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giovedì 16 marzo 2023

Il Nemico Pubblico è il numero uno. L’apoteosi australiana di Novak Djokovic - Giuseppe Russo

 

L’uomo che aveva osato rifiutare il vaccino, rinunciando ad un torneo in cui era strafavorito, al trono del tennis mondiale e ad un pacco di soldi, è tornato in quell’Australia che gli aveva chiuso le porta in faccia, ha sbaragliato la concorrenza e si è portato a casa, per la decima volta, l’Australian Open, ergendosi a tennista più titolato di tutti i tempi. Quell’uomo si chiama Novak Djokovic, ed è un tipo pericoloso.

Già in tempi non sospetti, quando pure il circo mondiale delle racchette si era fermato per il Covid, Novak Djokovic aveva espresso le sue riserve su un vaccino che era ancora di là da venire, ma per il quale era già in corso la campagna promozionale. Sin da allora s’erano allungate sulla sua persona le ombre di nemico della scienza, ma era solo un antipasto. Dopo le sue manifestazioni di “scetticismo” pandemico, infatti, Djokovic fu preso in trappola in occasione dell’Adria Tour di giugno, un evento di beneficenza da lui organizzato a Zara, in Croazia, con la partecipazione di altri colleghi: nella baldoria seguita al torneo, i tennisti non avevano rispettato il noto “protocollo” ed erano risultati tutti positivi al tampone. I nomi degli altri reietti Dimitrov, Rublev e Zverev furono oscurati a beneficio dell’unico che doveva risplendere nel cielo massmediatico, quello di Novak Djokovic, che acquisì compiutamente la patente di “nemico della Scienza”. Un anno e mezzo dopo, quando il possesso del lasciapassare elettronico da vaccinazione divenne un requisito fondamentale per poter viaggiare e prendere parte ai tornei, il campione serbo si ritrovò a mezz’aria alla vigilia di quell’Australian Open che era la sua competizione preferita. Sulle prime, il serbo aveva provato a nascondicchiarsi, evitando di prendere parte all’ATP Cup di Sidney  con la sua nazionale e rinviando così la resa di conti di qualche giorno. Djokovic non era l’unico tennista non vaccinato ad infrangersi sulle rigide norme australiane, e come gli altri (26 a detta del direttore della manifestazione Craig Tiley) aveva fatto ricorso ad un escamotage, presentando alla frontiera una “esenzione medica” rilasciatagli da due commissioni indipendenti; le autorità australiane, per motivi mai chiariti, accettarono le altre “esenzioni” e respinsero quella del serbo, il quale venne posto in regime di quarantena e, al termine di un calvario durato dieci giorni con due ricorsi presentati a diversi organi di giustizia, dichiarato “persona non grata” ed espulso dal paese con un atto amministrativo promulgato dal ministro per l’immigrazione Alex Hawke, che  descrisse Djokovic come “un pericolo per la sicurezza”. La prova di forza del governo australiano, allora guidato dall‘esponente del Partito Liberale Scott Morrison, poi sconfitto alle successive elezioni politiche, attestò il suo ruolo di capofila del mondo occidentale nelle politiche di “rigore pandemico”  (primato che gli sarebbe poi stato strappato dal Canada di Trudeau) nel momento in cui la campagna vaccinale globale raggiungeva il suo apogeo. Sull’altare della propaganda venne sacrificato quello che meglio  funzionava come Nemico Pubblico della Scienza, quel Novak Djokovic di cui si consumò il linciaggio a reti (occidentali) unificate.

Fino a quel fatidico 2020, il tennista serbo era stato tutt’al più considerato un tipo “eccentrico”, seppure pienamente organico alla megamacchina dello spettacolo: dopotutto, come gli altri paperoni dello sport (i suoi guadagni in carriera sono stimati in quasi 200 milioni di dollari), anche lui aveva stipulato faraonici contratti da testimonial dei diversi marchi dell’abbigliamento sportivo, anche lui aveva girato spot pubblicitari, anche lui aveva fatto impresa di se stesso, anche lui aveva partecipato al festival di Sanremo finendo a cantare Terra promessa di Eros Ramazzotti sul palco dell’Ariston. Eppure, la traiettoria che aveva condotto Novak Djokovic sul tetto del mondo era diversa da quella dei suoi omologhi. Nel 2010, quand’era ancora un tennista di medio calibro che non era riuscito ad esprimere il suo potenziale, aveva scoperto di essere affetto da celiachia dopo essersi affidato alle cure del dottor Igor Cetojevic, uno “specialista in medicina energetica” che gli aveva diagnosticato l’intolleranza al glutine applicando una fetta di pane bianco sui muscoli delle sue braccia. Successivamente, dopo avere ingaggiato come allenatori due fuoriclasse come Boris Becker e Andre Agassi, allo staff di Djokovic era stato aggregato anche Pepe Imaz, ex tennista spagnolo diventato a fine carriera “guida spirituale”: sarebbe stato lui ad inserire nei piani di allenamento di Djokovic pratiche quali la meditazione e gli abbracci di gruppo, che saranno poi oggetto di scherno da parte dei mass media. In quel 2017 che fu l’anno più difficile della sua carriera, poi, il campione serbo si incaponì a curare un problema al gomito seguendo la filosofia di Imaz, salvo poi sottoporsi ad intervento chirurgico nel febbraio dell’anno successivo . Avendo vissuto tutto ciò come una disfatta sul piano personale, dopo l’operazione Djokovic pianse per tre giorni consecutivi. In seguito, nonostante il ritorno dello slovacco Marian Vajda a capo del suo staff tecnico ed il conseguente allontanamento di Imaz (secondo il prosaico Vajda, “il tennis non è una questione di filosofia”), Djokovic avrebbe ancora fatto parlare di sé per le sue “bizzarre” credenze, fra una visita al sito “magico” dela “Piramide del Sole” in Bosnia ed un confronto pubblico con il guru dell’alimentazione Chervin Jafarieh sul potenziale curativo della meditazione. Se all’inizio queste prese di posizione erano state derubricate ad innocue convinzioni “new age” da miliardario stravagante, quando scattò l’operazione “Djokovic Nemico della Scienza” furono sbattute come mostruosità su tutte le prime pagine, producendo articoli di puro dileggio come, volendo pescare due aghi in un pagliaio, “È ancora possibile per una persona normale tifare per Novak Djokovic?”  oppure “Cose più improbabili dei vaccini anti-covid in cui Novak Djokovic crede fermamente”, pezzo nel quale il serbo viene presentato come un pazzoide che dialoga con le ciotole di riso e celebra le sue vittorie arrampicandosi sugli alberi.

In verità, Novak Djokovic si è sempre definito un cristiano ortodosso, membro di quella Chiesa Ortodossa Serba che lo insignì nel 2011 dell’Ordine di San Sava, prestigiosa onorificenza che rappresentò, a detta sua, il premio più importante che avesse mai ricevuto. Negli anni il campione serbo si è prodotto in diverse dichiarazioni di tenore “panslavista” e “panortodosso”, ricevendo un riconoscimento in tal senso anche dalla Chiesa Ortodossa Russa. Numerose sono state le sue iniziative di beneficenza, sia in ambito laico che religioso, come l’apertura di un ristorante gratuito per senzatetto (“Il denaro non è un problema per me. Ho guadagnato abbastanza per dar da mangiare a tutta la Serbia. Penso che la gente lo meriti per il sostegno che mi ha dato.” disse allora) o l’acquisto di un locale a Nizza per far sì che la locale comunità serba potesse avere il suo luogo di culto. In occasione della sua detenzione australiana, mentre il suo caso diventava in patria testimonianza della “diversità serba” e dell’ostilità dell’Occidente contro Belgrado, strascico dei bombardamenti del 1999, il Patriarca di Serbia Porfiria aveva invitato i fedeli a pregare per lui, innalzando Djokovic sullo scomodo piedistallo di eroe nazionale. Il “nazionalismo serbo” di Novak Djokovic è sempre stato in realtà piuttosto tiepido, limitandosi a qualche dichiarazione a favore della permanenza del Kosovo nella Serbia, mentre allenatori provenienti dall’odiata Croazia entravano con disinvoltura a far parte del suo staff, ma il tribunale mediatico che lo ha processato ne ha fatto un ulteriore capo di imputazione.

