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lunedì 19 dicembre 2022

«Stiamo vincendo» dice Pirro-Pinocchio Zelensky

…e ce lo fanno credere

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Fabrizio Salmoni, Enrico Vigna, Laura Tussi, Ugo Bardi, Giuseppe Masala, Vladimir Volcic, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Alexander Belik, Vladimir Putin, Angela Merkel, Valerio Magrelli, Tonio Dell’Olio, Vittorio Giacopini, Nora McKeon, Luigi Ferrajoli, Laura Pennacchi, Francesco Masala, Domenico Gallo, Serge Halimi, Franco Astengo, Proletari Comunisti, Gregorio Piccin e un appello per una tregua umanitaria

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Siamo disposti a morire per l’Ucraina? – Fabrizio Salmoni

Questa è la domanda che dobbiamo porci di fronte alle pressioni mediatiche della propaganda atlantista.

Abbiamo letto le ennesime dichiarazioni di Zelensky: “Almeno sei regioni sono al freddo e al buio, non abbiamo più generatori (infatti li chiediamo alla Nato), i russi ci stanno distruggendo tutte le infrastrutture e le fonti energetiche, MA STIAMO VINCENDO”. L’evidente contraddizione è un segno paradossale che quell’uomo è malato di fanatismo e prigioniero del suo ruolo di propagandista della causa e del regime ultranazionalista che rappresenta. Forse addirittura comincia a denunciare qualche scompenso mentale.

 

Tutti coloro che seguono la situazione bellica tramite le più svariate fonti indipendenti sanno che i russi stanno lentamente riprendendosi i territori nell’est che avevano perduto con la controffensiva ucraina di settembre-ottobre e che il ripiegamento tattico sulla riva sinistra del Dnieper aveva senso dal punto di vista militare per rafforzare la difesa dei confini dei territori di congiunzione alla Crimea e quindi per avere un fronte solido garantito dalla barriera naturale del fiume e posizioni da cui inchiodare gli ucraini sulle macerie di Kherson.

 

Da pochi giorni sappiamo inoltre che la Nato sta esaurendo le scorte di armi, (potete solo immaginare la quantità di armi inviate in Ucraina fin dal 2014, cioè da ben prima dell’invasione russa?), che gli americani cominciano a innervosirsi per le continue imperiose richieste, e che per bocca della Von der Layen (notizia del 30 novembre) le perdite militari ucraine ammontano a OLTRE 100.000 uomini (svista o autorevole soffiata?) (1). Sappiamo anche che è in corso un’evacuazione da Kherson di quelle poche migliaia di ucraini (10-15.000) che non hanno seguito i 120.000 oltre le linee russe, che il regime sta “incoraggiando” i cittadini a evacuare le zone invivibili (almeno sei regioni e mezza Kiev), esodi che, dicono gli analisti, potrebbero interessare almeno cinque milioni di persone verso un’Europa già sofferente per le sanzioni autoinflitte che non è pronta ad accoglierle; sappiamo che l’Ucraina è un Paese semidistrutto e già fallito finanziariamente come Stato, e avrebbe già perso la guerra a giugno se non fossero arrivate ancora armi dall’Occidente. Be’ se questo è un Paese che sta vincendo lasciamo al senso comune di giudicare.

 

Quella dello “stiamo vincendo” è una litania che i media mainstream ripetono da quando si erano eccitati per la controffensiva nell’est. A sentire loro, gli ucraini non hanno mai smesso di “controffendere”. E’ un discorso amaro quello sui nostri media (talk show compresi) che appaiono completamente asserviti all’ala bellicista della Nato e dedicati alla propaganda di guerra. Lo dimostrano diffondendo solo le veline degli ucraini, richiedendo a ogni interlocutore di premettere sempre che “C’è un Paese invasore e uno aggredito” , un mantra dovuto per avere dignità di parola, e interrompendo a ripetizione le risposte non gradite; naturalmente è vietato contestualizzare con la narrazione dei 14.000 morti nel Donbass dal 2014 provocati dalla soldataglia neonazista o dell’estensione della Nato oltre qualsiasi assicurazione precedente ai confini della Russia. Si parla della propaganda russa contrapponendola alla nostra “libera stampa” ma di fronte alle performance dei vari Mentana, Merlino, ecc. viene spontaneo pensare che la differenza sia minima tra i due sistemi di informazione. Provate voi a dire pubblicamente che forse la Russia non ha tutti i torti. Orsini ne sa qualcosa pur avendo uno status che parzialmente lo protegge. Provate a ricordare pubblicamente che la Nato nel 1999 ha bombardato la Serbia, Paese sovrano, per ben 90 giorni costringendola ad accettare l’indipendenza di una sua provincia secessionista, tanto per dirne una (2).

