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venerdì 24 ottobre 2025

Gaza: c’era un ragazzo che scendeva in piazza come me - Benigno Moi

Generazione Vietnam e generazione Gaza

Sono stati in molti, davanti alla clamorosa, continua, crescente, spontanea e trasversale partecipazione di massa alla mobilitazione contro la guerra genocida di Israele e a favore di Gaza, a cercare paragoni e raffronti con momenti simili di coinvolgimento e partecipazione del secolo scorso: dalla Guerra civile spagnola degli anni Trenta al movimento No Global a cavallo del Millennio. Con in mezzo l’appoggio alla lotta di Liberazione algerina; le mobilitazioni contro la guerra USA in Vietnam; le proteste contro il golpe di Pinochet in Cile; le mobilitazioni di massa contro le Guerre del Golfo dei Bush. un-movimento-eclettico-e-spiazzante

Momenti e movimenti che hanno mobilitato enormi masse a livello planetario, e momenti altissimi di partecipazione e solidarietà attiva, anche simili per alcuni aspetti al “fenomeno Flotilla” (pensiamo alle Carovane per Sarajevo assediata nei primi anni Novanta: www.balcanicaucaso Cercavamo-la-pace

https://www.mimesisedizion, alle delegazioni internazionali che accompagnarono la marcia Zapatista nei primi mesi del 2001: ilmanifesto.it/archivio/2001002992).

La partecipazione degli internazionalisti antifascisti in prima persona alla difesa della Repubblica spagnola, le mobilitazioni per raccogliere fondi da parte di intellettuali e artisti di tutto il mondo, rimangono forse l’esempio più eclatante a livello globale, con le sensazioni della catastrofe che stavano preparando nazismo e fascimo. Il massacro delle carovane di civili in fuga su e giù per la Striscia di Gaza ci ha ricordato la Desbandà (itagnol.com Spagna-ricorda-desbanda), quando 150.000 persone in fuga da Malaga verso Almeria furono bombardati dai franchisti con l’aiuto decisivo dell’aviazione fascista mandata da Mussolini, provocando fra i tre e i cinquemila morti (in bottega norman-bethune).

Ma il movimento contro la guerra in Vietnam rimane quello apparentemente più affine, apparentemente e auspicabilmente, considerato che fu fra le cause e le condizioni che permisero la nascita dei movimenti del Sessantotto e dintorni. E che il Vietnam vinse.

“La Palestina è il Vietnam di oggi, i giovani scendano in piazza per scrivere la storia.” Scrive Andrea Ranieri su l’Unità dopo l’enorme partecipazione allo sciopero e alle manifestazioni del 3 ottobre, “Riempie il cuore vedere un movimento così giovane e folto impegnarsi per un popolo oppresso. Un’occasione di riscatto per il Paese, per il sindacato e per la politica intera. (…) Forse sta crescendo una generazione per cui la Palestina rappresenta quello che ha rappresentato per la mia generazione il Vietnam. Una lotta certamente di solidarietà per un popolo in lotta bombardato col napalm, di cui si distruggevano i villaggi e i campi che davano loro da vivere, e il rifiuto della sopraffazione e della violenza di chi, gli Stati Uniti d’America, quel napalm lo faceva piovere sulla testa di uomini, donne e bambini.

Ma anche qualcosa di più. La voglia di partecipare in prima persona a definire i valori e le caratteristiche del mondo che ci aspettava, a non essere rassegnati ad accettare un destino già segnato, dalla onnipotenza del profitto e del mercato, e dalle scelte di una politica che considerava il profitto e il mercato, come la prima cosa da difendere e tutelare. Le bombe che piovevano sul Vietnam le consideravamo anche come bombe che piovevano anche sulle nostre teste.”1

 

La ricerca delle affinità non riguarda solo il tipo e la portata della solidarietà internazionalista (con tutti i limiti e riserve che pure è giusto ci siano, vedi l’intervento di Karim Franceschi ripreso anche qui in Bottega: la-carne-bianca-e-il-genocidio-invisibile/), e di quanto questa sia poi propedeutica alla crescita di movimenti interni alle nazioni che si mobilitano. Che sarebbe comunque un buon risultato, sulla pelle ancora una volta di “un altro popolo”, ma sarebbe grave non ci fosse almeno questo “minimo sindacale”.

