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martedì 15 settembre 2026

Trauma e vergogna - Lorena Fornasir


Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni.

Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana.

Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”.

È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma.

“La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti.

La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna.

È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”.

Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza.

È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva.

Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano.

Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità.

Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna.

Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile.

Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4.

Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”.

È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare.

I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità.

Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità.

Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità.

Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza.

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mercoledì 2 settembre 2026

I veri trafficanti di esseri umani sono nel governo - Gianluca Cicinelli

 

Il governo italiano ha deciso ieri di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, introdotti il primo agosto dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di migranti dal Marocco. Dopo un mese possiamo finalmente giudicare quella decisione non sulle paure evocate per giustificarla, ma sui risultati. Quasi 500 mila passeggeri provenienti dalla Spagna sono stati controllati attraverso le liste, oltre 180 mila identificati all’ingresso in Italia, 31 respinti alla frontiera e sei arrestati. Solo otto dei respinti erano cittadini marocchini e non è emerso un flusso di migranti arrivati in Italia passando da Ceuta. Bugiardi conclamati. Ma questo lo sapevamo.

Per spaventare la popolazione, il governo Meloni aveva prospettato il pericolo che i migranti potessero riversarsi dalla Spagna verso l’Italia. E non soltanto loro. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato ufficialmente di possibili «infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori», ricordando la presenza di aree di reclutamento jihadista in Marocco e rilanciando contemporaneamente la necessità di combattere il traffico di esseri umani. La cosa era ancora più singolare perché il 4 agosto, durante il vertice straordinario dei ministri dell’Interno europei, Spagna e Commissione avevano comunicato che la grandissima maggioranza dei migranti entrati a Ceuta era già stata riportata indietro e che non si erano verificati spostamenti verso la Spagna continentale né verso altri Stati membri.

Questo non significa che a Ceuta non sia accaduto nulla. È accaduto qualcosa di enorme, con decine di migliaia di persone che hanno attraversato il confine in pochissimo tempo, morti, feriti, campi improvvisati e una città sottoposta a una pressione eccezionale. Né significa che non esistano trafficanti di esseri umani, organizzazioni criminali o rischi di sicurezza. Significa una cosa molto più semplice: quelle minacce specifiche utilizzate dal governo italiano per costruire l’allarme su un possibile trasferimento verso l’Italia non si sono materializzate nei termini annunciati. Eppure il dispositivo resta in piedi e viene prorogato.

Ed è questo l’uso strumentale, da oggetti, da non persone, che il governo Meloni ha stabilito dal suo insediamento con i migranti. Persone che non erano in Italia, che non risultavano dirette in Italia e che non potevano neppure muoversi liberamente da Ceuta verso il resto d’Europa sono state trasformate preventivamente in una minaccia italiana. E allora chi sono i trafficanti di esseri umani? Coloro che usano persone prive di qualsiasi bene materiale sbattute in faccia all’opinione pubblica e ai confini, buttate come cose rotte nel gioco della politica più bieca dell’estrema destra europea. Ecco chi è che traffica in esseri umani e li usa senza pudore e in barba ai propri principi morali e religiosi tanto rivendicati.

Per questo va usata per il governo Meloni, deliberatamente e paradossalmente, la stessa espressione che loro ripetono da anni. Stiamo dicendo qualcosa di politico: il governo che ha fatto della lotta ai “trafficanti di esseri umani” uno dei pilastri della propria propaganda è diventato esso stesso, nel senso più letterale della metafora, un trafficante di esseri umani, perché pensa ai migranti prima di tutto come oggetti da bloccare, trasferire, rimandare indietro e collocare altrove a seconda della convenienza politica. Come soprammobili, alimenti scaduti, scarpe vecchie.

Il trafficante criminale guarda un uomo e vede qualcuno da caricare su una barca e trasportare oltre un confine in cambio di denaro. Il governo Meloni guarda quello stesso uomo e vede qualcuno da usare per far paura all’opinione pubblica e raccattare voti. La differenza giuridica è evidente, quella morale molto discutibile. Perchè c’è un elemento comune che il paradosso serve precisamente a mettere in luce: la persona scompare e resta la logistica del suo corpo.