 

In realtà, ciò che salta agli occhi è che la guerra in Ucraina sancisce la rottura del capitalismo globalizzato e prefigura la creazione di un sistema capitalistico alternativo con l’abbandono del dollaro, la separazione delle risorse energetiche, la differente gestione delle risorse umane (leggasi sfruttamento), con conseguenti ricalibrazioni dei “valori” e perdita di influenza e potere economico dell’Occidente (Usa in testa).

Questo è quanto si vuole impedire cercando la sconfitta della Russia. Questa è la vera posta di un gioco sulla pelle degli ucraini. Un obiettivo difficilmente realizzabile nei confronti di una nazione, la Russia, che ha ampia capacità di aggregare interessi e soprattutto è una potenza nucleare che non accetterebbe una capitolazione senza reagire. Questo lo sanno tutti ma la lobby militarista europea e atlantica sembra ancora decisa a sostenere le farneticazioni di Zelensky e a tentare la carta militare fino in fondo.

E Zelensky fa di tutto per trascinarci alla guerra mondiale con le sue provocazioni (il missile in Polonia, l’interferenza in Bielorussia, i droni esplosivi sulle basi aeree strategiche russe). Fino a quando i suoi militari sono disposti a sostenerlo? Qualcuno ci potrebbe dire se c’è un qualche dissenso nel gruppo dirigente ucraino? Quanto sostegno sociale rimane al regime con un paese distrutto e la gente al freddo e alla fame (trapelano notizie di proteste popolari a Odessa)? Quanto siamo disposti noi a pagare o a morire per quel regime? Sarebbe opportuno costringerlo alla resa prima che ci pensino i suoi con altri mezzi

(1) Affermazione subito cancellata dai file del discorso a seguito di rimproveri ucraini che non hanno mai divulgato le cifre delle perdite ma che si affrettano a correggere in 10.000/13.000 perdite, cifra che nessun analista condivide. Smentendo lo stesso Zelensky che nei giorni della controffensiva aveva accennato a numeri “da 500 a 1000 al giorno”. Facendo la media con i giorni di guerra, la cifra della Von der Leyen si avvicina per difetto alla realtà. Del resto, un riscontro indiretto proviene dall’analisi delle rispettive tattiche delle due parti avversarie: gli ucraini attaccano a folate di mezzi misti pesanti e leggeri insieme alla fanteria (battaglioni tattici) mentre i russi ne fanno strage con l’artiglieria per poi eventualmente contrattaccare quando l’attacco si sfalda o rifluisce. La prossima probabile caduta di Artemiosk (Bakmut) potrebbe essere un colpo fatale per il morale del paese.

(2) A chi è attento non può sfuggire la preoccupante sequenza di manipolazione mediatica che con il governo Draghi e la pandemia ha alzato il livello di manipolazione e controllo massifico sull’opinione pubblica. Nel nostro “libero Paese” chi si sottrae al “pensiero unico”, a torto o a ragione, viene in qualche modo penalizzato o punito.

da qui

 


La superiorità morale dell’Occidente – Francesco Masala

Tutto il mondo che critica l’Occidente ha molto da imparare.

I paesi occidentali sono un esempio per tutti e certe cose che succedono nei paesi sottosviluppati (Trump userebbe un’altra parola) in Occidente non potrebbero mai succedere.

