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domenica 7 febbraio 2021

Roberto Saviano scrive ad Ahmet Altan

 

Caro Ahmet,


Sono 
1.585 giorni (calcolati al 2/2/2021) che sei in carcere in Turchia, dal 23 settembre 2016.

La tua colpa? Essere uno scrittore.

1.585 giorni, non anni ma giorni: misurare il tempo della detenzione in anni dà l’impressione che sia un tempo veloce e invece no, il tempo trascorso in carcere andrebbe conteggiato in minuti, in secondi, perfino negli attimi del respiro. Andrebbe calcolato in luce sottratta, in metri quadri che mancano.

Ecco, Ahmet, quando ti penso in carcere non tralascio nulla di quello che ti viene sottratto. Qui fuori, fuori e a distanza, è così semplice raccontare il motivo della tua condanna: perché hai scritto romanzi, perché hai espresso le tue opinioni in articoli, perché lo hai fatto su Taraf, il quotidiano che hai fondato nel 2007, in modo tutti potessero leggere e capire. Nessun sotterfugio, nessuna frase sibillina, tutto manifesto: articoli e libri pubblicati. Idee, fatti, teorie, alle quali si poteva rispondere con altre idee, altri fatti, altre teorie. E invece no: ti hanno tolto la libertà. Per fermare le tue parole, ti hanno chiuso in una cella. Non immaginano, loro, che una cella al più ferma i corpi, ma non ha potere sulle parole.

Le proteste del mondo accademico

Ti scrivo dalle pagine del Corriere della Sera, perché ormai le lettere nel carcere di Silivri a stento ti arrivano. Le mie parole verrebbero passate al vaglio, fermate e private del diritto che hanno di giungere al loro destinatario. Ho deciso di scriverti adesso perché immagino che il nuovo corso negli Stati Uniti, inaugurato da Joe Biden, potrebbe riportare attenzione su Fethullah Gülen, il nemico di sempre, il nemico che Erdoğan aveva momentaneamente accantonato, il nemico a cui attribuire presunti sodali da arrestare, nuove minacce da sventare con l’arma della repressione interna. Ti scrivo adesso perché il mondo accademico e i giovani universitari sono in fermento; protestano perché la cultura sia laica, libera dai condizionamenti della politica. Ti scrivo adesso perché anche loro vengono arrestati, anche a loro viene negato il diritto di esprimersi liberamente. E ti scrivo adesso perché non mi rassegno che possa essere così facile incarcerare uno scrittore mentre il regime turco continua indisturbato la sua vita.

Nel 2018 ti condannano all’ergastolo per – dicono — aver «favorito il golpe» attraverso «messaggi subliminali». Poi cadono i capi d’imputazione più gravi e la pena viene ridotta a 10 anni e mezzo cui si aggiungono, il 7 gennaio 2020, altri 5 anni e 11 mesi per «offese al presidente» e «propaganda del terrorismo». Un sistema da incubo, un sistema che si chiama Turchia. E tu riesci a resistere, Ahmet? Noi non abbiamo niente, questo lo so bene: non abbiamo armi, non muoviamo capitali, non siamo potenti. Abbiamo solo le nostre idee e le nostre parole, ma io non mi rassegno, Ahmet. Non mi rassegno e mi pongo una domanda semplice, alla quale tu avrai già trovato una risposta: come può essere che le tue parole abbiano spaventato a tal punto Erdoğan – che è potente, che dispone della forza di oltre 700mila militari – da decidere di destinarti alla galera senza alcuna possibilità di appello? Come può essere che le autorità turche, pur di tenerti in carcere, si siano coperte di ridicolo formulando e avallando le accuse più assurde? Dall’«invio di messaggi subliminali evocativi di colpo di stato» ad «aver tentato di rovesciare il governo della Turchia», dalla presunta «appartenenza a una organizzazione terroristica» all’ultima formulazione: «aver fornito aiuto a un’organizzazione terroristica senza esserne membro». La verità è che non esiste alcun capo d’imputazione credibile per quello che ti stanno facendo, non esiste alcun motivo valido per la detenzione preventiva cui sei stato sottoposto, per i processi farsa che hai affrontato e per le condanne che restano a tuo carico.

L’accusa di aver mandato messaggi subliminali, perché poche ore prima dal fallito golpe del luglio 2016 eri ospite in tv insieme a tuo fratello Mehmet Altan, è un’idiozia, come possono averla appoggiata un governo e tribunali, istituzioni che dovrebbero tenere alla propria credibilità, magari anche al cospetto di osservatori stranieri? O forse sanno che gli osservatori stranieri osservano poco? Che sono inspiegabilmente distratti? E di cosa ti accusano esattamente? Di avere espresso attraverso i tuoi scritti delle intenzioni? Di aver diffuso messaggi? Ma cosa fa esattamente uno scrittore quando racconta, un giornalista quando mette in fila gli eventi? Il messaggio che il potere chiama «subliminale» è la traccia dell’emozione accanto all’idea, e quando emozione e idea si saldano, allora le parole diventano importanti, direi imprescindibili. Per questo ti hanno voluto fermare.

Alla fine, vedi, ci sono arrivato anch’io. Le tue parole sono troppo pericolose perché possa essertene concesso l’uso. E sono pericolose perché complesse, perché rivolte a tutti, anche a chi non la pensa come te. Pericolose perché mostri il potere per quello che è: il nulla, il vuoto, l’arbitrio che però, assurdamente, conserva la possibilità di agire e reprimere, di schiacciare l’individuo.
Altan con la figlia (Getty)

Come tuo padre e come Puškin

Caro Ahmet, immagino starai sorridendo nel vedere il mio rumoroso e impacciato affanno mentre racconto ciò che ti è accaduto. Non sono riuscito mai a far mia la tua lezione, la tua e di tuo padre: sottrarsi al copione, non lasciarci portare dall’onda. Lo so, se qualcosa può sconvolgere la nostra vita, siamo noi a permetterlo comportandoci secondo le attese. Tuo padre ti aveva insegnato la regola quasi cinquant’anni fa. Anche lui giornalista, i militari entrarono in casa vostra e tuo padre offrì del tè a chi perquisiva. Poi, mentre ammanettato lo portavano via, si girò verso te, tuo fratello e tua madre con un grande sorriso. «La realtà – hai scritto – non può sopraffarmi. Io sono più forte della realtà». In questi casi citi, del nostro amato Puškin, il racconto che preferiamo più d’ogni altro, «La pistolettata». Quando nel duello Silvio ha l’arma puntata sul cuore del suo avversario ma questi seguita a mangiare ciliegie, più Silvio chiede attenzione e impegno perché sta per sparare e potrebbe ucciderlo, più lo sfidante dà mostra di tenere molto alle ciliegie e poco alla propria vita. Il colpo non verrà mai esploso perché ha disatteso, il duellante, le regole del gioco. Così inviti ad agire, come Borges che al ladro che intima «la borsa o la vita» dice: offri la vita, spariglia, sovverti, non agire secondo attese. Quando ti hanno arrestato, sia la prima volta che la seconda volta, hai fatto a pezzi il clima di terrore e paura che gli uomini mandati da Erdoğan avevano imposto, aprendoti in un sorriso, come hai scritto nel tuo libro «Non rivedrò più il mondo», pagine che voglio proteggere dandole a più persone possibili, moltiplicando le tue parole grazie alle uniche persone che possono davvero impedire a ogni cella di rinchiudersi: i lettori. Incarni davvero, Ahmet, il principio di Epitteto: quando il nostro corpo è schiavo, è lì che la nostra mentre può restare libera. Tu ci stai riuscendo.

