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sabato 8 ottobre 2022

Discorso emozionante del presidente colombiano Gustavo Petro all’ONU - Margarita Labarca Goddard

 

Non sarà stato il discorso migliore, dato che i temi affrontati erano limitati, ma ha suscitato commozione in molte persone.

Tutto il discorso è stato toccante, coraggioso e bello. Naturalmente per l’amore che dimostra nei confronti della sua patria, il presidente colombiano Gustavo Petro ha affermato che «è una fra le tre più belle del mondo».

E ha difeso appassionatamente la foresta amazzonica: «Lì c’è un’esplosione di vita. Migliaia di specie multicolori nei mari, nei cieli, nelle terre. Provengo dalla terra delle farfalle gialle e della magia. Lì, tra le montagne e le valli di tutte le sfumature del verde, non scorrono solo acque abbondanti, ma anche torrenti di sangue. Provengo da un Paese di bellezza sanguinosa. Il mio Paese non è solo bello, c’è anche violenza».

Ha spiegato che da queste foreste deriva l’ossigeno del pianeta e che lì viene assorbita l’anidride carbonica dell’atmosfera.

«Una delle piante che assorbe CO2, tra milioni di specie, è tra le più perseguitate del mondo. La si vuole distruggere a qualsiasi costo: è una pianta amazzonica, quella della coca, sacra agli Inca. E per distruggere la pianta della coca si usano veleni, glifosato in massa circola nelle acque; i coltivatori vengono arrestati e incarcerati.

Ha aggiunto che la foglia di coca, come dicono i boliviani da sempre, è l’unico prodotto che gli indigeni possono vendere onestamente e che usano senza rischi per sopportare l’altitudine o la stanchezza del lavoro.

Gustavo Petro è noto per il suo coraggio nell’attaccare tutti i Paesi sviluppati che stanno contaminando il mondo e provocando la sparizione della specie umana (e di tutte le specie viventi, o quasi, aggiungo io); inoltre, è conosciuto per amare la vita, per gli sforzi in sua difesa, per voler salvare il mondo intero – o ci salviamo tutti o ci estingueremo tutti – e per la sua violenza, per avere il coraggio di dire ai Paesi sviluppati che sono colpevoli dell’avvicinarsi della fine del mondo.

Ha definito come un fallimento la guerra contro le droghe e la lotta contro il cambiamento climatico. Il suo discorso ha incluso numerose critiche agli Stati Uniti per le invasioni di altri Paesi, la dipendenza mondiale dal petrolio e le stragi del capitalismo speculativo.

Ha affermato: «Il disastro climatico ucciderà centinaia di migliaia di persone e, statemi a sentire, questo non è un prodotto del pianeta, è un prodotto del capitale».

Ha dichiarato che la politica degli Stati Uniti ha provocato un genocidio in America Latina. Inoltre, un’altra cosa impressionante che ha detto è la caratterizzazione della democrazia cosiddetta occidentale, in particolare nord-americana, come una società triste di persone solitarie che si rifugiano nelle droghe per anestetizzarsi.

Cos’è più velenoso per l’essere umano: la cocaina, il carbone o il petrolio? Ha detto: «Nell’esuberanza della foresta, nella sua vitalità, vedono la lussuria, il peccaminoso, la responsabile della tristezza delle loro società, intrise della compulsione radicata e illimitata di possedere, possedere e consumare».

Alle Nazioni Unite non si sentiva un discorso tanto forte e coraggioso da molto tempo. Ma nella forma e nel modo di parlare, il discorso di Petro ha suscitato molte emozioni perché è stato anche il discorso di un poeta. Un poeta che in gioventù è stato guerrigliero per difendere la democrazia. Lo sappiamo che molti guerriglieri erano poeti e che molti poeti sono diventati guerriglieri anche in Cile.

Quello di Gustavo Petro è stato un discorso pieno di dolore, di violenza, di speranze. Nessuno dei presenti è rimasto indifferente; tutti si sono sentiti tremendamente colpiti. Forse sarà il nuovo Salvador Allende che stiamo aspettando, o il nuovo Simón Bolívar, che potrà salvare l’America Latina e il mondo.

È impossibile trasmettere l’emozionalità di questo discorso. Perciò di seguito si trova il video (in spagnolo) per ascoltare direttamente le sue parole.

da qui


venerdì 27 agosto 2021

L’industria della morte dalla Colombia all’Afghanistan - Geraldina Colotti

 

Samuel Moncada, ambasciatore del Venezuela all’Onu, ha denunciato presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite la persistenza di “una rete transnazionale del crimine organizzato, composta da mercenari colombiani e statunitensi che hanno perpetrato atti di terrorismo, omicidio o tentato omicidio di presidenti, come nel caso di Haiti e del Venezuela”. Moncada è tornato così a mettere l’accento su un’industria della morte su vasta scala, una macchina internazionale di assassini su commissione, di mercenari, che hanno nella Colombia una delle fonti più abbondanti di manodopera, esportata in tutto il mondo.

Oggi esiste un mercato globale legato all’appalto della sicurezza che raggiunge circa 400 miliardi di dollari e interessa principalmente Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e paesi del Commonwealth, Francia e paesi francofoni. Più recente l’ingresso della Cina (dove, però, le imprese private per la sicurezza dipendono dallo Stato), e della Russia.

Le società militari e quelle della sicurezza privata (Private Military and Security Companies -PMS’Cs -) prevedono tre tipologie di contractors: Combattente legittimo, Civile al seguito delle Forze Armate, oppure Civile, definite dal tipo di impresa che li ha ingaggiati. Dagli Stati Uniti all’Europa, il crescente peso del complesso militare-industriale nell’economia globale capitalista crea però il cosiddetto effetto “revolving doors”: l’intreccio tra interventi militari e “antiterrorismo”, guerre commerciali e politiche, con relativi passaggi di ruoli direttivi dalle forze armate alle grandi società e agli incarichi pubblici, e viceversa. Un ibrido che si rispecchia anche nell’opacità di indirizzo delle PMS’Cs.

Le principali PMS’Cs, soprattutto dedite alla protezione della proprietà privata e a compiti di addestramento degli eserciti nei paesi occupati, come Iraq o Afghanistan, sono di origine europea o statunitense. La manovalanza mercenaria, però, viene reclutata soprattutto in America Latina o nei paesi che hanno vissuto lunghi conflitti armati, specialmente nel continente africano: perché sono più a buon mercato, a differenza del personale Usa e europeo proveniente di solito dai corpi speciali e dagli eserciti più competitivi a livello tecnologico e di intelligence.

Il primo posto nel campo della difesa e della sicurezza, in America Latina, è occupato dal Brasile, dove il settore rappresenta circa il 4% del Pil, più o meno pari a 50.000 milioni di euro, e dà lavoro a oltre 60.000 persone. La spesa militare del Brasile, in crescita dopo l’arrivo di Bolsonaro, è d’altronde la più alta della regione (circa 30.000 milioni di euro), quasi tre volte di più del secondo paese latinoamericano, la Colombia, che spende circa 11.000 milioni di euro.

In America Latina, secondo un rapporto del Centro para el Control Democrático de las Fuerzas Armadas de Ginebra (DCAF), già nel 2017 le imprese di difesa e di sicurezza privata erano oltre 16.000 e conoscevano un aumento esponenziale, dando lavoro a più di 2,4 milioni di persone. Un mercato che in Colombia, in 10 anni è cresciuto del 126%, mentre in Cile è aumentato del 50% in 5 anni. Moncada ricorda che, in Colombia, nel 2014 esistevano oltre 740 compagnie private per la sicurezza. Nel 2018, il mercato valeva 11 miliardi di dollari. Per il 2024, si prevede che arriverà a 47 miliardi di dollari.

Oggi, in Colombia, Brasile e Messico, per un membro delle forze dell’ordine vi sono 4 guardie per la sicurezza privata, e in paesi come il Guatemala o l’Honduras, il rapporto può essere di 1 a 7. C’è inoltre da calcolare che molti poliziotti fanno il doppio lavoro, sia per lo Stato che per le imprese private.