Nel suo trionfale ritorno in Australia, dopo aver vinto il torneo di Adelaide, si può ben dire che Djokovic avesse vinto pure il più prestigioso Open di Melbourne prima ancora di scendere in campo, ed a sostegno di questa tesi basterebbe citare lo stravolgimento delle “regole anti-covid” che ne avevano impedito la partecipazione l’anno precedente: nell’edizione 2023 del torneo, infatti, è stato possibile scendere in campo anche se “positivi” purché ci si sentisse in forma, senza alcun obbligo di tamponamento né prima né dopo le gare. Il cammino del serbo nella competizione è stato caratterizzato dalle vittorie schiaccianti e dalle polemiche pretestuose: oggetto degli strali velenosi del sistema massmediatico è stato pure il suo problema alla coscia, descritto come un espediente tattico per fare un po’ di chiagniefottismo. Nel match del secondo turno contro il francese Couacaud, nel quale Djokovic ha ceduto un set all’avversario, l’attenzione si è concentrata su una borraccia con bigliettino annesso pervenutagli dagli uomini del suo staff: tanto è bastato per accusarlo di essere un imbroglione ed invocarne la squalifica. Nell’incontro dei quarti di finale contro il russo Rublev, protagonista dell’incidente che ha stuzzicato le perniciose attenzioni della canea mediatica è stato invece il padre di Novak, Srdjan, beccato a festeggiare assieme ai russi nei dintorni della Rod Laver Arena, trovandosi immortalato in una foto in cui a pochi centimetri dal suo volto sventolava una bandiera con l’immagine di Putin. Si è scatenata subito una (prevedibile) gazzarra, culminata nelle dichiarazioni della tennista ucraina Marta Kostyuk, la quale, dicendosi “turbata”, ha sentenziato che nessuno ha il diritto di sventolare le bandiere russe. C’è mancato poco che Srdjan Djokovic fosse espulso dall’Australia; ad ogni modo, per evitare altri “incidenti diplomatici”, ha deciso di non presenziare agli ultimi due incontri. Nel primo di questi, la semifinale contro l’americano Tommy Paul, massacrato per tre set a zero, in tribuna c’era anche il Grande Vaccinatore in persona, quel Bill Gates che era giunto in Australia a bordo del suo jet da settanta milioni di dollari per mettere in guardia il mondo sui pericoli del cambiamento climatico e per avvertire gli australiani che il loro paese deve prepararsi per la prossima pandemia, che sarà assai più brutale del Covid. Guardare Djokovic che prende a pallate il suo avversario americano deve avergli fatto lo stesso effetto che fecero a Hitler le vittorie di Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936. La finale contro il greco Tsitsipas è stata poco più di una formalità, al termine della quale Djokovic ha potuto celebrare la sua decima vittoria all’Open d’Australia (su dieci finali disputate: uno dei tanti imbattibili record) nonché la sua ventiduesima in un torneo del “Grande Slam”, riprendendosi pure, a quasi trentasei anni, il primo posto nel ranking ATP. Lorsignori se ne facciano una ragione: il Nemico Pubblico è il numero uno.

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martedì 17 gennaio 2023

Run Tarrant run! La storia del fondista fuorilegge che correva per la libertà - Gianluca Cicinelli

 

John Tarrant entrava in corsa di nascosto. E vinceva. Correva più di tutti, ogni falcata era un calcio al potere, dato da un uomo libero e controcorrente, che non piaceva al sistema. Adesso tu immagina che sei stato pugile professionista per pochi mesi quando avevi 18 anni. E hai guadagnato ben 17 sterline del 1950. A causa di questo tuo guadagno tu, che sei uno dei più forti fondisti britannici di tutti i tempi, vieni bandito a vita da tutte le competizioni di atletica. Ma continui a correre. Per la corsa, per te, per un mondo più civile, perchè capisci subito che le regole di quel mondo sono sbagliate e quelle dell’atletica sarebbero anche il male minore.

Morì esattamente 48 anni fa, il 18 gennaio del 1975 John Tarrant, “The Ghost runner”, il corridore fantasma, come era soprannominato dai tifosi per alimentare la sua leggenda, morì a 42 anni per un cancro allo stomaco. Una gloria inglese poco celebrata, che soltanto nel 2019 ha vinto, finalmente, un premio ufficiale. Una statua eretta in suo onore nella cittadina di Hereford dove aveva concluso i suoi giorni, voluta dagli atleti che il fratello di Tarrant, un altro ottimo fondista, aveva allenato gratuitamente, perchè buon sangue non mente, centinaia di atleti durante tutta la sua vita.

Da vivo per Tarrant una statua era soltanto un punto di riferimento tra un percorso e l’altro da compiere correndo più forte possibile. Isola di Man, 39 miglia, vincitore dal ’65 al 67. Londra-Brighton, 52 miglia, vincitore nel ’67. in 5 ore 41 minuti e 50 secondi. Maindy Stadium, 40 miglia, nel 66 vincitore con il record mondiale di 4 ore 3 minuti e 28 secondi. Walton on Thames, 100 miglia, vittoria e record mondiale sulla distanza in 12 ore 31 minuti e 10 secondi. Centinaia di gare vinte, Se Tarrant entrava in gioco potevi puntare soltanto al secondo posto.

E allora è arrivato il momento di vedere come ci entrava nel gioco Tarrant, perchè è questo il cuore della questione. Per esempio il lunedì di Pasqua del 1957 a Sheffield, dove sta per partire la mezza maratona. I commissari di gara lo aspettano. Sanno che lui ci proverà e hanno addirittura una foto per essere certi d’identificarlo. Ma anche la folla lo aspetta. E quando lo vede lo nasconde, travisato da un cappottone e un cappello a falde larghe. Si agitano, fanno rumore, creano un diversivo, c’è una finta rissa, e quando lo starter sta per dare il via si aprono due ali di folla di colpo e allo sparo John Tarrant, piomba come un’apparizione mistica in gara e parte, con gli altri atleti che si guardano sbigottiti.

La folla, il popolo, gli oppressi: questo era il pubblico di Tarrant. Working class, un’infanzia difficilissima, rinchiuso con il fratello alla Lamorbey Children’s Home nel Kent dal 40 al 47 perchè il padre era in guerra e la madre molto ammalata. Correre, per scappare da quello schifo, senza scordarsi per tutta la vita di chi soffre e subisce ingiustizie. Per vivere ha fatto l’assistente idraulico, il cavatore e il custode per la base dell’esercito di Hereford. Spesso rinunciava a dei lavori per avere più tempo per allenarsi.

La più bella corsa di Tarrant, anche se quella volta non vinse, fu la Comrades Marathon del Sud Africa del 1968, che collega Durban e Pietermaritzburg, la più antica ultramaratona del mondo, 55 miglia attraverso la provincia di KwaZulu-Natal. Sudafrica, apartheid, razzismo. Ai neri è vietato partecipare a gare ufficiali, ma c’è lì Tarrant, il bianco a cui per altri motivi è ugualmente vietato partecipare. E allora i fantasmi si uniscono. Fantasma con i fantasmi, li spinge a fare come lui, entrano in corsa tutti dopo la partenza e danno una lezione di antirazzismo e sport al mondo, nemmeno il governo razzista li ha potuti fermare. La correrà tre volte quella gara.

Finchè il 6 settembre 1970 ne corre una ancora più importante, la Gold Top Marathon, 50 miglia verso Durban, ufficialmente riservata soltanto agli atleti di colore. E lì in mezzo, nel gruppo, c’è un solo punto bianco, a cui tutti i concorrenti guardano con il rispetto della fratellanza: John Tarrant. Brutto, uno sgorbio caracollante dalla tipica falcata corta e frequente, una smorfia di sofferenza perenne sul volto. Ma è bianco, sta lì e sfida i razzisti. Vince ma non è quello il punto. Il punto è che non sono più fantasmi, sono comrades, compagni, per i quali ogni falcata è un calcio in culo al governo razzista sudafricano. Una volta sfondato il muro accade che nel 71 diverranno due i bianchi che partecipano alla Gold Top Marathon e poi continueranno a crescere negli anni successivi. Tarrant deciderà di andare a vivere per molti anni in Sudafrica.

Non è stato fortunato Tarrant nella sua vita e ha sofferto molto. Subì anche la beffa di essere reintegrato nelle gare ufficiali dopo una forte campagna di stampa, ma solo per le gare interne, e così non potè partecipare alle olimpiadi di Roma del 1960 per cui si preparava da una vita. Ve lo immaginate John Tarrant, il fantasma, che sfida Abebe Bikila, che corre a piedi nudi, per chi passa primo sotto l’arco di Costantino? I numeri a colori, i colori del mondo che la stupidità del potere vede solo in bianco e nero. “Dopo quel tipo di infanzia, ovviamente, sei arrabbiato e ribelle”, spiegò una volta il fratello Vic, che fu anche il suo allenatore, in una delle pochissime interviste rilasciate.

Il 23 ottobre 1971 la sua ultima gara, il capolavoro, per tutti la sua più grande impresa, già gravemente malato. Aveva 39 anni e con altri 11 corridori corse la Radox 100 Mile di Londra, sì sì, proprio 100 miglia, oltre 160 chilometri. Sta molto male. Nelle settimane precedenti aveva avuto molte emorragie e si svegliava sputando sangue. Al miglio 60 si ferma per qualche secondo. Non è più in grado di continuare pensano tutti. Tutti tranne lui. Che chiede al suo corpo di vivere l’epopea finale di una vita in cui solo tu credi in te stesso per superare le difficoltà. Riparte e arriva secondo. Ha le labbra blu, la bava che gli cola dalla bocca, taglia il traguardo e crolla sull’asfalto. Nessuno lo vedrà mai più in pubblico, fantasma e fuorilegge fino ai suoi ultimi giorni.

