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mercoledì 7 febbraio 2024

Melvill(e) – Rodrigo Fresán

Melville è proprio un miracolo della letteratura. Rodrigo Fresán racconta una storia che riguarda Herman Melville e suo padre Allan Melvill (della e che si aggiunge al cognome saprete leggendo, se siete curiosi).

si tratta di un dialogo fra padre e figlio, o, meglio, dei monologhi di Allan e Herman, a volte quasi dei flussi di coscienza inarrestabili, ed è denso di riferimenti e citazioni, anche del futuro (troverete persino Battiato, fra gli altri) e il miracolo di Rodrigo Fresán è di incastrarli così bene da non pesare un grammo nel flusso della storia (merito anche della traduzione di Giulia Zavagna).

all’inizio sembra difficile leggere il libro, ma appena si entra nel flusso di Allan e Herman non ti stacchi più, e quel delirio dell’attraversamento del fiume ghiacciato ti sembra di averlo visto davvero.

buona (melvilliana) lettura.

 

 

 

A prescindere dal fatto che i fan di Moby Dick e di Melville potrebbero impazzire per un testo del genere, come dicevo, le pagine centrali narrate dal padre sono - non ho paura di affermarlo - quanto di più bello, elegante ed evocativo letto negli ultimi anni. All'interno c'è tutto: la follia, la poesia, la speranza, la consapevolezza della morte, il mare e la terra, l'ignoto e persino il fantasioso, incarnati nella persona di Nico C. Vero è che si potrebbe attribuire il parto di questo personaggio al Delirio Bianco di Allan, ma a me piace pensare (e anche a Herman, come vedrete) che sia davvero esistito.

Si tratta di un testo che va centellinato, letto con calma, se è possibile riletto più volte. 

Melvill è un "romanzo" colto, anche snob se vogliamo, dedicato a quei lettori (per ammissione stessa dell'autore) che non leggono solamente libri "facili" o romanzi "normali". 

Una nota: splendida la traduzione di Giulia Zavagna che ha fatto un lavoro eccellente.

Lo consiglio, ovviamente, a chi è fan di Herman Melville o a chi non conosce nulla dell'autore: mi sembra un buon punto di partenza se siete lettori allenati.

da qui

 

Melvill è allo stesso tempo una biografia, spesso inventata, un romanzo gotico popolato di fantasmi e un'evocazione dell'amore filiale, che racchiude tutto il talento, l'umorismo e l'immensa cultura del grande scrittore argentino.

Un padre morente, in preda alla febbre e al delirio, racconta la sua giovinezza, il suo Grand Tour, i palazzi veneziani popolati da figure affascinanti e malvagie, la sua rovina e il suo viaggio più bello: la traversata a piedi del fiume Hudson ghiacciato. Un figlio, ancora bambino, siede ai piedi del letto, ascoltando attentamente queste ultime parole allucinate. L'opera di Herman Melville, un autore magistrale che fu incompreso, troppo avanti rispetto al suo tempo e giudicato pazzo e pericoloso da alcuni critici dell'epoca, potrebbe avere la sua origine in questo ultimo lascito del padre? Rodrigo Fresán getta uno sguardo nuovo sull'enigma della vocazione letteraria, esplorando i meandri della narrativa, che oscilla costantemente tra realtà e immaginazione.

da qui

 

Il libro è costruito a due strati, c’è una parte di testo narrativo in cui c’è la storia del padre, il suo racconto, i suoi ricordi, il suo delirio, la sua voce che dice il vero e dice il falso, ovvero non li distingue, non ne ha bisogno. Perché la storia che leggiamo è vera ma è pure inventata, e sentiamo l’eco di Fresán che nel precedente romanzo ci ricorda che "La parte inventata non è mai la parte disonesta", ma è quella che rende possibile il racconto di un fatto (ovvero la sua trasformazione) da come si è svolto a come avrebbe dovuto essere. La spiegazione tecnica e romantica del senso della letteratura. Il secondo strato sono le note corpose a piè di pagina, che sono un romanzo nel romanzo, che in un primo momento puntualizzano, commentano, chiosano, tentano di capire, attraverso la voce di Herman, ma via via che il libro prosegue entrano nel testo principale, prendendone la stessa forma e carattere. A raccontare sono così tre entità: Allan, Herman e il narratore. Nessuna di queste tre è Fresán, nessuna di queste tre non lo è.