I mercenari colombiani provengono dall’eccedenza di manodopera allenata per l’interminabile guerra civile, che data dal 1948, quando venne ucciso il leader liberale Eliecer Gaitán. Ogni anno tra 10-15.000 soldati si congedano, e un elevato numero di loro va ad alimentare il mercato mercenario internazionale, giacché la loro pensione è di 400 dollari al mese, mentre un contractor può guadagnare fino a 200.000 dollari annuali esentasse.

I mercenari sono sempre esistiti, ma le imprese private per la sicurezza hanno cominciato a diffondersi dopo la Seconda guerra mondiale e sono cresciute nel corso dei processi di decolonizzazione che si sono prodotti negli anni Sessanta e Settanta come strumento usato dalle antiche potenze coloniali per salvaguardare i propri interessi.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le PMS’Cs sono diventate sempre più un elemento consustanziale all’economia di guerra e alla strategia del “caos controllato”, utile ai processi di “balcanizzazione” del mondo messi in atto dall’imperialismo nordamericano e dai suoi alleati.

La globalizzazione capitalista ha costituito l’occasione per molti governi neoliberisti di privatizzare sempre più sia l’industria del controllo e dell’ordine pubblico all’interno, sia gli interventi militari all’estero nelle guerre per procura che evitano ai governi imperialisti di pagare un prezzo elevato in termini di soldati morti negli attacchi di terra, e le reazioni di rigetto nell’opinione pubblica come ai tempi della guerra del Vietnam.

Le PMS’Cs non hanno bisogno di autorizzazione parlamentare, possono rapidamente operare in ogni parte del mondo senza alcun intoppo burocratico, e il peso della loro morte di contractor in patria non è certo paragonabile a quella dei soldati.

Le lobby che sostengono le PMS’Cs all’interno del complesso militare-industriale, le presentano come un risparmio per i governi e per i contribuenti, perché hanno un costo intermittente e forniscono servizi a prezzi inferiori. Erik Price, ed ex capo della compagnia Blackwater, che ha erogato servizi bellici alla Cia e al dipartimento di Stato Usa sia in Afghanistan che in Iraq, ha proposto a Trump di privatizzare la guerra in Afghanistan, appunto, per ridurne i costi e 5 miliardi di dollari annuali rispetto ai 50 che Washington spendeva in media. Il minor investimento militare di Obama in politica estera, ha fatto d’altronde registrare un incremento stellare dei contractors nelle missioni all’estero. Una tendenza destinata a crescere anche nell’attuale situazione in Afghanistan e in Iraq.

Oggi, queste imprese offrono i propri servizi a oltre 100 paesi. Servizi diversificati, che vanno dalla presenza nei teatri di guerra alla protezione delle grandi multinazionali come Shell o Coca Cola, alla gestione delle carceri private, alla sicurezza delle ambasciate o a quella delle Ong, e anche a quella del personale Onu. Attività tradizionalmente svolte dalla polizia e dall’esercito, ma sempre più subappaltate perché confinate in una zona grigia sul piano giuridico, che vieta molti imbarazzi ai governi neoliberisti avvezzi alla retorica sui “diritti umani” (ma sempre in casa d’altri). Gli esempi non mancano, basta ricordare il caso della Spearhead Ltd di Yair Klein, ex militare israeliano che compare nelle inchieste come addestratore dei sicari del cartello di Medellin di Pablo Escobar e dei paramilitari che formeranno gli assassini delle AUC colombiane.

Il senatore progressista colombiano, Gustavo Petro, ha denunciato che gli assassini del presidente haitiano Juvenel Moise erano stati contrattati da una delle imprese che ha fornito il software per le elezioni in Colombia: comprese le consultazioni per il referendum sugli accordi di pace, che hanno dato la vittoria al No a ottobre del 2016. Secondo il senatore, si tratta di firme legate ai circoli uribisti di Miami. Dalle indagini seguite all’assassinio del presidente haitiano, è stato accertato il coinvolgimento della CTU Security, registrata come Counter Terrorist Unit Federal Academy LLC, con sede en Doral Beach, Miami, e diretta dall’oppositore venezuelano Antonio Enmanuel Intriago Valera.

Secondo gli inquirenti haitiani e colombiani, la Ctu security ha contrattato gli ex militari colombiani Duberney Capador e Germán Rivera, i quali si sono incaricati poi di reclutare il resto dei mercenari. Da Miami, gli avvocati di Intriago hanno detto che il loro assistito è rimasto “vittima di uno schema per la presa del potere ad Haiti”. La compagnia sarebbe stata assunta per prestare servizi di sicurezza a un progetto di infrastruttura “umanitario” ad Haiti. In corso d’opera, sarebbe stata informata che la missione aveva “cambiato direzione” e che i mercenari contrattati avrebbero dovuto accompagnare un giudice e personale di polizia a consegnare al presidente Moise un mandato di arresto. Appartenevano a imprese per la sicurezza privata statunitense anche i mercenari contrattati a Miami dall’autoproclamato presidente a interim Juan Guaido, per invadere il Venezuela con l’operazione Gedeon.

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venerdì 11 giugno 2021

La solitudine dei sovversivi - Adrián N. Bravi

 

 

Lunedì 24 agosto 1987, alle sei e mezza di mattina, chiamano il dottor Héctor Abad Gómez da un’emittente radiofonica per riferirgli che il suo nome è comparso in una lista di persone minacciate di morte, apparsa a Medellín. Il comunicato reca il seguente messaggio: “Héctor Abad Gómez: presidente del Comitato per i Diritti Umani di Antioquia. Medico ausiliare dei guerriglieri. Falso democratico, pericoloso per le simpatie popolari verso le elezioni dei sindaci di Medellín. Idiota utile al Pcc-Up”. Il medico, che aveva dedicato la propria vita alla difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli esclusi, chiede chi sono gli altri minacciati e dopo aver letto l’elenco dichiara di sentirsi onorato di far parte di persone così importanti e utili alla causa del paese. “Era, dunque, preparato a morire, ma questo non significa che lo volesse,” racconta suo figlio, lo scrittore Héctor Abad Faciolince, vent’anni dopo, in un libro dal titolo L’oblio che saremo (Einaudi, 2009), che Javier Cercas non esita a definire “tremendo e necessario” (da questo singolare libro, l’anno scorso, il regista spagnolo David Trueba ha tratto il film omonimo, El olvido que seremos, vincitore del premio Goya 2021 al Miglior Film Iberoamericano).

 

La mattina dopo quel lunedì del 1987 uccidono il presidente dell’Associazione dei Professori di Antoquia, Luis Felipe Vélez, sulla porta della sede del sindacato Il paese è stretto nella morsa del narcotraffico, dei politici corrotti e reazionari. Nel pomeriggio, il dottor Héctor Abad Gómez si reca nella sede del sindacato per rendere omaggio al leader assassinato e mentre attraversa una strada, calle Argentina, gli si avvicina una moto con due giovani, capelli rasati, tipico taglio dei sicari appartenenti ai gruppi paramilitari. Uno di loro tira fuori una pistola e lo colpisce con diversi proiettili. Quando i parenti accorrono dopo l’agguato lo trovano morto sulla strada. Il figlio gli sfila i documenti dalle tasche, tra cui anche due biglietti, uno con la lista dei minacciati a morte e l’altro con una poesia, copiata a mano dallo stesso Héctor Abad Gómez, il cui primo verso recita: Siamo già l’oblio che saremo. In calce al biglietto c’è la sigla dell’autore della poesia: J.L.B. (Jorge Luis Borges).

 

Dunque, Una poesia in tasca (edito quest’anno da Lindau, con un’ottima traduzione di Monica Rita Bedana), parte da questa tragica vicenda per trasformarsi in un memoir investigativo che cerca di ricostruire l’origine della poesia di Borges trovata nelle tasche del dottore, poesia di cui non c’è traccia nelle Opere complete del poeta argentino né in nessuna raccolta. Da dove provengono, allora, quei versi? E perché sono firmati da Borges? Si tratta di un apocrifo, come sostiene Maria Kodama, moglie e detentrice dei diritti di Borges, o appartengono realmente allo scrittore argentino? Sono questi interrogativi che si pone Héctor Abad Faciolince per capire i motivi per cui suo padre aveva quel sonetto in tasca. Dunque, Una poesia in tasca prosegue il percorso di L’oblio che saremo per indagare, attraverso un dettagliato percorso filologico, l’origine del poema trovato nella tasca di suo padre appena assassinato.

