La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 16 aprile 2026
martedì 20 gennaio 2026
giovedì 19 agosto 2021
I talebani sono i nuovi narcos: eroina, miliardi e geopolitica - Roberto Saviano
avete mai visto American gangster, di Ridley Scott, con Denzel Washington?
domenica 7 febbraio 2021
Roberto Saviano scrive ad Ahmet Altan
Caro Ahmet,
Sono 1.585
giorni (calcolati al 2/2/2021) che sei in carcere in Turchia, dal 23 settembre
2016.
La tua colpa? Essere uno scrittore.
1.585 giorni, non anni ma giorni: misurare il tempo della detenzione in anni dà
l’impressione che sia un tempo veloce e invece no, il tempo trascorso in
carcere andrebbe conteggiato in minuti, in secondi, perfino negli attimi del
respiro. Andrebbe calcolato in luce sottratta, in metri quadri che mancano.
Ecco, Ahmet, quando ti penso in carcere
non tralascio nulla di quello che ti viene sottratto. Qui fuori, fuori e a
distanza, è così semplice raccontare il motivo della tua condanna: perché hai
scritto romanzi, perché hai espresso le tue opinioni in articoli, perché lo hai
fatto su Taraf, il quotidiano che hai fondato nel 2007, in modo
tutti potessero leggere e capire. Nessun sotterfugio, nessuna frase sibillina,
tutto manifesto: articoli e libri pubblicati. Idee, fatti, teorie, alle quali
si poteva rispondere con altre idee, altri fatti, altre teorie. E invece no: ti hanno tolto la libertà. Per fermare le tue parole,
ti hanno chiuso in una cella. Non immaginano, loro, che una cella al
più ferma i corpi, ma non ha potere sulle parole.
Le proteste del mondo
accademico
Ti scrivo dalle pagine del Corriere della Sera, perché ormai le lettere nel
carcere di Silivri a stento ti arrivano. Le mie parole verrebbero passate al
vaglio, fermate e private del diritto che hanno di giungere al loro
destinatario. Ho deciso di scriverti adesso perché immagino che il nuovo corso
negli Stati Uniti, inaugurato da Joe Biden, potrebbe
riportare attenzione su Fethullah Gülen, il
nemico di sempre, il nemico che Erdoğan aveva momentaneamente accantonato, il
nemico a cui attribuire presunti sodali da arrestare, nuove minacce da sventare
con l’arma della repressione interna. Ti scrivo adesso perché il
mondo accademico e i giovani universitari sono in fermento;
protestano perché la cultura sia laica, libera dai condizionamenti della
politica. Ti scrivo adesso perché anche loro vengono arrestati, anche a loro
viene negato il diritto di esprimersi liberamente. E ti scrivo adesso perché
non mi rassegno che possa essere così facile incarcerare uno scrittore mentre
il regime turco continua indisturbato la sua vita.
Nel
2018 ti condannano all’ergastolo per – dicono — aver «favorito il golpe»
attraverso «messaggi subliminali». Poi cadono i capi d’imputazione più
gravi e la pena viene ridotta a 10 anni e mezzo cui si aggiungono, il 7 gennaio
2020, altri 5 anni e 11 mesi per «offese al presidente» e «propaganda del
terrorismo». Un sistema da incubo, un sistema che si chiama Turchia. E tu
riesci a resistere, Ahmet? Noi non abbiamo niente, questo lo so bene: non
abbiamo armi, non muoviamo capitali, non siamo potenti. Abbiamo solo le nostre
idee e le nostre parole, ma io non mi rassegno, Ahmet. Non mi rassegno e mi pongo una domanda semplice, alla
quale tu avrai già trovato una risposta: come può essere che le tue parole
abbiano spaventato a tal punto Erdoğan – che è potente, che dispone della forza
di oltre 700mila militari – da decidere di destinarti alla galera senza alcuna
possibilità di appello? Come può essere che le autorità turche, pur di tenerti
in carcere, si siano coperte di ridicolo formulando e avallando le accuse più
assurde? Dall’«invio di messaggi subliminali evocativi di colpo di stato» ad
«aver tentato di rovesciare il governo della Turchia», dalla presunta
«appartenenza a una organizzazione terroristica» all’ultima formulazione: «aver
fornito aiuto a un’organizzazione terroristica senza esserne membro». La verità è che non esiste alcun capo d’imputazione credibile per
quello che ti stanno facendo, non esiste alcun motivo valido per la
detenzione preventiva cui sei stato sottoposto, per i processi farsa che hai
affrontato e per le condanne che restano a tuo carico.
L’accusa di aver mandato messaggi
subliminali, perché poche ore prima dal fallito golpe del luglio 2016 eri
ospite in tv insieme a tuo fratello Mehmet Altan, è un’idiozia, come possono
averla appoggiata un governo e tribunali, istituzioni che dovrebbero tenere
alla propria credibilità, magari anche al cospetto di osservatori stranieri? O
forse sanno che gli osservatori stranieri osservano poco? Che sono
inspiegabilmente distratti? E di cosa ti accusano esattamente? Di avere
espresso attraverso i tuoi scritti delle intenzioni? Di aver diffuso
messaggi? Ma cosa fa esattamente uno scrittore quando
racconta, un giornalista quando mette in fila gli eventi? Il
messaggio che il potere chiama «subliminale» è la traccia dell’emozione accanto
all’idea, e quando emozione e idea si saldano, allora le parole diventano
importanti, direi imprescindibili. Per questo ti hanno voluto fermare.
