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giovedì 24 settembre 2026

La confusa Italia armata in Medio Oriente ora rischia - Ennio Remondino

 

Dall’esibizione politica al rischio concreto. L’impegno militare italiano nella Penisola Arabica: ipotesi di una imprecisata missione navale per la scorta ai mercantili nello Stretto di Bab el Mandeb mentre un aereo da combattimento italiano Eurofighter schierato nella base saudita di Taif è stato distrutto dai bombardamenti Houthi. Cosa ci faceva là, chi l’ha deciso e (scusate), chi paga?

Alla scoperta dell’Italia armata in Medio Oriente

Marina, aeronautica ed anche esercito. Stiamo scoprendo diverse missioni militari italiane mai dibattute pubblicamente né approvate in Parlamento. La Task Force Air- Arabia con 400 militari alla difesa aerea e dei Paesi partner del Golfo con quattro caccia bombardieri Eurofighter F-2000 e un C 130J di trasporto tattico. Poi la Task Force Land dell’Esercito, con 260 uomini e assetti per la difesa aerea in Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tra cui una batteria missilistica SAMP-T, radar di ultima generazione, cannoni a tiro rapido, munizioni anti-drone e anti-missile collaudati in Ucraina. Cosa ci fanno lì e come ci sono finiti?

Missioni certamente a rischio

Le forze aeree italiane ufficialmente schierate fino a ieri in Kuwait spostate ‘per sicurezza’ in Arabia Saudita? Anche per la presa in giro c’è il limite della decenza. Con il danno subito, un caccia distrutto ora ammettono, non più occultabile. Missione del tutto nuova, con nostri militari coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Ben diversa dalla Task Force Air-Kuwait autorizzata in Parlamento contro le residue milizie dell’ISIS presenti in Iraq. Con nuovo armenti e uomini schierati. Legittimo decidere un ruolo più marcato nel conflitto contro l’Iran, in cui finora Roma però non si è fatta saggiamente coinvolgere, ma da dibattere pubblicamente, e farlo approvare dal Parlamento.

Azzardi politici e bersagli italiani

Collaborare con i sauditi nelle operazioni sullo Yemen fa diventare anche i mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, potenziali bersagli. E ora il ministro -alla buonora-, chiede ai vertici militari una valutazione della situazione nel Mar Rosso e un piano a garantire il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb delle navi di ‘interesse nazionale’. Poi, ‘questione giuridica’, e anche su questo ‘era ora’. La legittimità di richiamare in diversa missione delle Forze Armate già presenti nell’area impiegate in altre operazioni, o se –ragionevolmente-, si renda necessaria una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento. Coda di paglia.

Marina tra Golfo Persico e Mar Rosso

La Marina Militare schiera a Gibuti la ‘Femm Bergamini’ e due cacciamine d’entusiasmo che, sulla scia della pece con l’Iran vantata da Trump, dovevano sminare lo Stretto di Hormuz con l’accordo di Teheran. La Bergamini ha scortato il mercantile Jolly Oro. Per la scorta navale ai mercantili, sarebbero già una decina quelli che hanno chiesto una scorta, Anche se al momento «non si segnalano minacce portate dalle milizie Houthi o da altre forze regionali contro il traffico navale». Così ci dicono, e noi contiamo su dichiarazioni politiche serie sagge.  Per fortuna Ansar Allah ha reso noto che colpirà solo navi saudite e non minacciare navi di diversa nazionalità.

Mar Rosso, Hormuz e sempre Russia

Attualmente sono oltre 1.200 al mese le navi che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb. Negli ultimi giorni le navi in transito sarebbero in media 27 al giorno riferisce l’ANSA. Ma anche qui, una forzatura della missione militare d’origine. A febbraio, con la proroga dell’Operazione Aspides, è stato annunciato un ulteriore compito della flotta UE: raccogliere informazioni sulla “flotta ombra” di petroliere e mercantili che operano per conto della Federazione Russa. Segnale che gli Houthi non sono, al momento, una minaccia. Saggio cercare guai schierando aerei militari italiani a Taif si chiedono ambienti militari qualificati?

Italia in soccorso alla straricca Arabia?

