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giovedì 28 maggio 2026

L’Operazione “Blue Moon”

  

L’Operazione “Blue Moon”

Così come si narra nella leggenda secondo cui scoperchiando il vaso di Pandora ne sarebbero fuoriusciti tutti i “mali del mondo”, nella realtà del nostro paese, appena si trova una traccia di “malaffare e malversazione varia”, ecco che ne fuoriescono (come nella leggenda del vaso), fatti e personaggi che definire “strani” è ben poca cosa.

Lo sdoganamento della destra exfascista e neofascista, compiuto attraverso l’elezione del primo governo Berlusconi, la loro entrata nell’agone politico-amministrativo nostrano (che ha poi comportato l’elezione o la nomina di sindaci, di ministri, di sottosegretari e di amministratori pubblici di vario grado e genere, etc…), ha fatto emergere un’area sociale che o si credeva dispersa, oppure non più in grado di nuocere perché affogati nella “melassa” perbenista o nella dimenticanza!!

Ancora non si sono chiariti tutti i retroscena che hanno accompagnato gli anni della “strategia della tensione” (stragismo, servizi deviati, indagini depistate, omicidi di esponenti “scomodi” ecc… ecc…), che adesso sta emergendo un’altra strategia!

Strategia e progetto messi in opera a partire dalla seconda metà degli anni ’70 per combattere e ridurre allo stato “di totale impotenza”, interi settori sociali e giovanili, che avevano osato ribellarsi e rifiutare lo stato di cosa allora presente nel paese. Ci riferiamo all’operazione denominata Blue Moon e all’impatto che ebbe sui movimenti degli anni ’70

Abbiamo appreso delle dichiarazioni che il testimone Roberto Cavallaro ha reso nel processo a Brescia sulla strage di Piazza della Loggia (avvenuto il 28 maggio 1974, ad opera di un gruppo neofascista). “Non ha dubbi Roberto Cavallaro, ex sindacalista della Cisnal, sentito ieri nell’ottantaquattresima udienza del processo per la strage di piazza della Loggia: Ordine Nuovo era legato a doppio filo con i servizi segreti deviati. Una convinzione che deriva dalla partecipazione diretta a un determinato ambiente e non da voci raccolte tra i militanti dell’estrema destra. Cavallaro che ha collaborato dal ’71 al ’73 con il Sid (servizi di sicurezza), tra le sue dichiarazioni ha anche rivelato che: «Con l’operazione Blue Moon si voleva promuovere la diffusione di droga per limitare la ribellione dei giovani”.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/117894__ordine_nuovo_protesi_dei_servizi_deviati/


Ma all’origine era l’operazione Chaos (dalla quale è poi stata realizzata l’operazione denominata Blue Moon), un’iniziativa “coperta”, ossia segreta, messa in atto dalla CIA nel 1959, inizialmente nata per contrastare gli avvenimenti che avevano portato al potere Fidel Castro a Cuba e che prevedeva l’infiltrazione tra gli “esuli” anticastristi (in previsione dell’operazione fatta poi con lo sbarco della Baia dei Porci nell’aprile del 1961, operazione militare appoggiata dalla Cia per rovesciare il governo di Fidel Castro). Tutto questo si può vedere nei documenti desecretati dal governo USA (CIA ed altre sezioni speciali) a questo link: (http://www.serendipity.li/cia/lyon.html).

Vista la “buona” riuscita dell’operazione, si è pensato successivamente di avviarla su larga scala, soprattutto quella europea, che allora, era attraversata da grandi movimenti giovanili di contestazione radicale contro i rispettivi governi – i movimenti del’68 in Francia, Italia, Germania e poi il movimento del ’77 italiano. E’ iniziata così una operazione “coperta” che prevedeva l’infiltrazione e, soprattutto, la diffusione di “sostanze” psicotrope, LSD, droghe leggere e pesanti (eroina, morfina, marijuana), pasticche anfetaminiche di vario tipo ed effetto (benzedrina, metedrina ecc..).

Ciò aiuta a capire come (del tutto inconsapevolmente), ampi settori sociali giovanili negli anni ’70 si siano fatti irretire o affascinare da comportamenti ritenuti alternativi, antagonisti o di grande valore estetico!!!

Da una indagine sviluppata nell’area metropolitana di Roma (http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114), si mette in evidenza come nel 1970 nella capitale fossero schedati “solo” 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, era ancora una sconosciuta.

L’ inchiesta rileva: “Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio. Nel 1970, l’equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142”.

E ancora “Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido”.

Una connessione evidente con gli sviluppi del progetto Chaos è data da quanto riportato nel documento summenzionato, quando si riferisce che: “All’epoca ci fu una colossale operazione della sezione narcotici che su un “barcone”, ancorato presso il fiume Tevere, fermò e arresto con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti decine di giovani romani, perlopiù appartenenti alla generazione cosidetta “hippie” o “beat”. La colossale montatura, del “Tempo” coadiuvata in questo dal servizio segreto del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (al quale ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rapporto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” .

Sempre su questa falsariga si evidenzia anche come: Il lavoro, capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto, funziona su un doppio livello:

a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura con­tro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica.

b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina (…)

Un altro studio (www.moviesport.net/vecchienuovedroghe/vecchieenuovedroghe.pdf), sempre sui comportamenti giovanili e loro “usi e costumi” analizza il fenomeno “droghe” in veloce sviluppo, si vede la storia che ha sviluppato, in senso anti-movimento, la diffusione massiccia di sostanze che aveva come unico scopo quello di allontanare settori sempre più ampi di giovani dalla partecipazione a forme di contestazione del sistema politico vigente allora: “Si può ben dire che il problema “droghe d’abuso” ha attraversato la società occidentale in forma esplosiva; il fenomeno era sporadico e circoscritte a sparute avanguardie culturali fino alla II Guerra Mondiale, mentre ha assunto una diffusione massiva nell’intero mondo occidentale in relazione al maggior benessere, ai rivolgimenti sociali, alla globalizzazione dei consumi e dei comportamenti”.

Omettendo le radici storiche (mistico-religiose) del fenomeno ‘droga’, le tappe recenti possono essere così sintetizzate:

• Primi del ‘900: la rivoluzione industriale

• L’uso bellico (eroina + cocaina)

• La diffusione delle droghe d’abuso nelle ‘società del benessere’ (StatiUniti verso Europa); il movimento hippie e la diffusione degli allucinogeni e della cannabis

• In Italia anni ’70: diffusione delle amfetamine, da prescrizione medica; inizio della diffusione dell’eroina

• Fine anni ’80: comparsa dell’“ice” (d-metil-amfetamina cloridrato) in cristalli da fumare insieme al tabacco di sigaretta.

• Anni ’90: diffusione delle ‘droghe da discoteca’ (associazione di sostanze psicoattive, stimolanti e allucinogene: le extasy)

• Allargamento del mercato della cocaina, dall’uso elitario al consumo diffuso; l’introduzione del crack

http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114

Nella guerra di bassa intensità scatenata dagli apparati statali (italiani e statunitensi) contro i movimenti alla sinistra del Pci, appare chiaro come essi agissero su più fronti utilizzando sia la diffusione di stupefacenti in funzione disgregante, sia la repressione (con almeno 5mila persone finite in carcere per reati politici) ed infine con la “carota”.