Il modello Albania rende questa logica quasi didascalica. Si prende una persona intercettata lungo una rotta migratoria e si costruisce un sistema affinché la sua pratica possa essere trattata fuori dal territorio italiano. Il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, è stato modificato e ridimensionato, ma la filosofia politica rimane intatta: il problema non è soltanto decidere se quella persona abbia o meno diritto di restare; è fare in modo che mentre lo decidiamo stia altrove.

Ceuta ha portato questa concezione un passo oltre. Questa volta non bisognava spostare persone già presenti sul territorio italiano: bisognava impedire preventivamente che si spostassero verso di noi. E quindi si è sospesa una parte della libera circolazione con la Spagna. Il paradosso dei dati è quasi perfetto: mezzo milione di verifiche per 31 respingimenti, mentre l’Unione europea aveva certificato già all’inizio della crisi che non esistevano movimenti secondari da Ceuta verso altri Stati membri. Il governo e Fratelli d’Italia leggono quegli stessi 31 respingimenti come la dimostrazione che i controlli funzionano; si può leggerli esattamente al contrario, come la distanza enorme tra l’apparato politico e amministrativo messo in moto e il fenomeno che avrebbe dovuto giustificarlo.

Dietro questa politica c’è naturalmente anche la sicurezza. Ogni Stato ha non soltanto il diritto ma il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio e di intervenire quando esistano rischi concreti. Ma proprio la parola concreti fa la differenza. Se un possibile jihadista può nascondersi tra migliaia di migranti, questo non trasforma migliaia di migranti in possibili jihadisti. Se esistono trafficanti che sfruttano i viaggi della disperazione, questo non trasforma ogni movimento migratorio in un’operazione organizzata dai trafficanti. Usare costantemente il terrorista, lo scafista e il trafficante come sagome sovrapposte alla figura del migrante serve invece a compiere un’operazione politica precisa: togliere alla persona la sua individualità e trasformarla in una categoria di rischio.

È così che il trattamento disumano può presentarsi come semplice amministrazione linguistica. Non si dice: prendiamo uomini, donne e bambini e cerchiamo il modo di tenerli il più lontano possibile da noi. Si parla di contrasto ai flussi, controllo delle frontiere, rimpatri, hub, Paesi sicuri, movimenti secondari, prevenzione delle partenze. Così il buon cattolico che vota Meloni e la domenica ascolta l’invito del prete ad aiutare gli ultimi avrà la coscienza a posto, non sentirà più parlare di esseri umani ma di “flussi” da gestire.

I veri trafficanti di esseri umani, altrettanto riprovevoli di coloro che lo fanno per soldi, sono i governi che li trafficano per voti.

da qui

giovedì 27 agosto 2026

ricordando Fortebraccio

Fortebraccio scrisse una volta sull’Unità: “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia.”

Oggi potrebbe scriversi lo stesso di Piantedosi, ministro della Paura del governo Meloni.

Piantedosi sarà ricordato per quattro motivi:

 1 per i suoi sforzi per conferire la cittadinanza agli extracomunitari:

Andy Diaz  ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 su proposta del ministro Matteo Piantedosi dopo che era stata avviata la procedura dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati conseguiti nel salto triplo.

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 2 per i suoi sforzi di accrescere l’occupazione in Italia (per storie di letto, naturalmente)

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 3 per gli straordinari risultati ottenuti dalla chiusura delle frontiere con la Spagna

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 4 il Caronte del mar Mediterraneo a protezione delle milizie assassine libiche ostacola oltre la decenza le ONG che salvano i naufraghi

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come sarebbe bello un naufragio del governo italiano, con figli e nipoti, in una tempesta nel mar Mediterraneo, senza nessun soccorso, se non quello delle ONG, così, per vedere l’effetto che fa.