Quando a novembre 2019 ti hanno liberato per qualche giorno, probabilmente sperando che scappassi, trovammo il modo di vederci su Skype… non ho mai dimenticato quell’incontro. E se non sei andato via, se non ci hai nemmeno pensato, è perché ti è sempre stata chiara la differenza che esiste tra denunciare e testimoniare: si denuncia con le parole, si testimonia con il corpo. E il regime turco può trasformarsi non denunciando ma testimoniando, ossia portando sul proprio corpo le contraddizioni del potere. È di questi giorni la notizia della protesta a Istanbul degli studenti dell’Università del Bosforo contro la nomina per decreto presidenziale di Melih Bulu a rettore, una nomina solo politica dal momento che Bulu è un politico vicino a Erdoğan. Il 29 gennaio un gruppo di studenti ha allestito una mostra con foto e disegni sul tema della libertà di espressione, dei diritti di genere, della pace. Hanno disegnato un arcobaleno, simbolo del movimento pacifista mondiale e della comunità Lgbt su una foto della Kaaba, l’edificio più sacro dell’Islam. Quegli studenti sono stati arrestati con l’accusa di «insulto ai valori religiosi» reato che, assicurano i loro avvocati, nel codice penale turco nemmeno esiste. Arrestati per aver disegnato un arcobaleno, arrestati per una mostra sulla libertà d’espressione, arrestati perché vogliono, chiedono e pretendono che le università siano indipendenti dal potere politico.

E ancora altri studenti arrestati (159, di cui 98 rilasciati poche ore dopo); anche loro, Ahmet, come te, reagiscono con la gioia. La loro protesta è piena di musica e di balli, quanto stride tutto questo con i tetri palazzi del potere, grotteschi, ottusi. E mentre il ministro dell’Interno turco li definisce «deviati» e «pervertiti», mentre il governo turco minaccia, incarcera, processa, punisce, noi stiamo qui a guardare, noi che, da quando è esplosa la pandemia abbiamo disegnato arcobaleni ovunque, siamo immobili osservatori dell’ennesimo atto autoritario che lede i diritti di ciascuno di noi, privando voi, della libertà. In Turchia sono stati incarcerati 200 giornalisti negli ultimi 5 anni, giornalisti di ogni età e orientamento politico e se tutto questo è potuto accadere è perché noi siamo stati e siamo indifferenti. Da quando ti conosco, con le tue parole e attraverso i tuoi libri, mi hai insegnato che l’individuo fa la differenza. Un gesto di bene non è inutile, un gesto crudele non è ininfluente. Come quella donna che, mentre ti facevano la radiografia, per immotivata cattiveria non acconsentì che ti fossero tolte le manette. Il poliziotto stava per aprirle, ma lei disse che no, non ce n’era bisogno: «Gliele lasci!». Perché tanta crudeltà? Come è possibile? Un po’ di pace ai polsi perché negarla? Questi gesti nascono dall’abitudine alla crudeltà, addirittura dalla necessità che esista un luogo, una prassi, un recinto possibilmente lontano dai nostri occhi dove si possa lasciar spazio a cattiveria e vendetta, perché è crudeltà e vendetta che merita chi ci finisce, qualunque sia il motivo.Altan con la figlia (Getty)

Il carcere del pensiero

Senza troppi giri di parole: il carcere rappresenta la nostra quota di vendetta, una quota di crudeltà che siamo addirittura fieri di rivendicare. «Se stanno dentro è perché hanno sbagliato»: con questa frase giustifichiamo tutto ciò che può capitare a chi è detenuto. «Se stai in carcere è perché hai sbagliato, e se hai sbagliato il tuo destino non è affare mio» è un assioma che vale per qualunque detenuto, di qualunque nazionalità, quali che siano le condizioni della detenzione. E qui dovrebbe intervenire il racconto, ma per far cosa? Per spiegare che il carcere non deve soddisfare la sete di vendetta quanto piuttosto assolvere a una funzione che è essenziale: reinserire chi ha commesso un reato nella società. Ma se il carcere assolve alla quota di crudeltà a cui riteniamo di aver diritto, come la mettiamo quando il carcere viene utilizzato per silenziare la dissidenza? Per bloccare gli oppositori politici? Per fermare, come nel tuo caso, Ahmet, il pensiero libero? La soglia del carcere, prima ancora che essere una soglia fisica delimitata da cancelli, lucchetti, guardie armate e telecamere, è una soglia mentale: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E tra i dentro e il fuori, fa comodo che non vi sia dialogo, che i rapporti siano sempre mediati. Esistono dei codici, e la quota di vendetta che teniamo a preservare ci impedisce di vedere quanto quei codici siano essi stessi parte della segregazione, ci impedisce di vedere quanto tra il dentro e il fuori non esista soluzione di continuità.

Poniamocela, una volta per tutte, questa domanda. Non discutiamone con altri, ma ragioniamoci in solitudine cosicché nessuno possa giudicarci: cosa simboleggia il carcere? La nostra vittoria, la vittoria dell’uomo sull’uomo, la vittoria di chi sta fuori su chi sta dentro. La vittoria di chi «merita» di stare fuori su chi «merita» di stare dentro. Come quando da bambini vedevamo altri bambini puniti per qualche malefatta: la sensazione era quella del pericolo scampato, di leggerezza nel vedere i colpevoli presi a occupare la casella dei colpevoli. Eh sì, perché è un posto che sullo scacchiere non può restare vuoto troppo a lungo. E quindi sapere che esiste un carcere, e che tu ne sei fuori, non ti fa semplicemente sentire a posto con la coscienza, ti dà la patente per fregartene.

Il primo atto, dunque, che possiamo fare è non essere indifferenti, accorgerci del male perché abituarsi al male al punto da non riconoscerlo, non averne il disgusto e tenerlo lì come possibilità perenne, è la vittoria finale del disumano. In carcere hai visto corpi picchiati, costretti alla solitudine, rattrappiti dalla vergogna, perché tra le più insopportabili torture ci sono quelle che ti costringono a denunciare innocenti, accusare persone che non conosci. Hai raccontato di un ragazzo costretto a denunciare dei curdi, dei curdi a caso, dei curdi qualsiasi, persone che nemmeno conosceva… serviva la sua testimonianza per poter intervenire in un villaggio. Il ragazzo sapeva che se avesse pronunciato il nome di chi non gli aveva fatto nulla, e nulla aveva commesso, sarebbe probabilmente uscito di prigione, ma rifiutò: «non posso fare il nome di nessuno, non posso essere cosi vile»...

continua qui


 

 

e leggete le poche e straordinarie pagine di 


Ritratto dell'atto di accusa come pornografia giudiziaria - Ahmet Altan


«Vostro Onore, il misero surrogato di atto d’accusa presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto per la legge, è troppo debole per sostenere il peso immenso della sentenza di ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico ministero, e non merita una difesa seria». Inizia così il libro Ritratto dell’atto d’accusa come pornografia giudiziaria che lo scrittore turco Ahmet Altan, 67 anni, ha scritto dalla cella del carcere di Silivri dove è rinchiuso da 17 mesi insieme al fratello Mehmet, alla giornalista Nazli Ilack,74 anni e veterana della stampa turca, e altri quattro reporter. Domani il giudice, cui si rivolge Altan in un dialogo immaginario, emetterà il verdetto. È il primo di una serie contro i rappresentanti della stampa accusati di essere dei gulenisti e aver fatto parte del fallito golpe del 15 luglio 2016. A nulla è valsa la mobilitazione internazionale lanciata in questi mesi per la loro liberazione da Free Turkey Media che comprende tra gli altri Reporters Sans Frontieres, gli italiani di Articolo 21 e l’associazione dei Cento Autori. A nulla è valsa la sentenza della Corte Costituzionale che aveva disposto la scarcerazione degli imputati perché erano stati violati i loro diritti umani. «Nel momento in cui li condanneranno sarà decretata la morte dello stato di diritto in Turchia. Nessuno avrà più alibi» commenta amara Antonella Napoli, coordinatrice di Free Turkey Media. Altan e compagni sono accusati di aver inviato dei «messaggi subliminali» nei giorni precedenti al golpe per favorire la sua riuscita. «A parte qualche mio articolo e un’unica apparizione in tv, l’imputazione di golpismo nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato», spiega lapidario lo scrittore nel suo libro.

