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sabato 3 ottobre 2026

Hamas, fin da subito, voleva liberare gli ostaggi, ma ad Israele non interessava - Lavinia Marchetti

 

Non mi stupisce la notizia, ma che ci si stupisca della “notizia”

 

Il Qatar dice che Israele rifiutò perfino di discutere la liberazione degli ostaggi civili. Haaretz lo aveva già raccontato. E ormai il 7 ottobre possiede una storia molto diversa da quella raccontata per tre anni.

Già nel 2025 Al Thani affermò che: «Hanno agito per sabotare qualsiasi tentativo di trovare possibilità di pace. Il mondo ha bisogno di un messaggio più chiaro di questo? Chi sta chiudendo la porta alla pace?» «Netanyahu stava facendo perdere tempo durante le ultime settimane dei negoziati e non era serio riguardo a nulla» e concluse: “Netanyahu has ‘destroyed any hope’ for Israeli hostages”

Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha rilasciato una lunga intervista a Piers Morgan un anno dopo queste parole sopracitate, il 29 settembre. Quindi è giusto darla questa notizia. La parte che continuo a capire poco è lo stupore.

«Non c’è alcun dubbio che il 7 ottobre sia stato un massacro e debba essere condannato, e chiunque ne sia responsabile deve essere chiamato a risponderne»

E immediatamente dopo arriva il passaggio sulla risposta israeliana:

«Quando però guardiamo alla risposta al 7 ottobre, vediamo 70.000 persone uccise, un’intera città, una città minuscola, cancellata, ospedali presi di mira, scuole prese di mira. Qualunque siano le giustificazioni e gli argomenti, nulla giustifica tutto questo»

Poi viene la dichiarazione interessante

«Ci rivolgevamo direttamente ai funzionari israeliani dicendo loro che avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Dateci soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro hanno rifiutato persino di prendere in considerazione l’idea»

E la frase immediatamente successiva:

«Questo mostra quale sia il loro vero interesse: salvare la propria gente oppure semplicemente andare lì?»

Le riporta anche in inglese per mantenere meglio il senso originale.

“We were coming very directly to the Israeli officials and telling them that we got an agreement on releasing all the civilian hostages. Just give a window of a ceasefire to get everyone out, and they even rejected to entertain the idea.”

“That’s showing what their interest is, is it saving their people or just going there?”

Quel “even rejected to entertain the idea” è più forte di un semplice «rifiutarono la proposta», si avvicina di più a un: «rifiutarono persino di prenderla in considerazione», «rifiutarono persino di discuterne».

«Avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Chiedevamo soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro rifiutarono persino di discuterne».

Ho riportato questa notizia soprattutto per lo stupore che ha generato. Eppure tre settimane fa Haaretz aveva già raccontato quasi la stessa storia, sulla base dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, autori di Hostages: 843 Days of Abandonment. La sera del 7 ottobre Al Thani avrebbe telefonato al direttore del Mossad David Barnea comunicandogli che Hamas era disposto a rilasciare i civili e che il Qatar era pronto a mediare. La risposta attribuita a Barnea suona più o meno così: «Se vogliono liberare i civili, li liberino. Noi siamo indisponibili a parlare con Hamas». I collaboratori di Barnea sostengono che Hamas avesse posto condizioni considerate inaccettabili. Doha contesta questa versione. Resta comunque il fatto politico di un canale aperto già quella sera e di una proposta di rilascio trasmessa ai vertici israeliani.

E allora torno all’8 ottobre 2023. Proprio all’8 ottobre. Ventiquattr’ore dopo il massacro, sul Times of Israel, Tal Schneider pubblicava un articolo dal titolo difficilmente equivocabile: For years, Netanyahu propped up Hamas. Now it’s blown up in our faces. Schneider spiegava che i governi Netanyahu avevano perseguito per anni la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania, indebolendo l’Autorità Palestinese e consentendo ad Hamas di ricevere denaro dall’estero. Dal 2018 milioni di dollari qatarioti entrarono nella Striscia attraverso i valichi israeliani con il permesso di Israele. Lo scopo dichiarato era comprare calma. L’effetto politico era mantenere Hamas abbastanza forte da impedire una rappresentanza palestinese unitaria e rendere più remota la nascita di uno Stato palestinese.

