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sabato 21 settembre 2019

Di Maio è perciò l’uomo perfetto – Roberto Prinzi



L’indignazione generale mi ha stupito e per un attimo ho pensato di vivere in un Paese differente dove la politica estera è un pilastro del fare politica, non una brutta parola da non pronunciare mai. Poi ho navigato brevemente sui principali quotidiani e mi sono fortunatamente subito rasserenato: è il vostro stupore che stona.
Perché, infatti, indignarsi per la nomina dell’inutile e incapace di Maio quando gli Esteri in Italia non contano nulla? Perché tutto ad un tratto questo risveglio e sussulto di dignità? Chi, come me (e chi molto meglio di me) nel piccolissimo prova a raccontare di Esteri in Italia soffre di una profonda solitudine: sembriamo un circolo di poveri sfigati che ci raccontiamo cose che non interessano a nessuno. Sembriamo un po’ quelli degli alcolisti anonimi, ma nessun regista o scrittore ha mai costruito qualche trama o film di successo su di noi. Gente bizzarra che parla di cose astruse, quasi come se il nostro soggetto fossero uomini e donne provenienti da un altro pianeta lontano da noi anni luce.
Un senso di solitudine confermato dai fatti: nei dibattiti politici delle elezioni del 4 marzo, nessuna forza politica – ad esclusione un po’ di Potere al Popolo – è mai uscito dai confini italiani. Non è stato un tema affrontato perché non interessa a nessuno, in questo Paese non porta voti. Questo innanzitutto per colpa dei media mainstream che parlano di questioni al di fuori dei confini italiani (soprattutto extraeuropei) senza un minimo di conoscenze riempiendoli spesso di stereotipi e orientalismi, non facendo alcuna analisi politica ma al massimo limitandosi a raccontare “storie” decontestualizzate. E, soprattutto, riportando pedissequamente le posizioni del governo americano (e israeliano): pensiamo a come è trattata la questione palestinese e la guerra che tanto vorrebbero Israele e gli Usa contro l’Iran; pensiamo a come ci è stato descritto il golpe (fallito per ora) in Venezuela voluto da Washington che ha spinto per settimane quasi l’intera stampa italiana a esaltare quel farabutto di Guaidò. Per non parlare di come viene trattata la Corea del Nord e i racconti ridicoli (o sono barzelette?) sulle malefatte del suo panzuto presidente.
Gli Esteri in Italia vengono costantemente violentanti: la battaglia dei curdi del Rojava contro l’Isis è apparsa per la prima volta mainstream soltanto quando una combattente assomigliava ad Angelina Jolie (ovviamente anche le altre combattenti sono state descritte negli anni più per le loro “belle” forme fisiche che per le loro idee, non sia mai!)
I media mainstram non trattano con piacere di argomenti esteri. E, quando ne parlano, usano questi termini perché il bacino di lettori, radioascoltatori e spettatori televisivi vuole questo. Un giorno un mio amico sintetizzò la questione perfettamente: “Parli di cose strane, lontane ma che ce ne fotte con i problemi che abbiamo? Sii serio eddai”. Poco importa, tra l’altro, che lo stesso mio amico qualche mese dopo sarebbe stato seduto come tante centinaia di migliaia d’italiani con le chiappe nell’acqua nella vicinissima Djerba pensando di andare a Sharm e, perché no?, farsi un salto prima o poi a Gerusalemme. “Sono paesi lontani, che ce ne fotte? Sii serio”.
Di Maio è pericoloso, ignorante e incapace, avete ragione. Ma alzi la mano chi di voi conosce la voce e la faccia del suo predecessore. Quanti ricordano il suo nome? Forse il sig. Milanesi aveva il curriculum che voi tanto cercate eppure di questa figura anonima che ha riscaldato solo la sedia alla Farnesina (come ricordare la sua inutilità sulla questione libica “a noi vicina” con Serraj e Haftar che lo hanno perculato in più occasioni?) ricordo benissimo quando, arrestato lo street artist napoletano Jorit, definì come “Israele” i Territori Occupati palestinesi buttando nel cesso con una frase nozioni basilari del diritto internazionale (che pure sembra possedere visto il suo bel curriculum).
Negli ultimi 20 anni, vado a memoria, abbiamo avuto agli esteri Frattini, Gentiloni, Mogherini, Terzi. Persino Angelino Alfano (Angelino, vi rendete conto?) eppure nessuno si è indignato. Ed hanno fatto disastri in giro per il mondo sostenendo le politiche imperiali di Usa e Israele (in più casi anche in prima linea). Appoggiando finanche gruppi di “ribelli” siriani, salvo poi scoprire grazie anche agli ammonimenti dell’Onu che erano barbuti qaedisti (cioè i nostri acerrimi nemici). Ma forse usavano bene il present perfect, sapevano usare il congiuntivo e sì, nella loro vita da giovinastri, non facevano lavoretti.
Di Maio si inserisce in questa lista di pericolosi incapaci. E’ il vecchio che cammina e che continuerà a fare danni per la popolazione mondiale (meno male che l’Italia conta veramente poco). Non ci dovremmo indignare per la sua nomina, ma per il poco spazio (e il cattivo servizio) che viene dato a tutto ciò che ci viene dal di fuori. Ci dovremmo ribellare al fatto che nessun partito politico tratti nei suoi programmi in modo chiaro e netto i temi mondiali di geopolitica. Il resto è solo un corollario.
In questo livello medio basso culturale, a fronte del bassissimo livello culturale del mondo politico italiano, Di Maio è perciò l’uomo perfetto. Il miglior rappresentante del peso (zero) che diamo agli Esteri.
Giggino, a te da oggi l’onore di umiliare ancora di più questo bellissimo e nobile ramo della politica.