L’Arabia Saudita dispone di circa 450 aerei da combattimento, più del doppio dell’Italia, ed è tra le prime nazioni al mondo per spese militari. «Potrà avere bisogno di consiglieri per intelligence e dati satellitari come i 100/200 statunitensi che secondo CNN affiancano i vertici sauditi nei comandi operativi, ma di certo non soffre nei numeri», i dati di Analisi Difesa. Quanto può contribuire la presenza di aerei da combattimento e missili da difesa aerea italiani a Taif, al rischio che Ansar Allah consideri l’Italia co-belligerante al fianco di Riad? Mercantili italiani a rischio con la necessità di scortarli tutti, e tutti da soli, o l’Europa c’è?

Lo sfregio sulla Capitale

Forti boati, poi una colonna nera vicino all’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh. Nei video si vedono le fiamme dietro i serbatoi di carburante. Nel Paese più favorito in Medio Oriente, dopo Israele, da ogni amministrazione americana. Centinaia di consiglieri, 50mila soldati statunitensi nell’area, oltre il nostro piccolo contingente già colpito. La settimana scorsa Washington aveva dato il via libera a una vendita da 24,3 miliardi di dollari, quasi cinquanta caccia F-35. Un investimento enorme, mentre il cielo sopra la capitale si riempie di fumo. E il ministro degli esteri iraniano Araghchi afferma che la sicurezza duratura del Medio Oriente non può essere dettata da potenze esterne.

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sabato 18 luglio 2026

Trump contro ‘Antifa’ a difesa dei fascismi. Vertice rivelazione - Ennio Remondino


L’ipocrisia del linguaggio. ‘Antifa’ come movimento di opposizione sociale agli autoritarismi: palestinesi, immigrati, lavoratori emarginati. Insomma, l’antifascismo della Costituzione italiana, l’esempio più nobile. All’Antifa di Trump, l’argentino Milei -quello della motosega-, partecipa con entusiasmo, mentre gli europei si nascondono. L’Italia che tifa per quella destra, partecipa sperando di non farsi vedere troppo. Mentre il Segretario di Stato Usa Rubio completa il quadro attaccando la Corte penale internazionale.

Bandiera issata, voce abbassata

Mentre altre cancellerie europee lo snobbano, Roma presta la propria presenza a un evento che non discute una minaccia, ma all’opposto la certifica. Questo è infatti il punto politico: trasformare una categoria decisamente controversa di polizia in un fatto diplomatico.

Facciamo finta che…

Antifa, nuova piroetta del governo. «Vertice anti-Antifa, Contrordine camerati: non sarà più il leghista Molteni ma il sottosegretario agli Interni Prisco a rappresentare l’Italia». Andrea Colombo osserva come da un diplomatico, osservatore per cortesia, al vertice di Rubio sulla lotta al terrorismo rosso andrà il sottosegretario agli Interni Emanuele Prisco, di assoluta fede meloniana. Obiettivo dichiarato: «allargare al mondo la crociata anticomunista annunciata sin da ottobre da Trump». Negli Usa se ne occuperà Sebastian Gorka, già spalla di Bannon con legami stretti con l’estrema destra ungherese, Paese da cui proviene. Ma la ‘piovra antifa’ è ovunque e rappresenta una minaccia per l’America. Quindi intromissioni americane di ogni tipo ovunque. Anche per questo l’intera Europa che ancora ragiona frena e prende le distanze.

Con gelo, salvo Argentina e Italia

Tra i 60 paesi destinatari dell’invito solo due hanno per ora annunciato adesione e rappresentante del governo: l’Argentina di Milei e l’Italia di Meloni. I grandi Paesi europei non hanno fatto sapere niente. È possibile che alcuni, debitamente pressati, mandino alla fine un rappresentante, probabilmente un diplomatico in veste di osservatore. La stessa postazione defilata, trattandosi esplicitamente di «vertice ministeriale», sulla quale fino a sabato era deciso ad attestarsi anche il governo italiano. Poi è arrivata la telefonata di Meloni, forse dovuta a un suo ripensamento, più probabilmente perché messa alle strette dal Dipartimento di Stato americano, ed è cambiato tutto. In entrambi i casi il significato del cambio in corsa è identico.

