le responsabilità di un giornalismo
che ha contribuito alla legittimazione del genocidio palestinese.
«Hind Rajab,
6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate con cui
chiedeva aiuto».
Il titolo
che la BBC ha dedicato a una bambina palestinese, ormai tristemente nota,
uccisa dalle forze israeliane con più di 300 pallottole. Lo riprende Francesca
Albanese nel suo ultimo rapporto alle Nazioni Unite, Truth under the
rubble: Media in the time of genocide, dedicato al ruolo dei mezzi
d’informazione nel genocidio di Gaza.
Mi sono
subito fermata su quelle due parole, «trovata morta». Mi sembrano il perfetto
riassunto di una lezione di giornalismo contemporaneo che dovremmo studiare
nelle nostre università dal titolo: come usare la propaganda quando si scrive
un articolo. La bambina, per i pochi che non ricordano o non hanno visto il
film, aveva sei anni e chiedeva aiuto disperatamente al telefono e le IDF
l’hanno crivellata con una quantità di fuoco che poteva sterminare un
reggimento. Eppure, una volta arrivata sul tavolo di una redazione fra le più
autorevoli del mondo, improvvisamente per la sua morte non c’era alcun
responsabile.
«Trovata
morta». Sarà stata una fatalità? Magari una disgrazia sopraggiunta in
circostanze da chiarire? È impressionante quanto lavoro politico possa fare un
verbo, vero? I giornalisti sono maestri in questo. La vicenda di Hind è
soltanto uno degli esempi documentati da Albanese nelle ventinove pagine del
rapporto A/81/249. Un documento che considero di straordinaria importanza (non
che gli altri non lo fossero). Da oltre due anni assistiamo a discussioni
interminabili sull’opportunità di usare la parola «genocidio»,
sull’antisemitismo attribuito a chi critica Israele, addirittura
sull’affidabilità dei giornalisti palestinesi (sempre sospettati di essere in
combutta con Hamas), ma anche a dubbi (pallywoodiani) sulla liceità morale di
mostrare determinate fotografie e sulla loro veridicità. Nel frattempo gli
apparati informativi (pochi e in mano di pochissimi “magnati”, leggasi
oligarchi) di molte democrazie occidentali hanno contribuito a stabilire quali
fatti fossero “credibili” (non si sa bene in base a cosa), addirittura quali
testimonianze dovessero essere sottoposte a sospetto e quali dichiarazioni
governative potessero raggiungere milioni di persone perché “autorevoli”,
ritrovandoci pure un tizio che chiedeva “definisci bambino” in TV in prima
serata.
Albanese
affronta direttamente la questione della responsabilità dei media.
La relatrice
dà un nome a questo fenomeno, «mediacidio», e nelle conclusioni precisa che
cosa intende. Lo considero un termine importante perché consente di interrogare
anche la responsabilità di chi decide quali fatti potranno entrare nella conoscenza
pubblica.
«Le prove esaminate in questo
rapporto descrivono un fenomeno unitario e integrato che, sotto molti aspetti,
costituisce un mediacidio: la distruzione della funzione essenziale dei mezzi
d’informazione nell’ambiente informativo relativo ai territori palestinesi
occupati. Esso opera attraverso tre processi che si rafforzano reciprocamente:
a) l’eliminazione sistematica dei giornalisti palestinesi e dei loro mezzi di
documentazione; b) la diffusione e la normalizzazione dell’incitamento al genocidio
e del negazionismo da parte delle autorità israeliane e di settori dei media
israeliani; c) la riproduzione, da parte di influenti media occidentali e
piattaforme digitali, di narrazioni che occultano, giustificano o legittimano
crimini atroci, emarginando contemporaneamente le voci palestinesi, le prove e
il diritto internazionale».
(Francesca
Albanese, Truth under the rubble: Media in the time of genocide, A/81/249,
2026, § 90, p. 28)
Il
giornalista palestinese documenta un’uccisione, poi una redazione occidentale
decide con quali parole raccontarla e a quali testimonianze concedere
credibilità. Il fatto ha già attraversato migliaia di chilometri quando arriva
sul tavolo di chi prepara un titolo e può perdere, durante quel viaggio, la sua
informazione più importante. Di certo non sarà la sola scelta di una parola a
spiegare un genocidio. Tuttavia, se l’esercizio del giornalismo consiste anche
nel rendere le responsabilità conoscibili, mi chiedo quanto sia grave la
condotta di chi concorre a confonderle.
Anche il
metodo seguito da Albanese merita una precisazione. La relatrice ha lavorato su
fonti primarie e pubbliche, consultazioni con superstiti ed esperti e 89
contributi scritti; 62 riguardano i mezzi d’informazione in Europa, Nord
America e Australia. Delle dodici organizzazioni mediatiche interpellate per un
commento, soltanto tre hanno risposto. Il rapporto dichiara inoltre
l’impossibilità per Albanese di recarsi personalmente nei territori occupati.
Si tratta di un’indagine documentale costruita attraverso materiali di
provenienza differente, circostanza che rende particolarmente utile risalire
alle fonti richiamate in nota quando si discute un dato specifico. (Ibid., §
2, p. 3.)
La
complicità giornalistica in un genocidio deve essere esaminata come una
questione concreta. Quali sono le caratteristiche da stabilire? Le decisioni
editoriali con i loro rapporti di potere. Ad esempio, se il giornalista accetta
una dichiarazione militare senza controllarla, sta compiendo una scelta
professionale ben precisa, specie se la dichiarazione serve a giustificare un
bombardamento contro civili, sostenendo, per esempio, che sotto una scuola
bombardata c’era Hamas. Perché il punto, come tutti sappiamo, è che quando la
falsità della notizia viene accertata, la rettifica ottiene una visibilità
infinitamente inferiore alla notizia originaria, o quasi nulla. Parlare di
«errore» è molto, troppo comodo, può diventare un “modo” di informare.
Vediamo dunque
che cosa scrive Albanese. E soprattutto che cosa comporta.
1. Il
giornalista palestinese, un bersaglio da eliminare
Quasi trecento
giornalisti uccisi dalle forze israeliane dall’ottobre 2023, secondo i dati
raccolti nel rapporto. Oltre quattrocento feriti. Decine di uccisioni
che le fonti citate collegano direttamente all’attività giornalistica. Più di
cento operatori dell’informazione detenuti, alcuni sottoposti a torture, mentre
circa settecentodieci familiari di giornalisti sono stati uccisi. Facciamoci
una domanda: che cosa accadrebbe alla nostra percezione di una guerra se
sparissero progressivamente i fotografi, i corrispondenti e le persone che
possiedono le competenze necessarie per documentarla? A Gaza tutto ciò è
successo.