Fuori dai tunnel

Da fronti diversi e opposti, con finalità diverse ed opposte, alcuni aspetti comuni alla resistenza palestinese, in particolare a Gaza, e a quella dei Vietcong, hanno intrigato già da tempo alcuni analisti, anche per spiegare/paventare il “rischio pantano” (temuto dagli stessi vertici dell’IDF) di un’occupazione totale e prolungata di Gaza City. Scomodando addirittura (Haaretz) un vecchio reportage dal Vietnam di Moshe Dayan, del 1966.

“Il governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dovuto affrontare crescenti disordini interni, segnati dalle dimissioni di alti funzionari e dallo scaricabarile interno. Per deviare le critiche sulla debacle di Gaza, Netanyahu ha cercato capri espiatori, come l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant. Questa erosione della coerenza politica ha ulteriormente infiammato le già fragili dinamiche interne di Israele.

La frattura più drammatica, tuttavia, si verifica nel settore dell’intelligence. Gli eventi del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco transfrontaliero senza precedenti, hanno messo in luce un collasso totale dell’architettura di sicurezza israeliana.

L’incapacità sia dello Shin Bet che del Mossad di prevedere e sventare questo attacco, nonostante le operazioni di sorveglianza che penetrano in profondità a Gaza, ha innescato un dibattito più ampio sulla validità della dottrina di sicurezza israeliana” (…) “Israele è intrappolato in una campagna che non può vincere in modo decisivo, di fronte a un avversario resiliente, al dissenso interno e al crescente isolamento internazionale.” (…) “Dal 7 ottobre, l’opinione pubblica mondiale, in particolare in Occidente, è cambiata radicalmente. Milioni di persone si sono mobilitate per chiedere un cessate il fuoco. Questa crescente pressione da parte della società civile ha reso sempre più difficile per i governi occidentali mantenere un sostegno incondizionato. L’allineamento di Israele con la politica statunitense è diventato un ostacolo piuttosto che un vantaggio.

Come il Vietnam, la guerra di Israele contro Gaza è ora una guerra globale di resistenza”

da Come la guerra di Gaza si è trasformata nel Vietnam di Israele, di Mehmet Rakipoglu, su Invictapalestina: invictapalestina

In particolare è stata analizzata la funzione particolare ed essenziale del sistema dei tunnel nella lotta di resistenza dei due popoli (ma non solo di loro due) marx21.it La-guerra-dei-tunnel-cina-vietnam-striscia-di-gaza, fattore che fu decisivo, assieme alla crescita nell’opinione pubblica della condanna dell’occupazione e dei suoi metodi brutali, della sconfitta degli USA esattamente 50 anni fa.

Ovviamente non vengono taciute le differenze che paiono rendere difficile una conclusione simile per la Palestina, almeno sul piano militare: “Ora certamente il contesto è differente. Non c’è, per dirne una, un dirigente politico come Ho-Chi-Minh cui fare riferimento, né un capo militare come Giap; non c’è un movimento comunista impegnato in una riscossa nazionale e nella riunificazione di un Paese smembrato dal colonialismo, come appunto nel caso del Vietnam. I leader di Hamas, e dei suoi alleati sul terreno, non sono nemmeno lontanamente degli eroi; sono piuttosto dei sottoprodotti dell’incancrenirsi di una situazione (che dura dal 1948) e di cui il maggiore responsabile è Israele, che, pervicacemente sfuggendo a ogni progetto di pace, ha svuotato lo stesso suo interlocutore, cioè quell’Autorità nazionale palestinese che conta oggi pochissimo ed è accusata, da molti, di collaborare con l’oppressione.”2