 

Fortebraccio scriverebbe “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Matteo Piantedosi, che a differenza di Antonio Cariglia, ha un sacco di morti nel suo curriculum e nella fogna della storia ha un posto assicurato”.


venerdì 14 agosto 2026

STATO DI POLIZIA - Lorena Fornasir

 

Appena esco dal cliché di buona donnetta che fa la lavanda dei piedi, se oso mostrare una scena di abbattimento a terra di un solo uomo da parte di otto/nove carabinieri, testa schiacciata sull’asfalto bollente, lui che grida: “non respiro”, scena già vista al Pilastro di BO e degna dell’ICE, allora mi si getta addosso il fango più odioso. Eravamo in piazza, stavamo curando, ci siamo avvicinati a quel trambusto e abbiamo colto quel terribile gesto che ha già ucciso un uomo al Pilastro.

Ebbene pare che schiacciare un uomo a terra con 9 poliziotti sopra sia la cosa più normale del mondo. É davvero normale? É normale identificare le persone presenti? É normale identificare il prete che era con noi e raggiungere chi ospitava lui e il suo gruppo di giovani, per informare che non sono brave persone. Davvero per voi tutto questo è normale? O non rimanda piuttosto a un contesto politico che sta modificando la costituzione a colpi di decreti legge? Su ingiunzione dei poliziotti, il video girato non va pubblicato. Allora ho pubblicato il frammento più significativo. I benpensanti s’indignano di me, della dissacrazione cui espongo la polizia. Non s’indignano, i vari signori, dell’uso di questo tipo di violenza. Anzi, manipolano la comunicazione, ridanno fiato al contesto generico in cui il tutto sarebbe avvenuto facendo scomparire quella manovra odiosa e pericolosa. La cornice prende il posto del tutto.  Un noto avvocato afferma: “Si parte dal principio che l’operato delle Forze dell’Ordine é corretto. Non il contrario.” Vale a dire che la Forze dell’ordine sono al di sopra di ogni critica da parte dei cittadini da cui discende che é corretto schiacciare a terra un uomo con 9 poliziotti sopra, se poi non respira la magistratura farà il suo corso.

Non posso essere d’accordo e continuerò a segnalare la violenza dei confini come quella esercitata su un italianissimo cittadino triestino: due violenze complementari.

Non faccio parte del repertorio di belle figurine in cui mi si vorrebbe relegare. A ognuno la sua bella figura. C’è chi si sente bene a parlare di pace sociale mentre solletica il ventre dell’odio. Io non ho bisogno di fare bella figura. Quindi, facendo brutte figure, continuerò nella mia cura della vita.

 

Trieste, 7 agosto 2026

STATO DI POLIZIA

Serata mesta dopo la grande scena davanti alla stazione dei treni di Trieste, di fronte a piazza Libertà o #piazzadelmondo.

Vari, tra carabinieri e forze dell’ordine atterrano un uomo bloccando con una manovra simile a quella del Pilastro di Bologna o ICE.

Il volto premuto sull’asfalto bollente da 5/6 agenti, tra auto civetta e furgoni blindati, lo si sente gridare “NON RESPIRO”.  Lo voltano di fianco. Intanto un agente richiede ad alcune persone che filmano la scena di fornire i documenti: tra questi Gian Andrea Franchi e il sacerdote con cui, poco prima, ha avuto un incontro con il gruppo dei giovani di Verona. 

Alla fine della grande scenata, con traffico mezzo bloccato, la polizia rilascia quell’uomo. 

Allucinante!

Non é finita: la polizia intima di non pubblicare le foto. 

La sua azione si estende anche ad intercettare la struttura in cui alloggia il gruppo parrocchiale, e riferire che “non sono brave persone” . 

Infine, ieri sera un sito web aveva pubblicato la notizia che però poi é stata rimossa. Perché mai? Era un flop? Non si puó dire?

