“Tutto si tiene, e il nostro disgusto per la violenza
delle società organizzate e dell’uomo sull’uomo
deve allargarsi a quello dell’uomo sulla natura,
dell’uomo sulle altre specie viventi“
(Goffredo Fofi)
Parlare
della vittimizzazione degli animali in guerra comporta parlare di loro come
vittime anche in tempo di pace e porta a considerare come la loro situazione
sia tanto simile a quella dei più diseredati tra gli umani.
Non ha
bisogno di essere esplicitata l’affermazione che considera gli animali vittime
anche in pace, vittime
della strabordante violenza che è la costante del nostro interagire con loro,
dal momento che, a fronte dei pochissimi di cui ci occupiamo con amore, sono
centinaia di miliardi quelli che noi tormentiamo anche in tempo di pace: li
uccidiamo, mangiamo, vivisezioniamo, imprigioniamo, cacciamo, peschiamo,
sottomettiamo, estinguiamo.
In questo
panorama devastante c’è ben poco da meravigliarsi che la loro situazione
peggiori in tempo di guerra, quando cioè quella che è la più disumana tra tutte le attività umane
celebra l’apoteosi della nostra potenziale violenza contro tutto e tutti, dando
la stura anche ai più inaccettabili tra i nostri comportamenti, che, da
vergognosi che erano, diventano leciti quando non addirittura oggetto di
encomio.
Oggi
l’argomento è quanto mai vitale nei nostri pensieri vista la quotidianità delle
informazioni che ci arrivano da Ucraina, Gaza, Iran, Libano… Luoghi che sono
solo la punta di un iceberg di violenze istituzionalizzate perché l’ACLED (Armed
conflict location & event data project, ong che si occupa di
monitorarne gli sviluppi dei conflitti) ci informa che in giro per il mondo ce
ne sono attualmente circa 60, attive in luoghi di cui spesso poco o nulla
sappiamo, talvolta in difficoltà come siamo persino a localizzarli sulla carta
geografica. Se l’ampiezza geografica spaventa, non consola certo l’estensione
temporale dal momento che le guerre sono state una costante della nostra
storia,che ha conosciuto solamente 29 anni (non consecutivi!) di pace, secondo
le ricostruzioni di Chris Hedges contenute nel suo libro Il fascino
oscuro della guerra, titolo per altro quanto mai evocativo nel richiamare
l’attrazione che la guerra nei millenni ha continuato ad esercitare sulla
nostra specie, unica tra tutte le altre. O almeno, considerata tale fino a non
molto tempo fa, quando Jane Goodall, primatologa che aveva passato la vita a
studiare gli scimpanzè nel loro habitat naturale in Tanzania, aveva cominciato
a percepire con stupore e dolore che anche tra loro avevano luogo dinamiche
distruttive assimilabili a quelle belliche, intuizione recentemente ripresa e
confermata dagli etologi. Scimpanzè, guarda caso, specie a noi più vicina di
qualunque altra, visto che condividiamo il 98,8 delle sequenze del DNA.
Al di là di
ogni retorica che esalta (in mala fede) coraggio, virilità ed eroismi vari,
ogni guerra è teatro inesauribile di morte, distruzione, dolori inenarrabili,
disastri del corpo e della psiche. Anche i soldati, che sono quelli chiamati, ma
frequentemente obbligati, ad esserne gli attori principali e gli esecutori
materiali dei peggiori crimini, sono spessissimo vittime oltre che carnefici,
impossibilitati a sottrarvisi e costretti a divenire quello che mai avrebbero
voluto né pensato, lontani mille miglia dal desiderio di combattere e
infliggere dolori speculari ai propri desiderosi solo di ritornare dove
sentirsi amati, alla vita di sempre, alle piccole abitudini di un tempo
divenute ora sogno.
Anche gli
animali nonumani subiscono sofferenze indicibili, assoluto spaesamento, terrore
dilagante: sono da sempre soldati arruolati a loro stessa insaputa,
destinati a diventare vittime sconosciute e mai rimpiante.
È invece una
sorta di obbligo morale provare a dare loro la visibilità che gli spetta;
occuparcene diventa anche un osservatorio privilegiato della nostra relazione
con loro, del nostro bisogno della loro presenza e nello stesso tempo della
abissale asimmetricità di questo rapporto.
Soldati
inconsapevoli
Gli animali
vengono arruolati a forza nelle guerre, che dovrebbero invece essere un affare
tutto nostro: c’è una recente affermazione del primo ministro britannico
Starmer, che, riferendosi alla volontà di non intervenire nella situazione del
Golfo, ha sentenziato “Non è la nostra guerra”, frase divenuta una sorta di
mantra ripetuto dalle nazioni non intenzionate ad entrare in conflitti che
ritengono estranei ai loro interessi. Ecco: ogni animale nonumano, arruolato
suo malgrado, avesse le parole per dirlo, avrebbe il diritto di dichiarare la
stessa cosa: non è la nostra guerra. Purtroppo del loro modo di comunicarcelo
ci fa comodo continuare a non prendere atto.