Ecco, magari domattina, quando ti metti le cuffiette in testa per fare la tua sgambatina anti cellulite pensa un momento a John Tarrant. Ma non farlo alzando gli occhi al cielo, perchè potrebbe approfittarne per affiancarti e superarti all’improvviso sulla strada. Perchè se pensi che uno così possa morire non hai capito proprio niente di questa storia.

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martedì 21 settembre 2021

"Sia a bordo ring sia sugli spalti si salutavano con il saluto romano. Amo l'Italia, non potevo lasciarlo vincere" - Maria Moroni

È campione italiano, lo è diventato in un match che è andato ben oltre il titolo dei superpiuma in palio. Hassan Nourdine, piemontese di Asti, ma nato in Marocco (a Tazzarine), sabato sera ha vissuto una serata che sarà impossibile dimenticare. Il suo rivale, Michele Broili, sul ring ha messo in mostra i suoi tatuaggi inneggianti al nazismo.

Al Palachiarbola di Trieste, Nourdine ha realizzato un sogno in un clima sconcertante. "Ero lì solo per fare boxe e, per tutta la serata, ho cercato di non distrarmi ed essere concentrato al match. Ma certo... Vedere i tatuaggi sul corpo di Broli inneggianti al nazismo mi ha dato disgusto. Oltretutto sia a bordo ring che sugli spalti si salutavano con il saluto romano. Per loro è normale, per me non lo è. Il clima è stato questo. Voglio chiarire che Broili con me è stato sempre molto cordiale, sia prima del match che dopo. Nell’intervista post incontro mi ha fatto i complimenti per la vittoria. A bordo ring c’era qualche mio amico oltre a mia moglie Fatima e mio figlio Anwar di un anno, il mio primo fan. In ogni modo, spero che i giovani non seguano questi ideali e sono in prima linea nel combatterli affinché si possa far capire la gravità”.


La riunione pugilistica è stata organizzata dalla Promo Boxe Italia di Mario Loreni e dall'Ardita Boxe in collaborazione con il comune di Trieste e la Lion Gym. Per Nourdine non è stato facile. Non poteva esserlo. "Non nego di esser stato un po' teso ieri sera prima di salire sul ring. Il match a prescindere è sempre un’incognita. La preparazione è stata impegnativa e durante l’incontro si vuole sempre fare bella figura. E la bellezza del pugilato è che a parlare sono i colpi sferrati. La tecnica, la tattica e la strategia hanno vinto su un fisico ben messo del mio avversario. Devo ringraziare il mio angolo: i tecnici Davide Greguoldo, l’ex campione Alessio Furlan e Giuseppe Morabito. Quando nella sesta ripresa Broili ha cercato di avanzare ho cambiato strategia: ho iniziato a fare cambi di direzione sferrando sempre i colpi. Dalla quinta ripresa sapevo di essere in vantaggio, ero molto sicuro di me dopo l'atterramento di Broili alla fine della terza ripresa. A quel punto ho cercato di tenere il vantaggio e ridurre al massimo il rischio". E vincere un match che valeva doppio.

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mercoledì 1 settembre 2021

Il salvataggio delle calciatrici di Herat e un enorme rimpianto - Stefano Liberti

 

Tutto comincia con un messaggio su Facebook. “Hi sir, we are in trouble. Can you help us?”. Il messaggio è di quelli impossibili da ignorare. Per il luogo da cui proviene: l’Afghanistan appena caduto nelle mani dei taliban. E per il mittente: Susan, la capitana del Bastan football club, la squadra di calcio femminile della città di Herat.

Avevo conosciuto lei e le sue compagne nel 2016, quando ero andato in Afghanistan insieme a Pamela Cioni del Cospe a vedere alcuni progetti sostenuti dalla ong di Firenze. All’epoca, mentre giravamo senza sosta incontrando mediche, avvocate, giornaliste, attiviste per i diritti umani, siamo incappati in questo gruppo di ragazze agguerritissime. Un pomeriggio, la referente locale del progetto ci ha chiesto se volevamo incontrare delle calciatrici. Ovviamente abbiamo subito risposto di sì.

Poche ore dopo sono arrivate in ufficio una decina di giovani tra i sedici e i vent’anni, accompagnate dall’allenatore, un signore di 45 anni dagli occhi azzurrissimi e lo sguardo altero, quasi scostante. Le ragazze hanno cominciato a parlare di calcio, della loro formazione, di quanto si sentissero forti quando erano in campo. Parlavano tutte insieme, spesso una sopra all’altra, sotto lo sguardo vigile e compiaciuto del mister taciturno. Sprizzavano un’allegria che non avevamo ancora mai visto nel paese. La chiacchierata era andata avanti a lungo, fino quasi all’ora di cena. Non volevamo separarci, un po’ perché dopo tanti racconti di morte e desolazione avevamo respirato una boccata di vitalità e di speranza, un po’ perché loro erano ansiose di raccontarsi, confrontarsi, aprirsi. Abbiamo quindi chiesto se potevamo assistere a un allenamento. Ci hanno dato appuntamento alle 5.30 del mattino successivo. “Ci alleniamo presto per non dare nell’occhio”, si sono giustificate ridendo di fronte al mio sopracciglio alzato.

 

Diritti precari
Il giorno dopo ci siamo ritrovati all’alba nel grande stadio cittadino, dove le ragazze si allenavano su un quadratino esterno al campo per non rovinare il tappeto d’erba destinato ai loro colleghi maschi. Erano vestite da cima a piedi: magliette lunghe, calzamaglie a coprire le gambe, velo sulla testa. “È un compromesso che dobbiamo fare per non urtare troppe sensibilità e poter giocare in pace”, mi hanno detto. Nonostante l’impaccio, correvano e saltavano, si passavano palloni, facevano flessioni. Il mister le incoraggiava, ma intanto mi parlava di una situazione disastrosa: la federazione non aveva i soldi per comprare gli scarpini. La loro attività era malvista da gran parte della società. Lui aveva ricevuto varie minacce, telefonate di sconosciuti che lo insultavano.

Ma aveva faticato così tanto per convincere i genitori delle ragazze a mandarle a giocare ed era così catturato dalla loro gioia che, nonostante i pericoli, era deciso ad andare avanti. Mi sembrava una storia talmente eroica che l’anno dopo, sempre con il sostegno del Cospe, sono tornato a Herat insieme a Mario Poeta per girare un documentario su di loro. Abbiamo così passato diversi giorni insieme e le abbiamo conosciute meglio. Nel frattempo erano cresciute. Avevano una palestra dove allenarsi. La squadra si era iscritta alla federazione nazionale e partecipava al campionato. Avevano pure giocato tre partite con il contingente italiano della base di Camp Arena. “Vincendole tutte e tre”, raccontavano con una certa fierezza.

Da quell’anno, ho mantenuto i contatti con alcune di loro, sempre via Facebook, dove compaiono con nomi farlocchi e figurine di fantasia, senza mostrare le loro attività di calciatrici. Avevano imparato a praticare questa tecnica di sopravvivenza nell’Afghanistan dei diritti precari: fare senza ostentare. Glielo avevano insegnato gli sguardi della gente in strada, i racconti dei genitori che avevano vissuto l’epoca dei taliban, in cui praticare lo sport era vietato perfino ai maschi, figuriamoci alle ragazze. Ogni tanto alcune di loro mandavano a me o a Mario un messaggio con i loro risultati e i loro sogni: volevano giocare tornei fuori del paese, partecipare a competizioni internazionali, condurre una vita normale.

 

L’evacuazione
Poi, pian piano, i nostri contatti si sono diradati, come spesso accade nella vita. Fino al pomeriggio del 14 agosto, quando da Messenger arriva la richiesta di aiuto della capitana. Dopo un primo sentimento di impotenza, insieme a Mario, Pamela e a tutto il team del Cospe pensiamo che bisogna trovare il modo per tirarle fuori di lì. E così prende forma un’operazione che coinvolge i piani alti del ministero della difesa e degli esteri, i carabinieri del Tuscania, vari responsabili politici – tra cui l’ex ct della nazionale di pallavolo Mauro Berruto, oggi nella segreteria nazionale del Partito democratico – e una fitta rete di attivisti in Italia e in Afghanistan. Grazie alla segnalazione della deputata Lia Quartapelle e all’interessamento attivo di alcuni generali, il caso del Bastan viene inserito tra quelli da seguire con particolare attenzione.

Ma l’operazione è tutt’altro che semplice: l’unica via di fuga è l’aeroporto di Kabul, 850 chilometri da Herat. Lo scalo locale è chiuso da quando la città è stata conquistata dai taliban: le calciatrici devono quindi sobbarcarsi un viaggio lungo e pericoloso, su una strada che nessuno sa quanto sia costellata di check point. Chiedo alla capitana un elenco delle ragazze che vogliono venire in Italia assumendosi il rischio di quel trasferimento complesso. Alla fine cinque calciatrici si dicono pronte a partire, insieme alle loro famiglie. Anche l’allenatore decide di provarci. La lista viene subito trasmessa ai ministeri della difesa e degli esteri.