da qui


Una condanna a vita per Ahmet Altan

Il 2 ottobre la corte d’appello di Istanbul ha confermato la condanna all’ergastolo per sei sospettati di terrorismo, tra cui i giornalisti Ahmet e Mehmet Altan, arrestati nel settembre del 2016. L’accusa per tutti è di aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale e di avere legami con l’organizzazione gulenista Fetö, che Ankara ritiene responsabile del fallito golpe del luglio 2016. Dal carcere Ahmet Altan ha scritto alcune memorie raccolte nel libro Non rivedrò più il mondo (Solferino). Eccone un estratto.


“Un oggetto in movimento non si trova né dove è, né dove non è”, sostiene Zenone nel suo famoso paradosso. Fin da ragazzo ho pensato che questo paradosso si addica più alla letteratura o agli scrittori che alla fisica.

Scrivo queste parole da una cella in carcere.

Aggiungete le parole “Scrivo queste parole da una cella in carcere” a qualsiasi racconto e aggiungerete tensione e vitalità, una voce inquietante che arriva da un mondo buio e misterioso, la resistenza coraggiosa di una persona fortemente svantaggiata e una mal dissimulata richiesta di pietà.

È una frase pericolosa, che si può usare per sfruttare i sentimenti delle persone. E gli scrittori non sempre evitano di usare le frasi in modo da asservirle ai loro interessi, quando c’è in gioco la possibilità di toccare i sentimenti delle persone. Capire che questa è la loro intenzione può essere sufficiente perché il lettore provi pietà per l’autore di quella frase.

Ma aspettate. Prima di suonare le trombe della pietà nei miei confronti, ascoltate quello che ho da dirvi.

Sì, sono una persona chiusa in un carcere di massima sicurezza in mezzo al deserto.

Sì, sono chiuso in una cella la cui porta si apre e si chiude con uno sferragliare di metallo.

Sì, mi passano i pasti attraverso un buco in mezzo alla porta.

Sì, perfino la sommità del cortile di pietra in cui cammino su e giù è coperta da una gabbia di acciaio.

Sì, non ho il permesso di vedere altre persone che non siano i miei avvocati e i miei figli.

Sì, mi è vietato spedire anche solo due righe ai miei cari.

Sì, ogni volta che devo andare in ospedale prendono delle manette da un mucchio di ferraglia e me le infilano ai polsi.

Sì, ogni volta che mi tirano fuori dalla cella ordini come “alza le braccia, togliti le scarpe” mi colpiscono come schiaffi.

Tutto questo è vero, ma non è tutta la verità.

Loro avranno anche il potere di mettermi in carcere, ma nessuno ha il potere di tenermi in carcere

Nelle mattine d’estate, quando i primi raggi del sole passano tra le nude sbarre della finestra e colpiscono il mio cuscino come lame di luce, sento i canti gioiosi degli uccelli di passo che hanno fatto il nido sotto le volte del cortile, e gli strani scricchiolii prodotti dai passi dei prigionieri negli altri cortili, come se schiacciassero sotto ai piedi bottiglie d’acqua vuote.

Mi sveglio con l’impressione di vivere ancora nella villa con giardino della mia infanzia o, per chissà quale ragione, e davvero ignoro la ragione di questo fatto, in uno di quegli alberghi affacciati sulle garrule strade francesi nel film Irma la dolce.

Quando mi sveglio con la pioggia d’autunno che cade sulle sbarre della finestra, sopportando la furia dei venti settentrionali, inizio la giornata sulle rive del Danubio, in un albergo con delle torce sulla facciata che vengono accese ogni sera. Quando mi sveglio col sussurro della neve che penetra dalle sbarre della finestra, in inverno, incomincio la giornata nella dacia con la finestra sulla facciata in cui ha trovato rifugio il dottor Živago.

Finora non mi sono mai svegliato in carcere, neanche una volta.

Di notte, le mie avventure sono animate da un’attività ancora maggiore. Vago fra le isole della Thailandia, gli hotel di Londra, le strade di Amsterdam, i segreti labirinti di Parigi, i ristoranti sulla costa di Istanbul, i piccoli parchi nascosti fra le vie di New York, le cittadine dell’Alaska con le loro strade innevate.

Potete incontrarmi lungo i fiumi dell’Amazzonia, sulle spiagge del Messico, nelle savane africane. Parlo tutto il giorno con persone che nessuno vede e sente, persone che non esistono e non esisteranno fino al giorno in cui io ne parlerò. Le ascolto mentre conversano fra loro. Vivo i loro amori, le loro avventure, le loro speranze, preoccupazioni e gioie. A volte rido camminando nel cortile perché origlio le loro conversazioni, che sono piuttosto divertenti. Non voglio fissarle sulla carta in carcere, perciò scrivo tutto questo nelle pieghe del mio cervello, con l’inchiostro della memoria.

So di essere uno schizofrenico, finché queste persone restano nella mia mente. So anche di essere uno scrittore, quando queste persone si trovano infine sulle pagine di un libro. Provo piacere nell’oscillare tra schizofrenia e letteratura. Salgo come fumo e lascio il carcere con queste persone che esistono nella mia mente. Loro avranno anche il potere di mettermi in carcere, ma nessuno ha il potere di tenermi in carcere.

Sono uno scrittore.

Non mi trovo né dove sono, né dove non sono.

Dovunque mi rinchiudiate, io viaggerò per il mondo sulle ali infinite della mia mente.

Inoltre ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a viaggiare: la maggior parte non li ho mai incontrati.

Ogni occhio che legge quello che ho scritto, ogni voce che ripete il mio nome, mi tiene la mano come una piccola nuvola e mi fa volare sulle pianure, le sorgenti, le foreste, i mari, le città e le loro strade.

Viaggio per tutto il mondo da una cella in carcere.

Come potete ben capire, io possiedo un’arroganza divina; non lo si ammette spesso, ma è propria degli scrittori ed è passata di generazione in generazione da migliaia di anni. Io possiedo una sicurezza che cresce come una perla fra le robuste valve della letteratura. Io possiedo una immunità garantita dall’armatura di acciaio dei miei libri.

Scrivo queste parole da una cella in carcere.

Ma non sono in carcere.

Sono uno scrittore.

Non mi trovo né dove sono, né dove non sono.

Potete mettermi in carcere, ma non potete tenermi in carcere.