Il governo Netanyahu autorizzava il passaggio del denaro. Funzionari israeliani accompagnavano tutto il meccanismo. La stampa israeliana ne discuteva apertamente. Netanyahu ha contestato la celebre frase attribuitagli nel 2019 sul rafforzamento di Hamas come mezzo per impedire lo Stato palestinese; la politica concreta descritta dal Times of Israel resta documentata. The Irish Times

Tra l’altro queste cose, io stessa, le avevo già messe nero su bianco nel mio libro, Schegge da un genocidio, pubblicato nel dicembre 2025. Il primo capitolo porta un titolo che oggi pare quasi una didascalia delle notizie di settembre 2026: «7 ottobre 2023: Il giorno del massacro e le ombre di una complicità interna». Partivo dalle ore in cui la catena di comando israeliana sembrò dissolversi, dalle osservatrici che avevano segnalato movimenti sospetti e da una domanda elementare: come aveva potuto la barriera più sorvegliata del Medio Oriente smettere di funzionare proprio quella mattina? Più avanti ricostruivo quella che chiamavo «Hamas come nemico utile». La separazione fra Gaza e Cisgiordania aveva un rendimento politico preciso per Netanyahu. I trasferimenti qatarioti, autorizzati da Israele, si inserivano in quella scelta e consentivano di mantenere Hamas al governo della Striscia lasciando l’Autorità Palestinese sempre più irrilevante.

Adesso arrivano gli avvertimenti precedenti al massacro. Il 26 settembre 2023 Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, volò personalmente in Israele per una visita durata appena 67 minuti. The Atlantic, dopo avere parlato con fonti di diversi Paesi, ha ricostruito che Kamel segnalò una mobilitazione di Hamas per un attacco di grandi proporzioni. Mancavano solo data e modalità operative. Il messaggio era abbastanza serio da far salire il capo dei servizi egiziani su un aereo undici giorni prima del 7 ottobre. Il governo Netanyahu sostiene che il premier non ricevette quell’avvertimento. The Atlantic

L’inchiesta di Eldar e Yuval aggiunge l’avvertimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il loro lavoro, Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu circa dieci giorni prima del massacro per avvisarlo che Yahya Sinwar preparava un’operazione importante. Netanyahu respinge l’intera ricostruzione. La smentita va tenuta agli atti. Il Washington Post ha però riferito che quelle rivelazioni, insieme a quelle egiziane, sono ormai al centro del dibattito israeliano sulle responsabilità politiche del 7 ottobre. Washington Post

In pratica tutti sapevano del 7 ottobre e nessuno fece nulla.

Nel mio libro avevo già riportato l’allarme proveniente dall’Egitto e la sua sottovalutazione. Era il 2025. Scrivevo di fonti egiziane che sostenevano di avere avvertito Israele dell’avvicinarsi di una grande esplosione della situazione. Due anni dopo, The Atlantic ha aggiunto il volo di Kamel, l’orario e la durata della visita.

Poi arriviamo agli ostaggi e alla direttiva Hannibal. Anche su questo avevo già scritto. L’inchiesta di Haaretz del luglio 2024 ha documentato che alle 11:22 del 7 ottobre venne trasmesso alla Divisione Gaza l’ordine «Not a single vehicle can return to Gaza». A quell’ora l’esercito sapeva che alcuni mezzi diretti verso la Striscia potevano trasportare israeliani rapiti. La logica era quella della vecchia direttiva Hannibal, impedire il trasferimento dei sequestrati anche esponendoli al fuoco israeliano.

In quelle ore l’esercito israeliano impartiva ordini capaci di mettere a rischio i propri cittadini rapiti pur di impedire che raggiungessero Gaza. Poche ore dopo, secondo il Qatar e l’inchiesta di Haaretz, esisteva un canale per discutere il rilascio dei civili e la dirigenza israeliana scelse di respingerlo. Una fonte militare israeliana citata dall’inchiesta ha detto che la liberazione degli ostaggi restò fuori dall’elenco degli obiettivi di guerra formulati dal governo nella notte del 7 ottobre. In effetti gli ostaggi sono serviti per la retorica del genocidio all’incirca per un anno e mezzo. Ovvio che a Israele facessero più comodo come ostaggi.

Io mi chiedo se c’era davvero qualcuno che credesse, già l’8 ottobre, che la priorità fosse riportare a casa gli ostaggi?

da qui