martedì 8 maggio 2018

divieto di poesia


 “Istigazione alla violenza”: condannata la poetessa palestinese Tatour - Roberto Prinzi 


Condannata per “istigazione alla violenza” e sostegno ad una “organizzazione terroristica” per un post su Facebook. È quanto ha stabilito ieri un tribunale di Nazareth per la poetessa Dareen Tatour. Taour, palestinese con cittadinanza israeliana, nel 2015 aveva pubblicato sul noto social network un video in cui alcuni palestinesi lanciavano pietre contro l’esercito israeliano accompagnandolo con un suo poema intitolato “Resisti, popolo mio, resisti”. L’imputata si è difesa spiegando che il suo componimento non era affatto un invito alla violenza, quanto piuttosto una esortazione a lottare. Una lotta che, ha precisato, solo le autorità israeliane hanno voluto interpretare come violenta: secondo la corte, infatti, i post della Tatour “hanno creato una reale possibilità di ispirare le persone a commettere atti di violenza e terrore”. La sentenza è prevista per questo mese anche se non è ancora chiaro quando con esattezza.
La decisione del tribunale non ha stupito Tatour che, al termine dell’udienza di ieri, si è detta “pronta a tutto” e ha rivendicato il suo gesto. “Il mondo intero ascolterà la mia storia – ha dichiarato – Il mondo intero sentirà che tipo di democrazia è Israele. Una democrazia solo per gli ebrei mentre gli arabi vanno in carcere. Il tribunale ha detto che sono condannata per terrorismo. Se questo è terrorismo, allora darò al mondo un terrorismo d’amore”. Intervistata dal portale Middle East Eye prima del verdetto di ieri, la poetessa aveva spiegato che era stata inizialmente accusata per un suo post su Facebook del 2014 in cui aveva scritto “Sono la prossima martire”. “Le accuse – ha raccontato – erano deboli per cui hanno scavato nel mio Facebook e hanno così trovato il poema dove hanno interpretato il verso: ‘Resisti, mio popolo, resisti al furto del colono e segui la carovana dei martiri’ come un invito rivolto ai palestinesi ad essere uccisi ed essere martiri”.
I problemi con la legge per Tatour iniziano l’11 ottobre del 2015, una settimana dopo la pubblicazione in rete del suo componimento: la polizia israeliana fa irruzione nella sua casa di Reineh (nei pressi di Nazareth) e l’arresta. Inizia così il calvario della poetessa: detenuta prima per 3 mesi, viene posta ai domiciliari nella casa di suo fratello nel quartiere di Kiryat Ono a Tel Aviv per 6 mesi durante i quali le è stato impedito di utilizzare Internet, il cellulare e di pubblicare i suoi lavori sui media. Dopo 4 mesi l’è stato concesso di lasciare l’abitazione per due ore nei weekend solo se accompagnata da un parente.
Il caso Tatour ha avuto ampia eco anche al di fuori d’Israele: per la sua liberazione si sono mossi oltre 150 intellettuali, tra cui Alice Walker, Naomi Klein, Natasha Trethewey e Jacqueline Woodson. In difesa della poetessa è intervenuto ieri anche il gruppo internazionale degli scrittori PEN: “Dareen Tatour è condannata per aver fatto quello che gli scrittori fanno ogni giorno: usare le loro parole per sfidare pacificamente l’ingiustizia”.
Sulla decisione del tribunale di Nazareth è stato duro il commento della sua legale, Gaby Lasky: “In pratica quello che la corte ha fatto è stato seppellire la libertà di parola nonostante abbiamo portato in aula [come prova] molti componimenti di poeti ebrei scritti nel corso degli anni che sono molto più duri di quelli di Dareen. Tuttavia, in quei casi, nessuno ha mai pensato di incriminare [i loro autori]” . Secondo Lasky, il poema della sua assistita è stato “mal interpretato” dalle autorità perché, invece di essere un invito alla violenza, è “una espressione artistica”. Le accuse, ha poi sottolineato, sono “un attacco alla libertà di espressione” della sua cliente e “una violazione dei diritti culturali della minoranza palestinese all’interno d’Israele che provoca autocensura e auto-criminalizzazione della poesia”.
La durezza del mondo giudiziario israeliano contro i palestinesi non è cosa nuova: per aver dato qualche schiaffo a dei soldati lo scorso dicembre, l’adolescente Ahed Tamimi sta scontando 8 mesi di carcere (patteggiati per evitare una pena più severa). Ma l’inflessibilità dei tribunali viene meno quando a compiere i reati sono cittadini ebrei israeliani. Il caso recente più emblematico è rappresentato dal soldato Elor Azaria che il 24 marzo del 2016 uccise a sangue freddo a Hebron il palestinese Abdel Fattah al-Sharif. Per il militare la pena già irrisoria di 18 mesi di detenzione è stata ridotta a solo un anno di carcere per “buona condotta” e perché “non costituisce un pericolo”. Nelle differenze di trattamento tra Tamimi e Tatour da un lato, e Azaria dall’altro, c’è la rappresentazione più significativa del doppio binario su cui viaggia la “giustizia” israeliana.