Alla fine, vedi, ci sono arrivato anch’io. Le tue parole sono troppo
pericolose perché possa essertene concesso l’uso. E sono
pericolose perché complesse, perché rivolte a tutti, anche a chi non la pensa
come te. Pericolose perché mostri il potere per quello che è: il nulla, il
vuoto, l’arbitrio che però, assurdamente, conserva la possibilità di agire e
reprimere, di schiacciare l’individuo.Altan con la figlia (Getty)
Come tuo padre e come
Puškin
Caro Ahmet, immagino starai sorridendo
nel vedere il mio rumoroso e impacciato affanno mentre racconto ciò che ti è
accaduto. Non sono riuscito mai a far mia la tua lezione, la tua e di tuo
padre: sottrarsi al copione, non lasciarci portare dall’onda. Lo so, se
qualcosa può sconvolgere la nostra vita, siamo noi a permetterlo comportandoci
secondo le attese. Tuo padre ti aveva insegnato la regola quasi cinquant’anni
fa. Anche lui giornalista, i militari entrarono in casa vostra e tuo padre
offrì del tè a chi perquisiva. Poi, mentre ammanettato lo portavano via, si
girò verso te, tuo fratello e tua madre con un grande sorriso. «La realtà – hai scritto – non può sopraffarmi. Io sono più
forte della realtà». In questi casi citi, del nostro amato
Puškin, il racconto che preferiamo più d’ogni altro, «La pistolettata». Quando
nel duello Silvio ha l’arma puntata sul cuore del suo avversario ma questi
seguita a mangiare ciliegie, più Silvio chiede attenzione e impegno perché sta
per sparare e potrebbe ucciderlo, più lo sfidante dà mostra di tenere molto
alle ciliegie e poco alla propria vita. Il colpo non verrà mai esploso perché
ha disatteso, il duellante, le regole del gioco. Così inviti ad agire, come
Borges che al ladro che intima «la borsa o la vita» dice: offri la vita,
spariglia, sovverti, non agire secondo attese. Quando ti hanno arrestato, sia
la prima volta che la seconda volta, hai fatto a pezzi il clima di terrore e
paura che gli uomini mandati da Erdoğan avevano imposto, aprendoti in un
sorriso, come hai scritto nel tuo libro «Non rivedrò più il mondo», pagine che
voglio proteggere dandole a più persone possibili, moltiplicando le tue parole
grazie alle uniche persone che possono davvero impedire a ogni cella di
rinchiudersi: i lettori. Incarni davvero, Ahmet, il principio di Epitteto:
quando il nostro corpo è schiavo, è lì che la nostra mentre può restare libera.
Tu ci stai riuscendo.
Quando a novembre 2019 ti hanno liberato
per qualche giorno, probabilmente sperando che scappassi, trovammo il modo di
vederci su Skype… non ho mai dimenticato quell’incontro. E se non sei andato
via, se non ci hai nemmeno pensato, è perché ti è sempre stata chiara la
differenza che esiste tra denunciare e testimoniare: si denuncia con le parole,
si testimonia con il corpo. E il regime turco può trasformarsi non denunciando
ma testimoniando, ossia portando sul proprio corpo le contraddizioni del
potere. È di questi giorni la notizia della protesta a Istanbul degli studenti
dell’Università del Bosforo contro la nomina per decreto presidenziale di Melih
Bulu a rettore, una nomina solo politica dal momento che Bulu è un politico
vicino a Erdoğan. Il 29 gennaio un gruppo di studenti ha allestito una mostra
con foto e disegni sul tema della libertà di espressione, dei diritti di
genere, della pace. Hanno disegnato un arcobaleno,
simbolo del movimento pacifista mondiale e della comunità Lgbt su una foto
della Kaaba, l’edificio più sacro dell’Islam. Quegli studenti sono
stati arrestati con l’accusa di «insulto ai valori religiosi» reato che,
assicurano i loro avvocati, nel codice penale turco nemmeno esiste. Arrestati
per aver disegnato un arcobaleno, arrestati per una mostra sulla libertà
d’espressione, arrestati perché vogliono, chiedono e pretendono che le
università siano indipendenti dal potere politico.
E ancora altri studenti arrestati (159, di cui 98 rilasciati poche ore dopo); anche loro, Ahmet, come te, reagiscono con la gioia. La loro protesta è piena di musica e di balli, quanto stride tutto questo con i tetri palazzi del potere, grotteschi, ottusi. E mentre il ministro dell’Interno turco li definisce «deviati» e «pervertiti», mentre il governo turco minaccia, incarcera, processa, punisce, noi stiamo qui a guardare, noi che, da quando è esplosa la pandemia abbiamo disegnato arcobaleni ovunque, siamo immobili osservatori dell’ennesimo atto autoritario che lede i diritti di ciascuno di noi, privando voi, della libertà. In Turchia sono stati incarcerati 200 giornalisti negli ultimi 5 anni, giornalisti di ogni età e orientamento politico e se tutto questo è potuto accadere è perché noi siamo stati e siamo indifferenti. Da quando ti conosco, con le tue parole e attraverso i tuoi libri, mi hai insegnato che l’individuo fa la differenza. Un gesto di bene non è inutile, un gesto crudele non è ininfluente. Come quella donna che, mentre ti facevano la radiografia, per immotivata cattiveria non acconsentì che ti fossero tolte le manette. Il poliziotto stava per aprirle, ma lei disse che no, non ce n’era bisogno: «Gliele lasci!». Perché tanta crudeltà? Come è possibile? Un po’ di pace ai polsi perché negarla? Questi gesti nascono dall’abitudine alla crudeltà, addirittura dalla necessità che esista un luogo, una prassi, un recinto possibilmente lontano dai nostri occhi dove si possa lasciar spazio a cattiveria e vendetta, perché è crudeltà e vendetta che merita chi ci finisce, qualunque sia il motivo.Altan con la figlia (Getty)
Il carcere del
pensiero
Senza troppi giri di parole: il carcere
rappresenta la nostra quota di vendetta, una quota di crudeltà che siamo
addirittura fieri di rivendicare. «Se stanno dentro è perché hanno sbagliato»:
con questa frase giustifichiamo tutto ciò che può capitare a chi è detenuto.
