Lula riceve WikiLeaks e chiede libertà per Julian Assange – Lorenzo Poli
Ho chiesto loro di inviare la mia solidarietà. Possa Assange essere liberato dalla sua ingiusta prigionia”, ha dichiarato il neopresidente eletto del Brasile, Lula.
Luiz Inácio Lula da Silva ha chiesto il rilascio del giornalista Julian Assange dopo aver incontrato il caporedattore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson e l’editore Joseph Farrell.
“Ero con Hrafnsson, caporedattore di WikiLeaks, e l’editore Joseph Farrell, che mi ha informato sulla situazione sanitaria e sulla lotta per la libertà di Julian Assange”, ha scritto Lula, che assumerà l’incarico di capo di stato brasiliano il prossimo 1 gennaio.
“Ho chiesto loro di inviare la mia solidarietà. Possa Assange essere liberato dalla sua ingiusta prigionia”, ha detto l’ex presidente (2003-2011).
L’islandese Hrafnsson sta girando diversi paesi dell’America Latina alla ricerca di governi progressisti per fare pressione sulle autorità degli Stati Uniti al fine di ottenere la libertà del giornalista australiano.
Intervistato dai media locali, il caporedattore di WikiLeaks ha riconosciuto che la recente ondata di vittorie elettorali per i politici di sinistra in America Latina lo ha portato nella regione, con lo scopo di cercare sostegno politico per il rilascio di Assange.
Il 17 giugno, il ministro dell’Interno britannico Priti Patel ha approvato l’estradizione di Assange negli Stati Uniti, dove potrebbe essere condannato a 175 anni di carcere.
Washington chiede l’estradizione di Assange dal Regno Unito, dove è detenuto dal 2019, per processarlo per 17 presunti reati in violazione dell’Espionage Act del 1917 e uno di intrusione informatica.
Le accuse riguardano la divulgazione e la pubblicazione di rapporti militari sull’Iraq, l’Afghanistan e la base illegale di Guantanamo, nonché rapporti diplomatici che rivelano crimini di guerra e altri abusi da parte di funzionari e autorità statunitensi.
Julian Assange non è più solo. I media contro l’estradizione – Vincenzo Vita
Nyt, Guardian, Le Monde: l’appello del network di giornali che ha lavorato con l’attivista
Forse siamo di fronte ad una svolta decisiva. Gli editori e la redazione di New York Times, Guardian, Le Monde, Der Spiegel, El Pais hanno scritto un appello assai importante sul caso del fondatore di WikiLeaks «…è tempo che il governo degli Stati uniti ponga fine alla causa contro Julian Assange per aver pubblicato segreti di stato…». Si tratta di una pagina rilevantissima della sequenza che iniziò nel 2010, quando i cinque giornali internazionali (un network cui parteciparono gli italiani Espresso e la Repubblica nel periodo in cui sulle testate scriveva Stefania Maurizi, autrice del recente volume Il potere segreto) pubblicarono molte rivelazioni nate dal lavoro del gruppo diretto dal giornalista australiano. Com’è noto, le notizie riguardavano i misfatti delle guerre in Iraq e in Afghanistan, nonché una serie di 251.000 messaggi riservati del dipartimento di Stato Usa. Il cosiddetto Cablegate svelava brutture e arcani indicibili, ivi comprese gesta italiane non commendevoli. I GIORNALI in questione, pur blasonati e interni alle élite internazionali, abbassarono la testa già nel 2011, quando le onde cominciarono ad incresparsi. E Assange fu lasciato solo, salvo l’impegno della citata Maurizi e di pochi altri. Secondo le logiche spietate della repressione, la mannaia non tardò a calare sulla testa di un perfetto capro espiatorio, del nemico pubblico costruito a tavolino. COME SI EVINCE dal testo pubblicato dal Guardian, il coraggioso navigatore dei mondi oscuri delle democrazie occidentali (Russia e Cina sono oggetto della polemica sulle libertà più agevoli e consueti) passò sul banco degli accusati. E, con somma ignominia del mondo dell’informazione che lo abbandonò per viltà, venne escogitata l’inverosimile minaccia di condanna per spionaggio in base ad una lontana legge del 1917. Quindi, non essendo riconosciuta l’appartenenza alla categoria professionale, Assange non si vide riconosciuto il trattamento pur con fatica riservato ai protagonisti dei Pentagon Papers ai tempi della guerra del Vietnam: allora il primo emendamento della Costituzione di Washington fu lo scudo salvifico, mentre il ricorso all’Espionage Act travolse ogni certezza ne e del rapporto