Eppure, tra
i tanti episodi, ne esiste uno che nessuno ignora: si tratta di Annibale che
nel 3° secolo A.C. valicava le Alpi con gli elefanti, impresa che è entrata in
ogni libro scolastico a partire dalle classi elementari per le suggestioni di
cui veniva arricchita, raccontata come un’enorme avventura, senza che venisse
sollevata una critica, un dubbio su ciò a cui gli elefanti venivano
costretti: loro, esseri assolutamente gregari, abituati ad una vita
sociale intensa con legami affettivi stringenti, erano stati catturati in
Africa, nei loro territori di vita, schiavizzati, costretti ad un viaggio di
migliaia di chilometri fino al gelo delle Alpi. Ora sappiamo che dei 37
animali, con cui Annibale era partito, solo uno sopravvisse per un anno prima
di morire: tutti gli altri dovettero soccombere nel primo inverno per fame,
freddo, ferite, costretti ad un percorso fatale. Ma di tutto questo nei
libri non si parlava e quello di Annibale che valica le Alpi con gli
elefanti si è strutturato come un racconto mistificato sulle prodezze del
condottiero cartaginese. Grande occasione persa per sensibilizzare i più
giovani sulla terribile ingiustizia in atto nei confronti di quella meraviglia
della natura che gli elefanti sono e per mobilitare reazioni di indignata
empatia.
La storia
degli elefanti-soldato è tra le più trucide perché si è più volte affiancata a
comportamenti di un cinismo inconcepibile, vale a dire quello dei maiali
incendiati perché le loro grida di dolore, disumane, spaventavano a tal punto i
pachidermi da causarne la fuga.
Purtroppo,
come i soldati che non possono scegliere, gli animali da almeno 45
secoli vengono costretti a partecipare alle operazioni belliche: almeno da
45 secoli perché sappiamo per esempio che i cavalli venivano impiegati già
dagli Assiri, dal 2000 A.C.. Da allora nessuna guerra pare avere salvaguardato
nessuna specie animale.
I cavalli in
particolare sono onnipresenti sui campi di battaglia dai secoli prima di
Cristo, attraverso il Medio Evo e l’età moderna fino alle guerre mondiali del
20° secolo. Una vasta filmografia ce li ha mostrati gettati in
uno stato di assoluto terrore contro l’esercito nemico (nemico dei
loro padroni umani, non certo loro) in terribili corpo a corpo, tra
nitriti terrificanti, li abbiamo visti crollare feriti con le viscere che
fuoriuscivano dall’addome, lasciati a morire sul terreno senza l’ombra di un
conforto. E la loro presenza così ubiquitaria ha finito per essere
normalizzata, i loro nitriti spaventati musica di fondo di ogni battaglia, mai
assoggettata a critiche. I recenti fatti di Roma, quando nei preparativi per la
Festa della Repubblica i fuochi d’artificio incautamente lanciati da un
carabiniere li hanno terrorizzati al punto di farli fuggire nel traffico
cittadino, molto ci dicono di quello che devono avere provato nel frastuono
clamoroso di battaglie terrificanti: un veterinario ha spiegato che si tratta
di animali sensibilissimi ai rumori. Nulla da aggiungere.
Nulla da
aggiungere se non che le nostre città ospitano, orgogliosamente, alcune
centinaia di monumenti equestri, che sono un inno ai cavalieri
armati, e quindi alla guerra, e nello stesso tempo celebrano la
sottomissione dei cavalli, che appaiono nella rappresentazione come null’altro
che una sorta di accessorio, di eroica bellezza, al condottiero di turno.
Insieme a
loro sono state impiegate tante altre specie animali: cani, muli, piccioni
viaggiatori, cammelli ed elefanti fuori dall’Europa, ognuna sfruttata per le
proprie caratteristiche. Basti dire che durante la prima guerra
mondiale furono usati e morirono almeno 11 milioni di equidi, cavalli e muli,
sfruttati fino allo sfinimento per trasportare viveri, mitragliatrici e ogni
altro strumento bellico, e, alla fine, macellati e mangiati. Mentre almeno
200.000 piccioni vennero usati per portare messaggi, sfruttando alcune loro
enormi abilità di “viaggiatori” e finendo in molti casi colpiti dal fuoco
“nemico”.
Neppure i
cani vennero risparmiati: sia nella prima che nella seconda guerra mondiale vennero arruolati a
forza, presi, forse meglio dire sottratti, dovunque tanto che si parlava di
leva, obbligatoria, per essere impiegati per il trasporto di feriti, addestrati
a cercare i morti, a trasportare masserizie varie. Ma spessissimo
trasformati in bombe viventi: legati a cariche esplosive venivano spinti
contro reticolati dove venivano fatti esplodere. Nella seconda guerra mondiale,
addestrati a ricevere cibo solo sotto i cingolati, venivano lasciati a digiuno
di modo che poi, affamati, fossero pronti ad andare sotto i cingolati nemici e
lì fatti esplodere. In quello che pare estremo spregio, venivano chiamati cani
suicidi, nonostante di certo nel loro comportamento non vi fosse alcun
intento suicidario, ma solo la spinta ad obbedire agli ordini, inconsapevoli
della fine a cui erano destinati. E un pensiero dolente va ai bambini e alle
bambine a cui in tempi recenti abbiamo saputo essere stata inflitta sorte
simile in Iran, Nigeria, Irak, Afghanistan: venivano chiamati martiri,
attribuendo anche a loro un’intenzione autodistruttivo quasi fossero portatori
di una scelta consapevole di autoimmolazione: in realtà vittime del buio della
ragione, che oscura drammaticamente l’etica dei nostri tempi.