Ma le suggestioni sono comunque forti, vista la trasversalità della partecipazione ai due movimenti: dagli studenti, anche giovanissimi, agli operai; dalle comunità religiose ad intere famiglie; dal mondo delle arti e della cultura. E se quella di Giap e Ho Chi Min fu anche una vittoria militare, non fu solo militare, e non sarebbe stata possibile senza quel movimento che indebolì dall’interno delle “democrazie occidentali”, in particolare degli USA. Forse è proprio questo che ancora manca oggi nel Paese occupante: un forte e vasto movimento di rifiuto totale che dall’interno di Israele ne metta in discussione la stessa struttura statuale. Quel che vediamo, anche fra ex militari o renitenti alla leva, è ancora troppo poco. E diversi, tremendamente diversi, pervasivi, sono i poteri di controllo e di persuasione, non solo sulla propria popolazione ma anche sulle classi dirigenti delle potenze occidentali. Alcune forme di condiscendenza (anche da parte dell’establishment statunitense e al di là delle sparate di Trump) sembrerebbero spiegarsi più con qualche forma di ricatto (e visto il potere dato da tanti Paesi alle agenzie di cybersicurezza israeliane non so se si tratti solo di fantascienza) che con la semplice condivisione e affinità ideologica.

Intanto, proprio quest’anno, è uscito un film vietnamita, Red Rain, che parla di un episodio cruento della guerra, “la battaglia degli 81 giorni a Quảng Trị”. Lo racconta dalla parte dei vietnamiti, dopo una marea di film, anche bellissimi e necessari, girati da registi americani; e lo racconta senza demonizzare i soldati “nemici” (pare, non avendolo visto riporto quanto leggo (https://www.tuttovietnam.it/red-rain/). Dopo l’eneorme successo in patria il film, il cui titolo originale è Mưa đỏ, della regista Đặng Thái Huyền, è candidato dal suo paese per concorrere agli Oscar 2026: comingsoon

 

Chiudiamo con una osservazione, amara ma reale, di Giuliano Santoro, dall’articolo su il manifesto citato all’inizio, che evidenzia una differenza sostanziale fra il movimento per il Vietnam e quello per Gaza.

“C’è però una differenza sostanziale, che introduce un altro elemento utile a capire cosa accade. Il Vietnam suscitava entusiasmi perché la vittoria era percepita, cosa che effettivamente accadde, come a portata di mano. In questo caso, ci si batte per una causa che parrebbe perduta in partenza. Se la bandiera del Vietnam era il simbolo della rivoluzione che contagiava l’intero pianeta, quella della Palestina è il simbolo delle vittime che cercano disperatamente di sopravvivere. La sumud, la persistenza tenace, non è la ricerca del grande balzo in avanti che interrompe il corso lineare della storia. È la tignosa affermazione della vita e della lotta.

Collocata nei contesti metropolitani, nella prospettiva no future dei figli della generazione precaria resi ancora più precari dal collasso climatico e dalla guerra, questa tenacia indica una strada: la mobilitazione permanente e i cortei che si succedono senza sosta che avevamo visto nelle lotte francesi degli scorsi anni.“

Per approfondire

Riportiamo, oltre i link già inseriti lungo l’articolo, altri riferimenti ad alcune analisi sull’argomento, divise in due gruppi:

A) sui tunnel e le similitudini delle due resistenze, con analisi disparate, uscite di recente o vecchie di oltre dieci anni;

B) sulle similitudini fra i due movimenti.

Invitando come sempre a segnalarci altri contributi nei commenti.

In chiusura, infine, i link ad alcune delle canzoni del movimento contro la guerra in Vietnam, o comunque solidali, per rinverdire un po’ la memoria. O forse perché la redazione de La Bottega è abbastanza avanti con gli anni da aver vissuto anche i movimenti contro quella guerra.