Piroette e ipocrisie

Accusa dalle opposizioni: «Il governo italiano resta legato a doppio filo all’Internazionale nera capeggiata da Trump. La scelta di considerare sospetti di terrorismo “gli antifa”, definizione estensibile a volontà, permetterà agli agenti di Trump di prendere di mira qualsiasi opposizione, in una specie di resurrezione grottesca del maccartismo, stavolta senza più i comunisti da mettere all’indice». «Se l’Italia, come sembra probabile, sarà il solo Paese europeo presente a pieno titolo al summit, allora la scelta di restare comunque quanto più vicini possibile all’America di Trump sarà palese. E sarà significativo anche che tra i grandi paesi occidentali solo quelli in cui la destra è al governo accreditino una crociata contro il dissenso travestita da lotta contro un terrorismo fantasma», il severo Andrea Colombo.

Si salvi chi può

Il tempo è scaduto e Washington ha chiuso la lista dei partecipanti al summit contro la «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice «anti-Antifa», contro un gruppo che non esiste formalmente come organizzazione, per costruire una risposta globale alla «minaccia comunista» su cui il presidente statunitense Donald Trump ha così tanto insistito nei suoi ultimi discorsi pubblici. Una «minaccia esistenziale» come lo Stato islamico e al Qaeda. Ma gli scettici sul summit sono molti. Dentro e fuori l’Europa si parla di scarso preavviso, di agenda poco chiara, di più urgenti impegni diplomatici. Profilo basso, e diversi tentennamenti per evitare di irritare Washington, denuncia Enrica Muraglie

«La legge è una, quella della giungla»

Ieri Rubio allo scoperto ha reso ancora più chiaro l’obiettivo del summit con un messaggio sui social in perfetto stile trumpiano: «C’è un’istituzione che si chiama Corte penale internazionale, stanno facendo una guerra al nostro paese non con proiettili e missili ma con il cosiddetto ‘diritto internazionale’».

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lunedì 22 giugno 2026

La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino

 

 

Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.

 

Cronachette di un testimone sul campo

Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.

 

Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti

I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.

Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.

Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).

Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.

Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).

 

NATO a Merdare

Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.

Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.

Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.

L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.

Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.

Secondo la testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.

 

Il povero ‘Jamie Sceim’

Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.

“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.

Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.

Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja,  Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.

Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.

Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.

 

L’ambasciata cinese

Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.

Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000

 

«Errore della Cia» che non doveva comparire

Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

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lunedì 8 giugno 2026

L’Europa baltica al comando senza dircelo - Ennio Remondino

Ursula von der Leyen il 26 maggio a Vilnius, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania, la presidente ha dichiarato che i discussi ‘attacchi ibridi’ sui Paesi baltici sarebbero «una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche». Chi sa se mentiva sapendo di mentire. O se -forse peggio-, era a sua volta vittima di una ben organizzata disinformazione occidentale.

Von der Leyen d’assalto

La presidente Ue in veste di stratega, «Mosca sta fallendo e le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era». Ritrovata guerra fredda, sembra di capire. Ursula, ex ministra della difesa tedesca insiste: «questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche». Una ‘quasi’ dichiarazione di guerra. E Bruxelles garantisce ‘piena solidarietà a Estonia, Lettonia e Lituania, senza però precisare con quale esercito. Per Kubilius, il lituano ministro della difesa Ue, Putin sta cercando di influenzare le opinioni pubbliche e politiche europee, «perché inizino a esitare sul proseguimento del sostegno all’Ucraina». Fosse vero, ci sta riuscendo molto bene. Intanto, Lettonia, Estonia e Lituania riceveranno ulteriori 12 miliardi di euro dal programma europeo SAFE, avverte Von der Leyen, e 16 nuovi progetti nella difesa cibernetica e nei sistemi anti-drone dei tre Paesi da schiarare non si sa bene su quale fronte.

Cieli baltici invasi dai droni ucraini

In 20 maggio la prima ministra lituana, Inga Ruginiene, ha annunciato l’apertura 24 ore su 24 dei rifugi antiaerei del Paese. Allarme nazionale generale così segnalato lancio dell’ANSA: «provvedimento causato degli sconfinamenti di droni ucraini nel territorio lituano». Droni ucraini e non russi? Ma come? Von der Leyen che ci racconta? O greve inciampo o peggio. Sempre l’ANSA scrive che il ministero degli Esteri ucraino si è scusato con gli Stati baltici per i ripetuti sconfinamenti di droni e velivoli senza pilota nel loro spazio aereo. Ma spesso -scopriamo-, il ‘dettaglio’ viene omesso dalle cronache. Gli ucraini sostengono che i loro droni sconfinano nei cieli baltici deviati dalle contromisure russe mentre, secondo Mosca, le tre piccole repubbliche ex sovietiche hanno offerto il loro spazio aereo ai reparti di droni ucraini che hanno colpito recentemente installazioni petrolifere. Legittimo sospetto: molti indizi rendono credibile la presenza di basi segrete ucraine all’estero (ad esempio in Libia). Possibile che questo accada anche in qualche repubblica baltica (dove gli ucraini assemblano droni) a spiegare questa improvvisa presenza di tanti droni ucraini sul loro spazio aereo?

