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domenica 21 aprile 2024

SANMARIOPIO DA GOLDMAN SACHS

 

Alessandro Orsini ha pubblicato il seguente testo:

“Mario Draghi, intervenendo alla conferenza europea sui diritti sociali a Bruxelles, ha detto che intende rilanciare la competitività dell’Unione europea. Certo, alimentando una guerra con la Russia in Ucraina che ha mandato la Germania in recessione. Qualcuno può spiegarmi perché l’Italia si è rimbecillita al punto da proporre Mario Draghi come prossimo presidente della Commissione europea? Mario Draghi, nel caso in cui non fosse chiaro, si è autocandidato alla presidenza della Commissione europea con il suo discorso delirante, interpretato come un’autocandidatura persino dalla stampa pro-Draghi. Io non so più come dirlo: Mario Draghi è un grandissimo pericolo per la Repubblica Italiana e per il futuro dei nostri figli. Mario Draghi non ha nessuna autonomia; è un politico completamente telecomandato. È un uomo senza nessun contatto con le persone comuni che non pranzino a ostriche e caviale. È un uomo che ha contatti soltanto con la Casa bianca. È un uomo che ignora completamente le aspirazioni e i bisogni degli italiani, come dimostrano le sue politiche in Ucraina ai tempi in cui era presidente del Consiglio. Mario Draghi, posto in qualunque posizione di potere, implica un futuro profondamente schifoso per i nostri figli. Mario Draghi significa: 1) asservimento alla Casa bianca e moltiplicazione delle guerre, come dimostrano le sue politiche verso l’Ucraina; 2) violazione sistematica del diritto internazionale, come dimostra il suo sostegno a Israele; 3) disprezzo dell’articolo 11 della nostra Costituzione, come dimostra il suo invio di armi in Ucraina per alimentare la guerra dall’esterno anziché spegnerla con la diplomazia come prescrive la nostra Costituzione; 4) disprezzo verso la cultura pacifista a fondamento della Costituzione Italiana; 5) insulti violenti contro il movimento pacifista, che è la struttura portante della società civile italiana, come dimostra la sua frase secondo cui l’Italia sarebbe piena di “pupazzi prezzolati” dal Cremlino quando, in realtà, l’Italia è piena di pupazzi prezzolati dalla Casa bianca. Mario Draghi è semplicemente un leader politico vergognoso che ricopre l’Italia di vergogna senza uno straccio di voto nel nostro Paese. Ecco perché i suoi incarichi non passano mai attraverso libere elezioni. Draghi non viene mai eletto, viene sempre cooptato perché le persone comuni lo stimano come si può stimare una persona disprezzata. Lottate contro Mario Draghi, uomo di guerra, nemico dei nostri figli, nemico della Costituzione Italiana. Avanzi l’Italia, avanzi la pace, risorga il movimento pacifista.”

da qui

 

 

DRAGHI IL MAGGIORDOMO DI GOLDMAN & SACHS - Michele BLANCO

Mario Draghi il nemico del popolo non deve presiedere la prossima Commissione europea.

Basti ricordare: “Mario Draghi? Impossibile immaginarlo a Palazzo Chigi. È un vile affarista che venderà l’economia italiana”. Lo ha detto l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga durante la trasmissione Unomattina.(il 24 gennaio 2008, ANSA).

Rimarcando ancora quando si proponeva Draghi come presidente del consiglio: Sembra che Mario Draghi, già socio della Goldman & Sachs, nota grande banca d’affari americana, oggi Governatore della Banca d’Italia, sia il vero candidato alla presidenza del Consiglio di un «governo istituzionale». E così avrà modo di svendere, come ha già fatto quando era direttore generale del Tesoro, quel che resta dell’industria pubblica a qualche cliente della sua antica banca d’affari”. Lo afferma, in un comunicato, il senatore a vita Francesco Cossiga. (ANSA). Infatti il 2 giugno 1992, Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro saliva a bordo del Britannia (la nave dei reali d’Inghilterra) per annunciare al mondo che l’Italia era pronta a [s]vendere il suo patrimonio grandissimo e di valore assoluto di industrie di Stato. Fu fautore di una visione neoliberista, che prevede una estrema libertà di movimento dei capitali ed una finanziarizzazione dell’economia. Tutto questo ha determinato, inevitabilmente, non una distribuzione della ricchezza ma la sua concentrazione, in sempre più, poche mani.

In Italia con l’applicazione delle politiche neoliberiste il debito pubblico che agli inizi degli anni 80 era del 58% del Pil, schizzò agli inizi degli anni 90 al 120% del Pil. Convenzionalmente si ritiene che un debito pubblico del 60% è accettabile mentre debiti superiori devono portare a scelte di rientro.

Quindi, il grande debito pubblico venne generato da queste inadeguate scelte. Per rientrare dal debito, negli anni 90 si decise di dover dismettere, in verità regalare, i beni pubblici, banche, industrie ed infrastrutture. Quindi, bisogna sempre ricordarlo, uno dei principali artefici delle privatizzazioni dei beni pubblici italiani fu Mario Draghi, espressione di interessi dei grandi gruppi finanziari. Nonostante dette dismissioni, o regali ai ricchi privati, il debito pubblico è sempre più cresciuto.

Lo stesso Draghi, anni dopo, a capo della BCE ha favorito una compressione dei salari e tagli enormi dello stato sociale con precarizzazione del lavoro per avvantaggiare sempre, e solo, i grandi gruppi finanziari. Draghi in tutta la sua vita è stato sempre e solo espressione degli interessi del grande capitale. Basti ricordare il trattamento della Grecia che fu completamente privata di qualsiasi autonomia gestionale in economia, per dover soddisfare gli interessi delle banche tedesche, riducendo alla miseria e alla fame quel popolo ed alla svendita di quasi tutti i suoi beni.

Per la inutile guerra ucraina sono stanziati centinaia di miliardi di euro ma nemmeno un centesimo per il popolo Greco. Come avvenne dopo la crisi finanziaria del 2008, il sistema bancario fu salvato con denaro pubblico e questo debito fu riversato sul debito pubblico che noi tutti paghiamo.

Draghi è l’espressione di questo mondo e la sua figura a capo dell’Europa determinerà la fine di un sogno nato con il Manifesto di Ventotene. È giunto il momento di giudicare Mario Draghi e i “draghiani” come Carlo Calenda, Enrico Letta e molti altri. Draghi aveva fatto promesse agli italiani in cambio del sostegno per sconfiggere la Russia con l’invio di armi. Si era schierato contro una soluzione diplomatica. Aveva previsto la sconfitta della Russia in poco tempo, ma ha ottenuto solo che con le sanzioni alla Russia abbiamo avuto un generale aumento dei prezzi che non si vedeva dagli anni Settanta del secolo scorso. Ha favorito le grandi compagnie statunitensi che ci hanno venduto il gas a prezzi incredibilmente esagerati.

Draghi si adopererà, come sempre ha fatto, solo per difendere gli interessi di chi detiene già enormi ricchezze. Egli non farà altro che favorire le politiche di riarmo e sarà per la guerra se servirà ad arricchire i soliti ricchi. Inoltre, come sempre ha fatto, favorirà il taglio delle spese sociali e non permetterà una giusta e inderogabile distribuzione della ricchezza. Riepilogando bisogna assolutamente evitare una macelleria sociale che con la candidatura del “privatizzatore seriale” ci stanno preparando. Per fare questo vorrei ricordare a tutti che il vostro voto alle prossime elezioni europee è determinante!

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mercoledì 11 ottobre 2023

Draghi e l’Unione Europea, affondati dalla guerra - Claudio Conti, Guido Salerno Aletta

 


O Mario Draghi ha perso i suoi superpoteri oppure non li aveva mai avuti, ma l’avevano disegnato così…

A leggere la tremenda tranvata riservatagli da Milano Finanza non c’è atto, svolta, “successo”, “invenzione” di SuperMario che non abbia prodotto disastri. E da un punto di vista esclusivamente capitalistico, sia ben chiaro.

A scrivere è ancora una volta Guido Salerno Aletta, che citiamo spesso perché non è un “analista da centro studi”, ma l’ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi e tante altre cose; ossia persona che ha visto (e cogestito) incontri e scontri internazionali, trattative, misurando interessi nazionali e/o aziendali differenti o addirittura contrapposti. Un “uomo del fare”, insomma, sul versante istituzionale.

La critica esplicita a Mario Draghi, dopo la sua recente sortita sull’Economist di cui abbiamo già parlato, è insomma la traduzione quasi “divulgativa” di una insofferenza ormai generale verso un certo tipo di governance che ha prodotto la situazione attuale.

È anche, in modo indiretto, un ripudio della stagione neoliberista, della svalutazione del ruolo dello Stato a totale vantaggio delle imprese (e delle multinazionali, in specie finanziarie), del “mercantilismo” che ha dominato per quasi 40 anni in Europa e che ha sagomato – squilibrandoli oltre ogni limite – i rapporti di forza tra i vari paesi.

Di fatto, dunque, una demolizione del mito “positivo” della stessa Unione Europea, che di quella stagione è stata l’infrastruttura semi-statuale.

Più che una critica di Draghi, insomma, il certificato di morte per un ciclo giunto vicino al termine ormai quasi quattro anni fa (con la pandemia a fare da obbligatorio richiamo in vita della “centralità degli Stati e dell’interesse pubblico”), ma definitivamente seppellito con l’inizio della guerra in Ucraina e la prevalenza “istituzionale” assoluta degli interessi statunitensi su quelli “europei”.

Stati Uniti e Ue, infatti, non si somigliano affatto, al contrario di quanto dipinge la “narrazione” ultratrentennale che ancora una volta Draghi ripropone, nel classico schema per cui ad ogni “crisi” dell’Unione si può rispondere con una maggiore sviluppo-accentramento dei poteri e delle “sovranità”.