A)

lastampa – gaza_vietnam “Anche la Striscia di Gaza sarà un Vietnam”: ecco l’incubo infinito dei militari 09.08.25

invictapalestina.org  Come la guerra di Gaza si è trasformata nel Vietnam di Israele 22.05.2025

izitour.com tunnel  Tunnel di Cu Chi e tunnel di Vinh Moc: le strutture sotterranee importanti durante la guerra del Vietnam 14.05.25

www.marx21.it/internazionale/la-guerra-dei-tunnel La guerra dei tunnel: dalla Cina al Vietnam alla Striscia di Gaza 26.09.24

insideover.com haaretz-gaza-come-il-vietnam.html 18 mesi di guerra e arroganza: i leader israeliani dovrebbero leggere ciò che Moshe Dayan ha imparato in Vietnam 18.04.25

lettera43.it L’uso dei tunnel sotterranei nelle guerre: dal Vietnam a Gaza 12.11.23

https://iari.site il-problema-dei-tunnel-di-hamas-si-rischia-un-nuovo-vietnam 02.11.23 Il problema dei tunnel di Hamas: si rischia un nuovo Vietnam invictapalestina.org/archives/49608 Il ragno dalle molte zampe 22.10.23

abitare.it  Architetture senza pedigree: I tunnel di Gaza 17.04.2013

https://www.thenmusa.org/articles/tunnel-rats-of-the-vietnam-war/ 01.10.20253

 

B)

2025.09.29 ristretti.org /dal-vietnam-a-gaza-cosi-i-popoli-in-rivolta-cambiano-la-storia

2025.10.03 ilmanifesto.it  Portelli

2025.10.03 ilmanifesto.it  Santoro

2025.10.03 https://www.unita.it/2025/10/03/la-palestina-e-il-vietnam-di-oggi-i-giovani-scendano-in-piazza-per-scrivere-la-storia  La Palestina- è il Vietnam di oggi 

2025.10.03 www.rivoluzioneanarchica.it/pro-vietnam-pro-palestina/

2025.10.03 terzogiornale.it la-palestina-e-il-vietnam

     valledaostaglocal.it da-vietnam-a-gaza-la-storia-che-si-ripete

2025.10.05 remocontro.it il-mondo-e-le-piazze-attorno-a-gaza-memoria-di-vietnam

2024.04.26 editorialedomani.it

2025.10.08 Giancarlo Scotoni su Transform oggi-ho-visto-nel-corteo

Canzoni degli anni Settanta contro la guerra

Sono stati un’infinità i cantanti/musicisti che hanno composto o proposto canzoni ispirate alla guerra in Vietnam, così come i film. Da Dylan a Joan Baez, da Neil Young a John Lennon, dai Doors al celeberrimo assolo di chitarra di Jimmy Hendrix a Woodstock. In Italia l’hanno cantata molti dei cantautori militanti di quegli anni, da Ivan Della Mea a Paolo Ciarchi, per tralasciare la famosa “C’era un ragazzo” di Mario Lusini, cantata da Morandi e Baez. Facili da trovare in rete (rockit.it   peacelink.it   antiwarsongs.org).

Propongo invece una delle canzoni che “mi formò” da ragazzino: Chitarre contro la guerra, di Umberto Napolitano, del 1966 qui testo e link al disco

E una, sempre fra quelle meno note ma a me care, di Settimeli-Morricone, splendidamente cantata da Sergio Endrigo, dalla colonna sonora del film Grazie zia, Filastrocca vietnamita, qui

Infine il brano di un poco conosciuto gruppo olandese, De Elegasten (1967 -1976) che nel 1973 incisero questa ballata “Chili, Vietnam, Israel” dove, con richiami evangelici alla pace come di frequente in quegli anni, si accostano proprio Vietnam e Israele, assieme al Cile, come luoghi dove “stiamo trasformando il mondo in un inferno”. Una curiosità: la casa discografica che la incise, la Cardinal Records, era una di quelle fondate da Rocco Granata, il cantante italiano emigrato in Belgio autore della famosissima “Marina”.

Chili, Vietnam, Israel

I profeti hanno predetto la sua venuta per anni

Hanno fornito stelle e canti angelici

Persino i Re Magi si sono spostati da Oriente a Occidente

Ma dopo la sua partenza, lo spettacolo non è andato così bene

 

Ha promesso pace e libertà per il suo paese

L'effetto in seguito è sfuggito di mano

Stiamo ancora trasformando il mondo in un inferno

Dal Cile e Vietnam a Israele

 

Dopo di lui, altri sono venuti con i loro insegnamenti

A difesa dell'amore o del cannone e del fucile

Alla ricerca della felicità, sognando o combattendo

Ma il finale del pezzo manca sempre

 