Imbarazzante silenzio Ue ed Europa

Forse non abbiamo sottolineato adeguatamente il teatrino dell’assurdo. I vertici dell’UE che esprimono sostegno ai baltici contro la minaccia russa quando i droni che minano la sicurezza delle tre repubbliche sono ucraini. Incapacvi o collusi a Bruxelles, ma i singoli governi dei 27? Ancopra più avvilente che nessuna nazione europea denunci una simile politica prendendone le distanze. Il tema dei droni ucraini del resto ha provocato la caduta del governo lettone, dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Andris Spruds. La premier di centro-destra Evika Silina ha rassegnato le dimissioni sempre sulla scia di un drone, anzi due, e sempre ucraini, che avevano colpito degli impianti petroliferi del paese baltico. Il 23 maggio un altro incidente con protagonista un drone ucraino ha scosso la Lettonia. Il velivolo fuori controllo è esploso schiantandosi nel lago Dridza, a 15 chilometri dal confine con la Bielorussia.

Due pesi e due misure

In evidente imbarazzo, il ministro degli Esteri lettone, Baiba Braze, aveva affermato che i droni ucraini che hanno violato lo spazio aereo “non costituiscono un problema militare”. Bene. Ma perché Von der Leyen e Kubilius parlano di ‘grave minaccia russa’ se i droni sono ucraini, e ‘costituiscono un problema militare’? Eppure il drone russo caduto la notte scorsa su un edificio in Romania ha scatenato le proteste dei vertici UE, NATO. Strabismo politico o plateale disonestà? E la Nato. Il 10 maggio un jet F-16 rumeno schierato nelle Repubbliche Baltiche ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, si è “scusato con l’Estonia”. Il 20 maggio la violazione dello spazio aereo da parte di un drone ha portato alla sospensione del traffico presso l’aeroporto di Vilnius e la rete ferroviaria della capitale. Con i parlamentari fatti rifugiare in un bunker. Allarmismo a creare panico. L’incidente è durato circa un’ora e l’allerta aerea è stata successivamente revocata, con la ripresa del traffico aereo e ferroviario. Il drone proveniva dalla Lettonia, ha precisato il ministro della Difesa lituano, Robert Kaunas.

Europei strabici e politiche claudicanti

Con tempismo perfetto, la presidente del parlamento europeo, la maltese Metsola, il 20 maggio ha cercato di spingere il parlamento oltre le stesse posizioni della Commissione. «La nostra piena solidarietà a tutti in Lituania, Lettonia, Estonia e al nostro fianco orientale, che affrontano il pericolo rappresentato da attività di droni ostili legate alla Russia e alla Bielorussia», ed necco che i droni ritornano russi per magia.  Il presidente lituano Nauseda ora promette che la Lituania inizierà ad abbattere ogni tipo di aereo senza pilota che varcherà il suo spazio aereo nazionale con l’impiego di strumentazione di vario tipo, inclusi missili. «Il costo non è la cosa più importante». Anche perché parliamo di costose armi Ue e Nato. Poi l’immancabile Kaia Kallas, estone, commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, contraria di fatto a qualsiasi tentativo di aprire un dialogo tra Ue e Mosca. Per lei ‘Sanzioni a raffica’: «Troppi paesi continuano a far

Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha replicato in modo lapidario: «Io non discuto di dichiarazioni idiote». Noi a volte siamo invece costretti. Ponendoci per ora solo il dubbio: com’è possibile che, con tante istituzioni coinvolte nelle sue scelte (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo) e tante responsabilità, l’attuale Alto rappresentante esibisca credenziali così fragili nell’esperienza diplomatica e, più in generale, nella conoscenza della storia dell’Europa? Sulla difficile ricerca di un mediatore europeo tra Ucraina e Russia, l’esploit: «L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza». Un genio!