L’operazione di trasferimento dall’Afghanistan è ancora agli inizi ma già si registra un’atmosfera da si salvi chi può. Kabul è caduta il giorno dopo Herat; le forze internazionali si sono trincerate dentro all’aeroporto. Nel caos totale, aumentano le richieste di espatrio di quanti hanno collaborato con il nostro contingente e con le varie ong che in questi vent’anni hanno operato in Afghanistan. I tempi si fanno stretti: i taliban annunciano che entro il 31 agosto le truppe straniere devono improrogabilmente lasciare il paese.

Susan continua a mandarmi messaggi in cui descrive la situazione: le ragazze sono tappate in casa, temono che i taliban vengano a cercarle. Un giorno mi invia un dispaccio d’agenzia in cui la capitana della squadra nazionale afgana, già riparata in Danimarca, invita tutte le sportive a “cancellare ogni traccia della propria attività”. “Bruciate i vostri vestiti, i vostri certificati, fate sparire tutto”. A quest’agenzia fa seguire pochi minuti dopo il video del falò che lei stessa ha appiccato nel cortile di casa, dando fuoco alle divise della squadra e ai vari certificati. Poi un emoticon con una faccina in lacrime e un breve quanto inequivocabile messaggio: “Vi prego, fate presto”. Poco dopo, dal ministero arriva l’ok sulla lista.

 

Due giorni di trepidazione
Da quel momento, cominciano due giorni di trepidazione, una corsa contro il tempo fatta di messaggi WhatsApp, di triangolazioni con i carabinieri del Tuscania, di consultazioni frenetiche per fare in modo che le ragazze raggiungano Kabul e riescano poi a entrare in aeroporto.

Il pomeriggio di lunedì 23 agosto il gruppo parte alla spicciolata da Herat su diversi autobus. Hanno ricevuto istruzioni di staccare i cellulari e non farsi sentire fino a quando non siano a Kabul. La mattina del giorno dopo cominciano ad arrivare i messaggi delle ragazze che sono giunte sane e salve. Sono in città, in diversi luoghi sicuri. Ma nel frattempo l’accesso all’aeroporto sta diventando sempre più complicato. I taliban dichiarano in conferenza stampa che non avrebbero più permesso agli afgani di abbandonare il paese e avrebbero bloccato l’accesso allo scalo. Gli diciamo di sbrigarsi e correre verso l’aeroporto. Salgono al volo su vari taxi per arrivare. Ma non conoscendo Kabul, finiscono nella parte sbagliata dello scalo. Nuovi messaggi, nuove posizioni mandate via WhatsApp, nuovi confronti su Google maps per capire dove siano. Finché non interviene Abdul.

Abdul è il nostro signor Wolf. Collaboratore del Cospe, anche lui è stato inserito sulle liste delle persone da far espatriare. È quindi andato insieme alla famiglia all’Abbey Gate, il luogo da dove devono entrare tutte le persone inserite nelle liste e in cui devono arrivare anche le nostre calciatrici. Da Google risulta che il nostro gruppo è a dieci chilometri di distanza. Diciamo ad Abdul di chiamarle. Lui le guida passo passo. Alla fine, alle dieci di sera di martedì 24 si trovano. Non tutte purtroppo: due delle cinque calciatrici nella lista non sono riuscite a passare i controlli dei taliban e sono costrette a rinunciare. Come loro, migliaia di altri sono rimasti intrappolati dietro i posti di blocco.

Insieme alle nostre calciatrici e ad Abdul ci sono una quarantina di persone: tutte inserite sulle liste del Cospe e di Road for equality, una ong che sostiene un gruppo di cicliste attive a Kabul. Tutti aspettano dei segnali per poter accedere all’aeroporto: molti hanno segni di riconoscimento concordati con i nostri militari. Ma le ore passano e nulla accade. L’operazione va per le lunghe. Nella notte si susseguono i messaggi: le ragazze, che già hanno alle spalle una notte di viaggio, sono esauste. Noi le rassicuriamo dicendo che al sorgere del giorno saranno portate dentro. Poi arriva l’alba e con essa le foto che ci mostrano chiaramente la situazione. Il gate è preceduto da un fossato pieno d’acqua, lo scarico di una fogna a cielo aperto. Un ponticello minuscolo permette di varcare il fossato.

Dietro si accalca una folla immensa. Le ragazze hanno come segno di riconoscimento una H scritta sulla mano a indicare Herat. Ma sono lontane dal gate, dietro a migliaia di persone che vogliono entrare. Lo stesso vale per il gruppo guidato da Abdul – di cui fanno parte una giornalista incinta all’ottavo mese e dodici bambini piccoli. La situazione è drammatica: la folla spinge. Alcune persone cadono. I bambini vengono portati via per non finire schiacciati. Le ragazze finiscono mani e piedi dentro il fossato. Alcuni del gruppo Cospe rinunciano e tornano a casa. Anche le tre calciatrici e l’allenatore cominciano a mostrare segni di sfinimento. Gli diciamo di resistere e cerchiamo di capire quando e come usciranno gli uomini del Tuscania a recuperare tutto il gruppo.

Mandiamo ancora posizioni. Abdul coordina sul terreno parlando direttamente con i militari all’interno. Ma passano altre ore e nulla accade. Cala di nuovo il buio. Nelle nostre chat incrociate si rincorrono messaggi di speranza e di scoramento. I carabinieri assicurano che appena possibile andranno. Le persone fuori aspettano. Le ragazze scrivono: “Aiuto! Sono più di venti ore che siamo qui fuori, insieme a migliaia di persone e dentro una fogna”. Credono che nessuno verrà mai a prenderle. Anch’io inizio a temere che la situazione sia troppo complessa e che i nostri militari avranno difficoltà a uscire. Aspettiamo in silenzio mentre a Kabul la notte avanza di nuovo. Poi arriva in chat la notizia che uno del Tuscania è fuori con una torcia rossa. Si riattivano i messaggi frenetici. Io dico alle ragazze di cercarlo e di stare insieme al resto del gruppo. Ma non lo vedono. Passano altri minuti. Trascorre un’ora di black out totale. Nessuna delle tre calciatrici risponde più ai messaggi WhatsApp. C’è un’atmosfera di ansia sospesa, un silenzio irreale in una chat che fino a poco prima trillava senza freni. Poi, del tutto inaspettato, il messaggio più bello: “Hi dear, we entered, we are together, we are soooo happy”. Sono le dieci di sera di mercoledì 25 agosto, le 19.30 in Italia. Dopo 48 ore di viaggio e 24 ore fuori dall’Abbey Gate, le tre ragazze, l’allenatore e le loro famiglie sono al sicuro.

 

Il segnale finale
Ma lo stesso non vale per l’altra parte del gruppo. I Tuscania non li hanno trovati e sono rientrati. Nonostante le ore in piedi e senza sonno, Abdul non si perde d’animo. Manda ancora la posizione, tiene alto il morale di tutti quelli che sono rimasti fuori. I carabinieri dicono che usciranno di nuovo alle 4 del mattino. Ma anche quella deadline viene bucata. La situazione si fa complessa: la gente è sempre più accalcata. La chat è un susseguirsi di messaggi. Abdul mantiene il sangue freddo. Il sole sorge di nuovo: il gruppo ha ormai passato due notti intere fuori del gate. Segue nuovo scambio di massaggi e di posizioni. L’operazione viene di nuovo annunciata. Nessuno dice nulla per non creare altre false speranze. Poi, all’improvviso, tutto si sblocca: alle ore 8.30 del mattino, le 6 in Italia, di giovedì 26 agosto il resto del gruppo riesce a entrare all’interno dell’Abbey Gate. Si ritrovano con le tre calciatrici e l’allenatore, entrati ore prima. Sono tutti sfiniti ma felici. Si stendono per riposarsi.

Sembra l’atteso lieto fine, ma in chat arriva un altro messaggio: la giornalista incinta non è riuscita a entrare. È fuori, insieme ai figli e al marito. Scrive che è rimasta bloccata nel canale, non ha fatto in tempo a risalire. Riparte la ricerca. Abdul stesso esce di nuovo insieme ai militari, ma non la vedono. C’è ancora troppa ressa. Rientrano. Il tempo passa. Si cerca un modo per uscire di nuovo mentre la ragazza manda segnali sempre più disperati. Finché non succede l’irreparabile: un attentatore suicida si fa esplodere proprio all’Abbey Gate, a pochi metri di distanza dalla giornalista. Lei è miracolosamente illesa, così come i figli e il marito, ma descrive scene strazianti, con cadaveri ovunque e il canale di scolo diventato rosso sangue. È il segnale finale: l’operazione si chiude. Tutti sappiamo che nessuno uscirà più dall’Abbey Gate. La tragedia dell’attacco suicida, che tutti temevamo fin dall’inizio e che era stata annunciata come probabile da vari servizi d’intelligence, fa calare sullo scalo di Kabul un velo di morte e di tristezza

Le tre calciatrici e l’allenatore non sanno nulla. Al momento dell’attentato sono già a bordo di un C-130 dell’aeronautica militare. Venerdì all’una e mezza di notte mi mandano un messaggio da Fiumicino: “Siamo in Italia. Grazie per tutto quello che avete fatto”. E subito dopo un altro: “Speriamo riuscirete a salvare anche quelle che non ce l’hanno fatta”.