"E, sì, è uno di quei momenti, fra tutte le strane occasioni di questa faccenda che chiamiamo vita, in cui non si può che prendere l’intero universo per un’enorme burla, con il sospetto che a farne le spese tocchi proprio a noi". Melvill è diviso in tre parti: Il padre del figlio; Glaciolocia; Il figlio del padre. Nella prima e nella terza parte si manifestano un interrogativo e anche un grande tentativo, lo scrittore che tenta la comprensione e la traduzione del padre, ovvero di scrivere l’inscrivibile. Eppure, il padre vivo e morente e fantasma e i suoi fantasmi attraversano il letto e arrivano al figlio, sciolgono i ghiacci del fiume Hudson. Allan racconta viaggi europei, storie di palazzi veneziani, avventure, incontri, personaggi misteriosi, salti nel buio, tentativi, miserie, fortune. Sogni, infine, vissuti e sognati. Rodrigo Fresán ama Melville, e coltivava l’idea di scrivere di lui da molti anni, usa il padre per andare alle origini di uno scrittore di grande talento, un incompreso del suo tempo, giudicato pericoloso, matto, strambo. Scrive di nuovo per fare letteratura e cerca il luogo, la parola, l’istante in cui nasce la vocazione letteraria di Melville e quindi di ogni grande scrittore.

Biografia inventata, racconto gotico, storia densa di humor, di commozione, di visione e di capacità di sguardo, di vedere oltre le cose. Narrazione scritta da chi non si accontenta della prima immagine o memoria disponibile, scritta per lettrici e lettori che sono pronti a rischiare qualcosa, a lasciare un po’ di sé tra le pagine per prendere qualcos’altro, di indimenticabile. Il ricordo più bello di Allan è la traversata a piedi del fiume Hudson ghiacciato, questo libro va letto con lo stesso spirito e disponibilità, pronti al freddo e a quello che si troverà dall’altra parte.

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Melville afferma inoltre che «non facciamo altro che vivere riscrivendo, veramente, le storie inventate delle nostre vite reali». In queste parole non possiamo che riconoscere il pensiero di Fresán, la cui intromissione è evidente all’interno del libro, come spiega nei ringraziamenti: «buona parte dei nomi e dei luoghi e delle persone e delle date sono reali, ma NON lo sono molte delle loro azioni e dei loro pensieri».

Questa affermazione la si capisce, ad esempio, dai commenti che Allan e Herman fanno a livello metanarrativo sulle note a piè di pagina – qui è evidente l’influenza di autori come David Foster Wallace e Manuel Puig, dove le note a piè di pagina danno alla finzione parvenza di realtà – «che rendono ancora più evidente la vostra impossibilità di capire ogni cosa», oppure sulla falsità dei racconti di viaggio…

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giovedì 20 gennaio 2022

Prefazione a «Moby Dick» di Herman Melville - Cesare Pavese


« … benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. Poiché credo che ci voglia meno coraggio ad affrontare un capodoglio o un tifone che a passare per un pedante o un letterato.»

 

      Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro – ignoto sinora in Italia – ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso imaggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità.

      Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuta, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. 

      E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in White Jacket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.  