Io faccio una magia. Passo attraverso i muri.

da qui

lunedì 20 aprile 2020

brutti tempi per essere di Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione fuorilegge - Carla Corsetti
Il disastro della Lombardia, per dimensioni, a buon diritto può essere definito genocidio.
I soggetti responsabili sono molteplici, ma non sarà difficile individuarli, perché sono tutti collegati.
Prendiamo il primo: Comunione e Liberazione.
Democrazia Atea si è occupata di questa associazione di stampo cattolico ormai da un decennio, denunciandone la pervasività.
La sanità, soprattutto in Lombardia, è sempre stata interamente nelle mani di questa organizzazione, i suoi uomini hanno occupato tutti i posti dirigenziali nelle ASL e sono loro che hanno deciso chi assumere e quali imprenditori potevano “competere” nelle finte gare per le forniture ospedaliere e farmaceutiche.
Gli imprenditori, la maggior parte spontaneamente, ma alcuni anche ob torto collo, si sono coalizzati in una associazione legata a doppio filo con Comunione e Liberazione, denominata Compagnia Delle Opere.
Per chi non ne fa parte è impossibile lavorare, in qualunque settore, perché le 34mila imprese della CDO fanno cartello, monopolizzano il mercato con un fatturato annuo che supera i 70 miliardi di euro, e sono sempre più numerose le Procure che riescono a svelare i sistemi di corruzione che garantiscono questi introiti.
Nelle università l’organizzazione di CL ha creato una associazione denominata Student Office che induce le giovani matricole a confonderlo con un servizio pubblico.
Una volta che gli studenti sono stati “agganciati” dagli uomini dello Student Office, comprendono immediatamente che se restano con CL avranno una invisibile corsia preferenziale per gli esami e a fine corso saranno privilegiati per essere collocati nel mondo del lavoro.
Le attività dell’organizzazione CL sono molteplici e si dipanano tra convenzioni bancarie agevolate e sfruttamento della povertà attraverso la gestione delle mense per i poveri, ma il banchetto più ricco resta la sanità.
All’interno di CL c’è anche un gruppo ristretto denominato Gruppo Adulto, i cui componenti, generalmente affermati professionisti molto facoltosi, praticano la castità, la più pericolosa delle perversioni sessuali, vivono in condizioni di soggezione psichiatrica verso i loro referenti spirituali ai quali consegnano buona parte dei loro averi e ai quali rendono conto nel dettaglio delle loro miserie quotidiane.
Ogni anno questa organizzazione misura il suo potere esibendo una passerella di personaggi utili al tornaconto reciproco, pronta a garantire gli affari, più o meno leciti, il Meeting di Rimini, che si ripete da 40 anni sempre con la stessa partitura: interventi vuoti, prospettive evanescenti, un meeting che offende parole come intelligenza, cultura e razionalità, e che si dipana in una sequela di frasi fatte o di ragionamenti sull’aria fritta, necessarie per celare ciò che più concretamente si costruisce a margine e al di fuori della trasparenza mediatica, ovvero affari e potere.
Dieci anni fa lo scrittore Ferruccio Pinotti ha ricostruito la struttura sanitaria lombarda e il modello religioso imposto da Comunione e Liberazione, la “Lobby di Dio”, ma soprattutto come sia stato facile lucrare sulla sanità privata demolendo la sanità pubblica.
Quel modello religioso di sanità oggi è esploso mietendo migliaia di vittime.
Dichiarare fuorilegge Comunione e Liberazione è il minimo.
da qui


scrive Roberto Saviano:

...prendo atto della ritrovata loquacità di Cl, che fa il paio con la (memorabile) nota diffusa dal suo ufficio stampa dopo la condanna definitiva per fatti gravissimi del loro ras Roberto Formigoni, nota che riposto testualmente: "Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme" (san Paolo). In questo momento soffriamo insieme a Roberto Formigoni, nella consapevolezza che solo Dio può ultimamente e veramente vedere il cuore dell'uomo e può rispondere al bisogno di misericordia che tutti abbiamo. Lo accompagniamo con la preghiera in questa circostanza per lui così drammatica, che viviamo come un potente richiamo alla conversione di ciascuno di noi. Nessuna prova può cancellare la compagnia che Cristo fa alla nostra vita, consentendoci di ricominciare sempre, nell'umile certezza che tutto collabora misteriosamente al bene: questo è ciò che domandiamo al Padre per Roberto e per noi".

Quando la sanità lombarda dovrà essere rifondata non dimentichiamo chi ha tirato per la giacchetta persino Dio per evitare di prendere le distanze da un corrotto.

venerdì 25 ottobre 2019

Eh, no, caro Siti: difendere la letteratura non è più importante che difendere i migranti - Riccardo Chiaberge




Credevo di sapere quasi tutto, vita, morte e miracoli di Karl Popper, un titano del pensiero del 900 che ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare più volte. Mi sbagliavo. Non sapevo, per esempio, che fosse così puritano da non baciare mai sua moglie sulla bocca – e se non lo faceva con la moglie amatissima, è improbabile che lo abbia fatto con altre donne. A rivelarmi questi e altri dettagli sul conto del grande filosofo è Mario Vargas Llosa nel suo libro Il richiamo della tribù, da poco uscito per Einaudi. Una volta tanto, il detto “un saggio che si legge come un romanzo” non è un vuoto luogo comune, forse perché in questo caso l’autore del saggio è un romanziere. Decisamente, ci voleva un premio Nobel della letteratura, un genio della narrativa erotica, per farci scoprire che Sir Karl tutto era, tranne che l’equivalente austriaco di don Rigoberto. Ma lasciamo stare i gossip. Un’altra cosa, ben più seria, che ignoravo, o non ricordavo di avere letto, è l’invettiva di Popper contro gli intellettuali, citata da Vargas:
«Perché penso che noi, gli intellettuali, possiamo renderci utili? Semplicemente perché noi, gli intellettuali, da secoli abbiamo provocato i danni più orribili. L’assassinio di massa in nome di un’idea, di una dottrina, di una teoria, di una religione – questa è opera nostra, nostra invenzione: l’invenzione degli intellettuali. Se noi smettessimo di aizzare gli uomini gli uni contro gli altri, sarebbe già tanto di guadagnato».

Ad “”aizzare gli uomini gli uni contro gli altri” sono gli agitatori populisti o sovranisti, gli hater sui social e gli urlatori da talk show, non certo i professori universitari
Popper ce l’aveva con gli intellettuali di regime, gli intellettuali organici al servizio del comitato centrale o del dittatore. I “chierici traditori” di Benda, che invece di impegnarsi in difesa dell’umanità propugnano la lotta di classe o firmano il manifesto della razza, predicano l’odio contro la borghesia o contro gli ebrei. Oggi, chiuso il secolo dei totalitarismi, questa specie di intellettuali si può ritenere felicemente estinta. Ad “aizzare gli uomini gli uni contro gli altri” sono gli agitatori populisti o sovranisti, gli hater sui social e gli urlatori da talk show, non certo i professori universitari. A parte poche eccezioni, tipo i Fusaro o i Gervasoni, che si prestano a nobilitare la canea con le loro omelie contro il turbocapitalismo e la sostituzione etnica. E a meno di non includere tra gli intellettuali i Mario Giordano e le Maglie. Al netto delle residue faziosità e di qualche nostalgico della vecchia sinistra, gli intellettuali, almeno in Italia, non aizzano più, semmai tentano con voce sempre più flebile di sovrastare i latrati degli aizzatori, beccandosi in cambio il marchio infamante di élite della Ztl. Si schierano, come auspicavano Popper e Benda, dalla parte dell’umanità e non di un’ideologia o del popolo inteso come tribù chiusa e identitaria.

