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giovedì 30 dicembre 2021

"Media e scienza sono al servizio di Big Pharma e politica" - Vittorio Agnoletto

 

Lorenzo Zacchetti intervista Vittorio Agnoletto

Dura presa di posizione del medico: "Al di là dei conflitti di interesse, c'è dietro l'idea che i cittadini siano bambini incapaci di decidere"

La scienza si è messa al servizio della politica e i media mainstream assomigliano a megafoni delle case farmaceutiche. Una presa di posizione molto dura, che non arriva da un alfiere del fronte No Vax, ma da un medico molto stimato come Vittorio Agnoletto, docente di Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano. Già presidente nazionale di LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS), nonché portavoce del Genoa Social Forum al G8 del 2001, Agnoletto è anche conduttore di “37, 2°”, che va in onda su Radio Popolare.

Proprio nel corso di una diretta sull’emittente milanese, Agnoletto ha parlato del complesso rapporto tra politica, scienza e informazione nell’era del Covid-19: “Il primo errore è stato confondere le aree di intervento dell’informazione, della scienza e della politica. La scienza è importante, ma deve rimanere nel suo ruolo.

Deve dire: ‘Fino a qui abbiamo delle certezze, da qui in poi abbiamo delle ipotesi da verificare, oltre abbiamo dei punti di domanda ancora da esplorare totalmente’. A quel punto la comunicazione deve fare un lavoro molto complesso: trasformare queste informazioni tecnico-scientifiche in un linguaggio comprensibile da tutti, stabilendo certamente quali sono le notizie da dare per prime, quelle in secondo e quelle in terzo piano, ma cercare di passare tutte quelle fondamentali. La politica, di fronte a quei dati scientifici, deve assumersi le responsabilità, il diritto e dovere di decidere senza piegare la scienza ai propri desiderata. E la scienza non deve farsi piegare ai desiderata della politica”.

 

Gli errori su Astrazeneca, vaccini e immunità di gregge

Alla domanda se effettivamente la scienza si sia piegata alla politica dallo scoppio della pandemia ad oggi, Agnoletto ha risposto: “Totalmente! È questo il punto: la scienza (in gran parte, poi ci sono sempre le eccezioni) si è lasciata andare a dire quello che la politica in quel momento voleva sentirsi dire”. Agnoletto ha citato anche alcuni casi nei quali ciò è successo: “Ad esempio dicendo che saremmo arrivati all’immunità di gregge, oppure che con il vaccino avremmo potuto tutti fare una vita tranquilla, oppure ancora l’esaltazione degli Open Day di Astrazeneca. Per chiunque si occupi di sanità pubblica, gli Open Day di Astrazeneca sono un controsenso, perché gli interventi di sanità sono rivolti alla singola persona: per ognuno bisogna valutare se un vaccino va bene oppure no, che patologie pregresse abbia, che allergie abbia e via dicendo. Non sono una festa popolare nella quale la gente si mette in coda, ‘avanti uno e dietro quell’altro’! In più: è vero che avevamo dei residui forti di Astrazeneca, ma questo non era sufficiente per dire che andavano utilizzati su una popolazione rispetto alla quale erano già uscite delle ricerche che dicevano che non era il vaccino più adatto. E la scienza su tutto questo ha taciuto, è stata zitta, e questo non va assolutamente bene”.

 

“I media mainstream sono dei megafoni di Big Pharma”

Nel corso della trasmissione “Prisma”, Agnoletto ha aggiunto che “la politica aveva bisogno di dire che avevamo un vaccino che con una sola somministrazione risolveva tutto (Johnson & Johnson) e la scienza le è andata dietro. Ma questo è un punto molto molto importante: la divisione dei ruoli. Non parliamo dei media mainstream: sono ormai diventati dei megafoni dei comunicati-stampa delle aziende farmaceutiche! Non c’è nessun tentativo di approfondimento, di scavare. Ma dietro – a parte i problemi di dipendenza e di conflitti di interesse col potere delle Big Pharma – c’è un’idea: considerare i cittadini e le cittadine italiane un po’ come bambini, come incapaci di assumersi delle responsabilità. Si tende sempre a semplificare il messaggio e così si rischia anche di dire delle stupidate che poi vengono smentite (…). Abbiamo avuto dichiarazioni di EMA che dopo due o tre settimane sono state smentite, basti pensare a Johnson&Johnson o ad Astrazeneca che inizialmente si era detto che non andasse assolutamente utilizzata con le persone anziane e poi esattamente il contrario. Qui c’è il ruolo di EMA: l’ente regolatorio europeo non ha un’autonomia finanziaria, per cui non può andare direttamente a verificare dei trial ed eventualmente a rifarli, ma lavora solo e unicamente sulla documentazione presentata dalle aziende farmaceutiche. In più c’è una porta girevole, per cui a volte ai vertici di EMA si trova chi prima era in azienda farmaceutica e viceversa. EMA va riformata. Deve avere maggiore autonomia e quindi maggiore credibilità scientifica”.

 

Quanti silenzi sugli effetti collaterali dei vaccini

“Io non credo che sia un’opera utile che i grandi media tacciano degli effetti collaterali delle vaccinazioni. L’ultima puntata di ’37,2°’, proprio su questo tema, sarebbe potuta durare altre due ore. Abbiamo risposto a domande che in genere vengono eluse dagli infettivologi. Gli effetti collaterali ci sono. Alcuni sono banali, semplici, che si risolvono in 48 ore, ma ci sono anche effetti collaterali più pesanti che possono durare per settimane e mesi. Se questo non viene detto, quando uno fa un vaccino e poi dopo sviluppa degli effetti collaterali, si preoccupa moltissimo perché pensa di essere un caso quasi unico e la prima cosa che fa è dire a chi gli sta intorno di aspettare a fare il vaccino. Se invece gli effetti collaterali sono spiegati, relativizzandoli anche nella loro numerosità (cioè nell’incidenza che hanno sulle persone vaccinate), spiegando anche che il rapporto tra rischio e beneficio è comunque favorevole a quest’ultimo, se si spiega che chi ha certe patologie pregresse è bene che faccia il vaccino in ospedale e che si consulti prima con un medico, ecc., non solo ridurremmo gli effetti collaterali, ma manderemmo un messaggio più corretto, che in qualche modo tranquillizza le persone, ma soprattutto stabilisce un rapporto di verità. A quel punto, andremmo a togliere un’arma fondamentale ai No Vax, che altrimenti dicono: ‘Vedete, la gente si infetta anche se vaccinata’. Se non hai detto prima che i vaccini servono soprattutto a bloccare l’evoluzione della malattia, sei preso in contropiede. E lo stesso vale per gli effetti collaterali, se non ne hai parlato prima”.

da qui

sabato 30 ottobre 2021

Vittorio Agnoletto: «Non sospendere i brevetti sui vaccini è un atto di guerra»

 

India e Sudafrica hanno chiesto da ormai più di anno di mettere in discussione la proprietà intellettuale sui farmaci anti-Covid affinché si possa garantire un accesso equo ai vaccini in tutto il mondo. Ma i paesi europei sono conniventi con Big Pharma

(Intervista di Francesco Brusa)

Al summit internazionale del G20 di questo fine settimana a Roma si parlerà anche di accesso ai vaccini per tutti i paesi del mondo. La situazione non è certo rosea: nelle zone ricche del pianeta ci sono dosi in eccesso e in via di scadenza, mentre in contesti come quello africano alcuni stati sono sotto al 5% di popolazione vaccinata. In più, gli accordi stretti fra case farmaceutiche e Commissione Europea ostacolano una ripartizione equa degli antigenici. Proprio per questo, ormai un anno fa, India e Sudafrica hanno presentato una proposta di moratoria per sospendere i brevetti sui farmaci anti-Covid e chiedere maggiore trasparenza sui metodi e sulle ricerche nell’ambito della loro produzione. Abbiamo parlato con Vittorio Agnoletto, fra i promotori della campagna “Nessun profitto sulla pandemia” che sta appunto cercando di far pressioni su governi e istituzioni europee per accettare la richiesta dei paesi a medio e basso reddito.