      Il lettore deve anzitutto pensare che corre quasi un secolo da quando questo libro venne pubblicato per la prima volta. L’ambiente spirituale da cui è uscito è ormai interamente dimenticato anche in America e tutte le volte che si vuole illustrarne qualche aspetto occorre uno sforzo pedante di rievocazione. Tuttavia in Italia sono abbastanza noti due scrittori rappresentativi, su per giù, di questo stesso ambiente. Si pensi che Herman Melville è una specie di fusione e, con ciò, di superamento di Edgar Poe e Nathaniel Hawthorne. Nel nostro caso, Moby Dick è, in un migliaio di pagine, una novella alla Poe, con tutta la sua costruzione, i suoi effetti ragionati di terrore; e, insieme, una di quelle analisi morali di peccatori, di ribelli a Dio che, espresse in uno stile caldo e sfavillante da sermone, legano il nome della Lettera Scarlatta più forse alla storia del puritanesimo che non a quella della poesia. 

      In quel tempo, in America o più precisamente nella Nuova Inghilterra, la stabilità nazionale raggiunta aguzzava il desiderio di una cultura propria, di una tradizione. Questo che sarà il problema cronico degli Stati e susciterà ancor oggi tanti disprezzi in Europa verso questi parvenus della cultura, è invece il segno della nobiltà del loro sforzo e del loro destino. 

    Poiché avere una tradizione è meno che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla. 

     E Melville e contemporanei la cercarono, da buoni puritani, nel secolo delle lotte religiose in Inghilterra, in quel secolo di visionari, di libellisti teologici e di interpretatori della Bibbia, da cui era nata l’America. Anche Poe, che pure è nella sua opera abbastanza areligioso, ha fatto grandi indigestioni di ‘500 e ‘600, volgendosi essenzialmente agli scrittori di magia, di cose occulte e ai platonisti. Tutta gente che non dispiaceva neanche a Melville. Ma Moby Dick, così ragionato e tecnico com’è, vale anzitutto per l’ispirazione biblica. In esso la Balena, dopo tutte le classificazioni e i nomi scientifici ed archeologici, rimane soprattutto il Leviatan.  

     Si legga quest’opera tenendo a mente la Bibbia e si vedrà come quello che potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano. Dal primo estratto di citazione «E Dio creò grandi balene» fino all’epilogo, di Giobbe: «E io solo sono scampato a raccontarvela» è tutta un’atmosfera di solennità e severità da Vecchio Testamento, di orgogli umani che si rintuzzano dinanzi a Dio, di terrori naturali che sono la diretta manifestazione di Lui. Quei primi capitoli, che sono anche parsi superflui, sulle tetre lapidi dei balenieri di New Bedford e sul sermone di Giona, sono invece parte essenziale del racconto: il brivido della baleneria che si fonde, al primo manifestarsi, col terror sacro puritano. Poiché non c’è nulla di superfluo, rispetto al tono del libro, in quest’epigrafe: 

     

CONSACRATO ALLA MEMORIA 

DI 

JOHN TALBOT 

CHE A DICIOTT’ANNI SI PERDÉ NEL MARE 

VICINO ALL’ISOLA DELLA DESOLAZIONE 

AL LARGO DELLA PATAGONIA 

IL 1° NOVEMBRE 1836 

QUESTA LAPIDE ALLA MEMORIA 

LA SORELLA POSE

       

     Il continuo alone soprannaturale che trasfigura fin le più spregiudicate e positive ricerche dell’autore, non è che un modo di esprimere, attraverso ogni laicismo di cultura, lo spirito biblico della concezione. Questo traspare persino nei nomi che accompagnano la tragedia: Ismaele, Giona, Elia, Bildad, Achab «di cui i cani leccarono il sangue».  

    Bisogna tuttavia riconoscere la complessità di questa cultura melvilliana, che a volte (Giona storicamente considerato) sembra giocare proprio con la sua più alta ispirazione. Oltre che un mito morale, la favola di Moby Dick è anche una sorta di oceanico trattato zoologico e baleniero, e un poema dell’azione e del pericolo. Qualche lettore più recente ravvisa, anzi, in questo tono il suo fascino più vero.  

