, se fosse un film sarebbe un documentario prodotto dalle mani di un grande scrittore.

la fortuna di Florence Cassez, che marcisce in prigione, con una condanna a 60 anni, è di essere una cittadina francese, e per lei si mobilitano tutte le autorità del suo paese, fino al presidente della repubblica.

chissà quanti poveri cristi marciscono ignorati da troppi, in quel Messico troppo difficile da vivere.

il romanzo (di non fiction) è davvero appassionante, come un lungo reportage di uno che sa scrivere.

mi è venuto in mente Gomorra, il libro di Roberto Saviano, una storia che si legge come un romanzo.

un libro che merita, promesso.

 

 

 

 

“Rompendo tutte le convenzioni del genere, l’autore mette faccia a faccia il lettore e la realtà, senza intermediari. In questa storia il narratore è solo l’occhio che osserva i fatti e li mette in ordine. Il suo sguardo è la domanda a cui non ci sono risposte: resta solo la perplessità del reale.” Queste sono le motivazioni della giuria del Premio Alfaguara, assegnato a Un romanzo messicano nel 2018, ma sono anche le sensazioni che restano al lettore: dubbi, molti, su che cosa è vero e che cosa no, su chi è degno di fiducia e chi no quando anche chi è dalla parte della legge scende a compromessi.

«Un romanzo eccitante e coraggioso che purtroppo non è finzione; un racconto eccezionale del paese che non vorremmo essere ma che ancora siamo» - Jorge Zepeda Patterson, El País Internacional

«Jeorge Volpi ricostruisce un clamoroso giallo internazionale» - Alessandra Coppola, la Lettura

«Volpi osa descrivere le più sottili trappole della relazione tra politica, media e trafico di droga come nessuno ha mai fatto prima» - Francisco Martínez Real, Diario 16

«Si esce dalla lettura devastati e carichi di interrogativi pessimistici. Possiamo consolarci dicendo a noi stessi: ma dopo tutto è una storia messicana, roba lontana da noi. Davvero?» - Giancarlo De Cataldo, Robinson

Se la postverità esiste, dovremmo immaginarla non come l'abito in cui i potenti mentono, e nemmeno quello in cui mentono in modo sistematico, bensì come quello in cui le loro menzogne non danno più fastidio a nessuno e la distinzione tra verità e menzogna diventa irrilevante.

Silvia Melis, Giuseppe Soffiantini, Farouk Kassam. Quando si parla di rapimenti questi sono alcuni dei nomi che vengono in mente: donne, uomini e bambini vittime di persone senza scrupoli che li hanno strappati dalle loro vite, chi per pochi giorni, chi per anni. In Messico è successo e succede ancora lo stesso: insieme al traffico di droga, i rapimenti sono una risorsa economica importante per la criminalità, e un vero e proprio fronte di guerra interno per polizia e autorità governative, disposte a tutto pur di riuscire a dimostrare il loro potere. I fatti raccontati da Jorge Volpi rientrano in questo quadro. È l’8 dicembre 2005: la polizia federale fa un’incursione nella tenuta Las Chinitas e arresta Israel Villarta e Florence Cassez. Grande dispiego di mezzi e telecamere delle reti nazionali più importanti per documentare la cattura di due criminali a capo di una banda che si è macchiata di gravi crimini. Quando entrano in scena gli avvocati difensori dei due però ecco emergere procedure irregolari e torture al fine di ottenere la confessione: il tutto celato all’opinione pubblica. Perché il caso Villarta – Cassez è stato uno dei più grandi casi di insabbiamento perpetrati dalla polizia messicana, uno scandalo dagli echi internazionali.

da qui

 

… Perfino la nostra stessa memoria non è che una narrazione che il nostro cervello elabora processando i ricordi, ma è tutt’altro che un resoconto obbiettivo. E la «realtà»? A partire dalle percezioni, il cervello la ricrea, la inventa, proprio come uno scrittore concepisce un romanzo e un lettore lo decifra, presentandola poi in quella forma al nostro Io. Il quale, a sua volta, è solo «uno schivo fantasma»,impossibile da localizzare in alcun punto del cervello. Insomma, è anch’esso un«racconto»: l’io e la coscienza rappresentano l’ultimo stadio di quel meraviglioso cammino evolutivo che ci ha trasformati in «materia capace di pensare la materia».