Il governo di allora, quello cosiddetto “dell’unità nazionale”, vedeva nella gestione delle politiche governative sia i democristiani che l’opposizione rappresentata allora dal PCI ma che assicurava il sostegno al governo prima con l’astensione e poi con la solidarietà nazionale.

Venne allora varata una legge, detta “dell’occupazione giovanile” – la Legge 285/77 – che recitava così:

Allo scopo di:

1) incentivare l’impiego straordinario di giovani in attività agricole, artigiane, commerciali, industriali e di servizio, svolte da imprese individuali o associate, cooperative e loro consorzi ed enti pubblici economici;

2) finanziare programmi regionali di lavoro produttivo per opere e servizi socialmente utili con particolare riferimento al settore agricolo e programmi di servizi ed opere predisposti dalle amministrazioni centrali;

3) incoraggiare l’accesso dei giovani alla coltivazione della terra;

4) realizzare piani di formazione professionale finalizzati alle prospettive generali di sviluppo, per il 1977 e per i successivi tre anni e’ stanziata la complessiva somma di lire 1.060 miliardi (…)

da qui

 

Decine di migliaia di giovani disoccupati (circa 80.000), moltissimi dei quali altamente scolarizzati, poterono così trovare un lavoro e relativo salario, presso le amministrazioni pubbliche, attraverso la creazione di cooperative che poi venivano assorbite dall’ente pubblico presso il quale avevano sviluppato i loro progetti e interventi lavorativi.

Questa operazione, tipicamente democristiana, ha avuto come obiettivo e come effetto politico soprattutto quello di disinnescare la bomba sociale rappresentata dalla disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive.

Il movimento che si era sviluppato nel ’77 venne così ferocemente stretto: da una parte da una repressione sempre più feroce, e dall’altra vittima (inconsapevole) delle sue contraddizioni e debolezze interne.

Da testimonianze raccolte dopo che si era completamente perso qualsiasi ricordo o interpretazione minimamente critica di quegli anni, si capisce meglio adesso quali e quanti soggetti e strutture “coperte” abbiano lavorato per sconfiggere una contestazione e opposizione che, allora, aveva messo veramente alle strette il sistema dominante. Due esponenti del movimento degli anni ’70 (Miliucci e Ambrosini) ne commentano criticamente a posteriori le sottovalutazioni (vedi: http://rebusmagazine.org/tematiche/1977-eroina-e-rivoluzione/).

A conclusione di questa riflessione, possiamo rilevare insieme a quest’elemento di “storicizzazione”, un secondo ordine di considerazioni che attengono invece all’attualità. Al ciclo dell’eroina, mai del tutto esauritosi, si è accompagnata la diffusione, costante e progressiva nell’ultimo trentennio, della cocaina

In questa fase entra in campo, ancora una volta (se mai ce ne fossimo allontanati) la destra neofascista, alla quale il sistema dominante di allora, ma anche quello odierno, ha appaltato il lavoro sporco di diffusione e di spaccio delle droghe pesanti (eroina e cocaina).

Oggi è la cocaina – diventata low cost – a farla da padrona anche nei quartieri popolari e notiamo come nelle cronache nere si scoprano sempre più frequentemente elementi e soggetti ex militanti di gruppi neofascisti coinvolti in quest’attività

Un caso su tutti, emblematico perché molto cruento e ancora oggi senza (apparentemente) colpevoli dichiarati, è quello dell’omicidio di Fausto e Iaio. Ci sono solo sospetti e forse qualcos’altro, ma come direbbe Pasolini: “Io so, ma non ho le prove!!”

Seguendo questo link http://strozzatecitutti.info/2011/05/26/quando-i-fascisti-spacciavano-eroina-di-emiliano-di-marco/ viene alla luce il contesto nel quale matura l’omicidio di Fausto e Iaio a Milano.

“Proprio lo scenario di una saldatura tra ambienti malavitosi e formazioni di estrema destra è quanto stava venendo alla luce, a Milano, in una inchiesta, effettuata con interviste audioregistrate da due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, tra i tossicodipendenti del Parco Lambro. I due ragazzi furono uccisi il 18 marzo del 1978 in un agguato rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR – brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana. I nastri registrati e gli appunti dell’inchiesta, in cui Fasto e Iaio stavano venendo a capo delle implicazioni dei gruppi neofascisti milanesi nel traffico di droga, non furono mai rinvenuti”.

Nel medesimo link, l’autore conferma, ancora una volta, il punto di partenza del nostro ragionamento ossia le rivelazioni dell“l’affaire” Cavallaro.

“Arrestato ed inquisito dalla magistratura nell’ambito dell’indagine sul fallito golpe, riferì agli organi inquirenti che, nel 1972, mentre si trovava in addestramento in Francia, apprese dell’esistenza di una operazione segreta della CIA in Italia, denominata Blue Moon, con l’obiettivo della diffusione delle sostanze stupefacenti a base di oppiacei tra i giovani delle principali città italiane e per sviluppare disgregazione sociale, con l’obiettivo di diffondere il consumo di droga negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca, fiaccandone le velleità rivoluzionarie ed esaltandone gli istinti individualisti ed anarcoidi, come già era stato sperimentato con successo negli USA. L’operazione Blue Moon “era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.”

C’è abbondante materia su cui riflettere, indagare, approfondire, connettere. Per far comprendere ai più giovani cosa sono stati veramente i movimenti di lotta degli anni Settanta – oggi pesantemente evocati ed esorcizzati appena qualcuno starnutisce un po’ più forte o indossa una t-shirt sconveniente – e come sono stati combattuti dal sistema dominante che sta mettendo oggi all’opera i provvedimenti antipopolari che all’epoca non riusciva a imporre per la forte resistenza politica e sociale che incontrava nel paese.

da qui

 