      Le lunghe dissertazioni cetologiche, le minuzie descrittive sui particolari della caccia e della navigazione, le compiaciute e maliziose digressioni d’ogni genere, non soltanto testimoniano dell’estro multicolore dell’autore, ma inducono a riflettere sul singolare intreccio di questi motivi con quelli biblici suaccennati. È innegabile che lo sforzo stilistico e costruttivo di Melville fu tutto diretto a effettuare questo contemperamento, e altrettanto innegabile ce ne pare la riuscita. Ogni capitolo, ogni periodo, ogni frase del libro ha quell’aria inevitabile e fatale che è come un suggello di classicità. Nel rigoglio quasi seicentesco delle sue invenzioni e delle sue immagini, noi nulla vorremmo sfrondare o smorzare. Passiamo dal soprannaturale brivido che incutono Lo Spruzzo fantasma Quiqueg nella bara, alla curiosità divertita delle ricerche sulla Balena fossile e dei pettegolezzi sul Gam e non ci pare di fare uno sforzo. La parola fantastica o raziocinante di Melville assorbe ogni volta in sé senza residui tutta la vita del libro, connettendovisi per fili sottili, per la suggestione di un richiamo, di un’eco, di una cadenza. 

      Ora, questa riuscita s’intende soltanto avendo presente il senso del mito di Achab. Questi insegue Moby Dick per sete di vendetta, è chiaro, ma, come succede in ogni infatuazione d’odio, la brama di distruggere appare quasi una brama di possedere, di conoscere, e nella sua espressione, nel suo sfogo, non sempre è distinguibile da questa. Se poi ricordiamo che Moby Dick assomma in sé la quintessenza misteriosa dell’orrore e del male dell’universo (si veda uno qualunque dei farneticanti monologhi di Achab), avremo senz’altro capito come le tante didascalie digressive, raziocinanti e scientifiche, non si contrappongano al reverente timor sacro puritano ma piuttosto l’avvolgano in un lucido alone di sforzo, d’indagine, di furore conoscitivo, che ne è come dire il riflesso laico. La coerenza del libro si celebra proprio in questa tensione che l’ombra fuggente del mistico Moby Dick induce nei suoi cercatori. Elogeremo a questo punto la finezza di cui diede prova Melville lasciando indefinito il senso della sua allegoria. I commentatori hanno potuto sbizzarrirsi e vedere simboleggiati nel mostro infiniti concetti. Ciò è indifferente. La ricchezza di una favola sta nella capacità ch’essa possiede di simboleggiare il maggior numero di esperienze. Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo Nemico formano una paradossale coppia d’inseparabili. Dopo tante disquisizioni, tanti trattati e tanta passione, l’annientamento davanti al sacro mistero del Male resta l’unica forma di comunione possibile. 

     Nessuna corda della sua cultura Melville lascia intentata per rendere il senso di quest’inevitabile catastrofe: dalle già accennate paurose cadenze bibliche all’asciutto e settecentesco nerbo dei capitoli informativi; dal capriccio scherzoso delle pause digressive che ricordano irresistibili tanta letteratura saggistica, all’alta e shakespeariana tensione fantastica di certe scene drammatiche. Ciò che tutto coordina e armonizza è il ricco e sapiente fraseggio, vibrante di risonanze, di echi, di sfondi così come il mito è una pregnante creazione che contempera successive sfere spirituali.  

     Rimarrà sorpreso il lettore aprendo il libro a quelle pagine di Estratti iniziali sulla balena e crederà che almeno queste pedantesche citazioni si possano saltare, almeno queste sian superflue. Neanche queste.  

     L’interessante lista di riferimenti, pescati in tutte «le Vaticane e le bancarelle della terra» e le etimologie in più d’una dozzina di lingue, che precedono, servono a portare il lettore a quel grado di universalità, ad ambientarlo in quell’atmosfera laica di dotta discussione, che sarà il nerbo, talvolta umoristico e talvolta eroico, di tutti i futuri capitoli. Poiché, questo è curioso in Moby Dick e in Melville: benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. Poiché credo che ci voglia meno coraggio ad affrontare un capodoglio o un tifone che a passare per un pedante o un letterato.  