Come scrive Volpi, «se la finzione è un utensile tanto potente per esplorare la natura – e specialmente la natura umana – è perché anche la finzione è realtà. Anche se nella maggior parte dei casi siamo in grado di differenziare la verità dall’invenzione, la loro sostanza si mantiene identica. Per questo motivo, la finzione è fondamentale per la nostra specie. La letteratura non serve semplicemente a intrattenerci o ad affascinarci. La letteratura ci rende umani».

da qui

giovedì 5 luglio 2018

Il bambino che collezionava parole - Juan P. Villalobos


Tochtli è un bambino speciale, vive rinchiuso in un palazzotto, non ha mamma, ha una serie di persone ai suoi ordini, ha un babbo che lo protegge, lo tiene sequestrato.
quando il babbo è un narcotrafficante, il figlio è speciale, si costruisce i suoi giochi, capisce molto, ascolta molto, intuisce quello che basta.
e come il barone rampante Cosimo si crea un altro mondo.
poche pagine per un gran libro, non perdetevelo.





è un libro essenziale, conciso, senza sbavature o romanticherie. fa male come un diretto allo stomaco. non è brutto il libro, è raccapricciante la realtà che racconta attraverso lo sguardo (ancora innocente) di un bambino piccolo, per il quale l'abominevole è la normalità. da leggere per meditare sulla pervasiva immanenza del male.

…l’autore crea un microcosmo dai tratti machisti, i cui personaggi hanno nomi preispanici, che sanno di tradizioni antiche, in cui gli omertosi sono ingenuamente visti come semplici muti, e in cui padre e figlio giocano a “vivo, cadavere o prognosi riservata”.
Con una prosa scorrevole, abile nel mantenere l’equilibrio tra un’ironia sempre latente e la tragicità di cui sono impregnati i fatti narrati, Villalobos racconta uno spaccato della società messicana con una delicatezza rara, non priva di tratti quasi surreali, favorita dalla prospettiva infantile. Un romanzo breve, fresco, che riesce con efficacia a svincolarsi dai classici canoni del thriller, e che forse, nelle parole di Tochtli, non vuole dirci altro che questo: «a volte il Messico è un paese nefasto, ma altre volte è anche un paese magnifico».

sabato 8 agosto 2015

La piramide – Juan Villoro

una (o la) storia messicana, ci si mette un po' a entrare dentro, poi (quasi) tutto diventa più chiaro (però solo chi è messicano "capisce" il libro meglio di noi, almeno per ora, penso).
narcotraffico, riciclaggio di soldi sporchi, amicizia, redenzione, omicidi, musica, turismo della paura sono alcune delle (tante) cose che trovate in questo libro, dove non c'è niente da ridere, se non ve ne eravate accorti.
Juan Villoro sa scrivere, merita di essere letto, il Messico è vicino - franz







… “La Piramide” è un romanzo dello scrittore messicano Juan Villoro (gran vía edizioni, traduzione di Maria Cristina Secci) ma è anche il luogo fisico e mentale dove i protagonisti e il lettore vengono rinchiusi per quasi 250 pagine. La Piramide è un hotel piazzato in un luogo devastato del Messico, Kukulcan: una costa assediata da una speculazione edilizia che si è lasciata dietro di sé rovine, immondizie, inquinamento, desolazione…

…questo "thriller tropical distopico", pubblicato lo scorso anno per Anagrama, che è stato finalista al Ròmulo Gallegos di quest'anno. In realtà non so se si possa definire thriller nè tantomeno distopico, ma tropicale sì, e forse, alla fine dei conti, è pure un thriller distopico, anche se in verità non dovrebbe fregare niente a nessuno di come catalogare un bel libro.  

…Juan Villoro è abile nell’intreccio di una storia meno visionaria di quel che potrebbe apparire, ma soprattutto scrive divinamente. Il senso del ritmo, la costruzione delle attese e il gioco degli svelamenti, certi passaggi illuminanti fanno di La Piramide un romanzo eccellente. Il romanzo, senza ombra di dubbio, di un grande scrittore.

…Gli stessi hotel abbandonati sono un affare: servono a riciclare denaro, alla maniera delle Anime morte gogoliane: "Se in Russia potevi incassare per dei servitori morti, qui lo fai per camere vuote. Il denaro del traffico d'armi, della tratta delle bianche, del narcotraffico non può arrivare come se nulla fosse in una banca, deve per forza fare un giro: Kukulcán è perfetta per simulare che i guadagni siano stati generati qui". Il coro dei personaggi che circondano i due protagonisti è disegnato con tratto sicuro: l'ex cubista ora maestra di yoga che addestra a fingere la violenza, il viscido responsabile della sicurezza, l'amministratore gringo che ha perso un figlio e vuole rovinarsi con le corse dei cavalli, i creativi del "colonialismo sostenibile" che pensano di trasformare la Piramide in un centro culturale, il tosto ispettore messicano che la domenica predica rassegnazione dal pulpito di una setta. Nel finale, il romanzo accelera. Mario si rivela malato terminale e, prima di morire teatralmente, vuole che Tony adotti sua figlia, ospitata in un istituto per donne maltrattate. L'ex bassista scopre così che non solo il male, ma anche il bene, sbilenco quanto caparbio, ha le sue reti di "amici degli amici" e gli regala una fuga con addirittura una specie di famiglia, per quanto piena di cicatrici - Danilo Manera