E non si somigliano per ragioni storiche, istituzionali, linguistiche. Gli “stati” d’oltreoceano hanno competenze limitate, fin dalla fondazione sono subordinati alla Federazione (per capirlo in modo “popolare” basta guardarsi un film in cui i poliziotti locali debbono confrontarsi con l’arrivo dei “federali”).

Sono insomma “regioni”, senza alcuna proiezione “nazionalistica”, se non nel tifo sportivo o nelle chiacchiere da bar.

In Europa è un’altra storia. I rapporti tra interessi consolidati – produttivi, di classe, finanziari, ecc – mantengono una loro dimensione “nazional-statuale” anche quando mascherata da anni di omaggi alla “costruzione europea”.

Non è un segreto per nessuno, ad esempio, che certe “regole” sono state adottate soltanto quando disegnate in modo da proteggere e corrispondere ai prevalenti interessi di Germania e Francia. Anche a costo – o allo scopo – di invalidare gli interessi di altri paesi membri.

Ma la rottura dell’equilibrio chiamato “globalizzazione” e l’irrompere della guerra hanno messo in moto forze prima dormienti o imbavagliate a forza. E dunque…

“Sono appaiate, ancora una volta, Germania e Francia. Se la guerra in Ucraina ha abbattuto il potenziale strategico della prima, i colpi di Stato nelle ex-colonie francesi stanno demolendo quello della seconda: il gas russo a basso costo ha mandato avanti l’economia tedesca come l’uranio nigerino ha trainato quella francese.

Ma è assai improbabile che, in queste condizioni di comune difficoltà, Berlino e Parigi deleghino a Bruxelles anche un briciolo di potere in più: in un’epoca in cui la guerra si è riaffacciata violenta sul suolo europeo, l’idea kantiana della pace universale raggiungibile mediante sempre più strette reti di accordi tra Stati torna utopica.

L’Unione serve loro come sede di negoziazione, per combinare i rispettivi obiettivi: ora, per ottenere quante più deroghe possibili per gli aiuti alle imprese da una parte, in cambio di concessioni sempre più generose e a lungo termine a favore dell’energia nucleare dall’altra.

Un’intesa la troveranno anche stavolta, Francia e Germania: hanno entrambe bisogno di autonomia, di nuove strategie, di spazio. Non hanno alcun interesse a portarsi dietro il baraccone burocratico di Bruxelles, né le sue millanta defatiganti trattative: ognun per sé.”

Le alternative, per riprendere il vecchio cammino interrotto dell’integrazione/centralizzazione nelle istituzioni di Bruxelles, sono al momento quasi fantascientifiche:

a) fine immediata della guerra, riapertura-ricostruzione dei gasdotti con Mosca, ripresa del controllo francese-europeo sul Sahel e le sue risorse, sganciamento forte dall’egemonia finanziario-militare Usa, intensificazione dei rapporti con la Cina, ecc.

b) vittoria rapida dell’Ucraina e dissoluzione della Russia.

Tante condizioni, insomma, ognuna delle quali è potenzialmente fonte di conflitti ancora più allargati.

SuperMario, insomma, è stato dipinto come un genio, ma era solo l’uomo giusto al posto giusto di una certa fase, il “volto pubblico” di interessi più “riservati” (fin dall’operazione di svendita del patrimonio pubblico italiano imbastita sul Britannia).

Anche basta, insomma…

* * * *

Draghi sbaglia: Francia e Germania faranno a meno della Ue

di Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Forse che sì, forse che no. Nel suo recente intervento pubblicato sull’Economist online, Mario Draghi ha constatato che le nuove sfide che l’Europa si trova ad affrontare, per via degli ingenti investimenti che sono necessari in tempi brevi nei settori della difesa, della transizione energetica e della digitalizzazione, trovano un duplice limite.

Per un verso, l’Europa non dispone di una strategia federale per finanziarli; per l’altro, le politiche nazionali non possono essere attivate in quanto le norme europee in materia di bilancio e di aiuti di Stato limitano la capacità dei Paesi di agire in modo indipendente.

Ma, invece di concludere che è finalmente arrivato il momento di rimuovere questi vincoli, dimostratisi non solo assolutamente inutili ma soprattutto distorsivi e patogeni in quanto hanno colpevolizzato gli Stati focalizzando l’attenzione sui loro bilanci mentre hanno lasciato sbracare i conti internazionali, commerciali e finanziari, Draghi si è lasciato andare alla consueta narrazione: servono nuove regole e più sovranità condivisa.

 

Potenziare l’Ue

L’Unione europea deve avere maggiori poteri: il richiamo alla recente legislazione federale statunitense, al Chips Act e all’Inflation Reduction Act, sarebbe la prova provata della necessità di procedere a interventi massicci, di respiro continentale: i singoli Stati americani, così come quelli europei, non hanno né le dimensioni, né le capacità di affrontare queste sfide.

Invertendo il rapporto tra strumenti e fini, si ripropone il paradigma secondo cui in Europa le crisi sarebbero benefiche in quanto possono essere superate solo attraverso un ampliamento dei poteri della Unione europea: ex malo bonum.

Gli esempi non mancherebbero: nello scorso decennio, la crisi finanziaria che a partire dal 2010 ne ha colpito i Paesi periferici, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, avrebbe avuto come positive conseguenze il pieno controllo sui bilanci pubblici da parte di Bruxelles attraverso il Fiscal Compact che imponeva il pareggio strutturale e la riduzione al ritmo di 1/20 l’anno del debito eccedente il rapporto del 60% tra debito e pil; l’accentramento presso la Bce dei poteri di vigilanza precauzionale sulle banche di rilevanza sistemica; il rafforzamento dei poteri di coordinamento dell’Eba in materie che venivano prima concordate a livello internazionale direttamente tra le Banche centrali nazionali, a Basilea, presso la Bri.

Peccato che una così dura politica fiscale e bancaria, adottata senza distinzioni di sorta in tutto il Continente, abbia avuto conseguenze catastrofiche: non solo l’abbattimento della crescita, ma la tendenza alla deflazione dei prezzi, un pericolo tremendo per le imprese e i debitori, contro cui dalla presidenza del Board della Bce lo stesso Draghi ha dovuto lottare strenuamente e senza molto successo, pur portando i tassi dei rifinanziamenti bancari a zero e addirittura fissandoli a un livello negativo per le detenzioni eccedenti la riserva obbligatoria, erogando prestiti a lungo termine senza limiti predeterminati al sistema bancario (Ltro) e attivando per la prima volta un Qe in euro senza concedersi soste.

I tassi nominali negativi sui titoli pubblici che ne sono conseguiti hanno devastato i conti di investitori e banche.

 

Il ruolo dell’Europa

L’abbattimento della domanda aggregata in Europa ha comportato la necessità di rivolgersi ai mercati esteri: è da allora che la Germania ha puntato sulla Cina, divenuta il suo primo partner commerciale e industriale.

E a chi altri avrebbero dovuto vendere le imprese italiane, se non all’estero, dopo la spaventosa recessione determinata dalla ennesima batosta fiscale decisa dal governo Monti nel 2012, che insieme tagliava strutturalmente la domanda di importazioni e il costo del lavoro?

Un intero Continente, quello europeo, era stato minato per anni dagli squilibri dei conti bancari e finanziari verso l’estero, da quelli dell’Irlanda a quelli della Grecia, a quelli della Spagna, fino all’Italia che ha invece subìto le conseguenze del ritiro immotivato e spaventoso del credito internazionale, motivato dalla necessità di coprire le perdite determinate dai default di altri.

Dopo il biennio di emergenza sanitaria, che è servito a riquotare gli Stati, per attribuire loro un ruolo pastorale e addirittura oblativo verso il popolo, la narrazione corrente individua modelli di crescita sostenibili per il Pianeta deificato, proclamando la necessità della transizione energetica verso fonti rinnovabili e la sostituzione anche del lavoro intellettuale dell’uomo con quello delle macchine informatiche: il post-umanesimo e il trans-umanesimo finalmente convergono.

Ma, pur avendo fatto dell’Europa la terra promessa del sottoproletariato globale, con salari sempre più miseri e le imprese che non hanno alcun motivo per investire, si scopre che neppure gli Stati possono sostenere questo processo: arriverà dunque, salvifica, l’Europa.

 

L’asse Francia-Germania

Ma un sistema di spese derivate non è attuabile quando la leva della finanza si è azzerata, vanificando gli strumenti di compensazione dei vantaggi tra centro e periferia che erano stati elaborati in passato, come i sinking fund: il debito statunitense ha tassi di interesse pressoché appaiati a quelli italiani, mentre i titoli emessi dalla Unione europea servono solo a tenere in piedi l’Esm.

Assai più banalmente, si dovrebbe riconoscere che l’impianto europeo è nato ed è cresciuto finora solo per il convergente interesse di Francia e Germania a determinare un assetto di potere a loro più conveniente: da Maastricht all’espansione a nord-est per incorporare i Paesi ex-comunisti fino alle solitarie passeggiate di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel che a Deauville disegnavano i destini del Continente per cercare di riparare i pasticci dell’euro.

Sono appaiate, ancora una volta, Germania e Francia. Se la guerra in Ucraina ha abbattuto il potenziale strategico della prima, i colpi di Stato nelle ex-colonie francesi stanno demolendo quello della seconda: il gas russo a basso costo ha mandato avanti l’economia tedesca come l’uranio nigerino ha trainato quella francese.

Ma è assai improbabile che, in queste condizioni di comune difficoltà, Berlino e Parigi deleghino a Bruxelles anche un briciolo di potere in più: in un’epoca in cui la guerra si è riaffacciata violenta sul suolo europeo, l’idea kantiana della pace universale raggiungibile mediante sempre più strette reti di accordi tra Stati torna utopica.