Albanese
scrive:
«Israele ha giustificato gli
attacchi contro i giornalisti presentandoli come combattenti. Secondo il
diritto internazionale umanitario, i giornalisti perdono la protezione
accordata ai civili soltanto attraverso la partecipazione diretta alle
ostilità, e l’onere di dimostrarlo ricade sull’attaccante; lo status di civile
è presunto. L’affiliazione, il rapporto di lavoro o le opinioni espresse sono
insufficienti a soddisfare tale requisito. Israele ha capovolto questo
principio, definendo i giornalisti “terroristi” oppure “operativi di Hamas”,
spesso dopo la loro morte e sulla base di prove tenute segrete o screditate,
allo scopo di conferire legittimità a uccisioni illegali».
(Francesca Albanese, Truth under
the rubble, A/81/249, 2026, § 15, p. 7)
Vorrei soffermarmi
sulla procedura descritta da Albanese. Ci sta dicendo che un giornalista
documenta un bombardamento e raccoglie le testimonianze dei superstiti, poi
ovviamente ne pubblica le immagini. Successivamente, per questo motivo, può
venire accusato di appartenere a un’organizzazione armata. L’accusa può
precedere la sua uccisione oppure arrivare quando ormai gli è stata tolta
qualsiasi possibilità di difendersi. In entrambi i casi, il pubblico viene
sollecitato a giudicare la morte del giornalista attraverso la sua presunta
appartenenza politica e non attraverso i criteri stabiliti dal diritto
internazionale. L’efficacia di questo procedimento dipende anche dalla
disponibilità dei mezzi d’informazione a divulgarlo.
Un governo
può accusare qualcuno di terrorismo, in realtà può accusare chiunque di
terrorismo. Ma è una dichiarazione che richiede prove. Se una redazione
riproduce la voce, senza verifiche sufficienti, contribuisce alla diffusione
dell’accusa e la fa circolare all’interno di un ambiente informativo che le
conferisce autorevolezza. E magari la inserisce in un titolo, dove il lettore
la incontrerà senza conoscerne gli elementi, né le prove.
Albanese
descrive anche un elemento che, francamente, vorrei vedere spiegato in tutte le
scuole di giornalismo. Secondo un’inchiesta richiamata nel rapporto,
nell’ottobre 2023 l’esercito israeliano avrebbe istituito una struttura
speciale denominata legitimization cell, «cellula di legittimazione».
Già il nome merita attenzione.
«Gli attacchi militari contro i giornalisti
sono stati ripetutamente accompagnati da campagne diffamatorie che li
presentavano come obiettivi militari legittimi. Nell’ottobre 2023, secondo
quanto riferito, l’esercito israeliano ha istituito un’unità speciale, la
“cellula di legittimazione”, che ha ripetutamente rappresentato i giornalisti
operanti a Gaza come membri di Hamas. Queste narrazioni intimidiscono i
giornalisti e creano un pretesto prima degli attacchi; successivamente
legittimano retrospettivamente le uccisioni, attribuendone la responsabilità ai
gruppi armati palestinesi attraverso una distorsione del diritto internazionale
umanitario. La giustificazione ricorrente di questi attacchi costituisce una
prova dell’intenzione di prendere di mira operatori dell’informazione
protetti».
(Ibid., §
26, p. 10)
Dunque
esisterebbe anche un lavoro militare organizzato per rendere pubblicamente
accettabile l’uccisione del giornalista. Come dovremmo chiamare, allora, il
comportamento di una redazione che riceve quell’accusa, la mette in circolazione
e attribuisce alla parola «terrorista» una patente di credibilità senza avere
accesso alle prove? L’esistenza e le attività dell’unità sono riportate da
Albanese sulla base di un’inchiesta; per le singole accuse occorre verificare
la documentazione disponibile. La questione professionale rimane intatta.
Quante volte i materiali prodotti per giustificare un’operazione militare hanno
raggiunto il pubblico occidentale con l’aspetto ordinato di una notizia?
Il rapporto
ricostruisce, fra gli altri, il caso di Anas al-Sharif, giornalista di
Al Jazeera ucciso nell’agosto 2025 insieme a cinque colleghi. Prima di morire
aveva ricevuto minacce e accuse di appartenenza a Hamas. Aveva dichiarato che
Israele voleva «assassinarlo moralmente». Infatti aveva ragione, l’assassinio
morale prepara il terreno all’eliminazione fisica, e quando quest’ultima
avviene contribuisce a farla apparire giustificabile, senza più bisogno di
prove. Albanese insiste anche su un’altra conseguenza. I giornalisti uccisi
rappresentano anche i testimoni di potenziali crimini internazionali. Le
fotografie, i filmati e le registrazioni possono essere acquisiti dalle
autorità giudiziarie. La loro eliminazione incide sulla disponibilità delle
prove.
L’esempio
dell’ospedale Nasser, riportato al paragrafo 19, rende la questione ancora più
concreta. Nell’agosto 2025 un attacco israeliano colpì il balcone dell’ospedale
sul quale lavoravano abitualmente diversi giornalisti. Il primo bombardamento
uccise Hussam al-Masri, cameraman della Reuters. Un secondo attacco uccise
altri quattro giornalisti accorsi sul posto, oltre a personale sanitario e
soccorritori. Il bilancio complessivo riportato da Albanese è di ventidue
morti. Le forze israeliane dichiararono di avere preso di mira una «telecamera
di Hamas»; la telecamera risultò appartenere alla Reuters. Mi chiedo quale
quantità di verifiche dovrebbe pretendere una testata prima di rilanciare
un’accusa di questo genere. E quanta attenzione dovrebbe ricevere la smentita
rispetto alla dichiarazione iniziale. (Ibid., § 19, p. 8.)
Lo stesso
rapporto riferisce che l’organizzazione HonestReporting diffuse accuse prive di
riscontro contro giornalisti palestinesi di Reuters e Associated Press,
sostenendo che fossero stati informati in anticipo degli attacchi del 7 ottobre.
Entrambe le agenzie respinsero l’accusa. Una calunnia di questo tipo, applicata
a un professionista già esposto alle operazioni militari, possiede conseguenze
possibili che vanno molto oltre la reputazione. (Ibid., § 84, p. 26.)
Nel
paragrafo 41 la relatrice arriva a una conclusione giuridica molto grave:
«L’uccisione di giornalisti
identificati come tali, gli attacchi contro le loro abitazioni e le loro
famiglie e la distruzione delle infrastrutture mediatiche e delle
telecomunicazioni, che si presumono di carattere civile, costituiscono i
crimini di guerra dell’uccisione intenzionale e degli attacchi deliberati
contro civili e beni civili. Prendere deliberatamente di mira i familiari dei
giornalisti per impedirne l’attività costituisce inoltre una forma vietata di
punizione collettiva e di intimidazione delle persone protette. Questi atti
fanno parte dell’attacco diffuso e sistematico diretto contro la popolazione
civile di Gaza. In tale contesto, l’uccisione dei giornalisti e la loro
persecuzione per le opinioni politiche loro attribuite costituiscono omicidio e
persecuzione quali crimini contro l’umanità. […] Nell’ambito del genocidio in
corso, l’eliminazione sistematica dei testimoni dell’informazione e la
distruzione dei mezzi di documentazione costituiscono elementi probatori
dell’intento genocidario. Rivelano uno sforzo volto a distruggere un gruppo
protetto e, insieme, le condizioni nelle quali tale distruzione possa essere
vista, documentata, ricordata e infine sottoposta a giudizio».