Ci sono poi anche gli intellettuali non schierati, scrittori che contrappongono la letteratura all’impegno civile. Il massimo esponente della categoria è Walter Siti, che mi è capitato di rivedere martedì scorso su La 7, maglione patchwork e sorrisino annoiato da cinico chic, mentre ironizzava sulla tendenza di tanti di noi a considerare i sovranisti “il babau” e a dipingere gli immigrati sempre e solo come vittime, «quando poi, arrivati qui, si fanno la foto davanti a un’auto di lusso e la mandano a casa, per far vedere ai parenti che successo hanno avuto». Qualche settimana fa, lo scrittore premio Strega aveva fatto le bucce a Roberto Saviano in un lungo articolo con il seguente, notevole incipit: «Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti». Eh no, Walter. Con tutto il rispetto, quando la casa brucia, forse anche il letterato potrebbe dare una mano a spegnere l’incendio, invece di continuare a temperare le matite come se niente fosse. Perché il rischio, alla lunga, è un “tradimento dei chierici” non poi così lontano da quello denunciato da Julien Benda negli anni Trenta: al posto dell’intellettuale che si mette al servizio dei carnefici, l’intellettuale che li lascia fare.


martedì 10 luglio 2018

lettera di Sandro Veronesi a Roberto Saviano (e risposta)



Caro Roberto Saviano, 

ti scrivo per interrogarti su ciò che ultimamente sta assorbendo parecchie delle mie energie, e anche un bel po’ del mio sonno. Una riflessione che, per darle un titolo, potremmo chiamare sul «tempo del corpo». Mi sto chiedendo, cioè, nella frustrazione in cui non nascondo di annaspare, se non sia venuto un tempo diverso per tutti noi, uomini e donne non «buoni» né tantomeno «buonisti», ma semplicemente «di buona volontà», come dicono gli angeli nel giorno della natività, augurando la pace sulla Terra. (Leggi la risposta di Salvini)

Ciò che sta accadendo nel Mediterraneo non ha certo a che fare con la pace, ed è inaccettabile; ma non perché i barconi colmi di persone partono dalle coste libiche verso il nostro paese: questo è un fenomeno comune, si chiama migrazione — anche poco significativo, in termini strettamente numerici —, che nel mondo è sempre esistito. È inaccettabile perché inaccettabile è la propaganda che l’accompagna, e che rovescia la realtà chiamando «pacchia» o «crociera» la tortura cui quegli esseri umani sono esposti, e li vuole lasciare in balia degli scafisti o della guardia costiera libica, cioè i veri «trafficanti di uomini», calunniando con quella definizione le Ong che cercano di salvarli. Tutto questo è atroce e provoca un’angoscia che io fatico a sopportare. E poiché vedo che fine fanno le parole, ora che la mistificazione ha superato, in termini di consenso popolare, la corretta informazione, mi chiedo se non sia il caso di rompere gli indugi e metterci direttamente il corpo. Perché noi siamo un corpo, e anche le nostre parole vengono dal nostro corpo, e il corpo è ben più di esse — il corpo è la vita stessa —.

Ecco dunque che scrivo a te, caro Roberto, dato che il tuo corpo è già in ballo, da anni, è già sul campo — e infatti ogni tanto spunta la minaccia di «toglierti la scorta», cioè di lasciarlo indifeso, quel tuo corpo: una minaccia che a me, per esempio, non può essere rivolta —. Scrivo a te perché in questa condizione hai certamente sperimentato una certa solitudine. E ti dico che «metterci il corpo» per me ha un significato solo: significa andare laggiù, dove lo scempio ha luogo, e starci, col proprio ingombro, le proprie necessità vitali, la propria resistenza, lì. Il corpo, il mezzo più estremo di lotta nella tradizione della non violenza. Dunque, la prima domanda che ti rivolgo è: cosa pensi tu di questa — in fondo — banalità? Esagero?

Dopodiché, lasciami dire una cosa. Ciò di cui stiamo parlando — l’oggetto della mia rabbia — non è la politica ostile all’accoglienza che ormai accomuna ogni paese del mondo. Ciò di cui stiamo parlando è la differenza tra la vita e la morte. Non posso credere che il cumulo di menzogne che le viene quotidianamente gettato sopra riesca davvero a occultare questa enormità. E penso che debbano esserci per forza persone influenti, non necessariamente legate alla tradizione delle battaglie civili, che dinanzi a questo madornale inganno si sentono eccezionalmente tirati in ballo. Non pensi che sarebbe decisivo se qualcuna di queste persone sentisse lo stimolo di metterci il proprio corpo? Sacrificandosi, è ovvio, perché il corpo non fa sconti, e se sta là non può stare qua. Che dici, Roberto, vaneggio? Ammesso che una di queste navi Ong che incrociano al largo delle acque libiche conceda qualche posto a bordo, pensi che i corpi più importanti del nostro Paese — cioè quelli più valorosi, più ammirati, più amati, più belli, più dotati, più preziosi, più popolari, più desiderati —, siano tutti impossibilitati a unirsi a me e a te, nell’occupare quei posti? Io, di certo, non basto. E nemmeno tu sei abbastanza, Roberto, dato che come abbiamo detto tu ci sei già, in ballo, e il tuo corpo è già il puntaspilli dell’attuale propaganda.

Ci vorrebbe, per dire, il commissario Montalbano, che ha il doppio di spettatori di quanti elettori abbia avuto la Lega a marzo. (Tra l’altro, nel backstage della prossima stagione, che già circola in rete, sembrerebbe che lui, cioè non Luca Zingaretti, ma proprio Montalbano, il personaggio, sia già lì, in mezzo al mare, a braccia aperte). Sempre per dire, mi sono sentito di colpo molto più forte quando ho visto la fotografia di Totti con in mano la scritta #withrefugees dell’Unhcr: pensa se il corpo ce lo mettesse lui, pensa se su una di quelle navi ci fosse Totti. Il suo corpo su una di quelle navi farebbe capire a un sacco di persone come stanno le cose, più di mille parole. Sto sognando? Sto dicendo una sciocchezza? Checco Zalone. O Claudio Baglioni. O Federica Pellegrini. O Jovanotti. O Sofia Goggia. O Celentano. O Monica Bellucci che fa da interprete dal francese. O Chiara Ferragni che allatta. O Giorgio Armani che compie 84 anni. Sulla nave. Laggiù. In quel tratto di mare dove la gente viene lasciata morire per opportunismo, o far pressione su Malta, o su Macron. Ovviamente sto facendo nomi così, di getto, non sto convocando nessuno, non mi permetterei mai di farlo: dico solo, a te che sei perennemente convocato, che forse ora ci vorrebbe qualche persona veramente influente che ci metta il corpo — per interrompere perlomeno la barbarie della propaganda, della calunnia —. Ne basterebbe anche solo uno, secondo me. Cosa ne pensi?

Lo so, più i corpi sono preziosi, più hanno da rimetterci a fare una cosa del genere. E va bene: vorrà dire che ci rimetteranno. Sarà un modo di restituire un po’ della fortuna che hanno avuto, di investirla per il futuro. D’altronde, ormai, secondo me ci rimettono anche se non lo fanno. Questa è una di quelle situazioni dalle quali non si scappa: o sei Rita Pavone, e la pensi in quel modo, oppure sei quei corpi che resistono fino allo stremo e poi alla fine si riempiono d’acqua e cessano di vivere. Non c’è via di mezzo. Se l’attuale follia non s’interrompe al più presto, tutti ci rimetteranno — anche Rita Pavone — e tanto. C’era un giornale laico, in Algeria, che il giorno delle elezioni del 1991, quelle insanguinate dagli attentati degli integralisti islamici, uscì con questo titolo: «Se voti, muori. Se non voti, muori. Dunque vota, e muori». Qui non si tratterebbe di morire — quello è un destino riservato ad altri —: qui si tratterebbe solo di farsi coprire d’insulti da un manipolo di account sui social media, per avere indicato con l’autorevolezza del proprio corpo dove si trova il torto e dove la ragione. Da quando il Mediterraneo ospita la civiltà, cioè da migliaia di anni, il naufrago in mare è sempre stato considerato sacro: anche i fenici (i fenici: li vuoi più cattivi di loro?) lo traevano in salvo e gli riservavano l’onore dell’ospitalità, non foss’altro per superstizione, perché non avessero a offendersi gli Dei ai quali esso, il naufrago, partendo, si era raccomandato. È inaccettabile che questa regola venga sospesa oggi, con tanta leggerezza. Ma è proprio quello che sta succedendo.