 

Nell’edizione spagnola, questo racconto di 84 pagine è inserito in un trittico borgesiano dal titolo Traiciones de la memoria. Si tratta, come abbiamo detto, di un memoir investigativo che illustra nei dettagli le piste, la costruzione di ipotesi e la ricerca delle fonti che portano l’autore a visitare varie città disseminate per il mondo (Medellín, Santiago del Cile, Mendoza, Buenos Aires, Parigi, ecc.). In ogni posto che arriva deve fare i conti con i vari depistaggi (uno strano poeta colombiano che si attribuisce la paternità dei versi), per arrivare infine al sorprendente epilogo. In questa labirintica ricostruzione, fatta anche da lunghe email spedite dai posti più impensabili, Héctor Abad Faciolince prova a riavvolgere il filo che lega Borges con la morte di suo padre e lo fa coinvolgendo vari stili che dipanano la storia in mille rivoli. Ogni tassello di questo racconto ci porta a riflettere sui tradimenti e sugli inganni della memoria, perché, come scrive l’autore nel prologo: “Quando si soffre di quella bazzecola così peculiare che è la cattiva memoria, il passato e il futuro assumono quasi la stessa consistenza. Se guardo indietro e tento di ricordare ciò che ho vissuto, i passi che mi hanno condotto fin qui, non so mai con assoluta certezza se sto rammentando o inventando”.

 

Su un altro versante, però, c’è una memoria collettiva che torna con ossessione a rievocare i nostri ricordi e ci chiede ogni volta di essere raccontata nei suoi particolari. Preme su chi l’ha vissuta e non ammette dimenticanze; anzi, esige di essere condivisa e rinnovata nelle sue rievocazioni, anche se dolorose. Ed è più o meno su questo che Jean Améry scrive, dieci anni dopo aver pubblicato Intellettuale a Auschwitz, nella prefazione alla seconda edizione del libro, specificando un punto chiave che riguarda la memoria:

“Nulla si è ancora risolto, nessun conflitto si è composto, non vi è richiamo alla memoria che si sia trasformato in semplice ricordo.

 

Quanto è avvenuto, è avvenuto. Ma il fatto che sia avvenuto non è facile da accettare. Io mi ribello: contro il mio passato, contro la storia, contro un presente che congela storicamente l'incomprensibile e così facendo lo falsa in maniera vergognosa. Le ferite non si sono rimarginate e ciò che nel 1964 era forse sul punto di guarire, torna ad aprirsi come una ferita infetta.”

Durante la sua vita da sopravvissuto, in più di un’occasione Marco Bechis ha fatto i conti con la propria memoria e con le ferite che, come dice Améry, tornano a riaprirsi, perché a volte il passato vuole restare e si attacca al presente con insistenza.

 

Il suo Garage Olimpo (1999), tra i più incisivi e rigorosi film di denuncia, non solo per la ricostruzione storica di uno dei tanti centri clandestini di tortura, ma per il rapporto che lo Stato aveva stabilito nei confronti dei suoi cittadini durante la dittatura argentina, è una testimonianza che ci mostra dall’interno la sofferenza dei desaparecidos e di migliaia di persone costrette all’esilio, come lui stesso. A questo film seguirono Figli/Hijos (2001) e Il rumore della memoria (2013/2015), riguardo la dittatura. Oggi, a 44 anni di distanza da quel 19 aprile 1977, in cui è stato sequestrato, Bechis torna a fare i conti con la sua storia personale; questa volta dando voce alla scrittura, con un testo dal titolo La solitudine del sovversivo (Guanda, 344 pp.). Tutto inizia una sera mentre esce dalla scuola serale Mariano Acosta, nel quartiere di Once, a Buenos Aires, che in quel periodo frequenta per diventare maestro e poter insegnare ai bambini. È il suo progetto, aiutare le comunità indigene nel nord del paese: “avevo cominciato a pensare all’insegnamento formativo come una maniera di fare politica in modo completamente slegato dalle organizzazioni militanti”. Sono le 22.30 e cammina abbracciato alla sua fidanzata Dayin. Insieme a loro due ci sono altri compagni di scuola.

 

A un certo punto, mentre sta per attraversare la strada, due braccia lo agguantano alle spalle, un altro gli punta una 38 a tamburo sulle costole e lo caricano in una Ford Falcon beige, davanti agli occhi di tutti, compresa la sua fidanzata che da quel momento si trasforma nel filo che lo lega al mondo dei vivi. Tre settimane prima era a sciare con la sua famiglia sulle Dolomiti, e ora lo stanno portando in uno dei 365 centri di reclusione clandestini disseminati per tutta Buenos Aires, sopranominato Club Atlético. Da quel momento in poi smetterà di essere Marco Bechis e si trasformerà nel detenuto A01. Gli raccomandano di non dimenticarlo e di non dimenticare neanche due numeri importanti: il 190 e il 191, che sono i numeri dei lucchetti delle catene che porta legate alle caviglie. Nel sotterraneo in cui lo conducono, condannato a portare perennemente una benda pesante agli occhi, può solo sentire gli odori e i rumori (una radio accesa, il rimbalzo di una pallina da ping-pong che fanno saltare su un tavolo da gioco i carcerieri durante le pause, tra una tortura e l’altra, le urla dei detenuti, i rumori delle catene, il gol che festeggia un radiocronista, il cigolio delle porte). Lo spogliano di tutto e lo lasciano nudo in una cella, la numero 16, che solo trasgredendo il comando dei guardiani riuscirà a vedere, quando potrà abbassarsi la benda che gli esclude quell’inferno.

 

E poi la picana, il pungolo elettrico usato sui corpi per indurre a parlare i detenuti, temuta da tutti e alla quale molti non sono riusciti a resistere. In questo erebo imparerà a percepire di nuovo il mondo circostante, i suoi sogni, i suoi pensieri, proverà a imparare le frasi da dire quando verrà interrogato dai suoi aguzzini, per non compromettere i compagni ancora liberi. Qui dentro farà un incontro inaspettato con Muñeca, la ragazza che ha cantato il suo nome tra una scarica e l’altra della picana (la stessa che ispirerà il personaggio di María in Garage Olimpo) e che lui comprende e assolve. Si rende conto che solo in pochi riescono a resistere a quelle scariche. Un giorno, grazie al padre, che riesce a scomodare alcune amicizie influenti, può uscire dalla clandestinità per diventare un prigioniero politico. A quel punto esce dal Club Atlético e viene trasferito nel carcere di Villa Devoto dove incontrerà il pacifista e futuro premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, ma prima lo avvertono: “Non devi dire niente di quello che ti è successo qui, niente, capito? […] Neanche a tuo padre devi dire niente”.

 

L’autore, ci racconta, si porta con sé un debito nei confronti di chi non è riuscito a scappare da quell’inferno, ma non solo, si sente in debito anche nei confronti di suo fratello Robertino, morto da piccolo, caduto nella tromba delle scale. “Quando faccio qualcosa che mi piace, quando fatico mentre cammino in montagna oppure riparo un mobile grondando sudore, mi dico sempre che Roberto tutta questa vita non l’ha vissuta, e con lui migliaia di desaparecidos”. Fare i conti con il passato, raccontarlo in ogni dettaglio, significa anche ribellarsi alla storia, specie quando incroci lo sguardo dei tuoi stessi carnefici trentatré anni dopo, in un’aula di tribunale. Ma La solitudine del sovversivo non è solo un libro che ci fa capire cosa vuol dire sopravvivere a una tragedia, Bechis ci racconta la sua carriera da regista, le vicende che lo hanno portato a girare i suoi film, tra cui, per esempio, La terra degli uomini rossi, dunque l’incontro con gli indios kaiowá, a Dourados, nel Mato Grosso do Sul. Ci racconta anche la sua storia famigliare e la storia di un paese, l’Argentina, che da tanti anni prova a fare i conti con le sue tragedie.