(Ibid., § 41,
pp. 13-14.)
A mio
giudizio questa considerazione merita di essere estesa anche al comportamento
di chi riceve le testimonianze e decide se divulgarle. Un giornalista
palestinese che viene ucciso è una perdita che riguarda l’intera collettività e
anche il lavoro che avrebbe potuto svolgere. Se i filmati che ha già realizzato
vengono censurati o sottratti alla circolazione, quella perdita viene aggravata
da decisioni compiute lontanissimo da Gaza, spesso da persone che lavorano in
uffici confortevoli, con un lauto stipendio e una connessione Internet
perfettamente funzionante. Non mi sembra un dettaglio trascurabile per chi ama
parlare di libertà di stampa.
Esiste poi
un’altra difficoltà, creata direttamente dalle autorità israeliane: l’accesso
indipendente dei giornalisti stranieri a Gaza è stato di fatto impedito
dall’ottobre 2023. Le eccezioni descritte da Albanese comprendono
principalmente visite organizzate e giornalisti incorporati nelle unità
militari, sottoposti a stretto controllo.
«Dall’ottobre 2023, Israele ha di
fatto impedito ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, salvo quelli
incorporati nelle unità militari sotto stretto controllo e le visite
organizzate. Ad alcuni giornalisti è stato inoltre negato l’ingresso in
Cisgiordania. In determinate circostanze, i giornalisti hanno subito pressioni
assimilabili a forme di ricatto. Sky News ha riferito di essere stata informata
che Israele avrebbe potuto cancellare futuri voli umanitari qualora l’emittente
avesse pubblicato le immagini registrate a bordo di un volo giordano per la
consegna di aiuti. I giornalisti hanno descritto un “patto faustiano”:
raccontare gli avvenimenti da lontano oppure accettare il controllo
israeliano».
(Ibid., §
45, p. 15)
Si comprende
meglio, allora, il valore delle testimonianze palestinesi, che arrivano da un
territorio nel quale l’esercito ostacola la verifica indipendente da parte
della stampa straniera. Una redazione può trovarsi in difficoltà nel
controllare una dichiarazione ufficiale. È una ragione per applicare maggiore
cautela alla dichiarazione, certo, anziché trasferire automaticamente il
sospetto su chi vive sotto le bombe e riesce ancora a documentarle.
2. Quando
l’incitamento al genocidio diventa intrattenimento televisivo
Nel quarto
capitolo Albanese affronta il comportamento dei media israeliani e la
diffusione di dichiarazioni che incitano esplicitamente alla distruzione della
popolazione palestinese. Le espressioni documentate sono impressionanti, le ho
già analizzate in molti articoli. Palestinesi descritti come «Amalek»,
«mostri», «un’escrescenza cancerosa», esseri da «sradicare». Trasmissioni nelle
quali viene negata l’esistenza di civili innocenti a Gaza, mentre i conduttori
e gli ospiti arrivano a invocare apertamente lo sterminio. Sul canale israeliano
Channel 14, ricorda il rapporto, il conduttore Shimon Riklin ha chiesto
che Gaza fosse cancellata dalla faccia della Terra. Altri interventi hanno
fatto riferimento all’Olocausto e perfino alle camere a gas.
Albanese
scrive:
«I media israeliani fanno molto più
che trasmettere o amplificare queste posizioni; in numerosi casi incitano
esplicitamente alla violenza, compreso il genocidio, contribuendo alla
normalizzazione delle atrocità di massa. Alcuni organi d’informazione hanno
promosso l’uccisione di massa e lo sterminio della popolazione civile di Gaza,
estendendo talvolta tale retorica ai palestinesi in generale. Figure di spicco
del mondo mediatico hanno diffuso questi messaggi attraverso i social media,
mentre i dibattiti televisivi si trasformano in camere di amplificazione nelle
quali i partecipanti rafforzano reciprocamente la propria retorica razzista e
di incitamento. Nel frattempo, la sofferenza palestinese è stata relegata ai
margini della coscienza pubblica oppure resa praticamente invisibile,
producendo ciò che i ricercatori descrivono come una forma di “cecità”, nella
quale vengono posti in primo piano soltanto la necessità militare, la
condizione di vittima degli israeliani e le versioni ufficiali dell’esercito».
(Ibid., §
53, p. 17.)
Al controllo
della rappresentazione pubblica corrisponde una censura documentata anche
all’interno di Israele. Il paragrafo 43 del rapporto indica 1.635 articoli
vietati e 6.265 sottoposti a interventi censori nel 2024; nel 2025
risultano 753 articoli vietati e 4.974 modificati. Sono dati che
riguardano direttamente la possibilità della stampa israeliana di raccontare le
proprie operazioni militari. Una censura di questa estensione meriterebbe una
discussione internazionale ben più ampia, soprattutto fra coloro che si
richiamano continuamente ai valori democratici dello Stato israeliano. (Ibid.,
§ 43, p. 14.)
La storia
del Novecento dovrebbe averci insegnato abbastanza sul rapporto fra propaganda
e persecuzione, eppure continuiamo a comportarci come se la violenza
cominciasse previo ordine militare. Non è così. Prima dell’ordine esiste un
lavoro di preparazione delle coscienze. Occorre rendere accettabile ciò che in
condizioni ordinarie susciterebbe ripugnanza. La disumanizzazione serve proprio
a questo. Se una popolazione viene rappresentata come un insieme di terroristi,
se perfino i bambini vengono privati della loro condizione di innocenti,
l’uccisione indiscriminata può essere presentata al pubblico come una
necessità, come ovvia e “naturale”.
La ricerca storica
sui genocidi ha mostrato l’importanza della costruzione del nemico come essere
estraneo alla comunità morale. Il precedente ruandese, richiamato da Albanese
attraverso la giurisprudenza del Tribunale penale internazionale, è
particolarmente rilevante per il ruolo svolto dalle emittenti nell’incitamento
pubblico alla violenza. Le circostanze storiche sono differenti e
l’accertamento delle responsabilità deve rispettare i requisiti giuridici
previsti per ciascun caso. Resta comparabile il meccanismo attraverso cui il
mezzo d’informazione contribuisce a rendere socialmente accettabile
l’eliminazione di un gruppo. Una domanda che dovremmo porci è: quando una
trasmissione televisiva ospita ripetutamente appelli allo sterminio e il
pubblico continua a riceverli come opinioni legittime all’interno del dibattito
politico, qual è la responsabilità penale di chi permette tutto questo? Ad
esempio del direttore della rete e dei “giornalisti” che vi lavorano.