Promettono pace e libertà per il loro paese

L'effetto è sempre sfuggito di mano

Stiamo ancora trasformando il mondo in un inferno

Dal Cile e Vietnam a Israele

da qui

mercoledì 22 dicembre 2021

Parlano le donne migranti, quei viaggi segnati da violenze e abusi - Katie Kuschminder

  

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di Katie Kuschminder pubblicato su The Conversation]

 

C’erano sette donne e tre bambini tra le 27 persone che hanno tragicamente perso la vita nella Manica questa settimana [l’articolo è stato pubblicato il 26 novembre, NdT].

Moltissime donne, con i loro bambini, cercano una nuova vita in Europa: al 21 novembre di quest’anno, il 27,1% dei migranti giunti via mare nel Mediterraneo sono donne o bambini.

Il canale della Manica rappresenta un’ultima pericolosa traversata dopo viaggi che spesso sono lunghi, insidiosi e violenti.

La recente notizia di queste tragiche morti è arrivata alla vigilia del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La triste ironia è che la violenza è una delle principali ragioni per cui le donne scelgono di intraprendere pericolosi viaggi di migrazione, incontrando però spesso violenze anche durante il percorso e a destinazione.

In molti casi, questa violenza non viene denunciata per paura di rappresaglie o stigma. Questo non solo impedisce loro di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno, ma ostacola anche la raccolta di dati accurati a riguardo.

È il motivo per cui con altre sette esperte (nel team è presente anche un ricercatore) del World Universities Network ci siamo riunite per lavorare a un progetto che riguarda le donne, la migrazione e le loro storie di resilienza; abbiamo intervistato circa 150 donne e stiamo pubblicando i loro racconti in un progetto di storytelling collaborativo.

Violenza a casa

Una delle mie colleghe, Marina de Regt, ha condotto uno studio sulle giovani ragazze in Etiopia che decidono di emigrare lontano da casa. Principalmente, queste donne si allontanano dal Paese di origine per sfuggire alla violenza di genere per mano dei loro patrigni, zie o zii, o per evitare i matrimoni forzati. Più del 40% delle donne etiopi sono sposate, o hanno una relazione, prima dei 18 anni.

All’età di 13 anni, a Selam è stata data una scelta: “Lasciare la scuola, sposarsi o andare con sua zia a Khartoum“. La giovane donna ha spiegato:

“Le ragazze che avevano 15 anni e non erano sposate, erano considerate vecchie. Inoltre, c’erano molte ragazze che venivano violentate a scuola e rimanevano incinte. Molto probabilmente i miei nonni volevano proteggermi: avevano paura che rimanessi incinta e che nessuno poi volesse sposarmi.”

Selam ha scelto di emigrare per sfuggire al matrimonio infantile. Nonostante fosse un’eccellente studentessa, la famiglia di Selam vedeva la scuola come un rischio per la sua castità. In Etiopia, le ragazze sono vulnerabili alla violenza sessuale anche a scuola; se fosse stata violentata, Selam avrebbe perso ogni prospettiva di matrimonio.

In Etiopia, i matrimoni combinati sono ancora comuni, soprattutto nelle zone rurali dove le ragazze spesso non prendono autonomamente la decisione di convolare a nozze e sono obbligate a sposare uomini molto più grandi.

Così lei si è trovata di fronte a ben poche opzioni: essere una sposa bambina o correre il rischio di emigrare in Sudan.

Violenza in viaggio

La mia ricerca, condotta con la collega Talitha Dubow, esamina i viaggi dei rifugiati che arrivano in Europa tramite la rotta del Mediterraneo centrale, percorrendo la Libia, o la rotta del Mediterraneo orientale, attraversando la Turchia e i Balcani occidentali. Le donne ci hanno raccontato che, in diverse fasi del viaggio, sono state soggette a violenti abusi da parte di guardie di frontiera, trafficanti o rapitori, trovandosi faccia a faccia con la morte per annegamento, subendo maltrattamenti e soffrendo la fame.