Caro Roberto, la nostra civiltà sta andando a picco, laggiù. Tutto il resto è rumore, è distrazione. Non credi che sia necessario attirare lo sguardo di tutti dove sta succedendo la cosa che ci toglie il sonno, senza distrarsi appresso alle provocazioni e alle manfrine di chi ne è responsabile? Pensi che sia possibile, aggiungendo corpi ai corpi? La differenza tra la vita e la morte, stiamo parlando di questo. Sembra impossibile ma dall’esser tutti fratelli siamo scivolati con poche mosse in questo fango, dove questa differenza non si vede più. Bisogna uscirne, Roberto, e forse il corpo stavolta può aiutarci: il tuo, il mio, e quello di chi ha da perderci più di te e di me, se vorrà mettercelo.

Un abbraccio, Sandro

da qui


QUI la risposta di Roberto Saviano

domenica 8 luglio 2018

Ah già, LE ARMI CHIMICHE – Fulvio Scaglione




E così, gli esperti dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, premiata con il nobel per la Pace nel 2013) dicono nel loro rapporto preliminare di non aver trovato prove di attacchi chimici da parte dell’esercito regolare siriano contro la città di Douma, alla periferia di Damasco.

Secondo l’autoproclamata “informazione di qualità” gli attacchi si erano svolti il 7 aprile 2018. Il 9 aprile 2018, con la scusa delle armi chimiche, le basi aeree siriane erano state attaccate (14 morti) e il 14 aprile Usa, Francia e Regno Unito avevano colpito la Siria con missili e bombardieri.

Ricordate Saviano e Fazio? Avete presente quanti articoli furono pubblicati allora per sostenere “senza se e senza ma” che le bombe chimiche erano state usate, e avete notato quanto scarsi siano ora quelli che parlano del rapporto Opac?

Ecco, appunto.


martedì 8 agosto 2017

Ong, i muri alzati dalle parole - Ilvo Diamanti


ORMAI le Ong rischiano di cambiare significato. Non per colpa loro, ma di chi intende ri-definirle. Con intenti (anti)politici strumentali. È una questione di linguaggio, assai più che di contenuto sociale. Perché le parole non sono semplici simboli che "significano" la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a "costruire" la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione. Così negli ultimi mesi - e non certo per propria scelta e responsabilità - Ong è divenuto un suono dagli echi ambigui e inquietanti. Che evoca la "deportazione" e il "riciclaggio" degli immigrati, nel nostro Paese.

ORMAI LE ONG rischiano di cambiare natura, ma, anzitutto, significato. È una questione di linguaggio, oltre che di contenuto sociale e reale. Perché le parole, l'ho già detto e lo ribadisco, non sono semplici simboli che "significano" la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a "costruire" la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione, la definizione.

Così oggi le ONG stanno perdendo il significato di Organizzazioni Non Governative. E stanno diventando un suono dagli echi ambigui e inquietanti. Perché evoca il traffico di esseri umani. Peggio, il concorso alla "deportazione" e al "riciclaggio" degli immigrati, nel nostro Paese. Clandestini da sfruttare come braccia a basso costo. Oppure nei circuiti illegali. Dallo spaccio, al crimine organizzato, alla prostituzione. Esportati in altri Paesi. Se possibile. Perché i muri intorno a noi si ergono dovunque. Sempre più alti. Per renderci "stranieri in Europa". E "a casa nostra", come recitano gli slogan minacciosi che evocano l'invasione.

Anche se, nel luglio 2017, gli sbarchi dei migranti risultano in sensibile calo rispetto agli anni precedenti (dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017). D'altronde, la presenza degli stranieri supera di poco l'8%. Ma, nella percezione degli italiani, va oltre il 26% (come registra la ricerca di Nando Pagnoncelli Dare i numeri, EDB, 2016).

Gli stranieri: nella considerazione generale appaiono - tutti o quasi - in arrivo dall'Africa. Mentre le comunità più numerose provengono dai Paesi dell'Est europeo. Anzitutto, dalla Romania e dall'Albania. Dove le ONG italiane non sono presenti... Non organizzano sbarchi oppure viaggi "clandestini". Per trasferire "clandestini". Personalmente, quando sento parlare delle ONG, oltre alle sigle di cui tanto si parla, polemicamente, in questi giorni, penso al CUAMM. L'associazione dei Medici "con" l'Africa. Animata per oltre cinquant'anni da Don Luigi Mazzucato. Un crocevia della solidarietà fra l'Italia e l'Africa. Dove ha inviato oltre 1000 medici volontari, negli ospedali dell'area sub-sahariana. Fra le più colpite da malattia, miseria, povertà. Le origini principali delle grandi ondate migratorie che, da tempo, si dirigono in Europa. Perché i "migranti" non vengono da noi in gita. Attraversano il Mediterraneo, spinti dalla disperazione.

Oggi, ad esempio, nel Sud Sudan, fra le zone più colpite dalla miseria e dalle guerre, c'è il mio amico Vincenzo Riboni. Per decenni, primario al pronto soccorso di Vicenza. Per decenni, ha dedicato il tempo delle ferie e del riposo al CUAMM. Cioè agli "altri". Ogni anno, ha trascorso settimane, mesi, in Sudan, ma anche in Mozambico e in Sierra Leone. Mentre infuriava Ebola. So bene che per qualcuno si tratta di un ultrà-solidarista. Più Ultrà che Solidarista. Che dovrebbe dedicarsi alle emergenze di casa propria (come, peraltro, ha sempre fatto) piuttosto che recarsi altrove. Ma io continuo a pensare che non sia così. Perché noi abbiamo bisogno degli altri per conoscere e ri-conoscere noi stessi. Non solo per generosità e per altruismo. Ma per auto-tutela, per auto-revolezza. Al CUAMM per questo, hanno dedicato molto tempo e opere importanti i miei amici Carlo Mazzacurati e Paolo Rumiz. D'altronde, come possiamo pensare di dare lezioni di con-vivenza quando non siamo in grado di dare aiuto a chi e dove ci è richiesto? Come possiamo pensare, noi stessi, di chiedere aiuto - e aiuti - agli altri "quando" e "se" ne avremo bisogno? Domani, ma anche oggi?

Così, non solo mi sento d'accordo con il testo scritto oggi da Roberto Saviano. Ma non riesco a capire come ci potremmo distanziare dalle sue parole. Che dovremmo fare? Lasciarli affondare? Meglio, dovremmo affondarli noi stessi? O infine: "Aiutarli a casa loro", come si sente dire spesso? Nonostante che i nostri investimenti nei territori di crisi siano davvero minimi?

Personalmente, ritengo che dobbiamo accogliere e integrare, in modo serio: cioè garantendo loro inserimento ma anche affermando il rispetto delle nostre regole. Per non diventare, noi per primi, "stranieri in casa nostra". Di fronte a noi stessi. D'altronde, gli immigrati, come rammenta Tito Boeri nel suo recente saggio ( Populismo e stato sociale, Laterza, 2017) contribuiscono a "pagare" le nostre pensioni. Soprattutto se sono integrati, nella società e nel lavoro.