L’incitamento
pubblico e diretto al genocidio costituisce un crimine autonomo ai sensi della
Convenzione del 1948, quando ricorrono gli elementi richiesti dal diritto.
Albanese chiede che la Corte penale internazionale indaghi anche sulle
dichiarazioni delle personalità mediatiche. A me sembra una richiesta di
elementare serietà giuridica.
3. Chi ha il
permesso di pronunciare la parola «Palestina»?
Le pagine
dedicate alla BBC e al New York Times sono fra le più interessanti del
rapporto. E francamente fra le più umilianti per chi continua a considerare il
giornalismo occidentale il custode pressoché naturale della “verità” (sempre
meno persone per fortuna). Albanese cita studi sulla dipendenza dei media
occidentali dalle fonti israeliane e richiama documenti editoriali interni,
comprese istruzioni relative alle parole da utilizzare nella copertura del
conflitto.
«L’accesso determina l’influenza. Le
analisi dei contenuti dimostrano che i media occidentali fanno ampio
affidamento sulle fonti israeliane, mentre i funzionari israeliani e i gruppi
di pressione godono di un accesso privilegiato ai responsabili delle decisioni
editoriali, anche presso la British Broadcasting Corporation (BBC). Le
direttive editoriali interne mostrano come tale influenza si traduca nella
pratica. La guida stilistica della BBC, ad esempio, omette Gaza dai territori
occupati e indica che il governo israeliano preferisce descrivere la
Cisgiordania e Gaza come territori “contesi”, senza segnalare che tale
definizione contrasta con il diritto internazionale. La BBC afferma inoltre, in
maniera fuorviante, che gli “avamposti” sarebbero molto diversi dagli
“insediamenti”, poiché i primi sarebbero privi dell’autorizzazione del governo
israeliano e agirebbero contro la sua volontà. In realtà, diversi governi
israeliani hanno protetto e legalizzato retroattivamente avamposti illegali,
ampliando la colonizzazione illegale. Analogamente, direttive interne del New
York Times trapelate all’esterno raccomandano prudenza nell’utilizzo di termini
quali “genocidio”, “pulizia etnica” e “territorio occupato”, indicando ai
giornalisti di usare la parola “Palestina” soltanto “in casi molto rari”».
(Ibid., §
66, p. 20.)
Vorrei
soffermarmi su quest’ultima indicazione. «Palestina» soltanto in casi molto
rari. In pratica il nome di un Paese e di un popolo intero deve essere
sottoposto a una restrizione editoriale. Certo, si potrebbe liquidare la
questione come fosse una mera controversia terminologica. Quanto dovremmo
essere ingenui per considerare le parole come semplici etichette che
applichiamo ai fatti dopo averli conosciuti. Nel giornalismo la scelta
lessicale incide profondamente sulla comprensione della realtà.
Un
territorio occupato possiede uno status giuridico preciso. Un territorio «conteso»
suggerisce al lettore una disputa fra pretese territoriali che potrebbero
apparire equivalenti. Non lo sono, ma la differenza incide sulla percezione
delle responsabilità e degli obblighi dell’occupante. Invece la Corte
internazionale di giustizia è stata chiarissima nel parere consultivo del
luglio 2024, concludendo che la presenza continuata di Israele nei territori
palestinesi occupati è illegale. A forza di parlare di territorio “conteso”,
qualcuno può definire dei coloni criminali invasori occupanti come
“escursionisti”. Un’informazione del genere dovrebbe accompagnare il lettore
quando incontra determinate dichiarazioni governative. La sua omissione può
produrre una rappresentazione dei fatti assai distante anche dalla stessa
situazione giuridica accertata. È difficile leggere le istruzioni editoriali
citate da Albanese senza pensare al rapporto che Edward Said aveva studiato fra
sapere occidentale e rappresentazione delle popolazioni colonizzate. L’autorità
di nominare un luogo appartiene spesso a chi possiede i mezzi per descriverlo
pubblicamente. Anche nel giornalismo contemporaneo, il privilegio di stabilire
quale termine sia accettabile influisce sulla possibilità che una popolazione
venga riconosciuta come soggetto politico. E la cosa assume un aspetto quasi
grottesco quando la prudenza linguistica viene invocata proprio per le parole
che rinviano a fatti documentati o a categorie riconosciute dal diritto
internazionale.
Mi chiedo
quale idea della professione abbiano sviluppato i responsabili di simili
direttive. Il giornalismo dovrebbe esigere precisione da chi scrive. Ma la
precisione, se riguarda l’occupazione israeliana e i diritti dei palestinesi,
scompare, come i territori dei palestinesi.
Lo stesso
rapporto documenta quanto possa costare, dentro una redazione occidentale,
prendere sul serio una fonte che denuncia le violazioni israeliane. Il
paragrafo 74 cita la giornalista Antoinette Lattouf, licenziata dall’Australian
Broadcasting Corporation dopo avere condiviso un rapporto di Human Rights Watch
sulla fame a Gaza. La Corte federale australiana giudicò illegittimo quel
licenziamento.
«La medesima logica editoriale si
estende al trattamento delle prove stesse. La documentazione delle violazioni
dei diritti umani, le prospettive palestinesi e perfino le manifestazioni di
solidarietà sono state emarginate, mentre i giornalisti che si discostavano
dalla narrazione dominante hanno subito pressioni, provvedimenti disciplinari,
trasferimenti o licenziamenti. Antoinette Lattouf è stata licenziata
illegittimamente dall’Australian Broadcasting Corporation dopo avere condiviso
un rapporto di Human Rights Watch sulla fame a Gaza. L’emittente finanziata con
fondi pubblici ha speso oltre 1,7 milioni di dollari dei contribuenti per
difendere il licenziamento, prima che la Corte federale australiana lo
dichiarasse illegittimo e osservasse che l’alta dirigenza aveva agito per
“compiacere i lobbisti filoisraeliani”. Presso BBC Arabic, alcuni giornalisti
hanno subito provvedimenti disciplinari senza che fosse stata dimostrata alcuna
violazione delle direttive editoriali».
(Ibid., § 74,
p. 23. Traduzione parziale, con raccordo fra periodi del medesimo paragrafo.)
Proviamo a
pensare a chi lavora in quelle redazioni. Un giornalista osserva i
provvedimenti che vengono presi contro i colleghi e impara, talvolta senza che
nessuno glielo ordini, quali argomenti possano mettere a rischio il suo
impiego. La censura può agire anche attraverso la previsione di una sanzione.
Quante inchieste saranno state accantonate prima di essere proposte al
direttore? A questa domanda il rapporto offre un motivo serio per indagare,
mentre la risposta richiederebbe documenti e testimonianze ulteriori. Intanto
la vicenda Lattouf offre qualcosa di molto preciso: una decisione aziendale e
una pronuncia giudiziaria.