Operazione Blue Moon/2. La guerra non ortodossa in Italia

Proseguendo una rilettura, o inchiesta, sulle vicende riguardanti gli anni ’70 ed i movimenti che si sono sviluppati in quegli anni (dal ’68 in poi fino al ’77), ci imbattiamo (come mai???) in un personaggio che molti di oggi non faranno fatica a riconoscerlo o almeno ad averne sentito parlare: Si tratta dunque del noto, e famigerato, personaggio di: Ronald Stark.
Sul ruolo da lui ricoperto nelle vicende che hanno coinvolto il nostro paese in quella che è stata poi definita “una guerra di bassa intensità!”, esiste una vasta pubblicistica e documentazione.
Se qualcuno ha, ingenuamente reputato come favole che la diffusione della droga era organizzata dalla Cia per fiaccare la ribellione dei giovani, negli anni Sessanta e Settanta; ebbene chi poteva mai dare retta alla storia che veniva allora raccontata e che poteva somigliare a paranoie dietrologiche raccontate dai gruppi alternativi americani, i cosiddetti “guru del Movement”;  i quali vedevano complotti dappertutto?
Ora, meglio tardi che mai, sorpresa!! Dal gran mazzo di carte e documenti «classificati», sui quali Bill Clinton (allora era presidente USA) tolse il segreto, spunta qualche foglio che rilancia quella tesi considerata «assurda e paranoica»; delineando scenari da X-Files (sit-com allora ancora sconosciuta, ma che oggi appare molto verosimile!!).
Lo scrittore G. De Lutiis, in un suo recente libro (I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti), dedica all’argomento diverse pagine. Questa lettura, che dovrebbe interessare sia i licei che le università, per documentare l’assurda vicenda di un Paese che pare abbia vissuto due differenti storie: una ufficiale, composta da un personale politico e imprenditoriale, da uomini di cultura e autori di canzonette, e un’altra probabilmente sotterranea, fatta di intrighi, dossier, golpe tentati e stragi riuscite.
In questa pubblicazione De Lutiis, (studioso e consulente della commissione parlamentare sulle stragi), ha utilizzato i dati contenuti nei documenti Usa e ricapitolati in un rapporto del Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri: titolato Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa compiute in Italia tra il 1969 e il 1974 attraverso l’Aginter Presse.
Tutto ciò, in gran parte, proviene da un documento redatto dal capitano Massimo Giraudo, l’ufficiale che ha supportato il giudice istruttore Guido Salvini nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e sull’eversione di destra in Italia. In questa documentazione (individuata da De Lutiis) viene evidenziato il ruolo avuto dal Piano Chaos, programma, attuato tra il 1968 e il 1974, della cosidetta “guerra psicologica e a bassa intensità” (“psychological and low density warfare”) dell’Occidente contro il comunismo, attuata anche attraverso l’infiltrazione di agenti provocatori all’interno dei movimenti di sinistra. (http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/).
In questo link  ci si domanda: … Ma chi era davvero Ronald Stark? (…) «In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton di togliere il segreto che gravava su oltre un milione di documenti, sono divenuti pubblici alcuni studi condotti da istituti di ricerca statunitensi legati in vario modo a servizi segreti. Secondo alcuni di questi studi, risalenti agli anni Sessanta, la diffusione di Lsd, e più in generale degli allucinogeni, poteva essere presa in considerazione come arma per deprimere l’attivismo politico dei giovani americani». Da altri documenti ora «declassificati», che provengono direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge la verità sui «Chicago riots», gli scontri avvenuti a margine della Convenzione del Partito democratico che si tenne dal 25 al 29 agosto 1968, a cui hippy e giovani dei movimenti underground si erano presentati per contestare la candidatura alla Casa Bianca del senatore Hubert H. Humphrey, favorevole alla continuazione della guerra in Vietnam. Gli scontri con la polizia, i più duri del decennio dopo le rivolte dei ghetti neri, iniziarono la domenica sera e continuarono fino alla notte del martedì successivo.
Ora emerge che, secondo i documenti del governo, un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence». Una percentuale altissima d’infiltrati e provocatori per spingere i giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

Ecco che riappare una nostra recente conoscenza: …I magistrati italiani hanno documentato che, nei primi anni Sessanta, Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, (vedi articolo di Contropiano: operazione Blue Moon) che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente (…) nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione».

I magistrati italiani hanno documentato che nei primi anni Sessanta Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente», scrive De Lutiis, «nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione». Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Tra questi programmi, Mk-Ultra, Bluebird, Artichoke (della Cia), Derby Hat (dell’Esercito), Chatter (della Marina). Sembra X-Files, ma è la realtà.
Si aggiungono ulteriori tracce di una inchiesta ancora tutta da completare su questi argomenti.
L’addestramento di “agenti” avveniva in Virginia, nella base di Quantico, dagli allievi veniva “familiarmente chiamata Hoover University”, dove funzionava a tempo pieno una «scuola d’infiltrazione» organizzata per preparare gli agenti federali e istruirli anche al consumo di droghe per renderli più credibili negli ambienti hippy! Scuola costruita da Edgar Hoover, per quarant’anni capo dell’Fbi e fermo assertore dell’uso «politico» degli stupefacenti per tenere sotto controllo gli ambienti underground e bloccare lo sviluppo della New Left, la «Nuova Sinistra» americana.
Ronald Stark in Italia non si presentava certo come produttore di Lsd, né tanto meno come agente della Cia. «Si presentava come un rivoluzionario a tempo pieno», ma con un aria vagamente hippy per renderlo più fluido nelle sue frequentazioni.
In realtà Stark aveva una parte importante in questa "strategia della droga". Aveva aperto in Belgio, a Le Clocheton, un centro di ricerche biomedicale che invece risultava essere  un laboratorio per la produzione di acido lisergico (Lsd –ndr).  In soli due anni, secondo il rapporto del Ros, produsse 50 milioni di dosi di Lsd.
Stark ha sempre sostenuto di non avere nessun rapporto con l’amministrazione statunitense ma numerose prove e documenti stanno a testimoniare il contrario, tant’è che: (…) quando fu arrestato a Bologna, Ronald Stark fu identificato come cittadino americano nato a New York il 9 aprile 1938, possessore di due fattorie in California, di una società finanziaria in Liechtenstein, di un «centro di ricerche» in Belgio.
In un interrogatorio che Stark rese ai giudici, negò di essere in rapporto con i servizi americani o di qualsiasi altro Paese, ma non tralasciò di ricordare al giudice una legge americana che punisce con pene severe l'agente segreto che sveli la sua qualifica.
Le autorità statunitensi hanno sempre fermamente smentito che Stark fosse un agente americano ed hanno anche affermato che lo stesso era anzi ricercato dalla giustizia americana. Gli Stati Uniti, che formalmente lo ricercavano da anni, non avevano però voluto richiedere la sua estradizione.
Nonostante ciò però da parte dell’amministrazione statunitense, o dai loro diretti esponenti politici, non fu però mai avanzata nessuna richiesta di estradizione, mentre risultano documentati i cordiali rapporti intrattenuti da Stark con alti funzionari americani sia durante la sua carcerazione, sia in epoca precedente al suo arresto.
Nella sua stanza all’Hotel Baglioni, il migliore di Bologna, e nella sua cassetta di sicurezza in un’agenzia romana della Banca Commerciale furono trovati documenti che provano i suoi rapporti con una serie di siciliani molto potenti: il misterioso ex presidente dell’Ente Minerario Siciliano Graziano Verzotto, il proconsole di Andreotti Salvo Lima, il principe golpista Giovanni Alliata di Montereale, l’ex capo del Sid Vito Miceli. Altri contatti Stark li aveva con personaggi americani, da cui riceveva lettere su carta intestata di ambasciate. In carcere riceveva le visite del vice console degli Usa a Firenze, Wendy M. Hansen.
La vicenda pare chiudersi con questa notizia: 25 gennaio 1985 – Ronald Stark, uno dei più enigmatici personaggi rimasti implicati nelle storie di terrorismo italiano e internazionale, sarebbe morto nelle Antille nel luglio scorso. (Luglio 1984 ndt).
È invece rimasta aperta, troppo aperta, la partita della cosiddetta «guerra psicologica e non ortodossa», combattuta negli anni Settanta e Ottanta senza esclusione di colpi, con molti tipi di armi. Comprese le droghe. Una guerra che ha lasciato un'onda lunga che arriva… fino ad oggi. Dobbiamo saperne di più!L'inchiesta continua.