qui e qui due belle interviste con Juan Villoro

domenica 17 maggio 2015

Il semenzaio - Gustavo Esteva

La tormenta segnalata dalle sentinelle zapatiste si intensifica e attacca. Pericoli immensi ci minacciano, le cose non torneranno alla “normalità”, inutile aggrapparsi ai percorsi abituali. Dal 3 al 9 maggio s’è tenuto il seminario intitolato “Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Seminario, aveva spiegato l’Ezln, vuol dire semenzaio, il luogo dove crescono i semi. Quello del Caracol di Oventic è stato solo l’avvio, perché il semenzaio non è pensato per un solo luogo e un solo momento. Tornato a Oaxaca, Gustavo Esteva ci racconta le prime impressioni: “Il compito più urgente è moltiplicare i semenzai, perché altri semi possano crescere secondo un proprio calendario e una propria geografia”. Gli zapatisti ci hanno tolto la voglia e la capacità di idealizzarli, aggiunge, non dobbiamo imitarli. Portiamo un gran peso sulle spalle ma sono spalle rinnovate e piene di coraggio

Il seminario stava per finire. In piena cerimonia di chiusura, sabato 9 maggio, ci è arrivata la notizia della repressione sui compagni di San Quintín. Trovava conferma, nel modo peggiore, ciò che avevamo appena analizzato. Il subcomandante Moisès lo aveva messo in evidenza: forse non abbiamo più il tempo che credevamo di avere. La tormenta si intensifica e ci attacca. Si accumulano le sofferenze. Non siamo ancora guariti da Ayotzinapa, siamo ancora in attesa dei nostri 43, e già succede questo. E questo richiede una reazione immediata, se abbiamo imparato qualcosa nel semenzaio, per trovare il modo di avvertirci, di prenderci cura l’uno dell’altro, di … tessere le nostre storie.
Credo che a nessuno sia tremata la penna o la parola quando si è trattato di descrivere l’orrore. Eravamo carichi di emozione, però anche di rigore analitico e storico. Eravamo riusciti a mostrare, senza ambiguità, molte delle teste dell’idra e anche il modo in cui nel tagliarle se ne moltiplica il numero. Ci era anche chiaro che, nonostante le brillanti, molteplici e solide analisi, siamo ancora molto indietro: abbiamo appena cominciato. Per lo meno, però, è stato possibile stendere il terreno teorico e pratico nel quale poter deporre i semi della conoscenza che abbiamo appreso, per poterlo coltivare, ognuno a modo suo, nei vivai che possiamo aprire ovunque.
Il compito più pressante è chiaro: tornando a casa, senza irresponsabili precipitazioni, ma con la consapevolezza dell’urgenza, dobbiamo moltiplicare i semenzai. Quelli di noi che partecipano a collettivi, ad assemblee, a loro spazi di riflessione, a forme autonome del pensare e dell’agire, devono mettere in comune in esse quello che hanno appreso, sia per avventurarsi sulle nuove strade che si sono aperte, sia per percorrere nuovamente, con rinnovati sguardi, quelle che hanno percorso mille volte. Coloro che non hanno di questi spazi, devono crearne, anche fosse … con due amici o amiche prossimi.
Tra le cose più importanti del semenzaio c’è stata la concordanza puntuale sulla gravità del momento. Dalle posizioni più diverse, in un ampio ventaglio in cui sono state rese evidenti differenze importanti, abbiamo riconosciuto pericoli immensi che gravano su noi tutti, nessuno è escluso.
E si, è stato affascinante. Ma la verità è che all’incontro siamo arrivati inquieti. Che fare di fronte a questa situazione tanto opprimente, minacciosa, immediatamente catastrofica, una condizione che non lascia alcuno spazio all’ottimismo e ne lascia appena un po’ alla speranza?
Continuavamo a farci e rifarci la vecchia domanda, perché sapevamo che le vecchie risposte non funzionano più ma pesano ancora: l’immaginazione si paralizza se vengono abbandonate radicalmente.
Non abbiamo ottenuto una risposta. Ne abbiamo ascoltate molte. E’ questa la natura delle resistenze e delle ribellioni di oggi. Non consistono solamente nell’opporsi a qualcosa, per resistere all’aggressione di una qualsiasi delle teste dell’idra. E’ stato chiaro, per molte e molti dei partecipanti al semenzaio, che l’unico modo efficace di agire è quello di moltiplicare i No, i rifiuti radicali a quello che ci minaccia e ci opprime, e in quella stessa operazione, moltiplicare i Sì, i diversi modi di costruire il mondo nuovo.
Credo che molte e molti di noi abbiano imparato anche una lezione essenziale: non avvinghiarsi a una posizione su ciò che potrebbe essere meglio.
Molte volte, nelle parole ripetute del subcomandante Moises, gli zapatisti ci hanno tolto la voglia e la capacità di idealizzarli e ci hanno fatto capire che non dobbiamo nemmeno imitarli. Era necessario sottoporci a questa operazione quasi chirurgica. L’emozione di essere nel territorio zapatista, l’impronta che la escuelita ha lasciato in tanti partecipanti, le gesta di questi 30 anni, la vitalità di un’iniziativa che sembra essere la più radicale e importante al mondo, e persino il fatto stesso che gli zapatisti ci abbiano convocato questo semenzaio con il loro tradizionale senso della opportunità politica, tutto questo portava a una perdita del senso della realtà. Anche fosse stato possibile e sensato riprodurre questa esperienza tale e quale, ciascuno nei suoi territori, non abbiamo più il tempo che hanno avuto loro.
Una delle sfide più difficili, tra le tante che ci portiamo a casa, è quella di condividere queste riflessioni e perfino il senso dell’urgenza con compagni e fratelli che sembrano distratti, che non percepiscono né sentono la gravità del momento attuale, che hanno ancora speranze che le cose tornino alla normalità e che, per questo, possano aggrapparsi ancora ai percorsi abituali. Come trovare le parole semplici che consentano di condividere senza offendere e di aprire al risveglio le altre menti e gli altri cuori con i quali abbiamo bisogno di diventare fratelli?
Portiamo un gran peso sulle spalle. Ma sono spalle rinnovate e piene di coraggio. Possiamo camminare e persino andare al trotto con questo nuovo peso.