Questo l’enorme rimpianto: che non tutti ce l’abbiano fatta. Grazie all’impeccabile lavoro dei carabinieri del Tuscania, al coordinamento tra ministero degli esteri e della difesa, alla rete che si è creata e che ha seguito passo passo l’operazione, grazie soprattutto al loro incredibile coraggio e determinazione, le calciatrici e buona parte del gruppo sono oggi in salvo in Italia. Ma in fondo rimane viva l’amarezza di una missione non del tutto compiuta e la preoccupazione per quello che potrebbe succedere a quelle che sono rimaste indietro.

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martedì 17 agosto 2021

Jesse Owens e l'amico ritrovato - Gino Cervi

  

Mio caro Hans, ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera.

Mi aiuterebbe in un certo senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico, che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco.

Da Fred Uhlman, L’amico ritrovato (1971)

 

Gela, Sicilia, 13 luglio 1943

 

Jesse, amico mio, 

qui intorno a me sembra non esserci altro che sabbia, polvere e sangue. 

Ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino. Non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo e lui non avrà nulla da ricordare di suo padre. 

Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. 

Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita – perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire – ti prego di andare un giorno a casa mia, ad Amburgo. Cerca di mio figlio e raccontagli di me, di chi sono stato. E raccontagli della nostra amicizia più forte della guerra. 

Il tuo amico Luz

 

Trovai la lettera nella cassetta della posta molti anni dopo. Era una mattina di settembre, la fine dell’estate del ’45. La lettera era datata 13 luglio 1943. Arrivava a Cleveland, dopo due anni di non so quale giro del mondo, da un posto che non sapevo neppure esistesse, Gela, Sicilia, Italia. 

Mi sedetti sul gradino della soglia di casa, l’aprii. Era il mio amico Luz. E capii subito quello che c’era da capire. Quel posto, la Sicilia, l’Italia, erano lontani migliaia e migliaia di chilometri da casa mia, dall’altra parte dell’Oceano. Sapevo cosa era successo laggiù. La guerra. La guerra mondiale. Sapevo che ci aveva combattuto la US Army. Era sbarcata in Sicilia dall’Africa. Molti soldati afroamericani come me erano passati dalla terra dei nostri padri per andare a uccidere e a morire per una guerra lontana. L’Italia, gli italiani. Amici o nemici, in quell’estate del 1943 ancora non si capiva. I tedeschi, sì, lo sapevamo. Loro erano i nemici. Hitler, i nazisti: erano loro ad aver scatenato l’inferno. 

 

Luz, il mio amico Luz. Anche lui era tedesco, e a me era sempre parso impossibile pensarlo come un nemico, uno da distruggere, il male del mondo. Eppure lui era lì, sul fronte siciliano, sergente maggiore di fanteria della divisione Hermann Göring, a combattere contro gli Alleati, contro i miei fratelli neri che avevano attraversato prima l’Oceano Atlantico e poi, dall’Africa, dalla nostra Africa, quel breve pezzo di Mediterraneo per combattere nella polvere, nella sabbia. Forse proprio uno di loro aveva sparato al mio amico Luz.

Doveva essere successo qualche giorno dopo che aveva spedito quella lettera. Molti anni dopo ad Amburgo, me lo raccontò Aki, il figlio di Luz. Alla fine ero riuscito ad andarlo a trovare, a mantenere la promessa. La promessa che avevo fatto al mio amico Luz, lì, seduto sul gradino di casa, con la lettera tra le mani. “Contaci, Luz. Lo farò. Non so né quando né come, ma lo farò”.

 

Arrivai ad Amburgo alla fine dell’estate del 1951. Erano passati anni, ma alla fine ce l’avevo fatta. Era la mia promessa a Luz. Non erano stati anni facili. Non lo furono mai per me. Vent’anni prima ero “Lampo d’ebano”, l’uomo più veloce del mondo. Ma quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi non erano bastate per fare di me un cittadino americano con gli stessi diritti dei bianchi. Immaginatevi allora tutti gli afroamericani come me che di quelle medaglie non avevano neppure il nastro.
Finiva sempre così. Noi neri vincevamo sulle piste di atletica, ma in America continuavamo ad arrivare ultimi nella vita di tutti i giorni. Quando tornai da Berlino, la Federazione di atletica mi cacciò. Avevo accettato di firmare un contratto di pubblicità per indossare delle scarpe da corsa. Me lo fece firmare un tedesco, un certo Adi Dassler,  uno che poi fece con quel marchio a tre bande una fortuna milionaria. Beato lui. A me quel contratto, e quei pochi soldi che mi portai a casa, mi costarono la fine della mia carriera di atleta. La Federazione mi squalificò. Mi accusavano di avevo infranto le regole del dilettantismo, quelle che dicevano che lo sport non doveva essere un mestiere. Ma io avevo bisogno di soldi per vivere.

 

Avevo vinto quattro medaglie alle Olimpiadi, al ritorno mi avevano festeggiato per le strade di New York come se fossi il nuovo presidente d’America, con la banda che suonava a piene note e con una fitta neve di coriandoli di carta che scendeva tra i grattacieli. Poi era tutto finito. Roosevelt, il presidente, non aveva avuto neanche il tempo di stringermi la mano. E io mi ritrovai a dover inventarmi un altro modo di sbarcare il lunario. Correre e saltare: quello era il mio mestiere, altro che sport. 

Diventai un professionista, ma era come lavorare al circo. Mi facevano correre per tutta l’America, ma erano meeting che assomigliavano più a fiere che a incontri sportivi: dovevo correre contro gente che partiva 20, 30 metri davanti a me, e che io superavo regolarmente prima di tagliare il traguardo. C’era pure chi ci scommetteva sopra. E qualche volta fui pure obbligato a correre più piano per far vincere chi era più conveniente che vincesse. Altre volte mi fecero gareggiare contro levrieri, contro cavalli – ma quelli li battevo sempre forse perché si spaventavano sempre allo sparo dello starter ... – e anche contro delle motociclette. Insomma, ero diventato un fenomeno da baraccone. Ed era una vita grama. Ma mi toccava farlo. Dovevo tirar su le mie due figlie, Marlene e Beverly. Erano nate poco prima di Aki, il figlio di Luz.

 

Luz aveva continuato a scrivermi dopo Berlino, alle Olimpiadi del 1936. Era lì che lo avevo conosciuto, sulla pedana del salto in lungo. Carl Ludwig Long era bellissimo. Alto, biondo, sorridente. Era il campione di Germania, e i tedeschi si aspettavano grandi cose da lui in quella gara di salto per via di tutte quelle storie sulla superiorità della razza ariana. 

Il giorno prima, era il 3 agosto, io, Jesse Owens, afroamericano dell’Ohio, con la canottiera degli Stati Uniti d’America addosso, avevo vinto la finale dei 100 m. Ai nazisti non andava a genio che noi afroamericani vincessimo tutte quelle medaglie, soprattutto nelle corse e nei salti. Per l’atletica leggera, il gigantesco Olympiastadion, che per l’occasione Hitler aveva fatto costruire a tempo di record, era affollato fino all’inverosimile. Per il Führer noi eravamo solamente, sprezzantemente «gli ausiliari negri americani». I nazisti pensavano che fosse una vera vergogna che gli americani acconsentissero che «tutti quei negri vincessero quelle medaglie per conto loro».  

 

La mattina del 4 agosto mi trovai sulla pedana del salto in lungo, per le prove di qualificazione della finale, in programma nel pomeriggio. Ho sempre fatto fatica a gareggiare di mattina. Non avevo realizzato che la gara fosse iniziata: presi la rincorsa come per fare un ultimo salto di riscaldamento e feci un nullo. Un giudice capì che ero in confusione, si avvicinò e mi spiegò che quella era la prima delle tre prove che avevo a disposizione per superare i 7,15, la misura minima richiesta, e qualificarmi per la finale. Non sarebbe dovuto essere un gran problema: l’anno prima avevo saltato 8,13, il primato del mondo. Però quel primo nullo m’innervosì. Mentre tornavo a testa bassa verso l’area di attesa, vidi un tedesco biondo prendere la rincorsa, correre come un fulmine, battere sulla riga, alzarsi in volo e atterrare nella vasca di sabbia. Oltre 7 metri e mezzo. Era Luz Long e ce l’aveva fatta al primo colpo. 

Io ero sempre più nervoso. Toccò di nuovo a me. Presi la rincorsa con più rabbia, ma arrivai ancora lungo: il piede superò la striscia di gesso e con la coda dell’occhio vidi il giudice alzare la bandierina rossa. Altro nullo. Non mi restava che una prova.