     E Melville, nel ringraziamento al Vice-vice-bibliotecario, ch’egli finge gli abbia fornite le citazioni, lo compiange per uno di quella «classe disperata e ingiallita che nessun vino al mondo scalderà mai più e per i quali persino il pallido Xeres sarebbe troppo generoso»; lo compiange col suo solito tono scherzoso di uomo che conosce ben altro nella vita oltre le Vaticane e i bancherottoli e sa che i migliori poemi sono quelli raccontati da marinai illetterati sul castello di prora (cfr. La storia del «Town-ho»); sa tutto questo, e scherza, ma non si vergogna di mostrarsi qual è, un marinaio che ha studiato: un letterato.  

      Cesare Pavese, ottobre 1941


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lunedì 27 dicembre 2021

riuscire a fallire - Enrico Euli

  

Fatta anche la terza dose.

Penso, da quel che credo di sapere e di aver capito, che possa essere utile per limitare la probabilità di contagiarmi e di contagiare altri.

E per ridurre fortemente la possibilità di ammalarmi gravemente o di morire.

Tutto il resto non conta, e neanche l'ascolto più.

Il resto mi pare solo propaganda, ipocrisia, profitto, pensiero unico.

 

Non credo infatti che vaccinare ci farà arrivare alla fine dello stato d'emergenza, che è dettato da motivazioni politiche e di controllo sociale (e non certo sanitarie), e che quindi proseguirà.

L'emergenza come forma di vita è qui, e ci attornia.

Ci siamo già: se il ricatto del Pass serviva a forzare proditoriamente la vaccinazione, ora è quello della vaccinazione a divenire mezzo per forzare la perpetuazione dei Pass.

A questo dovremo abituarci ed adattarci: al controllo microfisico e permanente, sia che il virus si debelli (il che, ormai, è solo una variabile secondaria e sempre più remota) o meno (ed a quel punto emergeranno ulteriore panico ed ansia militare di governo; quanto più, infatti, perderanno il controllo sul virus, tanto più accentueranno quello sulle persone e sulle società).

A quel punto sarà ancora più doloroso riconoscere che -per tentare un'opposizione politica al regime che si va instaurando a colpi di diktat dragheschi- sarebbe stato necessario concentrarsi ed unificarsi tatticamente solo contro il pass e la sua obbligatorietà (che è, di fatto, anche obbligo vaccinale), indipendentemente dalle nostre diverse posizioni sul vaccinarsi o meno, sui suoi limiti di sicurezza e di efficacia sanitaria, etc.

Invece, senza separare il no pass dal no vax, abbiamo solo compartecipato al casino infodemico.

 

Aborro la monocultura megalomanica dell'extra vaccinum nulla salus.

La Terra promessa non sarà raggiunta, nonostante le roboanti promesse di salvifiche eradicazioni, di uscite dal tunnel (ancora oggi, nonostante tutto quel che sta accadendo, puntualmente rinnovate ed evocate).

Nè seguo la monocultura predatoria dell'extra occidentem nullum vaccinum.

Qualcosa non torna se noi siamo già alla terza dose e miliardi di persone non hanno fatto la prima.

E ne paghiamo le conseguenze, come ci meritiamo appieno.

E neanche mi attrae la monocultura paranoica e caproespiatoria dell'extra vaccinum extrema culpa. Quella a cui stiamo assistendo ora è un'epidemia che colpisce numericamente soprattutto i vaccinati, inutile negarlo.

Quei fantomatici supereroi, fanfaroni bislaureati che straparlano da ormai due anni sui media, senza saper fare nemmeno uno straccio di autocritica, dovrebbero solo ammutolire e nascondersi.

Il virus infatti è capace di variare, loro no.