4. Le accuse
israeliane pubblicate, le smentite relegate in fondo alla pagina
Albanese
esamina anche la diffusione di affermazioni provenienti dalle autorità
israeliane che, al momento della pubblicazione, risultavano prive di adeguata
verifica. Fra gli esempi compaiono le storie sui neonati decapitati il 7
ottobre, le accuse riguardanti i centri di comando di Hamas sotto gli ospedali
e quelle relative all’UNRWA.
«I mezzi d’informazione hanno
ripetutamente amplificato anche affermazioni israeliane prive di verifica o
false. Preoccupazioni al riguardo sono state espresse dagli stessi giornalisti,
compresi quelli della BBC e della CNN, con questi ultimi che hanno avvertito
che un simile modo di raccontare i fatti equivaleva a una grave violazione dei
doveri professionali del giornalismo. Alcune delle narrazioni più dannose del
conflitto, comprese le accuse secondo cui Hamas avrebbe decapitato neonati il 7
ottobre, gestito centri di comando sotto gli ospedali, infiltrato
sistematicamente l’UNRWA e secondo cui i giornalisti palestinesi uccisi da
Israele sarebbero stati “terroristi”, sono state ampiamente diffuse senza
verifica. In diversi casi, tali accuse sono risultate prive di una conferma
indipendente e le rettifiche hanno ricevuto una visibilità assai inferiore.
Tutto questo ha conseguenze concrete. Nel caso dell’UNRWA, l’amplificazione di
accuse prive di adeguato riscontro ha contribuito alla sospensione dei
finanziamenti da parte dei governi donatori, indebolendo significativamente la
fornitura dell’assistenza umanitaria».
(Ibid., §
68, p. 21.)
La vicenda dell’UNRWA
permette di comprendere quanto sia riduttivo considerare il giornalismo
soltanto come un’attività che racconta gli avvenimenti dall’esterno. Vediamo
bene la trafila passaggio per passaggio:
· Un’accusa viene formulata da un
governo.
· Alcuni media la diffondono
attribuendole una credibilità che le prove disponibili devono ancora
giustificare.
· La notizia raggiunge l’opinione
pubblica e diventa parte del materiale sul quale i decisori politici
costruiscono le loro scelte.
· A quel punto arrivano le
sospensioni dei finanziamenti, con conseguenze sull’assistenza destinata a
persone che dipendono dalle organizzazioni umanitarie per sopravvivere.
Il rapporto
individua un collegamento fra la diffusione di quelle accuse e le decisioni dei
governi donatori. Una notizia falsa, oppure divulgata come certa quando le
verifiche sono ancora completamente insufficienti, come in questo caso, può
contribuire a produrre conseguenze materiali gravissime. Eppure si continua
spesso a discutere del giornalismo attraverso una sorta di indulgenza
corporativa. Che una redazione sbagli ci sta. La possibilità dell’errore
appartiene a qualsiasi attività di conoscenza. Il problema viene dopo. Una
volta scoperto l’errore, che si fa? Specialmente quando l’informazione originaria
ha contribuito a sostenere decisioni dalle conseguenze gravissime.
Penso al
lavoro di Edward S. Herman e Noam Chomsky sulla produzione del consenso. Il
loro studio, Manufacturing Consent, pubblicato nel 1988, descriveva il
modo in cui determinate condizioni economiche e istituzionali potevano
influenzare la selezione delle notizie, favorendo prospettive compatibili con
gli interessi dominanti. Il rapporto di Albanese offre materiale per
interrogare questo problema nel caso palestinese. I media internazionali
possono contribuire a legittimare una politica militare anche attraverso l’uso
ripetuto di fonti ufficiali e l’esclusione di elementi contrari. Il risultato
dipende dal contenuto delle notizie effettivamente pubblicate e dall’influenza
che acquisiscono.
Albanese
dedica un intero passaggio al modo in cui le espressioni «scudi umani» e «zone
sicure» possono contribuire alla giustificazione pubblica delle operazioni
militari. Richiama il concetto di humanitarian camouflage, «camuffamento
umanitario»: l’impiego di formule derivate dal diritto umanitario per
presentare azioni gravissime come misure destinate alla protezione dei civili.
Il rapporto ricorda che il New York Times ha successivamente documentato
l’impiego israeliano di bombe da duemila libbre anche in zone designate come
sicure. (Ibid., § 69, pp. 21-22.)
«Schemi analoghi emergono
nell’attribuzione delle morti dei civili alle tattiche di Hamas anziché alle
azioni militari israeliane. Le direttive editoriali dell’emittente tedesca ARD
presentano le vittime civili principalmente come conseguenza del presunto
utilizzo di “scudi umani” da parte di Hamas. Fra l’ottobre 2023 e l’agosto
2025, il New York Times ha fatto riferimento all’impiego di “scudi umani” da
parte di Hamas 176 volte e la BBC 81 volte. I ripetuti riferimenti agli
“ospedali gestiti da Hamas”, agli “scudi ospedalieri” e alle affermazioni prive
di verifica secondo cui Hamas opererebbe dagli ospedali e da altre strutture
civili hanno conferito credibilità a narrazioni che pretendono di legittimare
gli attacchi contro strutture sanitarie protette. Questo modo di presentare i
fatti è particolarmente significativo, poiché l’accusa secondo cui Hamas
avrebbe utilizzato abitualmente i civili come scudi umani costituisce una delle
principali giustificazioni giuridiche della campagna genocidaria condotta dal
governo israeliano a Gaza, anche davanti alla Corte internazionale di
giustizia».
(Ibid., §
70, p. 22)
Mi interessa
soprattutto quanto possa diventare pericolosa un’espressione giuridica quando
viene adoperata prima di averne verificato il fondamento. «Scudi umani» indica
una condotta che il diritto internazionale disciplina, e la sua eventuale
esistenza deve essere accertata per i singoli episodi. Ecco il problema. Se una
redazione presenta come fatto dimostrato una dichiarazione militare ancora
priva di riscontri, il lettore può finire per attribuire le vittime civili alla
condotta del gruppo armato accusato, riducendo la responsabilità percepita di
chi ha deciso di bombardare. Per quanto possa apparire rassicurante la formula
«evacuazione», spostare persone sotto minaccia verso luoghi che saranno
successivamente colpiti merita ben altre verifiche.
Il paragrafo
71 aggiunge un dato che mi sembra impressionante. Albanese richiama oltre
cento episodi documentati nei quali conduttori della BBC hanno respinto le
affermazioni secondo cui Israele stava commettendo un genocidio, mentre
dichiarazioni genocidarie di dirigenti israeliani rimanevano senza menzione.
Anche questo dato va letto attraverso lo studio citato nel rapporto; la
disparità di attenzione descritta merita però di essere esaminata seriamente.