Per maggiori info sull'operazione Blue Moon e Ronald Stark:
http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/
http://www.skilluminati.com/Research/entry/ronald hadley_stark_the_man_behind_the_lsd_curtain
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/01/25/misteriosa-morte-di-stark-uomo-della.html
http://archivio900.globalist.it/it/documenti/doc.aspx?id=154

Vedi i precedenti articoli dell'inchiesta di Contropiano
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/7842-loperazione-%E2%80%9Cblue-moon%E2%80%9D  
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7737-il-lavoro-sporco-dei-fascisti-del-terzo-millennio
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7919-fumi-e-nebbie-sulla-strage-di-piazza-fontana
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/5739-italia-una-strage-lunga-quaranta-anni

 

da qui

 

 

 

Anni Settanta, l’eroina invade l’Italia. Più che un crimine, quasi un colpo di Stato - Gianluca Zanella

Se ne parla da diversi anni come di una sorta di leggenda. Una di quelle operazioni di spionaggio uscite dalla penna di Ian Fleming. Eppure, scavando tra le carte giudiziarie di alcune delle stragi che hanno insanguinato la nostra storia repubblicana, stando alle rivelazioni di ex appartenenti ai servizi segreti, è tutto vero: la diffusione massiccia dell’eroina in Italia, tra il 1974 e il 1975, rientrerebbe in una strategia di controllo delle masse e di gestione della contestazione giovanile post ’68, figlia di una Guerra Fredda che ha giustificato alcuni tra i più tragici esperimenti d’intelligence mai partoriti da mente umana. Parliamo dell’Operazione Blue Moon.

Di questa operazione, ideata da uomini della CIA e di cui erano a conoscenza uomini degli apparati italiani, si torna a parlare grazie a un libro di recentissima pubblicazione: “Il figlio peggiore“, del giornalista Peter D’Angelo e dello scrittore e documentarista Fabio Valle. Edito da Fandango Libri, Il figlio peggiore è un romanzo che, traendo spunto da una realtà ricostruita attraverso i documenti dell’epoca, racconta il dramma dell’esplosione dell’eroina tra i giovani italiani e il tentativo vano di alcune persone di capirci qualcosa.

Perché il sospetto che dietro questa improvvisa epidemia ci fosse qualcosa di organizzato alcuni lo ebbero sin da subito. Ma queste persone – giornalisti, attivisti, investigatori non compromessi – nei migliori casi non giunsero a nessuna conclusione, nei peggiori furono vittime di strani incidenti di percorso atti a farli desistere dal loro intento.

D’Angelo e Valle costruiscono una spy story corale, ricca di colpi di scena e costruita come un’inchiesta, ma senza la pretesa di esserlo. “Laddove la documentazione lasciava dei buchi – ci ha spiegato Peter D’Angelo – abbiamo fatto ricorso alla finzione narrativa, cercando di restare coerenti con il contesto”.

Per comprendere cosa sia stata l’Operazione Blue Moon bisogna calarsi nella realtà del tempo. Il ’68, con la sua forza motrice che aveva trascinato giovani di tutto il mondo in strada a protestare, a esigere un cambiamento epocale che in effetti ci fu, aveva lasciato un trauma profondo negli apparati di sicurezza che dell’ordine e della disciplina fanno un vero mantra. E se a questo trauma leghiamo il contesto storico, dove la Guerra fredda è in realtà molto più calda di quanto ancora oggi non si pensi, ne esce fuori un mix letale come l’eroina.

A tutto questo bisogna aggiungere il particolare ruolo dell’Italia: estrema propaggine dell’impero americano, frontiera con il blocco comunista (quello jugoslavo e quello sovietico), culla del più grande partito comunista d’Europa. Insomma, nel nostro Paese la contestazione giovanile andava fermata a tutti i costi, spenta, sedata. E allora ecco che nel 1974 un mare di eroina invade le strade delle grandi città, dalle periferie al centro, fino a sconfinare nelle province.

Nasce il mito nero dei “capelloni”, che sono tutti drogati. La paura del tossicodipendente si radica tanto a fondo nella coscienza collettiva grazie a un impressionante tam tam mediatico. I maggiori giornali dell’epoca creano un clima di allarmismo che oggi appare senza ombra di dubbio sovradimensionato. Più che cercare una soluzione al problema, lo si demonizza. In poche parole: l’Operazione Blue Moon riesce alla perfezione.

Come in ogni guerra non ortodossa, la paura si insinua tra ampie fasce di popolazione. Il sospetto e il pregiudizio prendono il sopravvento. La gente avverte forte un clima di insicurezza e invoca stabilità. Una stabilità che solamente il blocco democratico e atlantista, ovvero la DC, è in grado di garantire.

Libri come “Il figlio peggiore” ci ricordano che i giochi di potere sono spesso incomprensibili se non a grande distanza di tempo. Giochi crudeli, che – come in questo caso – hanno lasciato una lunga scia di morti. Una generazione falcidiata per garantire stabilità. Una stabilità con troppi scheletri nell’armadio.

da qui

 

sabato 23 agosto 2025

Stragi e Verità


(Redazione Clarissa)


Destabilizzare l’ordine pubblico, creando insicurezza e paura, è una strategia dimostratasi vincente, quando è rivolta a spingere l’opinione pubblica a raccogliersi per reazione intorno allo Stato, dando così stabilità e continuità alle istituzioni di un regime.

Nel caso dell’Italia, la strategia della tensione ha pienamente ottenuto il risultato che si prefiggeva, che non era quello di sovvertire le istituzioni, ma al contrario di perpetuarle nella loro forma, nonostante la pochezza delle nostre classi dirigenti e la loro endemica corruzione, per assicurare l’allineamento dell’Italia al mondo occidentale atlantico ad egemonia anglosassone.

Chi ha attuato questa strategia, attraverso stragi, terrorismo e depistaggi, sfruttando una manovalanza volta a volta nera, rossa, delinquenziale, mafiosa, può oggi rivendicare una piena vittoria: quel sistema politico, che sembrava ricorrentemente sul punto di collassare, governa ancora oggi l’Italia.

Dimostrazione di questo fatto, di cui purtroppo non vi è ancora una consapevolezza collettiva, nonostante l’impegno profuso da storici di valore e da magistrati onesti, è nelle parole che in queste ore, in occasione del quarantacinquesimo anniversario della strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, hanno enunciato i massimi esponenti delle istituzioni e dei partiti italiani: affermazioni tutte che convergono nell’allontanare il nostro popolo dalla verità.

Una verità che, se diventasse coscienza di popolo, toglierebbe di per se stessa ogni legittimità alla classe dirigente al potere nel nostro Paese.

La parola ai politici

Dal vertice dello Stato viene ripetuta per l’ennesima volta, la comoda favoletta del disegno eversivo “neofascista”, nonostante migliaia di pagine di atti giudiziari mostrino in tutte le più sanguinose vicende italiane, compresa la strage di Bologna, l’intervento massiccio e incontrastato di organismi dello Stato, pienamente in grado di infiltrarsi e manovrare esecutori, controllare indagini, indirizzarle o deviarle, attuando quindi una vera e propria regia di questi eventi, operando poi per un’accurata e costante copertura della verità.

Dal vertice della destra al governo si toglie invece l’aggettivazione “neofascista”: anche in questo caso non certo per amore della verità, né per affermare la responsabilità degli apparati dello Stato democratico e antifascista nelle stragi.

Troppo ampiamente è documentata infatti la collaborazione che la destra italiana, di ogni partito e di ogni sfumatura, ha prestato costantemente agli apparati di sicurezza atlantico, statunitense, britannico, NATO: apparati che hanno sfruttato a fondo questa servile dipendenza.