«Se stai in carcere è perché hai sbagliato, e se hai sbagliato il tuo destino
non è affare mio» è un assioma che vale per qualunque detenuto, di qualunque
nazionalità, quali che siano le condizioni della detenzione. E qui dovrebbe
intervenire il racconto, ma per far cosa? Per spiegare che il carcere non deve
soddisfare la sete di vendetta quanto piuttosto assolvere a una funzione che è
essenziale: reinserire chi ha commesso un reato nella società. Ma se il carcere
assolve alla quota di crudeltà a cui riteniamo di aver diritto, come la
mettiamo quando il carcere viene utilizzato per silenziare la dissidenza? Per
bloccare gli oppositori politici? Per fermare, come nel tuo caso, Ahmet, il
pensiero libero? La soglia del carcere, prima ancora che essere una soglia
fisica delimitata da cancelli, lucchetti, guardie armate e telecamere, è una
soglia mentale: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E tra i dentro e il
fuori, fa comodo che non vi sia dialogo, che i rapporti siano sempre mediati. Esistono dei codici, e la quota di vendetta che teniamo a
preservare ci impedisce di vedere quanto quei codici siano essi stessi parte
della segregazione, ci impedisce di vedere quanto tra il dentro e il fuori non
esista soluzione di continuità.
Poniamocela, una volta per tutte, questa domanda. Non discutiamone con altri,
ma ragioniamoci in solitudine cosicché nessuno possa giudicarci: cosa
simboleggia il carcere? La nostra vittoria, la vittoria dell’uomo sull’uomo, la
vittoria di chi sta fuori su chi sta dentro. La vittoria di chi «merita» di
stare fuori su chi «merita» di stare dentro. Come quando da bambini vedevamo
altri bambini puniti per qualche malefatta: la sensazione era quella del
pericolo scampato, di leggerezza nel vedere i colpevoli presi a occupare la
casella dei colpevoli. Eh sì, perché è un posto che sullo scacchiere non può
restare vuoto troppo a lungo. E quindi sapere che esiste un carcere, e che tu
ne sei fuori, non ti fa semplicemente sentire a posto con la coscienza, ti dà
la patente per fregartene.
Il primo atto, dunque, che possiamo fare
è non essere indifferenti, accorgerci del male perché abituarsi al male al
punto da non riconoscerlo, non averne il disgusto e tenerlo lì come possibilità
perenne, è la vittoria finale del disumano. In carcere hai visto corpi
picchiati, costretti alla solitudine, rattrappiti dalla vergogna, perché tra le
più insopportabili torture ci sono quelle che ti costringono a denunciare
innocenti, accusare persone che non conosci. Hai raccontato di
un ragazzo costretto a denunciare dei curdi, dei curdi a caso, dei curdi
qualsiasi, persone che nemmeno conosceva… serviva la sua testimonianza per
poter intervenire in un villaggio. Il ragazzo sapeva che se avesse pronunciato
il nome di chi non gli aveva fatto nulla, e nulla aveva commesso, sarebbe
probabilmente uscito di prigione, ma rifiutò: «non posso fare il nome di
nessuno, non posso essere cosi vile»...
Ritratto dell'atto di accusa come pornografia giudiziaria - Ahmet Altan
«Vostro Onore, il misero surrogato di atto d’accusa
presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto
per la legge, è troppo debole per sostenere il peso immenso della sentenza di
ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico
ministero, e non merita una difesa seria». Inizia così il libro Ritratto
dell’atto d’accusa come pornografia giudiziaria che lo scrittore turco Ahmet
Altan, 67 anni, ha scritto dalla cella del carcere di Silivri dove è rinchiuso da
17 mesi insieme al fratello Mehmet, alla giornalista Nazli Ilack,74 anni e
veterana della stampa turca, e altri quattro reporter. Domani il giudice, cui
si rivolge Altan in un dialogo immaginario, emetterà il verdetto. È il primo di
una serie contro i rappresentanti della stampa accusati di essere dei gulenisti
e aver fatto parte del fallito golpe del 15 luglio 2016. A nulla è valsa la
mobilitazione internazionale lanciata in questi mesi per la loro liberazione da
Free Turkey Media che comprende tra gli altri Reporters Sans Frontieres, gli
italiani di Articolo 21 e l’associazione dei Cento Autori. A nulla è valsa la
sentenza della Corte Costituzionale che aveva disposto la scarcerazione degli
imputati perché erano stati violati i loro diritti umani. «Nel momento in cui
li condanneranno sarà decretata la morte dello stato di diritto in Turchia.
Nessuno avrà più alibi» commenta amara Antonella Napoli, coordinatrice di Free
Turkey Media. Altan e compagni sono accusati di aver inviato dei «messaggi
subliminali» nei giorni precedenti al golpe per favorire la sua riuscita. «A
parte qualche mio articolo e un’unica apparizione in tv, l’imputazione di
golpismo nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che
noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere
a capo del colpo di stato», spiega lapidario lo scrittore nel suo libro.
Una condanna a vita per Ahmet Altan
Il 2 ottobre la corte d’appello di Istanbul ha confermato la condanna all’ergastolo per sei sospettati di terrorismo, tra cui i giornalisti Ahmet e Mehmet Altan, arrestati nel settembre del 2016. L’accusa per tutti è di aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale e di avere legami con l’organizzazione gulenista Fetö, che Ankara ritiene responsabile del fallito golpe del luglio 2016. Dal carcere Ahmet Altan ha scritto alcune memorie raccolte nel libro Non rivedrò più il mondo (Solferino). Eccone un estratto.