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giovedì 14 maggio 2026

Se Cappuccetto Rosso sceglie il lupo come nonna? - Ennio Remondino

 

L’Unione europea aveva il gas russo in abbondanza e a basso prezzo. Poi, a causa dell’invasione dell’Ucraina proclama la ‘ferrea determinazione a rinunciare all’energia russa’, scavando di fatto la fossa all’industria europea, denuncia qualcuno. Mentre l l’Unione che moltiplica le sanzioni a Mosca aumenta di nascosto l’importazionie di gas naturale liquefatto russo. Ed ecco che la nota fiaba citata da Analisi Difesa ci propone un Cappuccetto Rosso che il Lupo se lo cerca.

Ursula anti Merkel sul fronte baltico anti russo

«La seconda Commissione von der Leyen, promette e decreta da anni il pieno affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, che dovrebbe essere totale entro la fine del 2027». Bugia politica, con 91 spedizioni e via nave in Europa dal terminale russo di Yamal, mare di Kara, Artico russo, tra gennaio e aprile. +17,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 5,71 milioni di tonnellate a 6,69 milioni di tonnellate. Bruxelles, in evidente imbarazzo, ammette un ‘leggero aumento’. E a conti fatti scopri che la Ue ha imposto lo stop al gas russo via gasdotto, in quantità enormi e a prezzo concordato, per incrementare l’importazione di GNL, trasportato via nave, scaricato nei porti, rigassificato e più costoso del gas via tubo e il cui approvvigionamento è molto più problematico e soggetto a oscillazioni di mercato dei prezzi e condizioni geopolitiche, tipo blocco dello stretto di Hormuz. Astuzia doppia, con Donald Trump l’accordo in conto Ue a comprare 750 miliardi di dollari di costosissima energia made in USA in tre anni.

Fobia anti russa

Questione democrazia sul fronte ucraino, tra il dire e il fare. Oggi la Russia è il secondo fornitore di GNL ai paesi dell’Unione con una quota del 17 per cento. Costosa scelta di principio? ©l gas che andiamo ad acquistare a prezzi di mercato in nazioni sinceramente democratiche e rispettose dei diritti umani, politici, gender (mica come la Russia di Putin) quali Azerbaigian, Algeria, Congo…». Risultato di fatto: l’incremento dei costi per luce, gas, carburanti e beni alimentari verso una maggiore spesa per una famiglia media intorno ai mille euro nel 2026, con punte fino a 1.200-1.300 euro per nuclei con figli e maggiore intensità di consumi energetici. «Quasi 29 miliardi di euro il conto che famiglie e imprese italiane dovranno sostenere quest’anno per far fronte ai rincari di luce, gas e carburanti, dopo lo choc energetico legato alla crisi mediorientale».

Flop Europa sul fronte energetico

Fronte energetico da incubo, unito al fallimento della politica industriale e ambientale, della politica estera e dei programmi di riarmo ormai palesemente insostenibili, per qualsiasi analista onesto. Con l’attuale Commissione già alle prese con le conseguenze dell’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele. L’emergenza imporrebbe massimo pragmatismo e non ideologie da guerra fredda. Ci credete? Ed ecco la favola di Cappuccetto e il Lupo in versione aggiornata, con gli Stati Uniti ormai incontestabilmente contro gli interessi dell’Europa i cui vertici attuali alla vigilia di elezioni nazionali a perdere si ostinano ad affidarsi all’alleanza con Washington che non esiste più. E nonostante Trump ostenti disprezzo e minacce nei confronti degli europei che non obbediscono immediatamente alle sue disposizioni o osino criticare le sue discutibili e spesso confuse iniziative politiche, diplomatiche e militari.