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lunedì 14 settembre 2020

Riders di tutto il mondo, unitevi!


I riders latinoamericani lanciano lo sciopero globale - Paolo Marinaro

 

Con la pandemia sono stati classificati lavoratori essenziali. Aumentano i profitti del settore, non i salari e la sicurezza. Dopo scioperi in Messico, Perù, Ecuador, Colombia, Cile, Argentina e Brasile, arriva una data globale: 8 ottobre

 

Lo sciopero internazionale è un grido di soccorso di noi riders. Il rischio che corriamo quotidianamente lavorando in bicicletta o in moto nel traffico di grandi metropoli, ora si è aggravato a causa della pandemia. È molto importante che ci uniamo, con tutta la classe lavoratrice, anche in altri paesi, includendo i clienti che usano le applicazioni. Questa è una lotta di tutti. (Rider di San Paolo, Brasile)

Il 25 di agosto, una delegazione di riders dal Messico, Argentina, Brasile, Colombia, Cile ed Ecuador ha organizzato un’assemblea online per annunciare una giornata di sciopero e mobilizzazione globale programmata per l’8 Ottobre. Alla riunione hanno partecipato anche il collettivo spagnolo Riders Por Derechos, delegati dell’organizzazione sindacale inglese dei Lavoratori Indipendenti della Gran Bretagna (Iwgb) e la sezione californiana del sindacato nord americano dei lavoratori del settore dei servizi (Seiu Local 721).  

Maximiliano Martinez, o Massi, come lo chiamano i compagni, è uno dei leader del movimento in Argentina. «Il nostro obiettivo oggi è quello di rinforzare l’unità internazionale dei riders. Da quando è stata dichiarata la pandemia ci siamo accorti che la precarizzazione non è un problema nazionale, è un processo che si sta riproducendo come un calco in tutto il mondo. I bassi salari, le giornate di lavoro lunghissime, la quantità di incidenti e la totale mancanza di risposta da parte della controparte padronale ci hanno incoraggiato a iniziare una conversazione con le compagne e i compagni che fanno questo lavoro nella regione latinoamericana, ma anche negli Stati uniti, in Giappone, in India, in Inghilterra, in Spagna e in diversi altri paesi. Vogliamo definire un programma comune di rivendicazioni e costruire consenso internazionale intorno a una posizione politica chiara rispetto alle imprese e ai governi che stanno facilitando lo sfruttamento dei riders in una situazione d’emergenza come quella della crisi sanitaria del Covid-19».

Dall’inizio della pandemia, i governi dei paesi colpiti hanno classificato i riders come lavoratori essenziali. Le imprese che operano attraverso piattaforme digitali hanno incrementato esponenzialmente i profitti, esponendo i riders a una grave minaccia per la salute. D’altra parte, il riconoscimento dell’essenzialità del servizio di delivery per il funzionamento della società non si è accompagnato a una ricompensa economica, né a un incremento delle protezioni sociali e delle misure di sicurezza per tutelare la salute dei riders e delle loro famiglie. Al contrario, la pandemia ha esacerbato la vulnerabilitá di queste lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo, e le imprese in molti paesi hanno ridotto in modo univoco e arbitrario i pagamenti di chi fa le consegne.

Come suggerisce Massi, la lotta di classe all’epoca del capitalismo pandemico deve trascendere i confini nazionali e articolare le richieste delle lavoratrici e dei lavoratori su scala transnazionale. Infatti, i riders latino-americani, che hanno promosso la riunione globale, hanno già organizzato tre scioperi internazionali dall’inizio della pandemia. Il 29 maggio, l’1 e il 25 luglio, decine di migliaia di riders hanno sfilato in moto e in bicicletta verso i ministeri del lavoro in Messico, Guatemala, Costa Rica, Ecuador, Perú, Brasile, Cile e Argentina. Da Brasilia a Buenos Aires, da Santiago a Città del Messico, i riders latinoamericani si sono organizzati per reclamare maggiori protezioni sociali e l’accesso ai diritti del lavoro garantiti dalle leggi nazionali, oltre a una serie di misure più puntuali che rispondono all’emergenza Coronavirus. Alcune delle richieste riguardano i dispositivi di protezione personale, il congedo per malattia, l’assicurazione sulla vita, il risarcimento per le famiglie dei compagni e le compagne cadute sul lavoro, la sospensione del sistema di ranking che obbliga a lavorare sette giorni a settimana per dodici ore al giorno, oltre a un aumento del pagamento per consegna e per km durante la contingenza sanitaria.

 

Una nuova forma di internazionalismo

Gli scioperi internazionali e le giornate di azione globale sono state promosse da diversi collettivi di base latinoamericani: Agrupación Trabajadores de Reparto (Aggruppamento Ciclo-fattorini) in Argentina, #NiUnRepartidorMenos Internacional (Non Un Rider Di Meno Internazionale) che ha membri in Messico, Perù, Ecuador, Colombia, Cile e Argentina, gli Entregadores Antifascistas (Riders Anti-fascisti) e Treta No Trampo in Brasile, Glovers Ecuador, Darle Vuelta A Todo (Capovolgere Tutto) in Argentina, Riders Unidos e Ya (Riders Uniti Ora) in Cile. Un vero e proprio laboratorio di classe, come ha suggerito Rafael Groham, che promuove importanti innovazioni strategiche per il futuro del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. 

La centralità di organizzazioni e collettivi di base nella creazione di reti di attivismo internazionale e nella promozione di strategie di comunicazione che permettono di superare le frontiere nazionali e le barriere linguistiche, è una novità significativa per la militanza globale delle lavoratrici e dei lavoratori. A partire dagli anni Novanta, con l’obiettivo di affrontare le imprese multinazionali su scala globale, i sindacati, le Ong e altre organizzazioni internazionali hanno giocato un ruolo centrale nella politica delle alleanze transnazionali dei lavoratori. Nel caso dei riders, invece, sono proprio le lavoratrici e i lavoratori, in modo autonomo e autogestito che stanno costruendo una risposta globale alle imprese multinazionali della gig-economy. 

Il regime del falso autonomo

D’altra parte, la marginalità dei sindacati nel movimento dei riders latinoamericani non è solamente una scelta strategica, una forma di rifiuto della burocrazia sindacale e delle diplomazie internazionali. Si tratta di una questione di necessità, imposta dalle politiche industriali delle piattaforme digitali che assumono i riders come lavoratori e lavoratrici indipendenti. 

A Febbraio, a Città del Messico, ho conosciuto Daniel, che ha 56 anni e lavora con Rappi, l’impresa di food delivery colombiana leader nel mercato latinoamericano. Daniel vive con sua moglie e due figlie a Tlahuac, che si trova a tre ore di distanza da Città del Messico. Ogni mattina parte alle cinque da Tlahuac con la sua bicicletta, la carica sul bus e poi sulla metro affollata della capitale messicana, per raggiungere i quartieri coperti dalle applicazioni in tempo per consegnare le prime colazioni. Daniel dice che questo lavoro gli piace perché alla sua età è importante tenersi in forma e pedalare gli fa bene, ma allo stesso tempo non ha dubbi rispetto alla sua condizione che definisce di falso-autonomo. 

Un lavoratore indipendente può decidere dove, quando e per quanto lavorare, ma con le piattaforme questo non è possibile, altrimenti non farei sei ore di viaggio al giorno per venire in centro. Fin dal momento della formazione che offre l’impresa, ti dicono in modo molto chiaro: tu non lavori per noi, tu usi l’applicazione per guadagnare, ma non sei un dipendente. In realtà lavori proprio per loro e sei un dipendente a tutti gli effetti. Infatti, con il sistema di punti che hanno implementato, devi collegarti in certe fasce orarie e per una quantità minima di ore, altrimenti ti disconnettono e perdi il lavoro. 