“Un oggetto in movimento non si trova né dove è, né dove
non è”, sostiene Zenone nel suo famoso paradosso. Fin da ragazzo ho pensato che
questo paradosso si addica più alla letteratura o agli scrittori che alla
fisica.
Scrivo queste parole da una cella in carcere.
Aggiungete le parole “Scrivo queste parole da una cella in
carcere” a qualsiasi racconto e aggiungerete tensione e vitalità, una voce
inquietante che arriva da un mondo buio e misterioso, la resistenza coraggiosa
di una persona fortemente svantaggiata e una mal dissimulata richiesta di
pietà.
È una frase pericolosa, che si può usare per sfruttare i
sentimenti delle persone. E gli scrittori non sempre evitano di usare le frasi
in modo da asservirle ai loro interessi, quando c’è in gioco la possibilità di
toccare i sentimenti delle persone. Capire che questa è la loro intenzione può
essere sufficiente perché il lettore provi pietà per l’autore di quella frase.
Ma aspettate. Prima di suonare le trombe della pietà nei
miei confronti, ascoltate quello che ho da dirvi.
Sì, sono una persona chiusa in un carcere di massima
sicurezza in mezzo al deserto.
Sì, sono chiuso in una cella la cui porta si apre e si
chiude con uno sferragliare di metallo.
Sì, mi passano i pasti attraverso un buco in mezzo alla
porta.
Sì, perfino la sommità del cortile di pietra in cui cammino
su e giù è coperta da una gabbia di acciaio.
Sì, non ho il permesso di vedere altre persone che non
siano i miei avvocati e i miei figli.
Sì, mi è vietato spedire anche solo due righe ai miei cari.
Sì, ogni volta che devo andare in ospedale prendono delle
manette da un mucchio di ferraglia e me le infilano ai polsi.
Sì, ogni volta che mi tirano fuori dalla cella ordini come
“alza le braccia, togliti le scarpe” mi colpiscono come schiaffi.
Tutto questo è vero, ma non è tutta la verità.
Loro avranno anche il potere di mettermi in carcere, ma
nessuno ha il potere di tenermi in
carcere
Nelle mattine d’estate, quando i primi raggi del sole
passano tra le nude sbarre della finestra e colpiscono il mio cuscino come lame
di luce, sento i canti gioiosi degli uccelli di passo che hanno fatto il nido
sotto le volte del cortile, e gli strani scricchiolii prodotti dai passi dei
prigionieri negli altri cortili, come se schiacciassero sotto ai piedi
bottiglie d’acqua vuote.
Mi sveglio con l’impressione di vivere ancora nella villa
con giardino della mia infanzia o, per chissà quale ragione, e davvero ignoro
la ragione di questo fatto, in uno di quegli alberghi affacciati sulle garrule
strade francesi nel film Irma la
dolce.
Quando mi sveglio con la pioggia d’autunno che cade sulle
sbarre della finestra, sopportando la furia dei venti settentrionali, inizio la
giornata sulle rive del Danubio, in un albergo con delle torce sulla facciata
che vengono accese ogni sera. Quando mi sveglio col sussurro della neve che
penetra dalle sbarre della finestra, in inverno, incomincio la giornata nella
dacia con la finestra sulla facciata in cui ha trovato rifugio il dottor Živago.
Finora non mi sono mai svegliato in carcere, neanche una
volta.
Di notte, le mie avventure sono animate da un’attività
ancora maggiore. Vago fra le isole della Thailandia, gli hotel di Londra, le
strade di Amsterdam, i segreti labirinti di Parigi, i ristoranti sulla costa di
Istanbul, i piccoli parchi nascosti fra le vie di New York, le cittadine
dell’Alaska con le loro strade innevate.
Potete incontrarmi lungo i fiumi dell’Amazzonia, sulle
spiagge del Messico, nelle savane africane. Parlo tutto il giorno con persone
che nessuno vede e sente, persone che non esistono e non esisteranno fino al
giorno in cui io ne parlerò. Le ascolto mentre conversano fra loro. Vivo i loro
amori, le loro avventure, le loro speranze, preoccupazioni e gioie. A volte
rido camminando nel cortile perché origlio le loro conversazioni, che sono
piuttosto divertenti. Non voglio fissarle sulla carta in carcere, perciò scrivo
tutto questo nelle pieghe del mio cervello, con l’inchiostro della memoria.
So di essere uno schizofrenico, finché queste persone
restano nella mia mente. So anche di essere uno scrittore, quando queste
persone si trovano infine sulle pagine di un libro. Provo piacere
nell’oscillare tra schizofrenia e letteratura. Salgo come fumo e lascio il
carcere con queste persone che esistono nella mia mente. Loro avranno anche il
potere di mettermi in carcere, ma nessuno ha il potere di tenermi in carcere.
Sono uno scrittore.
Non mi trovo né dove sono, né dove non sono.
Dovunque mi rinchiudiate, io viaggerò per il mondo sulle
ali infinite della mia mente.
Inoltre ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a
viaggiare: la maggior parte non li ho mai incontrati.
Ogni occhio che legge quello che ho scritto, ogni voce che
ripete il mio nome, mi tiene la mano come una piccola nuvola e mi fa volare
sulle pianure, le sorgenti, le foreste, i mari, le città e le loro strade.
Viaggio per tutto il mondo da una cella in carcere.
Come potete ben
capire, io possiedo un’arroganza divina; non lo si ammette spesso, ma è propria
degli scrittori ed è passata di generazione in generazione da migliaia di anni.
Io possiedo una sicurezza che cresce come una perla fra le robuste valve della
letteratura. Io possiedo una immunità garantita dall’armatura di acciaio dei
miei libri.
Scrivo queste parole da una cella in carcere.
Ma non sono in carcere.
Sono uno scrittore.
Non mi trovo né dove sono, né dove non sono.