Il silenzio su queste verità è ciò che ha consentito a questa destra, nel corso degli ultimi decenni, di uscire dall’emarginazione in cui era confinata per diventare forza di governo, redenta dalle ripetute affermazioni di antifascismo, insieme al perpetuarsi del suo pieno allineamento ai desiderata statunitensi, atlantici, e da ultimo israeliani.

Penosa infine la farsa ancora recitata dalla sinistra italiana. Quella sinistra che negli anni della strategia della tensione, negli anni di piombo, ha continuato, come continua ancora a fare, a parlare di eversione neofascista: mentre i suoi vertici ed i suoi apparati di informazione erano pienamente consapevoli che quanto accadeva nel nostro Paese era frutto di un concorde impegno statunitense e sovietico affinché l’Italia restasse stabilmente nel campo occidentale.

Per tale ragione la sinistra doveva tacere sulla vera matrice dei sanguinosi eventi che sono avvenuti nel Paese; per poi rinunciare via via anche alle proprie velleità rivoluzionarie. Doppio inganno a quegli elettori di convinzione comunista che per anni hanno continuato a votare e a scendere in piazza dietro stinte bandiere rosse.

Questo tradimento di ideali ha però consentito il pieno ingresso nell’area di governo anche al partito comunista: fino alla sua completa dissoluzione in un’ibrida entità simil-democristiana, la cui identità, a parte ovviamente la retorica antifascista, appare inconsistente.

La verità storica

Ben venga quindi la lettura pubblica degli atti giudiziari, invocata dalle associazioni dei familiari delle vittime: purché si leggano con accanto libri di storia, documenti pubblicati dai governi cosiddetti alleati, studi di chi ha saputo collegare quei documenti ai fatti di casa nostra.

Per questo, per pura volontà di verità, la sola che ci anima, ci permettiamo di riprodurre, a distanza di cinque anni, un articolo qui pubblicato in occasione dei quarant’anni dal 2 agosto 1980: lo riproponiamo per coloro che magari non leggevano ancora clarissa.it, ma soprattutto perché, come tutte le analisi lucide e documentate, non ha perso una virgola della sua attualità, dato che espone i fatti nella loro evidenza. Ci auguriamo che tutti lo leggano.


Bologna 2 agosto 1980: la memoria non basta

di Ga. Si.

Quaranta anni dopo, ricordare la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 ha senso solo se sappiamo dare a questo assassinio di nostri innocenti concittadini un significato per l’Italia: ma dargli un significato è possibile solo se arriviamo a comprendere perché esso è avvenuto.

Verità e memoria

Il mero esercizio della memoria, di cui ci si riempie la bocca in ogni occasione, non basta e non serve, se è disgiunto dalla verità: parliamo per prima cosa di una verità storica, poiché quella giudiziaria non potrà mai più essere sufficiente, dato il tempo trascorso. Il fatto che non si sia arrivati per tempo ad una completa verità giudiziaria fa parte di questa verità storica, che anche per questo è l’obiettivo primario da raggiungere.

Altrimenti l’esercizio della memoria diventa sterile rituale, del quale col tempo non sarà più possibile far comprendere il valore a chi non ha vissuto le ore di quei giorni, e le menzogne raccontate in tutti questi anni.

Senza verità la memoria diventa ipocrisia, soprattutto quando a celebrare questa memoria sono gli uomini di una classe dirigente interrottamente al potere da ben prima di allora fino ad oggi, al di là dei cambiamenti di nomi e di sigle di partito: la stessa classe dirigente che non ha mai aperto i cassetti in cui si sarebbero potuto trovare almeno spezzoni di quella verità.

Quanto hanno detto in proposito i familiari delle vittime nelle ultime ore è assai istruttivo: le grandi promesse del premier Renzi di aprire gli archivi nel 2014 si sono dimostrate l’ennesimo bluff, poiché i documenti venuti fuori si sono oramai dimostrati ben poco utili.

In realtà se lavoriamo seriamente, alla maniera di un Vincenzo Vinciguerra, di un Guido Salvini, di un Aldo Giannuli, su quanto sappiamo, ricostruire una verità storica è possibile: a condizione che non ci siano partiti da difendere, scheletri negli armadi da nascondere, comodi slogan da riaffermare.

Il primo inganno purtroppo è scritto nella lapide eretta a Bologna, dove si parla di “strage fascista”. Cioè si adopra, come etichetta che copre tutto, l’utile fantasma di una storia tragicamente conclusasi nell’aprile del ’45. Poiché oramai gli studi più seri sulla strategia della tensione confermano, con dovizia di documenti e di accurate ricostruzioni, che l’estremismo di destra italiano non è nato per ridestare né il fascismo regime né il fascismo repubblichino.

Si è trattato, fatta salva doverosamente la buona fede di quei tanti giovani che vi hanno lealmente militato, di uno strumento utilizzato dal mondo atlantico con due obiettivi primari: primo, fermare la diffusione del comunismo in occidente; secondo, impedire che si affermassero tendenza neutraliste nei Paesi inseriti in uno dei blocchi.

Questo è il senso storico di quanto per primo Vincenzo Vinciguerra nel 1989 illustrò con dovizia di riferimenti, accresciutisi e mai smentiti nel tempo, in Ergastolo per la libertà, il concetto del “destabilizzare per stabilizzare”: che potremmo anche tradurre, con un’espressione ben nota ai circoli che contano del potere internazionale mondiale, ex Chaos Ordo, dal caos l’ordine.

Federico Umberto D’Amato, servitore atlantico

Continuare a parlare di “stragi fasciste” è dunque il primo attacco alla verità.

Il coraggio di cambiare questo aggettivo spetta oggi ai familiari delle vittime, soprattutto ora che emerge dalle carte processuali un nome che è sufficiente a confermare nella maniera più flagrante possibile l’esattezza dell’interpretazione “dal caos l’ordine” della strategia stragista: quello di Federico Umberto D’Amato.

Ci soffermeremo quindi un poco su questo personaggio. Questo super-poliziotto nasce il 4 giugno 1919 a Marsiglia, da genitori socialisti.

Entrato in polizia, l’8 settembre ‘43 è vice-questore aggiunto a Roma: “riuscii a penetrare la più vasta rete di spionaggio militare dei tedeschi in Italia in modo che già nelle prime ore del 4 giugno [1944, data di entrata degli Alleati a Roma] e nei giorni successivi fui in grado di arrestare decine di spie dei tedeschi” – racconta lui stesso.

Nell’aprile 1944, aveva infatti reclutato Luigi Danese, un italiano entrato a far parte di un’organizzazione spionistica tedesca in Italia, il quale diventerà un suo fedele collaboratore anche nel dopoguerra.

Luglio 1944, D’Amato dirige in Campania e in Puglia una nuova operazione di controspionaggio, che porta all’arresto di Arturo Cembi, che a Napoli operava a favore della Rsi: il maresciallo Cembi decide di collaborare, e rilascia così a D’Amato un elenco di trecento nomi di collaboratori dell’Abwehr, ciò che permette a D’Amato di eliminare la rete filo-tedesca nel Sud Italia.