Fonte: la Jornada   traduzione per Comune-info: Camminar domandando

giovedì 14 maggio 2015

venerdì 8 maggio 2015

La vita coniugale – Sergio Pitol

una storia folle e così reale.
si racconta il matrimonio di Jacqueline e Nicolás, lui la tradisce, lei lo tradisce, quelli che se la passano male sono gli amanti di lei, usati, forse, per qualcosa che non capiscono.
Jacqueline e Nicolás sono come due calamite, si allontanano, ma poi si uniscono, impossibile farne a meno.
si legge benissimo, cercatelo, inizia come tanti romanzi, e poi è un crescendo continuo, fino all'ultima pagina - franz







…Sergio Pitol  è uno scrittore messicano. Uno scrittore importante. Un grande scrittore, che molti italiani amerebbero. Cosa si può leggere di Pitol in Italia? Sono andato sull’indice opac Sbn e su Ibs e il risultato è: La vita coniugale eValzer di Mefisto. Forse mi è sfuggito qualcosa, ma la mia somma è questa: 1 + 1 = 2. (Spero davvero che mi sia sfuggito qualcosa.)
Pitol ha scritto qualche libro in più. Ecco la lista delle sue opere…
…Jaqueline è una bella donna, piena di rabbia e frustrazione, ma anche la chiarezza e la forza, che riesce a superare le sue umili origini e ha introdotto per l'alta società messicana perché il marito Nicola. Godetevi l'amore e spera di essere uniti in matrimonio finché morte non vi separi, ma anni passano e le cose cambiano.
Un giorno sono in una guerra incessante di amore-odio, che, come molte coppie, è il loro unico legame.
Jaqueline è stanco dei soliti litigi, infedeltà, crisi, riconciliazioni e scoppi. Un giorno decise di trasformare la propria vita in un istante, mentre la sua cena di anniversario con le mani quando si rompe un granchio gamba e ascoltare dietro la stappatura di una bottiglia di champagne, ha permesso di possedere da un pensiero che ossessiona il suo come un matto e costante: uccidere il marito.
Si inizia ad avere diverse amanti che convince più e più volte per ottenere il suo desiderio. La cosa divertente è che non è facile, è così difficile da realizzare il suo piano per la lunga lista di attentati falliti diventa sempre più divertente.
Arriva un momento in cui il personaggio di Jaqueline dà più risate di dolore, nonostante tutti i suoi problemi, questo dà un tocco di originalità e realismo alla storia…

