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martedì 27 maggio 2025

La resistenza psichica in Palestina

Samah Jabr, psichiatra, scrittrice, dirige l’unità di salute mentale del Ministero della sanità palestinese. Nell’aula gremita del dipartimento di economia dell’Università “Roma Tre” il 20 maggio ha presentato il suo ultimo documento sul massacro psicofisico in atto a Gaza e Cisgiordania: Il tempo del genocidio. La casa editrice “Sensibili alle foglie”, si è fatta promotrice della fenomenale pratica psicosociale della dottoressa Jabr, pubblicando i suoi precedenti lavori, Dietro i fronti (2019) e Sumud (2021) che offrono allo sguardo italiano lo spaccato atroce delle conseguenze psichiche ed esistenziali della sistematica distruzione di vite in Palestina ad opera del governo di Israele (qui una sua testimonianza in video).

Il fulcro della pratica difficile della psicoterapia a Gaza, a Gerusalemme e in Cisgiordania consiste nella necessità di ritessere il mondo da parte delle donne e dei bambini, quando sopravvivono alle bombe, alle torture e alla detenzione. Avendo l’esercito israeliano preso di mira il sistema sanitario palestinese (140 specialisti detenuti, torturati e uccisi, ospedali distrutti e non più in grado di curare anche quando si interrompono i bombardamenti), e usando la fame come arma, le difficoltà maggiori consistono nel mancato riconoscimento dei traumatismi che l’occidente insiste nel rubricare come sintomi di stress post-traumatico.

Ma, dice la dottoressa Samah, in Palestina non c’è un “post”. Il trauma è continuo, cumulativo e irrappresentabile secondo i canoni discriminanti della psichiatria occidentale. Riporta un’indagine di Al-Jazeera che in un giorno esplodono 42 bombe, 12 edifici distrutti, 15 morti, 6 bimbi, 35 bimbi feriti con una media di 60 morti giornalieri. Il che significa ospedali e strutture sanitarie distrutte; il che significa ancora che il sistema sanitario palestinese per molti anni non esisterà. Se da più di 100 giorni Israele blocca cibo, acqua e qualsiasi aiuto umanitario, la fame diviene un’arma di genocidio. Citando un’inchiesta della rivista scientifica “Lancet”, disponibile sul suo sito web, la dottoressa Jabr mostra che i 60.000 morti palestinesi dal 7 ottobre 2023 a oggi devono essere moltiplicati per 4,5 e il moltiplicatore riguarda gli scomparsi, i deceduti per malattia e per inedia che non sono conteggiati dalle autorità.

Il tutto configura una catastrofe psichica che eccede in maniera significativa i criteri della sintomatologia del disagio comunemente rubricati nella categoria del manuale diagnostico statistico (DSM) dell’American Psychiatric Association, peraltro “affetta” da intrinseca raccomandazione alla dipendenza da psicofarmaci, oltre che da deflagrante logica coloniale, come già avevano dimostrato Franz Fanon e Michel Foucault all’epoca dell’indipendenza algerina e oltre.

La pratica clinica in Palestina deve infatti fronteggiare: ragazzi e ragazze con disordini alimentari. Depressione e senso di colpa di madri per aver generato figli e figlie in un mondo assassino. Deficit di attenzione in studenti e studentesse brillanti costrette a studiare in scuole con curricula israeliani, pena la chiusura. Piccoli che portano interamente sulle loro spalle la responsabilità di intere famiglie con padri uccisi o detenuti.

La politica diventa un affare personale, dice Samah Jabr, in un trauma collettivo prodotto socialmente. Perché la condizione traumatica non risale al 7 ottobre ma a 77 anni di occupazione, di furto della terra e di pulizia etnica variamente articolata. E lo stesso concetto di trauma non può essere generalizzato perché la Palestina non è un territorio con confini da stato territoriale, ma è l’insieme frammentato di almeno cinque comunità tra Gaza, Gerusalemme, West Bank. Le condizioni psicosociali delle diverse énclaves sono diverse per ognuna e quando si parla di disagio psichico bisogna anzitutto chiedersi di quale gruppo parliamo.

La salute in generale dipende molto dall’aiuto delle ONG e delle organizzazioni umanitarie il cui limite però è avere un approccio biomedico alla “psicopatologia”, pur essendo essenziale il loro intervento, oggi in gran parte vietato.

La violenza, integrata nella vita quotidiana palestinese, la disoccupazione di massa, la povertà, la fame e l’esperienza soffocante dei check points producono invidia, competizione e vittimizzazione che sono versioni diverse del cosiddetto stress post-traumatico secondo la psichiatria mainstream.