Qual è il punto della situazione?

Siamo di fronte a un mese decisivo per il futuro prossimo dell’umanità. Ci sono due importanti scadenze in successione: il g20, in cui i paesi più ricchi del pianeta arriveranno a determinare la loro posizione in merito alla distribuzione dei vaccini, mentre dal 30 novembre al 3 dicembre si svolgerà la riunione interministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che in qualche modo rappresenta la “battaglia finale”. In quell’occasione si arriverà per forza di cose a una decisione finale: o i brevetti vengono messi in discussione sulla scorta della moratoria proposta da Sudafrica e India oppure non cambia niente.
È dall’ottobre del 2020 che questa discussione è sul tavolo di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e sul tavolo di tutti i governi, compreso il nostro. Perché è esattamente dall’ottobre del 2020 che Sudafrica e India chiedono una fast track, vale a dire un percorso veloce dentro le organizzazioni del commercio per arrivare a dibattere e ad approvare la proposta di moratoria. La situazione non si è sbloccata e adesso arriviamo al tavolo interministeriale col tema all’ordine del giorno ma dopo aver perso un anno.

Quanto conta dunque il summit di questo fine settimana?

Nel G20 si dovrà decidere qual è il comportamento dei paesi più ricchi. Teniamo presente che dentro il g20 ci sono i paesi che si stanno opponendo a questa scelta (ovvero Ue, Gran Bretagna, Norvegia). Quindi le due tappe sono conseguenti l’una all’altra ed è importantissimo quello che avverrà o non avverrà nel corso del vertice all’Eur. Il nostro paese ha una responsabilità enorme perché ha la presidenza del g20 e quindi le eventuali proposte per l’approvazione della moratoria sono in mano al governo italiano e agli sherpa italiani.
Purtroppo, se lasciamo da parte qualche fumosa dichiarazione rilasciata giusto per essere data in pasto all’opinione pubblica grazie all’aiuto di qualche media compiacente, andando al nocciolo della questione notiamo che da parte del nostro governo non emerge nessuna volontà di modificare la propria posizione e tanto meno di contribuire a modificare la posizione del Consiglio Europeo.

Come mai questa reticenza?

Nella vicenda dei vaccini, la Commissione Europea ha delle colpe enormi ma è chiaro che può permettersi di comportarsi così perché i governi che contano di più avvallano la sua posizione. La Commissione non può decidere per conto proprio, quindi la responsabilità di aver fino a ora chiuso la porta a una sospensione dei brevetti è condivisa fra Commissione e governi europei e in particolare col governo tedesco, francese e italiano. Questo perché da sempre i governi europei sono i massimi alleati di Big Pharma. Ma questa è una storia che va avanti da decine di anni, almeno dall’autunno del 2001 quando ci fu la dichiarazione di Doha. Allora ci fu uno scontro molto acceso col Sudafrica di Mandela, attraverso cui si arrivò alla dichiarazione per cui «la tutela dei brevetti non dovrà mai impedire ai governi di fornire la miglior cura disponibile ai propri cittadini». Si tratta di un principio che stabilisce la prevalenza del diritto alla salute sugli interessi commerciali.
Dal momento in cui quella dichiarazione venne approvata, l’Unione Europea iniziò a mettersi di traverso. Cominciò subito a ostacolarne l’applicazione pratica. Si tratta di qualcosa di cui va tenuto conto in tutta la vicenda dei vaccini: come possono essere giustificati gli accordi presi con le aziende farmaceutiche?

Accordi in larga parte secretati…

Hanno stretto degli accordi che non sono stati resi pubblici, hanno accettato in pratica tutto quello che gli è stato chiesto dalle case farmaceutiche. Tra l’altro, fra Canada Unione Europea e Stati Uniti, sono stati impiegati almeno 8 miliardi di dollari per finanziare la ricerca sui vaccini. Se prendiamo il caso di AstraZeneca, sappiamo che il 97,2% delle spese sostenute dall’azienda per produrre il suo vaccino derivano da fondi pubblici o da soldi di fondazioni caritatevoli. Nonostante questo, la Commissione Europea ha lasciato i brevetti in mano a istituti che sono completamente privati. Quindi, per riassumere: abbiamo finanziato la ricerca ma abbiamo lasciato alle case farmaceutiche il brevetto, ovvero il profitto. Poi abbiamo acquistato da loro un farmaco che abbiamo contribuito a produrre e infine abbiamo accettato che fossero loro a stabilirne i prezzi che, tra l’altro, non sono stabili. È stato dichiarato che, appena passata la fase pandemica, questi prezzi potrebbero aumentare anche di sette o otto volte.

Non solo: abbiamo pure accettato di inserire nei contratti delle clausole per cui se volessimo donare gratuitamente dei vaccini ai paesi poveri occorre avere un’autorizzazione. Allora, per firmare un contratto di questo tipo è chiaro bisogna essere o ubriachi oppure conniventi degli interessi delle azienda farmaceutiche. Non c’è altra opzione. E tutto questo al netto di ciò che non sappiamo per via dei contenuti degli accordi che rimangono secretati: mi chiedo se anche gli accordi con l’Unione Europea contengano delle clausole, che le multinazionali hanno in passato imposto ad alcuni paesi, per cui nel caso di cause collettive devono essere gli stati a pagare, sollevando così l’azienda da ogni responsabilità. Sarebbe la prima volta che capiterebbe in campo sanitario una roba del genere.

Nel frattempo però alcune dosi di vaccino vengono donate ai paesi più poveri…

È inaccettabile. L’elemosina e la carità non possono mai sostituire i diritti. Al massimo possono essere qualcosa di complementari ai diritti, che però devono venire per primi. Il nostro governo e l’Unione Europea si riempiono la bocca di donazioni, che comunque a oggi sono pochissime. In parte, sono stati donati vaccini che erano a un passo dalla scadenza e anche adesso si parla di donare vaccini che scadono a dicembre. Tra l’altro si sta discutendo di donare le dosi di AstraZeneca in eccesso, farmaco che però è stato dimostrato che non va utilizzato con persone giovani e nel sud del mondo l’età media è chiaramente inferiore alla nostra. Insomma, questa non è neanche carità.
È abbastanza scioccante che l’Europa con la sua storia, cultura e con i suoi principi (dei i quali si erge a difensore in tutto il mondo), decide di farsi corresponsabile della morte di milioni di persone. Perché è quello che sta succedendo: la guerra non si fa solo con le armi, si fa anche negando i farmaci e negando i vaccini. Non dimentichiamo che Big Pharma– dunque il settore farmaceutico – è al secondo posto a livello mondiale per distribuzione dei dividendi ai propri azionisti, solo dopo l’industria delle armi. C’è quindi un peso enorme di questi settore industriale sulle istituzioni politiche europee, che genera probabilmente anche degli intrecci che rimangono ai più sconosciuti.