Solo due esempi.

Nei paesi occidentali un presidente non potrebbe mai avere un figlio invischiato in affari poco chiari (Trump userebbe un’altra parola) in paesi specchio della trasparenza e della democrazia. Non potrebbe mai, ma se così fosse si dimetterebbe da qualsiasi carica istituzionale, per vergogna, per onestà, per dare un esempio morale.

Nei paesi occidentali un ex presidente non potrebbe mai raccontare che l’Occidente, la Nato, l’Europa, gli Usa non rispettano gli accordi di pace (di Minsk), di cui erano garanti, ma anzi hanno fatto di tutto per costringere la Russia a fare qualsiasi cosa, magari un’invasione. Non potrebbe mai, ma se presa dalla sindrome di Cossiga, per cui qualche verità esce fuori, per togliersi qualche macigno dalla scarpa, allora, se così fosse, la guerra dell’Occidente contro la Russia terminerebbe domani, per la vergogna, per decenza, perché il mondo morale dell’Occidente è superiore a qualunque altro, addirittura nella galassia.

L’Occidente è il migliore dei mondi.

Finché dura.

 

 

Accordi di Minsk e ruolo della Germania. La risposta di Putin ad Angela Merkel

Il presidente russo Vladimir Putin ha definito “deludenti” le dichiarazioni dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha recentemente affermato che gli accordi di Minsk del 2015 sono stati “un tentativo di dare tempo all’Ucraina”.

“È deludente. Francamente, non mi aspettavo di sentirlo dall’ex cancelliere, perché ho sempre pensato che i leader della Repubblica federale [di Germania] fossero in dialogo sincero con noi. Sì, certo che hanno sostenuto l’Ucraina, ma mi sembrava che i leader [tedeschi] volessero sempre risolvere [il conflitto] sulla base dei principi che avevamo raggiunto, compresi gli accordi di Minsk”, ha sottolineato il leader russo dopo un vertice con i leader dell’Unione economica eurasiatica.

In tal senso, ha ribadito che Mosca “ha fatto tutto bene” in relazione all’avvio dell’operazione militare in Ucraina. Ha anche ricordato che i membri del formato Normandia (Germania, Francia) ” hanno mentito” sulla loro disponibilità a rispettare quanto concordato, mentre l’Ucraina ha ripetutamente rifiutato di attenersi alle disposizioni che cercavano di porre fine al conflitto.

“L’idea era solo quella di riempire l’Ucraina di armi e prepararla per il combattimento. Vediamo, forse ce ne siamo resi conto troppo tardi. Forse dovremmo iniziare tutto questo prima [dell’operazione]. Speravamo solo che avremmo potuto concordare il quadro degli Accordi di Minsk”, ha sottolineato.

In questo contesto, ha sottolineato che si pone la questione della fiducia che attualmente “è quasi a zero”. “Come raggiungere un accordo? Cosa negoziare? È possibile negoziare con qualcuno? E dove sono le garanzie?”, sono le domande che ha posto il capo dello Stato russo. Tuttavia, ha sottolineato che alla fine ” sarà necessario raggiungere accordi” e ha assicurato che Mosca è “aperta” a tali scenari.

Cosa ha detto la Merkel?

In un’intervista pubblicata mercoledì scorso al quotidiano Die Zeit , l’ex capo del governo tedesco ha assicurato che gli accordi in questione non solo hanno dato tempo a Kiev, ma le hanno anche permesso di ” rafforzarsi, come si vede oggi”.

“L’Ucraina del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi. Come si è visto nella battaglia per Debaltsevo [un importante nodo ferroviario nella Repubblica popolare di Donetsk] all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente invadere allora. E dubito fortemente che gli stati della NATO  avrebbero potuto fare tanto quanto stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina”, ha detto.

“Era chiaro a tutti noi” che il conflitto era congelato e la questione rimaneva irrisolta, ha proseguito l’ex presidente, aggiungendo che “è stato proprio questo a dare tempo prezioso all’Ucraina “.