Il colonialismo psicologico ne è l’effetto, perché laddove la clinica considera solo il trauma individuale e argomenta del possibile ritorno ad una situazione pre-trumatica con un approccio “omeostatico” e neutrale, niente di tutte queste stupidaggini ha a che vedere con la reale condizione di deprivazione dei palestinesi.

La letteratura occidentale, dice la dottoressa Jabr, non ha mai riconosciuto la Nakba e parla di stress post-trauma e di depressione quando la realtà è che il 70 per cento dei palestinesi non distingue tra depressione e oppressione. Il che significa che lo stato d’animo prevalente è rabbia e umiliazione, peraltro alimentate dal regime di apartheid, con l’affievolirsi progressivo della volontà di resistenza.

Esempio: donne che vedono la propria abitazione rasa al suolo, si sentono male e vengono portate ai pronto soccorso israeliani e si sentono dire che stanno fingendo i loro sintomi.

Come dunque fronteggiare l’emergenza? Il lavoro della dottoressa Jabr e delle incredibili équipes dei pochi presidi psicosanitari ancora operanti in Cisgiordania e in ciò che rimane di Gaza si articola in diverse pratiche di restituzione di una diversa rappresentazione della società palestinese: gruppi di ascolto, socialità in spazi aperti, laboratori di cucina e di abiti tradizionali, incontri collettivi di ex-prigionieri, piantumazione, tutti momenti di comune, che consentono a gruppi, villaggi, amicizie, di continuare la vita di resistenza ormai secolare degli abitanti.

Il Sumud, resistenza e persistenza di vita, è tutto questo, ed è bellezza, incredibile capacità istintiva di esistere, di radicarsi laddove la terra frana, è dura, è resa deserto, appropriata e violata. Eppure le immagini che Samah Jabr ci mostra annunciano una realtà incancellabile: i bimbi si incontrano, costruiscono aquiloni, li fanno volare, poi rientrano nei gruppi, occhi magnifici di vita vera. Poi, il cavallo di Jenin: Dopo il bombardamento israeliano della città i bambini hanno costruito con le macerie un cavallo che troneggia nella piazza distrutta. L’esercito israeliano ha bombardato ancora quella piazza; i bambini hanno ricostruito il cavallo.

Il Sumud è terapia, letteratura, arte, terra. Solo persone che hanno vissuto questa esperienza possono capirlo, dice Samah Jabr. Anche la giustizia ha un effetto terapeutico. Mentre “qui” si parla per lo più di pace, “là” solo la negoziazione di una giustizia pacifica è lecita ed è essenziale. Il riconoscimento del dolore e la solidarietà hanno un effetto terapeutico. Perché non riguarda solo “loro”, ma anche “noi”, anzi in primo luogo riguarda chi oggi è silente, complice, vuole armarsi e continuare ad uccidere.

da qui

domenica 28 novembre 2021

Antisemitismo a misura di apartheid

 

Leggo su Assopacepalestina questo articolo, che mi ha fatto ripensare a una frase di Salvador Allende, “Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione” :

 

l’articolo inizia così:

A metà ottobre 2021, il Relatore Speciale per la Palestina della Commissione Diritti Umani dell’ONU, Michael Lynk, ha presentato il suo rapporto all’Assemblea Generale. Il rapporto comprende anche le ostilità Gaza-Israele del maggio scorso ed esprime severe critiche alle azioni di Israele.

Alla fine di ottobre, il rappresentante di Israele all’ONU Gilad Erdan ha respinto le accuse contenute nel rapporto, definendole antisemitiche e stracciando platealmente una copia del rapporto dinanzi all’Assemblea Generale dell’ONU.

 

Il gesto arrogante di Erdan è riprodotto in questo video:

 


Il 13 novembre, il rappresentante dello stato di Palestina all’ONU Majed Bamya ha risposto a Erdan pronunciando il discorso riprodotto in questo video:



Ho ascoltato le parole e il tono e lo stile di Gilad Erdan e di Majed Bamya più e più volte, bisognerebbe diffondere dappertutto, sono istruttive, e quindi bisognerebbe studiarle nelle scuole, in quelle di comunicazione soprattutto.


Provate a vedere i due filmati (sono sottotitolati in italiano, a cura di Donato Cioli).