Come agirete da qui in avanti?

Il coordinamento europeo “Nessun profitto sulla pandemia” si sta organizzando per una serie di iniziative che costelleranno il mese di novembre in tutto il mondo e in particolare in Europa: movimenti, associazioni e fondazioni hanno gli occhi puntati su di noi, perché siamo noi europei che stiamo bloccando tutto. Cercheremodi spingere insegnanti di medie superiori e università affinché da qui al 30 novembre venga dedicato del tempo a spiegare l’importanza di far arrivare vaccino anche nel sud del mondo.

Qualora non si volessero seguire i principi di solidarietà e giustizia, si tratta di un’azione fondamentale pure sulla base di un “sano egoismo”: se il virus continuerà a diffondersi è molto probabile che si sviluppino varianti maggiormente aggressive, che arriveranno anche da noi e nessuno oggi può dire se i vaccini di cui disporremo saranno efficaci o meno e in che misura. Se non vogliamo tornare indietro e non vogliamo tornare in lockdown, dobbiamo rendere i vaccini disponibili per tutti. Il nostro è un obiettivo molto concreto: appoggiare la proposta di India e Sudafrica per una moratoria di tre anni sui brevetti dei vaccini e per consentire la socializzazione delle conoscenze.

da qui

domenica 3 ottobre 2021

Tutti gli errori nella gestione della pandemia - Vittorio Agnoletto

 

Un’analisi scientifica delle ragioni del fallimento nel contrasto al Covid oltre le contrapposte tifoserie della narrazione governativa e delle tesi No vax

 

Secondo i dati aggiornati al 24 settembre 2021 l’Italia, con oltre 130.000 morti, è al nono posto come numero totale di decessi per Covid ufficialmente registrati (fonte OMS). La Lombardia, con 33.981 decessi (fonte Ministero della Salute – Istituto Superiore di Sanità 18/9/2021) su una popolazione di 10milioni, se fosse una nazione indipendente, come era negli obiettivi di Umberto Bossi qualche decennio fa, sarebbe al secondo posto come numero di decessi per Covid ogni 100.000 abitanti, superata solo dal Perù, il cui Servizio Sanitario non può certo essere confrontato con quello lombardo.

So bene che il sistema di registrazione cambia da Paese a Paese e che in nazioni come l’India, solo per fare un esempio, le cifre probabilmente sono ampiamente sottostimate; sono altrettanto consapevole che non è scientificamente corretto confrontare i dati di una regione con i dati di intere nazioni, ma credo che un confronto simile, fuori dall’ambito accademico, ci sia utile per comprendere la gravità dell’impatto che la pandemia ha avuto e tuttora ha, in Italia, ma soprattutto in Lombardia. Le giunte di destra che dall’epoca di Formigoni, dal 1995, governano ininterrottamente la regione, hanno sempre celebrato la sanità lombarda come la migliore in Italia e tra le eccellenze europee, ma il fallimento nel contrasto al Coronavirus è sotto gli occhi di tutti.

Le ragioni di questo disastro sono uno dei temi principali del mio libro “Senza Respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa” (Altreconomia, 2020); in questa sede, per questioni di spazio, non posso soffermarmi sulle ragioni di questa Caporetto ma solo citarne alcune: la distruzione della medicina territoriale, la riduzione ai minimi termini dei servizi di prevenzione, l’ignoranza sul ruolo dell’epidemiologia, l’enorme peso della sanità privata nel Servizio Sanitario Regionale, una gestione del Servizio Sanitario pubblico condotta secondo le logiche, gli obiettivi e gli interessi di un Sevizio Sanitario privato ed infine una medicina centrata in gran parte sulle cure d’eccellenza, innovative ed estremamente costose, che non solo ha ignorato ogni forma di medicina di comunità e di continuità assistenziale, ma ha anche prosciugato le risorse da destinare all’assistenza sanitaria quotidiana dell’insieme della popolazione.

La vicenda lombarda rappresenta il trionfo del neoliberismo applicato alla sanità, nonostante ciò, fino all’inizio della pandemia la grande maggioranza delle forze politiche nazionali, non solo di centrodestra, prendeva tale modello come esempio da esportare in altre regioni e a livello nazionale. Per questo motivo sarebbe stato fondamentale ragionare sulle ragioni del fallimento lombardo, così come sugli errori commessi a livello nazionale, per correggere velocemente la rotta, ma purtroppo non sembra questa la direzione intrapresa.

La scienza e i diritti contro le tifoserie

Il dibattito attorno alla pandemia in Italia è stato trasformato in un rodeo con due tifoserie contrapposte incitate all’odio reciproco: da un lato la narrazione ufficiale gestita dal governo e supportata acriticamente dai suoi apparati tecnico-scientifici, dall’altro il racconto che rimbalza dai numerosi siti no-vax. Non credo di essere l’unico a trovarsi fortemente a disagio di fronte a questa semplificazione nella quale ci viene intimato da ambedue le parti: o sei con noi o sei contro di noi.

Sono convinto che esista uno spazio per una posizione che si attenga alle evidenze scientifiche, che sia in grado di valorizzare gli insegnamenti pluridecennali che provengono dai corsi di specializzazione in sanità pubblica, che mantenga fede all’idea della salute come diritto fondamentale di ogni essere umano e al progetto di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) universale.

Nell’intento di contribuire a costruire questo spazio, mi limito ad elencare schematicamente, anche per ragioni di lunghezza, alcuni dei principali limiti ed errori che caratterizzano la gestione dell’attuale fase pandemica.

I principali errori

1. La vaccinazione è uno strumento fondamentale e per questo motivo, in una condizione pandemica, per raggiungere la massima efficacia è necessario renderla disponibile nel minor tempo possibile in tutto il mondo; l’Oms ha segnalato l’insostenibilità di un sistema nel quale 10 nazioni hanno acquistato il 75% delle dosi di vaccino disponibile a livello mondiale, con il risultato che nei Paesi a basso e medio-basso reddito la percentuale delle persone vaccinate varia dal 1,9 al 4%; ne consegue che non solo in quelle nazioni aumenterà incessantemente il numero dei morti, ma anche che il virus continuerà a diffondersi, si moltiplicherà, emergeranno delle varianti maggiormente aggressive destinate ad arrivare anche nei nostri Paesi e noi non sappiamo quanto i vaccini, dei quali disporremo in quel momento, saranno in grado di contrastarle.

Da queste ragioni, se non in nome della solidarietà, almeno in nome di un “sano egoismo”, come ha dichiarato il prof. Silvio Garattini, nasce l’urgenza di appoggiare la proposta di moratoria temporanea sui brevetti per i vaccini, i kit diagnostici e la condivisione del know-how, avanzata da India e Sudafrica all’Organizzazione Mondiale del Commercio e appoggiata da oltre cento Paesi; per questo oltre centoventi associazioni, tra le quali tutte le organizzazioni sindacali italiane, stanno sostenendo la raccolta di un milione di firme a livello europeo attraverso lo strumento dell’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) che, una volta raccolte le firme necessarie, obbligherà la Commissione Europea a sottoporre le nostre proposte alla discussione e al voto delle istituzioni europee: Parlamento, Consiglio e Commissione.