con la ricerca della verità. Ora i quotidiani fratelli-coltelli fanno un’autocritica operosa, chiedendo alla all’amministrazione Biden di non incriminare Assange, come decise Obama per non vessare i principali organi di stampa coinvolti. In realtà, è una versione alquanto edulcorata della storia, perché i guai giudiziari cominciarono proprio in quella stagione, ancorché fosse poi l’età di Trump a precipitare verso la coercizione, per procura: grazie ai servigi della Svezia con le accuse di violenza sessuale poi ritrattate, e in virtù dell’azione poliziesca della fida Gran Bretagna. Proprio a Londra avvenne l’arresto il 12 aprile del 2019. Assange è rinchiuso nel carcere speciale di Belmarsh nel Regno unito e si stanno definendo proprio in questi giorni le procedure dell’appello contro l’estradizione oltre oceano, grazie al collegio difensivo di cui è componente la moglie avvocata Stella Morris. Sono intervenuti contro la condanna (175 anni in un apposito penitenziario) i presidenti del Brasile Lula e del Perù Pedro. Molteplici voci della cultura si sono levate a favore di Assange e numerosi comitati sono in piena attività. LA FEDERAZIONE internazionale della stampa e la gemella italiana hanno assunto come propria l’iniziativa e l’ordine dei giornalisti ha consegnato al padre John Shipton – in occasione del premio dedicato a Roberto Morrione tenutosi in ottobre a Torino- la tessera professionale ad honorem. Proprio tale riconoscimento, unito all’appello dei quotidiani, costituisce la premessa per la restituzione alle garanzie proprie del diritto di cronaca della vittima sacrificale. Insomma, se una rondine non fa primavera, un’ammissione di colpa così forte da parte di chi ha alimentato le volontà delle istituzioni colpevoli è una rottura della continuità feroce degli ultimi anni. JOE BIDEN ASCOLTERÀ? Quanto peserà sulle sue sensibilità l’orrore della guerra in Ucraina con le geopolitiche segnate dal conflitto? Troppo per un’immediata decisione. Tuttavia, all’establishment democratico non è certamente sfuggita la morale delle recenti elezioni di midterm: se si vuole frenare la parabola della destra repubblicana, qualche segnale dovrà pure uscire dalla Casa Bianca. A proposito, ma la Repubblica si associa o no ai vecchi compagni di ventura?
articoli, immagini e video di Vincenzo Vita, Alexander Belik, Yurii Sheliazhenko, Vittorio Sartogo, Paolo Berdini, Alberto Benzoni, Nicoletta Pirotta, Francesca Lacaita, Marilyn Langlois, Chris Hedges, Enrico Euli, Andrea Zhok, Alberto Negri, Fulvio Scaglione, Andrè Vltchek, Noam Chomsky, Francesco Scatigno, Barbara Spinelli, Mauro Biani, Sirante, Marco Travaglio, Attac Italia
Attac Italia
Guerra, società, alternativa: Spunti di riflessione da parte di Attac Italia
1.Una guerra che contiene tante guerre
Lo scenario apertosi con l’invasione russa dell’Ucraina ha spalancato le porte alla complessità della situazione internazionale, dove non c’è più un ordine mondiale definito e dove le diverse potenze sono in conflitto per la definizione di un nuovo ordine internazionale.
La guerra stessa sembra il concentrato di molte guerre, come una sorta di matrioska, al cui interno troviamo: un conflitto civile interno all’Ucraina determinato dalle spinte separatiste delle regioni del Donbass; un conflitto fra Stati, determinato dall’invasione russa dell’Ucraina; un conflitto fra imperialismi e blocchi militariche vede la Russia da una parte e Usa, Nato e governi europei dall’altra; infine, si intravede la possibile guerra futura che vedrà in campo i veri contendenti all’egemonia mondiale, ovvero Usa e Cina.
Nessuno degli attori in campo sembra attivarsi per ciò che sarebbe subito necessario: il cessate il fuoco immediato e l’apertura di negoziati; al contrario, i venti di guerra soffiano da ogni parte e lo scenario appare sempre più quello di una guerra di lunga durata e conseguente rischio di escalation verso una terza guerra mondiale.
La guerra in atto richiama scenari simili a quelli della prima guerra mondiale, con alcune sensibili differenze: non è all’orizzonte alcuna rivoluzione sociale, come invece fu la rivoluzione bolscevica del 1917; non c’è contrapposizione ideologica reale, nonostante i tentativi di mettere in campo i “valori dell’Occidente”, ma siamo di fronte a un multipolarismo oligarchico in lotta per il dominio.