Ora, da GPT rilevo che:

“@Di per sé non è un reato fotografare o pubblicare immagini di agenti di polizia mentre svolgono un’attività in luogo pubblico. La legge sul diritto d’autore, infatti, consente la riproduzione dell’immagine senza consenso quando è collegata a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. “

Siamo in uno stato di polizia. Non pubblico il video orrendo ma una frame selezionata e ritagliata. Il clima é davvero pesante, ingiusto, oppressivo. La più bella piazza di Trieste è militarizzata. Mancando gli “incidenti” da parte dei migranti, ieri sera l’“incidente “ è andato in scena provocato dall’“altra parte”.

da qui

martedì 11 agosto 2026

La frontiera ha vinto anche a sinistra - Osservatorio Repressione


Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre. Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere, limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.

 

Ottantaquattro morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare: invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.

È questo il dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di “governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata vinta ben prima di quella elettorale.

Le destre hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia. Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il fumo ignorando deliberatamente l’incendio.

Questa operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale fattore di instabilità sociale.

È un rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile, sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che hanno origini completamente diverse.

È in questo quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.

La risposta politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello. Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri, di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di attraversare pochi metri di mare?

La risposta a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa. Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione delle persone.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire. Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa culturale e politica.

La crisi della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e non come una minaccia all’ordine pubblico.

Quella impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore giuridico, economico e politico di una persona.

Quel patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli, sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini esterni dell’Unione.

È una differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace. Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale: quello della gestione della frontiera.

È probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle procedure previste dal diritto internazionale.

Si tratta di differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro dell’intero sistema.

L’esempio della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni criminali che gestirebbero i flussi migratori.

Contemporaneamente, lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie contemporanee.

Quelle regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a una domanda del mercato del lavoro.

Questo significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve, si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito molto più sofisticato di selezionarla.

È un meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre, secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni. In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le esigenze del mercato.

Ed è proprio questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote, di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente, costruisce gli strumenti destinati a controllarle.

È forse questa la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.

L’errore più grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Per comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi, amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e aumentare il margine di profitto.

È in questa prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori, ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile, disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria economica, non identitaria.

Questo significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che condividono la stessa condizione di sfruttamento.

Le frontiere svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia, turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.

Le procedure di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno, l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.

La vicenda di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le convenienze del sistema produttivo.

Ed è precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.

La vera questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al resto della società.

Per questo Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica. È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa. Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.

È in questo senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.

Oggi la vera emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere, ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità culturale, che nessun essere umano può essere illegale.

 

Note:

Karl Marx, Il Capitale, Libro I (esercito industriale di riserva).

Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine coloniale e violenza strutturale).

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).

 

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lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

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sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

martedì 7 luglio 2026

La caccia invisibile - Mario Sommella

Come Trump ha trasformato la deportazione in un’industria silenziosa

Mentre il mondo guarda i Mondiali, l’amministrazione Trump ha ordinato in segreto la più grande accelerazione di arresti nella storia dell’ICE. Senza telecamere, senza annunci, senza testimoni. Perché il potere ha imparato che la repressione funziona meglio quando nessuno la vede.

1. Cinque giorni, diecimila persone

C’è stato un tempo, appena un anno fa, in cui le retate dell’ICE si annunciavano come operazioni militari: conferenze stampa, agenti in tenuta da combattimento davanti alle telecamere, il segretario alla Sicurezza Interna in giubbotto tattico per i fotografi. Quel tempo è finito. Non perché la macchina si sia fermata, ma perché ha imparato a lavorare al buio.

Secondo documenti interni ottenuti dal New York Times, le autorità federali per l’immigrazione hanno arrestato più di diecimila persone in cinque giorni, alla fine di giugno. Il ritmo, oltre duemila arresti al giorno, è circa il doppio di quello registrato all’inizio del 2026, quando la media quotidiana si aggirava intorno alle mille persone. Il picco è stato toccato sabato 27 giugno, con più di 2.400 arresti in un solo giorno, e la popolazione detenuta nelle strutture ICE è cresciuta di quasi quattromila unità in pochi giorni, superando quota 63.000. Tre funzionari a conoscenza delle conversazioni interne hanno confermato che la spinta ad alzare i numeri è arrivata direttamente dalla Casa Bianca.