Cani suicidi
e bambini martiri sono mistificazioni linguistiche funzionali ai mandanti per
deresponsabilizzare sé stessi: e sono spaventosi esempi di come i più fragili e
deboli, umani e nonumani, siano le vittime prescelte per le azioni più
devastanti. Senza dimenticare i soldati delle prime linee, costretti a lanciarsi
contro una morte certa: tanto poi, ci sarà sempre una medaglia, consegnata alla
famiglia al suono toccante dell’inno nazionale, a certificare come valore e
sacrificio la trappola mortale in cui hanno dovuto abbandonare la loro giovane
vita.
Amicizie
interspecifiche sbilanciate
In tutto
questo va sottolineato un particolare fenomeno, testimoniato da foto e diari
risalenti soprattutto alla prima guerra mondiale, guerra di trincea, quindi
stanziale. Si tratta del ruolo amicale che molti animali, cani, cavalli, muli,
finirono per assolvere, ruolo importantissimo per i soldati che vivevano una
situazione di estrema drammaticità, paura, solitudine, lontananza dagli
affetti. Gli animali erano in grado di sollecitare sentimenti di tenerezza,
preziosissimi in mezzo alle carneficine dove ogni briciolo di umanità sembrava
perduto ed era l’animalità a rintracciarlo: insomma, presenze vitali anche in
termini di sostegno emotivo, capaci di creare. forti legami in una sorta di
affratellamento interspecifico. La presenza di un animale, a cui
dedicare affetto e cura, agiva come antidoto alla disperazione e alla paura e
restituiva ai soldati il senso della propria umanità, sopravvissuta
nonostante l’abbruttimento quotidiano. I soldati percepivano l’enorme
distanza tra l’innocenza delle bestie e la crudeltà degli uomini; e questa
consapevolezza permetteva loro di lasciare a volte emergere, nei confronti dei
nonumani, quella affettività e quelle emozioni, che la paura di esporre la
propria fragilità bloccava davanti agli altri uomini. I diari arrivati fino a
noi parlano, per esempio, del dolore di un ufficiale per la morte di una
cagnetta, dolore che emergeva più facilmente dell’angoscia per la morte
collettiva degli uomini. O di chi affermava non esserci cosa che tocchi il cuore
come la visione di una bestia morente o ferita mortalmente: davvero lancinante
se si pensa che questa sensibilità trovava modo di emergere dal profondo nel
mezzo delle peggio carneficine umane. Si trattava davvero di una forma di lutto
per la morte di una proprio animale, a cui solo oggi, a distanza di un secolo,
finalmente si comincia a concedere diritto di cittadinanza.
Favola
bella, davvero: ma senza happy end: al termine della prima guerra
mondiale, per esempio, molte centinaia di cani furono abbandonati
sull’Adamello, nel momento. della dispersione dell’esercito. Non solo
abbandonati, ma addirittura lasciati legati alla catena e quindi condannati ad
una morte lenta e atroce. Sarebbe bello poter pensare ad un evento isolato, ma
in realtà la stessa dinamica abbandonica aveva avuto luogo in Libia nel
1912: i cani furono abbandonati sul suolo africano quando i soldati
italiani se ne andarono: e la loro sorte può solo essere immaginata. E niente
da relegare ad un passato lontano da dimenticare, visto che, negli anni ’70,
furono le truppe statunitensi ad abbandonare in Vietnam i
5.000 cani usati nel corso della guerra.
Certo: si
tratta di comportamenti da contestualizzare tenendo conto della drammaticità
dei momenti, ma sono comunque significativi del totale disvalore attribuito
agli animali: quello che si stava facendo era lecito, non comportava il rischio
di alcuna sanzione, nemmeno morale, ad eccezione, si può immaginare, del senso
di colpa di almeno alcuni soldati. Di certo il legame era stato forte, ma la
sua forza non aveva mai la meglio sul dovere di obbedienza agli ordini
superiori né tanto meno sulla disperazione della fuga.
Spaventosi
prezzi preventivi
Agli
animali, prima e durante le guerre, sono stati inflitti anche trattamenti
davvero impensabili, tra i quali vale la pena ricordare quello noto come olocausto
dei pets del 1939: nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra,
in una Gran Bretagna in cui l’affetto per i propri pets era già molto diffuso,
tanto che esistevano cliniche veterinarie e negozi per la loro toelettatura,
vennero soppressi circa 750000 animali cosiddetti d’affezione, animali e gatti
soprattutto: il governo aveva diffuso non ordini, ma consigli del tipo che, se
non si potevano evacuare gli animali, era meglio sopprimerli, perché avrebbero
sofferto per mancanza di cibo o a causa di bombardamenti. Furono moltissime le persone
che aderirono alla richiesta tanto che si videro lunghe file fuori dagli studi
veterinari dove gli animali venivano portati per essere soppressi. Si trattò
di una reazione di massa dettata dalla paura, dalla forza della
propaganda, dalle condizioni di guerra, che non mancò poi di causare sensi di
colpa e vergogna.