 

Con stizza gettai per terra la manciata di sabbia che stringevo nel pugno. Fu allora che vidi Luz venirmi incontro. Mi sorrideva. Si avvicinò e mi prese sotto braccio. Mi parlò in un inglese corretto. 

«Prendi mezzo metro di rincorsa in più, e anticipa la battuta. Guarda. Devi staccare qui.» 

E appoggiò una maglietta nel punto a fianco della pedana dove avrei dovuto staccare il piede di battuta. Lo guardai. Sorrisi anch’io, più che altro per sciogliere la tensione. Fissai il punto di battuta che mi aveva indicato. E tornai in fondo alla pista. Feci un mezzo passo indietro, abbassai il tronco, e partii. Corsa, progressione, accorciare la falcata, stacco, volo, sabbia. Salto valido. 7 metri e 80 centimetri. Ero in finale. Mi rialzai e corsi incontro a Luz. Se ce l’avevo fatta, credo, era per merito suo. Glielo dissi. Mi strinse la mano e ci sorridemmo.

 

Al pomeriggio, prima della finale, corsi e vinsi il quarto di finale dei 200 m. Arrivai alla pedana dei salti pochi minuti dopo. Oltre a me e a Luz, c’erano altri due atleti che fecero misure abbondantemente superiori ai 7 metri e mezzo. C’era un forte vento a favore. La gara si fece subito emozionante. Il pubblico dell’Olympiastadion ne seguiva appassionato lo svolgimento, facendo il tifo per Luz. Ero un po’ stanco per la corsa sui 200, ma, anche grazie ai consigli di Luz nelle qualificazioni, quella pedana non aveva più segreti per me. Balzai in testa fin dalla prima serie di salti: dietro al mio 7,74 c’erano il giapponese Tajima, Luz e l’italiano Maffei. Al secondo salto migliorai di dieci centimetri, ma Luz saltò anche lui a 7,74. Al terzo e al quarto giro, la tensione, o forse la stanchezza, mi combinarono un brutto scherzo e infilai due nulli di fila. Luz intanto non mollava: prima arrivò a 7.81, a soli tre centimetri dal mio primo posto, e, poi al penultimo salto, il quinto, addirittura mi superò con uno straordinario 7,87 m, suo primato personale. L’Olympiastadion era in delirio. Erano eccitati per quella fantastica gara a colpi di centimetri. Quando mi preparai per il mio salto, non sentii l’ostilità del pubblico tedesco, ma soltanto la grande, emozionata tensione di quelle decine di migliaia di spettatori.

 

Presi la rincorsa, saltai e toccai terra a 7,94: ero ancora primo. Ormai la vittoria era una questione tra me e Luz. Nell’ultimo salto Luz tentò il tutto per tutto: doveva andare ben oltre i suoi limiti e ci provò forzando la rincorsa e cercando di rubare anche l’ultimo millimetro al punto di battuta. Ma non bastò. Il giudice alzò la bandierina del nullo. Luz si rialzò dalla sabbia, salutò il pubblico con le mani e tornò al suo posto. A quel punto ero certo della mia vittoria: però volevo onorare quella finale e cercai col mio ultimo salto di migliorare ancora. Avrei voluto regalare il record del mondo a quel pubblico, e soprattutto a Luz. Partii deciso, staccai di mezzo piede prima della linea di gesso, volai sulla sabbia e sullo stadio e atterrai: 8,06. Sette centimetri in meno del record del mondo. Non ce l’avevo fatta. Ce l’avevo fatta invece a conquistare la stima e la simpatia dei tedeschi dell’Olympiastadion, che si alzarono in piedi ad applaudire. E applaudirono ancora di più quando videro Luz corrermi incontro e abbracciarmi. Molti fotografi intorno scattarono delle foto. Ci chiesero di metterci in posa. Ricordo che quella più bella ci ritrae sdraiati a terra, uno vicino all’altro, con le facce sorridenti. L’amicizia e il sorriso di Luz erano più splendenti della medaglia d’oro.

 

Non credo che tutto questo facesse piacere a Hitler e ai suoi gerarchi. Ma sta di fatto che le cose andarono davvero così quel giorno. Non è vero che Hitler si rifiutò di stringermi la mano nel corso della cerimonia di premiazione. Hitler non c’era e basta. Non so se avrebbe dovuto esserci e preferì andarsene, ma non mi interessa saperlo. Mi sarebbe invece più interessato sapere il perché il presidente Roosevelt nel 1936, dopo le mie quattro medaglie a Berlino, non venne a stringermi la mano.

 

Tutto questo lo raccontai ad Aki Long, il figlio di Luz. Era l’estate del 1951. In quegli anni avevo trovato da vivere facendo il preparatore atletico degli Harlem Globetrotters. Fu in occasione di una delle loro trasferte in Europa che arrivai in Germania. A Berlino mi avevano chiesto di tornare all’Olympiastadion e di correre ancora su quella pista. Accettai e mi sorpresi davvero quando vidi cinquantamila berlinesi che aspettavano quel momento. Poi riuscii finalmente a mantenere la mia promessa e andai ad Amburgo. Non fu semplice trovare lui, e sua madre. Mi trovai davanti un ragazzino di dieci anni. Aveva la stessa faccia di Luz, lo stesso sorriso. Passammo qualche ora insieme, a passeggiare lungo i canali della Fleet. La madre gli aveva raccontato di Luz e della nostra amicizia nata all’Olympiastadion, tanti anni prima, e poi continuata nelle lettere che ci mandavamo. Avevo portato con me l’ultima lettera di Luz. Aki mi disse di non ricordarsi nulla del padre: era troppo piccolo quando partì per il fronte. Ma mi disse di aver capito che cosa avevo voluto dire quando un giornalista, alla fine del mio giro di pista d’onore a Berlino, mi chiese quanto tenessi alle mie medaglie olimpiche. Risposi allora che le vere medaglie sono le amicizie: le medaglie col tempo si consumano, le amicizie no.  

 

James Cleveland Owens (Oakville 1913 – Tucson 1980) è stato uno dei più celebri atleti della storia delle Olimpiadi. Scoperto da un insegnante di ginnastica di Cleveland, che prese a chiamarlo Jesse, nomignolo derivato dalla pronuncia delle due iniziali del nome JC, Owens arrivò ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 già famoso. Il 25 maggio del 1935, nel corso di un meeting di atletica ad Ann Arbor, nel Michigan, stabilì sei nuovi primati del mondo nell’arco di soli 35 minuti: nelle 220 iarde, nelle 220 iarde a ostacoli – record che valevano anche per la misura inferiore dei 200 metri piani e ad ostacoli –, nelle 100 iarde e nel salto in lungo, dove ottenne una straordinaria misura, 8,13 metri, record che rimase imbattuto per ben venticinque anni, fino al 1960. Ma fu la conquista di quattro medaglie d’oro – 100 e 200 m, staffetta 4x100 e salto in lungo – a consacrarlo alla fama. I suoi successi assunsero un particolare significato: un atleta afroamericano vinceva al cospetto di Hitler e delle teorie naziste sulla purezza della razza ariana e dell’inferiorità di popoli come gli ebrei e i neri.

 

Carl Ludwig “Luz” Long (Lipsia 1913 – S. Pietro di Clarenza 1943) saltatore in lungo tedesco. Arrivò secondo alle Olimpiadi di Berlino, alle spalle del grande Jesse Owens. Proprio sulla pedana dell’Olympiastadion nacque l’amicizia tra i due. Chiamato alle armi alla fine del 1942 e inviato sul fronte italiano che in Sicilia doveva opporsi allo sbarco degli angloamericani, morì a seguito delle ferite riportate in una battaglia nei pressi di Gela. Luz Long è sepolto presso il cimitero di guerra di Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania.

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mercoledì 28 luglio 2021

povera Elena Mukhina

 

Il salto maledetto di Elena Mukhina - Giuseppe Ottomano

 

“Elena Mukhina sarà la prossima campionessa olimpica. Ha i nervi d’acciaio e la grazia di un’amazzone.”
(Nadia Comaneci, a margine dei Campionati Mondiali di Ginnastica di Strasburgo, Ottobre 1978)

 


Il salto Thomas è probabilmente la più spettacolare acrobazia nella disciplina ginnica del corpo libero, e consiste in una rotazione aerea di 540 gradi. In parole più povere, è un salto mortale e mezzo all’indietro. La sua denominazione trae origine dal ginnasta statunitense Kurt Thomas, che lo ha effettuato per la prima volta in una competizione ufficiale nel 1978, durante i campionati mondiali di Strasburgo.

E ancora oggi si può ammirare questo funambolismo durante le gare di ginnastica maschili, mentre da quelle femminili è stato bandito sin dai primi anni ottanta per la sua intrinseca pericolosità. Infatti, per le atlete donne, dotate naturalmente di una  maggiore flessibilità articolare, che rende i loro movimenti più plastici ed eleganti, ma prive della potenza muscolare necessaria, questo può trasformarsi in una trappola micidiale.