In tutto questo, la deriva dell’Europa sembra palpabile: siamo al declino dell’eurocentrismo, con un’Europa, incapace di un’azione politica autonoma, divenuta il territorio concreto dentro il quale si combatte e il territorio economico e sociale su cui si scaricheranno le maggiori ricadute di questi combattimenti.
Ma, naturalmente, in un mondo globalizzato, la guerra in Ucraina porta con sé conseguenze globali e il blocco delle catene di approvvigionamento, già messe a dura prova durante la pandemia, rischia di provocare crisi alimentari spaventose, in particolare nel continente africano e nella regione del Medio Oriente. E naturalmente probabili nuove migrazioni di massa.
Fermare la guerra diviene un obiettivo prioritario, anche perché, come spieghiamo meglio di seguito, la guerra rischia di chiudere tutte le faglie aperte dalla pandemia sulla ridiscussione radicale del modello esistente e sulla necessità di un’alternativa di società.
Essere contro la guerra significa essere anche contro il ruolo di co-belligeranza non combattente scelto dall’Italia e dagli altri governi europei con l’invio di armi sempre più sofisticate sul terreno del conflitto.
La guerra chiude le faglie di sistema aperte dalla pandemia
Ovviamente la guerra, nella quale siamo stati trascinati senza soluzione di continuità con la pandemia, viene utilizzata dai poteri dominanti per chiudere ogni dialettica apertasi in seguito alla pandemia.
Lo stesso Recovery Plan, che abbiamo a più riprese contestato controproponendo il nostro Recovery PlanET, è stato sostanzialmente archiviato ed ora si parla apertamente di Recovery di guerra.
Lo segnalano diversi fattori:
a) la corsa al riarmo, con l’aumento delle spese militari e l’utilizzo dei fondi del Pnrr per costruire una gigantesca base militare a Pisa dentro un parco nazionale;
b)l’utilizzo dell’impennata del prezzo del grano–in realtà determinato dalla speculazione finanziaria- per spingere alla concentrazione verso i colossi dell’agrobusiness dei fondi della Politica Agricola Europea e per aprire agli Ogm;
c)l’utilizzo della necessità dell’indipendenza energetica per mettere in campo un’autarchia energetica basata sulla riapertura delle centrali a carbone, il via libera a tutte le trivellazioni di mare e di terra, il rilancio del nucleare;
d)la proposta avanzata da Confindustria e Governo ai sindacati di un blocco salariale a fronte di un’inflazione galoppante;
e)il tentativo di aprire una nuova stagione di privatizzazioni con il Ddl concorrenza.
Di fatto, l’ideologia per cui “il benessere delle imprese determina il benessere della società” continua ad essere inossidabile, nonostante le evidenze della realtà. E la cultura dell’impresa sta accelerando anche l’aziendalizzazione del sociale.
Tutto questo diviene possibile solo dentro un contesto sempre più autoritario –facilitato dal clima di guerra- che comporta un aumento esponenziale della repressione dei movimenti sociali e una gigantesca sottrazione di democrazia, ormai costantemente bypassata anche dentro le sedi elettive.
Un quadro che rende sempre più urgente la necessità di costruire una grande e permanente mobilitazione sociale per riaprire lo spazio ad un’alternativa di società.
3.Tenetevi liberi per l’autunno
L’insieme di percorsi messi in campo in questi due anni hanno prodotto importanti risultati in tema di convergenza dei movimenti e di progressiva accumulazione di forza.
Da una parte la “Società della Cura”, che nei tempi più duri della pandemia ha aperto uno spazio politico, un orizzonte di alternativa e un percorso di confronto e mobilitazione che ha fatto incrociare moltissime diverse soggettività; dall’altra, interconnessa alla prima, l’esperienza del Collettivo di fabbrica ex Gkn, che, a partire dalla propria vertenza, ha costruito un altrettanto fertile percorso di convergenza, rispetto al quale si sono tirate le file nell’assemblea nazionale dello scorso 15 maggio a Campi Bisenzio.
L’insieme di questi processi sta lanciando un “tenetevi liberi per l’autunno”, ovvero la proposta che ogni realtà associativa, sindacale e politica di movimento e ogni realtà territoriale organizzino iniziative di preparazione a un momento comune da tenersi nell’autunno.
L’idea potrebbe essere quella di una grande manifestazione nazionale a Roma in ottobre, in occasione della presentazione in Parlamento della Legge di Bilancio.
L’iniziativa di ottobre va anch’essa pensata come una tappa di un percorso di accumulazione di forze per arrivare –se e quando ce ne saranno le condizioni- a un vero sciopero generale e generalizzato che blocchi davvero il Paese e costringa l’agenda politica a tenere conto di quanto una società auto-organizzata dal basso rivendica e propone in direzione dell’alternativa di società.