Ma il problema, come ho scritto all'inizio, si complica, se le parole perdono il loro significato. Noi, infatti, abbiamo grande rispetto e fiducia verso la parola Volontariato. Molto meno verso ONG. Forse perché, detto così, in modo secco, ha un suono minaccioso. Basta aggiungere, all'inizio, una G. E diventa GONG.

Ma ONG, nel linguaggio degli italiani è lontano dal Volontariato. Lo conferma la Mappa delle Parole, realizzata attraverso un sondaggio di Demos-Coop, nelle scorse settimane. Solo un terzo di coloro che hanno fiducia verso il Volontariato dimostrano confidenza anche nelle ONG. Meglio: verso la parola ONG. Che, nella rappresentazione sociale, è associata a Ius soli e a Respingere gli Immigrati. Risulta, cioè, un simbolo di chiusura e di auto-difesa dagli altri. Mentre il Volontariato viene accostato, fino quasi a coincidere, a Cuore e Speranza. Detto altrimenti: si tratta di due mondi distinti e distanti. Da un lato: l'apertura. Dall'altro: i confini e le barriere. Anche se, ovviamente, nella realtà non è così. Perché le ONG sono soggetti di solidarietà, nei confronti di persone e popoli lontani. Il fatto che alcune ONG abbiano agito diversamente, perfino in modo opposto, non può indurre a generalizzare. A stigmatizzare un intero mondo associativo, impegnato a sostegno degli altri. Lontani eppure vicini.

Ma oggi ormai il problema si è radicato. Ha assunto significato nel linguaggio "politico". Non per caso la parola ONG è deprecata soprattutto dagli elettori di destra, Lega, ma anche FI e FdI. Un orientamento che rischia di tradursi nel senso comune. Per questo è meglio intervenire presto. Subito. Per evitare che questa rappresentazione "faziosa" sedimenti. E dilaghi. Senza rimedio.

Così io propongo di cambiare - presto e subito - etichetta. Basta con le ONG, Organizzazioni Non Governative.

Chiamiamole Associazioni per il Bene Comune. ABC. Prime lettere dell'alfabeto della solidarietà e dell'integrazione. Vicino ma anche Lontano. Da casa nostra.

domenica 6 agosto 2017

fate migrare i politici, piuttosto – bortocal


una classe politica demente, incapace di organizzare decentemente l’accoglienza di un numero complessivamente molto modesto di immigrati, di cui il paese ha del resto vitale bisogno per sopravvivere, aizza il popolo contro gli sventurati che ancora si rassegnano per forza di cose a sbarcare nel nostro paese, sperando di starci il meno possibile.
e il popolo bue ci sta, a protestare a comando: la storia del resto e` soltanto la cronaca di come gli imbecilli molti si fanno sempre fregare dai furboni pochi.
panem et migrantes. (senza poi tutto sto panem, per molti).
e io dovrei unirmi, a comando, a questo coro di idioti, solo perche` i media servili ne fanno il tema del giorno?
. . .
si avvicinano le elezioni ed e` tutta una gara dei futuri candidati imbecilli al capro espiatorio: pare l’abbiano trovato.
in questo paese ripugnante salvare un profugo che affoga e` diventato un reato.
scusate se la nausea mi fa girare lo sguardo da qualche altra parte: ho bisogno di aria pulita.
. . .
io non ce l’ho tanto con i razzisti entusiasti come Salvini, con la sua rozza buonafede da burino; ce l’ho con quelli che adesso fanno i razzisti a comando, come Renzi, perche` pensano che gli  conviene: razzisti senza principi e senza cuore.
Renzi deve nascondere che gli immigrati in Italia e in Italia soltanto li ha voluti lui, nel 2014, firmando accordi con l’Unione Europea, in cambio della flessibilita` che gli serviva per gli 80 euro.
nel 2015 in Italia ci sono state 165.000 meno nascite che morti e nel 2016 134.000: fanno quasi 300.000 persone in meno in due anni.
in questi due anni sono sbarcate in Italia 153.000 persone nel 2015 e 181.000 nel 2016; fanno in tutto 334.000 persone.
sono i dati ISTAT a disposizione di tutti…
dov’e` il problema?
anzi, c’e` forse un problema diverso dalla disorganizzazione completa con la quale questo numero modestissimo di immigrati viene gestito da noi?