 

il rappresentante di Israele all’ONU Gilad Erdan è non è solo arrogante,

è altezzosopresuntuosoimpertinenteimpudenteinsolenteprepotenteprotervotracotanteirriverentescreanzatosfacciatosprezzantecattivoferoceintimidatoriotruce, pericolosoostilepreoccupante, aggressivominaccioso, crudeleinfernalemostruosoorrendosprezzanteprepotenteviolentonocivo orribileterribileringhiososferzanteviolentolivoroso, vendicativosgarbatostizzoso.

Insomma un perfetto invasore e oppressore.

 

 

il rappresentante dello stato di Palestina all’ONU Majed Bamya invece è

cortese, deciso, beneducato, intelligente, mansueto, orgoglioso, umano.

 

Cosa avrà scatenato la furia del rappresentante di Israele all’ONU?

 

Negli ultimi anni è successo qualcosa da non dimenticare.

 

 

Nell’Operazione Piombo Fuso (dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio 2009) sono stati uccisi 3 civili israeliani e l’esercito israeliano ha ucciso almeno 900 civili palestinesi della Striscia di Gaza (qui )

 

Nell’Operazione Margine di Protezione (dall’8 luglio 2014 al 26 agosto 2014) sono stati uccisi 6 civili israeliani e l’esercito israeliano ha ucciso almeno 1462 civili palestinesi della Striscia di Gaza (qui, secondo il Comitato per i diritti umani della Nazioni Unite).

 

Durante le operazioni di maggio 2021 l’esercito israeliano ha ucciso 67 bambini palestinesi e ne ha feriti altri 685 durante gli undici terribili giorni degli attacchi devastanti contro l’impoverita Striscia di Gaza, iniziati il 10 maggio, secondo quanto riferito da un recente rapporto pubblicato dall’UNICEF, il fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia.

In questo ultimo documento sulla situazione umanitaria, l’UNICEF afferma inoltre che, dal 7 maggio al 31 luglio, le forze militari e della sicurezza hanno ucciso nove bambini palestinesi, ferendone altri 556, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. (qui).

 

il Relatore Speciale per la Palestina della Commissione Diritti Umani dell’ONU, Michael Lynk, ha solo scritto quello che è successo.

 

cerco e trovo su wikipedia le risoluzioni Onu su Israele e Palestina :

 

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha emesso una serie di dichiarazioni sul conflitto israelo-palestinese nel tempo, sia attraverso l’Assemblea generale che il Consiglio di sicurezza.

Risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Risoluzione 181

La risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, votata il 29 novembre 1947, raccomanda la divisione della Palestina in uno stato ebraico, uno stato arabo e un’area sotto un particolare regime internazionale.

Risoluzione 273

La risoluzione 273 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ammesso Israele come stato membro dell’organizzazione.

Risoluzione 67/19

La risoluzione dell’Assemblea Generale 67/19, adottata il 29 novembre 2012, ha accettato di ammettere la Palestina come Stato osservatore e non membro dell’Organizzazione.

Risoluzione 10/L22

Il 21 dicembre 2017, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione A/ES-10/L.22[14] che si occupa di “misure illegali israeliane nella Gerusalemme Est occupata e nel resto del territorio palestinese occupato” in cui ribadisce che tutte le decisioni e gli atti che cercano di modificare il carattere, lo status o la composizione demografica di Gerusalemme non hanno alcun effetto legale, sono nulli e devono essere revocati in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Invita inoltre tutti gli Stati ad astenersi dallo stabilire missioni diplomatiche nella Città Santa di Gerusalemme.[15][16]

 

Risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Risoluzione 242

Adottata all’unanimità al Consiglio di sicurezza il 22 novembre 1967, sei mesi dopo la Guerra dei sei giorni, la risoluzione “chiede l’istituzione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente”, che includa “il ritiro del Esercito israeliano di territori occupati durante il recente conflitto” e il “rispetto e riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di ciascuno Stato nella regione e il loro diritto a vivere in pace all’interno di confini riconosciuti e sicuri, al riparo da minacce e atti di forza”. Questa risoluzione è rimasta un riferimento in tutti i negoziati successivi.

Risoluzione 338

Adottata dal Consiglio di sicurezza il 22 ottobre 1973, durante la Guerra del Kippur, la risoluzione conferma la validità della risoluzione 242 e raccomanda il cessate il fuoco e l’avvio dei negoziati al fine di “stabilire un giusto e durare in Medio Oriente”.