Infatti, l’UE è rimasta, con Svizzera e UK, l’unica a rifiutare ogni proposta di moratoria e a difendere gli interessi di Big Pharma; il nostro governo, al di là delle dichiarazioni fatte a uso di un mainstream mediatico compiacente, sostiene attivamente e irresponsabilmente questa posizione, anteponendo i profitti delle multinazionali del farmaco alla salute dei propri cittadini. Il rischio è evidente: potremo anche essere tutti vaccinati ma, se arriverà una nuova variante contro la quale i vaccini non saranno efficaci o saranno solo parzialmente efficaci, tutto rincomincerà da capo, lockdown e decessi.

2. La comunicazione istituzionale o para-istituzionale, continua a essere un disastro con risultati spesso controproducenti; un solo esempio: aver affermato per mesi che il vaccino avrebbe bloccato la trasmissione dell’infezione, senza invece spiegare che le percentuali di efficacia citate si riferivano alla capacità di bloccare il passaggio dall’infezione alla malattia grave, ha fatto sì che quando si sono verificate le prime infezioni di persone vaccinate, i no-vax abbiano avuto buon gioco nel sostenere che i vaccini non funzionavano. Eppure già il 20 novembre 2020 si sapeva che i trial di ricerca avevano testato l’efficacia nel bloccare l’evoluzione della malattia e non la trasmissione del virus ( mia diretta facebook del 23/11/2020). Una spiegazione corretta avrebbe reso più semplice alla popolazione comprendere perché anche alle persone vaccinate debba essere raccomandato di rispettare le norme sui distanziamenti e sull’uso della mascherina.

Stesso ragionamento si può fare sulla mancanza di informazioni corrette e complete sui possibili effetti collaterali dei vaccini; la decisione di ignorarli, o comunque sottovalutarli, nella comunicazione ufficiale si è scontrata con l’esperienza quotidiana di migliaia di persone, generando paura e sfiducia verso le istituzioni. Come testimoniano alcune ricerche, metà, se non di più, di coloro che a oggi non si sono sottoposti alla vaccinazione non sono ideologicamente no-vax, ma hanno paura e vorrebbero spiegazioni più precise e meno confuse; esattamente il contrario di quello che sta accadendo. Sarebbe inoltre corretto che i medici che compaiono spesso in televisione, così come le fondazioni e i centri di ricerca che con grande frequenza esprimono pareri e forniscono elaborazioni di dati, dichiarino preventivamente se ricevono fondi dalle aziende che producono vaccini: trasparenza e correttezza di rapporto con il pubblico dovrebbero essere elementi insostituibili.

Per fermare una pandemia è necessario modificare dei comportamenti legati alla quotidianità, per fare questo è fondamentale un rapporto di fiducia da parte della popolazione verso le istituzioni sanitarie; chi tratta i propri cittadini come dei bambini ai quali è meglio non dire tutta la verità non può sperare di godere di fiducia da parte di costoro.

3. Con la circolare retroattiva del 6 aprile l’INPS ha annunciato che le quarantene di coloro che sono venuti in contatto con un positivo non potranno più essere pagate perché il governo ha stanziato i fondi solo fino al 31 dicembre 2020: un autogoal incredibile per una strategia nazionale di prevenzione. Ne consegue non solo una discriminazione di classe, infatti chi svolge un lavoro manuale non avrà la possibilità di fare smart working e rischia di restare a casa senza stipendio, ma anche un danno alla salute collettiva: infatti spingerà molte persone a nascondere eventuali contatti e ad andare ugualmente a lavorare per non perdere giorni di paga. Tale situazione per ora resta ancora sospesa in attesa, si spera, di un urgente intervento riparatore da parte del governo.

4. La vaccinazione è importante ma non sufficiente. Oltre alle misure di precauzione resta fondamentale il tracciamento (contact tracing) per seguire la catena di trasmissione del virus e per isolare le persone positive evitando ulteriori contatti. È la base di qualunque strategia di sanità pubblica di fronte a una pandemia; ma, dopo una fase dove è stata seguita a macchia di leopardo, oggi in Italia è stata completamente abbandonata; la decisione è ancor più grave quando, come nella situazione attuale, si dispone di vaccini che solo parzialmente evitano la trasmissione del virus. Per questa stessa ragione è anche importante rendere disponibili gratuitamente i tamponi invitando la popolazione a farvi ricorso, ogni qualvolta si ritenga di poter aver avuto un contatto a rischio.

Il tampone e il vaccino non sono sovrapponibili: il vaccino protegge dall’evoluzione della malattia e in parte dall’infezione, ma non dice nulla sulla situazione clinica hic et nunc; il tampone indica se una persona in quel momento è positiva e può quindi trasmettere il virus. I due strumenti dovrebbero essere integrati fra loro in una logica di complementarità. Rinunciare alla gratuità del tampone perché questo offrirebbe una ragione in più ai no-vax per non vaccinarsi, è una visione miope e foriera di ulteriori disastri.

5. L’annuncio dell’imminente avvio di una terza vaccinazione per i fragili, per gli anziani e a seguire per il personale sanitario ed infine per tutta la popolazione (che in alcune regioni è stata già avviata) non tiene in minima considerazione i reiterati appelli dell’OMS e le dichiarazioni dell’EMA e della FDA. L’OMS ha chiesto a tutti i governi di valutare che per l’interesse collettivo dell’umanità la priorità non è la terza vaccinazione nei Paesi ricchi, ma rendere disponibili i vaccini nel terzo mondo. Il nostro esecutivo ha totalmente ignorato questo autorevole richiamo; ma ha ignorato anche la dichiarazione dell’EMA e della FDA del 17 settembre sulla necessità di eseguire ulteriori approfondimenti prima di prevedere un uso generalizzato della terza vaccinazione, limitandola per ora alle persone fragili e agli anziani. Nella medesima direzione va un lavoro scientifico pubblicato il 13 settembre su The Lancet da importanti ricercatori, tra i quali Philip R Krause, Vicedirettore FDA (Ufficio per la ricerca e la revisione dei vaccini).

Le motivazioni citate a sostegno di tale cautela sono varie, tra queste:

– insufficienza dei dati sulla terza dose forniti dalle aziende produttrici;
– necessità di approfondire ulteriormente la durata e la potenza della risposta immunitaria compresa quella cellulo-mediata, sia verso la capacità protettiva verso l’infezione, sia verso l’evoluzione della malattia, le due risposte infatti non sembrerebbero sempre viaggiare in sintonia tra loro;
– importanza nel monitorare precocemente e con continuità il manifestarsi di nuove varianti verso le quali accelerare la ricerca di nuove versioni di vaccini in grado di contrastarle;
– evitare di utilizzare per la terza vaccinazione il prodotto precedente che potrebbe presto risultare superato con una perdita significativa di efficacia e che renderebbe impossibile poter procedere in tempi brevi con un’ennesima quarta vaccinazione. La raccomandazione, che arriva dal mondo scientifico internazionale, sottolinea l’importanza di procedere attraverso un approccio che tenga conto dello stato attuale delle conoscenze, ancora limitate e che si rivolga a fasce specifiche di popolazione senza coinvolgere, per ora, l’intera cittadinanza.

Attenzioni ancor più necessarie alla luce di quanto sta già avvenendo in Israele dove è all’ordine del giorno il dibattito sulla quarta dose.

Tutti questi ragionamenti, che dovrebbero suggerire cautela, non sembrano scalfire minimamente le certezze dei nostri ministri, né stimolare qualche presa di posizione di quel che resta del CTS che pare sempre più appiattito su compatibilità dettate dal quadro politico.