La discussione sulle soggettività della
sinistra è ormai segnata dal correre inesorabile del tempo. Pur sorrette da
argomenti seri e passioni mai dome, le riflessioni pubbliche sulla vexata
quaestio sono diventate retoriche ripetitive, utili soprattutto per
chi si cimenta sull’argomento e per i suoi dubbi interiori. Certamente,
trattare il tema della crisi e delle difficoltà di ciò che si muove – per
semplificare – sul lato mancino del Partito democratico rischia ogni volta di
subire l’attrazione fatale del tatticismo, se non del desiderio – magari
mascherato – di trovare una ennesima sigla elettorale.
Tuttavia, è forse utile interrogarci sul
perché la discussione sia tanto stantia e la base di partenza reale così
misera. Verosimilmente, va capovolto l’ordine degli addendi. Prima del
soggetto, andrebbero indagati l’oggetto e il suo contesto di riferimento.
Si tratta, se questo è giusto, di rifare
l’analisi della società, della situazione di classe, per utilizzare un
linguaggio antico e pur sempre attualissimo. Già, in quale età del Capitale
siamo? L’universo delle piattaforme guidato dagli algoritmi e dall’intelligenza
artificiale non è esattamente la prosecuzione con altri mezzi delle ere
precedenti del dominio. La potenza intellettuale della produzione (si rilegga
il famoso frammento sulle macchine dei Grundrisse) ha nettamente
superato la fase dell’espansione quantitativa, per determinare uno
sconfinamento verso una stagione che potremmo definire post-umana. Si tratta di
un corpo a corpo tra esseri viventi ed esseri che copiano e rideterminano le
stesse modalità della vita. In precedenza fu il nostro immaginario ad essere
occupato attraverso ideologie e diffusione mediatica. Ora è l’intero corpo a
venire sussunto e condizionato da migliaia di sensori e di rilevamenti del
nostro essere.
Ciò significa che non esistono più le
persone fisiche con le loro pulsioni e la loro coscienza? No. Significa, però,
che convive con noi il nostro gemello digitale. Non è una novità, si potrebbe
osservare. Già Norbert Wiener, uno dei padri fondatori della cibernetica, mise
in guardia sui pericoli insiti nello sfruttamento massivo delle macchine, per
rendere più efficiente «l’uso umano degli esseri umani». Lo sottolineano
Luciano Floridi, Federico Cabitza (2021). E l’acume di Alan Turing sottolineò
che la macchina si può comportare assomigliando ad un essere umano. Insomma, il
tema esiste ed è enorme. Intendiamo rimuoverlo, come se non condizionasse ogni
narrazione?
Ora siamo, probabilmente, al punto di
catastrofe, né transitorio né eludibile. Ovviamente, un approfondimento di
maggiore organicità si renderebbe necessario, per evitare suggestioni improprie
o approssimative. Ma l’evocazione del problema è indispensabile, per lanciare
un allarme sulla vecchiezza dei riferimenti cui generalmente ricorriamo. Anzi.
Sarebbe doveroso ripartire dall’analisi puntuale delle parole chiave che utilizziamo:
libertà, democrazia, mercato, solidarietà, uguaglianza, stato, pubblico,
privato. Intendiamoci, non si deve riscrivere il vocabolario. Il significato
manifesto dei termini non è in questione. Il punto, invece, è che spesso ci si
trova di fronte a significanti vuoti. Riempire i vuoti è il primo compito di
una ri-costruzione della sinistra. Insomma, è necessario mettere in causa le
fondamenta del discorso consueto, troppo legato a una mera vulgata marxiana.
Marx, in verità, è un autore versatile e non uniforme, assai diverso nella sua
complessità dal racconto banalizzato che è scaturito dai versetti della Terza
internazionale che fu.
Per essere legittimati ad urlare
“sinistra”, dunque, è bene chiarire di cosa stiamo parlando. Sinistra non è un
contenitore, come con stucchevole reiterazione si tende a sostenere. Sinistra è
una cultura, una forma identitaria, un’etica, una passione civile. Se non ci
chiariamo a partire da qui, non si ritroverà la retta via.