America Lupo e Ue Cappuccetto Rosso

Ma non è da oggi cge Stati Uniti colpiscono duro gli interessi dell’Europa: «dal sostegno alle primavere arabe alla guerra alla Libia, all’insurrezione in Siria fino al golpe del Maidan del 2014 a Kiev in cui gli USA investirono 5 miliardi di dollari (lo disse al Congresso il sottosegretario Victoria Nuland)». Le diplomazie lo sanno, ma i governi fanno finta di non sapere perché non sapendo come poter reagire. «Eppure, nonostante questi esempi e i numerosi altri che si potrebbero elencare, in quasi tutta Europa ci si preoccupa paradossalmente di difendere la storica intesa strategica con gli Stati Uniti. La pavida Europa novella Cappuccetto Rosso, si ostina a voler vedere la nonna (o il “paparino” per dirla con il segretario generale della Nato Mark Rutte) anche quando il lupo ha smesso di nascondersi dentro i suoi abiti e si palesa apertamente per quello che è», denuncia il severo Giandomenico Gaiani.

Mosca Europa rispetto alla Russia asiatica

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea. Putin, nella conferenza stampa dopo la parata sulla Piazza Rossa, ha affermato che la guerra in Ucraina «si avvia alla conclusione». Un’Europa debole ed economicamente in ginocchio non può aiutare l’Ucraina sull’orlo del tracollo. Non a caso dall’inizio del conflitto nel Golfo le offensive russe sono proseguite in modo blando. Accenni di dialogo. «Quali frutti daranno queste aperture al dialogo lo vedremo presto ma appare evidente che l’improvvisa esigenza degli europei di negoziare con Mosca è una conseguenza diretta della crescente consapevolezza che gli Stati Uniti non sono più nostri alleati».

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti, in modo esplicito o meno,  un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea.


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venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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sabato 25 aprile 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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mercoledì 8 aprile 2026

‘Usa fuori dalla Nato’ minaccia Trump: sarebbe tanto male? - Ennio Remondino

Trump non sa più come uscire dalla guerra a Teheran e preme su alleati sempre più riottosi: «Riconsidererò l’Alleanza atlantica». Sempre più in crisi, il duro Trump straparla, tornando a mettere in discussione uno dei cardini scricchiolanti dell’ordine occidentale del dopoguerra, rilanciando la possibilità di un’uscita degli Stati uniti dalla Nato.

 

Stati Uniti fuori o senza la Nato?

«Non è più solo una minaccia agitata in campagna elettorale: nel pieno della crisi internazionale legata alla guerra con l’Iran, in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Telegraph il presidente Usa ha dichiarato di stare «assolutamente» considerando il ritiro dall’Alleanza, definita una ‘tigre di carta’, accusando gli alleati europei di non averlo sostenuto sul piano militare», avverte Marina Catucci da New York. E alla domanda se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Usa al blocco, dopo la fine del conflitto con l’Iran, Trump ha risposto senza sfumature: «Sì, direi che è possibile riconsiderarla».

 

La rabbia dell’impotenza

Le dichiarazioni arrivano al culmine di una frattura evidente e via via sempre più profonda e irraparabile. Diversi Paesi europei hanno rifiutato di partecipare alle operazioni statunitensi nel Golfo e, in alcuni casi, hanno negato l’uso di basi e spazio aereo, segnando una distanza politica inusuale nella storia dell’Alleanza. Qualche cenno persino dalla destra italiana in panne da referendum. E in questa situazione Trump rilancia la sua visione geopolitica transazionale mercantile: le alleanze non sono sistemi multilaterali vincolanti, ma semplici rapporti di convenienza del momento.

 

Mercante in fiera

Prima ancora, parlando da Miami, Trump aveva messo in dubbio il principio stesso della difesa collettiva Nato, lasciando intendere che gli Stati uniti «non devono per forza esserci per gli alleati, soprattutto se questi non ricambiano il sostegno americano». Nessun sostegno ideologico di antica fattura. Solo convenienza. Con l’implicito addio all’articolo 5 del trattato Nato, che dal 1949 garantisce che un attacco contro uno Stato membro verrebbe considerato un attacco contro tutti.

Impero e Stati vassalli

«La mancata adesione europea alla strategia americana nello stretto di Hormuz ha trasformato una tensione strutturale in uno scontro aperto. Le dichiarazioni di Trump sono arrivate il giorno dopo l’esortazione del tycoon ai Paesi europei a ‘tirare fuori un po’ di coraggio’ e cominciare a ‘imparare a difendersi da soli’, avvertendo che gli Stati uniti non li avrebbero più aiutati a proteggere le navi in transito nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha di fatto bloccato le spedizioni di petrolio», insiste Catucci.