L’Unione serve loro come sede di negoziazione, per combinare i rispettivi obiettivi: ora, per ottenere quante più deroghe possibili per gli aiuti alle imprese da una parte, in cambio di concessioni sempre più generose e a lungo termine a favore dell’energia nucleare dall’altra.

Un’intesa la troveranno anche stavolta, Francia e Germania: hanno entrambe bisogno di autonomia, di nuove strategie, di spazio. Non hanno alcun interesse a portarsi dietro il baraccone burocratico di Bruxelles, né le sue millanta defatiganti trattative: ognun per sé.

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lunedì 6 giugno 2022

Mario Draghi: il massacro delle illusioni – Joe Vannelli

 

 

Là dove si trova un esercito i prezzi sono alti,

là dove i prezzi salgono la ricchezza del popolo

si esaurisce. Quando la ricchezza è esaurita il

popolo sarà afflitto da richieste fiscali pressanti.

Sun Zu, L’arte della guerra

(Milano, 1965, II, XII, pag. 119)

 

In occasione del 1 maggio 2022 è stato reso noto l’annuale rapporto Censis-Ugl e non è difficile scorgere nell’elaborazione e nella ricchezza di dati sostanziali l’insegnamento di Giuseppe De Rita, fondatore dell’Istituto nel 1964 e dal 2021 membro del Consiglio d’Indirizzo presso Palazzo Chigi. A dispetto dei suoi novant’anni al governo sentono ancora il bisogno di questo inossidabile grand commis formatosi, come Mario Draghi, presso i gesuiti, nel liceo romano Massimiliano Massimo.

 

I dati oggettivi degli studi statistici

Lo studio pone questioni oggettivamente ineludibili che, tuttavia, i nostri parlamentari si ostinano a non ritenere tali. In dieci anni, ovvero da quando un mediocre economista, Mario Monti, ebbe a varare una disastrosa riforma delle norme che regolano il rapporto di lavoro e il trattamento pensionistico (2012), invece della promessa ripresa, abbiamo registrato un crollo. La retribuzione di fatto è diminuita in modo assai consistente, la misura individuata dalla ricerca è pari ad 8,3%; questo dato, già significativo, risente ora, di giorno in giorno, degli effetti connessi all’inflazione, e in particolare all’andamento dei prezzi nel settore energetico. Oggi, dopo la cura elaborata da pretesi esperti, il 13% della popolazione italiana si colloca sotto la soglia di povertà, proprio mentre una canea di analfabeti, spacciati per studiosi e/o giornalisti, non si fa scrupolo di invocare il taglio del reddito di cittadinanza e perfino degli ammortizzatori sociali. Il rapporto del Censis pubblicato il 3 dicembre 2021 (prima della guerra in Ucraina) è implacabile: l’Italia è l’unico fra i 38 paesi che aderiscono all’OCSE – organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – in cui la retribuzione dei lavoratori è diminuita nel trentennio 1990/2020, nella misura del 2,9%. Nello stesso arco temporale si è registrato un aumento salariale del 31,1% in Francia e del 33,7% in Germania. Dunque l’alternanza dei governi di centrodestra, di centrosinistra e di tecnici non ha comportato mutamenti di rotta, con malvagia coerenza ha sempre trovato conferma l’esproprio sistematico dei salariati.

 

Con l’inflazione il dispotismo attacca

Nel corso dell’audizione alla Camera in data 27 luglio 2021 il presidente di ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha confermato (pagina 12) che è in forte crescita la povertà assoluta e non solo nelle regioni arretrate: nel nord ovest si è passati dal 5,8% al 7,9% mentre nel nord est dal 6% al 7,1%. L’allargamento della forbice caratterizza, sia pure in forma meno accentuata, anche i paesi del nord, Belgio e Olanda compresi.

Secondo le sostanzialmente unanimi diverse rilevazioni economiche già nell’ottobre del 2021 – dunque prima della guerra – l’inflazione si è posta come elemento costante, tanto da determinare un aumento dei costi di produzione industriale prossimo al 20%, con inevitabili effetti a cascata. In particolare vi è stato un incremento, clamoroso e inarrestabile, dei prezzi nel settore energetico: elettricità, gas, petrolio sono raddoppiati e le stime meno inquietanti si collocano comunque almeno sulla soglia di 80%. Nonostante il taglio drastico delle retribuzioni percepite sia dai subordinati sia dagli autonomi la rete industriale italiana fatica a mantenere il passo, così che, per la prima volta dopo molti anni, gli analisti cominciano a considerare l’eventualità, in alcuni casi, di possibile stagflazione.

L’erosione del reddito esistenziale di fatto subisce inoltre un aumento sinergico a causa del contestuale taglio degli ammortizzatori sociali, che durante la pandemia si è rilevato soprattutto in ambito sanitario, con una palese contrazione dell’assistenza. Mentre i profitti delle società farmaceutiche crescevano in progressione geometrica, sottratti già in origine al fisco e al patrimonio dei singoli stati nazionali, la privatizzazione della salute proseguiva, anche con il quotidiano ricatto di versare una tangente legalizzata o di attendere tempi biblici, con il rischio di morire prima dell’accesso al servizio.

L’attacco al precariato si pone come obiettivo quello di cancellare ogni forma di contrasto e di ribellione alla conquista dell’intera esistenza di ogni suddito, reso precario sul piano contrattuale e impaurito sul piano psicologico; il moderno capitalismo finanziarizzato si articola in forme diverse per esercitare un pieno dominio, ma ciascuna forma ha quale caratteristica comune il dispotismo politico, economico, giuridico, sociale. La guerra e la prevaricazione, la paura diffusa e l’incertezza costante, sono intrinsecamente legate, tutte, all’esercizio del comando, ne sono anzi elementi costitutivi; l’autocrazia del XXI secolo prescinde, a ben vedere, dal tiranno quale soggetto titolare di una propria autonomia, e ormai anche dalla forma stato contingente. Il potere, sempre più sganciato dall’ideologia e dalla religione, si fonda piuttosto sulla menzogna spettacolare, è capace di trasformare il falso oggettivo in vero reale, con le armi, con la comunicazione, con il denaro, con il terrore.

L’attuale governo italiano di larga intesa intende completare il percorso intrapreso colpendo le due ultime roccaforti di resistenza popolare: la casa e il risparmio della famiglia.

La casa. Il recentissimo dibattito sulla revisione degli estimi catastali si prefigge di aumentare il prelievo statale e solo un ingenuo può fidarsi della parola di un banchiere abituato, fin da giovanissimo, ad esercitare l’arte della speculazione, mentendo ai mercati. Mario Draghi non riusciva a trattenere un sorriso divertito mentre spiegava ai membri delle due Camere che la rivalutazione del valore degli immobili non si sarebbe in nessun caso concretata in un maggior costo per la vasta platea dei piccoli proprietari: non si capacitava di essere creduto! Già. In Italia, negli anni trascorsi, grazie soprattutto alla forza del movimento operaio e contadino, i meno abbienti avevano ottenuto il mattone, percepito come un bene rifugio in cui ripararsi durante i tempi grami. Come noto il nostro è il paese europeo in cui i ceti popolari hanno, in percentuale, la maggior quota immobiliare, non solo di prime case, ma anche di laboratori artigianali, abitazioni rurali o di secondo soggiorno.

Il risparmio di famiglia è un’altra caratteristica peculiare italiana. Difficile calcolarlo esattamente – gli italiani sono gente che diffida dei potenti e dello stato – ma con gli strumenti informatici nascondersi diventa ogni giorno più difficile: richiede una professionalità che solo gli speculatori finanziari possiedono in pieno. Secondo il Censis il risparmio/patrimonio si è ridotto del 5,3% negli ultimi dieci anni; i depositi ammontano comunque a 967 miliardi, una somma considerevole. I dati offerti presentano tuttavia contraddizioni evidenti, generati probabilmente dalla diversa modalità di acquisizione. Secondo ABI (la struttura bancaria) il risparmio complessivo sarebbe cresciuto del 10% fra il 2019 e il 2020, calcolandolo in 1.737 miliardi; Eurostat rileva invece un calo del 4,6% nel 2021 in confronto ai trimestri precedenti, con un taglio che non ha determinato aumento di consumi (questo vorrebbe dire che l’uso delle somme accantonate è servito per far fronte a debiti già accumulati, non per investimento).

Necessiterebbe una lettura più ragionata per comprendere meglio il significato esatto di questi numeri, apparentemente in contrasto logico, e lascio volentieri il compito a chi possiede maggiore professionalità e competenza. Rimane tuttavia – e questa è una valutazione politica più che strettamente tecnica – che si prospetta assai probabile un programma di aggressione alla quota di risparmio, nella migliore delle ipotesi per trasformare risorse inutilizzate in investimenti produttivi (magari speculativi), nella peggiore per sanare il deficit senza toccare le grandi imprese. O, forse, nell’ottica a breve termine che caratterizza il progetto neoliberista negli ultimi anni, solo per sopravvivere un altro semestre, senza curarsi della prossima generazione, magari sperando in una qualche neo-hegeliana astuzia della storia.