Potete mettermi in carcere, ma non potete tenermi in carcere.
Io faccio una magia. Passo attraverso i muri.
lunedì 20 aprile 2020
brutti tempi per essere di Comunione e Liberazione
Comunione e Liberazione fuorilegge - Carla Corsetti
I soggetti responsabili sono molteplici, ma non sarà difficile individuarli, perché sono tutti collegati.
Prendiamo il primo: Comunione e Liberazione.
Democrazia Atea si è occupata di questa associazione di stampo cattolico ormai da un decennio, denunciandone la pervasività.
La sanità, soprattutto in Lombardia, è sempre stata interamente nelle mani di questa organizzazione, i suoi uomini hanno occupato tutti i posti dirigenziali nelle ASL e sono loro che hanno deciso chi assumere e quali imprenditori potevano “competere” nelle finte gare per le forniture ospedaliere e farmaceutiche.
Gli imprenditori, la maggior parte spontaneamente, ma alcuni anche ob torto collo, si sono coalizzati in una associazione legata a doppio filo con Comunione e Liberazione, denominata Compagnia Delle Opere.
Per chi non ne fa parte è impossibile lavorare, in qualunque settore, perché le 34mila imprese della CDO fanno cartello, monopolizzano il mercato con un fatturato annuo che supera i 70 miliardi di euro, e sono sempre più numerose le Procure che riescono a svelare i sistemi di corruzione che garantiscono questi introiti.
Nelle università l’organizzazione di CL ha creato una associazione denominata Student Office che induce le giovani matricole a confonderlo con un servizio pubblico.
Una volta che gli studenti sono stati “agganciati” dagli uomini dello Student Office, comprendono immediatamente che se restano con CL avranno una invisibile corsia preferenziale per gli esami e a fine corso saranno privilegiati per essere collocati nel mondo del lavoro.
Le attività dell’organizzazione CL sono molteplici e si dipanano tra convenzioni bancarie agevolate e sfruttamento della povertà attraverso la gestione delle mense per i poveri, ma il banchetto più ricco resta la sanità.
All’interno di CL c’è anche un gruppo ristretto denominato Gruppo Adulto, i cui componenti, generalmente affermati professionisti molto facoltosi, praticano la castità, la più pericolosa delle perversioni sessuali, vivono in condizioni di soggezione psichiatrica verso i loro referenti spirituali ai quali consegnano buona parte dei loro averi e ai quali rendono conto nel dettaglio delle loro miserie quotidiane.
Ogni anno questa organizzazione misura il suo potere esibendo una passerella di personaggi utili al tornaconto reciproco, pronta a garantire gli affari, più o meno leciti, il Meeting di Rimini, che si ripete da 40 anni sempre con la stessa partitura: interventi vuoti, prospettive evanescenti, un meeting che offende parole come intelligenza, cultura e razionalità, e che si dipana in una sequela di frasi fatte o di ragionamenti sull’aria fritta, necessarie per celare ciò che più concretamente si costruisce a margine e al di fuori della trasparenza mediatica, ovvero affari e potere.
Dieci anni fa lo scrittore Ferruccio Pinotti ha ricostruito la struttura sanitaria lombarda e il modello religioso imposto da Comunione e Liberazione, la “Lobby di Dio”, ma soprattutto come sia stato facile lucrare sulla sanità privata demolendo la sanità pubblica.
Quel modello religioso di sanità oggi è esploso mietendo migliaia di vittime.
Dichiarare fuorilegge Comunione e Liberazione è il minimo.
scrive Roberto Saviano:
...prendo atto della ritrovata loquacità di Cl, che fa il paio con la (memorabile) nota diffusa dal suo ufficio stampa dopo la condanna definitiva per fatti gravissimi del loro ras Roberto Formigoni, nota che riposto testualmente: "Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme" (san Paolo). In questo momento soffriamo insieme a Roberto Formigoni, nella consapevolezza che solo Dio può ultimamente e veramente vedere il cuore dell'uomo e può rispondere al bisogno di misericordia che tutti abbiamo. Lo accompagniamo con la preghiera in questa circostanza per lui così drammatica, che viviamo come un potente richiamo alla conversione di ciascuno di noi. Nessuna prova può cancellare la compagnia che Cristo fa alla nostra vita, consentendoci di ricominciare sempre, nell'umile certezza che tutto collabora misteriosamente al bene: questo è ciò che domandiamo al Padre per Roberto e per noi".
Quando la sanità lombarda dovrà essere rifondata non dimentichiamo chi ha tirato per la giacchetta persino Dio per evitare di prendere le distanze da un corrotto.
venerdì 13 dicembre 2019
venerdì 25 ottobre 2019
Eh, no, caro Siti: difendere la letteratura non è più importante che difendere i migranti - Riccardo Chiaberge
Ci sono poi anche gli intellettuali non schierati, scrittori che contrappongono la letteratura all’impegno civile. Il massimo esponente della categoria è Walter Siti, che mi è capitato di rivedere martedì scorso su La 7, maglione patchwork e sorrisino annoiato da cinico chic, mentre ironizzava sulla tendenza di tanti di noi a considerare i sovranisti “il babau” e a dipingere gli immigrati sempre e solo come vittime, «quando poi, arrivati qui, si fanno la foto davanti a un’auto di lusso e la mandano a casa, per far vedere ai parenti che successo hanno avuto». Qualche settimana fa, lo scrittore premio Strega aveva fatto le bucce a Roberto Saviano in un lungo articolo con il seguente, notevole incipit: «Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti». Eh no, Walter. Con tutto il rispetto, quando la casa brucia, forse anche il letterato potrebbe dare una mano a spegnere l’incendio, invece di continuare a temperare le matite come se niente fosse. Perché il rischio, alla lunga, è un “tradimento dei chierici” non poi così lontano da quello denunciato da Julien Benda negli anni Trenta: al posto dell’intellettuale che si mette al servizio dei carnefici, l’intellettuale che li lascia fare.