. . .
la Germania ha gestito oltre mezzo milione di profughi nel 2014 e in totale un milione e 460.000 immigrati; quasi un milione e 100.000 profughi nel 2015; lo stato versa ai comuni 670 euro al mese per l’accoglienza di ogni profugo, anziche` regalare 80 euro al mese a chi lavora gia` come mancia elettorale.
problema migratorio: il problema e` come integrarli, non come fermarli.
specchio pauroso di un paese allo sbando totale, dove la stupidita` oramai e` legge.
. . .
e per il resto mi basta citare, per una volta d’accordo, Saviano.
Io sto con Medici senza frontiere. Un errore introdurre il reato umanitario
Io sto con Medici senza Frontiere. Lo voglio dire ed esprimere chiaramente in un momento in cui sta avvenendo la più pericolosa delle dinamiche, ossia la criminalizzazione del gesto umanitario. Sto con Medici senza Frontiere nella decisione di non firmare il codice di condotta per le Ong che fanno salvataggi in mare voluto dal ministro Minniti. È una scelta importante e sostanziale, non un capriccio. Medici Senza Frontiere (Premio Nobel per la Pace 1999) difende un principio fondamentale: la neutralità.
Questo significa che avere agenti armati sulle navi sarebbe la fine di questo principio. Il lettore forse ingenuo mi dirà: ma come? È una garanzia per tutti avere agenti armati sulle navi di Msf: per i migranti, per gli operatori volontari, per la sicurezza. Invece non è così e per capirlo basta conoscere le dinamiche di chi opera in situazioni difficili, di emergenza sanitaria, di guerra, dove l’assoluta assenza di armi nei luoghi del soccorso rappresenta la vera protezione. Il segnale di divieto che disegna il kalashnikov inserito nel cerchio rosso sbarrato è fuori di ogni laboratorio, ogni tenda, ogni presidio di Msf, Emergency e non solo: l’elemento fondante che permette alle Ong di agire in sicurezza e con la propria identità.
Non avere armi in un luogo di soccorso non significa che sono luoghi dove la legge è sospesa, tutt’altro. Infatti qualsiasi sbarco di profughi che effettua Msf viene coordinato dalla Guardia costiera e una volta a terra c’è totale collaborazione con le forze di polizia. A Mosul, ad Haiti, in Congo i soldati di qualsiasi esercito lasciano le armi fuori dai presidi di Msf. Invece il governo italiano vorrebbe portare agenti armati sulle navi.
Non firmando il codice Msf salva i suoi operatori e la sua condotta, tutte le parti in causa nei conflitti devono sapere che Msf non ha armi, mai, non nasconde soldati sotto le sue pettorine, non è un luogo utilizzato per indagini, ma solo di soccorso. Questi sono i motivi per i quali Msf non ha sottoscritto il codice. Altre Ong possono firmare il patto Minniti perché non hanno presidi in zone di guerra o perché facendolo sanno di non mettere a repentaglio la propria identità. Ma non Msf.
In questa triste fase storica si sta configurando in Italia, come ha scritto Luigi Manconi su Il manifesto e come scrive da giorni Avvenire, il “reato umanitario”. È il frutto di mesi di confusione, durante i quali tutte le parti politiche hanno soffiato – in un clima di perenne campagna elettorale – sul fuoco della paura. Dall’aberrante definizione di “taxi del mare” di Di Maio sino a chi pone sullo stesso piano gli affari criminali fatti da Mafia Capitale e il business dei trafficanti con l’attività di chi salva vite. Tutti luoghi comuni banali, semplici, veloci per configurare il “reato umanitario”.
L’indagine sulla Ong tedesca Jugend Rettet (che non ha firmato il protocollo Minniti) non c’entra nulla con le insinuazioni fatte sino ad oggi, tese a dimostrare che le Ong sono braccia operative dei trafficanti. Nonostante si cerchi di manipolare il più possibile – come tenta di fare l’aberrante (e come sempre ridicolo) post di Matteo Salvini che parla di Ong che hanno protetto scafisti – secondo la stessa procura di Trapani avrebbero agito “non per denaro” ma per “motivi umanitari”. In ogni caso se gli appartenenti a Jugend Rettet hanno commesso reati, verranno processati e, qualora riconosciuti colpevoli, condannati. Quello che sappiamo sino ad oggi è che se hanno violato regole lo hanno fatto per realizzare un corridoio umanitario, come lo definisce Massimo Bordin di Radio Radicale. Null’altro che questo.
Mi domando a questo punto dove nasce tutto questo odio? Siamo di fronte a dinamiche psicologiche semplici, basterebbe rileggere “Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon. Di fronte al senso di colpa d’essere incapaci di agire, dinanzi a centinaia di bambini che annegano nel Mediterraneo, si accusa chi agisce. La stessa cosa avviene con le mafie. Spesso è più facile attaccare chi combatte la mafia piuttosto del mafioso. Un paese al collasso economico e demografico ha l’esigenza di trovare altrove i colpevoli: i migranti sono il capro espiatorio perfetto.
Più è semplice la lettura più verrà adottato quel bersaglio. Manca il lavoro? Colpa degli immigrati. Aumentano i crimini? Colpa degli immigrati. Anche se i dati ci smentiscono, anche se si ha una falsa percezione del problema. Furbescamente chi soffia sulla paura, sul razzismo, vuole approfittare della enorme possibilità distraente del dramma immigrazione. Se il problema sono gli immigrati l’incapacità economica di far ripartire il paese, di snellire le dinamiche burocratiche, di contrastare il crimine organizzato diventa un corollario.
La coperta dell’immigrazione protegge tutti. Per cui quando Renzi dichiara “pugno duro contro le Ong che hanno contatti con i trafficanti”, senza conoscere i termini dell’indagine, bisognerebbe rispondere che ci sarebbe piaciuto sentirlo tuonare contro la vendita delle armi italiane ai paesi in guerra. Né abbiamo sentito insistere Minniti sulla necessità di aumentare la quota di Pil destinato ai paesi in via di sviluppo che oggi è appena dello 0,17%. Parole legittime le loro ma che li precipitano al di fuori della tradizione di sinistra del paese.
Avverto i miei lettori: tutti coloro che non si inseriscono nella canea anti immigrazione e contro le Ong saranno soli. In questo momento l’odio verso le Ong e verso gli immigrati non ha pari, magari le mafie avessero avuto contro tutto questo impegno e questa solerzia. Facciamoci forza, io ne sono consapevole. Bersagliati dalle più basse menzogne, ci vedremo sui social sommersi dalle più comuni banalità. Sarà un profluvio di “portateli a casa tu”, “vi fate pagare per fare le anime belle”, “buonisti”. Ma pazientemente, smontando il fuoco di fila delle bugie ne verremo fuori. Ricordo che non è solo il Mediterraneo a vivere il problema profughi, anzi sono quasi 3 milioni i rifugiati intorno al Lago Chad dove si sta consumando una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo e che tocca l’intera regione compresa tra il Chad, il Niger, la Nigeria e il Camerun. Profughi e sfollati che vivono in condizioni infernali, a Diffa, ad Assaga, a Yebi e cito solo alcuni di questi luoghi. Dimenticati e infinitamente più numerosi di quelli che si affacciano sulle rive del Mediterraneo.
In Uganda, i rifugiati arrivati in seguito al riaccendersi delle violenze in Sud Sudan sono oltre 900mila, molto al di sopra delle migliaia che l’Europa non riesce e non vuole gestire. Situazioni drammatiche e dimenticate, che Msf testimonia ogni giorno attraverso i suoi team impegnati a garantire un accesso dignitoso alla salute e all’acqua. Sono uomini, donne e bambini che non busseranno alla nostra porta e per i quali dovrebbero invece essere consentiti dei corridoi umanitari, soluzioni nuove che promuovano una cultura diversa dall’indifferenza. Le Ong stanno semplicemente supplendo all’assenza dell’Europa. Sono davvero ingenui utopisti che vogliono ancora salvare le vite umane mentre come dicono anche alcuni esponenti del Pd “non possiamo più permettercelo”? Non è così. In realtà pensare di presidiare il Mediterraneo con le navi da guerra per fermare questi flussi è la vera colpevole ingenuità. In verità il codice sottende un unico obiettivo: provare a limitare gli sbarchi. Quello che non si è riuscito ad ottenere politicamente si scarica sulle Ong e sui migranti.
Questo è evidente con il divieto di trasbordare migranti su altre navi. Provo a chiarire: immaginate che ci siano due navi che possono riempirsi sino a mille profughi, ne raccolgono un giorno solo trenta, razionalmente li spostano su una nave e la si fa partire e l’altra resta a presidiare. Da oggi non si potrà più farlo, il codice costringe le imbarcazioni delle Ong a trascorrere moltissimo tempo in viaggio tra le coste libiche e quelle italiane raccogliendo meno persone, portandone meno in Italia e lasciandone di più in mezzo al mare. Questo è il secondo motivo per cui Msf non ha firmato il codice Minniti.
E allora che cosa si può fare? Provare a razionalizzare partendo da un presupposto: come salvare vite umane, vite come la nostra. E imprimere nella nostra mente le parole di Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere: “Ogni giorno migliaia di uomini, donne e bambini continuano a prendere il mare affidandosi a trafficanti senza scrupoli. Non lo fanno perché potrebbero esserci delle barche a salvarli al largo della Libia, ma perché non hanno altra scelta e le politiche europee non offrono loro alcuna alternativa. Non sono le organizzazioni umanitarie, ma le politiche europee a favorire i trafficanti”. Ecco perché io sto dalla loro parte.

sabato 8 luglio 2017

aiutarli a casa loro, clausola FMC (trasporto compreso nel prezzo)

"Quanta ipocrisia dunque nell'affermare di voler aiutare i migranti a casa loro. Ma attenzione, quella di Matteo Renzi non è una gaffe o un errore di comunicazione, è piuttosto un frettoloso e maldestro tentativo di dare in pasto una risposta alla ferocia della piazza". Lo scrive su Facebook Roberto Saviano.

"Mi permetto di parafrasare così le parole del segretario del partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di governo - continua- se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri 'a casa loro'. Per Renzi dunque l'Italia non ha il 'dovere morale di accogliere' ma di 'aiutare a casa loro'".

Eppure, aggiunge, Saviano sul social network, "Renzi sa perfettamente che l'Italia realizza l'esatto contrario perché aiuta sì chi decide di lasciare il proprio paese, ma ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane. 2,7 miliardi di euro nel 2014. 7,9 miliardi di euro nel 2015. 14,6 miliardi di euro nel 2016. Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall'Italia".

"Ma il dato politicamente importante - sottolinea ancora lo scrittore - è il boom di vendite verso paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l'esportazione e il transito di armamenti verso paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L'Italia nel 2014-2015 è stato l'unico paese della Ue ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di al Sisi (con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni!). Nigrizia denuncia forniture militari a paesi dell'Africa settentrionale, a regimi autoritari, all'Arabia Saudita, condannata dall'Onu per crimini di guerra e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti"…