Qualche cosa
di analogo, in qualche modo ancora più tragico, ebbe luogo a Tokyo nel
1943, quando il governo giapponese ordinò alla popolazione (questa volta non si
trattò di un consiglio, ma di un ordine) di uccidere tutti gli animali
domestici, facendolo personalmente oppure consegnandoli alle autorità: il
provvedimento fu giustificato con la carenza di cibo e il pericolo che gli
animali spaventati dai bombardamenti potessero costituire. Fu un evento molto
impopolare e traumatico, alla base del quale agiva un clima di sacrificio, il
richiamo delle autorità alla necessità che in tempo di guerra tutti dovessero
essere pronti a pagare un prezzo personale, si trattasse di umani o nonumani.
Al di là della crudezza della decisione, non si può non sottolineare il divario
tra la normale svalutazione degli animali e la loro mancanza di diritti, e
l’improvvisa equiparazioneagli umani quando si trattava di far pagare colpe non
commesse, attribuendo loro un’etica normalmente disconosciuta.
Gli zoo:
contesti di un pericolo specifico
E poi ci
sono gli zoo, che meritano un discorso a parte perché sono una realtà a parte.
Se nel passato erano popolati da animali esotici, orgogliosi bottini di guerra,
vanto dei vincitori, di cui erano lì a testimoniavano la supremazia, anche ai
giorni nostri celebrano il dominio dell’essere umano su tutte le altre specie,
ingabbiati o comunque reclusi come sono. Allo scoppio delle guerre, quando il
cibo scarseggia e si fa reale il pericolo che gli animali impazziti di paura
scappino e terrorizzino la popolazione, l’orgoglio di esibirli lascia
velocemente il posto a soluzioni ben più pragmatiche: evacuare i pochi che è
possibile evacuare, arruolarne alcuni (per esempio elefanti) e uccidere tutti
gli altri, spesso poi trasformandoli in cibo.
Tanti i
luoghi dove la storia si è ripetuta: per esempio lo zoo di Berlino, dove a salvarsi
furono solo 91 dei 3.000 lì rinchiusi nel corso della seconda guerra mondiale.
O quello di Varsavia, reso celebre da un film del 2017, La signora
dello zoo di Varsavia.
Ma
descrizioni sconvolgenti che rendono conto dell’atrocità insita in queste situazioni
si trovano in un piccolo pressoché sconosciuto libro dal titolo
magnetico, Questa vita tuttavia mi pesa molto, di Edoardo
Franzosini, che descrive il massacro pianificato e scrupoloso nello zoo
belga di Anversa nell’agosto del 1914, ordinato dalle autorità che
stabiliscono che tutti gli animali dello zoo debbano essere uccisi nel giro di
48 ore. Già gli orsi erano stati eliminati perché la loro mole così
interessante in altri momenti si era già trasformata in ingombro. Poi la
“spaventosa faccenda”, come la chiama Franzosini, viene affidata all’efficienza
di un plotone di esecuzione di 50 uomini, armati di fucile Mauser a ripetizione
con baionetta innestata. Si comincia dagli uccelli, che, alla vista dei
soldati, strepitano impazziti e sbattono contro le reti delle voliere.
Riempiono l’aria i colpi dei fucili, ma anche le grida inutili degli uccelli,
il rumore dei loro becchi contro le reti delle voliere, senza che ci sia scampo
per nessuno. È poi la volta dell’elefante alla cui morte provvedono dieci
sodati disposti su due file, davanti quelli inginocchiati e dietro quelli in
piedi perché lui, poverino, non riesce a morire. E si procede con tutti gli
altri, usando per le antilopi solo la baionetta, perché con loro è facile. Non
ci risparmia, Franzosini, l’agonia di molte ore del rinoceronte e finalmente la
sporca vicenda si conclude con le scimmie, lasciate per ultime, forse perché la
loro somiglianza con gli umani non facilita il compito. La carneficina portata
a termine con precisione risulta una sorta di anteprima di quella che
proseguirà per anni nelle trincee dove a non avere scampo saranno milioni di
esseri umani.
Se questo è
un racconto del passato, è facilmente applicabile al presente solo modificando
le coordinate geografiche, per arrivare per esempio allo zoo di Baghdad
in Irak, dove dei 700 animali ne rimasero in vita poche decine, a cui fu
dedicato grande sforzo per guarirli dai traumi subiti.