La pressione di Big Pharma in questa direzione è molto forte, eppure, non dovrebbe sfuggire né al mondo politico, né al mondo scientifico una semplice banalità: le grandi multinazionali farmaceutiche produttrici di questi vaccini e che operano in un sistema oligopolistico, non hanno come interesse prevalente l’eradicazione della pandemia, bensì il passaggio da una condizione di pandemia a una situazione endemica che permetta loro di moltiplicare per 4-6 volte e forse di più il prezzo dei vaccini e di procedere con una vaccinazione periodica (ogni 9-15 mesi) nel mondo ricco che garantisca loro immensi profitti. Lasciando ovviamente il sud del mondo al proprio destino di morte.

La mancanza di una visione strategica sul Servizio Sanitario Nazionale

La gestione dell’attuale fase della pandemia s’intreccia con il dibattito sulla riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e sull’uso delle risorse provenienti dell’Europa. Su questo grande capitolo, che riguarda il nostro futuro, sarebbe necessario un approfondimento specifico; in questa sede mi limito ad evidenziare alcuni dei principali limiti che si stanno evidenziando a livello nazionale e in Lombardia.

A livello nazionale. Nonostante il Recovery Plan nasca dall’emergenza pandemica, i fondi che complessivamente arriveranno all’Italia destinati alla sanità rappresentano una piccola quota della cifra totale che riceverà il nostro Paese. Altri sono gli interessi che hanno avuto il sopravvento e alcuni di loro, ad esempio le grandi opere, sono in forte continuità con quel modello di sviluppo (deforestazione massiccia, allevamenti intensivi, abbattimento delle barriere tra le specie e quindi zoonosi ecc. ecc.) che da qualche decennio regala (e continuerà a regalare) all’umanità le pandemie. Ciò nonostante, mai, nel recente passato, si è avuta una tale disponibilità di soldi per interventi in campo sanitario; l’occasione è unica per individuare le nuove priorità del SSN e una conseguente riorganizzazione, se solo si avesse una visione strategica sulla sanità che nel governo italiano, oggi, non esiste.

Quelli che seguono sono alcuni dei punti essenziali, senza una pretesa di completezza, di una necessaria rivisitazione del nostro SSN:

– passaggio da una medicina concentrata solo sull’individuo a una medicina di comunità fondata sulla programmazione sanitaria;

– individuazione dei bisogni prioritari di ogni territorio attraverso ricerche epidemiologiche finalizzate alla costruzione di programmi con precise priorità i cui risultati siano verificabili di anno in anno;

– coinvolgimento dei comuni e dei sindaci all’elaborazione dei piani di salute territoriale; potenziamento della prevenzione, della sanità territoriale e delle cure primarie;

– centralità dei distretti socio-sanitari e delle strutture intermedie fra le quali le case di comunità;

– riduzione della presenza del privato e soprattutto modifica del rapporto pubblico-privato il quale deve inserirsi nella programmazione territoriale con indicazione e verifica dei risultati attesi;

– potenziamento e adeguamento dei dipartimenti d’emergenza e quindi delle strutture ospedaliere nei territori ove sono carenti ecc.

Gli interventi individuati dal ministero non contengono alcun disegno complessivo inserito in una visione strategica della sanità per il futuro prossimo, ma si limitano a tappare i buchi più vistosi nell’attuale organizzazione sanitaria e a prevedere un generico e generalizzato ammodernamento nella rincorsa delle tecnologie più avanzate, come se questo sia stato il limite prioritario nelle difficoltà riscontrate nel contrasto alla pandemia.

In Lombardia. Dentro questo contesto, ampia è la libertà lasciata alle singole regioni di gestire i fondi a loro destinati, purché rispettino i generici settori d’attribuzione delle singole spese. In regione Lombardia l’uso dei fondi che stanno arrivando dall’Europa si intreccerà con gli interventi previsti dalla nuova legge sull’organizzazione della sanità regionale che dalla fine di quest’anno dovrà sostituire la L. 23 che ha concluso la sua fase quinquennale di sperimentazione evidenziando, durante questi ultimi venti mesi, tutta la sua inadeguatezza e pericolosità.

Il testo di legge presentato dall’assessora Moratti crea le condizioni per ampliare ulteriormente il peso della sanità privata arrivando a prevedere che gran parte dei servizi territoriali, comprese case di comunità e servizi operanti nel campo della prevenzione, possano essere gestiti da privati. Ma prevenzione e privato in sanità sono un ossimoro, chi investe nella sanità privata trae profitti sulle malattie e sui malati non certo sulle persone che restano sane; per un privato la prevenzione o non è di alcun interesse o addirittura rappresenta un ostacolo ai propri potenziali guadagni.

Mi limito solo ad un altro esempio che ben illustra la filosofia di questa controriforma: secondo la giunta lombarda la riduzione delle liste d’attese per le visite e gli esami dovrebbe essere ottenuta non aumentando gli ambulatori pubblici, assumendo nuovi medici, limitando l’attività intramoenia fino al rientro nei tempi d’attesa ufficialmente stabiliti, ma distribuendo soldi ai privati e aumentando la quota delle attività svolte da loro in regime di convenzione/accreditamento.

Nel frattempo, in Lombardia, anche nell’europea Milano, varie migliaia di cittadini sono privi del Medico di Medicina Generale (MMG), obbligati o a non curarsi o a pagare di tasca propria; certamente il numero ridotto di MMG rimanda a responsabilità nazionali, ma in Lombardia tutto si è fatto e si sta facendo per rendere impossibile la vita ai medici di famiglia spingendoli a cercarsi un’altra collocazione professionale. D’altra parte, il presidente Attilio Fontana è un grande sostenitore del numero due della Lega, il ministro Giancarlo Giorgetti, che esattamente due anni fa dichiarava “Nessuno va più dal medico di famiglia. Medicina di famiglia un mondo finito”. Le conseguenze le abbiamo sperimentate tutte e per evitare di doverle affrontare nuovamente un coordinamento di decine di associazioni si sta battendo per bloccare la nuova legge. “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

 

Vittorio Agnoletto, medico, insegna “Globalizzazione e Politiche della Salute”, all’Università degli Studi di Milano, è responsabile scientifico dell’«Osservatorio Coronavirus», membro del direttivo nazionale di Medicina Democratica.

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domenica 21 febbraio 2021

Covid: cosa abbiamo imparato in un anno - Olivier Turquet

 

Oggi si ricorda il primo anniversario dell’inizio della pandemia in Italia quindi nell’occidente.

Fino a quel momento tutto il mondo guardava la Cina con scarsa preoccupazione o forse fregandosi segretamente le mani sperando in una veloce rovina del colosso asiatico.

Cosa abbiamo imparato in quest’anno? Cosa ci potrà servire per il futuro?

Una prima osservazione: non abbiamo visto, nel mondo delle istituzioni, in quello dei potenti, in quello delle grandi holding, una grande attitudine ad imparare, a porsi domande, a cercare nuove soluzioni; abbiamo visto piuttosto vecchie pulsioni e comportamenti, una certa saccenza che si sapeva trasformare in arroganza.

Invece nel mondo delle associazioni, dei movimenti, nelle singole persone, soprattutto quelle più direttamente coinvolte come i medici e gli infermieri, lì sì abbiamo trovato empatia, ricerca, messa in discussione, studio, soluzioni.

Ma proviamo a capire, chi voleva imparare, cosa ha imparato.

La sanità di buona qualità gratuita e per tutti

Gli umanisti, e non solo, sono cinquant’anni che dicono che la sanità deve essere di buona qualità, gratuita e per tutti. Ora è evidente, necessario e urgente perché da questa situazione si esce insieme o non si esce.