 

Il seguito della Corte

Ad applaudire Trump, subito il segretario di Stato Marco Rubio, che da Fox News ha fatto eco alle parole del presidente dichiarando che, una volta concluso il conflitto con l’Iran, gli Usa dovranno «riesaminare il valore dell’alleanza». Rubio pentito che da senatore «è stato uno dei più strenui difensori della Nato vi riconosceva un grande valore». Ma adesso non più. Altro costo per la presenza di basi militari in Europa, che permettevano ‘di proiettare la propria potenza in diverse parti del mondo’. «Se ora siamo arrivati al punto in cui l’alleanza Nato significa che non possiamo più utilizzare queste basi per difendere gli interessi americani, allora la Nato è una strada a senso unico».

 

Cugini in crisi di famiglia

A difendere l’alleanza atlantica, il primo ministro britannico Keir Starmer, definendo la Nato «l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto e ribadendo il pieno impegno del Regno Unito». Esagerato anche lui, con qualche timore in più rispetto ai trascorsi di allineamento militare con diverse avventure Usa, anche le più bugiarde e indifendibili.

 

Minacce a vanvera

«Al di là delle dichiarazioni di Trump e Rubio, sul piano istituzionale un’uscita degli Stati uniti dalla Nato non sarebbe un processo immediato né semplice: richiederebbe un passaggio al Congresso e probabilmente una maggioranza qualificata», sempre da Marina Catucci. «Inoltre, per lasciare l’Alleanza gli Stati uniti dovrebbero chiedere il permesso a se stessi, visto ciò che recita l’articolo 13 della Nato: ‘Ogni Paese può cessare di essere membro un anno dopo che la sua notifica di denuncia sia stata depositata presso il governo degli Stati uniti d’America, che informerà i governi delle altre parti del deposito di tale denuncia».

 

Effetto politico delle sparate

Di fatto Trump, in piano crisi militare e politica della sua presidenza, precipita nell’isteria iraconda, incrina la credibilità dell’Alleanza e apre scenari che, fino a pochi anni fa, sarebbero apparsi impensabili. Mentre le dichiarazioni di Trump sono l’accelerazione di una traiettoria che traspariva da tempo: Stati Uniti al mercato delle alleanze, regolate sempre di più dalla brutale convenienza definita da un gruppo dirigente in balia di umori più che da analisi e strategie.

 

Usa da salvare dalla attuale Casa Bianca

«Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la Nato è passata da essere il pilastro della sicurezza euro-atlantica a un terreno di scontro politico, sia interno sia esterno», mentre resta da capire se le solite dichiarazioni roboanti di Trump siano una leva negoziale o l’anticamera di una svolta storica, se mai il personaggio fosse affidabile anche nella sua stessa aggressività. Ma il solo evocare l’uscita degli Usa dall’Alleanza sollecita l’Europa a basta a ridefinire gli equilibri.

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giovedì 2 aprile 2026

Hormuz come Suez, paghi il pedaggio e passi? - Ennio Remondino

Hormuz prossimo Suez? Da sabato l’Iran ha imposto il pagamento di un pedaggio per il transito delle navi ‘non nemiche’ attraverso lo Stretto di Hormuz. Nello stesso giorno i ribelli Houti dello Yemen intervengono contro Israele e suoi alleati sul Mar Rosso, bloccando per alcuni lo stretto di Bab el-Mandeb. Con i mercati chiamati stamane a dare la loro risposta all’avventura statunitense in Iran per il futuro energetico del pianeta.

Casello marittimo di pedaggio

A un mese dall’attacco israelo-statunitense e una grandine di bombardamenti distruttivi, l’Iran reagisce a livello economico e impone pedaggi per il transito nello stretto di Hormuz, bloccato da un mese, pronti a trasformarlo in una via navigabile a pagamento per le navi non ostili. Questa mossa, contestata dal punto di vista del diritto internazionale ma giustificata di fatto con la prima violazione da parte di chi ha iniziato la sciagurata avventura militare. Tariffe e valute specifiche per il pagamento: intorno ai 2 milioni di dollari per ogni petroliera o nave in transito e pagamento in yuan, con la valuta cinese che sostituisce il dollaro. Passaggio limitato e monitorato dai Pasdaran, con minacce di ‘reazioni drastiche’ contro i tentativi di passaggio non concordati.