martedì 10 luglio 2018
lettera di Sandro Veronesi a Roberto Saviano (e risposta)
ti scrivo per interrogarti su ciò che ultimamente sta assorbendo parecchie delle mie energie, e anche un bel po’ del mio sonno. Una riflessione che, per darle un titolo, potremmo chiamare sul «tempo del corpo». Mi sto chiedendo, cioè, nella frustrazione in cui non nascondo di annaspare, se non sia venuto un tempo diverso per tutti noi, uomini e donne non «buoni» né tantomeno «buonisti», ma semplicemente «di buona volontà», come dicono gli angeli nel giorno della natività, augurando la pace sulla Terra. (Leggi la risposta di Salvini)
Ecco dunque che scrivo a te, caro Roberto, dato che il tuo corpo è già in ballo, da anni, è già sul campo — e infatti ogni tanto spunta la minaccia di «toglierti la scorta», cioè di lasciarlo indifeso, quel tuo corpo: una minaccia che a me, per esempio, non può essere rivolta —. Scrivo a te perché in questa condizione hai certamente sperimentato una certa solitudine. E ti dico che «metterci il corpo» per me ha un significato solo: significa andare laggiù, dove lo scempio ha luogo, e starci, col proprio ingombro, le proprie necessità vitali, la propria resistenza, lì. Il corpo, il mezzo più estremo di lotta nella tradizione della non violenza. Dunque, la prima domanda che ti rivolgo è: cosa pensi tu di questa — in fondo — banalità? Esagero?
Dopodiché, lasciami dire una cosa. Ciò di cui stiamo parlando — l’oggetto della mia rabbia — non è la politica ostile all’accoglienza che ormai accomuna ogni paese del mondo. Ciò di cui stiamo parlando è la differenza tra la vita e la morte. Non posso credere che il cumulo di menzogne che le viene quotidianamente gettato sopra riesca davvero a occultare questa enormità. E penso che debbano esserci per forza persone influenti, non necessariamente legate alla tradizione delle battaglie civili, che dinanzi a questo madornale inganno si sentono eccezionalmente tirati in ballo. Non pensi che sarebbe decisivo se qualcuna di queste persone sentisse lo stimolo di metterci il proprio corpo? Sacrificandosi, è ovvio, perché il corpo non fa sconti, e se sta là non può stare qua. Che dici, Roberto, vaneggio? Ammesso che una di queste navi Ong che incrociano al largo delle acque libiche conceda qualche posto a bordo, pensi che i corpi più importanti del nostro Paese — cioè quelli più valorosi, più ammirati, più amati, più belli, più dotati, più preziosi, più popolari, più desiderati —, siano tutti impossibilitati a unirsi a me e a te, nell’occupare quei posti? Io, di certo, non basto. E nemmeno tu sei abbastanza, Roberto, dato che come abbiamo detto tu ci sei già, in ballo, e il tuo corpo è già il puntaspilli dell’attuale propaganda.
Ci vorrebbe, per dire, il commissario Montalbano, che ha il doppio di spettatori di quanti elettori abbia avuto la Lega a marzo. (Tra l’altro, nel backstage della prossima stagione, che già circola in rete, sembrerebbe che lui, cioè non Luca Zingaretti, ma proprio Montalbano, il personaggio, sia già lì, in mezzo al mare, a braccia aperte). Sempre per dire, mi sono sentito di colpo molto più forte quando ho visto la fotografia di Totti con in mano la scritta #withrefugees dell’Unhcr: pensa se il corpo ce lo mettesse lui, pensa se su una di quelle navi ci fosse Totti. Il suo corpo su una di quelle navi farebbe capire a un sacco di persone come stanno le cose, più di mille parole. Sto sognando? Sto dicendo una sciocchezza? Checco Zalone. O Claudio Baglioni. O Federica Pellegrini. O Jovanotti. O Sofia Goggia. O Celentano. O Monica Bellucci che fa da interprete dal francese. O Chiara Ferragni che allatta. O Giorgio Armani che compie 84 anni. Sulla nave. Laggiù. In quel tratto di mare dove la gente viene lasciata morire per opportunismo, o far pressione su Malta, o su Macron. Ovviamente sto facendo nomi così, di getto, non sto convocando nessuno, non mi permetterei mai di farlo: dico solo, a te che sei perennemente convocato, che forse ora ci vorrebbe qualche persona veramente influente che ci metta il corpo — per interrompere perlomeno la barbarie della propaganda, della calunnia —. Ne basterebbe anche solo uno, secondo me. Cosa ne pensi?
Lo so, più i corpi sono preziosi, più hanno da rimetterci a fare una cosa del genere. E va bene: vorrà dire che ci rimetteranno. Sarà un modo di restituire un po’ della fortuna che hanno avuto, di investirla per il futuro. D’altronde, ormai, secondo me ci rimettono anche se non lo fanno. Questa è una di quelle situazioni dalle quali non si scappa: o sei Rita Pavone, e la pensi in quel modo, oppure sei quei corpi che resistono fino allo stremo e poi alla fine si riempiono d’acqua e cessano di vivere. Non c’è via di mezzo. Se l’attuale follia non s’interrompe al più presto, tutti ci rimetteranno — anche Rita Pavone — e tanto. C’era un giornale laico, in Algeria, che il giorno delle elezioni del 1991, quelle insanguinate dagli attentati degli integralisti islamici, uscì con questo titolo: «Se voti, muori. Se non voti, muori. Dunque vota, e muori». Qui non si tratterebbe di morire — quello è un destino riservato ad altri —: qui si tratterebbe solo di farsi coprire d’insulti da un manipolo di account sui social media, per avere indicato con l’autorevolezza del proprio corpo dove si trova il torto e dove la ragione. Da quando il Mediterraneo ospita la civiltà, cioè da migliaia di anni, il naufrago in mare è sempre stato considerato sacro: anche i fenici (i fenici: li vuoi più cattivi di loro?) lo traevano in salvo e gli riservavano l’onore dell’ospitalità, non foss’altro per superstizione, perché non avessero a offendersi gli Dei ai quali esso, il naufrago, partendo, si era raccomandato. È inaccettabile che questa regola venga sospesa oggi, con tanta leggerezza. Ma è proprio quello che sta succedendo.