Ecco perché possono soltanto inseguirlo da una variante all'altra.

Ecco perché riescono sempre a fallire, anche quando -solo apparentemente o parzialmente-riescono.

 

Quando è assalita da tutti i lati dalla prospettiva del disastro, i cui scopi finali sono avvolti dal terrore, l'anima dell'uomo -sia pervasa dall'istintiva convinzione che essa non può combattere in una volta tutti i suoi nemici, sia provvidenzialmente accecata o incapace di vedere il più grande arco del cerchio che minacciosamente si richiude- qualunque sia la verità, l'anima dell'uomo, così investita, non affronta mai coscientemente la totalità della sua disgrazia.

La droga amara è divisa in successive bevande: oggi sorbisce un po' della sua infelicità, domani un altro poco ancora, e così via fino all'ultimo sorso.' (H. Melville, Pierre o delle ambiguità, 1852)

 qui

martedì 26 gennaio 2021

MELVILLE CONSERVATORE? LASCIATE STARE LA BALENA BIANCA DELLA LETTERATURA (E LEGGETEVI “IL VENDITORE DI PARAFULMINI”) - Andrea Bianchi

Abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini (orchestrate? fino a che punto?) dell’invasione del Campidoglio americano. Ora, gli antichi romani custodivano il loro Campidoglio con le oche e di notte queste facevano il loro dovere scacciando gli invasori. Chi può dimenticarsi questa simpatica storiella che ci raccontano quando sfogliamo timidamente il nostro primo libro di latino? A quanto pare però oggi un Campidoglio viene assalito e nessun parlamentare tiene il suo posto. Fa così paura la “grigia marea democratica” quando entra in aula?

*

Francamente trovo fastidioso, al limite del petulante, l’intellettuale che cerca nei capolavori della letteratura un pretesto e un segnale per fare i discorsi di attualità. Ne ho avuti tanti così: amici, professori luminari delle loro scienze, a volte anch’io lo facevo. Oggi credo di più nel valore di insegnamento che i testi possono avere sul piano educativo per chi ha uno sguardo ancora semplice sul mondo. Faccio difficoltà a insegnare qualcosa agli uomini già formati: al massimo li si può plagiare e manipolare. Ma è cosa sgradevole: guardate ad esempio cosa si sono messi a fare i conservatori americani all’indomani dell’occupazione del Campidoglio.

Hanno trovato il modo di intruppare Melville – che è nato duecento anni fa – nelle loro file e a partire dal libro dello studioso di turno vengono a raccontarci che Melville rifiuta la democrazia dei suoi contemporanei perché porta direttamente all’utopia, al comando dispotico dell’uomo solo al comando. Porcherie, carta straccia, benché siglata dal timbro della stamperia universitaria: questo mi pare Herman Melville’s Ship of State.

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Per chi si interessa di queste cose, della manipolazione a fini pubblicisti della letteratura, rinvio a un’altra pagina dove raccontavo del tentativo più sciagurato in questa direzione. Mi riferisco all’uso che di Melville ha fatto molti anni fa un certo Carl Schmitt. Schmitt diceva le stesse cose dei conservatori americani attuali: ma con più garbo letterario, tanto da finire stampato da Adelphi.

*

Ma cosa vuol dire Ship of State nel titolo di quel libro americano recente?

Quando si sente parlare di “nave dello Stato” le interpretazioni sono infinite. Si parte da Platone e si arriva ai libri del Rinascimento sulle Navi dei folli. Sono i soliti argomenti che maneggiati con tastiere più o meno erudite formano la musica rilassante nell’area giochi dei dotti. Meglio lasciarle da parte. Quel che mi interessa oggi invece è la letteratura. Non credo che Melville sia accostabile alle nostre visioni, ai nostri problemi attuali. Può darci al massimo uno spunto, un suggerimento. Se avessi una classe di adolescenti ai banchi di scuola, gli darei da leggere un racconto di Melville, due pagine stringate: Il venditore di parafulmini.