Non sarà un caso se, davanti alle
contorsioni moderate del Partito democratico e alla discesa vorticosa
dell’appeal del Mov5Stelle, a sinistra la desertificazione continua senza
tregua. Persino un’intemerata in un brindisi augurale da parte di Massimo
D’Alema sull’eventuale rientro nella casa madre di “Articolo Uno-Mdp” è
sembrata una sferzata. Eppure, per chiunque segua un po’ simili cose fu chiaro
da quando si ruppe il gruppo di “Liberi e Uguali” che la componente sopra
accennata stava preparando l’appuntamento pacificatore dopo il divorzio. Sarà pure
fondata la proposta di D’Alema e Bersani di ripartire da zero, rifacendo
l’edificio: una sorta di neo-partito talvolta dipinto come un Ulivo aggiornato
o una riedizione della famiglia socialdemocratica. Siamo, però, sempre fermi
alla “dittatura” del contenitore. Non dissimile, mutatis mutandis,
è il percorso della sinistra-sinistra. Che senso ha la disseminazione di sigle,
alcune – purtroppo per loro – davvero insignificanti? E, dopo la scelta
coraggiosa di “Sinistra italiana” di rimanere fuori dal perimetro della
maggioranza che sostiene il governo presieduto da Mario Draghi, è comprensibile
che non un passo si sia fatto per una riunificazione almeno con “Rifondazione
comunista”?
Senza rovesciare paradigmi e modelli non
se ne esce. Per avviarsi su una strada meno infelice servono scelte
pacificamente “eversive”. Vi sono contraddizioni enormi, irriducibili se non si
rivolta il tavolo. Lavoro e ambiente, tutela della salute e riguardo alla
privacy, corsa tecnologica e difesa dell’umanesimo sono coppie dialettiche che
non possono trovare alcuna sintesi evolutiva se non si squarciano le
compatibilità di un Capitale forgiato dagli anni dell’egemonia liberista e ora
dominato dalle piattaforme. Far dialogare, connettere le varie parzialità
secondo gli insegnamenti delle pratiche femministe, ingaggiare ricerche sulle
culture che possono farsi politiche è l’ulteriore passaggio. Siamo ai
prolegomeni, ma senza tornare alle caselle iniziali il giro non va avanti.
Negli ultimi anni, eravamo nel giugno
del 2017, vi fu un tentativo interessante, che sarebbe anche oggi il criterio
cui ispirarsi. Si rammenterà l’assemblea tenutasi al teatro Brancaccio di Roma.
Si provò ad intrecciare il livello strettamente politico con le esperienze di
movimento, immaginando un’ibridazione in grado di creare un partito-non
partito, vale a dire un soggetto variabile regolato da uno statuto minimo e da
assetti dirigenti democratici e partecipativi. Ecco, quello spirito fuori dai
cori classici va considerato morto. Sarebbe, invece, il potenziale collante di
luoghi oggi frammentati e non comunicanti.
Un ruolo cruciale di stimolo e di
coordinamento spetta ai centri di cultura politica (il Crs e l’Ars ne sono un
esempio), senza esclusive o custodie conservative dei patrimoni (teorici)
accumulati.
Una doppia proposta. Da un lato, con il
prezioso contributo del “Forum Disuguaglianze e Diversità”, è urgente avviare
una capillare inchiesta sul campo. La società italiana, al netto della
sociologia del Censis, si è profondamente trasformata. L’analisi della trama
che anima città, periferie e territori è persino più difficile della lettura
degli algoritmi. Senza una chiara fotografia del contesto e delle sue faglie
non si riparte e non si trovano i protagonisti potenziali, i “becchini” di un
blocco di forze alternative. Inoltre, è da concepire una Conferenza nazionale
sul significato delle parole, per introdurre nel dibattito – finalmente – un
tentativo di mutare linguaggio e sintassi del cambiamento. Il resto, se mai,
seguirà.
L’articolo è stato
pubblicato il 12 gennaio sul sito del CRS
Il troglodita non era troglodita. Rispecchiava il livello della civiltà dell’epoca
(Stanislaw J. Lec)
Se uno ascolta la tv e legge i giornali più importanti riceve la velina che le forze di occupazione occidentali per una ventina d’anni stavano vincendo chiaramente la partita, poi la realtà, che non era sparita, solo era stata nascosta, scende in campo e il risultato è capovolto.
Si legge che Assange probabilmente sarà estradato negli Usa, magicamente adesso le carceri Usa diventano accoglienti per Julian, e magicamente i talebani, diventati potabili e civili, tratteranno le donne come esseri alla pari (sharia permettendo). Che magie, per chi ci crede (molti, troppi).
Fra i capi talebani più potenti ce ne sono alcuni liberati o fatti liberare negli ultimi anni dagli Usa, Baradar e Ruhani, per esempio, non sappiamo in cambio di cosa, a Guantanamo ci sono posti liberi, Assange lo ospiterebbero con sommo piacere, per non parlare di Snowden.