Come
risaputo, la storia insegna, ma gli studenti non imparano: finita la tragedia con la morte
terribile di ogni animale, a nessuno si affacciò alla mente che gli zoo fossero
da chiudere perché luoghi di prigionia e ingiustizia, pronti ad esplodere nei
momenti di difficoltà. Anzi: ancora oggi la cronaca rimbomba di situazioni al
limite del grottesco: giusto nel marzo scorso, 10 babbuini sono stati
uccisi nello zoo di Zurigo, perché il loro numero è stato giudicato troppo
elevato rispetto al gruppo dei loro conspecifici e quindi in grado di
innescare una dinamica di gruppo instabile nel clan di 48 animali. Anni prima,
era il 2014, aveva indignato l’opinione pubblica l’uccisione, nello zoo di
Copenaghen, del giraffino Marius, di soli 18 mesi, anche lui con l’unico torto
di essere in sovrannumero rispetto alle esigenze dello zoo. Non mancò in quel
caso l’ulteriore spregio di sezionarlo pubblicamente e darlo in pasto ai leoni,
davanti ad un pubblico anche di bambini. L’aver parlato le autorità di intento
educativo non può che lasciare basiti.
Stessa sorte
per i più diseredati
Tantissimi
sono gli animali che rimangono sotto le macerie insieme agli umani; quelli feriti che non hanno modo
di essere curati, quelli che muoiono per mancanza di cibo, allo stesso modo di
cani e gatti portati nei rifugi e lasciati anche loro lì a morire di fame e di
sete.
Un’intervista
contenuta nel libro inchiesta Ragazzi di zinco, di Svetlana
Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, che ha ripercorso la guerra
dei russi in Afghanistan (1979-1989) nel racconto dei reduci, riporta la
testimonianza di un soldato che ricorda come gli animali non venissero
risparmiati nemmeno dalle rappresaglie: come quando fermata una carovana che
trasportava armi, gli uomini vennero messi da una parte, asini e muli
dall’altra e tutti aspettarono la morte in silenzio. Fino a quando le urla di
un asino ferito gli attraversano le orecchie e il cuore. Oppure il sogno che
perseguita come un incubo un altro reduce che risente i lamentosi guaiti
dei cani cerca-mine. Avevano anch’essi i loro morti e feriti. Erano
distesi vicini, morti. Uomini senza gambe. Cani senza zampe.
Come se non
bastasse la carneficina quotidiana, non mancano certo gli episodi
di animali sottoposti ad angherie di ogni genere, o uccisi appositamente a
fucilate o avvelenati nelle strade come spregio alla popolazione: è possibile
che vengano volutamente colpiti rifugi, allevamenti, zoo, e stragi effettuate
per pura crudeltà in spregio alla popolazione. La crudeltà che è tanto spesso
la cifra del nostro rapporto con loro anche in tempo di pace, si amplifica a
dismisura in territori bellici dove la violenza sembra essere l’unico possibile
modello di relazione, e più che mai legittimata quando tutto intorno è caduta
ogni remora morale. Poco da meravigliarsi per altro perché nel corso delle
guerre si verifica un black out di tutti i freni morali, dal momento che la
ripetizione continua della violenza scatena altre pulsioni oscure, che sfociano
in episodi gratuiti contro chiunque, di solito umani, ma perché no anche
animali.
La caccia e
la guerra: cambiano le vittime, ma non sempre
Come si legge
nel libro Il bravo soldato mulo, questa assuefazione alla
violenza e alla crudeltà diventa a volte talmente pervasiva che, nei momenti
più tranquilli, i soldati decidono di occupare il tempo nelle frequenti battute
di caccia, come diversivo, in questo modo trasformando gli animali in ulteriori
vittime dell’atmosfera bellica. Si leggono frasi tratte dai diari del tipo
“la guerra è una grande avventura, una battuta di caccia in cui le prede,
anziché le solite volpi o anatre, erano esseri umani” (pg. 19). ”Frequenti
battute di caccia servivano ad occupare il tempo a scacciare la noia e ad
arricchire la mensa”. Insomma, il clima di violenza che è la cifra di ogni
guerra si espande a dismisura, crea assuefazione, tendenza alla ripetizione,
crollo dei freni morali: se uccidere è quello che viene richiesto, lo si fa
senza più alcuna remora.
E molto
ci sarebbe da argomentare sul confine fragile che separa caccia e guerra,
dando alla caccia il significato che le è proprio di attività sadica, fonte di
piacere davanti alla sofferenza procurata, esercizio di predominio crudele,
altro che attività sportiva, dal momento che è sorretta ed alimentata dal gusto
di uccidere provocando prima terrore e poi estremo dolore. Il confine con
l’uccisione degli umani è stabilito solo dalle norme sociali che in tempo di
pace considerano l’uccisione di un umano attività penalmente perseguibile,
quella di un animale un’attività lecita e addirittura piacevole. In tempi di
guerra questo confine viene abbattuto. Recenti fatti di cronaca informano
come, durante la guerra nella ex Yugoslavia, alcuni cacciatori italiani,
stimati professionisti, si siano sentiti autorizzati ad uccidere non più
animali, ma uomini, donne e perché no, bambini. Pagando il loro piacere secondo
uno sconcio tariffario.