 

Il dispotismo di Mario Draghi

Alberto Quadrio Curzio, un valtellinese sempre attento alle cose del mondo, fu tra i primi a cogliere l’importanza della riunione romana in cui fu presentato il rapporto elaborato da Mario Draghi e Raghuram Rajan su richiesta del Gruppo dei Trenta. Il titolo era assai suggestivo: Reviving and Restructuring the Corporate Sector post Covid. Rajan era stato il governatore della banca indiana di stato fra il 2013 e il 2016; di lui ricordiamo un saggio scritto a quattro mani con Luigi Zingales, Saving Capitalism from the Capitalists, elogio senza remore del più bieco liberalismo finanziario, privo di qualsivoglia tentazione pacifista o anche solo solidaristica. Dopo la rottura con il leader nazionalista indiano Narendra Modi, Rajan era rientrato a Chicago, accompagnato dall’accusa di aver utilizzato e trasmesso, per fini propri, informazioni riservate. A Roma era presente Janet Yellen, attuale segretario del tesoro nell’amministrazione Biden; l’Italia sarebbe stato il laboratorio politico economico del nuovo corso americano, con il conferimento dell’incarico di governo a Mario Draghi. Quando il Gruppo dei Trenta propone – la sede è a Washington – e il governo USA approva, i parlamentari italiani debbono eseguire, limitandosi di volta in volta a ripartire i voti fra una maggioranza richiesta e un’opposizione che, per decoro istituzionale, deve, almeno apparentemente, esistere. Il presidente emerito dell’Accademia dei Lincei, professor Quadrio Curzio, nel suo acuto commento del 16 dicembre 2020, mostrò di aver perfettamente compreso l’ormai prossimo procedere degli avvenimenti politici, in Italia e in Europa. Neppure due mesi dopo, il 13 febbraio 2021, il nuovo esecutivo prestava giuramento preparandosi a realizzare quanto deliberato out there. I rappresentanti dei lavoratori italiani, nelle due Camere, negli enti territoriali, nei sindacati, si guardarono bene dal lottare contro e perfino dal protestare con troppa energia. Un po’ per interesse, un po’ per codardia, ma soprattutto per mancanza di prospettive concrete e di seguito nel territorio. Si sono guadagnati sul campo il disprezzo con cui vengono trattati.

 

La strage delle illusioni

In un breve saggio scritto nel 1824 (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani) Giacomo Leopardi notava che l’ambizione può aver varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo nobile, troppo forte e viva perch’ella possa aver luogo nella piccolezza delle idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico della società … e la gloria è un’illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la strage delle illusioni.

Da ormai tre mesi il tema della guerra è dominante. Prima dell’invasione russa in Ucraina lo scontro epocale che caratterizzava la cronaca italiana era fra presunti sì vax e presunti no vax; ora la contesa riguarda i difensori della libertà democratica (la NATO) e i paladini dell’autocrazia (Putin). A ogni facchino/a precario/a del settore logistico e a ogni addetto/a all’inserimento dati nel gran mare telematico immateriale viene chiesto di schierarsi; il quesito è presentato con tale impeto che riesce difficile evitare una risposta, e molto spesso, pur di farla finita, si risponde con la pancia, magari a casaccio, in ogni caso senza convinzione.

La resistenza presuppone la caduta del governo e la sua sostituzione con altra struttura istituzionale controllata dall’occupante; sicuramente fu il caso francese durante la seconda guerra mondiale, quando i ribelli guidati da De Gaulle si unirono all’opposizione socialcomunista per rovesciare il governo di Vichy. E sicuramente non è il caso della repubblica Ucraina, visto che il governo rimane in carica. La Russia è attaccante, dunque l’Ucraina è resistente: non c’è dubbio. Ma si tratta di uno scontro fra due eserciti di mestiere, entrambi con una quota di coscritti arruolati a forza e con un supporto di mercenari (chiamati con eufemismo volontari); i rispettivi comandanti non hanno mai inteso mettere in discussione la fedeltà ai rispettivi presidenti. I russi, a differenza del nostro Manzoni, non coltivano il vero per soggetto e chiamano liberazione quella che gli ucraini denunciano come invasione; non c’è dubbio che in base alle vigenti norme del diritto internazionale gli invasi abbiano sempre ragione. Ma insurrezioni, rivoluzioni e conquiste tendono, per loro natura, a rifiutare le regole, preferiscono senza dubbio sottrarsi ad esse; non per caso Russia, America e Ucraina si sono rifiutate fino ad oggi di riconoscere le decisioni del TPI, il Tribunale Penale Internazionale. Usando le norme internazionali vigenti (peraltro spesso disconosciute dagli Stati) quale criterio tecnico giuridico per la risoluzione delle controversie territoriali, dovremmo ri-disegnare la geografia politica del pianeta, cosa per nulla agevole e anzi probabilmente impossibile. Israele dovrebbe restituire il Golan alla Siria? In Somalia a chi assegnare territori vasti come Puntland o Galmudugh?

In realtà Israele sostiene, ad esempio, la piena legittimità della presenza in Golan sulla base di una articolata sequenza di ragioni politiche (la cui validità è negata dalla Siria) così come il Puntland fonda la propria, non riconosciuta, autonomia su una sorta di diritto naturale. Il conflitto fra giusnaturalismo e positivismo giuridico dura fin dalla notte dei tempi. La distinzione fra aggredito e aggressore è certamente suggestiva, e altrettanto certamente non priva di importanza; ma non risolve il problema connesso alla guerra e le grandi potenze non hanno mai deciso, in concreto, chi sostenere sul solo rilievo di chi avesse preso l’iniziativa. La letteratura militare è ricca di testi sulla guerra preventiva intesa come guerra difensiva; una giustificazione teorica si trova sempre per ogni azione.

Ucraina e Russia vogliono entrambe il possesso e il controllo sulla Crimea e sul Donbass; la prima per la posizione strategica, il secondo per i giacimenti di gas, petrolio e altre ricchezze del sottosuolo. Non intendono rinunziare a questa formidabile opportunità, e si trascinano dietro i rispettivi oligarchi (più banalmente: imprenditori avventurosi e avventurieri) i quali, negli anni, hanno accumulato fortune immense sfruttando la manodopera e depredando le comunità. La messa in scena spettacolare dei princìpi universali più diversi è solo un espediente per nascondere la realtà di una guerra per le risorse e per il controllo di un mare.

Mario Draghi è schierato con gli Stati Uniti, con la NATO, con le banche occidentali, con i suoi amici di sempre. Non cerca gloria e non cerca libertà; il suo interesse è rivolto esclusivamente al bottino, l’unico fascino cui, fin dall’infanzia, si mostra costantemente sensibile, con lodevole coerenza. Quest’uomo è andato oltre l’ormai superata etica protestante descritta da Max Weber; l’ha rinnovata con il cattolicesimo meticcio di Biden, un misto di liberismo e di Santa Inquisizione, forgiato nelle parrocchie del Delaware. Il capitalismo di Putin si prefigge lo stesso obiettivo. Per mettere le mani sul medesimo bottino non esita ad invocare i sacri valori del cristianesimo ortodosso, la tradizione imperiale zarista, perfino le imprese dell’Armata Rossa.

Nella incessante ricerca del profitto, inteso come bene Supremo, Putin, Biden, Draghi e Zelensky hanno ucciso i valori; piegando alla moneta democrazia e libertà si sono macchiati di un crimine, la strage delle illusioni.

 

La legislatura si avvia a conclusione

Piuttosto in sordina la legislatura si avvia verso la naturale conclusione e nelle file dei partiti monta un sordo rancore, si moltiplicano i complotti, si preparano le risse. Il taglio al numero di parlamentari alimenta il clima di sospetto e di congiura, senza che ad oggi sia stato possibile risolvere la questione della legge elettorale, fra le due ipotesi del maggioritario e del proporzionale. Le ormai vicine elezioni amministrative non sembrano sufficienti, comunque vadano, a determinare la scelta. Nel frattempo i due rami del Parlamento vivacchiano rassegnati alla loro irrilevanza, chiamati solo a ratificare le decisioni del Gruppo dei Trenta e della Commissione, trasmesse con arroganza da Mario Draghi senza consentire modifiche o, tantomeno, rifiuti. Quando una forza di maggioranza abbozza forme di protesta provvede la cosiddetta opposizione al salvataggio dell’Esecutivo; davvero la cabina di comando può contare su larghe intese.

I risultati del 2018 erano stati, in una certa misura, sorprendenti. Il primo governo Conte, definito gialloverde, si chiuse con una rottura, ma, a differenza di quanto sperava il gruppo dirigente leghista, non portò ad elezioni anticipate. Seguì invece il secondo governo Conte, definito giallorosso, con maggioranza nuovamente risicata, ma unita grazie al collante di un imprevisto, la pandemia. E si caratterizzò per l’introduzione del meccanismo tecnico giuridico di leggi delega, decreti legge convertiti mediante apposizione della fiducia e decreti ministeriali. Questo metodo di governo, a modo suo innovativo, ha creato un precedente che sarà nel prossimo futuro difficile rimuovere. Mario Draghi lo ha ereditato e ben volentieri confermato, esautorando le Camere nonostante l’ampiezza del consenso.