Secondo i collettivi che hanno promosso la giornata d’azione globale, il regime del falso-autonomo è una manipolazione legale delle imprese per evitare i costi del lavoro ed evadere le responsabilità stabilite dalle leggi nazionali. La classificazione come lavoratore autonomo o dipendente ha importanti conseguenze legali, in quanto coincide con diversi doveri per le imprese e diritti per chi lavora. I lavoratori dipendenti hanno diritto alla previdenza sociale e all’assicurazione sanitaria, mentre i lavoratori autonomi, o falsamente-autonomi, perdono l’accesso a una serie di diritti garantiti dalle leggi nazionali, includendo il diritto a organizzarsi in un sindacato che rappresenti i propri interessi con le imprese e alla negoziazione collettiva. 

La classificazione della relazione di lavoro è una delle richieste centrali della giornata d’azione globale. Infatti, proprio a Ottobre, in California, si voterà per una proposta di legge, che minaccia di annullare le recenti conquiste dei lavoratori e le lavoratrici californiane della gig-economy. In California, a partire dal primo gennaio del 2020 è entrata in vigore la legge AB5, che facilita il riconoscimento come lavoratrici e lavoratori dipendenti di coloro che prestano servizi per imprese che operano attraverso piattaforme digitali. Il nuovo disegno di legge, invece, pretende ritornare alla formula del lavoratore autonomo stabilendo un precedente legale che potrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo. 

«In Messico, se muoio sul lavoro, se perdo la vita mentre esco per guadagnare due pesos, nessuno aiuta la mia famiglia, nessuno obbliga l’impresa a farsi carico del rapporto di lavoro o a garantire un indennizzo. L’8 Ottobre dobbiamo unirci per colpire le imprese dell’economia digitale a casa loro, in un territorio simbolico, dove questo modello economico è nato solamente pochi anni fa», ha concluso durante l’assemblea Saul Gómez, uno dei fondatori del collettivo Ni Un Repartidor Menos.

 

Non Un Rider di Meno 

Saul ha 33 anni e lavora per diverse imprese di food-delivery a Città del Messico. L’ho incontrato con la sua bici, per la prima volta, a ottobre del 2019. Ci siamo visti di fronte a una caffetteria di Coyoacán, il quartiere dove hanno vissuto Frida Khalo e Diego Rivera, nel sud di Città del Messico, a pochi isolati dalla casa in cui León Trotsky trovò rifugio durante il suo esilio. Ci siamo seduti su una panchina, mentre Saul mi ha raccontato di Ni Un Repartidor Menos. «Il collettivo nasce il 27 di Novembre del 2018, quando alle due del pomeriggio, un camion dell’immondizia ha investito e ucciso un compagno repartidor, Jose Manuel Matías. Era il suo primo giorno di lavoro per UberEats e l’impresa ha negato qualsiasi responsabilità».

Da allora, solamente in Messico, oltre sessanta giovani uomini e donne hanno perso la vita mentre stavano lavorando per le imprese del food-delivery, e in nessun caso le multinazionali hanno offerto una forma di risarcimento economico alle famiglie. In una città densa di contraddizioni, dove ogni giorno oltre 22 milioni di persone si muovono a ritmi frenetici, gli incidenti stradali, gli assalti, le rapine e le sparatorie sono all’ordine del giorno, e chi lavora per strada è particolarmente vulnerabile. 

Una compagna del collettivo Ni Un Repartidor Menos mi ha raccontato l’esperienza delle donne che fanno questo lavoro in una città come la capitale messicana: «Sfortunatamente viviamo in una società violenta e maschilista. Qui la violenza sessuale è qualcosa che viviamo tutte, bambine, bambini, e persone adulte. Non c’è distinzione. E con questo lavoro siamo particolarmente esposte. Poco tempo fa, nel centro finanziario della città, un cliente ha ricevuto una compagna sull’uscio di casa, completamente nudo e con un’erezione. Noi lo abbiamo segnalato all’impresa, ma loro non hanno fatto niente, non c’è stato nessun tipo di conseguenza per i clienti. Altre compagne sono state violentate, ma le imprese non rispondono alle segnalazioni».

Neanche di fronte a ripetute denunce per molestie sessuali, le imprese hanno preso provvedimenti per denunciare i clienti alle autorità o per lo meno per evitare di mandare altre vittime a consegnare al loro domicilio. UberEats, Rappi, Glovo e le altre piattaforme nascondono la responsabilità legale per le centinaia di morti sul lavoro dietro la manipolazione del «falso-autonomo». E purtroppo, con la pandemia, le vittime del capitalismo digitale continuano ad aumentare. 

Una lotta di Tutti 

D’altra parte, la completa mancanza di protezione dei lavoratori non è una novità introdotta dall’organizzazione digitale del lavoro. Storicamente, il processo di decostruzione delle protezioni sociali e dei diritti del lavoro conquistati nel dopoguerra, risale almeno alla fine degli anni Settanta. In Italia, lo abbiamo conosciuto con la categoria «flessibilità», ed è il percorso che progressivamente ci ha portato dai tradizionali contratti a tempo indeterminato, con i quali si andava in pensione e si comprava la casa, ai contratti interinali, che hanno incenerito le prospettive di stabilità di intere generazioni. Nelle megalopoli latinoamericane invece, il lavoro informale, o in nero, cioè senza contratto, è una delle principali fonti di precarietà. In Messico, per esempio, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia, più del 53% della popolazione è impiegata nel mercato informale. E dal 2016, quando le multinazionali della gig-economy sono arrivate nel paese, sono in molti i lavoratori informali che sono passati a offrire i propri servizi alle imprese che operano attraverso le app. 

Il capitalismo digitale rappresenta una nuova fase dell’inesorabile processo di precarizzazione e decostruzione delle protezioni sociali, che si avvale degli algoritmi, l’automazione e l’intelligenza artificiale per ridurre i costi del lavoro, aumentare il profitto di pochi azionisti e fuggire alla responsabilità sociale delle imprese. 

Poco prima dell’assemblea internazionale, ho avuto la possibilitá di discutere di questi processi con Galo, che ha 31 anni ed è uno dei leader del collettivo Entregadores Anti-Fascistas di San Paolo, in Brasile. Per Galo, è chiaro che la lotta per la dignitá del lavoro deve necessariamente essere antifascista, soprattutto in un contesto come quello del Brasile governato da Jair Bolsonaro. Durante la nostra chiacchierata, Galo si è riferito alla precarizzazione imposta dalle piattaforme del food-delivery con la categoria «uberizzazione», che definisce come una forma di controllo e organizzazione del lavoro risultato dell’evoluzione tecnologica del capitalismo: 

Con la rivoluzione industriale è stata introdotta una nuova tecnologia: la macchina. Il padrone si è reso conto che una macchina poteva fare il lavoro di dieci operai e gli permetteva di ridurre i costi di produzione, aumentando i profitti. L’uberizzazione è un ulteriore sviluppo tecnologico del capitalismo che sta avendo un enorme impatto sui diritti dei lavoratori. È importante allora che tutti i lavoratori si uniscano per lottare contro l’uberizzazione del lavoro, non solamente i riders, perché è un processo che si sta già estendendo ad altri settori, come la rivoluzione industriale si è estesa dalle fabbriche ai campi ed ha raggiunto tutti i lavoratori. Tutta la classe si deve unire in questa lotta. Dobbiamo lottare perché la tecnologia sia al servizio della classe lavoratrice, non del profitto dei padroni.

Galo suggerisce che l’esperienza dei riders è un modello per la classe lavoratrice in generale. La gig-economy e la gamma di servizi offerti attraverso piattaforme digitali si è ormai estesa a una quantità incalcolabile di mansioni e professioni: dai lavori domestici ai servizi di traduzione e consulenza. Per qualsiasi necessità del mercato, dalle operazioni più semplici a quelle che richiedono sofisticate competenze professionali, esiste una piattaforma digitale che offre personale qualificato a basso costo e senza protezioni sociali, che può lavorare da casa o a domicilio, senza un contratto di lavoro. 