Bab el-Mandeb

Dopo lo stretto di Hormuz, ci sarà anche il blocco del Mar Rosso sullo stretto di Bab el-Mandeb? «Ansar Allah», il nome ufficiale del gruppo houthi che controlla il Nord dello Yemen e la capitale Sana’a, aveva più volte lanciato attacchi al traffico navale nel Mar Rosso disarticolando i commerci mondiali da e verso Suez. La prospettiva di una saldatura tra forze islamiste sciite di ‘impronta zayidita’ (una versione rivoluzionaria e minoritaria della galassia musulmana), e la Repubblica Islamica rafforza la posizione di Teheran nell’area. E contribuire alla guerra economica globale in risposta ai raid americani. Tutti i guai del pianeta colpa di Netanyahu e Trump il messaggio al mondo.

In molti li avevano avvertiti

Strapotenti per la prima volta platealmente perdenti. Parliamo di Netanyahu e Trump, che anche dopo aver sterminato gran parte della vecchia classe dirigente iraniana e spianato il Paese con una grandinata di bombe, non riusciranno a far cadere il regime degli ayatollah. Far cadere il regime e garantire la navigazione di gas e petrolio dal Golfo Persico era l’obiettivo dichiarato: due fallimenti. E la britannica Reuters ripete e sottolinea: «Le Marine occidentali non riuscirebbero mai a garantire la libera navigazione a Hormuz». E quel genio strategico di Trump ‘suicida’ la parte del mondo priva di fonti energetiche adeguate allo sviluppo e stravolge la geopolitica prossima del pianeta. Con una ‘America first’ nell’isolamento diplomatico e nel pozzo nero del debito interno.

Trump prossima ‘Anatra zoppa’

C’è un metro empirico di misura della credibilità diplomatica internazionale di una personalità di potere. ‘Cosa ha detto chi’, pur che conti qualcosa nel mondo o su un fatto. ‘Trump bis’ in meno di due anni di pirotecnica presidenza è riuscito a battere in attenzione persino Putin con i suoi quattro anni di guerra ucraina. Molta faciloneria giornalistica e troppi servilismi di schieramento, certo. Ma qualcosa, anche su questo fronte sta maturando e ‘silenziosamente ci dice’. Le alzate d’ingegno dell’uomo più potente del pianeta scendono nella categoria ‘sembra – si dice’ dei pastoni politici che inventano la notizia su eventi comunque di prima pagina. Bravi appunti di agenzia sull’ultima trovata della Casa Bianca in attesa del prossimo aggiustamento e della quasi certa prossima autosmentita.

Iran e Ucraina due guerre in una

Trump minaccia e poi rinvia. Il ‘penultimatum’ di sempre, a credibilità zero. Con bugie plateali al seguito, mentre è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una ‘exit strategy’. E le posizioni reali tra Washington e Teheran si stanno divaricando il conflitto continua a produrre effetti ben oltre il Medio Oriente. Col presidente ucraino Zelensky che in piana crisi d’abbandono anche europeo, cerca di coinvolgere Mosca con l’Iran, accusandola di «informazioni di intelligence all’Iran per prolungare il conflitto in Medio Oriente e alimentare l’instabilità globale». Sua sola ragione certa, è che l’azzardo Iran oltre a sconvolgere le economie di tutto il mondo, si riflette sempre più sul fronte ucraino, ridisegnando priorità militari e flussi di armamenti.

E torniamo a Hormuz nuova Suez

Ad un mese dall’attacco all’Iran, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95%.  Solo 4 transiti al giorno rispetto ai 125 in media prima del conflitto e un totale di 10 petroliere alle circa 250  in condizioni normali (con 300 milioni di barili). Secondo gli analisti, sono circa 1.100 navi – tra cui 300 petroliere – che si trovano attualmente all’interno del Golfo Persico, escluse le navi mercantili locali. Il blocco quasi totale dei transiti nello stretto ha avuto ripercussioni anche sui costi di trasporto: quelli dagli Stati Uniti all’Asia sono raddoppiati, attestandosi intorno ai 10 dollari per barile, rispetto ai circa 5 dollari per barile all’inizio dell’anno. Ognuno faccia i suoi conti economici ed esprima la sua valutazione politica sulla coppia Netanyahu-Trump e le rispettive politiche nazionali. Per poi farne trarre le conseguenze dai loro governi, anche se alleati e complici.

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martedì 10 marzo 2026

Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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