Dopo la pandemia anche la guerra non è sfuggita alla regolamentazione sganciata dal dibattito parlamentare, sottraendo ad ogni verifica di merito la scelta di appoggio militare alla NATO e agli USA. In assenza di voto parlamentare il Governo Draghi ha varato, a distanza di pochi giorni (25 e 28 febbraio 2022), due decreti legge di immediata attuazione (n. 14 e n. 16). Il primo disponeva (articolo 2) la cessione gratuita di mezzi non letali di protezione per le autorità governative ucraine con scadenza 30 settembre. Il secondo, tre giorni dopo, modificava radicalmente il quadro. Senza alcuna limitazione – e in assenza di riferimenti al costo o alla gratuità – il primo comma dell’art. 1 disponeva: fino al 31.12.2022 previo atto di indirizzo delle Camere è autorizzata la cessione di mezzi, materiali, equipaggiamenti militari. Una vera e propria delega in bianco, da esercitarsi a mezzo di decreti ministeriali che non necessitano più del voto parlamentare. Decide dunque il ministro della difesa, Lorenzo Guerini (PD, corrente moderata), di concerto con Luigi Di Maio (esteri, 5 Stelle) e Daniele Franco (economia, Banca d’Italia), senza rendere conto a nessuno; per aggiunta, con ulteriore innovazione, il testo con l’elenco delle armi è secretato. Quattro giorni dopo l’invasione si prevedeva dunque non una guerra lampo (come cianciano i commentatori) ma un conflitto presumibile fino al 31 dicembre (almeno dieci mesi) con impiego illimitato di forniture militari alla repubblica ucraina per la difesa del territorio nazionale. Il decreto legge n. 14 è stato poi convertito nella legge 5 aprile 2022 n. 28, assorbendo il contenuto del decreto n. 16, lasciato decadere, con salvezza dei provvedimenti adottati (l’invio di armi). Non è vero pertanto che esistano limiti, qualitativi e quantitativi, all’invio di forniture belliche in Ucraina; è vero invece che le due Camere (contro il volere dei cittadini italiani, almeno secondo tutti i sondaggi) hanno rimesso ogni decisione al ministro Lorenzo Guerini, rendendolo libero di fare quel che vuole fino al 31 dicembre 2022, quale che sia la spesa. A prescindere direbbe Totò.

In questo caotico svolgersi degli eventi non si possono neppure escludere del tutto sorprese, con elezioni anticipate entro l’anno. Ma, con maggiore probabilità, la gestione affidata dal Gruppo dei Trenta a Mario Draghi proseguirà senza incontrare altro ostacolo che il mugugno. Questo, dal punto di vista precario, è un vero peccato.

 

La caduta del governo sarebbe un fatto positivo

Il precariato italiano nulla avrebbe da perdere, anche se poco da guadagnare, in caso di inattesa crisi del governo Draghi.

La composizione attuale regge su un compromesso elaborato dal neocapitalismo finanziario, per necessità contingente: per poter completare l’opera di precarizzazione e sottomissione ai danni di un’intera popolazione lascia vivere il vecchio apparato di funzionari, di faccendieri, di gendarmi, quando occorre perfino di criminali (questi ultimi con maggiore prudenza, naturalmente). Le cariche e le provvigioni servono anche a questo; il ceto imprenditoriale emergente si è dimostrato capace di aspettare con pazienza il concludersi della transizione, si accontenta per ora del denaro senza rinunziare al sogno del potere anche formale.

L’insieme dell’apparato è ancora necessario per rendere inoffensiva l’opposizione, distribuendo con sapienza qualche buona occasione ai ribelli più utili mediante cooptazione oppure estromettendo le menti potenzialmente più pericolose. L’opera di bonifica procede con metodo; l’arruolamento dei rappresentanti eletti nel territorio, in sede nazionale o europea, sembra rassicurare la cabina di comando. Bisogna saper cogliere l’occasione, magari con maggior utile di un Bobby Seale o di una Angela Davis. Mario Draghi è un esempio, quanto a proficua riservatezza. Dal matrimonio con la discendente di Bianca Cappello (la moglie di Francesco de’ Medici) sono nati due figli: Giacomo si occupa dal 2017 di investimenti speculativi (i famosi hedge funds) per LMR Partners (2,5 miliardi) e Federica, dirigente di Genextra, attende il via libera per il fondo farmaceutico X Gen (il programma è quello di guadagnare investendo in farmaci e vaccini). Qualcuno ritiene che possa sussistere un conflitto di interesse, ma il fedele bracco ungherese conosce bene l’intera famiglia e giura che non esiste alcun pericolo; a Città della Pieve è rigorosamente vietato parlare di affari. L’unico a protestare, abbaiando, è un altro cane, ma totalmente inaffidabile: si tratta di Vernyi, il molosso turcomanno di Putin, discendente di una razza abituata ad accompagnare i mongoli durante l’invasione dell’Europa centrale.


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martedì 17 agosto 2021

A Kabul finisce la jihad occidentalista; quelle donne abbandonate dagli USA ai talebani spiegano i nostri tempi - Gennaro Carotenuto

 

 

La tragedia della capitale afgana Kabul, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro presente. La narrazione neoconservatrice del nuovo secolo americano, figlia ancora del trionfo statunitense nella guerra fredda, fu declinata nel post-11 settembre 2001 nella teoria della esportazione della democrazia in punta di baionetta.

Donald Rumsfeld, il criminale di guerra da poco scomparso, impune come impuni sono rimasti George Bush jr, Tony Blair e i loro principali complici, tuonava che fosse necessario muovere guerra a 30-50 paesi per quel disegno che rispondeva alla logica del “pensiero unico”: la supremazia, economica, militare, etica, del maschio bianco occidentale sul pianeta. Guardando indietro, con pallidissime attenuazioni nell’era Obama, se sommiamo alle guerre conclamate le “covert action”, gli embarghi che anche in queste ore impediscono perfino l’arrivo di bombole di ossigeno ai popoli che si sostiene di voler salvare, e le rivoluzioni colorate, non andiamo lontani da quei numeri angosciosi. Se al contrario, e proprio l’imminente capitolazione del governo afgano lo dimostra, contiamo il numero di “democrazie esportate” il piatto (per i popoli) piange.

L’Occidente liberal-democratico, la Washington neoconservatrice, riteneva di potere, di avere il diritto-dovere, di imporre i propri valori. Valori da imporre attraverso una jihad occidentalista, una guerra santa che chiamarono “infinite justice”, giustizia infinita. A difesa di quella guerra santa fu schierato l’intero complesso mediatico mainstream. Per anni chiunque non si uniformasse a quella narrazione bellicista era accusato di essere complice dei terroristi, Osama Bin Laden e succedanei. Nonostante le stucchevoli commemorazioni di queste ore di quelli che si accomodano sempre dalla parte della ragione, per loro Gino Strada era un terrorista. E come Gino Strada erano per esempio terroristi tutti gli indigeni latinoamericani (ho memoria, non dimentico, non perdono), dai mapuche della Patagonia cilena ai movimenti contadini, quelli ambientalisti o per l’acqua pubblica in tutto il Continente, e i governi che quei movimenti osarono esprimere come risposta alla logica unicamente mercatista della democrazia, battezzata fin dal 1989 Washington consensus.

Sappiamo bene, lo sapevamo anche vent’anni fa, quando a milioni scendemmo in piazza contro quelle “guerre infinite” (anche noi, tutti terroristi e amici dei talebani o di Saddam Hussein) che dietro il millenarismo della “fine della storia” vi fosse poco più della cultura militarista e gli interessi multimilionari del complesso militare industriale e di quello, negazionista del cambio climatico, dei combustibili fossili. In quell’invasione, in quei duemila miliardi spesi nella quasi totalità in armi, come afferma Gino Strada nel suo testamento politico, non c’era altro. Men che meno vi erano le donne che si levavano il burka, buone per un po’ di comunicazione for export, per dare una mano di vernice progre a una tradizionale guerra coloniale. Colonialismo che, come è noto, ha sempre esportato la propria civiltà a fin di bene.

Se ci fosse stato altro, oltre all’infinita ipocrisia, non avremmo tradito le masse giovanili mediorientali, almeno in parte occidentalizzate, che si sollevarono nelle primavere arabe. Saremmo state dalla loro parte e non avremmo continuato a tenerci il sacco a vicenda con classi dirigenti vili, corrotte, violente, oscurantiste e all’uopo terroriste. La viltà di George Bush padre, che dopo la prima guerra del Golfo, tradì gli sciiti iracheni dopo averli indotti a sollevarsi contro Saddam Hussein, è stata in questi anni ripetuta su infiniti scacchieri. Quelle migliaia di uomini e donne afgani abbandonati nelle mani dei talebani, e che nella migliore delle ipotesi si trasformeranno in novelli “boat people” vietnamiti (oggi indesiderabili, ma questo è un altro tema), sono solo l’ultimo caso di un Sud globale che ormai sa che proprio chi crede alla retorica della democrazia occidentale sarà il primo a essere tradito da questa.

Eppure oggi sui giornali leggiamo l’ennesimo ribaltamento della realtà. Di fronte a quella che è una sconfitta esiziale tanto militare come politica degli Stati Uniti d’America (e a cascata dell’Europa) gli editoriali dei difensori a oltranza di una impresa indifendibile hanno il cattivo gusto di sostenere che, se vent’anni di intervento militare non sono bastati, allora oggi è giusto lasciare gli afgani (le donne afgane, sulle quali tanta retorica è costruita anche in queste ore) al loro destino. Come nelle narrazioni sul nostro Mezzogiorno, non siamo noi a essere scappati via col bottino, solo loro a essere irredimibili. E quindi, così come andammo generosamente ad aiutarli, così adesso li abbandoniamo al loro destino, restando sempre e comunque dalla parte della ragione.

Mi si consenta una chiosa che meriterebbe ben altra trattazione. Chi scrive coincide che una serie di fenomeni della nostra epoca, quelli sopra ricordati, il tramonto necessario dell’epoca dei combustibili fossili connessa al cambio climatico, la stessa pandemia del Covid, siano linee di faglia che attestano la fine di cinquecento anni di supremazia dello spazio nordatlantico e delle culture che vi insistono sul pianeta. Accade, è noto, in favore di quelle dell’Asia orientale, la Cina in primo luogo, il cinismo della quale è innegabile e indifendibile su innumerevoli scacchieri, incluso quello afgano. Se non è desiderabile, personalmente non lo desidero affatto, un “secolo cinese”, è innanzitutto necessario ammettere che il nuovo secolo americano non sia mai esistito se non negli interessi di pochissimi, quegli stessi che negli ultimi trent’anni hanno prodotto la più grande concentrazione di ricchezza della storia nello stesso Occidente, contribuendo in maniera decisiva a indebolirne i regimi democratici.