Gli ordini operativi sono di una brutalità burocratica che meriterebbe un posto negli archivi della storia amministrativa della repressione: ai vertici territoriali dell’ICE è stato imposto di tenere quanti più agenti possibile al lavoro sette giorni su sette e di destinare l’ottanta per cento del personale alle operazioni di arresto, sottraendolo a ogni altra funzione. Non indagini, non verifiche, non garanzie: arresti. Il capo della divisione espulsioni dell’ICE, Marcos Charles, ha ringraziato per iscritto i suoi uomini per gli sforzi straordinari del fine settimana, con il linguaggio soddisfatto di un dirigente commerciale che ha superato il budget trimestrale. Perché di questo, come vedremo, si tratta: di un budget. Di un fatturato.

2. La strategia del silenzio

Ciò che distingue questa offensiva dalle precedenti non è la scala. È l’assenza di spettacolo. Per tutto il 2025 l’amministrazione aveva annunciato in anticipo le proprie intenzioni prima di riversare ondate di agenti su Chicago, Los Angeles e Minneapolis. Era una repressione-propaganda, costruita per la base elettorale, con la crudeltà come messaggio politico. Quel modello si è rotto. E si è rotto perché la gente è scesa in strada.

Il nuovo segretario alla Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso una campagna di applicazione più silenziosa dopo il caos dell’operazione di un mese in Minnesota, dove agenti federali hanno ucciso due cittadini statunitensi. La parola chiave è «silenziosa». Non più umana, non più legale, non più rispettosa dei diritti: silenziosa. Gli arresti sono stati spalmati sui momenti ordinari della vita quotidiana invece che concentrati in retate spettacolari: i controlli periodici presso gli uffici dell’immigrazione, i posti di blocco stradali, gli incontri per strada. La persecuzione si è fatta capillare, diffusa, ambientale. Non irrompe più nella cronaca: si insinua nella normalità.

E il tempismo non è casuale. Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti ospitano i Mondiali di calcio, con gli occhi del pianeta puntati sugli stadi e le città americane trasformate in vetrine globali. Dietro la vetrina, l’arcipelago dei centri di detenzione si riempie a ritmi mai visti nella storia dell’agenzia. È la versione aggiornata di una vecchia lezione autoritaria: il grande evento sportivo come cortina, la festa come anestesia.

3. Il sangue che ha imposto il silenzio

Per capire perché il potere ha scelto l’invisibilità bisogna ricordare cosa è successo quando era visibile. Tra settembre 2025 e febbraio 2026 gli agenti federali dell’immigrazione hanno sparato a quattordici persone, nel corso di operazioni condotte in case, luoghi di lavoro, tribunali e strade. A Minneapolis, durante l’operazione Metro Surge, definita dal Dipartimento della Sicurezza Interna la più grande operazione di applicazione delle leggi sull’immigrazione mai condotta, sono morti due cittadini americani.

Il 7 gennaio un agente dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, trentasettenne, sparandole mentre era nella sua auto. I funzionari dell’amministrazione sostennero che avesse tentato di investire un agente, ma i video dei passanti smentirono presto la versione ufficiale, mostrando la donna che cercava semplicemente di allontanarsi. Renee Good era una madre di tre figli che si era da poco trasferita a Minneapolis. Il 24 gennaio due agenti hanno ucciso Alex Pretti, trentasette anni, infermiere di terapia intensiva presso l’ospedale dei veterani di Minneapolis. Stava filmando con il telefono gli agenti mascherati e si era frapposto tra un agente e una donna spinta a terra. È stato colpito con spray al peperoncino, atterrato da più agenti e ucciso mentre circa sei uomini lo circondavano. Anche in questo caso la narrazione governativa, che lo dipinse come terrorista domestico, è stata demolita dai video verificati dalle principali agenzie internazionali.