Vale la pena ricordare che non è la prima volta che la Merkel si esprime in questo senso. Alla fine di novembre, ha affermato in un’intervista per la rivista  Der Spiegel  che il congelamento del conflitto raggiunto con gli accordi di Minsk ha permesso all’Ucraina di diventare “più forte e più resiliente “.

  • Angela Merkel era alla guida del governo tedesco nel 2014, quando in Ucraina ebbe luogo un colpo di stato che fece precipitare il Paese in un conflitto interno. Gli accordi di Minsk sono stati firmati nel febbraio 2015 con la sua partecipazione.
  • Il 22 febbraio di quest’anno il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che gli accordi in questione non esistono più, dopo il riconoscimento delle repubbliche del Donbass, che a settembre sono entrate a far parte del Paese eurasiatico. Secondo il presidente, gli Accordi di Minsk “sono stati uccisi” dalle autorità ucraine.

(traduzione AD)

da qui


continua qui

domenica 10 ottobre 2021

Le colpe di Angela Merkel - Yanis Varoufakis

 

Il mandato di Angela Merkel sarà ricordato come il paradosso più crudele della Germania e dell’Europa. Da un lato, ha dominato la politica del continente come nessun altro leader in tempo di pace e sta lasciando la cancelleria tedesca molto più potente di quanto l’avesse trovata. Ma il modo in cui ha costruito questo potere ha condannato la Germania al declino secolare e l’Unione europea alla stagnazione.

Un declino alimentato dalla ricchezza

Non c’è dubbio che la Germania sia oggi più forte politicamente ed economicamente di quanto lo fosse quando Merkel è diventata cancelliera nel 2005. Tuttavia, le ragioni per cui la Germania è più forte sono anche le ragioni per cui il suo declino è assicurato all’interno di un’Europa in stagnazione.

Il potere della Germania è il risultato di tre enormi surplus: il surplus commerciale, l’avanzo strutturale del governo federale e gli afflussi di denaro estero nelle banche di Francoforte, come risultato della crisi dell’euro a combustione lenta e senza fine.

Mentre la Germania sta nuotando nei contanti, grazie a queste tre eccedenze, la maggior parte di tale eccedenza viene sprecata. Invece di essere pompato nelle infrastrutture del futuro, pubbliche o private, il denaro viene esportato (ad esempio, investito all’estero) o utilizzato per acquistare beni improduttivi all’interno della Germania (ad esempio, appartamenti a Berlino o azioni Siemens).

Perché le aziende tedesche, o il governo federale, non possono investire in modo produttivo questo fiume di denaro all’interno della Germania? Perché — e qui sta parte del paradosso crudele — la ragione per cui esistono queste eccedenze è che non siano investite! In altre parole, sotto il regno della signora Merkel, la Germania ha siglato un patto faustiano: limitando gli investimenti, ha acquisito surplus dal resto d’Europa e dal mondo che non poteva investire senza perdere la futura capacità di estrarre ulteriore surplus.

Analizzandone più a fondo l’origine, questo enorme surplus ha conferito potere alla Germania sotto la signora Merkel con il risultato di aver costretto i contribuenti tedeschi e, in seguito, europei a salvare i banchieri sciocchi di Francoforte a condizione di progettare una crisi umanitaria nella periferia dell’Europa (la Grecia in particolare) – un mezzo tramite il quale il governo Merkel ha imposto un’austerità senza precedenti ai lavoratori sia tedeschi che non tedeschi (in modo sproporzionato, ovviamente). In breve, i governi Merkel hanno trasferito ricchezza e potere all’oligarchia tedesca tramite bassi investimenti interni, austerità universalizzata e il mettere gli uni contro gli altri orgogliosi popoli europei. Purtroppo, questi espedienti hanno anche portato a una Germania divisa che ora sta perdendo la prossima rivoluzione industriale all’interno di un’Unione europea frammentata.

Tre episodi consentono di capire meglio il modo col quale Merkel ha esercitato il suo potere in tutta Europa per costruire, passo dopo passo, il crudele paradosso che rappresenterà la sua eredità.

