Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa.
L’incontro
aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni
dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di
resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo
bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e
duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza.
Fra gli
azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste.
Il voto
degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un
difficile, esile cammino, ma è un cammino…
Lo scopo di
questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel
documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un
tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima
valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e
vita si fondono.
Partiamo da
alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori.
La prima:
“La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e
“lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario
cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto
come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta
di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso
si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi
che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le
lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano
ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi
Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre,
contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo
modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica
anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello
che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta,
prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non
ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi
pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato,
intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista,
sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di
governo.
Un’altra
espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è:
“Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha
un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a
individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della
vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla
riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È
necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una
dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la
sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in
comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il
lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per
vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del
capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver
trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite
la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando.
La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia
dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della
lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un
significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita,
ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come
tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle
nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera
nella Piazza del Mondo.
“GKN
propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un
nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa,
in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la
convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto –
pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da
costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai.
E ancora: “Speranza
come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come
“speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…”
– viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità”
viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai.
Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la
speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso,
i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione
del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si
tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso
tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci
politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita
in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il
genocidio di Gaza.
Vogliamo
“trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa
rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta
e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni,
incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol
dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno
cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente,
non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo
dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in
cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La
produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione,
predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi
questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza:
il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e
sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal
genocidio al biocidio.
Queste poche
concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione
dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro
che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa
cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la
vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente,
separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis,
“politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e
gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la
grandissima maggioranza v’è coincidenza.
Per questi
operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di
resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro
di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai,
con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità
di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il
passaggio dalla Working alla caring class – come dice il
titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile
2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza,
lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la
situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni
Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”,
come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte
operaie.
Far politica
oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura
del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo
socialdemocratico. Questa è la situazione.
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