La reazione popolare fu imponente: il 23 gennaio 2026 il Minnesota conobbe uno sciopero generale contro l’operazione e contro l’impunità degli agenti, seguito da centinaia di manifestazioni in tutto il Paese. Il costo politico costrinse l’amministrazione a sacrificare qualche pedina: Gregory Bovino, il comandante delle operazioni, fu privato del suo titolo e avviato al pensionamento, mentre Kristi Noem venne rimossa dalla guida del Dipartimento e sostituita da Mullin. Ma la macchina non si è fermata: ha solo cambiato marcia. E oggi il governo federale trattiene le prove delle uccisioni, ha bloccato fisicamente gli investigatori statali sulla scena del delitto Pretti e custodisce l’auto di Renee Good, mai esaminata, avvolta nel cellophane in un magazzino dell’FBI, tanto che lo Stato del Minnesota ha dovuto fare causa all’amministrazione per ottenere l’accesso alle prove. Quando lo Stato federale nasconde le prove dell’uccisione dei propri cittadini, non siamo più davanti a eccessi: siamo davanti a un metodo.

4. I volti dietro i numeri

Diecimila arresti in cinque giorni sono un’astrazione statistica finché non si guardano i volti. Suor Letty Ugboaja, religiosa nigeriana e infermiera, è stata arrestata il 28 giugno a McAllen, in Texas, mentre andava in chiesa la domenica mattina; è stata rilasciata solo dopo l’intervento di funzionari del Congresso. Arturo, operaio messicano di quarantotto anni che costruiva mobili sei giorni alla settimana, è stato preso a Salt Lake City mentre andava a una partita di calcio. Un padre nicaraguense di due figli è stato arrestato a Miami quando si è presentato al controllo che il governo stesso gli aveva fissato: la sua udienza in tribunale era prevista per il 2027. Si presenta all’appuntamento con lo Stato, e lo Stato lo incatena.

Vale la pena fermarsi su un dato che smonta l’intera narrazione securitaria: secondo i gruppi che monitorano i dati, circa due arresti su tre effettuati sul territorio quest’anno riguardano persone senza alcun precedente penale, nonostante l’amministrazione continui a dichiarare che l’obiettivo sono i criminali pericolosi. Non si stanno arrestando criminali: si stanno arrestando lavoratori, infermiere, madri, padri che pagano le tasse. L’avvocata Ysabel Lonazco, nello Utah, racconta di clienti che hanno ormai paura persino di guidare fino al supermercato. Questa paura non è un effetto collaterale: è l’obiettivo. Una popolazione terrorizzata non si sindacalizza, non denuncia il furto salariale, non alza la testa. Il terrore amministrato è disciplina del lavoro con altri mezzi.

5. Il business della carne umana

E qui arriviamo al cuore economico del sistema, quello che la stampa liberale nomina sottovoce e che invece va detto ad alta voce: la detenzione di massa è un’industria privata quotata in borsa, e questa impennata di arresti è, prima di ogni altra cosa, una consegna di merce.

I numeri sono pubblici, dichiarati dagli stessi protagonisti nelle chiamate con gli investitori. GEO Group, il più grande gestore privato di strutture ICE, ha annunciato il 12 febbraio 2026 un profitto record di 254 milioni di dollari per il 2025, un aumento di circa il 700 per cento rispetto al 2024, trainato dai contratti con l’amministrazione Trump per costruire nuovi centri di detenzione, e ha rivendicato circa 520 milioni di dollari in contratti nuovi o ampliati, il maggior volume di nuovi affari nella storia dell’azienda. CoreCivic, l’altra grande corporation del settore, ha dichiarato 116,5 milioni di profitti, quasi il 70 per cento in più dell’anno precedente.