Un modo per parafrasare questo racconto lungo dello scrittore messicano - e diplomatico, e colto traduttore - Sergio Pitol è questo: una coppia di sposi, di estrazione sociale neoborghese, che si odiano di vero amore, escogita un modo sicuro per non separarsi mai. Periodicamente, ritualmente ma in piena sincerità, tentano l'uxoricidio; e ogni volta, nel corso dei trent'anni della loro unione, sono le circostanze del caso, in cui sempre si nascondono le profonde intenzioni, a sventarne gli elaborati piani. Ma questa novella, di umorismo nero, è anche una parodia: già nel titolo, La vita coniugale, si presenta come una naturalistica fisiologia del matrimonio; il resoconto di una ascesa sociale borghese, che il desiderio imperioso e grossolano di uccidere il coniuge schizza di un baffo surrealistico, buñueliano per così dire.

sabato 4 aprile 2015

Il libro selvaggio - Juan Villoro

Juan viene parcheggiato per qualche tempo, dopo niente sarà come prima (non è un film dell'orrore).
dopo averlo letto io so che da grande voglio diventare come zio Tito, sicuro.
adatto per ragazzi a due cifre, da 10 a 99 anni, non fatevelo sfuggire - franz






…E' la storia di Juan, un ragazzo di tredici anni che ha sempre vissuto con distacco il suo rapporto con i libri, e che per cause di forza maggiore (i suoi genitori stanno per divorziare) si trova a trascorrere un'intera estate dallo zio Tito. Il giovane però non è troppo entusiasta, lo zio è infatti un tipo strampalato che vive rinchiuso in un palazzo totalmente tappezzato di libri, qualcosa di molto più simile a un labirinto che a una normale casa…

…Lo stile non è particolare e, come la trama, non è di per sé accattivante, ma rileggerei il romanzo di Villoro solo per poter rigustare alcune frasi geniali e meravigliose. Non sarei in grado di sceglierne una sola: ho il libro in mano e continuo a cambiare idea sulla frase perfetta da lasciarvi. 
È un libro che consiglio ai piccoli lettori, ai lettori occasionali e anche a quelli un po’ più grandi in cerca di una lettura leggera e sorprendente.

E' una dichiarazione d'amore ai libri e alla lettura questo splendido romanzo dello scrittore e giornalista messicano Juan Villoro. Il tredicenne Juan, per l'improvvisa separazione dei genitori, è costretto a trascorrere le vacanze dallo stravagante zio Tito, possessore di un'immensa casa-biblioteca, dove si può camminare per ore, dove per non perdersi è necessario avere con sé una campanella e dove si possono vivere avventure entusiasmanti…

venerdì 8 agosto 2014

Eventi - Thomas Bernhard

Thomas Bernhard raccoglie fra trenta e quaranta “storie” drammatiche, sono eventi che finiscono con la morte o la morte è l’evento finale. 
impossibile leggerle una volta sola, occorre rileggerle, sembrano (sono) cronache di eventi realistici o reali, senza parole di troppo, come un elenco di morti esemplari.
e però non ti lasciano indifferenti, mai.
possono far venire in mente i "Delitti esemplari" di Max Aub (qui), ma è una falsa strada, nei delitti di Max Aub c'è sopratutto  ironia, negli eventi di Thomas Bernhard c'è sopratutto tragedia - franz

riporto soltanto un evento, che mi ha colpito più di altri:

“IL DIRETTORE chiama a colloquio l'insegnante e lo accusa di aver esercitato violenza su uno dei suoi allievi. Non sa come dirlo, ma il suo trasferimento in un altro paese s'impone. Ma probabilmente sarà persino costretto a lasciare l'attività didattica. In ogni caso non può non stendere rapporto al provveditorato, e l'intera vicenda avrà conseguenze ben più gravi di quelle ora elencate. L'insegnante non si giustifica e afferma semplicemente di non aver esercitato alcuna violenza sul bambino, e che una simile azione - che il direttore non può tralasciare di descrivere minuziosamente - non gli passerebbe mai per la testa. Ma i suoi tentativi di difendersi non servono. E immediatamente sospeso dal servizio, gli comunica il direttore, e lo congeda senza porgergli la mano come di consueto. Cosciente della propria innocenza l'insegnante ritiene che verrà alla luce col tempo, e pensa di sfruttare il periodo della sospensione come una semplice vacanza. Non oltrepasserà neppure le mura della scuola, una tale diceria. Ma si sbaglia. La voce si diffonde con la velocità del vento e persino il giornale cittadino ne dà notizia. Scrive che un uomo come l'insegnante dovrebbe esser messo dietro le sbarre. Nessuna pena risulterà troppo severa per lui. La gioventù, e soprattutto i bambini, devono esser difesi dalla sua persona con ogni mezzo. Poiché l'insegnante è da poco sposato, la vicenda è per lui due volte sgradevole. La moglie non crede alle sue parole, e quando viene a conoscenza dell'accusa lo lascia. Non sono trascorsi che quattro giorni dalla sua sospensione e già l'insegnante riceve una citazione in giudizio dal tribunale distrettuale. Si ignora come trascorra i giorni prima dell'udienza. In ogni caso non si mostra più in pubblico. Nel frattempo la sua vicenda è sulla bocca di tutti. La sua padrona di casa esige che si trasferisca e gli restituisce la pigione pagata in anticipo. Un giorno prima dell'udienza il suo cadavere viene ritrovato in un fiume in piena, a diciassette chilometri dal luogo di residenza. Dalla ricostruzione dell'accaduto risulta che non si è suicidato ma, sventuratamente, è precipitato e annegato nel fiume. Ora lo scolaro si fa vivo e afferma che l'intera storia è falsa - l'ha inventata per vendicarsi del giovane insegnante.”