Qualcosa di
positivo
In cerca di
appigli a un’idea di umanità che è allo sbando, l’attenzione di molti si è
concentrata in questi ultimi anni su qualche notizia rassicurante, fornita dai
mass media: ha rincuorato per esempio sapere
dell’impegno e dell’abnegazione di associazioni e volontari (un nome
per tutti quello di Andrea Cisternino rimasto in Ucraina per non abbandonare il
suo rifugio dove ospita ancora oggi centinaia di animali), che
dall’inizio della guerra stanno facendo il possibile per prestare loro soccorso,
cercando di fornire cibo e di curare i feriti, a rischio della propria stessa
vita. E hanno emozionato i filmati di gente costretta a fuggire dall’Ucraina
come da Gaza portando con sé il proprio cane o il proprio gatto. Testimonianza
di una nuova visuale che include nel concetto di famiglia anche i nonumani che
quindi finiscono per farne parte a tutti gli effetti:
Il fenomeno
ha colpito l’opinione pubblica per la sua ampiezza, e perché, ci dicono gli
storici, non se ne era avuta testimonianza nelle disperate occasioni di guerre
precedenti. Certo, come fenomeno degno di considerazione è vero, ma se si va a
ricercare nelle esperienze individuali si scopre che c’è qualcosa di antico al
suo interno,c’è qualcuno che ha sperimentato in anteprima la disperazione
dell’abbandono del proprio cane o del proprio gatto, quando ancora non era
possibile parlarne perché si trattava di un amore non riconosciuto, a cui non
concedere diritto di cittadinanza, di cui quasi vergognarsi nel teatro di
assoluta oscenità bellica. Se ne trova una struggente testimonianza in un
docufilm di pochi anni fa dal titolo più che emblematico, “Not a
time for children”, Non è un tempo per bambini: una donna molto
anziana in una Ukraina dalle immense sofferenze storiche, ripercorre tutte le
atrocità viste nel corso della sua storia personale a partire dall’inizio della
seconda guerra mondiale nel suo paese. Ma una disperazione incontenibile la
invade nel momento in cui racconta della fuga della sua famiglia sui carri,
mentre il loro cane Rex cercava faticosamente di seguirli correndo, e lei e il
fratellino imploravano inutilmente il padre di portarlo con loro: lei vede Rex
investito e ferito che piange sdraiandosi a morire ai lati della strada: dopo
70 anni e le tante ignominie viste e subite, mai più ha provato una
disperazione altrettanto potente, un dolore così assoluto. Quello che oggi in
molti cercano di fare, anche perché sorretti da una cultura, un senso comune
che lo autorizza e lo apprezza, probabilmente è sempre esistito senza essere
riconosciuto ed è stato forse appannaggio della fascia delle persone più
inascoltate: i bambini, che, con la perdita drammatica del loro animale, hanno
vissuto traumi di enorme impatto, per quanto non riconosciuti.
Ritornando
all’attuale situazione delle guerre di cui sappiamo, questa è però solo una
piccola parte della realtà: enorme è il numero degli animali che sono stati
abbandonati da chi fuggiva e spaccano il cuore i video dei cani che si
aggiravano nei pressi delle stazioni ferroviarie ucraine: restano
probabilmente in attesa dei loro compagni, che dalla stazione sono partiti per
chissà dove. Un po’ come aveva fatto il cane Hachico nella storia vera divenuta
poi un film, interpretato da Richard Gere, cane che resta per anni fuori dalla
stazione dove ha visto entrare per l’ultima volta il suo compagno umano.
Morte degli
animali quali danni collaterali
Davvero
scarsa attenzione si è dedicata alla morte di molte migliaia di delfini nel Mar
Nero, a causa dei sonar militari utilizzati da navi e sommergibili russi, che
danneggiano il loro udito: loro si disorientano, si schiantano contro le rocce,
non riescono più a cercare cibo. È la loro morte, ma contestualmente la distruzione
dell’intero ecosistema del Mar Nero.
È la
modernizzazione delle guerre, che continua a servirsi degli animali come
strumenti sacrificabili, modificandone i modi. Tanto per esemplificare, si
continuano a usare i cani perché in grado di percepire gli IED (Improved
Explosive Device), bombe artigiane usate per esempio nelle guerre cecene. Sono
ancora i cani ad essere costretti a lanciarsi col paracadute da altezze di
5.000 metri, con buona pace delle loro caratteristiche etologiche. E vale
la pena pensare al cane da guerra Cairo, un belga Malinois, l’unico nome
ricordato e omaggiato dal presidente Obama alla base militare di Fort Campbell
(6 maggio 2011) nel suo discorso di ringraziamento al commando degli 81 membri
dell’unità segreta Seal Team Six, che uccise Osama Bin Laden.
Senza tutela
Di fatto,
per quanto poco o, ahimè, per nulla applicata, per gli umani esiste la
Convenzione di Ginevra che si occupa della protezione delle fasce deboli nel
corso delle guerre, ma non contiene nessun riferimento al
dovere della protezione dei nonumani, che non rientra nel DIU, Diritto
Internazionale Umanitario. Ad oggi non esiste tutela alcuna nei loro confronti: si
contano e talvolta si piangono le vittime umane, ma a quelle animali non viene
dedicato interesse alcuno: chi saprebbe dire quanti maiali, quanti cani, gatti,
vitelli, delfini, galline… sono morti fino ad oggi in Ucraina, a Gaza, in
Libano…? Ma più semplicemente: quanti di noi si sono posti questa domanda? E
ancora: a quanti interessa la risposta?