Episodio 1: socialismo europeo per banchieri tedeschi

Nel 2008, mentre le banche di Wall Street e nella City di Londra crollavano, Angela Merkel stava ancora promuovendo la sua immagine di avaro Cancelliere di ferro, prudente dal punto di vista finanziario. Puntando il dito moralizzante contro i banchieri dissoluti del mondo anglosassone, ha fatto notizia in un discorso a Stoccarda in cui ha suggerito ai banchieri statunitensi di consultare una casalinga della Svevia, che avrebbe insegnato loro una o due cose sulla gestione delle finanze. Immaginate il suo orrore quando, poco dopo, ricevette una raffica di telefonate ansiose dal suo ministero delle finanze, dalla sua banca centrale e dai suoi stessi consiglieri economici, che trasmettevano tutti un messaggio insondabile: Cancelliere, anche le nostre banche sono fallite! Per far funzionare gli sportelli automatici, abbiamo bisogno di un’iniezione di 406 miliardi di euro dei soldi di quelle casalinghe della Svevia – entro ieri!

Si trattava di veleno politico. Mentre il capitalismo mondiale si stava contorcendo, Merkel e Peer Steinbrück, il suo ministro delle finanze socialdemocratico, introducevano misure di austerità per la classe operaia tedesca, ribadendo il solito mantra autodistruttivo sulla necessità di stringere la cintura nel mezzo di un’onnipotente recessione. Come poteva ora apparire di fronte ai suoi stessi membri del parlamento – ai quali per anni aveva tenuto conferenze sulle virtù dei tagli quando si trattava di ospedali, scuole, infrastrutture, sicurezza sociale e ambiente – per implorarli di firmare un colossale assegno ai banchieri che fino a pochi secondi prima avevano nuotato in un fiume di contanti? Dal momento che la necessità è la madre dell’umiltà imposta, la cancelliera Merkel ha preso un respiro profondo, è entrata nello splendido Bundestag federale progettato da Norman Foster, ha trasmesso la cattiva notizia ai suoi sbalorditi parlamentari e se n’è andata con l’assegno richiesto.

Almeno è fatta, doveva aver pensato. Ma non era ancora tutto. Pochi mesi dopo un’altra raffica di telefonate richiese altrettanti miliardi per le stesse banche. Come mai? Il governo greco stava per fallire. Se lo avesse fatto, i 102 miliardi di euro che doveva alle banche tedesche sarebbero svaniti e, poco dopo, i governi di Italia, Grecia e Irlanda probabilmente sarebbero stati inadempienti per circa mezzo trilione di euro di prestiti alle banche tedesche. Tra di loro, i leader di Francia e Germania avevano una quota di circa mille miliardi di euro per non permettere al governo greco di dire la verità; cioè, confessare il suo fallimento.

Fu allora che la squadra di Angela Merkel si diede da fare, trovando un modo per salvare i banchieri tedeschi una seconda volta senza dire al Bundestag che questo era quello che stava facendo: avrebbero raccontato il secondo salvataggio delle loro banche come un atto di solidarietà con le cavallette europee, il popolo della Grecia. E facendo pagare ad altri europei, anche i molto più poveri slovacchi e portoghesi, un prestito che sarebbe andato momentaneamente nelle casse del governo greco prima di finire ai banchieri tedeschi e francesi.

Ignari del fatto che stavano effettivamente pagando per gli errori dei banchieri francesi e tedeschi, gli slovacchi e i finlandesi, come i tedeschi e i francesi, credevano di dover farsi carico dei debiti di un altro paese. Così, in nome della solidarietà con gli insopportabili greci, la signora Merkel aveva piantato i semi dell’odio tra popoli orgogliosi.