Ringraziamo tutti quelli che hanno provato ad abbattere il muro di gomma, inascoltati, da Julian Assange (che sta marcendo dove dovrebbero stare gli assassini che lui ha sempre denunciato), a tanti piccoli e scomodi grilli parlanti e voci fuori dal coro (Peacelink, per esempio).
fm
La debacle in Afghanistan
mostra che avremmo dovuto ascoltare, non criminalizzare, Julian Assange – Patrick
Boylan
Il fondatore di Wikileaks ci aveva da tempo avvertito che in
Afghanistan le truppe USA/NATO non stavano “guadagnando le menti e i cuori”
della popolazione; anzi, si stavano facendo odiare. Ma il messaggio non è stato
ascoltato e il messaggero è ora in prigione in attesa di giudizio.
Cosa spiega la disfatta USA/NATO
in Afghanistan? In gran parte è stata causata dall’odio del popolo afghano
contro gli occupanti occidentali, odio provocato anche dai crimini di guerra e dai crimini contro l’umanità commessi
dalle nostre truppe di occupazione. Alla repressione della NATO la maggior
parte della popolazione afghana (e persino molti dei loro militari) hanno
mostrato di preferire la repressione dei Talebani (il che è tutto dire).
Infatti, le scene di “fuga della popolazione davanti ai Talebani”, di cui i
telegiornali sono pieni, riguarda solo una piccolissima percentuale della
popolazione, gli afghani filo occidentali, prevalentemente a Kabul. Vedi
l’editoriale PeaceLink al riguardo: https://www.peacelink.it/editoriale/a/48688.html
Ora molti dei crimini che le
nostre truppe hanno commesso in questi 20 anni, il giornalista Julian Assange
li aveva già rivelati sul suo sito Wikileaks. Ma i politici e i mass media
occidentali non hanno voluto far conoscere le sue denunce. Anzi, hanno
preferito diffamare Assange e sostenere il tentativo, da parte delle autorità
statunitensi, di incarcerarlo per decenni (il che, visto le sue precarie
condizioni, vale una condanna a morte).
“Invece quante vite afghane – e
occidentali – avremmo potuto salvare se avessimo agito alla luce delle
rivelazioni di Assange!” dicono gli U.S. Citizens for Peace
& Justice – Rome, un gruppo di pacifisti statunitensi
abitanti la Capitale. “Bisogna perciò sfruttare il clamore della nostra
disfatta in Afghanistan per esigere la liberazione di chi ha cercato di farci
capire quello che le nostre truppe stavano facendo realmente laggiù per ben 20
anni. Bisogna tornare in piazza all’inizio di settembre con la parola d’ordine: Non uccidere il messaggero!”
Già si parla di manifestazioni
simili nel mese di settembre in molti altri paesi, per galvanizzare l’opinione
pubblica mondiale a favore di Assange prima dell’udienza che egli dovrà
affrontare in Gran Bretagna il prossimo 27 ottobre. L’Alto Tribunale della Gran
Bretagna dovrà rideliberare, infatti, sulla sua estradizione negli Stati Uniti,
momentaneamente bloccata. Questo perché la settimana scorsa (11 agosto), i
giudici britannici hanno consentito al governo americano di riaprire il caso
sulla base di obiezioni alla testimonianza chiave di uno psicologo, quella che
giustificò il blocco temporaneo.
Se le obiezioni statunitensi
verranno accolte in ottobre, Assange potrebbe essere immediatamente rispedito
negli Stati Uniti dove rischia una pena detentiva di 175 anni per rivelazioni
di documenti ufficiali riguardanti presunti crimini di guerra e crimini contro
l’umanità commessi da militari statunitensi — in Aghanistan e non solo.
Invece non è prevista nessuna
indagine, da parte del governo USA, su quei crimini e tanto meno l’imputazione
dei militari che li avrebbero commessi. Solo il messaggero va sottoposto a processo.
Estradizione di Assange, accolto il ricorso degli Stati Uniti
L’11 agosto si è svolta dinanzi
all’Alta Corte di Londra la prima udienza d’appello riguardo alla richiesta di
estradizione di Julian Assange avanzata dagli Stati Uniti. In gennaio la
giudice Vanessa Baraister aveva negato l’estradizione basando la sua decisione
sulle condizioni di salute mentale di Assange e sul rischio di suicidio, se avesse
dovuto affrontare il durissimo isolamento a cui sarebbe stato sottoposto negli
Stati Uniti.