Perché il giornalismo che esige prove per una qualificazione giuridica dovrebbe
applicare il medesimo rigore alle dichiarazioni che vengono utilizzate per
giustificare le uccisioni. (Ibid., § 71, p. 22.)
5. «Trovata
morta». Come la responsabilità israeliana sparisce dai titoli
Vorrei
tornare alla BBC. Albanese presenta un fatto che dovrebbe provocare una seria
discussione pubblica in tutte le redazioni occidentali. Anzi dovrebbe alzare un
polverone. Secondo un’analisi dei contenuti presentata alla relatrice, nell’83%
dei titoli pertinenti della BBC presi in esame la responsabilità israeliana
delle morti viene omessa o ridimensionata. Per il New York Times la
percentuale indicata è del 65%.
Il rapporto
riporta queste percentuali sulla base di uno studio citato nelle note.
Albanese
scrive:
«Quando alcuni fatti sono diventati
impossibili da negare o da “camuffare”, la copertura giornalistica ha frequentemente
omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Le analisi dei contenuti
hanno rilevato che la BBC lo ha fatto nell’83% dei titoli pertinenti e il New
York Times nel 65%. Un esempio particolarmente significativo riguarda
l’uccisione di Hind Rajab da parte delle forze israeliane, che la BBC continua
a presentare con il titolo: “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni
dopo le telefonate con cui chiedeva aiuto”».
(Ibid., §
72, p. 22.)
Immagino il
lavoro di un caporedattore davanti a due possibili titoli. Nel primo compare il
responsabile dell’uccisione. Nel secondo viene descritta soltanto la scoperta
del cadavere. Entrambi parlano della medesima bambina, eppure le informazioni
consegnate al lettore sono profondamente diverse. Vorrei anche liberare questa
discussione dall’idea che il problema risieda esclusivamente nelle intenzioni
individuali. Il linguaggio giornalistico viene appreso attraverso criteri di
selezione e rapporti gerarchici. Talvolta un giornalista riproduce una scelta
senza averne esaminato le conseguenze, a volte anche inconsciamente, avendo
interiorizzato i “valori” della redazione. Il rapporto permette così di
esaminare la complicità come esito di un processo professionale. La
normalizzazione di un certo linguaggio può contribuire a rendere abituale
l’assenza del soggetto responsabile, fino a farla apparire una forma di
oggettività.
La questione
si estende al modo in cui vengono raccontate le uccisioni dei bambini.
«Alla disuguale attribuzione della
responsabilità corrisponde una disuguale distribuzione dell’empatia. Gli studi
dimostrano che la sofferenza israeliana viene raccontata nei dettagli e
investita di significato emotivo e morale; la sofferenza palestinese viene resa
parziale, astratta oppure incidentale. Così, sebbene i bambini palestinesi
rappresentassero circa il 99,7% delle vittime infantili, comparivano in poco
più della metà dei servizi della CNN che raccontavano individualmente i bambini
vittime del conflitto. Nel corso di due periodi di campionamento, il New York Times
ha menzionato la violenza sessuale contro gli israeliani 76 volte, contro
appena quattro riferimenti relativi ai palestinesi, nonostante le considerevoli
prove del suo impiego diffuso nei loro confronti. Perfino il vocabolario morale
viene distribuito in maniera disuguale. Termini come “barbarico” vengono
riservati in misura schiacciante alla violenza contro gli israeliani; presso
l’emittente tedesca ZDF, il 90,7% degli utilizzi ha riguardato vittime
israeliane, mentre il termine è stato completamente assente nel racconto degli
attacchi contro i palestinesi».
(Ibid., §
73, p. 23.)
Mi sembra
che questa sia una delle accuse più gravi rivolte al giornalismo occidentale.
La distribuzione disuguale dell’attenzione contribuisce a stabilire quali
persone il pubblico riconoscerà come individui e quali conoscerà
prevalentemente come quantità. Una vittima israeliana può avere un nome e una
storia familiare raccontata nei dettagli, ma per una vittima palestinese la
copertura può fermarsi al numero complessivo dei morti.
Judith
Butler ha dedicato una parte importante del proprio lavoro filosofico alla
questione delle vite che vengono riconosciute come degne di essere compiante.
La sua riflessione permette di comprendere quanto il riconoscimento pubblico
della morte dipenda dalle condizioni culturali attraverso le quali una persona
viene percepita. Un lettore, così, può apprendere la notizia della morte di
centinaia di bambini e conservarne soltanto una nozione numerica. Invece
l’estesa biografia di un singolo bambino, raccontata attraverso la sua
esperienza, può suscitare un coinvolgimento emotivo immediato. Il problema
nasce quando questa possibilità di identificazione viene distribuita in maniera
disuguale fra le vittime. Tutti abbiamo letto i nomi dei 38 bambini israeliani
uccisi il 7 ottobre, nessuno saprebbe il nome (a parte Hind Rajab) di un solo
bambino palestinese ucciso.
C’è anche
una fonte libraria che Albanese cita direttamente in nota al paragrafo dedicato
alla disparità di trattamento delle vittime: Adam H. Johnson, How to Sell a
Genocide: The Media’s Complicity in the Destruction of Gaza (Pluto Press,
2026). Il titolo è abbastanza eloquente, e il rapporto lo richiama per il
confronto fra i riferimenti del New York Times alla violenza sessuale
contro israeliani e palestinesi. Sarebbe opportuno discutere anche quello
studio, verificandone direttamente metodo e campioni, per ricostruire il
rapporto fra scelte editoriali e rappresentazione della sofferenza. (Ibid.,
nota 248, p. 23.)
6. La
censura digitale e il potere privato di cancellare le testimonianze
Un’altra
parte importante del rapporto riguarda Meta, Google, X e TikTok. A Gaza, dove i
bombardamenti hanno distrutto gran parte delle infrastrutture di comunicazione
e l’accesso ai giornalisti stranieri è stato severamente limitato, i social
media hanno assunto una funzione essenziale per la circolazione delle
testimonianze. Albanese documenta un comportamento delle piattaforme che
considera discriminatorio nei confronti dei contenuti palestinesi.