Episodio 2: austerità

Quando Lehman Brothers è fallita nel settembre 2008, il suo ultimo Ceo chiese al governo degli Stati uniti una gigantesca linea di credito per mantenere a galla la banca. Supponiamo che, in risposta, il presidente degli Stati uniti avesse risposto: «Nessun salvataggio e, inoltre, non ti permetto di presentare istanza di fallimento!». Sarebbe stato assurdo. Eppure è esattamente quello che Angela Merkel disse al primo ministro greco nel gennaio 2010 quando questi chiese disperatamente aiuto per evitare di dichiarare bancarotta lo stato greco. Era come dire a una persona che cade: non ti darò una mano, ma non ti è nemmeno permesso di cadere a terra.

Qual era lo scopo di un doppio nein così assurdo? Dato che la Merkel avrebbe sempre insistito affinché la Grecia prendesse il più grande prestito della storia – come parte del secondo salvataggio nascosto delle banche tedesche (vedi sopra) – la spiegazione più plausibile è anche la più triste: il suo doppio nein, che è durato alcuni mesi, riuscì a infondere una tale disperazione nel primo ministro greco che, alla fine, accettò il programma di austerità più schiacciante della storia. Due piccioni sono stati così presi con un salvataggio: la Merkel ha salvato di nascosto le banche tedesche per la seconda volta. E l’austerità universale ha cominciato a diffondersi in tutto il continente, come un incendio iniziato in Grecia prima di diffondersi ovunque, anche in Francia e Germania.

Episodio 3: l’esito amaro

La pandemia ha offerto ad Angela Merkel un’ultima possibilità per unire la Germania e l’Europa. Un nuovo grande debito pubblico era inevitabile, anche in Germania, poiché i governi cercavano di sostituire i redditi persi durante il blocco. Se c’è mai stato un momento per una rottura con il passato, era questo. Il momento chiedeva che le eccedenze tedesche venissero investite in un’Europa che, contemporaneamente, democratizzasse i suoi processi decisionali. Ma l’atto finale di Angela Merkel è stato quello di assicurarsi che anche questo momento non ci sarebbe stato.

Nel marzo 2020, in un impeto di panico armonizzato dai lockdown in tutta l’Ue, tredici capi di governo dell’Unione, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, hanno posto all’Ue la questione del debito comune (un cosiddetto eurobond) che avrebbe aiutato a spostare fiorente debito nazionale dalle spalle deboli degli Stati membri all’Ue al suo insieme, in modo da evitare una massiccia austerità in stile greco negli anni post-pandemia. La cancelliera Merkel, ormai non sorprende, ha detto nein e ha offerto loro un premio di consolazione sotto forma di un fondo di recupero che non fa nulla per aiutare a sostenere i crescenti debiti pubblici nazionali o per aiutare a spingere le eccedenze tedesche accumulate negli interessi a lungo termine della società tedesca.

In tipico stile Merkel, lo scopo del fondo di ripresa era quello di fare il minimo necessario di ciò che è nell’interesse della maggioranza degli europei (compresa la maggioranza dei tedeschi) – senza farlo davvero! L’ultimo atto di sabotaggio della signora Merkel aveva due dimensioni.

In primo luogo, la dimensione del fondo di recupero è, intenzionalmente, macroeconomicamente insignificante; cioè, troppo piccolo per difendere le persone e le comunità più deboli dell’Ue dall’austerità che alla fine arriverà una volta che Berlino darà il via libera al «consolidamento fiscale» al fine di frenare i crescenti debiti nazionali.

In secondo luogo, il Recovery Fund trasferirà, in realtà, ricchezza dai più poveri del nord (ad esempio, tedeschi e olandesi) agli oligarchi dell’Europa meridionale (ad esempio, imprenditori greci e italiani) o alle società tedesche che gestiscono i servizi pubblici del sud (ad esempio, Fraport, che ora gestisce gli aeroporti della Grecia). Nessun’altro potrebbe garantire in modo più efficiente l’ulteriore intossicazione della guerra di classe dell’Europa e del divario nord-sud del fondo di ripresa della signora Merkel, l’atto finale del sabotaggio dell’unità economica e politica europea.