Una volta di più, come anche le commemorazioni per il ventennale di Genova hanno dimostrato, chi governava sbagliava (e non in buona fede) e chi protestava aveva ragione. Ma cosa sta facendo il mondo euro-americano per convivere in pace e democrazia, proprio sulla base dei propri valori, veri, presunti, millantati, in un mondo che o è multipolare o non sarà? Un altro Occidente, che ripudi la guerra, resta possibile e necessario

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Angela Merkel ha detto che “in Afghanistan abbiamo sbagliato tutto”: e quindi, tutto come prima?

Mario Draghi assicura “l’impegno di proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”: e gli altri, le bambine e i bambini, le donne che torneranno a essere lapidate allo stadio?

dice Biden che il “nation building” (inteso come la ricostruzione del paese) e la «creazione di una democrazia centralizzata e unificata» non sono mai stati gli obiettivi della missione statunitense: come sempre, agli Usa interessa l’esportazione della (loro) democrazia (così si rubano, scusate, guadagnano miliardi di dollari), non la creazione della democrazia in quei paesi, ogni tanto anche un presidente dice la verità.

dice S. che “l’Italia non è il campo profughi d’Europa!”: è un disco rotto, come quasi tutti

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lunedì 22 febbraio 2021

c'è chi dice no a Draghi

  

“Draghi al servizio di Bruxelles, ogni democratico dovrebbe dire di no”

 

Alessandro Gilioli intervista Yanis Varoufakis

 

Ministro delle Finanze greco proprio durante la crisi finanziaria che portò Atene a un passo dalla bancarotta, Yanis Varoufakis commenta con il direttore Alessandro Gilioli l’ipotesi di affidare il nuovo Governo a Mario Draghi.

* * * *

Lei ha conosciuto molto bene Draghi quando era ministro delle finanze in Grecia. Ci può dire che impressione le ha fatto dal punto di vista umano, ma soprattutto dal punto di vista della sua visione politica?

Umanamente Draghi è come tutti gli altri a Bruxelles e Francoforte, almeno per come lo ricordo all’Eurogruppo. Politicamente è al servizio dell’ordine finanziario. Tecnicamente è molto capace, e ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment. In questo senso è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino, e di fingere che il Recovery Fund è veramente la salvezza dell’Italia. Mentre non è altro che un pacchetto di debiti.

 

Quindi lei ritiene che abbiano ragione quelli che dicono che in Italia non abbiamo la Troika, perché ce la siamo fatta da soli. È Draghi stesso la Troika in casa?

Non sarebbe la prima volta, è già successo con Mario Monti, un altro uomo intelligente il cui governo tecnico ha agito come voleva la Troika, altrimenti sarebbe arrivata la Troika vera e propria. E’ così che che le cose funzionano nell’Eurozona, specialmente nei paesi vicini alla bancarotta, quelli che non sono sostenibili all’interno di questa unione monetaria, dove le decisioni politiche vengono dettate dall’estero, dai centri del potere finanziario e con il supporto entusiasta delle oligarchie locali, greche o italiane che siano, contro la grande maggioranza delle persone, del popolo.

 

D’altra parte molte persone esaltano la competenza di Mario Draghi. Molti dicono “è così qualificato, competente, prestigioso. Molto meglio del ceto politico che finora abbiamo visto in Italia”.

Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. la grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani.

 

Un’altra domanda che tutti si fanno è che cosa farà Draghi. Se è di destra o di sinistra. Se toccherà le pensioni, se toccherà il welfare. Se darà soldi alle aziende e come spenderà i soldi del Recovery Fund. Lei cosa ne pensa?

Draghi non sarà autonomo, come non lo era l’ex premier Monti. Dovrà riferire a partiti che ormai sono degli zombie ma soprattutto a Bruxelles e Berlino. Potrebbe anche avere una sembianza abbastanza keynesiana e socialdemocratica, in pubblico magari incolperà perfino Bruxelles, Francoforte e Berlino di non sostenerlo abbastanza, ma eseguirà tutti i loro imperativi.

 

Se lei fosse un membro del Parlamento italiano e si trovasse di fronte all’alternativa tra Draghi e le elezioni, nelle quali probabilmente vincerebbe l’estrema destra, lei cosa farebbe?

Come democratico, voterei sempre contro un tecnocrate come Mario Draghi, è essenziale che noi difendiamo il diritto delle persone di scegliere chi le governa. E oltre a questo devo dire che personalmente ricordo bene quando Draghi è stato decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles. Penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo.

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Draghi e il fragoroso silenzio su Regeni - Alberto Negri

 

Per il neo primo ministro la nostra politica estera, fuori dell’europeismo e dall’atlantismo, si liquida con otto righe. Ignorata la Libia, dimenticato l’Egitto. Forse passerà le patate bollenti a un Di Maio estromesso dall’Europa

 

Visto da Draghi il mondo è vicino e lontano allo stesso tempo. Molto vicino a Berlino, alla Bce di Francoforte e alla Merkel che insieme alla Francia, sono l’ancoraggio, un po’ traballante un verità, di questa Italia a due sole velocità, europeista e atlantista fino allo spasimo.

La Merkel tra l’altro a settembre lascia il posto di cancelliere e non è detto che la costruzione europea regga bene, visto che lei, come ben sa Draghi da capo della Bce e salvatore dell’euro, ne è stata il condizionamento ma anche la colonna portante.

Il mondo visto dal «banchiere di tutti» è lontano quando ci si allontana dall’asse Berlino-Parigi. Nel suo discorso al senato il resto del mondo, dal Mediterraneo ai Balcani, ha meritato l’altro giorno soltanto otto righe. Anzi sul caso Regeni (e su Zaki) che scuote da cinque anni i governi e l’opinione pubblica è calato il silenzio più totale. Un bel silenzio non fu mai scritto dicono i saggi ma nell’ufficio studi del presidente del Consiglio deve essere successo qualche cosa: o non hanno letto i giornali negli ultimi tempi, oppure l’hanno fatto apposta.

Insomma per Draghi la nostra politica estera, fuori dell’europeismo e dall’atlantismo, si liquida con otto righe. Mica tanto in un discorso durato un’ora.

È vero che non si può entrare troppo nello specifico ma visto che si è dilungato a parlare persino degli istituti tecnici non si vede perché si debba ignorare il caso dell’Egitto, di Giulio Regeni e di Zaki.

Il caso Regeni, con la Libia, costituisce il problema irrisolto di tutti i governi negli ultimi cinque anni. Non solo: la procura di Roma ha accertato la responsabilità in giudizio della polizia e dei servizi egiziani che hanno torturato e ucciso un cittadino italiano mentre il Cairo ci sta costantemente umiliando negando la sua collaborazione e prendendo in giro sia l’Italia che la sua magistratura. Questo silenzio di Draghi è tanto più rilevante in quanto lo stesso premier ha menzionato le violazioni della Russia sui diritti umani.

Come diceva Andreotti, citando un Papa e un cardinale, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina. Forse Draghi vuole scaricare la patate bollente del caso Regeni e di Zaki, lo studente egiziano di Bologna detenuto ingiustamente, al ministro degli Esteri Di Maio, che non potendo toccare palla in Europa e probabilmente fortemente limitato dal nuovo consigliere diplomatico di Draghi, l’esperto ambasciatore Mattiolo, verrà mandato in giro per il Mediterraneo e i Balcani.

Certo che questo silenzio su un caso che ha scosso e continua a scuotere l’opinione pubblica italiana qualche pensiero malevolo lo solleva. Forse – ma è solo un’ipotesi – Draghi non vuole mettere in pericolo le nostri forniture di armi (10 miliardi di euro di contratti) con il generale e dittatore Al Sisi.

Le guerre probabilmente sono collocate per Draghi in un mondo remoto lontano dagli ovattati corridoi delle banche che di solito frequenta: qualcuno dovrà spiegargli che in violazione delle nostre stesse leggi stiamo vendendo jet da addestramento della Leonardo a un Paese in guerra come l’Azerbaijan che con la Turchia e il sostegno di Israele ha aggredito l’Armenia. Draghi, gesuita di vaglia, cita il Papa ma si dimentica dei cristiani. Strano.

L’impressione è che con il banchiere di tutti noi siamo molto più che atlantisti, siamo schierati con gli Usa, naturalmente, la potenza occupante, ma anche con il Patto di Abramo tra Israele e gli arabi del Golfo che finanziano a piene mani l’Egitto e ci compra le armi. Non una grande svolta. Il silenzio di Draghi su Regeni è già fragoroso.

 

(da il manifesto)

 

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La selezione naturale - Massimo De Angelis

 

Una civiltà è la meta-cultura di un tempo e designa i modi di relazione dominante al fine della riproduzione sociale. La pandemia è solo l’ultima delle rivelazioni di come la pratica civilizzatrice del capitalismo sia un modello di riproduzione sociale e ambientale violento, discriminatorio e distruttivo. La designazione di Mario Draghi a presidente del consiglio non sarà certamente l’occasione per cambiare modello. Al contrario, corona il capitale finanziario a guida del capitale in generale, in una fase critica attraversata da domande fondamentali e tensioni sociali profonde non solo per il destino dell’accumulazione capitalistica ma anche della sua modalità civilizzatrice.

Come ci ha fatto notare un recente articolo di Marco Bersani su il manifesto, Mario Draghi è parte del Gruppo dei 30, un think tank internazionale composta da grandi capitali finanziari e personalità come Yi Gang (governatore della Banca Popolare della Cina), o Janet Yellen (di recente nomina a segretaria del tesoro dal presidente Biden). Il Gruppo dei 30 ha stilato un rapporto su come affrontare il dopo pandemia, presentato dallo stesso Draghi in un video sul sito del gruppo. Quello che mi interessa sottolineare di questo rapporto è la questione della solvibilità di imprese e settori del dopo pandemia, e della necessaria selezione che si dovrà operare per distribuire le risorse del Recovery Plan.