Bahar, una giovane afghana intervistata in Turchia, ha spiegato che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) le aveva recentemente offerto il reinsediamento negli Stati Uniti. Il processo avrebbe richiesto dai quattro ai cinque anni e, in quel momento, Bahar stava ricevendo minacce dal suo ex-marito violento che aveva già aggredito lei e la sua famiglia in Afghanistan.

Bahar stava quindi pianificando un viaggio irregolare verso l’UE perché, anche se avrebbe preferito scegliere l’opzione statunitense, aveva paura di quello che il suo ex-marito avrebbe fatto a lei e a suo figlio se fossero rimasti ancora in Turchia.

Sapeva che il suo viaggio verso l’UE avrebbe potuto essere fatale ma, ha affermato: “Devo davvero correre questo rischio. Non ho altra scelta“.

Violenza a destinazione

Anche una volta arrivate a destinazione, le donne migranti non sono necessariamente libere. La marriage migration – migrazione a scopo di matrimonio –  è aumentata negli ultimi anni. Questo aumento ha avuto luogo soprattutto in Asia. Per le donne vietnamite in condizioni di  povertà, ad esempio, la migrazione per matrimonio a Taiwan rappresenta la possibilità di una vita migliore.

La mia collega Su-Lin Yu ha condotto un’ampia ricerca sulle vietnamite che emigrano a Taiwan per sposare uomini taiwanesi. Dal 1997, più di 520.000 donne si sono recate a Taiwan per sposarsi, un numero significativo per una popolazione di circa 24 milioni di persone.

Su-Lin Yu ha scoperto che le donne vietnamite sono vulnerabili a molteplici forme di violenza, compresi gli abusi psico-fisici da parte dei loro mariti e, in alcuni casi, anche le molestie sessuali da parte di altri membri maschili della famiglia. Un’intervistata ha dichiarato:

“A volte tornava a casa verso le due o le tre del mattino e litigava con me. Ha iniziato a picchiarmi verso il terzo mese di gravidanza. Mi picchiava quando ero incinta. I miei suoceri lo sapevano, ma non mi hanno aiutato.”

Le donne migranti dipendono dai loro mariti. Si è scoperto che i mariti violenti trattengono i passaporti delle loro mogli come mezzo di controllo per impedire loro di richiedere la cittadinanza taiwanese e per trattenerle all’interno di un ciclo di abusi. Queste donne sono spesso isolate, con pochi mezzi per cercare aiuto.

A livello globale, esse hanno molte più probabilità, rispetto agli uomini, di essere uccise dai partner: costituiscono circa l’82% delle vittime per violenza di genere.

Porre fine alla violenza

La morte di 27 persone nella Manica, tra cui una donna incinta e diversi bambini, è tragica. Dobbiamo riconoscere che le donne migrano ogni giorno per sfuggire alla violenza e a una probabile morte, rischiando consapevolmente la loro vita per trovare luoghi sicuri e la possibilità di vivere una vita libera. Troppo spesso si tratta di sforzi vani, poiché finiscono in situazioni di ulteriore violenza o perdono la vita nel tragitto o a destinazione.

Noi tutti possiamo aiutare sostenendo le donne migranti. Dobbiamo creare insieme spazi sicuri per loro, luoghi che possano fornire servizi di supporto incentrati sulla sopravvivenza e dove si sentano protette e libere di condividere le loro storie.

Ci si augura che, condividendo alcuni dei racconti delle donne con cui abbiamo parlato, la consapevolezza di questa crisi – e il desiderio di fare qualcosa al riguardo – aumenti, ponendo i presupposti per azioni concrete di prevenzione, supporto e protezione.