Caro Roberto, la nostra civiltà sta andando a picco, laggiù. Tutto il resto è rumore, è distrazione. Non credi che sia necessario attirare lo sguardo di tutti dove sta succedendo la cosa che ci toglie il sonno, senza distrarsi appresso alle provocazioni e alle manfrine di chi ne è responsabile? Pensi che sia possibile, aggiungendo corpi ai corpi? La differenza tra la vita e la morte, stiamo parlando di questo. Sembra impossibile ma dall’esser tutti fratelli siamo scivolati con poche mosse in questo fango, dove questa differenza non si vede più. Bisogna uscirne, Roberto, e forse il corpo stavolta può aiutarci: il tuo, il mio, e quello di chi ha da perderci più di te e di me, se vorrà mettercelo.
Un abbraccio, Sandro
domenica 8 luglio 2018
Ah già, LE ARMI CHIMICHE – Fulvio Scaglione
E così, gli esperti dell’Opac
(Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, premiata con il nobel
per la Pace nel 2013) dicono nel loro rapporto preliminare di non aver trovato
prove di attacchi chimici da parte dell’esercito regolare siriano contro la
città di Douma, alla periferia di Damasco.
Secondo l’autoproclamata
“informazione di qualità” gli attacchi si erano svolti il 7 aprile 2018. Il 9
aprile 2018, con la scusa delle armi chimiche, le
basi aeree siriane erano state attaccate (14 morti) e il 14 aprile Usa, Francia
e Regno Unito avevano colpito la Siria con missili e bombardieri.
Ricordate
Saviano e Fazio? Avete presente quanti articoli furono pubblicati allora per
sostenere “senza se e senza ma” che le bombe chimiche erano state usate, e avete
notato quanto scarsi siano ora quelli che parlano del rapporto Opac?
Ecco, appunto.
martedì 8 agosto 2017
Ong, i muri alzati dalle parole - Ilvo Diamanti
ORMAI LE ONG rischiano di cambiare natura, ma, anzitutto, significato. È una questione di linguaggio, oltre che di contenuto sociale e reale. Perché le parole, l'ho già detto e lo ribadisco, non sono semplici simboli che "significano" la realtà. Ma contribuiscono, a loro volta, a "costruire" la realtà sociale. Oppure a modificarne il senso, dunque: la percezione, la definizione.
Così oggi le ONG stanno perdendo il significato di Organizzazioni Non Governative. E stanno diventando un suono dagli echi ambigui e inquietanti. Perché evoca il traffico di esseri umani. Peggio, il concorso alla "deportazione" e al "riciclaggio" degli immigrati, nel nostro Paese. Clandestini da sfruttare come braccia a basso costo. Oppure nei circuiti illegali. Dallo spaccio, al crimine organizzato, alla prostituzione. Esportati in altri Paesi. Se possibile. Perché i muri intorno a noi si ergono dovunque. Sempre più alti. Per renderci "stranieri in Europa". E "a casa nostra", come recitano gli slogan minacciosi che evocano l'invasione.
Anche se, nel luglio 2017, gli sbarchi dei migranti risultano in sensibile calo rispetto agli anni precedenti (dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017). D'altronde, la presenza degli stranieri supera di poco l'8%. Ma, nella percezione degli italiani, va oltre il 26% (come registra la ricerca di Nando Pagnoncelli Dare i numeri, EDB, 2016).
Gli stranieri: nella considerazione generale appaiono - tutti o quasi - in arrivo dall'Africa. Mentre le comunità più numerose provengono dai Paesi dell'Est europeo. Anzitutto, dalla Romania e dall'Albania. Dove le ONG italiane non sono presenti... Non organizzano sbarchi oppure viaggi "clandestini". Per trasferire "clandestini". Personalmente, quando sento parlare delle ONG, oltre alle sigle di cui tanto si parla, polemicamente, in questi giorni, penso al CUAMM. L'associazione dei Medici "con" l'Africa. Animata per oltre cinquant'anni da Don Luigi Mazzucato. Un crocevia della solidarietà fra l'Italia e l'Africa. Dove ha inviato oltre 1000 medici volontari, negli ospedali dell'area sub-sahariana. Fra le più colpite da malattia, miseria, povertà. Le origini principali delle grandi ondate migratorie che, da tempo, si dirigono in Europa. Perché i "migranti" non vengono da noi in gita. Attraversano il Mediterraneo, spinti dalla disperazione.
Oggi, ad esempio, nel Sud Sudan, fra le zone più colpite dalla miseria e dalle guerre, c'è il mio amico Vincenzo Riboni. Per decenni, primario al pronto soccorso di Vicenza. Per decenni, ha dedicato il tempo delle ferie e del riposo al CUAMM. Cioè agli "altri". Ogni anno, ha trascorso settimane, mesi, in Sudan, ma anche in Mozambico e in Sierra Leone. Mentre infuriava Ebola. So bene che per qualcuno si tratta di un ultrà-solidarista. Più Ultrà che Solidarista. Che dovrebbe dedicarsi alle emergenze di casa propria (come, peraltro, ha sempre fatto) piuttosto che recarsi altrove. Ma io continuo a pensare che non sia così. Perché noi abbiamo bisogno degli altri per conoscere e ri-conoscere noi stessi. Non solo per generosità e per altruismo. Ma per auto-tutela, per auto-revolezza. Al CUAMM per questo, hanno dedicato molto tempo e opere importanti i miei amici Carlo Mazzacurati e Paolo Rumiz. D'altronde, come possiamo pensare di dare lezioni di con-vivenza quando non siamo in grado di dare aiuto a chi e dove ci è richiesto? Come possiamo pensare, noi stessi, di chiedere aiuto - e aiuti - agli altri "quando" e "se" ne avremo bisogno? Domani, ma anche oggi?