La battaglia immediata è quella sulla gratuità delle cure e dei vaccini e sulla sospensione del brevetto. Ma a lungo termine la battaglia è per la medicina capillarmente diffusa nel territorio, per la fine dei tagli e il ritorno alla medicina preventiva, ai piccoli ospedali.

Il Covid si può e si deve curare

Fin dall’inizio c’è stata gente che ha cercato una cura. Se c’è una malattia abbiamo bisogno di una cura. Più una malattia è incurabile, più si diffonde più genera panico. Ogni giorno ci arrivano nuove notizie su possibili cure, su possibilità di prevenzione, su promettenti sperimentazioni in corso. Alcune sono state oggetto di dibattito ma le più hanno statistiche promettenti, conferme e si stanno diffondendo sul pianeta. Perché ancora se ne parla così poco? E ci sono associazioni, come il Movimento Ippocrate di cui abbiamo già spesso parlato, che hanno organizzato medici e persone comuni nel salvare vite umane. Questo che la gente ha fatto spontaneamente e in modo completamente disinteressato lo dovevano fare le istituzioni, fin dall’inizio.

Emergenza climatica e ecologica 

Non è che ci volesse molto a capirlo ma la pandemia ha reso evidente la correlazione tra inquinamento, concentrazione industriale, cattiva qualità della vita e l’incidenza del virus. Più inquinamento, più morti. Eppure un intervento radicale sui fattori di inquinamento è tuttora coperto da una montagna di greenwashing. Come ricorda Extinction Rebellion “non c’è più tempo”: è urgentissimo un cambio completo di paradigma, di priorità, di interventi.

Chi e cosa orienta la ricerca

Si può produrre un vaccino in molto meno del tempo richiesto. Ma la mano del profitto è stata ben salda in tutta la faccenda; non è solo il tema delle truffe che stanno venendo fuori da tutte le parti, è il tema delle cure esistenti che sono state boicottate, libri di denuncia puntuale come “Senza Respiro” di Vittorio Agnoletto boicottati o ignorati. E cosa studiavano e analizzavano Agnoletto e Medicina Democratica in quel libro: una politica regionale della Lombardia sempre stata all’avanguardia dei tagli al pubblico in nome del profitto privato.

Ci sono paesi, come Cuba, in cui si è visto con chiarezza un sistema sanitario basato sulla cura delle persone, sulla serietà della ricerca scientifica; una sanità che prima cura i malati e poi somministrerà un vaccino testato su 160.000 persone, non su qualche migliaio. E se qualcuno ha dubbi sui risultati della medicina territoriale e della cura dei malati vada a guardarsi i numeri dell’isola.

E i risultati delle multinazionali più attente alla quotazione in borsa che alla puntualità delle consegne sono sotto gli occhi di tutti.

Narrazione mediatica

Molta stampa mainframe si è troppo spesso appiattita sulle narrazioni governativa, sponsorizzando scienziati mediatici, certe volte veri imbonitori; così facendo non solo ha dimenticato che dovrebbe essere controllo e critica del potere ma anche la sua vocazione educativa e informativa. Meno opinion makers e più divulgazione e informazione capillare. Abbiamo scoperto il valore dell’informazione alternativa. Al tempo stesso abbiamo capito quanto sia importante essere precisi, attenti, verificare le notizie per non cadere nello stesso errore di un pressappochismo, sensazionalismo a volte nauseante.

La scienza non è neutrale

Molti dei numerosi errori commessi sono legati a una mentalità scientifica basata non sulla ricerca, sullo studio, sulla critica ma su realtà dogmatiche e sulla convinzione di una pretesa neutralità della scienza: la scienza non è neutrale e la scienza medica in  particolare deve in primo luogo preoccuparsi di ciò che guarisce, definitivamente, l’Essere Umano; se invece si occupa di sviluppare sistemi palliativi autorigeneranti, come l’enorme quantità di psicofarmaci o tranquillanti, rende palese il suo interesse economico e non curativo. Abbiamo assistito a studi scientifici evidentemente sbagliati il cui unico scopo era quello di screditare una possibile linea di cura perché non consona ai dettami delle grandi aziende farmaceutiche, giusto per fare un esempio.

L’Essere Umano conta

Ci sono persone che hanno fatto la differenza; non gente famosa  e altisonante, piuttosto gente anonima, che ha curato, portato qualcosa da mangiare, che ha risposto al telefono a chi si sentiva solo, che ha continuato a manifestare, civile ma determinato, nonostante i divieti, per i diritti di tutti. Perché la devastazione più grande della pandemia è il colpo inferto alle relazioni umane che non si recupera in migliaia di riunioni virtuali né nella didattica a distanza. Che la tecnologia serva quando non è necessario abbracciarsi, che ci liberi dal lavoro inutile e ci permetta di reincontrarci.

Infine: un anno può essere più che sufficiente. Siamo perfettamente in grado di pretendere cambiamenti radicali, è ora di farlo con la dovuta determinazione. Sarà possibile se  le persone si uniscono verso obiettivi comuni.

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martedì 14 luglio 2020

La Lombardia dei morti

Coronavirus, commissariare la Lombardia sarebbe un favore per la salute dei cittadini - Vittorio Agnoletto

I numeri parlano da soli: 16.664 i morti ufficiali con Covid in Lombardia al 30 giugno, pari al 48% del totale dei decessi in tutta Italia; alla stessa data il tasso di mortalità per il Coronavirus in Lombardia era di 165 su 100mila abitanti, mentre a livello nazionale non arrivava a 58 e in Veneto era di 41. Se il tasso di mortalità nazionale fosse stato simile a quello lombardo oggi in Italia avremmo avuto, limitandoci ai dati ufficiali, 100mila morti con Covid.
L’agente di questo disastro è il Covid-19; la Lombardia è una delle regioni europee più inserite nelle rotte della globalizzazione con un grande traffico di persone e di merci, ma questo non è sufficiente a giustificare l’enormità della tragedia. Il virus nella sua azione distruttrice ha oggettivamente trovato un potente alleato nei vertici, presenti e passati, della sanità lombarda.
Dalla fine di febbraio coordino l’”Osservatorio Coronavirus” attivato da Medicina Democratica e dalla trasmissione sulla salute di Radio Popolare “37e2”, in collaborazione con molte altre associazioni. Oltre 120 giorni e notti trascorsi a rispondere a migliaia e migliaia di mail, messaggi WhatsApp, Messenger e telefonate, a fornire informazioni a persone disperate, abbandonate a se stesse, nel proprio dramma e nella propria solitudine; stritolate tra l’azione del virus e l’assenza di iniziative istituzionali capaci di tutelare diritti e dignità.
Vittime del virus, ma non solo
Anziani ai quali è stato rifiutato il ricovero, lasciati morire a casa senza alcuna cura; medici di medicina generale rimasti per due settimane senza mascherine, obbligati a scegliere se curare i loro pazienti rischiando di infettarsi o se rifiutarsi di effettuare le visite; medici ospedalieri, infermieri e altri operatori, privati della possibilità di sottoporsi al tampone anche quando i loro colleghi e colleghe cadevano vittime del virus; operatori sociali e sanitari obbligati ad assistere a mani nude e a volto scoperto i ricoverati nelle Rsa; anziani vittime sacrificali di un contagio che arrivava dai malati dimessi dagli ospedali e trasportati nelle Rsa; migliaia di cittadini “prigionieri a casa propria” talvolta anche per tre mesi in attesa di tamponi e test sierologici che non arrivavano; medici obbligati a decidere chi assistere e chi abbandonare al proprio destino; familiari che improvvisamente scoprono la morte dei propri cari ricoverati nelle Rsa senza nemmeno conoscere il giorno del decesso…
Eventi e situazioni, queste, che sono dirette conseguenze di scelte umane e che confluiranno in “Senza Respiro”, un’inchiesta indipendente sull’emergenza Coronavirus i cui diritti d’autore andranno all’Ospedale Sacco, una struttura pubblica che ha svolto un ruolo importante durante l’emergenza. 