Ma il dettaglio più rivelatore è un altro. Nelle stesse chiamate sugli utili, alcuni investitori hanno espresso frustrazione perché l’ICE non stava incarcerando abbastanza persone da generare i ricavi attesi: uno di loro ha lamentato che il mercato si aspettava di arrivare a quota centomila detenuti, mentre si era fermi poco sopra i settantamila. Rileggiamola, questa frase. Il capitale finanziario che chiede allo Stato più corpi in gabbia per far quadrare le proiezioni trimestrali. Quattro mesi e mezzo dopo quella chiamata, lo Stato ha consegnato: quota raddoppiata negli arresti giornalieri, ottanta per cento degli agenti sulla caccia all’uomo, popolazione detenuta in crescita verticale. Il tutto sostenuto da uno stanziamento senza precedenti di 45 miliardi di dollari approvato dal Congresso, con cui l’ICE intende espandere la detenzione in aree del Paese dove oggi non esistono strutture.

Questo è il punto in cui la retorica della sicurezza si dissolve e resta visibile la struttura: denaro pubblico che alimenta un commercio privato di esseri umani. Non è una metafora. È il modello di business, descritto negli atti societari, benedetto dai mercati. E dentro quelle strutture, come il centro di Dilley in Texas, che i detenuti descrivono come un inferno infestato dal morbillo, con cibo ammuffito e acqua putrida, la merce umana viene stoccata al costo più basso possibile, perché ogni dollaro risparmiato sulla dignità è un dollaro di margine di guadagno.

6. Ciò che il silenzio ci chiede

La lezione politica di questa vicenda va oltre i confini americani, e riguarda direttamente anche noi europei, che sui centri di detenzione per migranti, sulle esternalizzazioni e sui rimpatri abbiamo costruito un’industria gemella. Il potere ha imparato che la violenza spettacolare produce resistenza: le immagini di Minneapolis hanno generato scioperi generali, dimissioni, cause giudiziarie, un movimento. La risposta non è stata fermare la violenza, ma renderla invisibile. Sostituire la retata teatrale con l’arresto capillare, il blitz con il controllo di routine, il comunicato trionfale con il silenzio amministrativo.

È la forma più matura e più pericolosa dell’autoritarismo contemporaneo: quella che non ha bisogno di mostrarsi, perché ha trasformato la repressione in flusso ordinario, in procedura, in fatturato. Contro questa forma di potere, l’informazione indipendente e la mobilitazione collettiva non sono un’opzione tra le altre: sono l’unico antidoto. Perché se la strategia del sistema è il silenzio, il primo atto di resistenza è denunciare i fatti. Dire che quei sessantatremila detenuti non sono numeri ma persone. Dire che quei profitti record sono costruiti sulla loro carne. Dire che Renee Good e Alex Pretti non sono morti per un incidente, ma per una politica repressiva. E che quella politica ha nomi, responsabili, azionisti.

Il mondo guarda i Mondiali. Noi abbiamo il dovere di guardare altrove.

Fonti

New York Times, «Immigrant Arrests Surge to 10,000 in 5 Days as ICE Clamps Down», 1 luglio 2026

Associated Press / UC Berkeley Deportation Data Project, dati sugli arresti ICE, luglio 2026

NBC News, «Trump’s DHS immigration enforcement officers shot 14 people from September 2025 to February 2026»

PBS NewsHour, «Shooting deaths climb in Trump’s mass deportation effort», gennaio 2026

ProPublica, «Minnesota’s Fight to Hold Agents Who Shot Alex Pretti, Renee Good Accountable», marzo 2026

NPR, «Months after the ICE shootings in Minnesota, a federal probe remains elusive», aprile 2026

Common Dreams / Prison Legal News, «Private Prison Firm GEO Group Reports Record $254 Million Profit After New ICE Contracts», febbraio 2026

The Appeal, «Unsatisfied With Record Profits, Private Prison Investors Want ICE to Escalate», febbraio 2026

TIME, «ICE’s Largest Prison Contractors Post Record Revenue», marzo 2026

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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