I giudici incaricati di esaminare
il ricorso americano hanno accolto le argomentazioni presentate a nome delle
autorità di Washington e in particolare l’accusa rivolta alla giudice Baraister
di essersi lasciata sviare dalla perizia di un esperto, giudicata poco
attendibile e hanno fissato la decisione in merito al 27-28 ottobre.
Durante l’udienza i sostenitori
di Julian Assange hanno manifestato fuori dalla corte. Tra loro erano presenti
la compagna di Assange Stella Morris e Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito
Laburista britannico, con un cartello che affermava: “Il giornalismo non è un
crimine”.
Alla vigilia dell’udienza,
Amnesty International aveva rinnovato la sua richiesta al presidente Biden di
annullare le accuse.
“Il tentativo degli Usa di spingere il tribunale di Londra a
rovesciare la sua decisione, sulla base di nuove assicurazioni diplomatiche
fornite da Washington, non è altro che un trucco di prestigio legale. Dato che
il governo degli Usa si è riservato il diritto di tenere Assange in una
struttura detentiva di massima sicurezza e di sottoporlo a misure
amministrative speciali, su quelle assicurazioni non si può fare affidamento”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore di Amnesty
International per l’Europa.
“Questo appello, presentato con malafede, dev’essere respinto e il
presidente Biden deve cogliere l’occasione per annullare accuse politicamente
motivate che mettono a rischio la libertà di stampa e la libertà d’espressione”, ha aggiunto Muižnieks.
“Il presidente Obama aveva aperto l’indagine su Assange, Trump ha
portato avanti le accuse e ora tocca a Biden fare la cosa giusta e porre fine a
questa farsesca persecuzione che non avrebbe mai dovuto iniziare”,
ha sottolineato Muižnieks.
Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus? – Vincenzo
Vita (dal quotidiano “il manifesto”, 19 agosto)
Kabul e non solo. Attenzione, la
rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence
d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di
detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in
Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione
di chi le racconta?
Nel vedere le immagini tragiche
dell’Afghanistan riconquistato dai talebani – con esercito regolare dissolto e
americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra
doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda
davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese
accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata,
infatti, assai scottante per l’ordine costituito.
Le disavventure drammatiche
vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali,
oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da
parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine
australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna
a 175 anni di carcere.
Il rischio è reale, visto che gli
Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione
temporanea – per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito –
dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il
procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni
dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione
di civili e dai bombardamenti massivi. Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e
ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward
Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo
squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi.
Anzi.
La precipitosa fuga da Kabul
spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si
ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e
fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene
sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e
critiche.
Ora che il Re è nudo, e mentre lo
stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è
lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva – al di là
degli informati per mestiere o per collocazione – non sarebbe stata già un
contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva.
Si capisce, dunque, il motivo
profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock,
passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni
e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera,
se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato
condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei
devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte
sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?
Il ministro degli esteri Luigi Di
Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta
avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento,
allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un
gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange? Ed
è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato
su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato
medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla
delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa
del processo. Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia,
nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità
discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia.
L'Afghanistan che non ci hanno raccontato - Alessandro
Marescotti
Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale,
nel marzo dell'anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di
guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA
l'aveva definita "un’azione scioccante" opponendosi a ogni indagine.
Come mai i
cosiddetti "talebani" stanno riconquistando l'Afghanistan senza
neppure combattere?
C'è una
scomoda verità che in queste ore non emerge. Ed è questa: le truppe che
dovevano portare la libertà e la democrazia in Afghanistan in questi venti anni
si sono fatte odiare. Non solo erano percepite come truppe d'occupazione, ma
hanno agito con la tipica insensibilità e brutalità delle truppe di
occupazione. Tanto che sono in corso le indagini della Corte Penale
Internazionale.
Qualcosa non
ci hanno raccontato, altrimenti non comprenderemmo la fine ingloriosa di venti
anni di missione militare e la rovinosa attuale fuga degli americani che
assomiglia a quella dal Vietnam del 1975.
Ma andiamo
per ordine e vediamo che cosa è la Corte penale internazionale (International
Criminal Court, ICC). E' un tribunale per crimini
internazionali che ha sede a l'Aia e ha competenza per i crimini
di guerra. Piotr Hofmanski, presidente del
Tribunale di appello della Corte penale internazionale, lo scorso anno ha
dichiarato: "La procuratrice è autorizzata a iniziare un'inchiesta sui
presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall’1 maggio 2003,
così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan".
La Corte
penale internazionale può intervenire se e solo se gli Stati non possono (o non
vogliono) agire per punire crimini internazionali.