Risoluzione 446

Adottata dal Consiglio di sicurezza il 22 marzo 1979, questa risoluzione dichiara che la creazione di insediamenti da parte di Israele nei territori arabi occupati dal 1967 non ha validità legale e costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di una pace completa, giusta. e durevole in Medio Oriente. Inoltre, chiede a Israele, in quanto potenza occupante, di rispettare scrupolosamente le Convenzioni di Ginevra relative alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, di annullare le sue misure precedenti e di “desistere dall’adottare qualsiasi misura che provocherebbe un cambiamento nello status giuridico e natura geografica e che influisce sensibilmente sulla composizione demografica dei territori arabi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme, e, in particolare, che non trasferisca parti della propria popolazione civile nei territori arabi occupati”.

Risoluzione 478

Fu adottato, con la sola astensione degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza il 20 agosto 1980, dopo l’approvazione della Legge di Gerusalemme da parte del Parlamento israeliano il 30 luglio 1980, che proclamò la città di Gerusalemme, “intera e unificata”, come la capitale di Israele. La risoluzione “censura nei termini più forti” la Legge di Gerusalemme e afferma che questa legge è una violazione del diritto internazionale e non pregiudica la continua applicabilità a Gerusalemme della Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra. Inoltre, determina che la Legge di Gerusalemme e tutte le altre misure e gli atti legislativi e amministrativi adottati da Israele, il potere occupante, che hanno alterato o intendono alterare il carattere e lo status di Gerusalemme “sono nulli e devono essere lasciati senza effetto immediato”. La risoluzione “non riconosce” la Legge di Gerusalemme e altre misure israeliane e invita tutti i membri delle Nazioni Unite a rispettare questa decisione e a ritirare le rappresentanze diplomatiche che hanno istituito a Gerusalemme. La risoluzione afferma inoltre che la Legge di Gerusalemme costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di una pace completa, giusta e duratura in Medio Oriente.

Risoluzione 2334

La risoluzione 2334 è stata adottata dal Consiglio di sicurezza il 23 dicembre 2016, che è stato pronunciata ribadendo che “la creazione di insediamenti da parte di Israele nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale” e esprimendo “grave preoccupazione per il fatto che il proseguimento delle attività di insediamento israeliano stia mettendo a repentaglio la fattibilità della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967“.[17][18][19][20]

https://it.wikipedia.org/wiki/Conflitto_israelo-palestinese

 

Successivamente è successo quello che sappiamo tutti, Nakba, furto di terre e di acqua, colonialismo, apartheid, invasioni, detenzione amministrativa, e molto altro.

 

 

La risoluzione 181, con la quale l’Onu riconosce lo stato di Israele e quello della Palestina, è l’unica che lo Stato di Israele ha riconosciuto, solo per la nascita del loro stato, ma non quello palestinese.

Il mancato rispetto delle risoluzioni del  Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la 242, del 1967 (ritiro dai territori occupati) e la 2334, del 2016 “la creazione di insediamenti da parte di Israele nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale” sono uno scandalo a cui nessuno vuole mettere rimedio.

Eppure sarebbe bastato e basterebbe essere conseguenti: “la creazione di insediamenti da parte di Israele nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale” significa che tutto quello che Israele e i coloni hanno costruito, dalle strade ai palazzi, dalle infrastrutture alle città passerà allo stato palestinese e ai palestinesi.

Da noi funziona così, se uno costruisce nel terreno di un altro la legge prevede la confisca, che è un bel deterrente.

Ma le regole del diritto internazionale si sintetizzano nell’unica leggee della geopolitica, la legge del più forte.

 

qui un dossier su antisemitismo e antisionismo

lunedì 28 giugno 2021

Nizar Banat non parlerà più

 


Dissidente ucciso durante un raid della polizia dell’Anp nella sua casa

 

Nizar Banat, noto critico del presidente Abu Mazen e candidato alle presidenziali sospese dall’Autorità nazionale palestinese, è morto stamattina dopo un violento arresto. La famiglia denuncia: è stato brutalmente picchiato. Attivisti e partiti politici chiedono un’indagine indipendente

 

"Nizar Banat è stato assassinato”. Questa è l’accusa che da questa mattina gira sui social e tra tanti palestinesi della diaspora e dei Territori Occupati: l’attivista palestinese, duro critico dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, ha perso la vita stamattina nella sua casa di Dura, vicino Hebron, durante un raid delle forze di sicurezza dell’Anp.