*

Non voglio ammorbarvi di erudizione e rimando direttamente alla graziosa pubblicazione che ne ha fatto Elliot poco fa. Se ce la fate in inglese, invece, lo trovate qui. È un Melville tutto sommato inedito, lontanissimo dal metaforeggiare lento e assorto di Moby Dick o da quel sussurrare lugubre ed esistenziale di Bartleby lo scrivano. Ancora più lontano da quell’altro Melville che si mette la toga e fa l’oracolo del Novecento politico in Benito Cereno.

Il venditore di parafulmini piacerebbe ai ragazzi perché qui Melville gestisce la sua forma-racconto con gran sicurezza, soprattutto nel montaggio, che è la cosa più difficile, e incanta lo sguardo dei puri. Con le parole siamo bravi tutti, o quasi, la cosa difficile è proprio la struttura perché ha a che fare con quella dell’anima (che si può strutturare con le bevute e non solo con le poesie).

*

Il fatto è che quando un uomo è denso, denso come poteva essere Melville, tutte le nostre impalcature cadono e l’unico sguardo concreto può essere quello di un uomo che comincia a vedere, un adolescente insomma. Il quale, se leggerà Il venditore di parafulmini, troverà poi la stessa eleganza disillusa del Leopardi nel Venditore di almanacchi. Ma non voglio anticipare nulla.

Melville inserisce Il venditore di parafulmini nella stessa raccolta che comprende i racconti più turbati (Benito CerenoBartleby lo scrivano) a indicare che siamo noi uomini, lontani dalla pazza gente, a decidere di noi stessi. Se un giorno ci sentiamo leggeri, scartiamo i signori Cereno e Bartleby e ci sediamo, pensosi, sulla poltrona vicino al camino. Fuori diluvia, è ottobre. Bussano con insistenza alla porta. Apriamo ed eccoci davanti un uomo che non ci vende contratti di luce e gas ma qualcosa di simile: pretende di rifilarci un parafulmini. Ecco i grandi risultati della scienza! Ma si tratta per davvero di parafulmini? Cosa ci vuol vendere quest’uomo che fa commercio con le paure degli uomini, come dice Melville?

Siamo noi ad aprirgli la porta, siamo noi che apriamo i siti che ci vengono somministrati dal motore di ricerca che ci conosce molto bene. Però possiamo scegliere se aprire la porta di casa o no. Tanto fuori piove.

 

PS – Chi legge il racconto del venditore di parafulmini troverà tutti i dialoghi assurdi degni del caro Edgar Allan Poe. Ma si ricordi che sfottere il parafulmine, come Melville fa, in quegli anni era blasfemia. Il parafulmine era l’invenzione più famosa del vecchio padre costituente, Mr Franklin…

da qui

martedì 12 novembre 2013

14 novembre 1851, appare una balena chiamata Moby Dick

in quel giorno appare a New York un libro che fu un insuccesso editoriale e lo si dimenticò per settant'anni (da qui).
Herman Melville lo dedicò a Nathaniel Hawthorne, entrambi fra i più grandi scrittori apparsi sul nostro pianeta.
Una decina di anni prima "La storia di Gordon Pym", di Edgar Allan Poe, che fu tradotto in francese da Charles Baudelaire, terminava con una misteriosa figura bianca (annunciava Moby Dick?).
in Italia lo tradusse per primo Cesare Pavese, e inizia così:
"Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano..."
John Huston ne fece un film famoso, nel 1956, intitolato "Moby Dick-La balena bianca", fu co-sceneggiatore  Ray Bradbury, con un indimenticabile Gregory Peck e una piccola parte di Orson Welles (che qui legge l'inizio del libro).
O lettore che passi di qui, se non hai letto ancora niente di Herman Melville (né di Nathaniel  Hawthorne né di Edgar Allan Poe) è il momento, quegli scrittori immensi ti aspettano, carpe diem.

anche qui