da qui

giovedì 24 dicembre 2015

Regole di ingaggio – William Langewiesche

Una storia che sembra una replica in sedicesimo del massacro di My Lai (qui, dove il grande futuro statista Colin Powell, all'epoca giovane Maggiore dell'Esercito, fu incaricato delle investigazioni sul massacro. Powell scrisse: "A diretta refutazione di quanto ritratto, c'è il fatto che le relazioni tra soldati americani e popolazione vietnamita sono eccellenti". In seguito, la confutazione di Powell sarebbe stata chiamata un atto di "white-washing" (candeggiatura) delle notizie del massacro, e la questione avrebbe continuato a restare nascosta, senza la testardaggine di Seymour Hersh).
Dei soldati esasperati dalla guerriglia che colpisce e sparisce fa una strage di civili, ad Al-Haditha, in Iraq, nel novembre del 2005.
William Langewiesche aveva scritto la storia su Vanity  Fair, qui, un anno dopo i fatti.
E’ una storia di guerra, non si tratta di soldati pazzi, magari anche sì, ma è la guerra in sé che rende possibili queste stragi, che una volta scoperte portano alla condanna, una volta scoperte, se e quando.
Merita la lettura, sicuro – franz

qui una discussione interessante (o forse no), su Langewiesche, Saviano e cose varie.


…Adelphi pubblica in volume un reportage che negli Usa ha fatto epoca: originariamente pubblicato sulle pagine del periodico Vanity Fair, il lungo e avvincente articolo dell'inviato William Langewiesche racconta uno degli episodi più infami dell'Operation Iraqi Freedom (a proposito, sapevate che originariamente l'invasione militare dell'Iraq del 2003 era stata battezzata dal Pentagono Operation Iraqi Liberation ma che il nome in codice è stato modificato in fretta e furia quando ci si è accorti che l'acronimo OIL, "petrolio", avrebbe causato - come minimo - l'ilarità generale?). Oltre a ripercorrere nei minimi dettagli col piglio delle grandi inchieste giornalistiche d'altri tempi i tragici eventi di quel maledetto 19 novembre 2005, il libricino (80 pagine da leggere tutte in una volta) analizza gli errori e le contraddizioni dell'approccio tattico-militare delle truppe Usa alla guerra irachena alla luce di questo e di altri fatti di sangue accaduti negli anni di occupazione. Il dibattito politico statunitense sulla questione-Iraq viene esposto, sbattuto sul tavolo autoptico con le sue lacerazioni in bella vista: "La destra sostiene che ogni accusa contro i militari è un attentato al patriottismo. La sinistra usa i soldati come simboli e pretesti nella sua lotta contro la guerra", accusa Langewiesche in una recente intervista. "Ora, se le due parti si sedessero un attimo a tavolino si renderebbero conto che le loro posizioni andrebbero cambiate, spostate di 180°. Se la destra vuole supportare Bush e la sua politica militare dovrebbe rifuggire da questo emozionalismo e dall'approccio troppo passivo e comprendere che un processo giusto e severo ai soldati che commettono crimini del genere potrebbe solo andare a favore degli Usa, senza mettere in discussione le scelte di politica estera. Alla sinistra che vuole quei soldati impiccati in pubblico sarebbe utile capire che forse non si tratta di criminali che vengono coperti da manovre occulte, ma che ciò che va messo al centro della discussione è lo svolgimento 'normale' della guerra". Postilla: il 18 settembre 2007 quattro dei marines coinvolti sono stati rinviati a giudizio con pesanti accuse: soprattutto il sergente Wuterich - l'unico che ha adottato una strategia di difesa processuale basata sull'assunto "Così deve agire un marine" - rischia l'ergastolo o addirittura la pena di morte per crimini di guerra.

Il libro di oggi è un gran bel libro, di William Langewiesche tra storie e reportage. Le regole di ingaggio sono quelle dei marines in Iraq, una storia vera, raccontata con una visione critica ma non sbracata, documentata e seria, narrativamente piuttosto coinvolgente, giornalisticamente prezioso… Una lettura veloce ma densissima e tragica, che può servire a comprendere le regole (o la mancanza di regole) della guerra ma che potrebbe essere anche un manualetto su  come si fa un reportage leggibile da tutti. La vicenda? Al-Haditha, Iraq, 25 novembre 2005. Per ritorsione contro un attentato subìto, una compagnia di marines, protetta da regole ambigue, massacra due famiglie di civili inermi. Imperdibile, le storie sono anche informazione.