martedì 26 novembre 2013

27 novembre 1983, in ricordo di Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza

Nel volo 11 Avianca, in arrivo da Parigi, a pochi minuti dall’atterraggio all’aeroporto di Madrid, sono morti in un incidente aereo Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza (entrambi avevano solo 55 anni), fra gli altri.
Per ricordare Manuel Scorza riporto la prima pagina di “Rulli di tamburo per Rancas”, che inizia così:
“1. Nel quale il sagace lettore sentirà parlare di una celeberrima moneta.
Dalla stessa cantonata della piazza di Yanahuanca da dove, con l’andare del tempo, sarebbe emersa la Guardia d’Assalto per fondare il secondo cimitero di Chinche, in un umido settembre il tramonto esalò un vestito nero. Il vestito, a sei bottoni, ostentava un panciotto solcato dalla catenella d’oro di un Longines autentico. Come tutti i tramonti degli ultimi trent’anni, il vestito scese in piazza per dare inizio ai sessanta minuti della sua imperturbabile passeggiata.
Verso le sette di quel freddoloso crepuscolo, il vestito nero si fermò, consultò il Longines e s’infilò in un casone a tre piani. Mentre il piede sinistro esitava a mezz’aria e quello destro pigiava il secondo dei tre scalini che uniscono la piazza al limitare, una moneta di bronzo scivolò fuori dalla tasca sinistra dei calzoni, rotolò tintinnando e si fermò sul primo scalino. Don Heròn de los Rìos, l’Alcalde, che stava aspettando da un po’ di sprofondarsi rispettosamente in una scappellata, gridò:‘Don Paco, le è caduto un sol!’.
Il vestito nero non si volse…”
E una poesia:
EPISTOLA AI POETI CHE VERRANNO
Traduzione (G.P.)
Forse domani i poeti chiederanno
Perché non celebriamo la grazia delle ragazze;
chissà domani i poeti chiedano
perché le nostre poesie
erano lunghi viali da dove giungeva l’ardente collera.
Io rispondo: da ogni parte si udiva pianto,
da ogni parte ci circondava un muro di onde nere.
Doveva essere poesia
una solitaria colonna di rugiada?
Doveva essere un lampo perpetuo.
Io vi dico:
finché qualcuno patisca,
la rosa non potrà essere bella;
finché qualcuno guardi il pane con invidia,
il frumento non potrà dormire;
finché i mendicanti piangano di freddo la notte,
il mio cuore non sorriderà.
Uccidete la tristezza, poeti.
Uccidiamo la tristezza con un palo.
Vi sono cose più grandi
che piangere l’amore di pomeriggi perduti:
il rumore di un popolo che si sveglia,
quello è più bello del rugiada.
Il metallo risplendente della sua collera,
quello è più bello della luna.
Un uomo veramente libero,
quello è più bello del diamante.
Perché l’uomo si è svegliato,
e il fuoco è fuggito dal suo carcere di cenere
per bruciare il mondo dove stava la tristezza.
Di Jorge Ibargüengoitia  riporto l’incipit de “Le morte”:
“È possibile immaginarli: tutti e quattro portano occhiali scuri, l’Escalera guida curvo sul volante, accanto a lui c’è il Prode Nicolás che legge un giornaletto, sul sedile posteriore, la donna guarda dal finestrino e il capitano Bedoya dormicchia ciondolando il capo.
L’auto blu cobalto sale stracca su per il dosso del Perro. E’ una soleggiata mattina di gennaio. Non si vede una nuvola. Il fumo delle case galleggia sulla pianura. La strada è lunga, all’inizio dritta, ma passato il dosso serpeggia per la sierra di Güemes, tra i fichi d’India…”;
di “Due delitti”:
“La storia che sto per raccontare inizia una notte in cui la polizia violò la Costituzione. Fu anche la notte in cui la Chamuca e io organizzammo una festa per celebrare il nostro quinto anniversario, non di nozze, perché non siamo sposati, ma della sera in cui lei “mi si concesse” su uno dei tavoli da disegno del laboratorio del Dipartimento di Progettazione. C’era un’aria carica di smog che non lasciava vedere neppure il monumento alla Rivoluzione che dista due isolati, io facevo il disegnatore, la Chamuca aveva studiato sociologia, ma aveva un posto da dattilografa, entrambi facevamo gli straordinari, non c’era nessuno nel laboratorio. Alla festa per l’anniversario avevamo invitato sei fra i nostri migliori amici, cinque dei quali arrivarono alle otto carichi di regali; il Manotas col libro di Lukács, i Pereira col jorongo di Santa Marta, Lidia Reynoso con certi piatti di Tzinzunzan e Manuel Rodríguez con due bottiglie di ottima vodka che si era procurato tramite un amico suo che lavorava all’ambasciata sovietica…”;
e de “I lampi d’agosto”:
“Da dove cominciare? A nessuno importa dove sono nato, né il motivo della mia nomina a Segretario Privato della Presidenza; tuttavia, voglio mettere bene in chiaro che non sono nato in una stalla, come dice Artajo, che mia madre non era una prostituta, come taluni hanno insinuato, e che non è vero che non ho mai messo piede in una scuola, visto che ho terminato le elementari perfino con gli elogi dei maestri; quanto al posto di Segretario Privato della Presidenza della Repubblica, me l’offrirono in considerazione dei miei meriti personali, tra i quali è bene annoverare la mia raffinata educazione che suscita sempre ammirazione e invidia, la mia onestà a tutta prova, che in certe occasioni mi ha addirittura causato fastidi con la polizia, la mia intelligenza perspicace, e soprattutto, la mia simpatia personale, che a molte persone invidiose riesce insopportabile…”
Senza dimenticare che “Jorge Ibargüengoitia scrive un libro ogni qual volta desidera leggere un libro di Jorge Ibargüengoitia, che è il suo scrittore preferito”... (da qui)
Jorge Ibargüengoitia e Manuel Scorza hanno scritto capolavori, o, nelle opere minori, solo cose bellissime, da leggere o rileggere, senza scuse.
(anche qui)