La pandemia ha accelerato il processo di «uberizzazione» o «piattaformizzazione» del lavoro, a causa dell’introduzione di misure di quarantena e distanziamento sociale. Servizi come quelli offerti dai riders, che si avvalgono dell’utilizzo di tecnologie digitali per organizzare il lavoro e il rapporto fra domanda e offerta, sono diventati uno strumento di sopravvivenza nel nuovo scenario globale pandemico. Attraverso queste tecnologie, la «nuova normalità», come si è iniziata a definire la ristrutturazione pandemica del capitale, ha sferrato un ulteriore attacco ai diritti del lavoro. 

Una manipolazione ideologica così profonda – spiega Galo – che molti di noi non si riconoscono più come lavoratori. L’obiettivo degli Entregadores Antifascistas è di promuovere nuovamente l’identità e la dignità del lavoro a partire dalla strada. Vogliamo fare della strada uno spazio politico come lo sono state la fabbrica e la catena di montaggio. La lotta è una sola, ed è una lotta politica, antifascista e antirazzista.

In questa fase storica, i riders sono un’avanguardia della resistenza anticapitalista. Dobbiamo imparare dalla loro esperienza per identificare le strategie attraverso cui ricostruire globalmente il potere dei lavoratori e delle lavoratrici, senza contare sulle organizzazioni e le leggi che tradizionalmente ne hanno rappresentato gli interessi, avvalendoci della la tecnologia per costruire solidarietá, resistenza e antagonismo.  

*Paolo Marinaro è un ricercatore che lavora con l’università della California a Los Angeles e il Center for Global Workers’ Rights. Si occupa di lavoro e movimenti sociali in Messico e negli Stati Uniti. La foto di apertura dell’articolo è di Julia Thompson e Renato Maretti.

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Messico e riders: lavorare senza tutele ai tempi del Covid-19 - Caterina Morbiato

 

Con la pandemia i riders affrontano un carico di lavoro maggiore. Il sistema di valutazione delle app però non è andato in quarantena: ritardi o ordini incompleti significano meno clienti. Avanza il Covid-19 e aumenta anche l’insicurezza lavorativa.

 

(traduzione di Alessandro Bricco e Caterina Morbiato)

 

Circa quattro giorni fa, Mauricio Fluss é andato a caccia di mascherine. Era notte fonda e aveva completato una parte dell’ordine che un cliente aveva fatto attraverso l’applicazione di food delivery Rappi: tonno in scatola, maionese, carta igienica. È stato facile, ha trovato un SevenEleven (catena di negozi aperti 24 ore, ndr) aperto e si è rifornito.

Mancava però un’altra parte dell’ordine: cinque mascherine. E cosí ha pedalato per otto chilometri alla ricerca di una farmacia aperta e, dopo averla trovata, ha pedalato per altri quattro chilometri per trovarne una che non solo fosse aperta ma che avesse anche delle  mascherine. Un’ora e mezza dopo, vittorioso, aveva completato il suo ordine. 

Ha guadagnato 33 pesos (1,25 euro).


La precarietà lavorativa alle stelle

Con l’avanzare della pandemia, gli ordini sono diventati più lenti e più difficili da completare, come quando si tratta di ottenere mascherine e guanti. E anche più pesanti dato che i riders che fanno le consegne in bici possono trasportare fino a 25 kg tra frutta, verdura e prodotti vari del supermercato.

D’altra parte, non portare a termine un ordine o rifiutarlo non è un’opzione che tutti possono permettersi.

Il sistema di punteggio e valutazione delle applicazioni non è andato in quarantena: i riders vengono valutati dai clienti e una scelta “sbagliata”, come interrompere un ordine perché lo sforzo e il tempo necessari non valgono i pochi pesos di profitto, può tradursi in ritorsioni automatiche.

Se il tuo punteggio diminuisce, l’algoritmo ne prende nota e prepara il tuo castigo: meno clienti per te. Se hai acquistato la maggior parte della merce dell’ordine ma te lo annullano perché ci hai messo troppo tempo a consegnarlo, dovrai pagare di tasca tua.

Nel mezzo della pandemia, l’abituale precarietà lavorativa sale alle stelle.

Quindi, ti proteggi come puoi: decidi di lavorare per Didi Food, Rappi, UberEATS. Mauricio è ora collegato a ognuna di queste tre applicazioni: vuole provare a guadagnare quello che guadagnava prima. Anche se non si fida degli aiuti che potrebbero dargli le imprese nel caso si contagi di covid-19, lavorare come rider è la sua unica fonte di ingresso e non ha intenzione di smettere.

“Devi continuare a lavorare perché o ti uccide il virus o ti uccide la fame, questo è il problema”, dice scrollando le spalle.

Dallo stato di Sinaloa, nel nord del Messico, il portavoce del collettivo Ni Un Repartidor Menos Culiacán, Gerardo Antonio Valenzuela Lizarraga, gli fa eco.

“Se non lavoriamo, non mangiamo. Viviamo alla giornata”, commenta in un’intervista telefonica.

Gerardo spiega che, ad oggi, le applicazioni attive nella città di Culiacán (la capitale dello stato di Sinaloa, ndr) non hanno fornito alcun tipo di protezione ai riders. Per questa ragione, lui e i suoi compagni di collettivo vogliono chiedere aiuto ad istituzioni come la Croce Rossa o la Protezione Civile. L’altra opzione sarebbe comprare glicerina e alcool per preparare gel antibatterico e distribuirlo ai riders che lavorano in città; se la spesa diventa eccessiva, potrebbero organizzare una colletta insieme ai loro colleghi.

“Normalmente quando chiediamo una cooperazione è per qualcuno che ha avuto un incidente: gli diamo il denaro raccolto così può sopravvivere durante il periodo di degenza —osserva—. Ora sarebbe bene unirsi vista l’emergenza. L’iniziativa andrebbe a beneficio dei riders, ma anche dei clienti: proteggendo noi, proteggiamo anche loro”.

 

Azioni collettive 

Sono le tre e mezza del pomeriggio di mercoledì 9 aprile. Mauricio e altri membri dei collettivi Ni Un Repartidor Menos e Deliverlibres da poco più di un’ora sono arrivati al Parco della Bombilla, nel sud di Città del Messico. Hanno cercato riparo all’ombra di alcuni alberi a pochi metri dal monumento ad Álvaro Obregón; da qui ricevono i riders che arrivano.

Di fronte all’assalto della pandemia, i collettivi di riders fanno quello che sono abituati a fare in situazioni di emergenza: praticare un aiuto mutuo con le poche risorse disponibili.

Una settimana fa hanno ottenuto una donazione di 30 litri di gel antibatterico dall’Unità di Soccorso e Urgenze Mediche (ERUM) della Secretaría de Seguridad Ciudadana (agenzia del governo incaricata della supervisione della sicurezza pubblica) e hanno iniziato la distribuzione in vari punti della città dove sanno che transitano i riders.

Oggi pomeriggio si occupano anche di disinfettare gli zaini con prodotti sanitari che hanno donato i membri dell’organizzazione di cicloattivisti División del Sur: “sono biologici e resistono sulle superfici per 24 ore”, assicurano.

Disinfetta, igienizza, pulisci. Insieme al virus, in Messico si diffonde anche la paura.

“Ora che siamo senza protezioni ed esposti al virus le applicazioni si sono dimenticate di noi —afferma Mauricio—. Per fortuna però ci stiamo organizzando: se nessuno lo fa, chi meglio di noi?”

Disinfetta, igienizza, pulisci. Ti proteggi come puoi.


Cosa succede se mi ammalo?

Finora le applicazioni hanno reagito diversamente all’emergenza. Al di là dei messaggi sulle misure di igiene che inviano costantemente ai riders, non tutte hanno comunicato chiaramente quali misure verranno applicate durante la crisi sanitaria.

Alcune, come Didi Food, distribuiscono kit di protezione sanitaria —una bottiglietta di gel antibatterico, 50 paia di guanti e 10 mascherine— ai loro riders che devono ritirarli negli uffici dell’azienda.

Altre, come Rappi, sono evasive. Attraverso un comunicato stampa rilasciato il 23 marzo, l’impresa ha annunciato un investimento in “apparecchiature e processi per garantire che i riders rispettino tutti i protocolli di sicurezza durante il trasporto e al momento della consegna degli ordini, distribuendo oltre 200mila gel antibatterici e mascherine come parte delle misure”. L’impresa, inoltre, annuncia di star finanziando campagne di educazione e prevenzione per garantire la fiducia degli utenti in merito alle misure di controllo e igiene.