Proprio il salto Thomas doveva essere l’asso nella manica di Elena Mukhina per conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. E di una vittoria immortale Elena Mukhina, chiamata più amichevolmente Lena, aveva tutte le ragioni per sentirne il bisogno.

Sarebbe stata innanzitutto un’occasione di riscatto per un’esistenza che non era cominciata sotto il segno della fortuna. Nata a Mosca nel 1960, ad appena tre anni aveva smarrito ogni traccia del padre, che se ne era andato via di casa per formarsi una nuova famiglia. E, solo due anni dopo, aveva perso anche la madre, morta nell’incendio del proprio appartamento. Scampata quasi miracolosamente, la piccola Lena era stata cresciuta dalla nonna materna, Anna.

Costituzionalmente predisposta verso lo sport, durante i primi anni di scuola si impegna soprattutto nel pattinaggio su ghiaccio e nella ginnastica, entrambi popolarissimi tra le ragazze dell’Unione Sovietica (le giovani iscritte alla sola federazione nazionale di ginnastica erano 700mila negli anni settanta). Ma la vera svolta nella sua vita arriva nel 1972, quando una delle numerose cacciatrici di talenti sportivi, che battevano in lungo e in largo l’intero paese, si presenta alla sua scuola durante la lezione di educazione fisica.

 

La dodicenne Lena riesce a fare un’ottima impressione sulla selezionatrice, e viene immediatamente ingaggiata dalla Dinamo di Mosca. E, quando nel 1974 il suo istuttore, Alexander Eglit, si trasferisce alla CSKA di Mosca (la rappresentativa dell’Armata Rossa), la porta con sé, per affidarla poi ad uno dei più blasonati esperti di ginnastica artistica dell’URSS, Mikhail Klimenko, fratello del campione olimpico di Monaco 1972, Viktor.

Klimenko, che in anni recenti diventerà noto in Italia come il preparatore dell’olimpionico di Atene 2004 Igor Cassina, fino a quel momento aveva allenato solamente gli atleti delle squadre maschili. E, nonostante con la sensibilissima Lena adotti spesso delle maniere da caserma, crede con convinzione nelle sue capacità. Si dedica così alla sua carriera, mettendo da parte i ginnasti uomini. E, dopo averla sottoposta scientificamente a cicli di esercizi di circa otto ore quotidiane per sei giorni alla settimana, tanto che il circolo sportivo della CSKA diventerà di fatto la nuova casa di Lena, in meno di due anni la trasforma in un’atleta di livello nazionale.

Ma contemporaneamente ai progressi atletici, arrivano a grappolo anche i primi infortuni. Durante il proprio esercizio di corpo libero alle Spartachiadi del 1975 a Leningrado, Lena cade malamente di testa. Viene portata in ospedale, dove le radiografie rileveranno una piccola lesione alle vertebre cervicali. Però, nonostante le venga prescritta una lunga convalescenza, la sua attività sportiva non viene interrotta. E tutti i giorni riceve la visita di Klimenko, che dopo averle fatto togliere il collare ortopedico, la accompagna alla palestra dell’ospedale, per farla allenare fino a sera. Lena è incondizionatamente succube del carattere autoritario del proprio allenatore, e cerca di dare sempre il meglio di sé, anche in condizioni proibitive. Dolorante per l’incidente, non riesce a muovere completamente il collo, e le sue articolazioni sono indolenzite. Ma per non sentire il dolore, annusa dell’ammoniaca, e si ributta a capofitto negli esercizi.

Le Olimpiadi di Montreal 1976 si avvicinano. Ma nonostante quell’anno Elena Mukhina avesse conquistato il titolo sovietico juniores, non verrà selezionata nella squadra olimpica. Infatti, secondo i dirigenti di ginnastica, benché sedici anni non siano più un’età giovanissima per il suo sport, difetta ancora di mancanza di esperienza.

I suoi trionfi, comunque, sono appena rimandati. Nell’estate del 1977 debutta in campo internazionale al meeting di Parigi. E già  nell’agosto dello stesso anno, dopo essere entrata in gara come riserva, conquista tre titoli ai Campionati Europei di Praga: alle parallele asimmetriche, alla trave e al corpo libero. I giornalisti delle principali testate sportive del mondo si interessano a lei. I suoi enormi occhi e la sua corporatura minuta (è alta 152 cm per 41 kg)  la fanno assomigliare più a una bambina che ad una adolescente quale è. E per la sua timidezza e l’espressione malinconica, con cui accompagna le proprie prime esibizioni, gli stessi giornalisti la soprannominano “la ragazza dal viso ghiacciato“. Infatti, il suo volto si apre raramente ad un sorriso, e per ovviare a questo inconveniente, dovrà ricorrere all’ausilio di una insegnante di balletto per assumere una maggiore espressività artistica.

Il 1978 è il suo vero anno di grazia. Sbaraglia prima tutte le avversarie ai campionati nazionali. E durante i Campionati Mondiali di Clermont Ferrand oscura le stelle di Nadia Comaneci e della sua connazionale Nelli Kim, le reginette della ginnastica femminile di quel periodo. Malgrado un altro fastidioso infortunio, questa volta alla caviglia, con la sua plasticità, la sua grazia, e la spettacolarità dei suoi movimenti, conquista il pubblico e la giuria, aggiudicandosi sia il titolo assoluto, che quello nel corpo libero. Alla sua altra specialità delle parallele asimmetriche, invece, deve accontentarsi della medaglia d’argento. Ma, dietro l’ispirazione dell’omnipresente Klimenko, inventa una rotazione acrobatica, che sarà intitolata a suo nome.


Lena comincia a sognare le Olimpiadi di Mosca, per le quali viene data come favorita per la vittoria finale. Ma il 1979 le porta una battuta d’arresto. Infatti, dopo essere stata estromessa dal podio alle Spartachiadi di Mosca, subisce un infortunio più serio del solito durante una tournée autunnale in Gran Bretagna, fratturandosi la caviglia. Per questo, sarà costretta a rinunciare ai campionati del mondo di Forth Worth, negli Stati Uniti, in dicembre. I medici le consigliano di abbandonare lo sport. Ma il suo allenatore non vuole sentire nemmeno pronuciare la parola ritiro. Elena Mukhina è l’unica atleta della CSKA in grado di ambire ad una medaglia olimpica, e come tale, non la si può lasciare andar via. Così, si lascerà convincere a proseguire, e osserverà un severissimo programma di recupero per ritornare in forma prima delle olimpiadi del 1980.

Quando però arriva l’estate olimpica, non è ancora al massimo della condizione, e la frattura alla caviglia non si è ancora perfettamente cicatrizzata. I dirigenti sovietici di ginnastica sono indecisi se convocarla o lasciarla a casa. E Mikhail Klimenko si precipita a Mosca a perorare la sua causa.

Nel frattempo Lena continua ad allenarsi insieme alle altre ginnaste dello squadrone sovietico nel ritiro di Minsk. Il suo umore non è dei migliori, e, come confiderà nel 1990 al quotidiano Sovetsky Sport:

In quei giorni mi sentivo terribilmente stanca. Le interminabili sessioni di allenamento mi estenuavano, e non mi sentivo convinta di partecipare ai Giochi. Il mio allenatore però non tollerava incertezze. E per qualche attimo ho pensato che, se mi fossi infortunata, almeno, tutti quei sacrifici sarebbero finiti.

Ma esteriormente la sua volontà sembra inattaccabile. E il 3 luglio 1980, appena due settimane prima dell’inizio delle Olimpiadi, nel Palazzo dello Sport di Minsk, senza pubblico, senza giornalisti e senza fotografi, come prevedeva il rigido protocollo delle sessioni di allenamento in Unione Sovietica, prova l’esecuzione del Salto Thomas.

 

 

Ma la sua caviglia, non ancora ristabilita, non le permette di staccare con la dinamicità necessaria ad un salto mortale e mezzo all’indietro. La rotazione del corpo a 540 gradi non si completa, e Lena cade rovinosamente con il mento sul tappeto della pedana. Un medico presente interviene immediatamente, e le misura la pressione del sangue. Ma la lancetta dello sfigmomanometro rimane inchiodata sullo zero.

Anni dopo Lena Mukhina ricorderà che prima di perdere conoscenza, aveva sentito un dolore terribile:

Avrei voluto alzarmi e passarmi una mano sulla testa, ma non riuscivo. Avrei voluto gridare, ma non avevo più voce. In quel momento ho pensato che fosse la fine.

Viene portata d’urgenza in ospedale, prima a Minsk e poi all’ospedale militare di Mosca. Ma è il mese di luglio, e tutti i chirurghi sono in ferie. E soltanto tre giorni dopo potrà essere eseguita l’operazione che le salverà la vita. La diagnosi, però, è peggio di una sentenza: frattura del rachide cervicale, ovvero la paralisi dal collo in giù.