Lamento conclusivo

Ha progettato una crisi umanitaria nel mio paese per camuffare il salvataggio di banchieri tedeschi quasi criminali, mentre metteva orgogliose nazioni europee l’una contro l’altra. Ha intenzionalmente sabotato ogni opportunità di riunire gli europei. È stata abilmente connivente nel minare qualsiasi forma di transizione verde reale in Germania o in tutta Europa. Ha lavorato instancabilmente per evirare la democrazia e prevenire la democratizzazione di un’Europa irrimediabilmente antidemocratica.

Eppure, guardando il branco di politici banali e senza volto che si accalcano per sostituirla, temo moltissimo che Angela Merkel mi mancherà. Anche se la mia valutazione del suo incarico rimane analiticamente la stessa, sospetto che, tra non molto, penserò al suo incarico con più affetto.

da qui

martedì 17 agosto 2021

A Kabul finisce la jihad occidentalista; quelle donne abbandonate dagli USA ai talebani spiegano i nostri tempi - Gennaro Carotenuto

 

 

La tragedia della capitale afgana Kabul, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro presente. La narrazione neoconservatrice del nuovo secolo americano, figlia ancora del trionfo statunitense nella guerra fredda, fu declinata nel post-11 settembre 2001 nella teoria della esportazione della democrazia in punta di baionetta.

Donald Rumsfeld, il criminale di guerra da poco scomparso, impune come impuni sono rimasti George Bush jr, Tony Blair e i loro principali complici, tuonava che fosse necessario muovere guerra a 30-50 paesi per quel disegno che rispondeva alla logica del “pensiero unico”: la supremazia, economica, militare, etica, del maschio bianco occidentale sul pianeta. Guardando indietro, con pallidissime attenuazioni nell’era Obama, se sommiamo alle guerre conclamate le “covert action”, gli embarghi che anche in queste ore impediscono perfino l’arrivo di bombole di ossigeno ai popoli che si sostiene di voler salvare, e le rivoluzioni colorate, non andiamo lontani da quei numeri angosciosi. Se al contrario, e proprio l’imminente capitolazione del governo afgano lo dimostra, contiamo il numero di “democrazie esportate” il piatto (per i popoli) piange.

L’Occidente liberal-democratico, la Washington neoconservatrice, riteneva di potere, di avere il diritto-dovere, di imporre i propri valori. Valori da imporre attraverso una jihad occidentalista, una guerra santa che chiamarono “infinite justice”, giustizia infinita. A difesa di quella guerra santa fu schierato l’intero complesso mediatico mainstream. Per anni chiunque non si uniformasse a quella narrazione bellicista era accusato di essere complice dei terroristi, Osama Bin Laden e succedanei. Nonostante le stucchevoli commemorazioni di queste ore di quelli che si accomodano sempre dalla parte della ragione, per loro Gino Strada era un terrorista. E come Gino Strada erano per esempio terroristi tutti gli indigeni latinoamericani (ho memoria, non dimentico, non perdono), dai mapuche della Patagonia cilena ai movimenti contadini, quelli ambientalisti o per l’acqua pubblica in tutto il Continente, e i governi che quei movimenti osarono esprimere come risposta alla logica unicamente mercatista della democrazia, battezzata fin dal 1989 Washington consensus.

Sappiamo bene, lo sapevamo anche vent’anni fa, quando a milioni scendemmo in piazza contro quelle “guerre infinite” (anche noi, tutti terroristi e amici dei talebani o di Saddam Hussein) che dietro il millenarismo della “fine della storia” vi fosse poco più della cultura militarista e gli interessi multimilionari del complesso militare industriale e di quello, negazionista del cambio climatico, dei combustibili fossili. In quell’invasione, in quei duemila miliardi spesi nella quasi totalità in armi, come afferma Gino Strada nel suo testamento politico, non c’era altro. Men che meno vi erano le donne che si levavano il burka, buone per un po’ di comunicazione for export, per dare una mano di vernice progre a una tradizionale guerra coloniale. Colonialismo che, come è noto, ha sempre esportato la propria civiltà a fin di bene.