Abbiamo cercato l’azienda Rappi per sapere quando e come inizierà la distribuzione di gel antibatterici, nonché i metodi per diffondere queste campagne di prevenzione. Al momento di questa pubblicazione, non si é ottenuta nessuna risposta.

C’è però un’incertezza ancora più grande. Diverse applicazioni —Rappi, Didi, UberEATS— hanno annunciato un aiuto economico nel caso in cui i riders dimostrino, con un certificato medico, di essere positivi al covid-19. Le misure annunciate parlano di un fondo di emergenza di cui però non si stabilisce né l’importo né la modalità di erogazione.

Inoltre, non tutti gli istituti di sanità pubblica stanno conducendo test e il costo di un test privato è di circa 3.500 pesos.

“Didi coprirà fino a un mese di guadagno, ma solo parzialmente. Se ti ammali e lo dimostri, Rappi e Uber fanno una stima di quello che che guadagni normalmente e te ne assicurano solo una certa percentuale”, spiega Mauricio. Si sforza di fare chiarezza su un procedimento che fin dall’inizio è stato comunicato con ambiguità.

“Ho contattato il centralino di Rappi e mi hanno detto che dovevo isolarmi e che non potevo più uscire a fare le consegne”, spiega Maximiliano, un giovane rider che è in isolamento da più di una settimana con quelli che sembrano essere i sintomi del coronavirus.

“Hanno detto che mi monitoreranno e aspetteranno di sapere come si sviluppa la mia situazione, ma quando ho chiamato non hanno menzionato nulla del fondo di sostegno economico: l’ho scoperto da solo perché ho letto i metodi di prevenzione che ha comunicato Rappi a noi riders”.


Eroi usa e getta

Come già accaduto in paesi come l’Italia, gli Stati Uniti o l’Argentina, i servizi di consegna a domicilio sono diventati un settore essenziale durante la pandemia. Da un lato, questo può rappresentare un vantaggio per quelle persone che non possono uscire di casa e riescono così ad ottenere provviste o medicine. D’altra parte, non tutto ciò che viene ordinato tramite le applicazioni rappresenta un bene di prima necessità.

Dall’Italia, diversi gruppi di riders sostengono con determinazione che una pizza o un hamburger consegnati a domicilio non sono l’equivalente di un servizio indispensabile, non sono un diritto. È aberrante che i riders debbano rischiare la propria salute, oltre che guadagnare una miseria.

Nel paese mediterraneo, finora il più solito dal virus —alle ore 18:00 del 9 aprile, i dati ufficiali  riportano la morte di 18.279 persone—, i riders hanno protestato per più di un mese attraverso i social networks con comunicati congiunti e campagne virtuali di sensibilizzazione della popolazione in cui ripetono: “non abbiamo bisogno di eroi, vogliamo uno stipendio di quarantena”, “sicurezza per tutti” e “anche noi vogliamo il diritto alla quarantena”.

Diversi gruppi come Deliverance Milano, Riders Union Bologna, Riders per Napoli-Pirate Union, non solo denunciano l’inadempienza delle applicazioni —che per legge dovrebbero fornire i dispositivi di protezione ai riders— ma chiedono anche che venga garantito un contributo economico durante il periodo di emergenza per non doversi trovare a scegliere se rischiare la vita lavorando o smettere di lavorare restando senza soldi per vivere.

Accusano il governo di considerarli come eroi usa e getta: figure utili per alimentare una retorica nazionalista romanticizzata che inneggia alla solidarietà nazionale mentre si dimenticano le disuguaglianze che attraversano il tessuto socio-economico del paese.

Secondo il ricercatore Marco Marrone, studente di post-dottorato del Centro per le Discipline Umanistiche e il Cambiamento Sociale dell’Università Cà Foscari di Venezia, il governo italiano ha affrontato la crisi attraverso la costruzione di un nuovo regime di lavoro basato sullo sfruttamento dei lavoratori più deboli. Questi includono, ad esempio, i dipendenti del settore della logistica e dell’agricoltura, dove prevale il lavoro migrante.

“Quello che stiamo vedendo è una nuova polarizzazione del mercato del lavoro —sottolinea Marrone—: c’è una parte dei lavoratori che possono rimanere a casa protetti e un’altra parte che è costretta a rimanere per strada. Il governo non smetterà di parlare di solidarietà nazionale, ma che tipo di paese è quello in cui la sopravvivenza di un lavoratore si basa sullo sfruttamento di un altro?”

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martedì 8 settembre 2020

Epidemia di crimini contro i popoli - Raúl Zibechi

I cattivi governi che amministrano stati polizieschi stanno lanciando in tutta l’America Latina una fenomenale offensiva militare contro i popoli. Nelle favelas del Brasile, nelle periferie urbane dell’Argentina, nelle aree rurali della Colombia, nei territori in resistenza mapuche e nel Chiapas zapatista.

È proprio dove la dignità di quelli in basso rimane intatta, dove la forza collettiva dei popoli resiste e costruisce altri mondi che quelli in alto stanno approfittando delle quarantene che si autoimpongono quelli per contenere la pandemia, per cercare di distruggere le resistenze ai megaprogetti estrattivi.

Il 22 agosto dei paramilitari dell’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) hanno saccheggiato e incendiato case e magazzini del Centro di Commercio Nuevo Amanecer del Arcoiris, nella località crocevia di Cuxuljá, nella comunità ribelle di Moisés Ghandi, municipio di Ocosingo, Chiapas (https://bit.ly/3lj4qB5).

Come dichiara il comunicato del Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo, i paramilitari operano insieme al partito Morena e al governo regionale, facendo parte della “guerra che, dall’alto, si sta dispiegando contro l’organizzazione delle comunità zapatiste”.

In Colombia, l’offensiva paramilitare ha assassinato 33 persone in appena 11 giorni, in quattro massacri “per mano di gruppi finanziati dal narcotraffico”  (https://bit.ly/3aWQaJw). Quest’anno sono stati effettuati 33 massacri. Uno dei dipartimenti più colpiti è il Cauca, dove i popoli riuniti nel Consiglio Regionale Indigeno del Cauca offrono una tenace resistenza al modello di morte.

Nel Cauca, il Processo di Liberazione della Madre Terra ha recuperato 16 proprietà agricole in quasi cinque anni, dove seminano vita e si prendono cura di 26 mila e 200 pozze d’acqua e 123 lagune naturali (https://bit.ly/3jfhAgB). In un quarto del Cauca si cerca petrolio e nel 40 per cento della superficie si esplora in cerca di metalli. Inoltre si vogliono costruire due grandi strade e un porto in acque profonde nel Pacifico.

In Argentina, il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale ha registrato, dal 20 marzo al 6 agosto, 92 morti per mano di membri delle forze statali, quando “non c’era una reale situazione di pericolo per ‘l’uccisore’ o terzi”. Di questo totale, 34 sono state fucilazioni per “grilletto facile”, 45 morti sotto custodia in carceri o commissariati, quattro sono stati femminicidi e tre scomparse forzate (https://bit.ly/2QmFmLi).

Nel medesimo periodo denunciano, inoltre, circa 100 casi di uso abusivo della forza da parte della polizia, con “bastonate, torture, assassinii, stupri e persone fatte scomparire”. Tutto questo succede sotto un governo che si autoproclama “progressista”.

In Brasile, le morti per mano della polizia durante la pandemia sono cresciute del 26 per cento, “nonostante la riduzione di gente nelle strade”, secondo un’inchiesta realizzata dal quotidiano O Globo (https://glo.bo/3gvBZvP). Meno persone nelle strade, significa “minor controllo sociale sull’attività di polizia”, fatto che finisce con una maggiore impunità, giacché si constata “una polizia senza controllo”.