Nel Recovery Plan europeo — e la stessa logica si può applicare anche a quello di Biden — non ci saranno soldi per tutti, occorrerà scegliere una strategica. Non c’è dunque solo la questione della priorità tematiche del Recovery (conversione ecologica, digitalizzazione etc.), ma anche l’esigenza di stabilire criteri per selezionare quali imprese riceveranno aiuti e quali invece saranno lasciate andare in fallimento. Sì, perché se fino ad ora la crisi si è manifestata come crisi di liquidità, si sta entrando ora nella prospettiva di crisi di solvibilità: la recessione economica innescata dalla pandemia, ha portato il mondo delle imprese (piccole o grandi che siano), a stratificarsi in livelli diversi di vulnerabilità finanziaria attraverso l’accumulazione di debiti insostenibili. Su quali basi selezionare quelle da aiutare e quelle no? Sulla base del loro percepito contributo alla ripresa della crescita. Non è più questione di prendere tempo provvedendo liquidità alle imprese in difficoltà, ma bisogna focalizzarsi su “questioni strutturali e sulla solvibilità” e sulla “salute di lungo periodo del settore delle imprese”. Questo significa che occorre cambiare approccio: “da misure generali dobbiamo spostarci su misure con obiettivi precisi che permettono di stabilire una nuova allocazione delle risorse”.

Questa dovrà essere effettuata privilegiando le risorse più “produttive”, cioè quelle che permettono di aumentare competitività e ridurre lo spettro dell’insolvenza. E per il Gruppo dei 30 “è critico in questa fase che la politica pubblica si orienti verso una forte ripresa economica”. E come si garantisce la ripresa economica? Lasciar fare agli esperti, cioè “prendendo vantaggio delle capacità del settore privato laddove esistono, al fine di sfruttare le scarse risorse pubbliche e fare utilizzo delle competenze del settore privato per valutare la fattibilità delle imprese”. Selezionare chi sta dentro e sta fuori, scegliere dove andare, dove investire risorse ed energie sociali, cosa fare, è il passo principale di costruzione del nostro mondo, della nostra realtà. Selezionare è operare una distinzione, è creare il mondo nel quale si vive e si coopera, è distinguere chi sta dentro e chi sta fuori, ciò che noi stabiliamo cosa è bene in dati contesti e ciò che è male. Secondo il Gruppo dei 30 questa selezione non la deve fare la moltitudine attraverso un dibattito pubblico e strumenti (vecchi o nuovi) di rappresentanza politica, in un contesto di una molteplicità di crisi sociali, violenze, diseguaglianze, indegnità e collasso ecologico. La deve fare lo stesso algoritmo sociale che ci ha portato a devastanti crisi sociali, al collasso ecologico e al contesto per l’esplosione pandemica: il mercato.

Diamo dunque in mano al mercato la scelta strategia di dove investire sul nostro futuro, come se non ne avessimo avuto abbastanza. Questa sarà la politica di Mario Draghi. E sebbene sia “legittimo” che molti paesi vogliano rispondere con politiche strategiche “come l’ecologizzazione dell’economia economia o la digitalizzazione”, è anche importante “un attento bilanciamento del desiderio di dirigere il processo di cambiamento contro la necessità di evitare di imporre vincoli eccessivi alle imprese in difficoltà o un’allocazione un’allocazione troppo ristretta del sostegno in troppo pochi settori o imprese specifiche”. In altre parole, se fanno profitti, anche se sono produzioni dalla bassa utilità sociale o ad alto impatto ambientale, lasciateli vivere e prosperare. E nella misura in cui ci sarà cogestione, ci sarà contrattazione sociale, si faranno sedere insieme rappresentanti sindacali e industriali, associazionismo socio-ambientale e politici, tutto ciò servirà non a definire scelte strategiche (quelle lo fa il mercato sulla base di considerazioni non sociali e ambientali, ma puramente economiche di crescita del PIL e dei profitti), ma a cercare di garantire una pace sociale affinché si lasci lavorare il mercato per operare quelle scelte strategiche.

No, in questo approccio non c’è risonanza con i desideri e le speranze del comune. Si selezionerà a quale imprese dare soldi e quali no, secondo criteri di prospettive di crescita e competitività e non di utilità sociale e ambientale. Una vecchia logica che i poteri forti del capitale hanno la faccia tosta di ripresentare. Le imprese che saranno giudicate insolventi, saranno mandate sotto, con gravi conseguenze occupazionali. Le imprese che riceveranno finanziamenti sulla base della loro futura competitività, saranno incoraggiate a innovare e ad aumentare la produttività, il che vuol dire che l’occupazione indotta, se non cala, non crescerà neanche in maniera significativa. Eccoci dunque che ci troveremo con gli stessi problemi di oggi ma ingigantiti ulteriormente: crisi occupazionale e di welfare, meccanismo economico di polarizzazione del reddito (competizione), e crisi ambientale dovuta alla natura estrattiva della competizione economica.

In questo contesto, la battaglia per un reddito di base universale è centrale. Ma anche una battaglia su cosa significhi veramente democrazia e libertà, perché affidare scelte fondamentali per la vita e la riproduzione sociale al mercato non è proprio parte di una concezione virtuosa né della democrazia né della libertà.

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La distruzione creativa - Marco Bersani

Figure mitologiche antichissime, i draghi da sempre incutono timore, sia che simboleggino la saggezza e la nobiltà come nelle culture orientali, sia che rappresentino i divoratori del mondo come nelle culture occidentali.

Non sorprende dunque che anche il contemporaneo Mario Draghi faccia riemergere un timore ancestrale, paradossalmente espresso dalla schiera dei suoi adulatori: come spiegare altrimenti le costanti sottolineature del lato umano della persona “che ha avuto un attimo di commozione al momento dell’incarico” o “che al liceo passava i compiti ai compagni”?

Lo stesso meccanismo si riproduce intorno al dilemma su che farà Draghi da capo del governo.  Non dovrebbe essere difficile immaginarlo, dato il curriculum del “nostro” e una lineare carriera al servizio dell’espansione dei mercati finanziari nella società; invece, anche qui, assistiamo alla spasmodica ricerca del dettaglio di discontinuità, tra chi sottolinea la laurea di gioventù con Federico Caffè e chi, improvvisandosi archeologo, rintraccia la riga del tal articolo, da cui traspare un’attenzione al destino dei poveri.

Per capire cosa ci aspetta, può essere utile rifarsi all’ultimo rapporto -dicembre 2020- del “Gruppo dei Trenta”, organizzazione privata formata da importanti economisti e finanzieri internazionali, tra  i quali Mario Draghi.

Il rapporto parte dall’aumento del debito delle imprese, reso esponenziale dagli effetti della pandemia, e dalle conseguenti difficoltà del sistema bancario, che si ritrova stracolmo di crediti deteriorati.

Che fare dunque, secondo l’autorevole pensatoio? Il compito del pubblico dev’essere il sostegno al sistema finanziario, attraverso la creazione di istituti ad hoc (bad bank), sui quali convogliare i crediti inesigibili delle banche, in modo che queste possano sostenere la ripresa dell’economia.

Ripresa che non dovrà essere indiscriminata, bensì affidata alla “distruzione creativa” del capitalismo, in base alla quale solo le imprese redditizie dovranno essere sostenute, abbandonando le altre al loro destino.

A chi sarà affidato il compito di giudicarne la redditività? Al mercato, ça va sans dire. E che ne sarà delle centinaia di migliaia di persone che perderanno il lavoro? A loro il rapporto dedica una riga (per la gioia degli archeologici adulatori) per proporre interventi generici di riqualificazione.

Proviamo in poche righe a immaginare un altro scenario, che parta dalla crisi epocale provocata dal cambiamento climatico e dalla diseguaglianza sociale: l’intero sistema produttivo andrebbe rivoluzionato per mettere agricoltura, industria e terziario al servizio della cura del pianeta, della società e delle persone.

Anche questo scenario comporterebbe una distruzione creativa, (chiusura di attività nocive e apertura di attività ecologicamente e socialmente orientate) ma di segno diametralmente opposto: sarebbero le collettività e non il mercato a decidere ‘cosa, come, dove e perché’ produrre, mentre il sistema bancario e finanziario, socializzato, sarebbe messo al servizio dell’interesse generale e la garanzia di un reddito di base per tutte le persone permetterebbe una transizione veloce e condivisa.

Solo fantasticherie? La cifra del governo Draghi rappresenta un salto di qualità dei poteri finanziari con l’obiettivo di imporre tre direzioni di marcia: drenare tutte le risorse pubbliche a favore delle imprese competitive sui mercati internazionali, creare le premesse per il ripristino prima possibile della gabbia del debito e delle politiche di austerità, approfondire l’espropriazione di democrazia.

Se il realismo è un caldo invito a impugnare il violino e accomodarsi sul ponte del Titanic, è questo il momento di immaginare e di agire per la vita e la sua dignità.