La sua salute “è derivata durante l’arresto”, il commento laconico del governatore di Hebron Jibreen al-Bakri, una dichiarazione che non dice nulla e che la famiglia di Banat rigetta: è stato picchiato, dicono, dai poliziotti venuti per arrestarlo. Una detenzione che non è isolata: non solo Banat era stato arrestato più di una volta nella sua vita, ma sono diversi i casi di critici e oppositori della linea di Abu Mazen, ma anche semplici utenti dei social, finiti in manette in Cisgiordania nell’ultimo periodo.

Secondo quanto riportato da Middle East EyeMuhannad Karajah di Lawyers for Justice aveva ricevuto una telefonata di Banat ieri, durante la quale l’attivista aveva raccontato di essere stato oggetto di minacce da parte dei servizi di intelligence palestinesi. Un mese fa inoltre uomini armati avevano sparato 60 volte contro la sua casa di Dura, mentre la famiglia era all’interno.

A condurre l’arresto, stanotte alle 3.30, sarebbero stati ben 25 membri della Preventive Security and General Intelligence, che hanno buttato giù la porta con un ordigno, svegliato Banat con spray urticante in faccia – racconta il cugino – e picchiato con dei bastoni di legno. E’ stato poi spogliato e portato via su un veicolo militare.

Subito la famiglia ha preso contatti con le varie sedi dei servizi segreti a Hebron per sapere dove fosse stato portato, senza successo. Solo un’ora e mezzo dopo hanno saputo della sua morte su WhatsApp, senza ricevere comunicazioni ufficiali. Banat è stato dichiarato morto all’ospedale governativo di Alia, ma il suo corpo lì non è stato trovato, facendo sospettare che sia morto in una caserma dei servizi.

“Quello che è successo è un omicidio”, ha commentato Karajah, mentre crescono le richieste di un’inchiesta indipendente – dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad Hamas fino alle organizzazioni per i diritti umani – che individui i responsabili della sua morte. E crescono le critiche dure verso l’Autorità, considerata un governo sempre più repressivo delle voci critiche e incapace di confrontarsi con gli oppositori.

La cancellazione delle elezioni presidenziali e legislative previste per maggio e luglio 2021 è ritenuta da molti la prova della deriva. Lo stesso Banat era candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity e, dopo il rinvio del voto a data da destinarsi, era stato tra i firmatari di un appello diretto alla Corte europea dei diritti umani in cui si chiedeva la fine dei finanziamenti all’Anp.

L’omicidio di Banat giunge in un periodo di grave crisi per Fatah, il partito di Abu Mazen, e per l’Anp. Il presidente non ha saputo gestire l’escalation di questi mesi, a partire dal movimento popolare di protesta nato intorno ai minacciati sgomberi di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est; è quasi scomparso durante l’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza; e insiste a mantenere una carica senza più alcuna legittimità, vista l’assenza di elezioni dal 2006. Una debolezza che danneggia il movimento palestinese di base e di cui stanno approfittando soprattutto le forze islamiste, a partire da Hamas, che sta incrementando i consensi in ogni angolo della Palestina storica.

da qui

 

 

Rabbia dopo l’uccisione in custodia di Nizar Banat: «Basta ANP» - Chiara Cruciati

 

L’attivista palestinese, noto critico dell’Autorità Nazionale Palestinese, è stato arrestato e picchiato a morte dalla polizia di Ramallah, denuncia la famiglia. In migliaia in piazza a Ramallah marciano sul palazzo presidenziale: «Il popolo vuole la caduta del regime»

 

La doppia reazione alla morte di Nizar Banat è arrivata ieri da Ramallah, dagli uffici governativi e dalla piazza: da una parte il portavoce dei servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il generale Talal Dweikat, ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta; dall’altra migliaia di palestinesi hanno marciato verso la Muqata, il palazzo presidenziale, per protestare contro quello che non temono di definire un omicidio di Stato. Sono stati fermati dai lacrimogeni.

«Il popolo vuole la caduta del regime», hanno gridato, ispirati dagli slogan che dal 2011 hanno attraversato le rivolte nel mondo arabo. A scatenare una rabbia che ormai non cova più sotto la cenere è stata la morte, all’alba di ieri, del 44enne Nizar Banat.

Ex di Fatah, attivista, candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity (previste per lo scorso maggio ma cancellate dal presidente Abu Mazen), noto critico della leadership dell’ANP, Banat si è visto piombare nella sua casa di Dura a Hebron 25 poliziotti alle 3:30 del mattino. Hanno buttato giù la porta con un ordigno, raccontano i familiari, lo hanno picchiato con dei bastoni, spogliato e portato via.