D’Amato, forte di questo eccellente risultato spionistico, entra in contatto con Jesus James Angleton, figura di spicco dell’OSS in Italia, probabilmente nel novembre 1944:

«Jesus James Angleton [su ordine dell’ammiraglio Usa Stone, responsabile militare dell’Italia occupata], incaricò un nucleo dei suoi fidati agenti (italiani e statunitensi) di recarsi segretamente nei territori di Salò per prendere contatto con Guido Leto, ormai divenuto il maggiore dirigente Ovra nella Rsi. (…) Tra gli uomini che vennero scelti da Angleton per questa missione si trovava [oltre al capitano di vascello Carlo Resio, dei servizi segreti della Marina italiana del Sud] anche il giovane commissario di nome Federico Umberto D’Amato, fin da allora in strettissimo contatto con i servizi americani. (…) Leto, dopo il 25 luglio 1943, avvicinò segretamente alcuni ufficiali statunitensi (tra cui il colonnello Bay e il capitano Baker), facendo loro sapere di essere disposto a fornire all’Oss l’intero archivio dell’Ovra, composto da oltre seimila documenti che teneva gelosamente custoditi in quel di Valdagno (sede del Dipartimento di pubblica sicurezza della Repubblica di Salò), nonché a Venezia e Vobarno. Il 26 aprile 1945, poi, si pose ufficialmente a disposizione del Cln con il quale, leggiamo, collaborava clandestinamente da alcuni mesi» (G. Pacini, Il cuore occulto del potere, Nutrimenti, Roma, 2010, p. 31.)

Non si tratta solo del già goloso boccone dei seimila documenti, mai resi pubblici dalla Repubblica democratica e anti-fascista: si tratta del ben più articolato e complesso Plan Ivy, un’operazione politico-spionistica di fondamentale importanza per comprendere quello che sarebbe poi accaduto in Italia nell’immediato dopoguerra.

È l’attiva partecipazione ad essa che giustifica e fonda la brillante carriera di Federico Umberto D’Amato, la base del suo potere, in quanto D’Amato, come attestano alcuni documenti d’archivio americani, coinvolge nell’operazione, grazie ai suoi contatti, numerosi dirigenti della polizia che stanno al Nord, pur non essendo affatto di sentimenti repubblichini.

I meriti così acquisiti lo collocano in una posizione chiave proprio nel pieno della riorganizzazione dei servizi segreti italiani, che si verifica in totale dipendenza dai desiderata alleati:

«In un messaggio segreto inviato il 10 febbraio 1949 dall’ambasciatore americano in Italia al Dipartimento di Stato Usa, si legge che «l’Italia sta istituendo un’organizzazione di polizia segreta anticomunista sotto il ministro dell’Interno con elementi dell’ex polizia segreta fascista». Uno dei primi agenti di questa organizzazione sarà Costantino Digilio» (G. Ferraro, Enciclopedia dello spionaggio, voce James Jesus Angleton, p. 37). Capiamo meglio ora quanto fossero fascisti questi funzionari di polizia, messisi a disposizione per il doppio gioco richiesto dal Plan Ivy.

Nel 1952 un altro passo importante: D’Amato è collocato alla guida dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, dunque della capitale d’Italia, nel cuore del potere democratico e antifascista.

Nel 1957, a seguito di un contrasto con Tambroni, si noti, di cui sono ad oggi ignote le ragioni, viene trasferito a Firenze, alla squadra buon costume. Un capitolo da approfondire, ma che denota una caratteristica fondamentale di D’Amato: sapere scegliere il cavallo vincente. Tambroni non lo era, come si vide ben presto.

Non a caso, nel novembre 1960, si noti, dopo i fatti di Genova, che segnano la fine politica di Tambroni, il balzo decisivo: passa all’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Qui, dopo che il 22 febbraio 1962 Paolo Emilio Taviani è diventato Ministro degli Interni, è sempre D’Amato che, nel settembre 1962, gestisce una delicatissima missione segreta in relazione al fermo dell’ex premier francese Georges Bidault, uno dei capi dell’OAS, fermato in Italia e poi fatto uscire in Svizzera, ovviamente senza informare la magistratura italiana.

Chi conosce il quadro internazionale di quel momento, i delicati rapporti con la Francia impegnata nella guerra d’Algeria e poi nella lotta contro il terrorismo dell’OAS, e il rilievo che quest’ultima ha avuto nell’influenzare l’estrema destra italiana, capirà bene che anche in questa occasione è D’Amato il master mind, non certo la vittima di una strumentalizzazione!

Dicembre 1963, governo di centro-sinistra, primo ministro Aldo Moro: D’Amato diventa capo della sesta sezione dell’Ufficio Affari Riservati, con il compito di coordinamento delle squadre periferiche e con il centro intercettazioni di Monterotondo, all’avanguardia per quei tempi. Stiamo parlando del controllo di tutte le comunicazioni che interessavano al Ministro degli Interni. Siamo nel pieno della formazione del nuovo centro-sinistra, passaggio delicatissimo per la conservazione del sistema, per “cambiare tutto in modo che non cambi nulla”.

1965, su indicazione di Taviani, pilastro dell’antifascismo democristiano e atlantico, D’Amato diviene il rappresentante italiano, unico civile, nel cosiddetto Ufficio sicurezza interna del Patto Atlantico (Uspa), abilitato alla concessione dei Nulla Osta Sicurezza (Nos) in Italia. In seguito, in data da individuare, divenne anche capo della delegazione italiana presso il Comitato di Sicurezza della Nato. Ecco D’Amato diventare niente meno che il fiduciario della Nato per la sicurezza in Italia.

Dato il livello di questo incarico, dato il passato bellico di D’Amato, dato il suo ruolo nell’Uar, dobbiamo considerarlo se non l’effettivo numero uno, almeno il numero due di questo servizio, ma solo perché nel settembre 1968, Elvio Catenacci, ex questore di Venezia, diventa direttore dello Uar, con D’Amato suo vice.

Fine anni Sessanta: D’Amato è il promotore, promotore si noti, della creazione del cosiddetto Club di Berna, organismo di coordinamento di tutte le polizie europee. È lui che parla quindi di intelligence non solo con la Nato ma anche con i servizi segreti civili di tutta l’Europa occidentale, e con quelli nordamericani.

Meriterebbe capire come, con quali motivazioni, intese, supporti politici, D’Amato riesca brillantemente in questa fondamentale operazione, che è politica prima che poliziesca, e coinvolge un Paese di cui si parla poco, ma che è fondamentale per capire le dinamiche della sicurezza in Europa, la Svizzera, cuore pulsante del capitalismo finanziario internazionale, centro spionistico fondamentale durante le due guerre mondiali.

Da recenti acquisizioni di una brillante studiosa elvetica (Aviva Guttmann), sappiamo che il Club di Berna, operando dietro determinante impulso tecnico e politico dei servizi segreti dello Stato di Israele, ha di fatto dettato la linea, tuttora vigente, dell’anti-terrorismo europeo. D’Amato era lì, nei furenti anni Settanta, e oltre.

Febbraio 1969. D’Amato stila un appunto, interamente dedicato alla questione dei movimenti della sinistra extra-parlamentare in Europa, a margine di un incontro del Club di Berna nel quale i rappresentanti tedeschi hanno avanzato il sospetto che la loro origine sia in operazioni dei servizi segreti nordamericani (Pacini, cit., p. 86).