…Langewiesche penetra, in Regole d’ingaggio, nella sequenza di eventi che porta una compagnia di marines in Iraq a sterminare, il 19 novembre 2005 ad Al-Haditha, due famiglie di inermi civili. E di nuovo, a dispetto della distanza apparente tra il narratore e il narrato, siamo trascinati nel villaggio iraqeno, sentiamo il crepitare delle armi, le voci disperate dei familiari delle vittime. Siamo dentro la sconfitta della democrazia. Langewiesche è un descrittore di fenomeni: ma sa che ogni descrizione deve, per poter diventare oggetto reale, essere interpretata come sistema di segni e compresa come simbolo. Nel disporre i fenomeni davanti ai nostri occhi crea le condizioni perché il lettore svolga questo compito: ci trascina dentro la macchina pigra, e ci mette all’opera, proprio come faceva Michael Herr nel suo Vietnam, colto nel punto in cui gli oggetti reali si frantumano in schegge e ridiventano percetti, fenomeni la cui riconnessione è lasciata a noi (una lezione che Saviano ha metabolizzato negli anni in cui la sua scrittura da cronaca si faceva intelligenza dei fatti all’interno dei fatti stessi).,,
da qui

mercoledì 15 ottobre 2014

I’unico curdo buono è un curdo morto

Il generale Philip Sheridan (nel XIX secolo) non si diceva mai dispiaciuto per le morti che l’esercito seminava tra le donne e i bambini pellerossa: “Se un villaggio viene attaccato e donne e bambini muoiono nel corso dell’attacco, la responsabilità di queste morti non deve ricadere sull’esercito, ma sulla gente che ha causato l’attacco stesso con i propri crimini.

E laddove qualche generale che comandava queste campagne – è il caso del Generale Miles – espresse occasionalmente un senso di stima militare per gli indiani che stavano combattendo, Sheridan era famoso per la frase che gli veniva attribuita: “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti.”
Sheridan, però, negò di aver detto queste cose. (da qui)

le considerazioni del generale Philip Sheridan sono quelle di tutti gli assassini seriali di tutto il ‘900 e anche adesso, dai nazisti (sarebbero troppi gli esempi, pensateli voi), ai sovietici (qui e qui, per esempio), ai franchisti (la Catalogna lo sa), agli statunitensi (Vietnam, Afghanistan, Iraq, per esempio), alla Nato (guerre umanitarie, per esempio), agli Israeliani (Gaza ricorda qualcosa?).

adesso è il turno dell’Isis (sostenuti dagli Usa, almeno all’inizio, dalla Turchia,anche se non ufficialmente, e da qualche stato del petrolio), che massacra Yazidi (qui) e Curdi (qui), fra gli altri.
David Graeber (qui) si chiede (e dà risposte molto convincenti) perché nessuno intervenga, altri (qui e qui e qui scrivono cose mollo interessanti), qui baruda informa che è nata Support Kobane, una piattaforma per sostenere la resistenza di Kobane.

prima ammazzano gli indiani d’America, gli indigeni di tutta l’America, gli aborigeni australiani, tutta gente che voleva vivere in pace.
poi i colonizzati africani (10 milioni ammazzati dal re Leopoldo fanno pensare), e che dire degli schiavi che arrivavano in tutta l’America (e anche in Europa)?
i Palestinesi, Mapuche, gli Zapatisti del Chiapas, i Curdi (che incontrano gli anarchici, qui) sono popoli che tengono alta la bandiera della resistenza e della dignità umana, non vogliono conquistare nessuno, solo stare tranquilli in casa propria, sono un pericolo per tutti i potenti del mondo, di cui facciamo parte, dimostrano che un altro mondo è possibile, devono essere sconfitti, e, quelli che sopravvivono,  vivere di aiuti internazionali, vedrete che la dignità se la dimenticheranno.

quelli che governano, meglio, che comandano, sono apprendisti stregoni terribili, Walt Disney è morto, non ci salva più nessuno, quei politicanti e strateghi pazzi hanno bisogno di un TSO, di una corte di giustizia internazionale, sono tutti gente da Comma 22 all’ennesima potenza, bande di assassini, che vengano rinchiusi tutti a giocare a risiko, e basta.
e il nostro paese è complice, e la famosa opinione pubblica dorme un sonno senza fine.