Se in tempo
di pace un lungo percorso, nel mondo occidentale, ha portato a riconoscerli
come esseri senzienti e la strada scientifica è aperta al loro riconoscimento
quali esseri dotati di autoconsapevolezza, ogni progresso etico viene spazzato
via in tempo di guerra, quando di loro si può fare e si fa di tutto. Muoiono senza essere citati né
contati, sono trattati alla stregua di cose, non c’è spazio alcuno per il
riconoscimento della loro smisurata sofferenza né gratitudine per l’aiuto che
costantemente forniscono agli umani. Per loro non c’è spazio nelle cronache
quotidiane, nei reportage. Sotto gli occhi di tutti è solo la sorte di alcuni
che vengono ripresi in quanto la macchina da presa li inquadra vicino agli
umani: è il caso per esempio degli asini di Gaza, che è impossibile
non vedere nei servizi che mostrano le persone in fuga con le loro povere cose:
è impossibile non vederli, ma possibilissimo non notarli. Sono lì, ridotti a
sagome scheletriche e costretti a tirare carretti strapieni di gente e di cose:
la loro sofferenza non è certo inferiore a quella delle persone, ma è disconosciuta,
nonostante sia lì ad urlare un dolore non meno grave di quello degli umani. In
questo vuoto percettivo è risultato fortemente apprezzabile il commento
di Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia (Skytg24; 31 luglio
2025) in un suo collegamento da Gaza. Raccontando le inenarrabili miserie
umane, ha commentato dicendo anche “Gli asini, poverini, stanno morendo di fame
anche loro come i bambini”: lui, persona da sempre impegnata in difesa
dell’infanzia tradita, umiliata, offesa, in mezzo allo strazio di bambini,
donne, anziani, è riuscito a vedere anche lo scempio e il dolore degli altri
animali. E su di loro ha espresso uguale pena. Ha avuto il coraggio di dire ciò
che chiunque, non obnubilato dalla cronica convinzione che solo noi umani
contiamo, potrebbe e dovrebbe dire, perché l’empatia, per essere tale non può
conoscere confini di specie. E invece la sua voce si è alzata in mezzo al
silenzio tombale che avvolge la vita e la morte degli altri animali: nella
devastazione bellica come approdo finale di comportamenti e convinzioni
incistate nel quotidiano dei più.
Vale la pena
ricordare che in Hyde Park, a Londra, esiste l’Animals in War Memorial,
inaugurato nel 2004, quale omaggio ai milioni di animali impiegati nelle guerre
combattute da britannici e alleati. L’iscrizione è They had no choice,
Non ebbero scelta. Non è molto un monumento per ripagare delle tragedie a cui
si riferisce ed è davvero troppo poco se il suo obiettivo è una sorta di
tardivo riconoscimento lavacolpe. Ma la scritta è fondamentale nel sancire, al
di là di ogni retorica, la nullificazione di ogni possibilità di scelta da
parte degli animali, in guerra, ma anche in pace. L’unica possibilità resta
sperare, pur al di là di ogni razionalità, nell’esistenza di un Paradiso ad hoc
perché, dice un bambino napoletano nel libro cult Nessun porco
è signorina, quando andranno in Cielo, Dio gli domanderà scusa di
averli creati. Perché lanciarli in una vita di spasmodico
insopprimibile dolore non può essere ascrivibile che ad imperdonabile leggerezza.
Il confronto
vantaggioso
Nella grande
rimozione delle vittime animali di ogni guerra entra in gioco prepotentemente
un meccanismo difensivo ben conosciuto, quello del confronto vantaggioso, più
noto con l’espressione di benaltrismo, che ci permette di
esasperare tutte le forme di abuso sugli altri animali, che commettiamo senza
neppure sentirci in colpa, di indignarci. Si confrontano situazioni oggettivamente gravi con altre
considerate peggiori dal pensiero comune: il mantra è con tutto quello
che succede, c’è ben altro di cui occuparsi. Quindi se gli umani
vengono feriti, uccisi, deportati, torturati, sottoposti a violenze oscene, se
i bambini vengono resi orfani, perdono gambe o braccia, se si lanciano bombe
sulle scuole e gli ospedali di certo non è il momento di occuparsi degli
animali. Insomma si traccia una gerarchia delle ingiustizie. Si tratta
di un meccanismo pericoloso perché induce a compiere o a tollerare tantissime
situazioni in cui il male viene inflitto senza neppure provare sensi di colpa:
si sdoganano le peggio ingiustizie, senza opporvisi, inserendole nel registro
delle cose poco importanti, bagatellare se confrontate a quelle cosmiche. Bisognerebbe
finalmente riflettere che nessuna ingiustizia ne giustifica un’altra:
nessuna crudeltà viene cancellata da un’altra, ma ad essa si somma rendendo il
mondo un luogo ancora un po’ peggiore. Mondo, che, trasformato in un inferno
per gli animali, dovrebbe essere una faccenda non da minimizzare né tanto meno
ignorare, ma da farci interrogare a fondo sulla nostra stessa essenza e indurci
ad affrontare alla radice il tema della violenza.