Poco dopo è stato dichiarato morto dall’ospedale Alia di Hebron. Ma lì il suo corpo non c’era. Ammazzato di botte, accusa la famiglia, in una caserma dei servizi segreti. Banat era da tempo nel mirino dell’Autorità: arrestato diverse volte, aveva denunciato di aver ricevuto minacce negli ultimi tempi. E un mese fa, 60 colpi di arma da fuoco avevano colpito la sua casa. Immediata la reazione degli altri partiti politici palestinesi, dal marxista PFLP ad Hamas, che chiedono un’inchiesta indipendente.

Per tanti palestinesi è solo l’ultimo esempio della deriva autoritaria dell’ANP, incapace di una strategia nazionale di liberazione dall’occupazione israeliana e concentrata solo sul mantenimento di un potere effimero e pericoloso.

https://ilmanifesto.it/rabbia-dopo-luccisione-in-custodia-di-nizar-banat-basta-anp/

da qui


 

Nizar Banat, una morte pesante come una montagna che chiede a tutti responsabilità! - Luisa Morgantini

 

Un dolore ed una ferita profonda per tutto il popolo palestinese, l’assassinio da parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi, di Nizar Banat, militante e attivista indomito per la libertà del Villaggio di Dura. Un dolore ed una ferita profonda per tutti noi e per me che conoscevo Nizar da molti anni: sono stata ospite della sua famiglia, nel suo villaggio ed abbiamo varie volte manifestato insieme a Hebron nella campagna Open Shuhada Street. AssoPacePalestina porge alla famiglia di Nizar e ai palestinesi tutti le più sentite condoglianze, con l’impegno di continuare ad esigere con Nizar il rinnovamento, la trasparenza, la democrazia e la partecipazione popolare per liberarsi dall’occupazione, dalla colonizzazione e dall’apartheid israeliana.                                            

Ci auguriamo che la sollevazione popolare e l’indignazione contro questo crimine possa portare ad un cambiamento dei metodi usati dalle Forze di Sicurezza Preventive e del Mukhabarat Palestinese: non è possibile che per un “reato d’opinione” si faccia incursione nelle case nelle prime ore del mattino, si facciano saltare porte con ordigni, si terrorizzi la famiglia e si uccida di botte una persona. Certo succede anche in Italia che si muoia durante gli interrogatori o gli arresti fatti dalla polizia; quest’anno in Italia, ricorderemo i 20 anni dal massacro di Genova compiuto dalla nostra polizia contro inermi manifestanti.             

Ci auguriamo che l’ANP, il Presidente, il primo Ministro e il Capo del General Intelligence Service (GIS) si assumano la responsabilità di questo tragico evento, cessando ogni tipo di intimidazione e repressione verso chi esprime critiche alla leadership palestinese o manifesta pacificamente subendo gli attacchi e gli arresti, non solo dei servizi di sicurezza in divisa, ma anche da individui in abiti civili. Per onore della franchezza, dobbiamo dire che ci stupisce che Hamas si faccia paladino della libertà nella Cisgiordania, visto che a Gaza dove ha preso il potere, pratica la pena di morte ed in questi anni ha ucciso e incarcerato molti militanti e attivisti.

Fratelli che uccidono fratelli.

Ci auguriamo, ed abbiamo la speranza, che il popolo palestinese sappia trovare l’unità, non perdendosi in reciproci discrediti o accuse, non cercando in Fatah il facile capro espiatorio ma mettendo in discussione tutta la rappresentanza dei partiti e, perché no, anche dei movimenti, ed invece di delegare la ricerca dell’unità solo alle vecchie rappresentanze formi una commissione di riconciliazione che possa trovare una mediazione e una soluzione alle divisioni cosi profonde che indeboliscono tutti i palestinesi, nei territori occupati, in Israele e nella diaspora. Confidiamo anche in nuove elezioni nelle quali la popolazione palestinese possa liberamente scegliere le proprie rappresentanze capaci di essere il rinnovamento necessario per la costruzione di un paese che sappia riconciliarsi e raggiungere la libertà.

Noi di AssoPacePalestina ci sentiamo responsabili, in quanto italiani ed europei, della iniquità della politica del nostro governo e dell’Unione Europea, che permette a Israele di essere totalmente impunita per le violazioni continue dei diritti del popolo palestinese.                                                         

Per questo, continueremo, insieme a tutti quelli che hanno amore per un mondo giusto ed umano ad agire per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.

da qui