venerdì 12 luglio 2013

qualche delitto esemplare, di Max Aub

02) Lo uccisi, perché era idiota, perfido, scemo, tardo, stupido, mentecatto, ipocrita, ignorante, burino, buffone, gesuita, a scelta. Una cosa si accetta, due no.

03) Era scemo. Gli spiegai e rispiegai tre volte la strada da fare, in modo chiarissimo. Era molto semplice, non aveva che da attraversare il Viale della Riforma all'altezza della quinta traversa. E tutte e tre le volte si confuse nel ripetere la spiegazione. Gli feci una piantina chiarissima. Restò là a guardarmi con aria interrogativa: E poi... Oddio, non ho capito. E si strinse nelle spalle. C'era da ammazzarlo. E io lo feci. Se mi dispiace o no, è un'altra faccenda.

06) Si puliva i denti come se non sapesse far altro. Lasciava il suo stecchino al lato del piatto per riprendere a stuzzicarseli appena finito di masticare. Ore ed ore, dall'alto in basso, da destra a sinistra, da sinistra a destra, da avanti a dietro, da dietro ad avanti. Sollevando il labbro superiore, come un coniglio, mostrando - uno dopo l'altro -gli incisivi giallastri; abbassando il labbro inferiore fino alla gengiva corrosa; finché gli sanguinò, solo un poco. Gli trasformai lo stuzzicadenti in baionetta, conficcandoglielo fino alle nocche.

09) Faccio il barbiere. Può capitare a chiunque. Oso persino dire che sono un buon barbiere. Ognuno ha le sue manie: a me danno fastidio i brufoli Capitò così: mi accinsi a radere tranquillamente, insaponai con destrezza, affilai il rasoio sulla cinghia, lo addolcii sul palmo della mano. Io sono un buon barbiere! Non ho mai scorticato nessuno! Inoltre quell'uomo non aveva neppure una barba molto fitta. Però aveva i brufoli. Riconosco che quel foruncoletto non aveva niente di particolare. Ma a me danno fastidio; mi danno ai nervi, mi rimescolano il sangue. Urtai nel primo senza alcun inconveniente: il secondo sanguinò alla base. Non so che mi accadde a quel punto, ma credo che fu una cosa naturale:allargai la ferita e poi, senza poterci far nulla, con una rasoiata gli tagliai di netto la testa.