L’altra faccia della medaglia
Laboratori privati che fanno pagare 332 euro un tampone, altri che in 72 ore triplicano il prezzo dei test sierologici; cliniche private che non partecipano all’impegno collettivo contro il virus, ma che ricevono a braccia aperte e a portafogli spalancati i cittadini che si rivolgono a loro per fare le visite e gli esami no Covid che il Servizio Sanitario Regionale (Ssr) ha cancellato (sono alcuni milioni gli appuntamenti da recuperare); ospedali privati convenzionati e Rsa che in poche ore – normalmente sono necessarie parecchie settimane – hanno visto aumentare i posti letto accreditati con il servizio pubblico ad ottime condizioni economiche; aziende rimaste aperte, che nel bergamasco facevano profitti mentre il virus si diffondeva indisturbato…
Eventi e situazioni, anche queste, dirette conseguenze di scelte o di mancate scelte umane. Mentre il proscenio ospita queste scene, altre si susseguono sullo sfondo: il gruppo S. Donato, uno dei leader nella sanità privata, nomina nei suoi Cda Roberto Maroni, ex presidente della regione e l’ex consigliere regionale Angelo Capelli, uno dei relatori della legge 23, la controriforma sanitaria regionale; nel frattempo ex dirigenti di quello stesso gruppo e manager di cinque case farmaceutiche vengono accusati di aver truffato per 10 milioni di euro il Servizio Sanitario regionale.
Il presidente regionale Attilio Fontana dichiara: “Rifarei tutto” e nomina una commissione di “saggi”, che dovrebbe riorganizzare il servizio sanitario pubblico, nella quale tre su cinque dei nominati dirigono strutture private lontane dalla realtà della medicina pubblica territoriale, il settore che più andrebbe potenziato ribaltando di 180 gradi le scelte regionali.
I vertici politici e le strutture private si nominano reciprocamente, in una corrispondenza d’amorosi sensi; a farne le spese la salute dei cittadini lombardi.

Un’eccellenza per pochi, una tragedia per tanti
Da decenni la sanità lombarda è presentata come “l’eccellenza”, secondo la narrazione ufficiale costruita dalla destra che da decenni governa la regione. Un’idea di sanità tutta concentrata solamente sulla cura, sui protocolli terapeutici e chirurgici di alta specializzazione, sulla cosiddetta medicina personalizzata, sulle ricerche sul genoma; indifferente alle infinite attese alle quali devono sottostare i propri cittadini per accedere alle cure formalmente loro garantite dallo Stato, disinteressata alla medicina preventiva e ai servizi territoriali considerate strutture di una medicina di serie B.
Una gestione del servizio sanitario pubblico che ha introiettato i medesimi valori e le stesse priorità delle strutture private con l’aggravante di una catena di comando basata sulla fedeltà di partito.

Il governo faccia la sua parte
Ottantacinquemila cittadini hanno chiesto al governo di commissariare la sanità lombarda, ma nessuno ha risposto. Il commissariamento non sarebbe un’azione contro la Regione Lombardia, ma un atto a favore e a difesa della salute dei cittadini e delle cittadine di questa regione.
Tra due mesi scade la sperimentazione della legge regionale 23, che ha distrutto la medicina territoriale, tolto ogni limite alla penetrazione del privato, puntato tutto e solo sugli ospedali superspecializzati. Il governo autorizzerà ancora la prosecuzione di tale disastrosa sperimentazione o metterà al primo posto la tutela della salute di dieci milioni di cittadini?


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Medici: danza macabra in Lombardia - Giorgio Mastrorocco

Il primo segnale di allarme sulla chat dei vecchi compagni di liceo è del 24 febbraio: è la foto di una mascherina 3M, accompagnata dall’augurio “in attesa di ATS”. La manda Olmo, medico di base dell’hinterland bergamasco. Nei giorni successivi i messaggi s’infittiscono e vi partecipano altri medici, anche ospedalieri; col tempo, su mia sollecitazione, mi verranno inviati via mail resoconti più dettagliati. Il materiale con cui è costruito questo articolo proviene quindi dalle testimonianze di amici dei primi anni ’70, diplomati insieme a me al Liceo Classico di Bergamo. 
A qualcuno magari verranno in mente le confraternite studentesche americane ma sarebbe fuori strada: nessun rituale di ingresso, nessun simbolo di appartenenza, nessuna pratica di lobbying fra vecchi sodali. A tenerci vicini in tutti questi anni una sola vera eredità: l’amicizia. Coltivata negli anni, legata alla condivisione di un tempo bello delle nostre vite e nutrita da un affetto profondo.
Anche per rispetto verso quel sentimento, quindi, nelle prossime righe attribuirò loro nomi di circostanza: occorre molta prudenza da quando è emersa l’odiosa abitudine di accusare di “infedeltà aziendale” il personale sanitario lombardo che nei mesi della pandemia ha rivolto appelli e scritto lettere per denunciare le durissime condizioni di lavoro loro imposte, oltre che la confusione e i ritardi delle direttive impartite. Io quei nomi li conosco bene ma non li farò mai. 

Bianca lavora nella rianimazione di un ospedale della provincia e il 5 marzo, di turno al Pronto Soccorso (PS), si trova ad affrontare per la prima volta la pratica del cut-off, fissato quel giorno a ottant’anni. Tradotto vuol dire che quel giorno non si potranno ammettere in terapia intensiva (TI) pazienti ultraottantenni, bisognerà selezionare. Nella shock room del PS ci sono tre possibili candidati per un solo posto disponibile in TI. “L’aria nella stanza è pesante, calda e umida: sotto il camice chirurgico, la mascherina FFP2 e i doppi guanti, dopo pochi minuti ci si inzuppa di sudore, si ha la sensazione di essere in un acquario e di respirare aria e virus. I rumori sono incessanti, gli allarmi, il sibilo dei gas, i telefoni che squillano, creano un sottofondo che rende difficile sentire le voci dei malati sotto i caschi. Mi tocca scegliere: mi sento come un marinaio sulla scialuppa del Titanic che gira intorno alla nave che sta affondando e deve scegliere chi far salire e chi lasciare annegare. Guardo i malati, li esamino, spero non capiscano cosa sto facendo, alla fine decido; ovviamente scelgo il più giovane. Siamo abituati a lavorare sul confine tra la vita e la morte e quasi sempre la decisione è collegiale e condivisa, ma in queste giornate spesso siamo stati soli a sparare nel buio”.