«Queste relazioni istituzionali si
riflettono nelle operazioni delle piattaforme, che hanno sistematicamente
censurato contenuti relativi alle violazioni dei diritti umani in Palestina,
materiali di carattere storico e politico e critiche alle azioni israeliane,
attraverso la rimozione di post e commenti, la sospensione degli account,
restrizioni alla diffusione dei contenuti e pratiche di “shadow banning”,
frequentemente senza alcuna comunicazione preventiva o possibilità effettiva di
ricorso. X ha sospeso centinaia di account appartenenti ad attivisti,
giornalisti e palestinesi che documentavano il genocidio, senza fornire
spiegazioni, mentre dati interni di Meta trapelati all’esterno indicano che
circa 38,8 milioni di post su Facebook e Instagram sono stati rimossi, vietati
o penalizzati nella diffusione dalla fine del 2023, mentre le interazioni con
importanti organizzazioni giornalistiche palestinesi sono diminuite del 77%. Le
piattaforme hanno inoltre dimostrato un livello di adesione pressoché totale al
gran numero di richieste israeliane di rimozione dei contenuti. TikTok e Meta
hanno comunicato percentuali di accoglimento rispettivamente del 99,2% e del
94%. Sebbene formalmente volontarie, tali richieste costituiscono una condotta
statale volta a sopprimere la libertà di espressione e, considerando il livello
di adesione quasi totale, funzionano come ordini di rimozione di fatto. Proprio
perché aggirano qualsiasi procedimento legale, risultano incompatibili con i
requisiti di legalità, finalità legittima e necessità stabiliti nel paragrafo
10».
(Ibid., §
81, p. 25.)
Mi sembra
opportuno interrogare anche la struttura economica di questo potere.
Una
piattaforma privata può incidere sulla visibilità di ogni notizia, da un
articolo a una fotografia, oppure può arbitrariamente rendere difficilmente
reperibile il lavoro di un giornalista. Le decisioni vengono spesso applicate
attraverso sistemi automatizzati, criteri di moderazione e interventi aziendali
sui quali gli utenti possiedono strumenti di controllo limitati o nulli. Se
questo per noi che ci occupiamo di informare può rappresentare un intoppo, per
chi si trova a Gaza queste decisioni possono incidere sulla possibilità di
comunicare al mondo la propria condizione. Una persona può documentare la
distruzione della propria abitazione e voler lasciare il video come
testimonianza, ma la possibilità che il filmato circoli dipende poi dalle
politiche aziendali. Se ad Auschwitz ci fossero stati gli smartphone, Facebook
ne avrebbe cancellato i contenuti… Riflettiamoci.
Albanese
introduce, inoltre, il rapporto economico tra le aziende tecnologiche e la
propaganda governativa israeliana. Secondo il documento, le piattaforme hanno
ricavato introiti da contratti pubblicitari israeliani per circa cinquanta
milioni di dollari, alcuni dei quali destinati alla diffusione di messaggi che
negavano la carestia a Gaza. Pensiamoci un attimo. Se un’impresa riceve denaro
per distribuire una pubblicità governativa che nega una crisi umanitaria
documentata, il suo comportamento deve essere valutato anche in relazione agli
effetti di quella comunicazione. L’azienda decide di accettare l’inserzione, ne
stabilisce le condizioni di diffusione e infine ne ricava un compenso.
Albanese
scrive nel paragrafo 88:
«Dopo l’ordinanza sulle misure
provvisorie della Corte internazionale di giustizia del gennaio 2024, al più
tardi, nessuna piattaforma poteva sostenere di ignorare il rischio e l’urgenza
della situazione a Gaza. Meta, in particolare, era stata avvertita già nel
2018, quando la missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti
sul Myanmar aveva concluso che la sua piattaforma era stata “uno strumento
utile per coloro che cercavano di diffondere odio”, una conclusione accettata
anche dalla valutazione commissionata dalla stessa azienda. Anche dopo che il
sistema Integrated Food Security Phase Classification aveva confermato la
carestia e la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato di consentire la
fornitura senza ostacoli degli aiuti umanitari, le piattaforme hanno accettato
pagamenti per diffondere messaggi che negavano la carestia, contribuendo così
al danno derivante ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e
diritti umani. Tale contributo al danno è aggravato dal fatto che le
piattaforme hanno accettato denaro per la diffusione dei contenuti. Quando
un’azienda fornisce consapevolmente un’assistenza pratica che produce un
effetto sostanziale sulla commissione di crimini internazionali, sorgono
questioni di complicità che vanno oltre i Principi guida. Come minimo, questo
rapporto accerta una dovuta diligenza inadeguata, un’applicazione selettiva
delle regole e la negazione di rimedi».
(Ibid., §
88, p. 27.)
La
distinzione giuridica è fondamentale. La responsabilità delle imprese ai sensi
dei Principi guida delle Nazioni Unite sui diritti umani possiede requisiti
differenti da quelli necessari per accertare un concorso penalmente rilevante
nella commissione di crimini internazionali. A me sembra che la questione
centrale sia questa. Un’impresa che controlla l’accesso alle informazioni su un
genocidio possiede una responsabilità particolarmente elevata. La conoscenza
del rischio, le precedenti esperienze di diffusione dell’odio attraverso la
piattaforma e le ripetute segnalazioni ricevute rendono sempre meno plausibile
trattare le conseguenze come inconvenienti imprevedibili. Il profitto derivante
da campagne propagandistiche che negano atrocità documentate merita quindi un
esame che entri nel penale. E trovo impressionante che simili decisioni possano
continuare a essere discusse prevalentemente attraverso il vocabolario delle
politiche commerciali. Siamo andati oltre gli “affari”. Oggi la pubblicità
riguarda una popolazione sottoposta a un genocidio, non si tratta di vendere merendine,
si negano la memoria e l’esistenza stessa di un popolo che viene sterminato.
Un altro
episodio ricordato nel rapporto riguarda direttamente Albanese. Dopo la
pubblicazione del precedente documento From economy of occupation to economy
of genocide, Google ha ospitato contenuti sponsorizzati israeliani che
miravano a screditarne i risultati e a diffamare la relatrice.
«La complicità commerciale si è
estesa anche alla soppressione dell’accertamento delle responsabilità. Dopo la
pubblicazione del rapporto di questa Relatrice speciale, “Dall’economia
dell’occupazione all’economia del genocidio” (A/HRC/59/23), Google ha ospitato
contenuti sponsorizzati da Israele contenenti informazioni false e fuorvianti,
concepiti per screditarne le conclusioni e diffamare la titolare del mandato».
(Ibid., §
86, pp. 26-27)
Trovo
particolarmente significativo che una società privata possa essere pagata per
diffondere messaggi contro il lavoro di una relatrice delle Nazioni Unite
mentre quella stessa società fornisce gli strumenti attraverso i quali il
pubblico cerca informazioni sul rapporto. Naturalmente le conclusioni di un
documento ONU possono essere discusse e contestate, anche molto severamente.
Qui Albanese denuncia una campagna sponsorizzata contenente informazioni false
e fuorvianti. È sul ruolo dell’infrastruttura commerciale che vorrei
concentrare l’attenzione: la distribuzione a pagamento di questi messaggi
costituisce una decisione aziendale, della quale qualcuno dovrebbe rispondere
pubblicamente.
7. La
complicità dei media e la responsabilità che preferiamo evitare
Fino a quale
punto possiamo parlare di complicità dei media nel genocidio palestinese?