Questa è una prova regina, che conferma il ruolo di D’Amato nella ben nota operazione “manifesti cinesi”, la cui importanza è stata per la prima volta rilevata da Vincenzo Vinciguerra. Fondamentale: uno, per i rapporti con Mario Tedeschi, cui fanno adesso riferimento i magistrati di Bologna indicandolo tra i mandanti nell’ultima inchiesta sulla strage del 2 agosto; due, per i rapporti con l’estrema destra di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, che forniscono in questa operazione la manovalanza. Prova mai smentita del fatto che è D’Amato a dare carne e sangue al delicato, rischiosissimo ma fondamentale gioco delle stragi, da una parte; e, dall’altra, dell’extra-parlamentarismo di sinistra, poi evolutosi in “partito armato”, con tutto quello che ne è derivato.

Giugno 1969: decreto del Consiglio dei Ministri di riordino dello Uar, che, diviso, diventa Sigop (servizio informazioni generali e ordine pubblico), a sua volta ripartito in Siig (sicurezza interna e informazioni generali) guidato da D’Amato, e Dops (divisione ordine pubblico e ufficio stranieri), affidata a Antonio Troisi e Mauro Saviani. Siamo nel pieno della stagione della strategia della tensione, D’Amato mantiene la posizione chiave che gli permette un’operatività globale nel nostro Paese.

Agosto 1970, Elvio Catenacci diventa capo della Polizia: Sigop passa a Ariberto Vigevani, già capo dell’ufficio politico della questura di Milano.

Novembre 1971, Sigop viene sciolto e le due divisioni diventano autonome. La Dops cambia nome in Sops (Servizio Ordine pubblico e stranieri); la Siig diventa Sigsi (Servizio informazioni generali e sicurezza interna), dove, si noti, resta D’Amato.

Sorge spontanea la domanda: perché questi cambiamenti nel pieno del periodo delle stragi e dei “golpe”? Qualcuno ha approfondito questa dinamica? Ma intanto D’Amato resta al comando.

Il fatto che D’Amato lavori su tutte e due i fronti degli opposti estremismi, in funzione di provocazione, è confermato, nel 1975, dalla proposta che D’Amato fa, chissà perché, ad Adriano Sofri di uccidere membri dei Nap. Dell’incontro con D’Amato a casa di Sofri, quest’ultimo darà notizia in due articoli del 26 e del 28 maggio 2007, su Il Foglio!

A fine anni Settanta, al militante di Lotta Continua Alberto Capriotti viene trovato il numero di telefono diretto di D’Amato, compreso quello di casa: Capriotti era stato denunciato nel 1969 per avere dato rifugio a Marco Pisetta, infiltrato nelle Brigate Rosse.

Bene, perché annoiare il lettore con questo breve profilo biografico?

Perché non vi è persona dotata di semplice e puro buon senso che, letta una simile biografia, possa pensare che è il superpoliziotto D’Amato ad essere strumentalizzato da presunti neo-fascisti. Sembra evidente esattamente il contrario: un esercizio professionale cui tutti i poliziotti di un certo rilievo degli Stati moderni, a partire dall’Ochrana zarista, si sono dovuti dedicare: infiltrazione, provocazione, strumentalizzazione dei movimenti antagonisti rispetto allo Stato di cui è al servizio.

Questo è il lavoro, se vogliamo lo sporco lavoro, dei D’Amato, oggi come allora. Serve a questo, in età contemporanea: come avvenuto negli Usa con la strage di Haymarket (Chicago, 1° maggio 1886) o in Russia con l’uccisione del primo ministro Stolypin (Kiev, 18 settembre 1911), per consolidare un potere minacciato di cambiamento. Neutralizzando gli anarchici americani, nel caso di Haymarket; impedendo le radicali riforme al potere del latifondo nella Russia zarista, nel caso di Stolypin. In entrambi i casi, operazioni di difesa del sistema. Questo il lavoro demandato ai D’Amato, la base anche del loro potere, i veri pretoriani degli Stati moderni, compresi quelli democratici.

Licio Gelli, un “redento”

Anche su Licio Gelli pensiamo sia tempo di valorizzare acquisizioni storiografiche che forte e chiaro ci parlano di un fascista di quelli che, in molti casi per salvare la pelle, sono stati da taluno chiamati “i redenti”, vale a dire coloro che hanno opportunamente voltato gabbana: avvenne nel 1944, rendendo possibile con la sua presenza in divisa da repubblichino la liberazione dal carcere di un gruppo di partigiani arrestati a Pistoia.

Licio Gelli avrebbe dato più di una volta un concreto aiuto alle formazioni partigiane: per questa ragione, secondo alcuni, nell’estate del 1944 sarebbe stato costretto a nascondersi per paura di rappresaglie dei tedeschi o dei fascisti. Ma leggiamo.

«1. Licio Gelli, nel luglio del 1944, si era fatto partigiano nella “Gugliano”, una piccola formazione che operava tra la Torbecchia e il Vincio di Montagnana, a un tiro di schioppo dal luogo dove Scripilliti fu ucciso;

2. Gelli e la sua formazione erano in contatto con alcuni dirigenti comunisti. Infatti, Giuseppe Corsini (dirigente del Pci e, nel dopoguerra, sindaco di Pistoia e senatore) dichiarò:

“[Scoperto] del suo doppio gioco e taglionato, fu incaricato di reclutare e organizzare delle squadre Partigiane. Infatti il Gelli operava sotto la sigla G.U. [la formazione “Gugliano” -. N.d.A] nei pressi di Pian di Casale-Ponte S. Giuseppe (…)

Italo Carobbi (dirigente comunista e presidente del Comitato Pistoiese di Liberazione Nazionale), a sua volta, il 20 maggio 1946 concludeva una sua dichiarazione al PM presso la Sezione speciale di Corte d’Assise di Pistoia, Umberto Petrucci, riferendo che Gelli, dopo il 21 giugno 1944 (data dell’azione alle Ville Sbertoli compiuta dalla “Silvano Fedi” con l’aiuto di Gelli), scoperto e con sulla testa una taglia di 150.000 lire [sic]: […] dovette allontanarsi e da allora, verso la fine di luglio, andò ad assumere il comando di una formazione partigiana in montagna. Alla Questura di Pistoia e alle altre autorità tutto questo non risulta perché gli accordi intercorsi tra noi sono stati tenuti sempre segreti. (I. Aiardi, R. Aiardi, Agguato a Montechiaro – Considerazioni sulla morte del comandante partigiano Silvano Fedi, Centro Documentazione di Pistoia, 2014, passim).

Tutto questo gli avrebbe valso in prima battuta la copertura del Partito Comunista che, nell’ottobre del ’44 e poi nel febbraio ’45, rilascia a Gelli un’attestazione della sua attiva collaborazione con i partigiani, confermata anche dal giornale del Cln pistoiese nel ’45.

Riparato a Roma con mezzi forniti dal Cln, si sposta a la Maddalena in Sardegna presso la sorella ed il cognato, sottufficiale di marina, sotto sorveglianza dei carabinieri, il 24 gennaio 1945.

Arrestato dai carabinieri nel settembre ’45, su denuncia del figlio di un collaboratore dei partigiani, è detenuto prima a Sassari e poi a Cagliari, e qui, negli interrogatori a suo carico, avrebbe fatto i nomi dei collaborazionisti repubblichini da lui conosciuti, a suo dire per proteggerli dalla furia popolare.

