La sinistra
“braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del
2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande
disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le
passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state
proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus
in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo
quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione
dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le
forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf
Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche
politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e
dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la
batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi
(con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per
evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si
trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio
rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un
tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun
vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci
permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e
più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco
imbarazzante.
No, non sto dicendo
che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia,
la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico,
atemporale.
Sto dicendo che il
voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio)
per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola
storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è
come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento
veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima.
Il guaio è che la
sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a
comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne
“L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.
La sinistra
braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico.
Nelle sue coordinate
mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche
utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure
etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza
“postmoderna” e “norm oriented”.
In questo approccio,
il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato
come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura
“manipolazione retorica”.
E già solo questo ci
rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società
declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione
della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni
sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti
(espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto
verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status).
Ora è il caso di
smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un
bilancio.
In Italia Meloni
regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla
frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue
filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la
profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi
successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi
erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera
area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione”
(il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale,
da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di
crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come
un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche
deflattive.
Nel contesto di un
crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo
esordio.
Il peggio deve
ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è
l’intero progetto continentale.
D’altra parte, se il
delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica
(non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe
convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo
tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo
a farsi una spietata concorrenza fiscale.
Qualcuno, nella foga
della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare:
prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi
recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).
Nella più elementare
delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un
nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri
grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e
serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente
sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’
– evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia
e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv).
Il mondo crolla e la
sinistra braminica abbaia alla luna.
Il risultato sociale
di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi
dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali.
Saltando (per carità
d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono
autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in
guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul
terreno delle questioni “interne”:
• riflessioni sulla
parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;
• riflessioni sulla
polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;
• riflessioni sulla
sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;
• riflessioni sul
declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;
• riflessioni sul
declino dei sistemi educativi: zero;
• riflessioni sul
degrado dei sistemi sanitari: zero;
• riflessioni sul
declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va
a votare…).
Otto anni fa, Thomas
Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo”
(2014) – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso
della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una
corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma
fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa
dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la
fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno
del sistema neoliberista.
Da questa domanda
nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna
discussione pubblica.
La sinistra
braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale
educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha
condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente
impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie
della storia europea.
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