10) Stavamo pigiati come sardine e quell'uomo era un porco. Puzzava. Tutto gli puzzava, ma soprattutto i piedi. Le assicuro che era impossibile sopportarlo. E poi aveva il colletto della camicia nero, e la nuca untuosa. E mi guardava. Una schifezza. Cambiai posto. Ebbene, lei non ci crederà, ma quell'individuo mi seguì. Aveva un odore diabolico. mi parve di vedergli uscire come degli insetti dalla bocca. Forse lo spinsi troppo forte. Non daranno mica la colpa a me, se le ruote dell'autobus gli passarono sopra.

16) Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l' appettito, finché un giorno non ne potei più, e, perchè servisse d'esempio, lo impiccai all'albero del cortile.

17) Scivolai e caddi. Colpa di una buccia d'arancia. C'era gente, e tutti si misero a ridere. Soprattutto quella del chiosco dei fiori, che mi piaceva tanto. La pietra la colpì proprio in fronte, tra i due sopraccigli: ho sempre avuto un'ottima mira. Cadde a gambe larghe, tra i suoi fiori in mostra.

18) Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me, era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio, parlava meglio; se voi credete che queste sono scuse, siete proprio stupidi. Ho sempre pensato alla maniera di sbarazzarmi di lui. Feci male ad avvelenarlo: soffri troppo. Questo sì che mi dispiace. Avrei voluto che morisse di colpo.

23)Quell'attore era così cane, ma così cane che tutti pensavano - ne sono sicuro - c'è da ammazzarlo! -. Ma nel preciso istante in cui lo pensavo io, cadde qualcosa giù dal sipario e lo fece secco. Da allora vivo nel rimorso di essere stato io responsabile della sua morte.

25) Da quando era nato, quel moccioso non faceva che piangere, la mattina, la sera, la notte. Quando lo staccavano, quando gli davano il biberon e quando no, quando lo passeggiavano e quando no, quando lo cullavano, quando gli facevano il bagno, quando lo cambiavano, quando lo portavano a spasso, e quando lo riportavano a casa. E io dovevo finire quell'articolo. Avevo promesso di consegnarlo alle dodici. E io sono di parola. E questo marmocchio che piange, piange e piange. E sua madre... Beh, di sua madre meglio non parlarne. Lo gettai dalla finestra. Vi assicuro che non c'era altra scelta.

31) La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all'amore.

33) Uccise la sua sorellina la notte della befana per tenere tutti i giocattoli per sé

34) Lei non ha mai fatto la festa a nessuno per noia, per non sapere che cosa fare? E' divertente.

35) Uccidere, è come bere un bicchiere d'acqua!

sabato 15 settembre 2012

Lilus Kikus - Elena Poniatowska

una ragazzina a metà strada fra Pippi Calzelunghe e un cronopio (e molto messicana).
come privarsene? - franz
ps: si trova in italiano



Un libro de sueños : los tiernos sueños de una niña llamada Lilus Kikus para quien la vida retoñó demasiado pronto. 
Lilus sabía poner orden en el mundo sólo con estarse quieta, sentada en la escalera espiral de su imaginación, donde sucedían las cosa más asombrosas, mientras con los ojos miraba cómo se esfumaba el rocío y un gato se mordía la cola o crecía la sonrisa de la primavera. Luego, de pronto, sentía que los limones estaban enfermos y que sólo inyectándoles café negro con azúcar podía aliviarlos de su amargura. 
Pero Lilus era también endiabladamente inquieta: corría a preguntarle a un filósofo si él era el dueño de las lagartijas que tomaban el sol afuera de su ventana.

…La obra tiene un sutil humor, crítica sobre política, amistad, religión.
El presente libro tiene un error y una omisión: en la contratapa aparece como año de nacimiento de la escritora 1942, lo que haría pensar que el libro en cuestión fue escrito a los doce años. El año de nacimiento de doña Elena es 1932 (gracias santa Wiki’). La omisión es sobre el autor de los excelentes diseños a carboncillo sobre el fondo blanco de la página, a inicio de cada capítulo; sólo hacen constancia de quien diseñó la tapa: los dibujos son de la pintora surrealista y escritora mexicana de origen inglés Leonora Carrington. Si con la tapa de un libro de Borges podemos conocer a Xul Solar, ahora, a través del primer libro de Poniatowska podemos conocer las obras de Carrington.
Otro pequeño libro con una gran obra en sus páginas, tierno y mágico.
da qui