Olmo e Margherita, medici di base, il 15 marzo pubblicano un appello di tutti i medici di famiglia di Bergamo: “abbiamo bisogno di presidi di protezione individuale, camici mascherine occhiali guanti e soprascarpe”. L’emittente BGNews quello stesso giorno raccoglierà l’appello. Nella prima settimana di marzo hanno dovuto riorganizzare il lavoro, fra visite domiciliari e assistenza telefonica: “il numero di telefonate è impressionante, mentre parli con uno senti tre bip di chiamate e continua così mattino e pomeriggio. Tanti sono spaventati anche se con sintomi iniziali, per altri i sintomi sono già seri. Le telefonate si susseguono, non riesci quasi a pensare perché sono troppi i problemi e tutti insieme. Uno solo di quelli richiederebbe 10’ di riflessione ma non li hai dieci minuti per ciascuno”. Verso fine mese la situazione diventa drammatica; scrive Olmo: “giornate al telefono per monitorare pazienti che non rientrano nei bollettini quotidiani perché lasciati a casa con ossigeno o febbre da dieci giorni senza tampone. Molti anziani muoiono a casa perché inutile andare in ospedale”.

L’impatto col dolore è devastante, come racconta Olmo: “Il mio ricordo più penoso è quello di una madre che all'inizio della pandemia, nella fase convulsa in cui tutto stava per precipitare, perse il proprio figlio. Da allora si è rinchiusa in casa, pietrificata dal dolore, incapace persino di piangere, sospesa in un incubo senza fine”. Margherita ricorda “uno dei primi anziani che dopo l’antibiotico non aveva più febbre e però era stanco, allora pensi: per l’antibiotico? perché è ansioso? per cosa? Sempre più stanco ma senza febbre né tosse. Dopo qualche giorno che lo rassicuri finisce in ospedale: polmonite. Morto dopo 7 giorni. L’ho sulla coscienza, su di lui ho imparato: quando sono stanchi subito allarmarsi”.



Poi arriva il mese di aprile, il contagio comincia a calare: si fa strada l’ipotesi di allentare un po’ le restrizioni sanitarie, ma è troppo presto. Olmo e Margherita sono preoccupati: “assurdo allentare adesso le restrizioni quando iniziamo a vedere i benefici sui nuovi contagi. Corriamo il rischio di vanificare i sacrifici fatti, mi sembra un insulto a chi è morto o potrebbe morire; teniamo duro ancora un po’ e soprattutto facciamo i tamponi prima di rimettere in circolo gli asintomatici. La situazione è un po’ più tranquilla in generale ma ogni giorno muore qualcuno dei ricoverati”. Bianca ci aggiorna dall’ospedale: “PS vuoto, corridoi sgombri, sub intensive con posti liberi, TI piene (ci sono ancora pazienti entrati all’inizio di marzo), non più trasferimenti, gli ultimi sette li abbiamo mandati in Germania la settimana scorsa. Le cose stanno andando meglio”.

A quel punto, siamo a inizio maggio, inizia il tempo dell’indignazione. L’ATS di Bergamo affida ad un noto avvocato una consulenza per scoprire se ci sono state responsabilità dei medici di base. “Alla fine vedrai che la colpa sarà di noi medici… ci vuol nulla a passare da eroi a capro espiatorio nel magico mondo degli azzeccagarbugli” – chatta Olmo, che aggiunge: “come dimenticare il senso di abbandono che abbiamo vissuto, noi che in ordine sparso ci siamo dati linee guida, ci siamo procurati autonomamente DPI cercando di essere presenti comunque”. Bianca, dall’ospedale, ci informa che “dagli esami sierologici risulta che un quarto del personale è stato contagiato e molti di questi, in assenza di tamponi, hanno circolato a lungo in ospedale e fuori, a causa di una gestione del personale a dir poco opaca”. L’ultimo fronte delle recriminazioni nasce dalla cervellotica gestione del loop test sierologico/tampone/quarantena, nel quale noi lombardi valligiani siamo ancora oggi coinvolti. Riporto le voci di tutti in ordine sparso: “la Regione ha prolungato da 14 a 28 gg la quarantena per temporeggiare in attesa del tampone. Ho pazienti a casa da 40 giorni”; “ogni giorno arriva un nuovo applicativo per gestire la fase 2, peccato che nessuno risponda ai numeri indicati. Abbiamo la vaga sensazione che ci stiano prendendo per i fondelli”; “I parenti dei ricoverati a metà marzo hanno cominciato ad essere chiamati per fare i tamponi dopo due mesi…: sono stati in quarantena da allora?? forse sì, più facile no”; “Il 22 maggio ho segnalato un nuovo caso sospetto, ad oggi, 01 giugno, non è stato ancora chiamato per il tampone (da fare secondo ordinanza entro 24-48 ore)”.

A inizio giugno chiedo loro: qualche piccola gratificazione? Olmo: “ricordo diversi attestati di stima e riconoscimenti verbali, una confezione di cioccolatini, le telefonate dei pazienti che adesso mi chiedono come sto…”. Margherita invece racconta un episodio: “una mia paziente di mezza età mi telefona per la cognata che abita a Alzano, marito ricoverato, cognata messa male; il dottore non risponde, non sanno cosa fare, do qualche indicazione. Dopo un po’ mi richiama la paziente: hanno preso alla lettera tutto quanto hai detto e piangevano dalla gioia di avere qualcuno che li indirizzasse, finalmente hanno potuto parlare con un dottore! Nell’anno 2020 in Lombardia, Italia”.
  
La RSA di Clusone, che ha subito nei mesi della pandemia un aumento abnorme dei decessi, si trova a poche centinaia di metri dall’Oratorio dei Disciplini e dalla sua celebre Danza macabra. La prima volta che ne avevo sentito parlare ero al liceo: la professoressa Saibene di Storia dell’Arte ci stava addestrando a riconoscere l’arte attorno a noi, ad esempio negli affreschi dell’arte popolare sparsi in provincia; era molto brava e io invece ero molto stupido, a me interessavano solo il cinema, la storia e la letteratura, non avevo tempo da perdere io. E così nel 1972 riuscii nella dubbia impresa di farmi rimandare a settembre in storia dell’arte, il primo del mio liceo dopo tempo immemorabile. Ma la lezione diede i suoi frutti, anche se a distanza di parecchi anni. Da insegnante ho accompagnato spesso i miei studenti alla Danza Macabra, presso cui ho abitato e insegnato per più di trent’anni. 

Oggi, per tornare alla RSA e ai nonni dell’altopiano, la situazione è molto complicata: le visite dei familiari e gli accessi dei pazienti diurni sono sospesi, decine di famiglie sono in grave difficoltà. Nel frattempo stanno tornando i turisti delle seconde case, al mercato settimanale e nelle strade del centro si rivede un po’ di gente, ma la ripresa sarà lenta e le cose forse non saranno più come prima. Sono pochi i bar e i ristoranti che hanno riaperto la sera e dopo le dieci c’è parecchio silenzio.
Anche sulla chat dei miei compagni di liceo è calato il silenzio nelle ultime settimane, spero davvero che Bianca, Olmo e Margherita abbiano trovato il modo di riposare un po’. 

Anni fa, quando la nazione ricordava i 150 anni dell’Unità, avevo dedicato alcuni articoli (qui e qui) agli studenti del Liceo Paolo Sarpi di Bergamo che avevano partecipato all’avventura dei Mille e alla Resistenza antifascista. Ero così orgoglioso di avere studiato nella stessa scuola frequentata da quei ragazzi, tanto coraggiosi da rimanere fedeli ai propri sogni nelle condizioni più difficili. Chi avrebbe detto che quello stesso sentimento mi sarebbe stato regalato dai miei vecchi compagni diventati medici e capaci di continuare a fare il proprio mestiere anche nel buio più profondo della nostra storia recente.