Un rapporto dell’Università Federale Fluminense segnala che “il numero di morti nelle favelas di Río de Janeiro è caduto del 72,5 per cento nel mese in cui sono state sospese le operazioni di polizia in queste comunità” (https://bit.ly/31onaH8). Il pattugliamento militare nelle favelas è stato sospeso a maggio dal Tribunale Supremo Federale, dopo un massacro di 12 persone nel Complexo do Alemão (https://bit.ly/3hnTYpo).

Nei territori mapuche, del Cile, è aumentata la repressione, con l’attivazione da parte dello stato di gruppi paramilitari composti da agricoltori, che occupano terre usurpate alle comunità  (https://bit.ly/31njy8w).

Tre considerazioni finali:

La prima è che la violenza contro quelli in basso è aumentata in tutta la regione, con governi di destra, come in Colombia, Cile e Brasile, e con governi “progressisti”, come in Argentina e Messico. È, pertanto, una violenza strutturale e sistemica.

La seconda è che le classi dominanti stanno approfittando della pandemia per rompere le resistenze al saccheggio che rappresentano i popoli in movimento. Per ottenere questo obiettivo, accelerano la militarizzazione e la guerra contro le comunità.

La terza è che solo l’autodifesa collettiva dei popoli può frenare questa offensiva. Dobbiamo aver chiaro che siamo nelle prime fasi di una vasta guerra contro i popoli originari destinata a ridisegnare la mappa del mondo, espellendo le comunità dalle loro terre per aumentare l’estrattivismo.

In questa guerra quelli in alto utilizzano eserciti statali, paramilitari, narcos e una brutale disinformazione. Noi non resistiamo alla morte con la morte. Non agiamo in modo simmetrico. La reazione dell’EZLN di fronte all’assassinio del maestro Galeano, nel maggio del 2014, ci ispira: continuare a costruire i nostri mondi, mentre resistiamo.

 

Fonte: La Jornada

L’articolo è stato tradotto e pubblicato in italiano dal Comitato Fonseca

 

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mercoledì 2 settembre 2020

Darién Wanderers: ecco il documentario sui migranti che sognano l’America - Irene Masala

 

Dieci minuti densi, capaci di farci entrare a suon di immagini, infografiche e testimonianze nella vita di migliaia di migranti che sognano l’America, quella ricca. Persone disposte a rischiare il tutto per tutto per una vita più dignitosa. E che, per questo, intraprendono un pericoloso viaggio cercando di attraversare il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale.

Ecco in anteprima Darién Wanderers (I viandanti del Darién), il documentario indipendente scritto e diretto da Irene Masala e Lucas Serna Rodas e prodotto da Utopías Project.



Darién Gap: cosa accade al confine tra Colombia e Panama

Il numero di bambini migranti che ogni anno attraversano il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale, è aumentato di oltre sette volte nel 2019. Dai 522 bambini in transito nel 2018 si è passati ai quasi 4 mila del 2019. E di questi circa il 50% aveva meno di 6 anni.

Lo riferisce l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Le persone che nel 2019 hanno cercato di passare la frontiera naturale tra Colombia e Panama sono circa 24 mila, provenienti da oltre 50 differenti Paesi, soprattutto da Asia e Africa.

«Il drammatico aumento del numero di bambini migranti che si spostano attraverso il Darién Gap sottolinea l’urgente necessità di un’azione per proteggere questi minori e garantire il loro accesso a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’acqua e l’igiene», dice Kyungsun Kim, rappresentante Unicef a Panama.

Che continua: «Ciò richiede sforzi coordinati e rafforzati da parte dei governi e degli attori umanitari sul campo per rispondere a questo flusso».

 

Dove inizia il pericoloso viaggio verso il Darién

Alcuni migranti percorrono decine di migliaia di chilometri, dal continente asiatico a quello africano, fino a Cile o Brasile, e da lì in poi dritto fino a Colombia e Panama. Alcuni riescono a viaggiare in aereo fino in Ecuador, uno dei Paesi con politiche migratorie più blande.

La maggior parte delle persone in transito proviene da Camerun, Bangladesh, India, Repubblica democratica del Congo, Nepal, Pakistan, Haiti e Ghana. Migliaia di persone in viaggio, molte delle quali hanno investito gli ultimi averi nella speranza di questa traversata.

 

Darién Wanderers, migranti in transito verso gli Usa

Questo flusso migratorio sommerso, che attraversa l’America Latina per confluire negli Stati Uniti e in Canada, è al centro del mini documentario indipendente Darién Wanderers (I viandanti del Darién), che mostra le ultime tappe del viaggio in Colombia, dal porto turistico di Turbo, in Antioquia, fino a Capurganá, piccolo paesino ormai da anni destinazione turistica nella costa nord-occidentale dell’Urabá.

I migranti riescono a muoversi dentro la Colombia grazie a un documento, chiamato salvacondotto, che gli consente di raggiungere la frontiera più vicina per uscire dal Paese nonostante non siano in possesso di documenti regolari.

Una volta sbarcati a Capurganá, i migranti devono aspettare che arrivi il coyote, la persona che li accompagnerà per una parte del viaggio attraverso la selva del Darién. Gli agenti dell’Ufficio migrazione presenti a Capurganá si occupano di controllare i salvacondotti dei migranti, ma non della sicurezza delle persone in transito.

Stando a quanto riportato da Cesar Mesa, direttore dell’ufficio Unhcr di Apartadó intervistato per il documentario, le autorità etniche alla frontiera riferiscono di un flusso giornaliero tra i 100 e i 200 migranti, per un totale superiore alle 35 mila persone l’anno.

 

Darién Gap, le foreste diventano una trappola per migranti

Il viaggio attraverso le foreste può richiedere giorni, o addirittura settimane, e un numero incalcolabile di persone muore o scompare. A oggi nessuna organizzazione operante sul luogo è stata in grado di stabilire con esattezza il numero dei migranti che hanno perso la vita nel Darién Gap.

Le foreste di Darién sono così fitte che l’autostrada Pamamericana, che attraversa il continente americano da nord a sud, deve interrompersi a Panama e riprendere in Colombia. La selva si estende infatti per 575 mila ettari ed è uno dei luoghi con la maggiore biodiversità al mondo, con 160 specie di mammiferi.

Una foresta che, negli ultimi 30 anni, è stata campo di battaglia, massacri e sequestri di civili da parte di guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, di paramilitari e narcotrafficanti.

Secondo un’indagine di Interpol e polizia colombiana, il passaggio di migranti attraverso il Darién frutta ai trafficanti circa un milione di dollari a settimana. Molti, inoltre, sono abbandonati dai coyote a metà tragitto senza più soldi, acqua né cibo. I più fortunati sono intercettati dagli agenti del Senafront, la polizia panamense che si occupa di monitorare l’area di frontiera, mentre gli altri incontrano le bande criminali che gestiscono la zona.

 

Covid-19: il nuovo coronavirus colpisce il Darién

L’applicazione delle misure sanitarie per prevenire l’ulteriore diffusione del coronavirus, compresa la chiusura delle frontiere, ha comportato una serie di cambiamenti nella mobilità di transito dei migranti.

Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), attualmente sarebbero 2.536 i migranti bloccati a Panama, la maggior parte dei quali originari di Haiti. Di questi, circa il 30% è costituito da minori e tra loro ci sono anche sei donne incinte.

Le autorità locali hanno inoltre deciso di erigere una serie di recinzioni sanitarie per controllare l’ingresso e l’uscita delle persone nella provincia del Darién e per garantire la sicurezza della popolazione locale.

 

Panama: la Corte interamericana interviene in difesa dei migranti

Recentemente la Corte interamericana per i diritti umani ha ordinato a Panama di garantire a tutti i migranti l’accesso ai servizi sanitari essenziali nei centri di detenzione. La decisione della Corte ha riguardato due centri di immigrazione nello specifico, entrambi nella provincia del Darién, nei quali si presentavano gravi situazioni di sovraffollamento e presenza di casi di Covid-19 tra le persone in stato di detenzione ingiustificata.

Il caso è stato presentato alla Corte dal Center for Justice and International Law perché lo stato detentivo dei migranti, diventato definitivo a causa della pandemia, violerebbe gli standard internazionali sui diritti umani.

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