La risposta
del Dipartimento di Stato Usa non è stata per nulla positiva e ha definito
questa iniziativa come "un’azione scioccante presa da un’istituzione
politica mascherata da organismo giuridico".
Ma se
le truppe americane portavano la libertà e la democrazia perché tanta paura di
queste indagini?...
Afghanistan:
morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312)
- Redazione PeaceLink
Negli Stati Uniti è aumentato negli ultimi anni il
numero di chi dice: "Non saremmo mai dovuti andare in Afghanistan".
Era il 49% nel 2014 per salire al 69% quest'anno.
Le vittime dell'attentato delle Torri gemelle, l'11 settembre
2001, furono 2977.
Ecco i numeri di venti anni di guerra in Afghanistan nata in
risposta all'attentato dell'11 settembre:
·2261 i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella missione
militare e civile;
·2.312 i soldati americani uccisi nel conflitto;
·7057 quelli che hanno perso la vita tra Afghanistan e Iraq.
Si legge sul Corriere della Sera di oggi: "Ma c’è un
numero che gira poco: 30.177. È il totale dei veterani che si sono suicidati durante
questa guerra al terrore".
Sono morti più soldati americani per suicidio (30.177) che per
combattimento (2.312): tredici volte di più…
Le bugie
sull'Afghanistan che il PD conosceva benissimo - Alessandro
Marescotti
Durante la missione militare USA-NATO cresceva la
mortalità infantile e la povertà, mentre diminuiva l'alfabetizzazione e
l'aspettativa di vita in Afghanistan. Ma nell'opinione pubblica si è radicata
un'altra verità e ancora oggi la gente non capisce perché abbiano vinto i
talebani.
"L’approccio
seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’insurgency e
ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini
afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita
come una forza di occupazione".
Lo scriveva
Pino Arlacchi il 16 gennaio 2011 sull'Unità, e il suo articolo è allegato a
questa pagina web.
Ciò che
colpisce sono i dati netti che Arlacchi, allora europarlamentare del PD,
snocciolava con precisione. Leggete qui: "Dall’ottobre 2001 in poi, le
operazioni militari sono costate oltre 300 miliardi di euro e decine di
migliaia di vite umane. Dal lato civile, ne sono stati spesi almeno altri 30.
In totale, si tratta di una cifra astronomica, pari a 30 volte il PIL
dell’Afghanistan. Ciononostante, questo paese è ancora il principale produttore
di narcotici del mondo, ed è rimasto uno dei più poveri del pianeta".
E quali
progressi erano stati fatti sul piano civile dal 2002 al 2010? Nessuno, anzi,
la guerra aveva fatto regredire gli indicatori statistici più delicati relativi
alla speranza di vita e alla scuola: "L’aspettativa di vita è scesa da
46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%".
In crescita
gli indicatori negativi: "La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra
il 2002 e il 2010. Tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di
povertà è cresciuta dal 23 al 36%".
Arlacchi
aggiungeva la fonte di questi dati: "Chi non crede a queste cifre può
verificarle di persona nello stesso luogo da cui le ho tratte: il sito della
CIA sulle nazioni del pianeta"…
Orrore in
Afghanistan, uccisi 39 civili dalle forze speciali australiane - Redazione PeaceLink
Ma a finire sotto accusa è per ora
l'avvocato militare David William McBride che ha rivelato i crimini di guerra.
Dopo aver provato invano a smuovere i vertici militari, ha fornito le prove
alla TV australiana.
Dopo un'intensa attività di denuncia dell'avvocato
militare David William McBride,
il generale Angus Campbell, capo delle forze armate australiane, lo scorso 19
novembre ha ammesso che uomini dei reparti del reggimento
speciale (SAS) hanno “ucciso illegalmente” 39 civili in Afghanistan.
Nessuno dei crimini è stato commesso durante i combattimenti.
Cosa è successo nel SAS australiano?
I militari
più anziani ed alti in grado imponevano ai più giovani di uccidere i civili per
dimostrare di poter commettere il loro “primo omicidio”.
Fra le testate che denunciano tutto ciò c'è Fanpage che
racconta: "Civili afgani inermi sono stati sgozzati e i corpi utilizzati
alla stregua di "trofei di caccia", coi quali fotografarsi con gli
smartphone per vantarsi poi coi commilitoni".
Tutto ciò
non è un caso isolato o una deviazione fortuita. Militari del SAS sono finiti
sui giornali anche per aver sventolato la bandiera nazista.
Ma a finire sotto accusa in Australia è per ora solo l'avvocato
David William McBride, che ha rivelato i crimini di guerra…