Vorrei distinguere il terreno della responsabilità penale da quello della
responsabilità politica e professionale. La responsabilità giornalistica
richiede di esaminare le decisioni editoriali concrete e le conseguenze
prevedibili della loro adozione. Le notizie divulgate senza verifica, le fake
news, il ripetersi di rappresentazioni fuorvianti e la scelta di attribuire
maggiore credibilità a determinate fonti possono contribuire a sostenere
pubblicamente politiche responsabili di gravissime violazioni. Il rapporto di
Albanese fornisce numerosi elementi per indagare questa questione. La
responsabilità professionale e quella penale possono intrecciarsi.
Ma credo che
sarebbe un grave errore utilizzare la necessità dell’accertamento penale come
argomento per sospendere qualsiasi giudizio politico. Le responsabilità
pubbliche possono essere analizzate attraverso criteri rigorosi, anche senza
una sentenza definitiva di un tribunale.
Albanese
scrive:
«Nel loro insieme, questi fenomeni
sono intrinseci al genocidio in corso. Il genocidio dipende dalla distruzione
degli esseri umani e anche dalla distruzione delle condizioni politiche, morali
e probatorie che rendono tale distruzione visibile, intelligibile e
contestabile. Quando i testimoni vengono messi a tacere, quando il linguaggio
disumanizzante diventa ordinario e quando la verifica indipendente viene
sostituita dalle affermazioni di chi commette i crimini, la violenza acquista
un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere».
(Ibid., §
91, p. 28.)
Il pubblico
riceve una rappresentazione degli avvenimenti che può rendere plausibili
decisioni altrimenti difficili da giustificare. Si spinge il pubblico a
legittimare azioni terribili grazie a omissioni e all’uso dell’autorevolezza
per manipolare. È questa funzione che, a mio giudizio, dovrebbe essere
esaminata quando si parla della complicità dei media nel genocidio. La grande
stampa occidentale gode di una posizione privilegiata nella definizione di ciò
che viene considerato credibile. È un potere che deriva dalla sua storia,
dall’enorme disponibilità di risorse professionali. Questo può creare una “fiducia”
e una fidelizzazione nel pubblico e quindi tale posizione comporta
responsabilità corrispondenti.
Se una
testata utilizza quel prestigio per diffondere dichiarazioni che
richiederebbero ulteriori verifiche, contribuisce a rafforzarne l’attendibilità
percepita. Se continua a farlo dopo ripetute smentite e segnalazioni, il suo
comportamento diventa complice. Lo stesso vale per le omissioni. L’assenza di
una notizia può dipendere da molti fattori, compresi limiti materiali e
difficoltà di verifica. Quando però l’omissione riguarda ripetutamente elementi
essenziali per attribuire una responsabilità o comprendere lo status giuridico
di un territorio, la scelta editoriale può assumere un significato politico
preciso.
E del resto
il giornalismo conosce benissimo il problema della selezione. Nessun giornale
può pubblicare tutto. Proprio per questa ragione, decidere che cosa meriti
attenzione costituisce una delle sue responsabilità fondamentali.
Mi
interesserebbe sapere quanti direttori delle grandi testate occidentali
sarebbero disposti a sottoporre la propria copertura di Gaza a un’indagine
indipendente approfondita, capace di esaminare gli orientamenti editoriali e il
trattamento riservato alle smentite. Sarebbe una buona occasione per applicare
al giornalismo gli stessi criteri di responsabilità che il giornalismo
pretende, giustamente, da chi esercita il potere politico.
La relatrice
propone infatti misure molto concrete, che credo meritino di essere discusse
anche in Italia. Al paragrafo 96 invita gli Stati a:
«Riesaminare i finanziamenti
pubblici e le collaborazioni istituzionali con organizzazioni mediatiche e
piattaforme digitali che diffondono ripetutamente odio o incitamento alla
discriminazione, all’ostilità, alla violenza o al genocidio, oppure che contribuiscono
materialmente all’occultamento di crimini atroci, per esempio sopprimendo forme
di espressione protette».
(Ibid., §
96, lett. b, p. 29)
E al
paragrafo 97 chiede alle organizzazioni mediatiche e alle piattaforme digitali
di «cessare di riciclare la propaganda attraverso la forma giornalistica». La
formula inglese, laundering propaganda through the journalistic form, è
particolarmente felice, perfino per la sua crudezza. Alcune dichiarazioni
governative vengono sottoposte a un’operazione di ripulitura che permette loro
di presentarsi al pubblico con l’autorevolezza delle notizie verificate. (Ibid.,
§ 97, p. 29.)
Vorrei che
le raccomandazioni venissero discusse anche dalle emittenti finanziate con
denaro pubblico. Andrebbero rese pubbliche le procedure con cui valutano le
dichiarazioni dei portavoce militari, le eventuali pressioni sui giornalisti e
la visibilità assegnata alle rettifiche. Per le piattaforme private, invece, la
domanda è anche economica. Quali controlli precedono l’accettazione di un
contratto pubblicitario quando la campagna riguarda accuse di crimini
internazionali? Su che base un’impresa decide di incassare denaro per
diffondere una determinata versione dei fatti?
L’ultima
frase del rapporto è particolarmente significativa:
«Le organizzazioni dei giornalisti,
la società civile e il pubblico dovrebbero difendere coloro che documentano le
atrocità, esigere l’accertamento delle responsabilità e mantenere viva
l’attenzione sui giornalisti detenuti e scomparsi; e dovrebbero ricordare
sempre che il giornalismo cessa di svolgere la propria funzione pubblica quando
riproduce le affermazioni del potere anziché sottoporle a verifica critica».
(Ibid., §
99, p. 29.)
A questo
punto, francamente, trovo insufficiente la consueta discussione sulla
parzialità dei media. La parzialità è un problema professionale, ma il
documento delle Nazioni Unite esamina anche conseguenze che investono
direttamente la tutela delle persone. Una falsa accusa amplificata dalla stampa
può contribuire alla sospensione di aiuti umanitari. Una campagna di
delegittimazione può rendere più accettabile l’uccisione di un giornalista o
addirittura mettergli un mirino sulla schiena.
Credo che la
complicità dei media debba essere discussa a partire da queste conseguenze.
Dove emergono gli elementi di un reato, spetterà agli organi giudiziari
accertarlo. Dove sono documentate gravi violazioni dei doveri giornalistici,
spetta anche al pubblico chiedere spiegazioni e responsabilità ai dirigenti
delle organizzazioni coinvolte. Mi auguro che il rapporto di Albanese venga
letto integralmente nelle scuole di giornalismo, discusso nelle università e
anche sottoposto a un confronto serio da parte dei professionisti
dell’informazione. Vorrei soprattutto che venisse utilizzato per esaminare
concretamente i titoli pubblicati e le fotografie scartate. Ma anche le
decisioni prese dalle redazioni quando un giornalista palestinese cercava di
far arrivare una testimonianza fuori da Gaza.
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