Se ci fosse stato altro, oltre all’infinita ipocrisia, non avremmo tradito le masse giovanili mediorientali, almeno in parte occidentalizzate, che si sollevarono nelle primavere arabe. Saremmo state dalla loro parte e non avremmo continuato a tenerci il sacco a vicenda con classi dirigenti vili, corrotte, violente, oscurantiste e all’uopo terroriste. La viltà di George Bush padre, che dopo la prima guerra del Golfo, tradì gli sciiti iracheni dopo averli indotti a sollevarsi contro Saddam Hussein, è stata in questi anni ripetuta su infiniti scacchieri. Quelle migliaia di uomini e donne afgani abbandonati nelle mani dei talebani, e che nella migliore delle ipotesi si trasformeranno in novelli “boat people” vietnamiti (oggi indesiderabili, ma questo è un altro tema), sono solo l’ultimo caso di un Sud globale che ormai sa che proprio chi crede alla retorica della democrazia occidentale sarà il primo a essere tradito da questa.

Eppure oggi sui giornali leggiamo l’ennesimo ribaltamento della realtà. Di fronte a quella che è una sconfitta esiziale tanto militare come politica degli Stati Uniti d’America (e a cascata dell’Europa) gli editoriali dei difensori a oltranza di una impresa indifendibile hanno il cattivo gusto di sostenere che, se vent’anni di intervento militare non sono bastati, allora oggi è giusto lasciare gli afgani (le donne afgane, sulle quali tanta retorica è costruita anche in queste ore) al loro destino. Come nelle narrazioni sul nostro Mezzogiorno, non siamo noi a essere scappati via col bottino, solo loro a essere irredimibili. E quindi, così come andammo generosamente ad aiutarli, così adesso li abbandoniamo al loro destino, restando sempre e comunque dalla parte della ragione.

Mi si consenta una chiosa che meriterebbe ben altra trattazione. Chi scrive coincide che una serie di fenomeni della nostra epoca, quelli sopra ricordati, il tramonto necessario dell’epoca dei combustibili fossili connessa al cambio climatico, la stessa pandemia del Covid, siano linee di faglia che attestano la fine di cinquecento anni di supremazia dello spazio nordatlantico e delle culture che vi insistono sul pianeta. Accade, è noto, in favore di quelle dell’Asia orientale, la Cina in primo luogo, il cinismo della quale è innegabile e indifendibile su innumerevoli scacchieri, incluso quello afgano. Se non è desiderabile, personalmente non lo desidero affatto, un “secolo cinese”, è innanzitutto necessario ammettere che il nuovo secolo americano non sia mai esistito se non negli interessi di pochissimi, quegli stessi che negli ultimi trent’anni hanno prodotto la più grande concentrazione di ricchezza della storia nello stesso Occidente, contribuendo in maniera decisiva a indebolirne i regimi democratici.

Una volta di più, come anche le commemorazioni per il ventennale di Genova hanno dimostrato, chi governava sbagliava (e non in buona fede) e chi protestava aveva ragione. Ma cosa sta facendo il mondo euro-americano per convivere in pace e democrazia, proprio sulla base dei propri valori, veri, presunti, millantati, in un mondo che o è multipolare o non sarà? Un altro Occidente, che ripudi la guerra, resta possibile e necessario

da qui


Angela Merkel ha detto che “in Afghanistan abbiamo sbagliato tutto”: e quindi, tutto come prima?

Mario Draghi assicura “l’impegno di proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”: e gli altri, le bambine e i bambini, le donne che torneranno a essere lapidate allo stadio?

dice Biden che il “nation building” (inteso come la ricostruzione del paese) e la «creazione di una democrazia centralizzata e unificata» non sono mai stati gli obiettivi della missione statunitense: come sempre, agli Usa interessa l’esportazione della (loro) democrazia (così si rubano, scusate, guadagnano miliardi di dollari), non la creazione della democrazia in quei paesi, ogni tanto anche un presidente dice la verità.

dice S. che “l’Italia non è il campo profughi d’Europa!”: è un disco rotto, come quasi tutti

da qui