Come anche in altre occasioni, lo sclerotico sistema sovietico non fornisce nessuna notizia del suo incidente. Ma in occidente trapela ugualmente qualche confusa informazione. La televisione danese riporta la morte di Elena Mukhina in seguito ad una caduta dalle parallele asimmetriche. E il perseverante silenzio della stampa d’oltrecortina sembra accreditare questa ipotesi, finché, intervistato da una televisione statunitense, il 20 luglio 1980 l’allenatore della squadra sovietica di ginnastica, Yuri Titov, plurimedagliato di Melbourne 1956 e Roma 1960, provvede alla smentita:

Anche se quest’incidente non le permetterà di partecipare alle Olimpiadi,  Elena Mukhina si riprenderà di certo in breve tempo. Proprio questa mattina l’ho chiamata per telefono all’ospedale, e lei mi ha detto di mandare i suoi auguri alle compagne di squadra. Tutte le indiscrezioni di stampa sulla gravità del suo infortunio non sono per niente vere. Infatti lei è viva, e in questi giorni guarda spesso i programmi di sport alla televisione.

Le dichiarazioni di Titov inaugurano una lunga sequenza di bugie e mezze verità sullo stato di salute di Lena, che si trascineranno per un paio d’anni ancora. In realtà Lena non puo parlare al telefono, dato che soltanto un anno dopo recupererà l’uso della parola. E mentre nell’aprile 1981 l’agenzia Tass riferisce di una sua “ripresa quasi miracolosa“, solo un mese dopo, a maggio, il nuovo allenatore della squadra femminile sovietica di ginnastica, Amad Shahijasov, messo alle strette da un giornalista di El Mundo Deportivo, si lascia scappare che l’ex campionessa “è relegata su una sedia a rotelle“.

 Ma neppure la “gaffe” del tecnico (sempre che dire la verità si possa definire una ”gaffe“) riesce a fermare i comunicati sibillini della Tass, che nel luglio 1981, riporta:

Dopo tre mesi di convalescenza in un sanatorio in Crimea, Elena Mukhina, le cui condizioni sono notevolmente migliorate, è ritornata a Mosca, dove sta frequentando l’Istituto Superiore di Educazione Fisica.

Probabilmente gli organi di stampa sovietici avrebbero potuto andare avanti con questo tragico gioco a nascondino fino all’arrivo della Perestrojka, se non fosse stato per il presidente del Cio, Juan Antonio Samaranch, che aveva espresso il desiderio di fare visita ad Elena Mukhina, per consegnarle la medaglia d’argento al merito olimpico. E il 20 dicembre 1982, in presenza di una piccola troupe di giornalisti e fotografi, il velo di omertà sulle sue condizioni viene drammaticamente squarciato. Lena è faticosamente seduta su una sedia a rotelle, ed il suo corpo è completamente immobile, fatta eccezione per un debole soffio di vita che passa ancora attraverso i suoi gomiti. La forzata permanenza a letto la ha fatta crescere innaturalmente di sette centimetri, ed anche il suo viso non dimostra più che una pallida somiglianza con quello della graziosissima campionessa di ginnastica di soli due anni prima.

Ma Lena non si perde d’animo. E continua a sperare di recuperare almeno una parte delle proprie funzioni. Dopo essere riuscita a laurearsi in Educazione Fisica, grazie ad un impegno sovrumano ed all’aiuto degli insegnanti, venuti a darle lezioni a domicilio, a metà degli anni ottanta si affida alle cure di Valentin Dikul, un ex artista circense, diventato poi fisioterapista di discussa fama mondiale. Il sistema Dikul si basava su un lungo ciclo di allenamenti con l’appoggio di pesi sugli sparuti muscoli ancora funzionanti, e una riattivazione graduale di quelli inattivi, mediante una stimolazione continua.

Lena coltiva una grande speranza in questa nuova terapia. Ma pochi anni dopo sarà costretta ad interromperla, in quanto si rivelerà gravemente dannosa nei confronti dei suoi reni. Eppure, nemmeno questa sconfitta le farà perdere la voglia di vivere. E durante i ventisei anni di immobilità (è morta alla fine del 2006, per un attacco cardiaco, conseguente alla propria condizione di tetraplegica), dal proprio nuovo grande appartamento di Mosca, concessole dallo stato, probabilmente gravido di sensi di colpa per la sua situazione, riesce a continuare a vivere un’esistenza relativamente attiva.

Ancora accudita dalla affezionatissima e sempre più anziana nonna Anna, e negli ultimi anni anche dalla sua ex compagna di squadra, Elena Gurina, ha dettato articoli in veste di giornalista esperta di ginnastica; ha condotto, per quanto possibile, una vita sociale, ricevendo pochi, ma fedelissimi amici; si è occupata di parapsicologia, filosofia e astrologia. E poco prima di morire, si è avvicinata anche alla fede religiosa, forse aspettando sempre un miracolo che non sarebbe mai arrivato.

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lunedì 5 luglio 2021

Perché dovrebbero inginocchiarsi? - Francesco Giorgioni

 

La Federazione Italiana Giuoco Calcio e la nazionale, intesa come selezione, hanno assunto una posizione incomprensibile riguardo all’iniziativa antirazzista prima delle partite. “Ci inginocchiamo se si inginocchiano gli altri” è, semplicemente, una risposta demenziale, priva di logica.
Guardiamo però in faccia la realtà: perché i calciatori italiani dovrebbero inginocchiarsi, se non credono davvero in questa iniziativa antirazzista?
Perché li si dovrebbe costringere ad una messinscena ipocrita, se non sentono alcun trasporto verso quel monito?

Badate bene che io non li sto giustificando né criticando, io semplicemente guardo in faccia alla realtà.
I calciatori della nazionale sono lo specchio dell’Italia, in tutta la sua multiforme complessità.
Dell’Italia migliore, dell’Italia peggiore.
Un’Italia che, stando agli ultimi sondaggi politici, vede la somma di Lega e Fratelli d’Italia oltre il quaranta per cento del gradimento elettorale.
Un’Italia in cui troppa gente crede ancora che il razzismo sia nulla più che una strumentalizzazione, un’arma di propaganda della parte sinistra del nostro arco costituzionale.
I calciatori della nazionale sono ragazzi ventenni o trentenni cresciuti in questo clima culturale.
Per quanto ricchi e famosi, questi giovanotti non vivono in una bolla: sono figli del loro tempo. Si aggiunga il fatto che questa nazionale non ha neppure, tra i suoi convocati, un calciatore di colore.
Per un Claudio Marchisio che non perde occasione per scagliarsi contro ogni forma di discriminazione, tanti altri preferiscono non prendere posizione: il che è già, di per sé, una presa di posizione.
Ma il problema riguarda tutto l’ambiente del calcio, non solo i giocatori.
Due anni fa, nell’aprile del 2019, si giocò a Cagliari un Cagliari – Juventus investito da violente polemiche sulla questione degli ululati razzisti allo stadio. A denunciarli furono, in particolare, due calciatori di colore della Juventus, Moise Kean e Blaise Matuidi.
Il diciannovenne Kean segnò un gol e non trattenne un’esultanza provocatoria verso la curva da cui erano giunti gli ululati. La conclusione fu paradossale: furono lui e il suo compagno Matuidi a finire sul banco degli accusati, avendo osato sfidare l’intoccabile pubblico.
A rimproverare Kean fu, uno per tutti, Leonardo Bonucci, senatore della Juventus, lo stesso che nei giorni scorsi ha rappresentato la incomprensibile posizione della nazionale con spericolati equilibrismi dialettici: disse che Kean aveva sbagliato.
Il dibattito ebbe anche un acceso strascico su Sky, a fine partita, protagonisti il presidente del Cagliari Giuseppe Giulini e il commentatore Lele Adani.
Traggo dalla testata Il Post le dichiarazioni del presidente Giulini di quell’aprile 2019, perché le trovo molto significative di quale sia il grado di sensibilità del calcio verso il problema delle discriminazioni razziali. Significative anche nell’ordine dei concetti espressi:
“Evitiamo moralismi – ha esordito il numero uno del club sardo nello studio con Cattaneo i suoi ospiti -. Se quell’esultanza l’avesse fatta Bernardeschi la reazione del pubblico sarebbe stata la stessa”. Insomma, non c’entra il razzismo secondo Giulini: i tifosi avrebbero reagito a una provocazione del giocatore. “Kean ha sbagliato, come del resto hanno detto anche i giocatori della Juve (Bonucci nell’intervista flash a fine partita, ndr) – ha proseguito -. Colpe a metà? Sì, ma dopo l’esultanza. Prima la colpa è del giocatore. In ogni caso io ho sentito soprattutto fischi in realtà. Cori razzisti? Se ci sono stati vanno condannati ovviamente”.
Davvero ci potevamo aspettare una nazionale schierata apertamente contro il razzismo, cosciente del potente valore simbolico dei suoi gesti?
Ma, infine, avrebbe senso chiedere di inginocchiarsi a gente che non riconoscere alcun valore a quel gesto?

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