Così, non solo mi sento d'accordo con il testo scritto oggi da Roberto Saviano. Ma non riesco a capire come ci potremmo distanziare dalle sue parole. Che dovremmo fare? Lasciarli affondare? Meglio, dovremmo affondarli noi stessi? O infine: "Aiutarli a casa loro", come si sente dire spesso? Nonostante che i nostri investimenti nei territori di crisi siano davvero minimi?
Personalmente, ritengo che dobbiamo accogliere e integrare, in modo serio: cioè garantendo loro inserimento ma anche affermando il rispetto delle nostre regole. Per non diventare, noi per primi, "stranieri in casa nostra". Di fronte a noi stessi. D'altronde, gli immigrati, come rammenta Tito Boeri nel suo recente saggio ( Populismo e stato sociale, Laterza, 2017) contribuiscono a "pagare" le nostre pensioni. Soprattutto se sono integrati, nella società e nel lavoro.
Ma il problema, come ho scritto all'inizio, si complica, se le parole perdono il loro significato. Noi, infatti, abbiamo grande rispetto e fiducia verso la parola Volontariato. Molto meno verso ONG. Forse perché, detto così, in modo secco, ha un suono minaccioso. Basta aggiungere, all'inizio, una G. E diventa GONG.
Ma ONG, nel linguaggio degli italiani è lontano dal Volontariato. Lo conferma la Mappa delle Parole, realizzata attraverso un sondaggio di Demos-Coop, nelle scorse settimane. Solo un terzo di coloro che hanno fiducia verso il Volontariato dimostrano confidenza anche nelle ONG. Meglio: verso la parola ONG. Che, nella rappresentazione sociale, è associata a Ius soli e a Respingere gli Immigrati. Risulta, cioè, un simbolo di chiusura e di auto-difesa dagli altri. Mentre il Volontariato viene accostato, fino quasi a coincidere, a Cuore e Speranza. Detto altrimenti: si tratta di due mondi distinti e distanti. Da un lato: l'apertura. Dall'altro: i confini e le barriere. Anche se, ovviamente, nella realtà non è così. Perché le ONG sono soggetti di solidarietà, nei confronti di persone e popoli lontani. Il fatto che alcune ONG abbiano agito diversamente, perfino in modo opposto, non può indurre a generalizzare. A stigmatizzare un intero mondo associativo, impegnato a sostegno degli altri. Lontani eppure vicini.
Ma oggi ormai il problema si è radicato. Ha assunto significato nel linguaggio "politico". Non per caso la parola ONG è deprecata soprattutto dagli elettori di destra, Lega, ma anche FI e FdI. Un orientamento che rischia di tradursi nel senso comune. Per questo è meglio intervenire presto. Subito. Per evitare che questa rappresentazione "faziosa" sedimenti. E dilaghi. Senza rimedio.
Così io propongo di cambiare - presto e subito - etichetta. Basta con le ONG, Organizzazioni Non Governative.
Chiamiamole Associazioni per il Bene Comune. ABC. Prime lettere dell'alfabeto della solidarietà e dell'integrazione. Vicino ma anche Lontano. Da casa nostra.
domenica 6 agosto 2017
fate migrare i politici, piuttosto – bortocal
sabato 8 luglio 2017
aiutarli a casa loro, clausola FMC (trasporto compreso nel prezzo)
"Mi permetto di parafrasare così le parole del segretario del partito di centrosinistra, ossatura della maggioranza di governo - continua- se vi considerate di sinistra non dovete sentirvi moralmente in colpa se iniziate ad avvertire impulsi razzisti. Non siete voi a essere razzisti, sono i negri a essere troppi. Ma vi assicuro che continuerò ad avere moralmente a cuore gli affari di chi tra voi produce armi da vendere ai paesi in guerra, impedendo che si creino condizioni di vita accettabili per i negri 'a casa loro'. Per Renzi dunque l'Italia non ha il 'dovere morale di accogliere' ma di 'aiutare a casa loro'".
Eppure, aggiunge, Saviano sul social network, "Renzi sa perfettamente che l'Italia realizza l'esatto contrario perché aiuta sì chi decide di lasciare il proprio paese, ma ad ammazzarsi a casa propria. La prova? Le esportazioni di armi italiane. 2,7 miliardi di euro nel 2014. 7,9 miliardi di euro nel 2015. 14,6 miliardi di euro nel 2016. Queste cifre mostrano come è cresciuto negli ultimi 3 anni (e Renzi ne è al corrente) il valore complessivo delle esportazioni di armi dall'Italia".
"Ma il dato politicamente importante - sottolinea ancora lo scrittore - è il boom di vendite verso paesi in guerra in violazione della legge 185/1990, che vieta l'esportazione e il transito di armamenti verso paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. L'Italia nel 2014-2015 è stato l'unico paese della Ue ad aver fornito pistole, revolver, fucili e carabine alle forze di polizia e di sicurezza del regime di al Sisi (con quale faccia chiedono verità per Giulio Regeni!). Nigrizia denuncia forniture militari a paesi dell'Africa settentrionale, a regimi autoritari, all'Arabia Saudita, condannata dall'Onu per crimini di guerra e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti"…