Poco da
meravigliarsi dello stato delle cose, dal momento che gli animali nonumani sono
le vittime predilette di questo meccanismo anche in tempi di pace: meccanismo a
cui attinge a piene mani anche la politica sempre impegnata in compiti alti,
che le consentono di non dovere neppure giustificazioni alla propria inerzia in
materia di tutela animale.
Che fare
quindi? Il contagio della violenza e del male
Inutile dire
che non esistono ricette miracolose, perché l’unica soluzione possibile
dovrebbe essere cercata all’interno di modificazioni che coinvolgano tutto il
contesto culturale. Bisognerebbe prendere atto che la regolare violenza
praticata sui nonumani, che è la cifra della nostra abituale relazione con loro
anche in tempo di pace, è il primo grande tassello di quella cultura che, nelle
sue forme più estreme, arriva a quella praticata nel corso delle guerre.
Fortemente esplicative sono le parole dello psicologo canadese Steven Pinker, il
quale in un mastodontico studio su questo argomento (Il declino della
violenza) nella pagina di apertura scrive che, se vogliamo capire il perché
della violenza, la dobbiamo studiare non a spot, quindi non solo nelle sue
singole manifestazioni, ma nel suo percorso formativo. Dice testualmente dalle
sculacciate ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni: vale a
dire facendo inizio da quelle considerate in genere accettabili quando non
addirittura raccomandabili. Correggerei l’affermazione mettendo all’origine,
ancora prima delle sculacciate ai bambini, la violenza sui nonumani perché
ancora più indifesi dal momento che non possono neppure contare sullo scudo
protettivo delle leggi. Per altro era il 1884 quando George Angell, presidente
della Massachussets Society for the Prevention of Cruelty to Animals, accusato
di occuparsi troppo degli animali quando c’era tanto da fare per le persone,
rispondeva categoricamente: Io lavoro alle radici. Alle radici del
problema della violenza.
I grandi
pacifisti
Questa tesi
è collegabile al pensiero dei grandi pacifisti: Aldo Capitini
(1899/1968), considerato il Gandhi italiano, arrivò a dire che è l’abitudine
all’uccisione costante e senza tregua degli animali il brodo di cultura delle
guerre. Decise perciò di diventare vegetariano nel 1932, mentre
cominciavano a soffiare venti di guerra, nella convinzione dichiarata che, se
si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe
risparmiata l’uccisione di uomini.
Sulla stessa
linea è la posizione di altri pacifisti, Gandhi, Toltstoj, Terzani, Marcucci,
Scweitzer, convinti che il rifiuto della guerra, non nasce
improvvisamente, ma si nutre di un atteggiamento solidale, non predatorio con
tutti gli altri, umani e nonumani, e coinvolge tutti gli aspetti della vita
individuale e sociale.
Modificare
lo status della vittima
Se non siamo
certo in grado di capire cosa fare per arginare le guerre, in buona compagnia
nella nostra impotenza con le menti più geniali quali Albert Einstein, Sigmund
Freud, Bertrand Russell, in questo contesto molto più
modestamente possiamo provare a pensare a quello che è possibile fare almeno
per intralciare l’immensa silenziosa vittimizzazione degli animali nonumani,
soldati inconsapevoli e vittime dimenticate di ogni guerra. Il cuore
del problema pulsa nella convinzione di essere noi padroni e signori di vita e
di morte, autorizzati e addirittura richiesti di esercitare a nostro
piacimento questo potere. Solo se e quando ci decideremo di restituire agli
animali il loro posto nel mondo, accanto e non sotto di noi, si potrà ambire a
ristabilire un equilibrio oggi fatto a pezzi, di cui è figlia tutta l’attuale
situazione.
Situazione,
ahimè, ancora ben sintetizzata in affermazioni lapidarie quali quella di Josè
Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, che intitolando una sua
autobiografia Questo mondo non va bene, auspica e invoca che
ne venga un altro. E di uno scrittore come Jim Mason che intitola
un suo sconvolgente libro Un mondo sbagliato. E si potrebbe
continuare con Cesare Pavese che, per bocca di Nuto, personaggio del suo
capolavoro La luna e i falò dice Il mondo è malfatto e bisogna
rifarlo. Insomma: Mi fa male il mondo, per dirla con
Giorgio Gaber
La
situazione di questi ultimi anni sembra davvero negare ogni possibilità
all’ottimismo, vista l’enormità dei cambiamenti che sarebbero necessari.
Ma ogni singolo individuo ha il potere di fare la propria parte:
scandalizzarci del trattamento degli animali in guerra non ha senso se
continuiamo a fare di loro quello che facciamo in tempo di pace. Perché, con le
parole di Louise Michel dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui
l’uomo cosciente e libero non torturerà più né il suo simile né le bestie. Per
questa speranza vale la pena attraversare l’orrore
della vita.
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