Rilasciato in libertà provvisoria, nuovamente arrestato, su denuncia di un ufficiale dell’aviazione per aver organizzato rastrellamenti di prigionieri inglesi, durante la detenzione a Roma conosce il principe Junio Valerio Borghese.

Le accuse contro di lui si ridimensionano, e nel 1947 si trova libero da qualsiasi addebito penale e ottiene il passaporto.

Riprende l’attività politica con orientamento monarchico, in vista del referendum, e diventa segretario provinciale del Partito Nazionale del Lavoro. Da qui, seguendo la traiettoria di molti ex-fascisti, lo spostamento finale a favore della Democrazia Cristiana:

«Nel 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, in un clima di acceso anticomunismo, iniziò a lavorare per Romolo Diecidue che era candidato per la circoscrizione Firenze-Pistoia, nelle liste della Democrazia cristiana, e aveva il suo bacino elettorale in Valdinievole. Diecidue, romano di origine e preside di scuola media superiore nella città termale, era stato presidente del Cln di Montecatini: dopo avere militato nella Dc, sarebbe passato ai demoliberali filo-monarchici. La collaborazione tra i due durò per circa un decennio» (M. Francini, “Il periodo pistoiese di Licio Gelli”, Quaderni di Farestoria, Anno XI, 1, Gennaio-Aprile 2009, p. 50 e ss.).

Perché dunque continuare a parlare di Gelli come di un nostalgico neo-fascista e non classificarlo, come si è fatto per intellettuali di chiara fama, come “redento”, oramai conquistato alla causa della democrazia, tanto da iniziare una brillante carriera come “faccendiere”, che, grazie al supporto massonico-cattolico, lo avrebbe portato a far parte di un centro di potere come la Loggia P2?

Ci limitiamo, per chi ancora non la conoscesse, a consigliare la lettura di quel Piano di Rinascita Democratica, ritrovato a Gelli nel 1981 quando scoppia l’affaire P2, ma sicuramente risalente alla fine degli anni Settanta. Lo si ponga poi accanto al celebre testo di M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, The Crisis of Democracy, Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975. Confrontando i due testi, chiunque può rendersi conto che il documento attribuito alla P2 non è altro che l’adattamento politico al contesto italiano di un progetto di ben più vaste dimensioni, in atto nell’Occidente capitalista a fine anni Settanta, in vista della riorganizzazione dei sistemi a democrazia parlamentare col vittorioso procedere della mondializzazione nel segno del liberismo economico-finanziario.

Fascisti questi? Neo-fascisti anche quelli della Trilateral? Fior di democratici, magari di una democrazia diversa da come la intendeva Mazzini: ma sono gli uomini e e le forze che hanno combattuto e vinto la guerra contro il fascismo. Gelli e la P2 stavano dalla loro parte.

E la strage di Bologna?

Probabilmente la strage di Bologna non è una strage come quelle degli anni Sessanta e Settanta. Non rientra nella sanguinosa routine del “destabilizzare per stabilizzare”, in quanto non si collega probabilmente ad un tentativo golpista, più o meno gestito strumentalmente, come nel caso dei vari golpe Borghese e dei golpe “bianchi”.

Crediamo che anche in questo caso, Vinciguerra stia in questi mesi fornendo sul suo blog I Volti di Giano la chiave di lettura più credibile, a sostegno della quale egli, come sempre, fornisce un’articolata analisi di elementi finora mai valorizzati in questo senso.

La strage del 2 agosto probabilmente nasce quindi come un’estrema operazione di copertura per impedire la verità sulla strage di Ustica. Su questa questione vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, visto che già qualcuno rispolvera palestinesi e libici, come già fecero i servizi israeliani subito dopo la strage, nell’agosto del 1980.

Se, come pensiamo, strage copre strage, il movente è sufficientemente chiaro e grave per spiegare l’eccezionalità di Bologna. Una verità che, se fosse stata conosciuta all’epoca, avrebbe portato alla luce la presenza di qualcosa come 21 velivoli da combattimento nei cieli estivi d’Italia, uno scenario di guerra non dichiarata di cui il nostro Paese fu e rimane all’oscuro – se tutto questo fosse venuto alla luce allora, nonostante il Pci avesse da poco aperto alla Nato, probabilmente l’indignazione popolare avrebbe travolto la classe dirigente italiana, avrebbe rimesso in discussione la presenza dell’Italia nella Nato, proprio in un momento critico per il confronto fra i blocchi, come fu quello che seguì ai molti eventi epocali del 1979, dall’invasione dell’Afghanistan alla rivoluzione khomeinista in Iran.

Ricordiamoci cosa avvenne a Milano e Roma all’inizio di Mani Pulite: Craxi in fuga fra lanci di monetine. Ricordiamoci cosa avvenne a Palermo ai funerali di Borsellino: un presidente della Repubblica in fuga, inseguito dalla folla inferocita.

Cosa sarebbe accaduto, nel mentre infuriavano ancora le uccisioni delle Br, se si fosse scoperto quello che nessuno ha ancora il coraggio di ammettere, vale a dire che l’Italia è stata ed è su di una linea di guerra, dopo la perdita della sua sovranità nazionale con lo sfascio dell’8 settembre? Non c’era antifascismo che potesse reggere: i politici di allora sarebbero stati cacciati a furor di popolo, come del resto meritavano.

Per questo D’Amato e altri con lui mettono in moto un meccanismo ben collaudato, che porta al massacro della stazione del 2 agosto: non per una strategia del terrore “fascista”, che non trova addentellati nella realtà, ma per la solita strategia di difesa dello Stato democratico e antifascista; ma usando manovalanza pescata nei vivaio tenuto in vita nell’estrema destra, a furia di infiltrazioni e di attacchi mirati a creare ragazzini pronti a tutto. Un domani sempre scaricabili, quindi, o eliminabili.

Ragazzini che, oggi diventati uomini, tacciono perché sanno di essere stati parte di un gioco troppo più grande di loro, come hanno taciuto i Freda, i Ventura, eccetera, eccetera. Pagano così il prezzo per la loro libertà e per la loro sopravvivenza fisica.

Guardiani della memoria

L’Italia non ha bisogno di guardiani della memoria, che vengano a ripetere i vecchi slogan a base di antifascismo e di un atlantismo che la caduta del Muro di Berlino avrebbe dovuto seppellire.

I segreti dietro le stragi, compresa quella di Ustica, di Bologna, e le altre che le hanno seguite, sono sempre stati noti ai vertici della classe politica, militare e poliziesca italiana, comprese le forze della cosiddetta opposizione, poi divenute anch’essa forze di governo, senza che nulla sia mutato in termini di verità sui “misteri” italiani.

Come giustamente ha sottolineato Vinciguerra, non ci sono “misteri”, ci sono “segreti”: di questi segreti è tuttora detentrice la classe dirigente del Paese.

Da loro è però oramai vano aspettarsi la verità, cosa questa che forse i familiari delle vittime non hanno ancora capito.

Eppure questa verità, grazie al sacrificio personale di qualcuno, al coraggio di pochi, all’onestà di altri, mai come ora è straordinariamente vicina.

I familiari delle vittime hanno compreso l’importanza del momento e comprensibilmente chiedono la vicinanza del Paese. Questa vicinanza noi la testimoniamo qui con queste poche righe, sperando di contribuire alla verità che le 81 vittime, i cui nomi sono incisi sulla lapide di Bologna, attendono da quarant’anni.

da qui