 

*articolo pubblicato su il manifesto per la rubrica Nuova Finanza Pubblica

 

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L’impresa può tutto - Paolo Cacciari

 

Quando sento dire – e lo sento dire sempre più spesso -: “L’impresa non può guardare solo all’indice dei profitti, ma deve essere corporate responsability e avere a cuore non solo gli interessi degli azionisti e dei manager, ma di tutti i suoi stakeholders (dipendenti, fornitori, clienti, abitanti del territorio circostante presenti e futuri), al fine di generare valore sociale, servizi, saperi, cultura…”; insomma, l’impresa deve essere friendly, capace di prendersi cura direttamente del benessere delle persone, – lo confesso – mi inquieto un poco. Cosa significa? Che le imprese (aziende, società di capitali e altre forme giuridiche delle attività economiche che hanno lo scopo di produrre o scambiare beni e servizi – secondo il Codice Civile), sole o associate, sono in grado di dare risposte a tutto ciò di cui necessita la collettività? Ovvero, che ogni attività umana deve trasformarsi in impresa? Cosa, del resto, già ampiamente successa in molti settori: ad esempio gli ospedali sono diventati “aziende ospedaliere” e le Università hanno un Consiglio di amministrazione dove siedono gli “investitori” privati. Tant’è che è in uso dire: “Azienda Italia” per indicare l’intero Paese.

La conclamata “coesione sociale” – il nuovo brand che sembra abbia scelto Draghi per il suo governo -, più che tra cittadine e cittadini portatori/rici di diritti e doveri di solidarietà, è immaginata tra possessori di particolari interessi “posti in gioco” sul mercato (stake), per l’appunto. Se non sei di una impresa, o se non ti sei “fatto impresa” non fai parte dello sforzo produttivo nazionale, non sei utile e quindi meritevole di pubblica considerazione. Nessuna emersione del lavoro riproduttivo e di cura domestico, nessuna compartecipazione alla redditività sociale, nessun reddito di esistenza, nessuno spazio per forme di autogestione e autogoverno economico delle comunità locali, ma – se va bene – avviamento al lavoro nelle imprese ben capitalizzate.

La retorica del “nuovo tipo di capitalismo” resettato (Reset Capitalism), o reinventato (Reinventing), lanciata al World Economic Forum di Davos dal suo guru, Klaus Schwab: “Mai più profitti senza etica”, è molto accattivante: immagina un capitalismo ecologico, inclusivo, persino democratico. Ci fa intendere che potremmo fare a meno dei pesanti e opprimenti apparati pubblici e dei costosi servizi collettivi, tanto ci pensano le imprese ad assicurare (è la parola giusta che evoca previdenza e welfare privati, aziendali – appunto!) a tutti e a tutte una esistenza migliore. L’impresa e il suo ambiente vitale, il mercato, sono le istituzioni portanti dell’economia e di conseguenza delle relazioni sociali. Le altre istituzioni, pubbliche e comunitarie, se proprio vogliono esistere, seguano l’intendenza a supporto.

Come ha scritto Mario Draghi recentemente, lo stato è legittimato ad intervenire in campo economico solo in presenza di conclamati «fallimenti del mercato» (Rapporto sulle politiche post-COVID redatto dal think tank G30 fondato dalla Rockefeller Foundation). Ma c’è qualche cosa che non torna. Quando leggo che la Grande Trasformazione green e resiliente del sistema economico non può fare a meno dell’apporto attivo delle imprese (e per questo le cancellerie e le banche centrali di tutto il pianeta le agevolano con lauti finanziamenti e generose defiscalizzazioni) mi sembra una cosa ovvia, ma fuorviante, perché nasconde il fatto che è stato proprio il sistema delle imprese nel libero (deregolato) mercato globalizzato a provocare i guasti ambientali e sociali in cui siamo precipitati. La crisi climatica è solo una delle catastrofi in corso. Un’altra è quella dell’immenso debito creato dalle banche che strozza gli stati, le imprese e le famiglie (vedi, di Paolo Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, 2020). Così quando vedo i nuovi miliardari delle Big Data fare a gara, con le loro fondazioni filantropiche, per “restituire alla società ciò che la società ha dato” loro (vedi di Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo, EMI, 2020), mi viene in mente un santo ritenuto tra i precursori dell’etica capitalista, Sant’Agostino: “Dona quello che hai per meritare di ricevere quello che ti manca”.

Infine, quando vedo il capo della lobbying dell’alta finanza sommare la carica di capo di governo (senza nemmeno avere bisogno del conferimento onorifico di un seggio senatoriale) allora capisco che davvero le imprese possono tutto.

da qui

 

 

 

“Draghi al governo? Non un keynesiano ma un distruttore creativo”

 

Massimo Franchi intervista Emiliano Brancaccio

 

“Le risorse del Recovery Plan sono molto modeste rispetto all’enormità di questa crisi. Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai governi “tecnici” che l’hanno preceduto”

Professor Emiliano Brancaccio, lei è sempre stato molto critico con Mario Draghi. Non è sorpreso da un consenso così ampio per il suo governo anche a sinistra?

Questa nuova avventura di Draghi nel ruolo di premier viene presentata in base a una narrativa “tecno-keynesiana”: cioè l’idea che questa volta è diverso, che il tecnico è chiamato non a tagliare – come successo storicamente – ma a distribuire ingenti risorse. Questo contribuisce al consenso generalizzato. Ma su questa idea che Draghi incarni un’ottica di tipo keynesiano io ho molti dubbi.

 

Lei contesta che il fatto che le risorse ci siano o che Draghi le distribuirà nella maniera migliore?

Io dico che il Recovery plan ha risorse modeste rispetto ad una crisi doppiamente più grave rispetto al 2011. Se infatti prendiamo i 209 miliardi che devono arrivare all’Italia, abbiamo 127 miliardi di prestiti che – in una ragionevole previsione sullo spread – non portano oltre un risparmio di 4 miliardi l’anno.

Per quanto riguarda gli 82 miliardi a fondo perduto il problema è la copertura del bilancio comune europeo che al momento è molto al di là da venire – c’è solo l’idea di una tassa sulla plastica – e quindi toccherà agli stessi stati membri coprire come di consueto in base al proprio Pil: ciò significa che l’Italia non pagherà meno di 40 miliardi. Infine, va considerato che l’Italia anche nei prossimi anni sarà «contributore netto» dell’Ue per 20 miliardi. Dunque restano 22 miliardi netti, cioè meno di 4 miliardi netti all’anno. Insomma, tra risparmi sugli interessi e risorse a fondo perduto, saranno meno di 10 miliardi netti l’anno. Se si considera che l’Italia ha visto distruggere 160 miliardi di Pil nel 2020, è chiaro che si tratta di risorse molto modeste. Per questo dico che il governo Draghi rischia di rivelarsi non troppo diverso dai vecchi governi “tecnici” dell’austerity.

 

Il consenso, anche dei sindacati, è basato sull’impegno al dialogo sociale. Però è vero che nessuno sa cosa pensa Mario Draghi ad esempio dello stop ai licenziamenti che scade a fine marzo…

Forse però qualcosa sappiamo. In questi giorni si fa molto riferimento al Draghi allievo di Federico Caffe. Certo, alla Bce è stato keynesiamo – anche se non so se Alexi Tsipras sarebbe d’accordo – ma è sempre stato un assertore delle virtù selettive del mercato. E questo è confermato dall’ultimo documento ufficiale che ha redatto a metà dicembre da capo del comitato esecutivo del “gruppo dei 30”. In quel documento non evoca le magnifiche sorti della politica keynesiana. Tutt’altro: dice esplicitamente che le “imprese zombie” devono essere liquidate e bisogna favorire il passaggio dei lavoratori alle imprese virtuose – quindi flessibilità del lavoro. Io la chiamo una visione da «distruttore creativo» perché il passaggio dei lavoratori in un momento di crisi è piuttosto fantasiosa e nella totale assenza di una pianificazione del cambiamento non sarà indolore. Insomma, Draghi sembra uno schumpeteriano – colui che definì «la distruzione creatrice» – in salsa liberista.

 

Questo farebbe il paio con l’idea di mantenere il Reddito di cittadinanza, magari puntando sulle mitiche politiche attive per ricollocarli.

In questa logica dell’affidarsi al meccanismi selettivi del mercato, il Reddito di cittadinanza – nella forma specifica di sussidio – ci sta bene perché crea un cuscinetto temporaneo. I pericoli grossi stanno altrove: temo sarà ostile al blocco dei licenziamenti così come temo che possa promuovere una riduzione della cassa integrazione, ridimensionata verso un sussidio di disoccupazione coerente con un liberismo temperato.

 

Stessa cosa per le pensioni? Quota 100 non ha funzionato ma a fine 2021 – grazie a Salvini – si torna alla Fornero con lo scalone.

Sulle pensioni gli interessi prevalenti spingono tuttora per ripristinare la previdenza complementare e portare i lavoratori sul mercato finanziario. Così come verso un aumento dell’età di pensionamento. L’unica verità è che bisognerebbe ripristinare una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali: le pensioni future saranno così modeste che servirà un intervento fiscale oltre i contributi.

 

Maria Cecilia Guerra sul Manifesto ha sostenuto che ha una logica stare dentro il governo per condizionare le politiche che farà.

Io credo che questo tipo di “entrismo” sia sbagliato. I “tecnici” non fanno altro che accelerare la tendenza storica al depotenziamento delle istituzioni parlamentari e della esecutivizzazione del processo politico, concentrando nelle mani del governo il potere decisionale. Dubito fortemente che un’adesione, pur critica, possa condizionarne la linea.

 

Però è vero che gli esecutivi tecnici non sono mai durati molto: Ciampi 8 mesi, Monti 1 anno e mezzo. Gli si stacca la spina quando si capisce che fa cose sbagliate.

A maggior ragione meglio restare fuori. Anche perché quei governi sono durati poco ma hanno comportato cambiamenti di politica economica colossali, che ancora paghiamo.

 

Se le cose stanno così, quale prospettiva può avere la sinistra? Conflitto? Sciopero generale?

Per quanto duro sia questo periodo storico, bisogna rilanciare la lotta sociale. Non è possibile che gli unici in grado di mobilitarsi siano i rappresentanti degli interessi reazionari e piccolo borghesi. Serve che la classe subalterna si eserciti nuovamente nella lotta per il progresso sociale e civile.

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