Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme
Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio
ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle
strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio
di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare
che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la
conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della
vita, compreso il trattamento psicologico.
Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono
ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno
psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno
causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della
mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano
esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in
qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è
sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo
di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che
stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede
quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede
quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le
ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?
Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive
un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita
dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento,
la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il
pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e
blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per
trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino
delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con
termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti
sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente
esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia
per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che
genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di
movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa
esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il
medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di
curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie
ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione
terapeutica.
Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della
sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È
anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza
storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla
prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è
quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di
aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò
che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di
contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si
sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura
collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i
nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il
dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di
tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità
professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano
presente in una macchina che funziona fino al collasso.
La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il
dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo
affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo
una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non
può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi
carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul
comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il
terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza
professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano
parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come
pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in
circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo
terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno
collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona.
Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà
professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un
linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che
vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà
persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico,
sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante
tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che
mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la
connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di
autoconservazione.
Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica:
un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto
un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza
in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme,
non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i
concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento,
neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le
risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la
nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di
violenza collettiva.
La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche
nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui
ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta
quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite.
Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma
possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi,
professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la
violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di
pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.
(Traduzione a cura di Maria Nadotti)
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